Destra di Popolo.net

IL 50% DEI RIFIUTI ITALIANI FINISCE ANCORA IN DISCARICA

Settembre 18th, 2012 Riccardo Fucile

LO STUDIO DELL’ISWA: PICCHI DELL’80% IN REGIONI DEL SUD

Le discariche in Italia costituiscono ancora la modalità  principale di smaltimento dei rifiuti nazionali, quasi il 50%, con picchi dell’80% nelle regioni del Sud, anche se spesso non sono a norma per il mancato pre-trattamento degli scarti.
Il loro numero si sta lentamente riducendo, ma siamo ancora molto lontani dagli obiettivi europei e invece dalla loro chiusura e sostituzione con pratiche virtuose di recupero potrebbero emergere milioni di posti di lavoro in tutto il mondo e migliaia in Italia.
E’ questo lo scenario delle discariche sul territorio italiano che emerge da uno studio promosso dall’Iswa – International Solid Waste Association, presentato nel meeting di apertura del Congresso in programma a Firenze dal 17 al 19 settembre.
In molte regioni d’Italia, come Sicilia, Molise e Basilicata, i rifiuti vengono addirittura smaltiti per oltre l’80% in discariche senza subire alcun trattamento preliminare: in Sicilia il dato si attesta al 93% (solo il 28% di questi viene sottoposto a forme di trattamento preliminare).
Stando a questi dati, sembra dunque davvero lontano l’obiettivo di ridurre drasticamente il numero delle discariche sul territorio tracciato in sede comunitaria. Secondo gli ultimi dati disponibili (2010), il numero delle discariche per rifiuti urbani non pericolosi è pari a 211, 18 in meno del 2009; il dato conferma il trend dell’ultimo quinquennio: a chiudere i battenti sono soprattutto le discariche di piccole dimensioni a vantaggio di grandi impianti che servono aree geografiche più estese.
In Italia, dall’entrata in vigore del Decreto Legislativo n. 36/2003, che ha completamente ridisegnato il quadro impiantistico nazionale, hanno chiuso i battenti 263 discariche, l’82% delle quali al Sud (215 unità ), 37 al Nord e 11 al Centro.
I rifiuti urbani smaltiti in discarica, nel 2010, ammontano a circa 15 milioni di tonnellate (-3,4% rispetto al 2009) su complessivi 32 milioni prodotti. Il calo nel conferimento si è verificato principalmente al Nord (-4,7%) e al Centro (-4,2%), con il Sud Italia che si muove a velocità  più lenta (-2,1%).
A livello regionale le diminuzioni più consistenti interessano l’Emilia Romagna, il Lazio e la Puglia, rispettivamente pari a circa 148 mila, 147 mila e 143 mila tonnellate.
L’Emilia Romagna e la Puglia, in particolare, fanno registrare le riduzioni percentuali più evidenti (rispettivamente -15% e -9%) e nel primo caso sono dovute ad un incremento della raccolta differenziata e al maggiore utilizzo degli impianti di trattamento meccanico biologico e di incenerimento; nel secondo caso sono da attribuire all’apertura di nuovi impianti di trattamento meccanico biologico che, nel 2010, hanno ricevuto oltre 1,3 milioni di tonnellate di rifiuti urbani indifferenziati. Nelle regioni del Centro-Sud, in molti casi, la discarica rappresenta ancora la forma di gestione prevalente e si registrano conferimenti inferiori al 50% dei rifiuti prodotti soltanto in Toscana (43%), Campania (48%) e Sardegna (41%).
Anche in Molise ed in Basilicata la discarica viene utilizzata come forma prioritaria di gestione (rispettivamente l’84% e l’83% dei rifiuti prodotti), tuttavia va rilevato che in Molise i rifiuti sono quasi totalmente pretrattati (95%).
In Campania sia l’incremento della raccolta differenziata, sia l’entrata in funzione a pieno regime dell’inceneritore di Acerra hanno comportato un miglioramento dell’intero sistema di gestione.
Per la prima volta negli ultimi dieci anni, tutti i rifiuti prodotti dalla Campania, sono stati destinati ad impianti di gestione senza il ricorso allo stoccaggio delle ecoballe che, in questo anno, ha interessato solo 9 mila tonnellate.
Tra le principali conseguenze di una gestione massiva dei rifiuti in discarica, ci sono le ripercussioni sul dato occupazionale.
Il Rapporto mostra infatti come circa il 70% dei rifiuti prodotti nel mondo, circa 4 miliardi di tonnellate all’anno, finiscono in discariche, molte delle quali sono poco più che buchi a cielo aperto.
Secondo la Commissione Europea per ogni 10.000 tonnellate di rifiuti smaltiti in discarica si registra un addetto; mentre se questo stesso quantitativo di rifiuti fosse avviato al compostaggio e recupero si creerebbero 10 nuovi posti di lavoro, oltre a tutte le altre ricadute positive in termini economici e di sostenibilità  ambientale.
“Il messaggio è chiaro – conclude quindi il presidente Iswa, David Newman – trasformare il 70% dei rifiuti avviati allo smaltimento in discarica in materia soggetta a recupero creerebbe milioni di nuovi posti di lavoro in un settore che già  impiega 40 milioni di persone nel mondo.
Attraverso l’attivazione di nuovi sistemi di raccolta differenziata, recupero e trasporto presso impianti dedicati, questo già  significativo numero potrebbe facilmente raddoppiare”.

(da “TM News“)

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GRILLO PROMETTE LA DEMOCRAZIA DEI PIRATEN TEDESCHI: : “I CANDIDATI DECISI DALLA RETE”

Settembre 18th, 2012 Riccardo Fucile

MA UNA PIATTAFORMA IN MANO A CASALEGGIO E ASSOCIATI FA GIA’ GRIDARE AL PARTITO AZIENDA

La scomunica di Giovanni Favia non è arrivata. Il consigliere regionale che aveva accusato il Movimento di scarsa democrazia interna è ancora lì, seppure “sfiduciato”.
Ma dopo giorni di polemiche, di pagine sui giornali, di talk-show, domenica ecco che sul blog di Grillo è comparso un post che affronta la questione.
Molti lo attendevano, sia tra i critici sia tra i sostenitori del Movimento.
Le reazioni non si sono fatte attendere: in poche ore quasi mille commenti.
Positivi molti. C’è chi esulta: “W il M5S… sempre con voi. Basta con questi quattro politicanti di basso rango… Udc, Pd avete rotto. Cosa avete fatto in Parlamento negli ultimi trent’anni?” scrive Vincent.
Altri puntano il dito sulle polemiche delle ultime settimane: “à‰ incredibile come i media, quando parlano del Cinque Stelle e di Beppe, abbiano la capacità  di riportare il contrario di ciò che è la verità ”. Tanti propongono software e soluzioni per selezionare i candidati.
Non manca qualche voce critica: “Per il programma una bella piattaforma by Casaleggio e Associati. Sembra un po’ come quel Partito Azienda…”, attacca Gianluca.
Ma che cosa scrive Grillo?
Il fondatore del Movimento si toglie qualche sassolino dalla scarpa, fissa un punto: “Il primo (e unico) imputato” delle polemiche di queste settimane “è il Movimento 5 Stelle accusato di mancanza di democrazia (e per qualcuno anche di fascismo). In effetti il M5S è sovversivo, vuole introdurre il referendum propositivo senza quorum, l’elezione diretta del candidato, l’obbligatorietà  della discussione delle leggi popolari con voto palese in Parlamento, la conferma referendaria, inserita in Costituzione, di ogni cambiamento della legge elettorale, l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti”.
Poi Grillo aggiunge: “Si dirà  che è tutto fumo negli occhi per evitare di parlare di mancanza di democrazia interna. Parliamone. Le liste dei candidati regionali e comunali sono definite in autonomia sul territorio, il programma è deciso da loro, il voto in consiglio è dato sempre in piena libertà . I sopracciò della democrazia, i giornalisti grandi firme giustamente rilevano che si può e si deve fare meglio. Gridano al centralismo democratico che conoscono tanto bèèèèène. E la piattaforma, i candidati, le politiche…? C’è un deficit di democrazia, un principio evidente di ducismo, un accentramento intollerabile. Il M5S non può sottrarsi al confronto!”.
Quindi la promessa di Grillo: i candidati saranno scelti on line. In concreto che cosa significa? “Che nè Beppe, nè Casaleggio metteranno becco sulle scelte della rete. Altro che liste bloccate, questa è democrazia interna, alla faccia delle polemiche. Trovate un altro partito che faccia altrettanto”, insiste uno dei più stretti collaboratori del padre del Movimento.
Aggiunge: “Il passo è fatto, la migliore risposta alle polemiche. Ora ci correranno tutti dietro, soprattutto qualcuno”.
Forse un accenno a Matteo Renzi, che negli ultimi giorni ha registrato un balzo in avanti su Twitter e Facebook: più 10.206 fans. Resta, però, lontano dai 940mila sostenitori di Grillo (ma anche dai 524mila di Vendola e dai 445mila di Berlusconi).
E lui, il dissidente Favia, che cosa ne pensa?
“Sicuramente un passo avanti. Segno che il dibattito seguito al mio fuorionda nella trasmissione Piazzapulita è stato salutare. Spero che sia avviata una discussione per individuare un portale Internet veramente autogestito”.
Certo, non tutti gli ostacoli sono superati, perchè il Cinque Stelle, stando ai sondaggi di oggi, vale 100 parlamentari. Bisogna selezionare un migliaio di candidati.
Si farà  on line, è deciso, ma come concretamente? Il secondo passo sarà  forse una piattaforma digitale sul sito www.beppegrillo.it  , dello stesso tipo di quella oggi utilizzata per proposte e programmi.
Finora è tutto top secret. Davide Bono, consigliere regionale Cinque Stelle in Piemonte, premette: “Per adesso non si sa niente di sicuro”.
Poi ipotizza: “Si potrebbe chiedere agli aspiranti candidati di inviare curriculum e programmi, magari video, da votare online”.
I requisiti? “Fedina penale pulita e competenze”. Di certo studiano i “Pirati” tedeschi, prendono spunto, cercano soluzioni più solide possibile.
Un lavoro complesso, gli stessi ragazzi del 5 Stelle non si nascondono sfide e incognite: “Mille candidati sono tanti”, racconta uno dei collaboratori del Movimento che studiano una soluzione tecnica. Aggiunge: “La scelta di Internet è democratica, ma bisogna farla bene.
Con l’aria che tira molti cercano di salire sul nostro carro. Il rischio è che i candidati forti prendano migliaia di voti, ma altri se la giochino su una manciata di preferenze”.
Come dire: per entrare in Parlamento basterebbero poche decine di voti online. Un po’ di amici e parenti. Ecco la sfida: evitare che sul cavallo di Internet entrino al galoppo i soliti furbetti.

Ferruccio Sansa
(da   “Il Fatto Quotidiano”)

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PRIMARIE: VENDOLA PENSA A UN PASSO INDIETRO; “SE DIVENTANO UN CONGRESSO DEL PD NON CI STO”

Settembre 18th, 2012 Riccardo Fucile

“LA NOSTRA NON E’ LA STRADA DI RENZI, PER VINCERE CONTRO LA DESTRA HO DOVUTO PRIMA VINCERE DUE VOLTE CONTRO IL CENTOSINISTRA”

Nichi, pensaci bene. Gli battono pacche sulla spalla, gli mettono in tasca biglietti. Pensaci, Nichi. Se quelle diventano le primarie del Pd, una specie di congresso, tu che ci fai là  in mezzo.
Metalmeccanici di Mirafiori, sindaci della Val di Susa, studenti dei movimenti universitari. Cinquecento persone ad ascoltare Vendola, domenica notte, sull’argine del Po.
Duecento in piedi. Una folla, al parco Michelotti, festa Fiom.
Se i numeri contano, e in certi casi contano, sono più del doppio di quelli che alla stessa ora siedono ad ascoltare il sindaco Fassino alla Festa del Pd, qui a Torino.
Ci si scambiano foto sui telefoni in diretta, per il confronto. Partita vinta. E però. Nichi, attento: o vinci e vai al ballottaggio, oppure cosa fai il terzo dopo Renzi e Bersani?
“Ma quale terzo. Se corro è per vincere”.
Come se? “Non ho mica deciso. Vediamo. Le prossime due settimane sono decisive. Il 6 ottobre si definiscono le regole della competizione. Certamente non mi sfilo per convergere su Bersani, ci mancherebbe altro. Ma certo che se diventano il congresso del Pd, queste primarie, non sono il mio posto”.
Vista da qui, all’una di notte dopo due ore di dibattito serrato e applauditissimo con Maurizio Landini, leader Fiom, la questione sta in questi termini: più la platea delle primarie si affolla di candidati Pd – dopo Renzi e Bersani Puppato, forse Civati, forse Boeri, forse Spini – più Nichi Vendola è tentato di sedersi sull’argine del fiume ad aspettare.
Che tanto, eventualmente, il campo della sinistra si definirà  dopo: se vince Renzi “sarà  chiaro che quello è un progetto di destra sostanziale, e l’area della sinistra ne resterà  tutta fuori.
Se vince Bersani per governare avrà  bisogno di noi e sarà  lì che noi porteremo sul tavolo la nostra agenda.
Perchè non è di alleanze che è importante parlare, ma di quale progetto di governo.
Qual è il soggetto politico che può portare al governo un programma che con chiarezza dica questo: bisogna cambiare la riforma delle pensioni, ripristinare l’articolo 18, cambiare la legge 30 fabbrica di precariato, palude in cui precipita il senso della vita di generazioni intere. L’abrogazione della Bossi-Fini, una legge sulla rappresentanza sindacale, una sul testamento biologico, la riforma della legge 40 sulla fecondazione assistita, il diritto per le coppie di fatto di fare le loro scelte di vita, l’investimento sulla ricerca e sulla scuola come motori di sviluppo e crescita.
Ecco, io voglio un soggetto politico che faccia questo. L’alleanza col Pd mi interessa se è la via per arrivare qui. Non ho certezza del risultato, ma non vedo per ora un’altra strada. Mi sono stancato di perdere bene. La stagione del miglior perdente si è chiusa. Ora voglio vincere e governare. Non ho firmato una cambiale in bianco con Bersani, ma voglio vincere. No, vi sbagliate: non ho detto che è meglio vincere male che perdere bene. Ho detto: vincere, e farlo bene, e portare le nostre ragioni al governo del paese”.
Parole che esplodono come bombe nella platea di operai come Luisa Murgia, Fabio Di Gioia, Luigi Russo seduti in prima fila.
Vincere, in specie dal referendum di Marchionne in poi, è un verbo caduto in disuso, difficile anche da pensare.
“Non possiamo più fare attività  sindacale in fabbrica – dice Fabio – non possiamo usare le bacheche dobbiamo riunirci in locali esterni e fuori dall’orario di lavoro. Siamo clandestini”. Luigi, in Fiat dal ’75, reparto carrozzeria: “Io il Pd l’ho votato sempre, fino al referendum. quella è stata una ferita grossa. Quando Fassino ha detto se fossi un operaio voterei sì ho capito che era finita. Non lo so, forse hanno scelto un’altra strada, forse non vogliono più rappresentare chi lavora. Marchionne ci ha ricattati tutti quanti, e lì ho capito che era finita. Abbiamo perso”.
Elisa: “Sono stata iscritta al Pd dalla fondazione. Mi aspettavo che il partito stesse con noi, invece se n’è andato. Allora non so più cosa possiamo fare, dobbiamo arrenderci?”.
No, non dovete arrendervi, non dobbiamo.
Nichi Vendola si alza in piedi, alza la voce, urla e sembra quasi vicino al pianto. “Io per vincere contro la destra ho dovuto prima vincere due volte contro il centrosinistra. Mi capite? Bisogna battersi su due fronti. Un nemico è il centrodestra, quello è facile da riconoscere. L’altro è più insidioso, mescola persone come Bersani, che possono essere nostre compagne di strada, a elementi che sono il peggio della vecchia Dc, del vecchio stalinismo, del liberismo nemico dei diritti. Noi dobbiamo tenere diritta la barra sul nostro progetto: i partiti politici tradizionali sono soffocati sotto il peso della cooptazione, la formazione dei gruppi dirigenti avvenuta al ribasso sulla base della fedeltà  al leader. Due terzi dell’elettorato non si sentono più rappresentati da loro. Ma attenzione, io sono spaventato: questa crisi dei partiti può diventare ripudio della democrazia. Del sistema di rappresentanza rottamato sotto la parola d’ordine della casta in favore del plebiscitarismo. Anche Gesù Cristo fu crocifisso a democrazia diretta. Dobbiamo chiederci chi sono i costruttori di informazioni. Il populismo è manipolazione, il web può inventare un popolo che non c’è attraverso la mistificazione. Il mondo è complesso, non c’è bestemmia che possa liberarci dal male. Per salvare il mondo serve la cultura, non c’è invettiva che basti”.
Parla di Grillo, Vendola, a una platea molto tentata dal grillismo.
Lo stesso Landini racconta del controllore del treno che proprio due ore fa lo ha fermato per chiedergli: mi dica di Grillo, state con lui?
“Ma non si può liquidare l’antipolitica come una colpa di chi soffre l’abbandono da parte dei partiti che avrebbero dovuto rappresentarlo. Dobbiamo cambiare schema di gioco, offrire un progetto di modernità  nuovo, creare un soggetto politico che torni nel posto che ha abbandonato: che torni a parlare degli interessi veri delle persone e del paese, con rispetto della complessità . Non è vero che si deve scegliere fra il lavoro e i diritti, alla Fiat, non è vero che si deve scegliere fra il lavoro e la salute all’Ilva. Ci possono essere lavoro e salute, lavoro e diritti. È più difficile, ed è per questo che dobbiamo investire nell’innovazione, nella ricerca, nella cultura. Ci serve intelligenza dei fenomeni complessi, non semplificazione. Gli slogan lasciamoli ai rottamatori”.
Ce n’è per Renzi, ora, applausi liberatori di entusiasmo.
Tra i sindaci della Val di Susa è venuta Carla Mattioli, ex sindaco di Avigliana per due mandati, famiglia cattolica, padre sindaco democristiano, “quando io e mia madre abbiamo votato lo stesso partito, per Prodi, è stato un giorno felice”.
Poi sono arrivati i giorni bui. Il Pd di Avigliana si è alleato col Pdl, lei si è candidata in una lista civica, è stata espulsa dal partito – espulsa, con altri quattro – hanno vinto da espulsi le elezioni. Aveva un riferimento in Rosy Bindi, nel Pd.
Ora che è fuori non sa: Renzi certamente no, è la destra, dice. Vediamo Vendola.
Di Renzi Nichi dice che il tema del rinnovamento è potente, ma da solo non basta: il suo è un progetto sostanzialmente di destra e difatti è appoggiato da Confindustria, piace a Berlusconi, è sostenuto dai grandi investitori finanziari, occhieggia a Montezemolo e Passera.
“La foto dei cosiddetti mostri, la foto di gruppo coi sostenitori del referendum contro l’articolo 18, non mi preoccupa perchè non mi interessano le storie di palazzo. Mi interessa il tema del lavoro. Dove sta Renzi sul tema del lavoro?”.
Giorgio Gori il king maker di Renzi ha cercato anche me, dice Vendola. “Sono bravi, sanno fare comunicazione, creano reti e convincono che stare con loro conviene. Ma per andare dove? Non è la nostra strada, quella”.
Con Di Pietro c’è un problema legato all’attacco a Napolitano: un problema serio, ma anche su questo “si deve lavorare.
Il Presidente della Repubblica non è certamente una minaccia per questo paese, al contrario è una presenza di grande equilibrio e garanzia. Di Pietro dovrebbe piuttosto guardare al suo partito nel territorio, e renderlo presentabile e trasparente”.
Bersani, per completare la foto di Vasto, “è un’ottima persona, leale. È il migliore del suo gruppo dirigente, ha lui stesso interesse al rinnovamento che gli tolga dal collo il fiato della vecchia nomenclatura di partito, ha bisogno di una sponda forte a sinistra”.
E dunque che fare? Dargli la sponda? Stare con lui o, alle primarie, contro di lui?
“Ho bisogno di arrivare a fine mese per decidere. Primo, perchè non voglio che ci siano ombre giudiziarie sul mio conto. Io so di aver agito nel rispetto della legge, ma voglio che sia certificato. Non voglio che nessun elettore abbia imbarazzo, aspetto l’esito della giustizia. Secondo: voglio che siano definite le regole delle primarie, e se possibile capire dove andrà  la riforma della legge elettorale perchè se si torna al proporzionale, in sostanza, cambia tutto e le primarie per la leadership implodono. Io piacevo ai salotti della borghesia del centrosinistra quando ero quello con l’orecchino, l’Idrolitina delle acque morte del centrosinistra. Ma di piacere ai salotti non mi interessa. La fatwa contro di me è cominciata il giorno che sono andato ai cancelli di Pomigliano. La battaglia politica riparte da li.
Dal lavoro, dalla rappresentanza delle ragioni degli ultimi, dal diritto e dal merito. Coi referendum in cui il Pd non credeva, e poi 27 milioni di persone hanno fatto vincere la sinistra suo malgrado. I sindaci di Milano, di Cagliari, di Genova, le vittorie di cui il centrosinistra si è adornato le abbiamo portate noi. La Cgil diceva: quella per i referendum Fiat è una firma tecnica. Poi abbiamo visto dove ha portato, e abbiamo avuto i governi tecnici. È venuta l’ora di tornare a vincere e di fare politica. Se lo strumento siano queste primarie lo capiremo entro la fine del mese.
Però deve essere chiaro: le primarie sono uno strumento, non il fine. Per lo meno: non il mio. Lo spazio a sinistra non ce l’ha mai regalato nessuno, ce lo dobbiamo conquistare. Noi definiamo i nostri obiettivi, e vediamo chi ci sta.
Certo non andiamo a mettere il becco nelle diatribe interne al Pd: sono problemi loro. Quando si saranno chiariti e saranno pronti ci facciano un segno e allora cominceremo a discutere.
Ci dicano se le primarie sono il loro congresso. In questo caso le osserveremo con rispetto. Un minuto dopo si comincerà  a parlare di come e con quali forze governare il paese”.

Concita De Gregorio
(da “La Repubblica“)

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“ER BATMAN” E QUELLA VILLA AL CIRCEO PAGATA 800.000 EURO IN CONTANTI

Settembre 18th, 2012 Riccardo Fucile

DA DUE ANNI FIORITO NON DICHIARA PATRIMONIO… A FRONTE DI SPESE ELETTORALI IRRISORIE, GIA’ NEL 2005 AVEVA 5 AUTO DI LUSSO

C’è un angolo di Paradiso dove quel diavolo di Fiorito, er Batman, aveva fatto il nido. Perchè così raccontano ora, con il timore che si deve a un boss, in quel di Anagni, dove il “miracolo ciociaro” del nostro è cominciato.
Ma, soprattutto, perchè così documentano il catasto e la conservatoria di Latina.
È una villa di 8 vani nel cuore del Parco del Circeo, aggrappata al promontorio, lungo la strada del sole, la sterrata che lo taglia a metà , all’altezza del faro.
E se è vero che non è una novità  la passione dei tesorieri di partito per il mattone (il caso Lusi insegna), se è vero che di case, il “nostro”, ne ha collezionate come al Monopoli (all’agenzia del territorio risultano intestati a suo nome 8 fabbricati e 5 terreni ad Anagni, tra cui la prestigiosa tenuta della “Montagnola”; 1 fabbricato e un terreno a Piglio), questa del Circeo è una casa diversa dalle altre.
Non fosse altro per come è stata acquistata e quando è stata acquistata.
CASA ABUSIVA PAGATA IN CONTANTI
È il 28 novembre dello scorso anno quando il notaio di Anagni, Paola Di Rosa, stipula la compravendita della villa. Fiorito compra da una signora, M. D.
E quel che compra non è un immobile qualunque.
La casa è infatti la porzione di una villa dalle due grandi ali che, anni prima, è stata costruita abusivamente nel cuore della riserva naturale e che, nel Paese dei condoni edilizi licenziati dalla maggioranza politica di cui Fiorito è punta di diamante, è «in sanatoria». Il dettaglio è cruciale.
Per questo tipo di immobili, infatti, non c’è banca che conceda mutuo.
La compravendita non può che essere per contanti.
La proprietaria chiede 1 milione di euro. Fiorito la spunta per 800 mila.
Una montagna di grano che non ha difficoltà  a tirare fuori, vincendo un’asta “al ribasso” per la quale erano stati rifiutati 750 mila euro.
Sappiamo ora che, nel novembre dello scorso anno, Fiorito è nel pieno del vortice di bonifici con cui sta prosciugando il conto Unicredit da 6 milioni e mezzo di euro destinato alle spese del gruppo Pdl alla Pisana.
E certo la coincidenza dell’acquisto della villa in contanti qualcosa può significare. Anche perchè la circostanza che, in quei mesi, l’uomo sia liquido come una banca, è nel progetto che ha per il suo buen retiro.
Lo ricordano spesso in giro su una “Jeep” nera, compiaciuto nel vantarsi di un cabinato da 15 metri del cantiere “Manò Marine” ancorato nel porto di san Felice.
È un fatto che Fiorito chieda e ottenga che, in barba a qualunque vincolo paesaggistico, si realizzi un bel parcheggio di fronte alla villa.
E quando al cantiere vengono immediatamente messi i sigilli, pensa bene di sventrare un po’ di terreno per una piscina per la quale chiama muratori e idraulici da Anagni. Non ne avrà  tempo, perchè anche questo cantiere, aperto la scorsa estate, viene smontato in fretta e furia quando sul nostro piomba il dossier Battistoni.
DICHIARAZIONI DEI REDDITI ASSENTI
Del resto, l’acquisto della villa “in sanatoria” al Circeo e un tenore di vita da Creso de noantri devono essere motivo di qualche preoccupazione per il nostro.
E la conferma è negli archivi del Consiglio regionale.
Fiorito, che, nel suo doppio ruolo di tesoriere e capogruppo del Pdl, dovrebbe essere un esempio di “trasparenza”, dimentica infatti di rendere pubblica, come pure prevedono una legge dello Stato (la 441/82) e lo Statuto della Regione, la sua situazione patrimoniale e dunque rende impossibile la discovery non solo di ciò che guadagna con il suo stipendio da consigliere, ma anche delle sue proprietà  immobiliari.
Su tre anni di consiliatura – 2010, 2011, 2012 – presenta infatti una sola dichiarazione, nell’estate del 2010.
Nè, a quanto pare, qualcuno lo sollecita a farlo.
Tantomeno chi oggi, nella sua maggioranza, lo taccia del rubagalline.
Quel solo pezzo di carta firmato da Fiorito in tre anni si riferisce ai suoi cespiti del 2009, quando è ancora “soltanto” un consigliere di opposizione nella Regione guidata da Marrazzo, quando ancora non è cominciata la pesca nelle casse della Regione.
Il suo modello “Unico” registra un reddito da lavoro dipendente di 124 mila 995 euro lordi.
Mentre, genericamente, dichiara la proprietà  di 4 fabbricati e un terreno ad Anagni (abbiamo visto che, oggi, di immobili in Ciociaria ne risultano otto) e di un immobile a Roma. E non è tutto.
PROPAGANDA DA PEZZENTE E 4 AUTO
Nell’auto-certificazione che accompagna quella sua unica dichiarazione, Fiorito giustifica come spese per la sua propaganda elettorale una miseria. Poco più di 24 mila euro.
Più o meno un quinto del valore di quello che, in quel momento, dichiara essere il suo parco macchine: una Jaguar XJ e una Mercedes 600 sl immatricolate nel 2003, una Mercedes 320 sl del 1996 e una Bmw x5 immatricolata nel 2008.
Lo stesso tipo di Suv che ricomprerà  nel 2011 (con soldi non suoi) e senza la quale, evidentemente, proprio non sapeva stare.
Forse perchè la più adatta a tenere stretto il «rapporto tra elettore ed eletto».
O magari a raggiungere la sterrata del Circeo.

Carlo Bonini
(da “La Repubblica“)

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ANCHE IL PD LAZIO NEI GUAI: PER CENE E TV SPESI 200.000 EURO CON FATTURE OPACHE

Settembre 18th, 2012 Riccardo Fucile

FINANZIATE TV LOCALI… EMERGONO RICEVUTE PER MIGLIAIA DI EURO PER CENE ELETTORALI IN RISTORANTI PER POCHI INTIMI

Lo scandalo dell’ex capogruppo del Pdl Franco Fiorito, le spese del partito a uso e consumo dei consiglieri scuote la maggioranza che sostiene la governatrice Renata Polverini.
Nel Partito democratico la musica è diversa con un bilancio pubblico.
Anche se a guardare i conti, emerge che i democratici hanno investito una parte dei soldi dei cittadini per pagare servizi tv, giornali e cene elettorali.
Pochi giorni fa è partita l’operazione trasparenza, il Pd ha pubblicato on line la relazione sull’impiego dei fondi erogati al gruppo consiliare nel 2011.
Un tesoretto di 2 milioni di euro per il principale partito di opposizione.
Spulciando il documento spuntano voci che fanno discutere.
In Emilia Romagna le comparsate in tv dei politici hanno provocato dibattito e polemiche, per il Pd sembra la norma.
Il Partito democratico paga per servizi televisivi, approfondimenti giornalisti, coperture di eventi.
Nel 2011, il Pd ha speso oltre 110mila euro saldando questo patto ‘anomalo’ tra politica e informazione.
Nel rendiconto, firmato dal tesoriere Mario Perilli e dal capogruppo Esterino Montino, si parte dai 16mila euro a Teleuniverso per ‘servizi televisivi gruppo Pd nella provincia di Frosinone’, per la stessa emittente altri 25mila euro per ‘realizzazione e messa in onda di numero 10 servizi e numero 13 trasmissioni de il Nodo’.
Ma Montino non si scompone e parla di una sorta di finanziamento indiretto a realtà  giornalistiche, falcidiate dai tagli all’editoria.
“Il caso citato — spiega il capogruppo Pd — riguarda una provincia colpita dai provvedimenti della politica sanitaria della giunta Polverini”, ma il punto non riguarda questo o quel tema, quanto piuttosto la necessità  di pagare le emittenti.
“Sosteniamo tv e giornali in modo che si possa differenziare il panorama informativo a livello locale”.
Insomma, il Pd sceglie discrezionalmente gli organi di informazione, li sostiene per migliorare la presenza in tv del partito e dare visibilità  alle questioni politiche avanzate.
Non solo la Ciociaria, soldi anche a Tele Rieti per diversi servizi tv e coperture di convegni, ad esempio 480 euro per ‘Riforma dei consultori si apra un confronto’, altri 720 euro per la ‘conferenza stampa presentazione piano casa’.
Quasi 8mila euro all’A.g.t.i, agenzia giornalistica televisiva italiana per “riprese televisive anno 2010”, altri 12mila euro alla stessa agenzia per “riprese e servizi televisivi messa in onda su rete oro e canale 926 Sky”.
Altri 25mila euro sono andati a Nuovo Paese sera per ‘pubblicazione e diffusione materiale informativo gruppo Pd Lazio, politiche sociali e sanitarie’.
Oltre sette mila euro vanno a Omar Sarubbo per ‘strategie comunicazioni per la provincia di Latina’ prima che lo stesso diventi, dopo lunga militanza, consigliere comunale per il Pd.
Altro capitolo è quello delle cene.
Il rendiconto riporta altri 23 mila euro con la dicitura “spese per alberghi, ristoranti e bar” ai quali vanno aggiunti altri 80 mila euro impiegati nell’organizzazione di eventi presso strutture ricettive come hotel rinomati e ristoranti, a volte, senza badare a spese.
Come al ristorante il Pinzimonio, a Fiumicino, dove per un incontro e un dibattito del gruppo Pd, come riportato in rendiconto, si sono spesi 8 mila euro, divisi in due fatture: una da 5400 euro e una da 2600 euro.
Anche se nel piccolo ristorante le chiacchiere si possono fare solo al tavolo e per pochi intimi, poco decine di posti.
Il proprietario risponde secco: “Io dibattiti non ne ricordo qui”.
Il tesoriere Pd Perilli interrogato in merito, ai nostri microfoni risponde imbarazzato: “Abbiamo fatto diverse cene, non è stato fatto un evento unico, ma una decina di iniziative di diversi consiglieri regionali e alla fine è stato fatto un unico bonifico, un cumulo“.
Anche se al Pinzimonio, sale dibattito non ci sono.
“Comunque — continua — su tutte le spese se ci sono anomalie, io parlo per me, io sono pronto a restituire i soldi e penso che i colleghi sono pronti a fare altrettanto”. All’agriturismo Il Borghetto, invece, sono stati spesi 5 mila euro tondi tondi per ‘un incontro con i cittadini di Fara Sabina’, al ristorante La Foresta quasi 9 mila euro per ‘convegno gruppo Pd’ più altri 9.800 euro per un catering in occasione di un altro incontro.
“Ricordo questa occasione — spiega Montino — abbiamo affittato le sale per un numero elevato di persone e poi bisogna considerare anche il rinfresco, una decina di euro a partecipante”.
C’è poi un’altra voce che spunta nel bilancio.
Il Pd, nel gennaio 2011, paga 18mila euro all’agenzia Key research per valutare il “sentimento politico cittadini territorio di Frosinone verso la giunta regionale”.
Al momento il Pd, assieme ai radicali, è l’unico partito ad avere messo on line il proprio bilancio.
“Noi — conclude Montino — nonostante le velate accuse del Pdl, non abbiamo nulla da temere altrimenti non avremmo pubblicato con questa dovizia di particolari il nostro rendiconto”.
Ma non è tutto per le spese della casta regionale.
A spulciare il rendiconto si scopre che sono stati spesi 4500 euro all’Enoteca La Tuscia per ‘spese di rappresentanza di Natale’.
“Si tratta di pacchi regalo, vini e altro, donati dal consigliere regionale Pd Giuseppe Parroncini ad amministratori locali, direttori di giornali e testate varie”.

Nello Trocchia
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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SERBIA, SALARI DA FAME: LA FIAT CHE PIACE A MARCHIONNE

Settembre 18th, 2012 Riccardo Fucile

STIPENDI DA 350 EURO PER TURNI DI 10 ORE, STRAORDINARI SPESSO GRATIS… PONTI D’ORO DAL GOVERNO DI BELGRADO… VIAGGIO A KRAGUJEVAC, DOVE IL LINGOTTO SI GIOCA IL FUTURO

Li vedi sfilare a fine turno sull’unico ponte che collega la fabbrica alla città . Polo bianca, pantaloni grigi, facce serie. Giovani in stragrande maggioranza, tanti ragazzi che dimostrano vent’anni o poco più.
Alle loro spalle, sulla parete dello stabilimento, incombe una scritta a caratteri cubitali, visibile a centinaia di metri di distanza: “Mi smo ono sto stvaramo”.
Che vuol dire, tradotto dal serbo: “Noi siamo quello che facciamo”. E loro fanno, eccome se fanno.
Gli operai dello stabilimento Fiat di Kragujevac, 140 chilometri a sud di Belgrado, stanno in fabbrica dieci ore al giorno, per quattro giorni la settimana. Quaranta ore in tutto, con altre otto di straordinario, che da queste parti, almeno per adesso, è diventato una faticosa consuetudine.
Non basta. Perchè il caporeparto, spesso e volentieri, chiede di lavorare un giorno in più, giusto qualche ora per fissare un pezzo mal riuscito o per dare una sistemata alle macchine.
Un’extra pagato? Magari. Tutto gratis. “Ma come si fa a dire di no al capo, che è anche un amico? ”, taglia corto un operaio, uno dei pochi che accettano di scambiare qualche parola.
È vero, alla Fiat di Kragujevac non si usa dire di no.
Perchè in Serbia un lavoratore su quattro proprio non riesce a trovare un posto.
E allora, con la disoccupazione al 25 per cento, l’inflazione al 10 e le casse dello Stato ormai allo stremo, la scritta sui muri della fabbrica (Noi siamo quello che facciamo) finisce per diventare un monito anche per chi sta fuori.
Voi non siete niente perchè non fate niente. E chi sta dentro la fabbrica non vuole certo tornare quello che era prima, una nullità , uno dei tanti che si arrangiano con il lavoro nero.
Meglio chinare la testa, allora. Ubbidire ai capi e tacere con gli estranei.
Vanno così le cose a Kragujevac, Serbia profonda, la nuova frontiera della Fiat predicata e realizzata da Sergio Marchionne.
Stipendi da 300-350 euro al mese, turni di lavoro massacranti, straordinari pagati solo in parte. Prendere o lasciare.
Ma un’alternativa, un’alternativa vera, nessuno sa dove trovarla.
E allora bisogna prendere, bisogna accettare l’offerta targata Italia.
Anzi, targata Fiat Automobiles Serbia, in sigla Fas, la società  controllata al 66,6 per cento da Torino e per il resto dal governo di Belgrado.
A Kragujevac lavorano circa 2.000 dipendenti: 1.700 operai, il resto sono dirigenti e amministrativi.
Lo stabilimento funziona a pieno regime solo da qualche settimana, ad oltre quattro anni di distanza dall’accordo che nel 2008 consegnò (gratis) a Marchionne fabbrica e terreni dove sorgeva la Zastava, storica azienda motoristica che fin dal 1954, ai tempi della Jugoslavia di Tito, ha prodotto auto su licenza della casa di Torino.
Esce da qui la 500L, l’unico modello davvero nuovo che i manager del Lingotto sono riusciti a mettere sul mercato nel 2012.
“Almeno 30 mila vetture entro la fine dell’anno”, questi gli obiettivi di produzione dichiarati dai vertici della Fiat per l’impianto di Kragujevac.
Obiettivi quantomeno ambiziosi. Anche perchè le auto, dopo averle fabbricate bisognerebbe pure venderle. E di questi tempi, un po’ in tutta Europa, le aziende del settore fanno una gran fatica a convincere i potenziali clienti.
Ecco perchè non si trova un analista disposto a scommettere sull’immediato mirabolante successo della versione large della 500, una monovolume che dovrà  conquistare spazio in un segmento di mercato già  presidiato da rivali come la Citroà«n C3 Picasso, la Opel Meriva e la Hyundai ix20.
Anche ai più ottimisti tra i tifosi di Torino sembra improbabile che la 500L sia sufficiente, da sola, a garantire la sopravvivenza del modernissimo stabilimento di Kragujevac. “Siamo in grado di produrre tra 120 mila e 180 mila auto l’anno, tutto dipende dalla domanda di mercato”, ha dichiarato il numero uno di Fiat Serbia, Antonio Cesare Ferrara, in una recente intervista all’agenzia di stampa Tanjug.
Già , tutto dipende dal mercato.
Anche Marchionne se la cavava così quando raccontava dei 20 miliardi di investimenti del fantomatico piano “Fabbrica Italia”.
Poi s’è visto com’è andata a finire. Parole al vento.
In Serbia, invece, fonti del governo di Belgrado e anche del gruppo italiano nei mesi scorsi hanno accreditato l’ipotesi che Kragujevac possa arrivare a produrre oltre 200 mila auto l’anno.
Tante, tantissime, se si pensa che quest’anno i quattro impianti italiani della Fiat non arriveranno, messi insieme, a 500 mila vetture, con la storica fabbrica di Mirafiori (quasi) ferma a quota 50 mila, forse anche meno. La domanda, a questo punto, è la seguente.
Perchè mai Marchionne dovrebbe accontentarsi di far viaggiare a mezzo servizio uno stabilimento nuovo di zecca, moderno ed efficiente a poche centinaia di chilometri dalla frontiera italiana?
E per di più con tanto di manodopera qualificata e con un costo del lavoro pari a meno di un quinto rispetto a quello degli operai del Belpaese?
Le possibili risposte sono due.
La prima: la 500L si rivela un clamoroso successo planetario, travolge le dirette concorrenti sul mercato e arriva a sfiorare i livelli di vendita delle best seller del gruppo, Punto e Panda.
Tutto è possibile, certo, ma al momento un boom di queste dimensioni sembra davvero improbabile.
Ipotesi numero due: la 500 in versione large serve giusto per il rodaggio della fabbrica serba. Il bello (si fa per dire) viene dopo.
Quando Marchionne, accantonato una volta per tutte il bluff di Fabbrica Italia, annuncerà  nuovi tagli negli stabilimenti italiani.
Colpa del crollo delle vendite, si dirà , che rende insostenibili i costi di produzione nella Penisola.
L’alternativa? Eccola: si chiama Kragujevac.
Da queste parti la Fiat ha già  accumulato due anni di ritardo rispetto ai piani di partenza e non può più permettersi battute a vuoto.
Il governo serbo, da parte sua, ha fatto ponti d’oro all’investitore straniero. Ha regalato terreni e stabilimento (peraltro ridotto quasi in macerie dai bombardamenti della Nato del 1999), ha istituito una zona franca, ha garantito esenzioni fiscali e contributive , ha investito decine di milioni di euro nel progetto promettendo, in aggiunta, nuove strade e ferrovie.
Solo che nel frattempo Belgrado ha finito i soldi e pure il governo è cambiato.
Con le elezioni del maggio scorso ha perso il posto Boris Tadic, il presidente che insieme al ministro dell’economia Mladjan Dinkic, era stato il principale sponsor di Marchionne.
Adesso comandano Tomislav Nikolic (presidente) e Ivica Dacic (primo ministro), due vecchie volpi della politica locale, nazionalisti un tempo vicini a Slobodan Milosevic. Così a Belgrado non si parla quasi più di entrare nella Ue e la stella polare del nuovo governo è Vladimir Putin, che si è affrettato a promettere appoggio politico e, soprattutto, soldi a palate.
Anche Marchionne è stato costretto a fare i conti con la coppia Nikolic-Dacic.
Il piatto piange. Il capo della Fiat reclamava 90 milioni cash a suo tempo promessi da Belgrado. Nessuno scontro. L’accordo è arrivato a tempo di record.
Il governo si impegnato a pagare in due rate. La prima, 50 milioni, entro la fine dell’anno. Il resto nel 2013.
Marchionne, che ha incontrato Nikolic a Kragujevac il 4 settembre scorso, a quanto pare si fida. O finge di farlo.
Del resto il capo del Lingotto sa bene che i serbi a questo punto non possono tirarsi indietro. La perdita dei posti di lavoro promessi dalla Fiat sarebbe una catastrofe politica per il nuovo esecutivo. Marchionne, grande pokerista, ancora una volta può giocare le carte migliori.
E a Belgrado non c’è neppure bisogno di bluffare.
Il piano “Fabbrica Serbia” ormai è realtà .

Lorenzo Galeazzi e Vittorio Malagutti
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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INTERVISTA A MARCHIONNE: “DA NOI L’AUTO E’ IN AGONIA MA MANTERRO’ FIAT IN ITALIA CON I GUADAGNI FATTI ALL’ESTERO”

Settembre 18th, 2012 Riccardo Fucile

L’AD DEL LINGOTTO REPLICA ALLE CRITICHE: “PARLANO TROPPI MAESTRI IMPROVVISATI”…”RISPONDERO’ AL GOVERNO, MA OGNUNO FACCIA LA SUA PARTE”

Sergio Marchionne, in poche righe di comunicato lei ha seminato il panico sul futuro della Fiat in Italia, poi se n’è andato in America senza spiegare niente. Qui ci si interroga sul destino di stabilimenti, famiglie, comunità  di lavoro, città . Cosa sta succedendo, e che cosa ha in mente?
«Sta succedendo esattamente quello che avevamo detto alla Consob un anno fa. Ho dovuto ripeterlo perchè attorno a Fabbrica Italia si stava montando una panna del tutto impropria, utilizzando il nome della Fiat per ragioni solo politiche: a destra e a sinistra, perchè noi siamo comunque l’unica realtà  industriale che può dare un senso allo sviluppo per questo Paese. Capisco tutto, ma quando vedo che veniamo usati come parafulmine, non ci sto, e preferisco dire la verità . Non si investe in un mercato tramortito dalla crisi. Ma io non mollo e sono qui. Non dipingetemi come l’uomo nero Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat
E qual’è la verità , il blocco degli investimenti in Italia dando tutta la colpa alla crisi?
«No, questa è semplicemente una sciocchezza. Abbiamo appena investito circa un miliardo per la Maserati in Bertone (una fabbrica rilevata da noi nel 2009 che non aveva prodotto vetture dal 2006), altri 800 milioni per Pomigliano: le sembra poco?».
La sua verità , allora?
«Semplice. La Fiat sta accumulando perdite per 700 milioni in Europa, e sta reggendo a questa perdita con i successi all’estero, Stati Uniti e Paesi emergenti. Queste sono le uniche due cose che contano. Se vogliamo confrontarci dobbiamo partire da qui: non si scappa».
La paura è che stia scappando lei, dottor Marchionne. Bassi investimenti in Italia, zero prodotti nuovi. Non è così che muore un’azienda che ha più di cent’anni di vita?
«Mi risponda lei: se la sentirebbe di investire in un mercato tramortito dalla crisi, se avesse la certezza non soltanto di non guadagnare un euro ma addirittura – badi bene – di non recuperare i soldi investiti? Con nuovi modelli lanciati oggi spareremmo nell’acqua: un bel risultato. E questa sarebbe una strategia manageriale responsabile nei confronti dell’azienda, dei lavoratori, degli azionisti e del Paese? Non scherziamo».
Ma i suoi concorrenti sono europei come la Fiat, operano sullo stesso mercato, eppure non hanno alzato le braccia. Tutti incoscienti e irresponsabili, anche quando guadagnano quote di mercato a vostro danno?
«Senta, perchè non guardiamo le cifre che parlano da sole, molto meglio della propaganda? Lei le conosce? In Italia l’automobile è precipitata in un buco di mercato senza precedenti, un mercato colato a picco nel vero senso della parola, ritornato ai livelli degli anni Sessanta. Sa cosa vuol dire? Che abbiamo perso di colpo quarant’anni. E si capisce, se uno è capace di guardarsi attorno. Il Paese soltanto un anno fa era fallito, lo avevamo perduto. Solo l’intervento di un attore credibile ha saputo riprendere l’Italia dal baratro in cui era finita e risollevarla. Ce lo siamo dimenticato? E qualcuno vorrebbe che la Fiat, in mezzo a questa tempesta, si comportasse tranquillamente come prima, quando c’era il sole? O è un’imbecillità , pensare questo, o è una prepotenza, fuori dalla logica».
Ma lei guida la Fiat dal 2004. Molti, come Diego Della Valle, dicono che è colpa sua. Cosa risponde?
«Che tutti parlano a cento all’ora, perchè la Fiat è un bersaglio grosso, più delle scarpe di alta qualità  e alto prezzo che compravo anch’io fino a qualche tempo fa: adesso non più. Ci sarebbe da domandarsi chi ha dato la cattedra a molti maestri d’automobile improvvisati. Ma significherebbe starnazzare nel pollaio più provinciale che c’è, davanti ad una crisi che ci sfida tutti a livello mondiale. Finchè attaccano me, comunque, nessun problema. Ma lascino stare la Fiat, per rispetto e per favore».
È normale che il Paese si preoccupi davanti al rischio che la Fiat vada via dall’Italia, che lei scelga l’America, che si perda la sapienza del lavoro nell’automobile. Perchè lei non ha risposto a queste paure?
«Se vuol dire che potevamo comunicare meglio, possiamo discuterne. Ma la sostanza non cambia».
Ma lei dopo cent’anni di storia intrecciata tra la Fiat, Torino e l’Italia, con creazione di lavoro e di ricchezza ma anche con un forte sostegno dello Stato, non sente oggi un dovere di responsabilità  nazionale?
«Scusi, se il quadro è quello che le ho fatto, e certamente lo è, si immagina cosa farebbe qualunque imprenditore al mio posto? Cosa farebbe uno straniero, in particolare un americano, un uomo d’azienda con cultura anglosassone? Dovreste rispondervi da soli ».
Qui sta la sua responsabilità  nei confronti del Paese?
«In questa situazione drammatica, io non ho parlato di esuberi, non ho proposto chiusure di stabilimenti, non ho mai detto che voglio andar via. Le assicuro che ci vuole una responsabilità  molto elevata per fare queste scelte oggi».
Ma due anni fa lei aveva detto a Repubblica che le quattro lettere Fiat avrebbero conservato il loro significato: ancora Fabbrica, sempre Italiana, per produrre Automobili, e tutto questo a Torino. Oggi se la sente di confermare?
«Siamo qui. Anzi, io sono a Detroit, ma sto proprio partendo per l’Italia. Non mollo, se è questo che vuole sapere».
Ma lei ha appena detto che Fabbrica Italia è superata. Questo significa che l’impegno di investire in quel progetto 20 miliardi non viene mantenuto. Non si sente in colpa?
«Quell’impegno era basato su cento cose, e la metà  non ci sono più, per effetto della crisi. Lo capirebbe chiunque. Io allora puntavo su un mercato che reggeva, ed è crollato, su una riforma del mercato del lavoro, e ho più di 70 cause aperte dalla Fiom. Soprattutto, da allora ad oggi il mercato europeo ha perso due milioni di macchine. C’erano e non ci sono più. Tutto è cambiato, insomma. E io non sono capace di far finta di niente, magari per un quieto vivere che non mi interessa. Anche perchè puoi nasconderli, ma i nodi prima o poi vengono al pettine. Ecco, siamo in quel momento. Io indico i nodi: parliamone».
Cala il mercato europeo, ma dentro quel mercato Fiat crolla molto più di altri. Perchè?
«Perchè il mercato italiano per noi è assolutamente preponderante, pesa più di quello degli altri Paesi messi insieme: e il mercato italiano e spagnolo sono quelli che hanno perduto di più. Non è un’equazione troppo difficile».
Ma gli altri produttori europei continuano a sfornare modelli. Fiat è ferma, vuota e assente. Non è anche così che si lascia andare a picco il mercato?
«Se io avessi lanciato adesso dei nuovi modelli avrebbero fatto la stessa fine della nuova Panda di Pomigliano: la miglior Panda nella storia, 800 milioni di investimento, e il mercato non la prende, perchè il mercato non c’è. Provi a pensare: se quell’investimento io lo avessi moltiplicato per quattro, se cioè avessi pensato in grande, diciamo così, la Fiat sarebbe fallita entro il 2012 e adesso saremmo qui a parlare d’altro. Io dovrei andarmene in giro col cappello in mano, chiedendo soldi non so a chi: agli azionisti, al governo, ad un altro convertendo».
Ma la rinuncia a nuovi modelli non è una resa, una rinuncia al mestiere e a stare sul mercato?
«Con un modello nuovo, nelle condizioni di oggi, magari avrei venduto trentamila macchine di più, glielo concedo. Ma magari, mi conceda lei, avrei perso due miliardi di più».
Il rischio è di disperdere un know how, una sapienza del lavoro, un universo dell’indotto, un marchio storico. Non ci pensa?
«Le rispondo così: lei non può saperlo, ma nei piani strategici del 2004 la Peugeot aveva considerato la Fiat fallita, e aveva programmato la conquista delle sue quote di mercato, come se la nostra azienda non ci fosse più. Fallita, cancellata, capito? Oggi la situazione è completamente diversa. Bisogna solo capire in che mondo viviamo. C’è un rapporto di Morgan Stanley secondo cui nello scorso decennio General Motors ha pompato 12 miliardi di euro in Europa, a fondo praticamente perduto».
Questo cosa vuol dire? Che tutte le colpe sono del mercato e non vostre?
«Lasci stare le colpe, parliamo di numeri. Vuol dire che il mercato non c’è. In Italia siamo sotto un milione e 400 mila automobili vendute, ciò significa che ne abbiamo perse un milione e centomila in cinque anni».
E come vede l’anno prossimo?
«Male, molto male. D’altra parte la gente non ha più potere d’acquisto, magari ha perso il lavoro, i risparmi se ne sono andati, non ha prospettive per il futuro. Ci rendiamo conto? L’auto nuova è proprio l’ultima cosa, non ci pensano nemmeno, si tengono la vecchia ben stretta. È un meccanismo che si può capire ».
È anche colpa degli incentivi, che hanno spinto a comprare senza necessità ?
«Sono stati una droga, non c’è dubbio».
Ma ne avete beneficiato largamente anche voi, non ricorda?
«Ne abbiamo beneficiato tutti, noi, i francesi, i tedeschi. Ho sempre pensato che la droga avrebbe tramortito il mercato. Pensi che vendevamo un “Cubo” a metano a meno di 5 mila euro, 4.990: drogato al massimo».
Sono i famosi aiuti di Stato all’automobile, di cui oggi non dovreste dimenticarvi, non le pare?
«Già  l’ultima volta ho detto di no. Vedevo crearsi una bolla che gonfiava d’aria i tubi del mercato, per poi farli saltare prima o poi. Semplicemente si posticipava una crisi, una difficoltà  e un problema, invece di affrontarli».
Ecco, oggi la paura è proprio questa: che una Fiat americana non affronti il problema della produzione automobilistica in Italia, e non contrasti la crisi. Cosa risponde?
«Io gestisco un’azienda che fa 4 milioni e 100 mila vetture all’anno. La scorsa settimana sono andato a Las Vegas per un incontro con i concessionari: tra novità  e restyling gli abbiamo fatto vedere 66 vetture. Si rende conto? È il segno di un’espansione commerciale fantastica di un’azienda globale. Che va giudicata in termini globali. Chi cresce a questi ritmi negli Usa e anche in America Latina, forse sa fare automobili, forse capisce il mercato».
E l’Italia? Lei non può ignorarla.
«Ma lei non può pensare alla Fiat come a un’azienda soltanto italiana. Sarebbe in ritardo di dieci anni. La Fiat non è più un’azienda solo italiana, opera nel mondo, con le regole del mondo. Per essere chiari: se io sviluppo un’auto in America e poi la vendo in Europa guadagnandoci, per me è uguale, e deve essere uguale».
Se non fosse per quel problema della responsabilità  nazionale, nei confronti del Paese e di chi lavora, non crede?
«E qui lei dovrebbe già  aver capito la mia strategia. Gliela dico in una formula: cerco di assecondare la ripresa del mercato Usa sfruttandola al massimo per acquisire quella sicurezza finanziaria che mi consenta di proteggere la presenza Fiat in Italia e in Europa in questo momento drammatico. Fare diversamente, sarebbe una
Siete specializzati in utilitarie: non c’è l’idea di un’auto per la crisi?
«I modelli non invecchiano bene. Io posso lanciare la migliore automobile in un momento di mercato tragico come quello attuale, senza ottenere risultati: ma due anni dopo, quando magari le condizioni di mercato cambiano, quel modello è vecchio, e i soldi del mio investimento non li riprendo mai più».
Però state per lanciare la 500L, prodotta in Serbia. Quanto ci punta la Fiat?
«L’ho presentata agli americani lunedì scorso, l’accoglienza è stata fantastica, su quel mercato sono tranquillo perchè andrà  benissimo. E questo ci aiuterà . Ma se dovessi puntare solo sui risultati europei, non ce la farei mai e poi mai. E le aggiungo una cosa: io venderò la 500L a 14.500 euro. La Citroen ha deciso di vendere la C3 Picasso, che è un competitor, a meno di diecimila, per smaltire le giacenze. È una quota che sta sotto il mio costo variabile. Questo le dice come sta oggi il mercato in Europa».
Come spiega agli americani il successo a Detroit e il disastro a Torino?
«Quando spiego, loro fanno due conti e mi dicono cosa farebbero: chiusura di due stabilimenti per togliere sovracapacità  dal sistema europeo».
E lei?
«I conti li so fare anch’io. Se mi comporto diversamente, ci sarà  una ragione».
Cosa vuol dire?
«Che non parlo di eccedenze, non parlo di chiusure, dico solo che non c’è mercato per fare attività  commerciale garantendo continuità  finanziaria all’azienda».
E quando vede un cambio di mercato?
«Fino al 2014 non vedo niente. Per questo investire nel 2012 sarebbe micidiale. Salvo che qualcuno mi dica che per noi le regole non valgono. Ma deve mettermelo per scritto. Perchè quando siamo entrati in Europa, non sono solo saltate le frontiere, è saltata anche l’abitudine di fare un po’ di svalutazione nei momenti di crisi. Ora questo lusso non c’è più, e finchè Monti e Draghi hanno le mani sul timone, per fortuna dall’euro non usciremo. E allora, dobbiamo rispettare le regole»
Sembra un discorso riferito al governo. La stanno cercando e vogliono chiarimenti: li vedrà ?
«Se mi cercano li vedrò, certo. Immagino che incontrerò Passera, Fornero. Ma poi?».
Le chiederanno garanzie per la Fiat in Italia e vorranno sapere qual è il suo disegno strategico. Cosa dirà ?
«Sopravvivere alla tempesta con l’aiuto di quella parte dell’azienda che va bene in America del Nord e del Sud, per sostenere l’Italia, mi pare sia un discorso strategico».
Lei dunque s’impegna?
«Mi impegno, ma non posso farlo da solo. Ci vuole un impegno dell’Italia. Io la mia parte la faccio, non sono parole. Quest’anno la Fiat guadagnerà  più di 3 miliardi e mezzo a livello operativo, tutti da fuori Italia, netti di quasi 700 milioni che perderà  nel nostro Paese. È la prova di quel che le ho detto».
Ma anche Romiti sostiene che lei ha colpe precise, ha letto?
«Mi dispiace, ma il mondo Fiat che abbiamo creato noi non è più quello di Romiti. E anche la parola cosmopolita non è una bestemmia, come sembra intendere qualcuno. È l’unica salvezza che abbiamo. Ancora una cosa: io non sono nato in una casta privilegiata, mi ricordo da dove vengo, so perfettamente che mio padre era un maresciallo dei carabinieri».
Cosa intende dire?
«Che non sono l’uomo nero».
Col sindacato sì, sembra aver dichiarato una guerra ideologica alla Fiom, da anni Sessanta.
«Storie. Io voglio una riforma del lavoro, che ci porti al passo degli altri Paesi. Se la Fiat vuole essere partner di Chrysler, deve essere affidabile. Lo so che la Fiat di Valletta aveva asili e colonie, ma si muoveva in un mondo protetto dalla competizione, dazi e confini, che sono tutti saltati. Noi siamo in ballo, il gran ballo della globalizzazione: non è detto che mi piaccia ma come dicono in America il dentifricio è fuori, e rimetterlo nel tubetto non si può più».
Ma lei si rende conto che il lavoro oggi è il primo problema dell’Italia?
«Sì, da qui la mia responsabilità  nei confronti del Paese, che va di pari passo con quella nei confronti dei miei azionisti. Ma “repubblica fondata sul lavoro” vuol dire anche essere competitivi, creare occupazione attraverso sfide e competizioni. Questa cultura da noi manca».
Il professor Penati oggi su Repubblica, cercando di capire la sua strategia, le ha chiesto di essere coerente e di vendere le partecipazioni editoriali, per dimostrare che la crisi colpisce tutti i settori in crisi e non penalizza solo l’automobile. Può rispondere?
«Proprio a me venite a chiedere dei salotti buoni? Non li ho mai frequentati. E quando abbiamo avuto bisogno di qualcosa da loro, ho visto solo buchi nell’acqua».

Ezio Mauro
(da “La Repubblica”)

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CHI CERCA MARONI TROVA VOTINO, L’ESPERTA IN MATERASSI: “BOBBO, BOBBO: DOBBIAMO ASSICURARCI CHE LE CAMERE ABBIANO I LETTI MATRIMONIALI, MICA I DUE LETTINI UNITI”

Settembre 18th, 2012 Riccardo Fucile

LA BADANTE DIVENTATA ZARINA CHE CACCIA LE COLLEGHE BOSSIANE… NELLA LEGA CRESCE ANCHE TRA I MARONIANI L’INSOFFERENZA E MOLTI LA PARAGONANO A ROSI MAURO: “LEI ALMENO ERA STATA ELETTA”

Cerchi Maroni? Trovi Votino.
Fino a pochi mesi fa succedeva al Viminale, a Roma, ora anche in via Bellerio, nel quartier generale della Lega.
Isabella Votino, lamentano gli stessi uomini forti del partito, consiglia (e influenza) il nuovo capo tanto che ormai partecipa persino alle segreterie politiche.
“Almeno Rosi Mauro era stata eletta”, commmetano sempre più leghisti.
Il parallelo con il fu Cerchio magico di Bossi è scontato.
Le somiglianze molte, le differenze (per ora) numeriche: lei fa tutto da sola.
Ciò che ha infastidito (e parecchio)   anche i maroniani è stato ritrovarsi la giovane portavoce dell’ex ministro dell’Interno, da Montesarchio, in provincia di Benevento, “nel fortino dela Lega a parlare di Lega, di esponenti della Lega, di congressi della Lega, di scelte, commissariamenti e incarichi, senza sapere assolutamente nulla della Lega: non sa neanche cosa sia la festa dei Popoli Padani” si sfoga uno dei colonnelli di Maroni, componente della segreteria e”barbaro sognante” della prima ora. “Non sapeva del giuramento di Pontida, una bestemmia”.
Profonda conoscitrice dei poteri romani, Votino è tanto scaltra nei corridoi di Montecitorio quanto impacciata sul territorio leghista.
Sul quale però si ostina, tacco e tubino nero, a fare da ombra a Maroni.
Oggi sarà  con lui a Torino a presentare gli Stati generali del Nord che si terranno il 28 e 29 settembre.
Appuntamento che lancia il nuovo corso leghista: niente più corna e vichinghi, ma due giorni di dibattiti con ministri, economisti e imprenditori.
Evento gestito e organizzato da Votino che però sottopone gli aspetti più delicati al capo.
Lunedi scorso, per esempio, si aggirava disperata nei corridoi di via Bellerio: “Bobbo, Bobbo: dobbiamo assicurarci che le camere abbiano i letti matrimoniali, mica i due lettini uniti”.
Il parlamentare che riporta la scena cui ha assistito non ha scattato la foto del viso di Maroni che in quel momento stava valutando, assieme a deputati e e senatori, come intervenire nel dibattito sulla legge elettorale.
Ma è il nuovo corso   della Lega, quella che organizza una manifestazione contro l’Imu e poi il segretario va a dire in Tv che l’ha pagata; quella che dice che non vota per la spartizione delle poltrone in Rai e poi sostiene, insieme al Pdl, Luisa Todini, non a caso in ottimi rapporti con la Votino.
E’ il nuovo corso della Lega che adotta come slogan “Prima il Nord” e poi tenta di cambiare il suo dna sfruttanto le conoscenze romane per organizzare brunch, inviare cadeaux, pescare nei “Palazzi” del potere.
Tutto supervisionato da Isabella Votino.
Le prime a fare le spese della badante-zarina sono state le due addette stampa alla Camera del’era bossiana: Alessia Quiriconi e Giulia Macchi.
Licenziate entrambe un mese prima della scadenza del contratto.
Quiriconi, colpevole di aver collaborato per dieci anni con Marco Reguzzoni, ex capogruppo della Lega a Montecitorio e nemico numero uno di Maroni, ha ricevuto la lettera di licenziamento il giorno di ferragosto, appena ternminato un periodo di malattia.
Macchi l’ha ricevuta il 31 luglio per “interruzione del rapporto di fiducia”.
La Votino era pronta ad assumere un suo ex collaboratore al Quirinale, ma le nuove assunzioni sono state bloccate: la notizia dei licenziamenti, finita sui giornali, ha suggerito di temporeggiare.
Ora ci sono gli stati generali a Torino e i materassi da controllare.

Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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RUTELLI RESTITUISCE 5 MILIONI DEI FONDI SOPRAVVISSUTI ALLA GESTIONE LUSI, MA SI DIMENTICA DI DARE INDIETRO I 900.000 EURO INCASSATI DALLA SUA ASSOCIAZIONE

Settembre 17th, 2012 Riccardo Fucile

IL LIQUIDATORE DELLA MARGHERITA PRECISA I DETTAGLI DELLA RESTITUZIONE ALLA RAGIONERIA DELLO STATO… MA E’ SILENZIO TOMBALE SUI QUATTRINI GIRATI AL CENTRO STUDI DI RUTELLI

“Dopo avere preso contatti con la Ragioneria generale dello Stato ci apprestiamo ad effettuare il bonifico per una somma di 5 milioni di euro da un conto della Margherita a quello della Ragioneria Generale dello Stato”.
Lo dice Roberto Montesi, il presidente del collegio liquidatori della Margherita, precisando così l’annuncio di questa mattina di Francesco Rutelli a Sky Tg24. Il leader dell’Api aveva risposto a una domanda di chi scrive, che gli chiedeva conto della sua promessa del giugno scorso di restituire i milioni di euro percepiti sotto forma di contributi elettorali dalla Margherita, promessa fatta dopo le polemiche seguite al caso Lusi.
Rutelli stamattina ha promesso: “Entro 48 ore verseremo la prima tranche”. Ora il presidente dei liquidatori spiega i dettagli dell’operazione: “Entro domani, ma probabilmente già  oggi, nelle prossime ore, come deliberato dall’assemblea della Margherita il 16 giugno scorso, effettueremo il bonifico promesso su un conto corrente della Ragioneria Generale dello Stato”. Secondo Montesi l’entità  del versamento è più bassa dell’attivo di cassa del partito (che dovrebbe ammontare a 20 milioni) perchè “non bisogna confondere la cassa con l’attivo patrimoniale. Dopo avere eseguito gli accantonamenti per i rischi legali e per far fronte ad altri impegni come il versamento di un contributo di circa 3 milioni al quotidiano Europa, condizionato al verificarsi di determinate condizioni, abbiamo stabilito per ora di versare questo primo importante acconto. Solo più avanti potremo stabilire quanto resterà  disponibile per il saldo”.
Rutelli, però, non ha comunicato nulla sul destino dei fondi trasferiti dai conti della Margherita su quelli dell’associazione Cfs (Centro futuro sostenibile), presieduta da Rutelli stesso.
La somma di 900mila euro circa, proveniente dai contributi elettorali della Margherita gestiti dall’ex tesoriere Luigi Lusi, allo stato restano nella disponibilità  del leader dell’Api.

Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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