Settembre 1st, 2012 Riccardo Fucile
L’EX CALCIATORE, SIMBOLO DELL’ISOLA DENUNCIA: “POI NON VENGANO A DIRE CHE SONO UN POPOLO DI BANDITI: SONO STATI PRESI PER IL CULO MENTRE SI REGALAVANO MILIARDI AGLI IMPRENDITORI”
Gigi Riva è sardo per scelta, per indole, per natura insulare e per storia. 
Non è importante che sia nato nel Varesotto.
à‰ sardo e basta: è arrivato nell’isola nell’aprile del ’62 vivendo la cosa come una punizione e non se n’è più andato.
“Ho capito che sarei rimasto — ha detto una volta — quando andavamo in trasferta a Milano e ci chiamavano pecorai. O banditi”.
Gigi Riva è sardo perchè è il santo laico dell’isola, l’immaginetta che la gente appende accanto alla Madonna, perchè il suo Cagliari, alla Sardegna, ha regalato nome e orgoglio quando ancora non l’aveva.
È sardo e parla da sardo di questa estate in cui i nodi del falso sviluppo stanno venendo al pettine: dalle fabbriche alle miniere fino alla campagna.
Quando lo chiamiamo, dice subito: “Non voglio fare interviste”.
Poi capisce quale sarà l’argomento e parte da solo perchè anche con 67 primavere addosso è ancora “Rombo di Tuono”, il soprannome che gli diede il simpatetico Gianni Brera: “Sono in Sardegna da cinquant’anni e una situazione di questo genere non l’ho mai vissuta. Basta farsi un giro per strada a Cagliari per capire: vedi i negozi che non lavorano e nelle vetrine solo i cartelli affittasi. Qui vivono anche i miei due figli e tre nipoti e le dico che la situazione non ha vie d’uscita”.
Non le sembra di essere troppo pessimista?
Questa situazione non ha una via d’uscita: troppe famiglie sono senza lavoro, senza mangiare. Oggi se ne accorgono anche in regione e dicono di voler intervenire, ma la verità è che non hanno i mezzi. È una marea che monta: le fabbriche e i negozi che chiudono, è troppo tardi…
Non ha nessuna speranza nel futuro?
Ma mica è solo il Sulcis che è in crisi… E l’Alcoa e la Vinyls a Porto Torres e i pastori e il commercio? à‰ spaventoso. Chiudono e basta e questa gente non ha più niente nonostante che, per anni e anni, pur di avere un posto e uno stipendio se n’è andata a lavorare dentro queste fabbriche pericolose, velenose. Ecco cosa hanno fatto i sardi per poter lavorare.
Ma di chi è la colpa di questa situazione?
à‰ una cosa che nasce da lontano, da quando c’era la cosiddetta ‘Rinascita della Sardegna’ (il Piano di rinascita è del 1962, ndr) e hanno regalato soldi a questo e quell’altro: gente che veniva qui portandosi dietro macchinari usati e facendoseli pagare per nuovi. E adesso si vedono i risultati.
Quindi che succederà in Sardegna?
Lo ripeto: è una situazione delicata e pericolosa perchè c’è troppa disperazione e i sardi li vedo decisi. Poi non vengano a dire che sono un popolo di banditi, perchè questa gente, ai tempi della rinascita, è stata presa per il culo mentre si regalavano miliardi a imprenditori del continente e stranieri.
Potrebbe intervenire il governo, magari, fare investimenti nell’isola.
Ma che devono fare? Se almeno nel Paese ci fossero risorse… e invece c’è la crisi. Lo vede? Anche questo governo è già incasinato: i politici non possono nemmeno aspettare di vedere che risultati porta che già vogliono tornare al potere. Sono abituati a mangiar bene e non possono rinunciare nemmeno al dolce.
Anche la regione ha presentato dei progetti per il rilancio delle industrie.
Cappellacci, il presidente, è una brava persona, io lo conosco, posso dire che è un mio amico, ma è stato messo lì. Come tutti i politici sardi, d’altronde, che sono solo impiegati di quelli del continente. Sono convinto che se potesse fare qualcosa, lo farebbe, ma non può, è troppo tardi.
E allora?
Nelle scuole bisognerà ricominciare a dire ai bambini che la Sardegna è collegata con tutta Europa e bisogna andare a prendere il lavoro dove c’è, in Portogallo, in Germania o in Lussemburgo. Succederà come quando, molti anni fa, andai con un mio amico a Seui, un paesino, e c’erano solo vecchi perchè i giovani lavoravano fuori.
E la stampa? Come si occupa della Sardegna?
I giornali benestanti mettono la notizia, dicono che c’è la crisi, ma non la spiegano, non la trattano. Non ne hanno bisogno.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 1st, 2012 Riccardo Fucile
L’EX PREMIER CADE A VILLA CERTOSA, I FEDELISSIMI SONO IN DECLINO… DA BONAIUTI A FEDE CHE PROVA A FARSI IL PARTITO PERSONALE… SI SALVA MINZOLINI
Se non fosse stato per un laconico “non ne so nulla” sullo scambio tra “Fantantonio” Cassano e Giampaolo Pazzini, quest’estate potrebbe passare agli annali della storia politica del Paese come quella in cui il Cavaliere scomparve. Dai siti di gossip come dalle cronache sportive.
Per non parlare, poi, di politica, dove il sipario sulla loquacità di Silvio è calato il 22 giugno scorso.
Ma ieri ha fatto notizia una sua caduta, con lieve contusione a un polso e a una spalla.
Basso profilo anche per il suo entourage.
Si registra un unico comunicato vergato da Paolo Bonaiuti, portavoce in disarmo, vacanze nella natia Toscana e poi a villa Certosa.
In attesa di volare — forse — alla presidenza della commissione Cultura di Montecitorio.
Bonaiuti, 71 anni, potrebbe lasciare il posto di portavoce forse a Maria Rosaria Rossi, la “badante” ufficiale di Berlusconi.
Persino il solitamente loquace Denis Verdini alza le braccia al cielo. “E ‘un lo so…”, risponde in stretto toscano a chi gli chiede numi sulle mosse del Cavaliere. Eppure Verdini è quello che lo ha visto di più, il Cavaliere, in questo periodo.
Ha fatto la staffetta tra il Senato e villa Certosa per cercare di trovare la quadra sulla nuova legge elettorale.
Poi, l’altro giorno, quelle parole che vengono fatte trapelare, su Silvio che direbbe di sì a un accordo, ma solo per andare al voto a novembre, e Pier Luigi Bersani che dà lo stop.
Eppure Verdini giura che “Silvio è pronto a ripartire”. Sarà .
Ma intanto domina il silenzio.
Che solo l’avvocato deputato Niccolò Ghedini ha rotto, non tanto per fare il punto su intercettazioni e legge anti-corruzione al Senato, ma per limare le note (dolenti) del (non) accordo sul divorzio da Veronica Lario.
Lei non molla, Silvio neppure.
E lui soffre, come ha raccontato un invece loquacissimo Emilio Fede, presto in campo con il suo nuovo partito “Vogliamo vivere”, con il quale si candiderà “per non lasciare il centrodestra nelle mani di Daniela Santanchè”, comparsa a Venezia con Alessandro Sallusti, direttore del Giornale, addirittura sul red carpet.
A ben guardare, al Cavaliere non gliene sta andando bene una.
Mediaset è al tracollo.
Ci si è messo — ieri — persino Mauro Crippa, direttore generale dell’informazione del Biscione, a provocare il panico a Cologno Monzese aprendo le porte a un ingresso di Augusto Minzolini: un brutto segnale.
Il Milan, poi, meglio lasciar perdere.
Nenche l’ex ministro Claudio Scajola, reduce da una visita all’amico Francesco Bellavista Caltagirone, in carcere per la questione del porto di Imperia, inchiesta nella quale anche Scajola risulta indagato, è riuscito a tirarlo su di morale.
Sul Milan “Silvio soffre”.
Molto più di quanto ha sofferto quando è caduto nel parco della Certosa.
“Due giorni fa eravamo come sempre nel parco a fare un lavoro alternato di corsa e di cammino veloce — ha raccontato Giorgio Puricelli, fisioterapista del Milan e consigliere regionale del Pdl in Lombardia — è scivolato, è caduto e fortunatamente ha parato il colpo con la mano”.
Niente di grave, già tutto risolto.
Ma il morale di Silvio resta a terra.
Dicono che riemergerà dal silenzio nella crociera con i lettori del Giornale, prevista tra il 15 e il 16 settembre.
Oppure durante la festa di Atreju, dei giovani del Pdl, in agenda sempre a metà settembre.
Per ora, però, tace.
E continua a cadere.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 1st, 2012 Riccardo Fucile
IL LEADER DI SEL CHIUDE SIA AD UNA ALLEANZA ELETTORALE CHE A UN FUTURO ACCORDO DI GOVERNO CHE COMPRENDA L’UDC… E CERCA DI RICUCIRE TRA PD E IDV: “SPERO SI CONCENTRI SUL PROGRAMMA E LA SMETTA DI ATTACCARE IL QUIRINALE”
Il presidente di Sinistra e Libertà Nichi Vendola chiude a un’alleanza di governo con l’Udc,
confermando la linea già espressa nei giorni scorsi dal segretario del Pd Pierluigi Bersani e, però, se possibile indurendola. “Con Casini non si può governare il Paese – ha detto il leader di Sel – Senza Casini prendiamo più voti”.
Il partito oggi è in assemblea nazionale: “Il fronte progressista – aggiunge – è più forte se si presenta con chiarezza” e una eventuale alleanza con l’Udc “non aiuterebbe”. Tuttavia, se Bersani aveva spiegato che il centrosinistra deve essere “aperto” al dialogo con le forze moderate, Vendola esclude questa prospettiva, quando dice che con l’Udc non si può neanche governare.
“Di Pietro sbaglia quando attacca il Colle”.
A differenza di Bersani Vendola spera che Antonio Di Pietro possa far parte dell’alleanza di centrosinistra perchè rappresenta un “pezzo prezioso del centrosinistra”.
Ma con una riserva: “Spero che Di Pietro – spiega Vendola – possa concentrarsi sempre di più sull’agenda programmatica e la smetta di investire sulle macerie”. Secondo Vendola “è un profondo errore da parte di Di Pietro assediare il Quirinale anche perchè questo crea un solco con il centrosinistra”.
Anzi Vendola rivela che sta lavorando alla ricucitura con l’Italia dei Valori tanto che conferma che sarà ospite di Di Pietro a Vasto a metà settembre indipendentemente dalle scelte che farà Bersani: “Non ho nessun motivo di praticare una rottura con Di Pietro, anche perchè sto lavorando alla ricucitura”.
“Di Di Pietro – insiste – non condivido l’assedio polemico nei confronti del Quirinale, ritengo uno sport berlusconiano dare calci negli stinchi dell’arbitro, ma penso che anche votare il Fiscal compact o il pareggio di bilancio in Costituzione, come ha fatto il Pd, rappresenti un fatto grave. Queste divergenze non ci impediscono comunque lo sguardo sul futuro, in passato ci siamo molto divisi, ma ci possiamo unire nel voltar pagina e in questo chiedo a Di Pietro di concentrarsi sull’Italia in macerie e di non infierire su queste macerie, ma di adoperarsi per la ripresa”.
“Napolitano ha una storia limpida”.
Per rafforzare questa tesi Vendola chiarisce che “quella di Giorgio Napolitano è una storia limpida che nessuno può scalfire”.
Per il governatore della Puglia con gli attacchi al capo dello Stato “è tornata la storia più torbida per l’Italia.
Tirare dentro la palude il Quirinale con insinuazioni è una cosa che appartiene ai veleni che ammorbano il Paese”.
“Napolitano – ha concluso Vendola – è il custode dei valori costituzionali e gli italiani per questo lo rispettano. Ha fatto bene a porre correttamente il problema del vuoto normativo esistente sulla privacy del presidente”.
“E’ del tutto evidente – prosegue – che c’è chi gioca la partita del torbido. C’è chi pensa di far saltare la legittimazione e la credibilità anche delle istituzioni di garanzia, persino del Quirinale. Bisogna reagire con estrema durezza a questo tentativo di aggressione, sapendo tuttavia che chi occupa le stanze del Quirinale è un inquilino non ricattabile”.
Contro il Super Porcellum.
Il leader di Sel conferma la contrarietà all’attuale legge elettorale: “Io sono stato contrarissimo al ‘Porcellum’ e ho raccolto le firme per il referendum, ma passare dal premio di maggioranza per la coalizione a quello per il singolo partito vuol dire trasformare il ‘Porcellum’ in ‘Super Porcellum’ e io lo contrasterò in ogni modo”.
Il programma secondo Nichi.
E allora il programma. Cosa pensa Vendola?
“Se vogliamo governare questo Paese per affermare l’emancipazione ed i diritti e fissare un punto di chiusura alle politiche di austerity – ha detto – l’alleanza con Casini non si può fare: le nostre politiche sono il contrario del montismo, dell’austerity e dei totem e tabù del liberismo che, con il governo Monti si sono presentate come istanze tecniche, ma che sono invece politicamente di destra”.
“No a Monti fino all’eternità “.
Infine la crisi e l’operato del governo guidato da Mario Monti.
“Il centrosinistra deve mettere apunto un’agenda per il cambiamento e rendere così credibile la proposta per l’alternativa anche perchè diciamo con forza no a Mario Monti di qui all’eternità “.
Vendola non condivide per esempio i contenuti delle misure per lo sviluppo proposte dal ministro Corrado Passera.
E ha fatto ricorso ad una celebre battuta di Al Capone nel film Gli Intoccabili: “Sei solo chiacchiere e distintivo”. “All’interno di questo governo – ha aggiunto Vendola – Passera si è distinto per essere l’uomo che più si avvicina a questo slogan cinematografico”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 1st, 2012 Riccardo Fucile
I PRECARI SONO SALITI A 3 MILIONI… TRA I GIOVANI DAI 15 AI 24 ANNI IL TASSO E’ ARRIVATO AL 33,9%, PICCO PER LE RAGAZZE DEL SUD AL 48%
Record del tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) che nel mese di luglio è salito al 35,3%, in aumento di 1,3 punti percentuali su giugno e di 7,4 punti su base annua.
Lo rileva l’Istat (dati destagionalizzati e provvisorie).
Il ritmo di crescita annuo della disoccupazione giovanile è triplo rispetto a quello complessivo.
Tra i 15-24enni le persone in cerca di lavoro sono 618 mila.
Nel secondo trimestre del 2012 il tasso di disoccupazione dei 15-24enni sale al 33,9%, dal 27,4% del secondo trimestre 2011.
È il tasso più alto, in base a confronti tendenziali, dal secondo trimestre del 1993, inizio delle serie storiche.
Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24enni) sempre per il secondo trimestre 2012 tocca un picco del 48% per le ragazze del Mezzogiorno.
Nel secondo trimestre 2012 i lavoratori dipendenti a termine sono 2 milioni 455 mila, il livello più alto dal secondo trimestre del 1993 (inizio serie storiche).
Lo rileva ancora l’Istat, aggiungendo che sommando i collaboratori (462 mila) si arriva a quasi tre milioni di lavoratori precari
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Settembre 1st, 2012 Riccardo Fucile
SICUREZZA GLI INCIDENTI STRADALI, L’ITALIA FA MEGLIO DELLA FRANCIA… NEL 1972 LE VITTIME FURONO OLTRE 12.000
La cronaca ci insegue con tanti, troppi incidenti stradali. Di continuo. 
Ma le statistiche ci dicono anche che finalmente le morti sulle strade sono in deciso calo.
Secondo le ultime stime di Aci e Istat, nel 2011 l’Italia ha pianto 3.800 vittime. Sempre troppe.
Ma l’anno prima erano 4.090. E solo 5 anni fa, nel 2007, le vittime erano state 5.131. Eravamo la vergogna d’Europa per numero di decessi.
Quest’anno non più.
Nel 2011 ci sono state più vittime in Francia, con 3.963 morti, circa 160 più degli italiani.
Un altro obiettivo centrato, ancor più importante della finanza pubblica, dopo che nel 2007 ci eravamo impegnati con l’Europa a far qualcosa di serio contro la strage delle nostre strade.
Da allora si sono verificate alcune cose serie: un piano sicurezza stradale, un incremento esponenziale dei controlli con gli etilometri, una legge severa contro chi guida in stato di ebbrezza, tecnologie di controllo come Autovelox e Tutor.
E poi da ultimo ci si è messa la crisi: è evidente che se calano i volumi di traffico, se le autostrade e le statali sono meno intasate, di conserva calano anche gli incidenti. Specialmente quelli gravi.
Il trend di decrescita delle morti da incidente stradale è effettivamente costante. Secondo i dati raccolti dall’Asaps, associazione amici della polizia stradale, le morti sono diminuite con regolarità : cinquecento morti in meno ogni anno.
E così siamo arrivati al bel risultato di lasciare in testa i francesi, che pur avendo qualche milione di abitanti in più di noi, negli ultimi dieci anni avevano sempre avuto meno vittime della strada.
Il dato del calo è omogeneo anche se si va a guardare ai numeri del ministero dell’Interno, che raccoglie soltanto le statistiche di polizia e carabinieri e non quelli delle polizie municipali: a Ferragosto, risultavano 87.605 incidenti stradali nell’ultimo anno; l’anno prima erano stati 105.000.
E se anche ci si ferma ai morti registrati da polizia e carabinieri, e non alle diverse polizie municipali, che appunto sfuggono ai conteggi del ministero dell’Interno per via delle bizantinerie italiane, si scopre che a Ferragosto la ministra Annamaria Cancellieri aveva potuto vantare un buon risultato, passando da 2.458 a 2.058 vittime della strada in un solo anno.
Un piccolo miracolo italiano che si porta dietro una sforbiciata allo spread del dolore e dei costi sociali.
Un dato agghiacciante, sempre calcolato dall’associazione Asaps: l’Italia dal 1950 a oggi ha avuto più di 400 mila morti per incidente stradale e 14 milioni di feriti. L’anno peggiore della serie storica è stato il 1972: addirittura quell’anno furono 12.750 morti.
Fissato il successo di quest’anno, c’è però da fare di più.
Nei primi sette mesi del 2012, ad esempio, su 155 morti in incidenti stradali che si sono verificati sulla rete autostradale, ben 32 erano pedoni travolti.
Di questi, sedici erano scesi dal veicolo per una avaria al veicolo come un guasto al motore, una foratura, o addirittura perchè la vettura era rimasta senza carburante; dieci stavano camminando a piedi lungo l’autostrada (spesso stranieri scesi da autocarri) o stavano correndo per prestare soccorsi in precedenti incidenti; sei vittime sono definiti «superstiti da altro evento» ovvero si tratta di persone incorse in un precedente incidente e che, scese dal loro veicolo sotto choc, sono state travolte da un altro mezzo sopraggiunto.
L’Asaps spinge per una campagna di informazione su quanto sia pericoloso muoversi a piedi sull’autostrada.
In Parlamento, intanto, si ragiona su una modifica al codice della strada.
Mario Valducci, presidente della commissione Trasporti, ha annunciato che si potrebbe arrivare alla sospensione della patente fino a 15 anni per chi causa un omicidio stradale e viene trovato in stato di ebbrezza o sotto effetto di sostanze stupefacenti.
Se la Camera la voterà entro ottobre, potrebbe essere legge prima di Natale.
Francesco Grignetti
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Settembre 1st, 2012 Riccardo Fucile
DENUNCIA DELLA CGIA DI MESTRE: L’ITALIA E’ L’UNICO PAESE AD AVER REGISTRATO UN AUMENTO NEI PAGAMENTI TRA PRIVATI… NEL PUBBLICO LA SITUAZIONE E’ DRAMMATICA: SERVONO 180 GIORNI, CONTRO I 65 DELLA FRANCIA, I 43 DELLA GRAN BRETAGNA, I 36 DELLA GERMANIA
Dall’inizio della crisi alla fine di giugno di quest’anno, i fallimenti in Italia hanno sfiorato le 46.400 unità .
E’ la stima della Cgia di Mestre che rileva come tra questi poco meno di 14.400 (poco più del 30%) siano maturati a causa dell’impossibilità , da parte delle aziende, di incassare in tempi ragionevoli le proprie spettanze.
L’associazione dei piccoli artigiani veneta ricorda che secondo i dati di Intrum Justitia, la percentuale di aziende che in Europa falliscono a causa dei ritardi dei pagamenti è pari al 25% del totale.
Dato che nel nostro Paese i ritardi superano la media europea di circa 30 giorni, la Cgia ha stimato che la media italiana di aziende che falliscono a causa dei ritardi si attesta intorno al 31% del totale.
“Indubbiamente — rileva la Cgia — anche la crisi economica ha contribuito ad aggravare questa situazione, anche se, tra i principali Paesi dell’Unione europea, l’Italia è l’unico ad aver registrato, tra il 2008 ed i primi mesi del 2012, un aumento dei tempi effettivi di pagamento: + 8 giorni nelle transazioni commerciali tra le imprese private, + 45 giorni nei rapporti tra Pubblica amministrazione ed imprese. Drammatica la situazione per quelle attività che lavorano per lo Stato centrale o per le Autonomie locali. Se in Italia il pagamento avviene mediamente dopo 180 giorni, in Francia le aziende vengono saldate dopo 65 giorni, in Gran Bretagna dopo 43 giorni, mentre in Germania il pagamento avviene dopo appena 36 giorni”.
“Nonostante il Governo Monti abbia messo in campo alcune misure che entro la fine di quest’anno dovrebbero sbloccare una parte dei pagamenti che i privati avanzano dalla Pubblica amministrazione — commenta Giuseppe Bortolussi, Segretario della Cgia di Mestre — è necessario che venga recepita quanto prima la direttiva europea contro il ritardo nei pagamenti. La mancanza di liquidità sta facendo crescere il numero degli sfiduciati, ovvero di quegli imprenditori che hanno deciso di non ricorrere all’aiuto di una banca. E’ un segnale preoccupante — conclude Bortolussi — che rischia di indurre molte aziende a rivolgersi a forme illegali di accesso al credito, con il pericolo che ciò dia luogo ad un incremento dell’usura e del numero di infiltrazioni malavitose nel nostro sistema economico”.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 1st, 2012 Riccardo Fucile
HANNO TRA I 30 E I 40 ANNI, SONO DIVENTATI GENITORI TARDI PER AFFERMARSI NELLA PROFESSIONE… SCHIACCIATI TRA IL SUCCESSO NEL LAVORO E I DOVERI VERSO LA FAMIGLIA… L’ECONOMIST LI DEFINISCE GENERATION XHAUSTED
Sono i professionisti urbani a due velocità : quelli che vanno più lenti con la famiglia
per andare più forte nel lavoro.
Rimandano la nascita dei figli per potersi concentrare pienamente sulla carriera.
Ma quando la fanno si ritrovano in posizioni di comando in ufficio mentre sulla porta di casa li aspettano bambini ancora piccoli, biberon e pannolini.
“Generation Xhausted”, Generazione Esausti, li definisce l’Economist: i 30- 40enni d’oggi che hanno conquistato il potere precocemente, molto prima rispetto ai loro genitori, ma che si sentono stressati, svuotati di ogni energia.
Talvolta sono decisamente infelici, per l’accumulo di troppe responsabilità nel momento sbagliato.
Sono donne come Marissa Mayer, che a 37 anni e per la prima volta incinta viene nominata amministratore delegato di Yahoo, portata via a Google come una celebrità , osannata come la manager più in voga della stagione, ma incerta su come farà adesso a gestire impegni pubblici e privati; come Louise Mensch, 41enne scrittrice di romanzi rosa e deputata conservatrice in procinto di diventare ministro, che si è dimessa dall’incarico perchè non riusciva più a combinare i suoi impegni politici con quelli di madre di tre figli e moglie di un agente di rock star americane; come l’attrice 39enne Gwyneth Paltrow, che divisa tra i compiti di mamma a Londra e gli impegni cinematografici a Hollywood ha abbandonato l’Inghilterra nel tentativo di salvare famiglia e lavoro; come la politologa 49enne Anne Marie Slaughter, che ha lasciato il suo prestigioso posto di consigliera del segretario di Stato americano Hillary Clinton per tornare a occuparsi dei suoi due bambini, confessando in un articolo che ha fatto clamore sulla copertina della rivista Atlantic: “Non è vero che le donne possono avere tutto”.
Ma sono esauriti pure gli uomini, quando si trovano in condizioni simili.
David Cameron, diventato primo ministro britannico a 43 anni, con due figli che fanno le elementari e uno in fasce, è così sfinito che il mese scorso ha dimenticato uno dei suoi bimbi in un pub e poi è tornato a riprenderlo di corsa insieme alla scorta del servizio segreto.
George Osborne, cancelliere dello Scacchiere ad appena 38 anni, è accusato di essere un pessimo ministro del Tesoro e un padre così così perchè affaticato dalle duplici incombenze.
Ed Miliband, nominato leader del partito laburista a 40 anni e subito allietato dall’arrivo di due pargoletti che lo hanno spinto a mettersi in “paternità “, forse non ne è ancora uscito, commentano i maligni, sostenendo che il Labour è in mano al suo delfino Ed Balls.
Lo stesso fenomeno si nota nel business, dove i dirigenti delle grandi imprese sono più giovani di un tempo, e non solo in industrie digitali tipo Google (Sergey Brin ha 39 anni) e Facebook (Mark Zuckerberg ne ha 28): uno studio della Egon Zehnder International, società di cacciatori di teste aziendali, afferma che oggi il 40 per cento degli amministratori delegati di grandi aziende occidentali sono sulla quarantina, una percentuale raddoppiata negli ultimi quindici anni.
Anche loro, nonostante stuoli di baby-sitter, soffrono la sindrome dell’esaurimento fisico: vedi il caso del portoghese Antonio Horta-Osorio, 46enne chief executive officer del Lloyds Banking Group, astro in ascesa della City e padre di tre figli, che l’anno scorso ha dovuto mettersi improvvisamente in malattia per stress, “volevo fare troppe cose tutte in una volta”, ha dovuto riconoscere.
Non è il caso di Brin e Zuckeberger, certo, forse perchè nessuno dei due ha (ancora) fatto figli: ma uno studio del Financial Times riporta che nel 2012 c’è stato un numero record (320) di dimissioni di amministratori delegati in Europa, colpa di crisi e recessione, certo, ma anche del doppio peso su executive più giovani di guidare una società e spingere carrozzine.
Beninteso, il trend della spossatezza da eccessive responsabilità non riguarda soltanto capi di governo e super manager: anche nella fascia media delle professioni oggi si comincia a fare carriera prima di una volta, secondo dati dell’Office for National Statistics britannico.
Entro il compimento dei 38 anni, ammette Bagehot, pseudonimo del columnist più importante dell’Economist, “gli ambiziosi odierni sono già arrivati da qualche parte”: compreso lui, che confessa di averne 37.
Ciò è certamente un bene, se confrontato con le gerontocrazie del passato (o del presente, come in Italia, dove l’età media della classe dirigente politico-economica è 59 anni).
Ma può diventare anche un male, perchè spesso i 30- 40enni in carriera giungono a questi risultati rinviando la creazione di una famiglia e quando la formano si ritrovano schiacciati dalla doppia incombenza: il successo nel lavoro e i doveri verso i figli.
In Inghilterra l’età media in cui una donna partorisce è arrivata a 32 anni e continua a crescere; quella in cui un uomo diventa padre è ancora più alta, sfiorando i 35.
Nelle generazioni precedenti, i figli si facevano prima e il successo professionale arrivava più tardi: ora le due cose coincidono, figli e successo giungono praticamente insieme, esercitando una pressione spesso insostenibile.
“Ho scelto i figli e messo da parte la carriera”, ammette l’ex-deputata Louise Mensch. “Se vado in crisi prenderò un sabbatico familiare “, ipotizza Marissa Meyer.
“Riservo una sera alla settimana a una cena romantica con mia moglie e ogni week-end ai bambini”, suggerisce come soluzione David Cameron.
Ma un rapporto di Relate, società di consulenze familiari, indica che disturbi psicologici come la solitudine, la depressione e la nevrosi sono più comuni nella fascia di età fra i 34 e i 45 anni.
È anche il periodo in cui più facilmente si disintegrano le famiglie: in Gran Bretagna il più alto numero dei divorzi avviene entro tre anni dalla nascita dei figli.
Non a caso il sondaggio nazionale sulla felicità promosso dal governo britannico ha riscontrato che la soddisfazione personale ha una punta intorno ai 20-25 anni, poi cala fra i 30 e i 45, per tornare a salire dopo i 50.
La proverbiale “crisi di mezza età ” esiste ancora, ma non colpisce più in quella che era considerata la mezza età , bensì prima: dai 35 in poi. I ruoli si capovolgono.
I 55 anni sono i “nuovi 45”, affermano i sociologi: niente più ansia sul lavoro, figli finalmente grandi, voglia e possibilità di tornare a divertirsi.
Guardati con invidia da quelli che 45 anni li hanno davvero.
“Spent generation”, generazione di scoppiati, li chiama il dottor Frank Lipman, autore di un libro con quel titolo sui 40enni esausti del giorno d’oggi.
“La stanchezza di cui soffrono ha raggiunto livelli epidemici”, afferma l’autore, che poi offre anche qualche ricetta per non sentirsi più così a pezzi: “Dormire di più. Fare una pausa di almeno 15 minuti per il lunche almeno una passeggiata all’aperto al giorno. Abolire caffè e zuccheri. Provare la yoga, la meditazione, qualsiasi cosa. Ma soprattutto rallentare”.
Facile a dirsi, per lui, che ha 55 anni, la carriera risolta e figli grandi.
Più difficile se di anni ne hai 40, i tuoi dipendenti ti stanno fissando per ricevere gli ordini del giorno e poi devi correre a casa a preparare la pappa ai bebè
Enrico Franceschini
(da “La Repubblica“)
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Settembre 1st, 2012 Riccardo Fucile
LE PROTESTE POTREBBERO BLOCCARE IL PASSAGGIO DELLA LINEA NAPOLI-BARI…MENTRE IL TERRITORIO E’ DEVASTATO DAGLI ABUSI EDILIZI
L’ha detto il ministro dell’Ambiente Corrado Clini e l’ha confermato il governatore della Campania Stefano Caldoro: dietro il rogo di Acerra si scorge la mano della criminalità organizzata.
L’incendio delle 3 mila «ecoballe» di rifiuti destinate all’inceneritore è servito a farne sparire il contenuto?
Oppure è un segnale «che non sappiamo comprendere», come ha dichiarato Caldoro?
E quale segnale è invece quello della ferrovia che avrebbe dovuto passare da Acerra e per cui, a quanto pare, ora si dovrà cambiare progetto?
Si tratta, ha detto Fabrizio Barca ad Antonella Baccaro del Corriere , di una «linea che deve favorire il collegamento tra i principali poli industriali del territorio, che rappresentano il 55 per cento dell’intero settore della meccanica del Sud Italia». Un’opera strategica, dunque.
E nonostante sia stato «fatto in modo che qualsiasi decisione venga presa in merito nella Conferenza dei servizi, l’iter non si blocchi» a causa delle opposizioni materializzatesi contro l’attraversamento della città perchè, ha aggiunto il ministro della Coesione territoriale, «se entro il centinaio di giorni previsti il tracciato non verrà approvato, scatterà automaticamente quello alternativo, che è già varato», la domanda è più che lecita.
Che segnale è?
Per questo e altri interrogativi si potrebbe forse pretendere una risposta dalle diverse istituzioni locali, specializzate nei veti incrociati.
Magari dai politici avvezzi a cavalcare per ragioni elettorali ogni protesta popolare: mai e poi mai capaci di mettere la faccia su una scelta vantaggiosa per l’intera collettività se scomoda per qualche interesse particolare o di bottega, sempre prevalente.
Ma una risposta sarebbe giusto chiederla anche ai singoli cittadini pronti a indignarsi contro chi gli vuole mettere sotto casa un impianto per lo smaltimento dei rifiuti o una stazione ferroviaria, però disposti ad accettare in complice silenzio l’aggressione della speculazione edilizia al nostro territorio.
Per capire come mai l’Italia sia un Paese paralizzato, nel quale ogni cambiamento è difficile, basta scorrere l’elenco delle cose che succedono, e anche di quelle che «non» succedono, ad Acerra.La vicenda del contestatissimo inceneritore, per esempio.
La A2A, società che lo gestisce, informa che nei primi sei mesi del 2012 sono state smaltite in quell’impianto 290 mila tonnellate di spazzatura.
Più o meno la quantità di rifiuti che produce la città di Napoli.
Con questi ritmi, anche se quell’impianto venisse utilizzato solo per liberare la Campania dai milioni di «ecoballe» che si sono accumulate in oltre un decennio di emergenza, serviranno almeno 13 anni per liberare le centinaia di ettari di terreno una volta agricolo dove sono accatastate.
Questo, naturalmente, a meno di non riuscire a spedire l’immondizia in Olanda o in Germania dove la bruciano per produrre energia, come sta facendo il sindaco di Napoli Luigi De Magistris.
Tredici anni sono più di quanti, moltissimi, siano stati necessari prima per decidere di costruire il «termovalorizzatore» e poi per realizzarlo.
Ce ne sono voluti una decina.
Dieci anni di proteste contro i pericoli di inquinamento, mentre l’Istituto superiore della sanità documentava l’impressionante escalation di patologie gravi e gravissime causate dalle discariche (comprese quelle clandestine) nelle Province di Napoli e Caserta, dove la raccolta differenziata era inesistente.
Dieci anni di blocchi stradali, ricorsi al Tar e controricorsi al Consiglio di Stato, decreti di sospensione dei lavori, inchieste giudiziarie, polemiche sui costi astronomici dell’operazione: 355 milioni 550.240 euro pagati a Impregilo con i fondi Fas per lo sviluppo del Sud.
«Soldi che non creano alcun posto di lavoro, che non aprono un cantiere, non producono ricchezza», ha lamentato pubblicamente Caldoro.
Per non parlare del conto indefinibile, ma certo gigantesco, dei ritardi.
E dell’ombra inquietante della camorra che spesso ha fatto capolino in questa vicenda: unico soggetto che con l’emergenza rifiuti ci ha davvero guadagnato.
Come non bastasse, anche gli uomini di Chiesa hanno dato il loro fattivo contributo. Indimenticabile la grande marcia del febbraio 2003 contro l’inceneritore: alla testa dei manifestanti il vescovo di Acerra, Giovanni Rinaldi.
Che scagliava parole di fuoco contro il termovalorizzatore: «Noi non siamo il colabrodo di Napoli!». E non è ancora finita.
Di tanto in tanto la protesta riesplode, la strada si blocca e l’inceneritore pure.
Non si ricorda analoga determinazione contro il proliferare di orrende costruzioni, abusive e regolari, che mentre si infiammava la battaglia contro l’inceneritore sbranavano i terreni agricoli fra i più fertili del mondo.
La sola attività che non ha mai subito interruzioni per le proteste popolari o l’opposizione delle amministrazioni locali.
Dice l’Istat che dopo quella di Monza la Provincia di Napoli è la seconda d’Italia per consumo del suolo.
Il 43 per cento del territorio non è più naturale.
Questo sì che è un segnale che non si può non comprendere.
Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera”)
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