Destra di Popolo.net

PIU’ TAGLI NEL PUBBLICO IMPIEGO: RIDUZIONI OLTRE IL TETTO DEL 20%

Settembre 26th, 2012 Riccardo Fucile

TAGLI SELETTIVI E NON LINEARI: DEL 20% PER I DIRIGENTI, DEL 10%   PER GLI ALTRI DIPENDENTI PUBBLICI

Un percorso a tappe forzate per ridurre di almeno il 20% i dirigenti e del 10% gli altri dipendenti pubblici, come disposto dal decreto sulla revisione della spesa pubblica (spending review).
Un percorso che deve concludersi tassativamente entro il 31 dicembre.
Lo ribadisce la lunga direttiva adottata ieri dal ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi.
Il tempo a disposizione è così breve e gli adempimenti da fare così tanti e delicati che la stessa direttiva si conclude con una sorta di appello: «Data la complessità  della procedura e i tempi stretti di applicazione, si confida nella fattiva collaborazione di tutte le amministrazioni per la corretta e tempestiva predisposizione degli atti di competenza».
Destinatarie delle riduzioni di organico sono tutte le amministrazioni dello Stato, dai ministeri agli enti pubblici.
I tagli, sottolinea però la direttiva, ed è questo uno dei suoi principali contenuti, non dovranno essere lineari, ma «selettivi», perchè verrà  applicato il principio della compensazione, cioè un’amministrazione potrà  tagliare anche meno dei livelli indicati dalla legge (20% e 10%) purchè ciò venga recuperato con un taglio maggiore in un’altra amministrazione.
Le compensazioni potranno essere interne a una stessa amministrazione o «trasversali».
Si tratta infatti, si legge nella direttiva «di operare una riorganizzazione che non sia di meri tagli di posti, quindi solo quantitativa, ma che sia pensata, in termini qualitativi e qualificanti, come riassetto ed alleggerimento delle strutture».
Il tutto avverrà  con la consultazione con i sindacati, ma con una decisione finale che spetterà  allo stesso ministero della Pubblica amministrazione perchè è «chiara la scelta del legislatore di centralizzare la decisione», scrive Patroni Griffi.
Il quale prenderà  i provvedimenti di «riduzione degli assetti organizzativi» entro il 31 ottobre.
Per questo la direttiva dispone che enti pubblici e agenzie forniscano al ministero le proprie proposte di taglio già  entro venerdì 28 settembre, cioè tra due giorni, mentre le altre amministrazioni dello Stato hanno tempo fino al 4 ottobre.
L’altra specifica importante della direttiva riguarda i dirigenti, dove si dice che la percentuale di riduzione del 20% indicata dalla legge rappresenta «il valore minimo». «Sarebbe apprezzabile l’eventuale sforzo da parte delle amministrazioni di operare (…) riduzioni maggiori che siano il risultato di un effettivo ridisegno dell’organizzazione operato in relazione ad un fabbisogno essenziale».
Il ministro auspica insomma un taglio dei dirigenti superiore al 20%.
Decisiva per il calcolo dei tagli sarà  l’individuazione della «base di computo» risultante dopo le riduzioni di organico già  disposte con la manovra di Ferragosto del 2011.
Dai tagli sono escluse, chiarisce la direttiva, la scuola, l’Università  e gli istituti di alta formazione, che seguono specifiche normative.
Altre eccezioni riguardano il comparto sicurezza, vigili del fuoco, magistratura, ministero degli Interni e degli Esteri (diplomatici).
Fuori anche ministero dell’Economia e presidenza del Consiglio che avevano deciso per primi di dare l’esempio disponendo tagli al loro personale.
Per le amministrazioni che non metteranno il ministero in grado di disporre i provvedimenti di riorganizzazione entro il 31 ottobre, ricorda Patroni Griffi, scatterà  la sanzione prevista dalla legge che consiste nel «divieto di assumere, a qualsiasi titolo e con qualsiasi contratto».
Una volta individuati i tagli, entro il 31 dicembre dovranno essere quantificati gli esuberi non riassorbibili entro due anni, al netto dei dipendenti che potranno andare in pensione.
Gli esuberi verranno collocati in mobilità , entro il 31 marzo 2013, dove potranno restare al massimo per due anni in attesa di essere ricollocati in posti vacanti oppure di finire licenziati.

Enrico Marro
(da “Il Corriere della Sera“)

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PER VOTARE ALLE PRIMARIE DEL CENTROSINISTRA ALBO PUBBLICO ED ETA’ MINIMA DI 16 ANNI

Settembre 26th, 2012 Riccardo Fucile

BERSANI DISCUTE LE IPOTESI DI REGOLAMENTO: GLI ELETTORI DEVONO METTERCI LA FACCIA”

Per votare alle primarie basterà  aver compiuto sedici anni.
Si dovrà  donare al centrosinistra un obolo di due euro o più e lasciare il proprio nome, cognome, indirizzo e mail, che finiranno in un albo pubblico (e computerizzato) degli elettori progressisti.
Il regolamento ufficiale è ancora da scrivere, ma almeno a grandi linee la sfida tra Bersani e Renzi comincia a definirsi.
Il leader del Pd ne ha discusso con i suoi e si è ancor più convinto che gli elettori «debbano metterci la faccia».
D’altronde, è la tesi di Bersani, «come il Pd ha deciso di cedere sovranità » ai suoi sostenitori, così gli elettori devono «assumersi una responsabilità  nel sostegno al centrosinistra».
E poi, quando si trattò di incoronare Romano Prodi, l’elenco pubblico c’era già …
Matteo Renzi dovrà  mettersi il cuore in pace, sull’albo il segretario non molla.
Ha troppa paura dell’effetto «batman», quei dirigenti del Pdl a cui potrebbe venire voglia di inquinare le primarie per condizionare le politiche.
Come dice Matteo Orfini, responsabile Cultura e informazione in segreteria, «nessuno pensa di limitare la partecipazione degli italiani alle primarie, ma chiediamo ai nostri elettori un gesto di responsabilità ».
E se a un cittadino deluso da Berlusconi venisse voglia di votare alle primarie?
«È auspicabile che gli elettori del Pdl cambino idea – apre Orfini –. Se non hanno paura di dire che non sono più di centrodestra, iniziano a far parte di un progetto alternativo».
Si voterà  domenica 25 novembre o una settimana più tardi, il 2 dicembre.
E se Renzi, come parte del Pd, vuole il turno unico, Bersani insiste perchè la competizione si svolga in due tornate.
Certo, le regole dovranno essere discusse dall’assemblea nazionale del Pd il 6 ottobre e poi approvate dagli alleati, Sel in primis. Ma la bozza c’è.
Oggi per la prima volta si vedranno gli «sherpa» che i partiti hanno incaricato di scrivere le regole: Maurizio Migliavacca per il Pd, Francesco Ferrara per Sel e Marco Di Lello per il Psi.
Fosse per i socialisti, ogni elettore dovrebbe sborsare dieci euro e ogni partito non potrebbe schierare più di due candidati.
E poi, come spiega Di Lello, all’albo toccherebbe iscriversi «una settimana prima». Questo però, temono i democratici, rischia di restringere troppo la platea dei votanti, il che renderebbe inevitabili i confronti con le primarie di coalizione di Prodi: nel 2005 gli italiani che fecero la fila ai gazebo furono oltre quattro milioni.
Se si punta a eguagliare quei numeri c’è una sola via e cioè che registrazione e voto avvengano contestualmente.
Sul voto agli stranieri, dopo lo scandalo dei cinesi in coda a Napoli il dibattito è aperto.
Ma il nodo è Renzi, che a norma di Statuto deve ottenere una deroga per poter scendere in campo.
Autorevoli dirigenti del Pd vorrebbero non dargliela affatto, la deroga.
Bersani però si è impegnato pubblicamente e indietro non può tornare.
Ecco perchè ieri in segreteria si è deciso di fissare rigide «soglie di accesso». Il come è ancora allo studio.
Se si dovesse applicare alla virgola la carta fondamentale del partito, per candidarsi servirebbe la firma di 350 membri dell’assemblea o di 120 mila iscritti: soglie altissime, che gli «sherpa» saranno costretti ad abbassare.
E ieri è tornato a farsi sentire Romano Prodi.
Con una nota della portavoce Sandra Zampa l’ex premier ha fatto sapere che voterà  alle primarie, ma non dirà  per chi.
E dopo aver smentito di puntare al Quirinale, ha chiarito che la presenza del suo ex collaboratore Ernesto Carbone nello staff del sindaco non è un endorsement per Renzi: «L’opzione a favore di questo o quel candidato non riguarda in alcun modo il presidente». Bersani può tirare un sospiro di sollievo.

Monica Guerzoni
(da “il Corriere della Sera“)

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LE CONTAMINAZIONI DELLA NUOVA LEGA

Settembre 26th, 2012 Riccardo Fucile

VENERDI’ A TORINO CON GLI STATI GENERALI DEL NORD VA IN ONDA LA NUOVA LEGA IMBORGHESITA DI MARONI… SOCIETA’ DI CONSULENZA ALLE SPALLE, OSPITI MINISTRI E INDUSTRIALI: D’OBBLIGO METTERSI IL VESTITO BUONO PER ENTRARE NEI SALOTTI

Venerdì 28 a Torino con l’avvio degli Stati generali del Nord la nuova Lega targata Maroni tenterà  di cambiar pelle.
Di parlare del Nord più che della Padania.
L’esperimento – sono gli stessi leader del Carroccio a usare questo termine – si presenta impegnativo perchè da una parte bisognerà  dare corpo a una discontinuità  con le vecchie giaculatorie bossiane e dall’altra evitare che la base possa pensare a una cessione della primogenitura padana in cambio del solito piatto di lenticchie. L’obiettivo finale di Maroni è quello di aggiornare sia l’analisi del territorio e della crisi sia di formulare nuove proposte di intervento.
«A un ragazzo che resta disoccupato da anni non possiamo proporre solo di venire a Pontida» è la battuta che fotografa meglio il cambio di approccio.
Anche spulciando nei lavori preparatori dell’appuntamento torinese è possibile scorgere più di qualche elemento di novità .
Ad esempio il coinvolgimento nella preparazione del convegno di una società  di consulenza, l’inglese Ernst & Young, una delle big four del settore.
Ma soprattutto la presenza sul palco del Lingotto di almeno quattro ospiti esterni del calibro di Corrado Passera, Raffaele Bonanni, Giuseppe Guzzetti e Giorgio Squinzi, nessuno dei quali probabilmente avrebbe mai preso la parola ai tempi del Senatur.
La differenza è che se in passato la Lega tendeva a costruirsi in casa le rappresentanze (il sindacato padano, l’associazione dei commercianti padani), ora vuole dialogare e contaminarsi con i soggetti reali, si chiamino essi Confindustria, Rete Imprese Italia o Cisl.
Maroni ha scelto di andare agli Stati Generali senza un documento a tesi ma presenterà  alla platea il suo Manifesto dopo averlo testato nella prima giornata in sei gruppi di lavoro misti dove siederanno, gli uni accanto agli altri, leghisti e non leghisti.
Si abbassano dunque i ponti levatoi e la Lega si dichiara pronta a mettersi in gioco con un solo obiettivo irrinunciabile: il Nord e la salvaguardia della vocazione industriale del Paese.
Vedremo se l’esperimento funzionerà  e se il nuovo gruppo dirigente leghista riuscirà  a parlare non solo ai «padani ideologici» bensì a tutti coloro che considerano centrale la questione settentrionale.
In attesa del manifesto di Maroni qualche traccia sui nuovi orientamenti programmatici della Lega la si può cogliere qua e là .
Prendiamo il tema delle banche e del loro salvataggio.
I maroniani spingono per la soluzione adottata con la Royal Bank of Scotland, se lo Stato mette i soldi – anche via Tremonti bond – deve diventare azionista, nominare un management autonomo e controllare che la banca (leggi Monte dei Paschi) non faccia mancare il credito alle imprese.
Sul caso Marchionne la Lega non milita certo tra i supporter della Fiat e promette di vigilare contro la concessione di qualsiasi tipo di aiuto e incentivo ad hoc. «Se date i soldi alla Fiat dovete darli a tutti».
Infine le novità  più interessanti stanno maturando sul tema delle piccole imprese.
La Lega sta riconsiderando la sua posizione «museale», orientata alla pura e semplice conservazione dell’esistente.
Si comincia, anche se cautamente, a parlare di aggregazioni tra Pmi, di specializzazione produttiva, di innovazione.
Per chi ha avuto modo di frequentare le assemblee dei Piccoli la discontinuità  è lampante visto che gli interventi dei rappresentanti del Carroccio finivano sempre per esaltare l’individualismo degli artigiani senza spendere mai una parola a favore delle reti di impresa.
Se l’esperimento torinese riuscirà  Maroni affronterà  la campagna elettorale con le mani libere per cercare di recuperare sul terreno del consenso.
Perchè oggi il Carroccio deve difendersi da due nuovi concorrenti che possono ambire a influenzare l’elettorato ex-Bossi, il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo e la nuova formazione politica annunciata da Giulio Tremonti.
Non a caso tutti e tre i capi (Maroni, Grillo e Tremonti) nelle ultime settimane si sono contesi, almeno a parole, l’idea del referendum sull’euro.
Materia incandescente quanto elettoralmente appetibile.

Dario Di Vico
(da “Il Corriere della Sera“)

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CASA: IL CROLLO DEGLI ACQUISTI RILANCIA L’AFFITTO

Settembre 26th, 2012 Riccardo Fucile

CALO DELLE COMPRAVENDITE: PESANO LA CRISI E LE DIFFICOLTA’ DI ACCESSO AL CREDITO… TORNA IN AUGE LA LOCAZIONE

La necessità  di cambiare casa resta, ma ottenere finanziamenti per comprarne una è un’impresa. Di conseguenza il numero di contratti d’acquisto diminuisce, mentre torna a crescere quello dei contratti d’affitto.
Questo è il trend attuale del mercato immobiliare in Italia secondo quanto confernato anche dall’Istat, che oggi ha pubblicato i dati sulle compravendite nel primo trimestre del 2012.
Nei primi tre mesi dell’anno, le vendite di case (154.813 in totale) sono diminuite del 16,9 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Il 92,9 per cento dei contratti ha riguardato abitazioni (con un calo del 17,2 per cento rispetto allo scorso anno), il 6,3 per cento immobili ad uso economico (meno 11,8 per cento rispetto al 2011).
Il crollo del mercato è strettamente connesso non solo direttamente alla crisi, ma anche alla sempre maggiore difficoltà  di accesso al credito.
Lo dice il dato sui mutui, diminuiti del 49,6 per cento rispetto al primo trimestre 2011 (92.415 in totale).
In particolare, i prestiti garantiti da ipoteca immobiliare (64.116) hanno registrato una flessione tendenziale del 39,2 per cento, mentre quelli non garantiti   (28.299) sono diminuiti del 63,6 per cento.
A livello territoriale, il crollo più marcato di compravendite e di mutui (meno 74,5 per cento) si registra al centro, un po’ meno marcato al sud, mentre per gli immobili ad uso economico è il nord-ovest a registrare la flessione tendenziale più contenuta (meno 1,9 per cento).
I dati Istat dimostrano dunque che la recessione ha costretto gli italiani in cerca di casa ad accantonare il sogno dell’acquisto e virare sull’affitto.
Secondo uno studio di Immobiliare.it, elaborato sulla base delle rilevazioni effettuate sugli oltre 700.000 annunci presenti quotidianamente sul sito, nel primo semestre 2012 la domanda di immobili in locazione è cresciuta a un ritmo due volte superiore rispetto a quella degli immobili in vendita e il trend si conferma anche sul fronte dell’offerta.
Da gennaio a giugno, il prezzo medio di vendita delle abitazioni nei capoluoghi italiani è sceso del 2,7 per cento. “La difficoltà  di ottenere un mutuo ha reso l’iter per l’acquisto di una casa sempre più complesso – dice Guido Lodigiani, direttore Ufficio studi di Immobiliare.it   – ed è naturale che gli italiani abbiano dirottato il loro interesse verso soluzioni in affitto, pur perdendo i vantaggi del risparmio forzoso che garantisce l’acquisto di una casa; il calo dei prezzi di vendita degli immobili è diretta conseguenza di questo fenomeno”.
La tendenza alla corsa agli affitti è stata confermata anche nel corso di un convegno delle associazioni degli agenti immobiliari tenutosi di recente a Varese.
“Il numero delle locazioni è aumentato proprio a causa della diminuzione delle compravendite – spiega Dino Vanetti, vicepresidente di Fimaa (Federazione mediatori immobiliari) Varese –   chi non può acquistare perchè è sempre più difficile ottenere un mutuo, ma ha bisogno di cambiare casa, si rivolge necessariamente all’affitto. Un problema che vale per gli italiani, ma ancora di più per gli immigrati: la compravendita da parte loro è diminuita vertiginosamente, sempre per problemi di accesso al credito. Fortunatamente è cresciuta però la fiducia nell’affittare a cittadini stranieri, così il mercato, e le esigenze di chi cerca casa, vengono compensate”

Monica Rubino
(da “La Repubblica“)

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SPACCIO DI COCAINA ALL’UFFICIO POSTALE DEL SENATO: L’IMBARAZZO DEGLI ONOREVOLI E I SOLITI SOSPETTI

Settembre 26th, 2012 Riccardo Fucile

“QUI ALMENO UNO SU DIECI FA USO DI DROGA”…E C’E’ CHI TORNA A INVOCARE I TEST PER TUTTI

Piegano la bocca all’ingiù e rispondono tutti con uno scenografico «Mah», i senatori della Repubblica italiana.
Quel direttore delle Poste interne di Palazzo Madama, due accoglienti uffici vicino all’ingresso principale, non lo aveva mai visto nessuno.
Anche la foto, a scrutarla bene, non dice loro niente.
«Io ho sempre trattato con una donna», dice Marco Stradiotto, del Pd. «Magari lui stava dietro. E poi, sono tra quelli che hanno fatto l’esame del capello, quando lo propose Giovanardi. Droga qui? Ma non vede? Hanno una certa età , sono così tranquilli».
Con lui, Francesco Sanna: «Mi pare che non ci sia il mercato ideale. Mai viste nei bagni piste dimenticate. O forse dovremmo diffidare dei colleghi anziani troppo arzilli?».
E Nicola La Torre, addirittura, «macchè droga, qui vogliamo chiedere di mettere le sputacchiere».
Ad attraversare gli assopiti corridoi del Senato, sui soffici tappeti rossi nel torpore di un martedì pomeriggio, tutto verrebbe da pensare tranne che alla cocaina.
Eppure, in mezzo all’incredulità  dei più, c’è un senatore che – anonimo – rivela all’agenzia Dire: «Qui il dieci per cento di noi si droga».
E c’è il leghista Roberto Calderoli che prende la parola in aula per invocare le perquisizioni: «Se il presidente del Senato vuole escludere qualunque tipo di coinvolgimento dell’istituzione che presiede in un fatto di questa gravità , dovrebbe disporre un ordine per consentire il pieno accesso agli operatori di polizia giudiziaria ».
Che al Senato di norma non possono entrare, spiega Luigi Zanda, secondo cui Ranaldi «potrebbe essersi sentito protetto dall’ambiente».
Già , l’ambiente.
Fuori dall’aula, davanti a un succo di frutta, Calderoli spiega: «Non credo che negli uffici del Senato possano trovare qualcosa che vada oltre l’uso personale, ma non so cosa facesse e chi fosse questo signore: bisogna guardare dove poteva custodire qualcosa».
Le pare credibile, il dieci per cento di senatori che fa uso di cocaina?
«Mi sembra poco!».
Fuori i nomi, verrebbe da dire. Nessuno va al di là  delle battute.
Al limite, come Pancho Pardi, ricordano «quell’ex sottosegretario (Miccichè n.d.r.)   che la droga se la faceva portare perfino in ufficio.
“Però i senatori, supposto che ne facciano uso, non credo vengano ad acquistarla alla posta». Elio Lannutti ha portato ai colleghi i risultati tossicologici di quando fece il suo esame del capello, «Cattedra di tossicologia forense», si legge sull’intestazione: ha invitato tutti a fare l’antidoping.
Proposta che, ufficialmente, fanno Raffaele Lauro del Pdl e Alberto Filippi di Coesione Nazionale: «Dobbiamo dimostrare trasparenza con i test antidroga».
Per ora, nessuno li prende sul serio.
Anche se Lannutti è categorico: «Se c’è uno spacciatore ci devono essere i consumatori. Io ho passato una vita a difendere un altro tipo di consumatori, ma questi non sono difendibili».
E lei? «Vengo da una cultura contadina, mai neanche uno spinello».
Il presidente della Commissione Affari Costituzionali, Carlo Vizzini, fa notare: «Non siamo più giovanissimi, potrebbe venirci un attacco di cuore. Quelle sostanze sono dei vasocostrittori, ti costringono a bere per dilatare… non fa proprio per noi. Io poi sono talmente drogato di legge elettorale che non potrei assumere altre sostanze».
«La politica è sangue e merda – il prodiano Silvio Sircana cita Rino Formica – recentemente, è cambiato il mix».
Di questo, hanno tutti paura. Del discredito, del sospetto. «Siamo circondati», «Piove sul bagnato », «Mala tempora currunt», sono le frasi che si rincorrono.
La vicepresidente leghista Rosy Mauro vestita di nero non vuole fermarsi neanche a parlarne. Marco Follini chiede: «Come ci si difende dalle cose da cui non si è nemmeno sfiorati?».
Poi però arriva Stefano Pedica, Idv: «Secondo i commessi quel direttore era stato indicato da un altro presidente del Senato». In passato, quindi. Voci. Sospetti.
E Lucio d’Ubaldo, Pd, che a sera dice con una risata rassegnata: «Ma come non l’hanno mai visto? Davvero hanno detto tutti così? Ma se parlava con tutti!». Tutti? «Tutti. Lo conoscevamo, sa come si fa: “Buongiorno. Come stai?”. Era gioviale, certo non il solito romano con l’abbraccio e il bacino, veniva sempre in giacca e cravatta, distinto. Aperto però, e soprattutto, appassionato di politica. Voleva sempre sapere, chiedeva quel che succedeva». D’Ubaldo è convinto che non c’entri niente, che abbia fatto un errore, che qualcuno lo volesse incastrare.
«In tanti anni uno qualche elemento doveva pur ricavarlo, e invece davvero, non avevo ragione di credere a una cosa del genere. E non credo possa essere concepibile che qui ci fosse un giro di spaccio».
Nessuno lo ricorda, però, il direttore delle Poste: un viso troppo comune, un caso di amnesia collettiva?
Ride e allarga le braccia. «Ma che non conosci la signora che sta qui alla cassa? Sono codardi. La verità  è che sono codardi».

Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica“)

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TERREMOTO EMILIA, LA DENUNCIA DEI SINDACI: “NON SONO ARRIVATI NEANCHE I SOLDI RACCOLTI VIA SMS”

Settembre 26th, 2012 Riccardo Fucile

“LE CHIESE E LE CASE NON SI RICOSTRUISCONO CON LE PROMESSE”

Trasparenza, fondi in arrivo, tempestività .
Le promesse formulate dal commissario Vasco Errani ormai non convincono più i sindaci emiliani, alle prese con la ricostruzione post terremoto.
Nonostante il piano casa, avviato il 28 agosto con un’ordinanza firmata dal presidente della Regione Emilia Romagna, il patto per le aziende e la riapertura delle scuole in strutture temporanee, prevista per il mese di ottobre, i soldi non ci sono ancora.
“Non abbiamo visto un euro”, spiega il sindaco di Finale Emilia Fernando Ferioli, “arriveranno” spera Rudi Accorsi, primo cittadino di San Possidonio.
I 2,5 miliardi di euro stanziati dal governo, di cui 500 milioni previsti per il 2012, a quattro mesi dal terremoto non sono ancora arrivati, così come mancano all’appello i 15 milioni di euro raccolti con quegli sms solidali che, dal 29 maggio, gli italiani hanno generosamente versato, a sostegno delle popolazioni colpite dal sisma.
E le casse dei comuni si svuotano velocemente.
Le promesse, infatti, non ricostruiscono le case, le chiese, i monumenti andati perduti in pochi attimi a causa della furia della terra.
E la tempestività , invece, con l’arrivo dell’inverno, sarebbe essenziale.
Subito dopo la prima scossa di terremoto, quella del 20 maggio, in viale Aldo Moro Errani parla di “emergenza nazionale”, annunciando provvedimenti in “tempi rapidi”. Il 22 maggio anche il presidente del consiglio Mario Monti si reca in visita nelle zone terremotate per portare “la vicinanza del governo” alle migliaia di persone sfollate, a cui il sisma ha rubato la casa, il lavoro, la città  e persino i propri cari.
Viene fischiato, ciononostante riesce a promettere un intervento tempestivo da parte dello Stato.
Due giorni dopo, anche il ministro ai Beni culturali Lorenzo Ornaghi a Finale Emilia annuncia “dobbiamo trovare le risorse per queste zone”, e dobbiamo farlo “entro brevissimo”.
Ovviamente, ricorda in quell’occasione Errani, prima dei fondi è necessario quantificare i danni.
Un calcolo reso più difficile da una seconda forte scossa di terremoto, quella del 29 maggio.
A giugno, le visite istituzionali continuano nelle zone terremotate dell’Emilia, là  nella bassa tra Modena e Ferrara, così come la “conta dei danni” necessaria a calcolare quanto sarebbe costato ricostruire quei paesi fantasma, ridotti a mere ‘zone rosse’ transennate e sfollate, riprendono.
E mentre i tecnici effettuano migliaia di sopralluoghi, i sindaci continuano a lanciare appelli allo Stato.
Chiedendo, a loro volta, quella “tempestività ” promessa dal commissario straordinario.
“Nei prossimi giorni” risponde a più riprese Vasco Errani, “in tempi rapidissimi”, assicura il 23 giugno.
Ma per ricevere il primo, vero stanziamento statale, promesso già  dal 22 maggio, i comuni devono attendere luglio.
Più di 40 giorni.
I 50 milioni di euro provenienti dal Fondo della Protezione civile, comunque, finiscono quasi subito.
Sarebbero dovuti bastare per almeno due mesi, 60 giorni in tutto, ma dopo 40 sono già  esauriti. Tanto che i sindaci emiliani sono costretti a provvedere autonomamente a tutte le spese relative all’emergenza ancora da gestire, in attesa che il primo finanziamento effettivo, i 500 milioni di euro garantiti dal D.L 74/2012, prima tranche dei 2,5 miliardi approvati dal governo, arrivi.
“Senza entrate — aveva raccontato Luisa Turci, sindaco di Novi di Modena — sono obbligata a chiedere anticipazioni di cassa. Certo, non sono a costo zero. Ma è l’unico modo per ottenere liquidità  immediata”.
Ma nemmeno i 15 milioni raccolti con gli sms solidali a luglio arrivano.
“Trascorsi trenta giorni dall’ultima data utile per effettuare una donazione — promettono Errani e Franco Gabrielli, capo della Protezione civile — i gestori delle compagnie telefoniche consegneranno la somma alle istituzioni, si costituirà  il comitato dei garanti e poi le risorse verranno distribuite”.
Una procedura già  stabilita che, garantisce il numero uno della protezione civile, sarà  rapidissima.
Ma a quattro mesi dal terremoto, quei soldi sembrano più lontani che mai. Almeno quanto i 500 milioni promessi dallo Stato, che, conferma il sindaco di San Possidonio, “non sono ancora arrivati”.
E la famosa “fase due” di cui Errani ha parlato a più riprese, aspetta in un cassetto.
Incerti anche i tempi relativi a quella che, ad agosto, sembrava una buona notizia. “Abbiamo ottenuto un risultato molto importante per i nostri cittadini, un contributo fino a 6 miliardi per gli interventi di ricostruzione, riparazione e ripristino delle abitazioni civili e dei macchinari e degli immobili ad uso produttivo — annuncia Errani -. Il provvedimento è stato approvato al Senato all’interno del decreto sulla spending review, e abbiamo la piena convinzione che sarà  approvato anche dalla Camera”.
E poi ci sono i 670 milioni promessi dall’Unione Europea dopo la visita del commissario alla Politica regionale Johannes Hahn, per i quali Errani si è dichiarato altrettanto “soddisfatto”, che però dovrebbero arrivare solo a gennaio 2013.
L’unica certezza, per i comuni colpiti dal terremoto, a oggi, sono le promesse.
“Ieri in Regione il commissario ci ha garantito che entro venerdì prossimo arriverà  il primo contributo per l’autonoma sistemazione — spiega Accorsi — perchè possa essere avviata la procedura amministrativa per la liquidazione ai cittadini”.
“Entro questa settimana — ha inoltre anticipato Errani, supportato dal prefetto Gabrielli — il Consiglio dei Ministri trasformerà  il protocollo relativo a 500 milioni di euro previsti dal decreto sulla spending review, in norme legislative: quindi partirà , in modo trasparente e in relazione con le banche, l’azione di liquidazione degli stati di avanzamento per quei cittadini che abbiano iniziato le opere di riparazione delle proprie abitazioni”.
Una possibile spiegazione ai ritardi accumulati mese dopo mese la offre Maurizio Marchesini, presidente di Confindustria Emilia-Romagna.
“Questo — ha detto durante una puntata di Mattino cinque, in onda su Canale5 — è un Paese un po’ particolare, che affronta in maniera molto organizzata l’emergenza, con ottime strutture e un grande volontariato, ma non abbiamo procedure per la ricostruzione. Tutte le volte che succede un evento di questa portata siamo daccapo, e anche stavolta abbiamo ricominciato da zero, in più con condizioni economiche molto pesanti”.
Ma come hanno ripetuto più e più volte, da maggio, i sindaci emiliani che da soli, almeno per ora, devono ricostruire intere città , “serve liquidità ”.
“Speriamo che questa volta — commentano l’ennesima promessa del commissario i primi cittadini terremotati — i soldi arrivino davvero”.

Annalisa Dall’Oca

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FIORITO ELARGI’ BONIFICI PRIMA DI LASCIARE: 700.000 EURO AI COLLABORATORI ESTERNI

Settembre 26th, 2012 Riccardo Fucile

IL RUOLO DEL PRESIDENTE ABBRUZZESE… ANCHE LA POLVERINI SARA’ SENTITA DAI PM…IL LEGALE DI FIORITO: “RESTITUIRA’ TUTTO”

Un paio di mesi prima di dimettersi da capogruppo del Pdl Franco Fiorito effettuò numerosi bonifici a persone del suo entourage , anche politico.
Sulle distinte di accredito non veniva specificato il nome del destinatario, ma gli investigatori della Guardia di Finanza li avrebbero già  individuati.
E adesso rischiano l’accusa di riciclaggio.
La faida interna al Pdl era già  cominciata, il sospetto è che Fiorito cercasse in questo modo di mettere al sicuro i fondi prima di una sostituzione che lui stesso aveva capito essere inevitabile.
È la prima relazione consegnata ai magistrati dal Nucleo Valutario a ricostruire ogni passaggio di denaro e a quantificare la cifra che il consigliere regionale avrebbe sottratto alle casse del partito: un milione e trecentomila euro distribuiti tra conti italiani ed esteri.
L’attività  di Abbruzzese.
Si muovono su binari paralleli gli accertamenti disposti dal procuratore aggiunto Alberto Caperna e dal sostituto Alberto Pioletti.
Da una parte l’accusa di ruberia a Fiorito, dall’altra l’operato dell’ufficio di presidenza del consiglio regionale che in due anni ha elargito quattordici milioni di euro ai gruppi consiliari.
Per questo saranno nuovamente interrogati il presidente Mario Abbruzzese e il segretario generale Nazzareno Cecinelli.
Il ruolo di entrambi viene infatti ritenuto strategico nella scelta di destinazione dei fondi.
E dunque bisognerà  capire come mai, nonostante ci fossero numerose voci di bilancio in sofferenza, si decise di destinare così tanti soldi al funzionamento dei gruppi. Stabilire quale criterio fosse stato adottato per la quantificazione delle esigenze. Tenendo conto che quelle cinque delibere che aumentavano l’entità  delle somme ottennero anche il voto favorevole dei partiti di opposizione Pd e Idv.
Nel primo interrogatorio Abbruzzese ha sostenuto di aver «seguito alla lettera le leggi regionali».
Adesso dovrà  spiegare come mai non fosse mai specificato per quale motivo era necessario far lievitare l’entità  delle somme da elargire.
Il ruolo di Renata Polverini.
Anche l’ex governatrice potrebbe essere ascoltata come testimone. Nei giorni scorsi ha incontrato il procuratore Giuseppe Pignatone per onorare un precedente appuntamento su tutt’altro argomento, ma appare difficile che non si sia parlato di quanto sta accadendo alla Regione Lazio.
«Dirò tutto quello che so», ha promesso la governatrice al momento di annunciare le proprie dimissioni. E dunque non è escluso che decida di presentarsi in procura per fornire nuovi elementi ai pubblici ministeri.
Tenendo però conto che una parte degli aumenti sono stati decisi con due “determinazioni” proprio dalla Giunta da lei guidata.
Adesso sono in molti a negare di essersi accorti di questa girandola di spese folli, ma analizzando i conti appare difficile crederci.
Anche perchè ci sono esborsi da capogiro sui quali nessuno ha mai ritenuto di dover chiedere almeno una spiegazione.
E perchè gli stipendi dei consiglieri erano stati decisi seguendo un criterio unitario: 9.700 euro in busta paga, più un extra di 4.100 euro per un totale mensile di 13.800 euro mensili.
Ai quali andavano aggiunti i 100 mila euro annui per l’attività  politica che, a seconda degli incarichi, potevano essere raddoppiati o addirittura triplicati.
I soldi ai collaboratori.
Tra il 2010 e il 2012 il Pdl ha messo sotto contratto una quarantina di collaboratori che si aggiungevano ai dipendenti regionali e ai consulenti.
Un esercito di persone costato l’anno scorso oltre 665 mila euro.
«Per svolgere al meglio il lavoro dei consiglieri – scrisse Fiorito in una lettera al Comitato di controllo inviata il 28 febbraio scorso – è stato necessario aumentare notevolmente il numero del personale a disposizione del gruppo stesso. Le assunzioni sono state necessarie e aggiunte alle varie consulenze per svolgere al meglio l’incarico elettivo dei componenti» e hanno comportato «l’impiego di elevate somme assegnate al Gruppo».
Non ci fu alcuna obiezione nè interna, nè esterna al partito.
Anche sulle altre «uscite» gli organismi che avrebbero dovuto verificare la congruità  degli esborsi non hanno avuto nulla da dire.
Eppure tra le «voci» c’erano cifre esorbitanti come controllare quella sulle «Riunioni, Convegni, Progetti, Incontri» costata 685.689,84 euro in appena dodici mesi e quella su «Indennità  e rimborsi ai componenti per attività  svolta a nome del Gruppo» da 647.547,03 euro.
Così Fiorito giustificava le ulteriori spese: «È stato inoltre necessario per svolgere le varie attività  acquistare attrezzature tecniche, messe a disposizione dei consiglieri, e coprire varie spese di informazione, locomozione e rappresentanza.
Tali spese sono riportate dettagliatamente nello schema allegato».
Un foglio che dava conto di un esborso totale pari a 3.110.326 euro a fronte di entrate pari a 2.735.502.
La trattativa con i pm.
«Fiorito restituirà  alla Regione i soldi che ha preso in più rispetto a quanto gli spettava», ripete il suo legale Carlo Taormina.
La quantificazione non è stata ancora effettuata, ma nella relazione della Guardia di Finanza si parla di almeno 330 mila euro trasferiti in Spagna e lui si è impegnato pubblicamente a risarcirne almeno 400 mila.
Un’altra verifica riguarda gli immobili.
Nella relazione viene specificato l’elenco delle case che possiede a Roma – due di proprietà  e due ottenute in affitto da enti di beneficienza – la villa che ha comprato al Circeo, ammettendo di aver versato 200 mila euro «in nero» e le tre case che ha a Tenerife, alle Canarie.
E che sono tuttora gestite dalla compagna di suo padre, la donna alla quale ha intestato almeno tre dei bonifici esteri.

Fiorenza Sarzanini
(da “il Corriere della Sera”)

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IL MUTUO DELLA VILLA DI FIORITO PAGATO CON SOLDI PUBBLICI

Settembre 26th, 2012 Riccardo Fucile

NEL DOSSIER DELLA GUARDIA DI FINANZA LA PROVA DEL PECULATO: SETTE MILIONI DI EURO SUL CONTO PDL

Non solo cene e viaggi.
Con i soldi pubblici Franco Fiorito avrebbe persino pagato le rate del mutuo della villa di San Felice Circeo (800 mila euro di cui 200 in nero).
Tanto i fondi erano quelli sottratti alla Regione Lazio e destinati al gruppo consiliare del Popolo della libertà .
Sarebbe questa un’altra delle spese del «Batman di Anagni», come ricostruito dalla guardia di finanza, secondo cui   ammonterebbe a 1,4 milioni di euro, tra bonifici, assegni e rate del mutuo, la somma sottratta dall’ex tesoriere ai conti del gruppo del Pdl.
ATTENZIONE SUI 150 BONIFICI.
Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Alberto Caperna e dal sostituto Alberto Pioletti ed estese ai 7 milioni transitati tra il 2010 e il luglio sui conti del gruppo Pdl, sono concentrate in particolar modo sui 150 bonifici che vedono coinvolto l’ex capogruppo.
I finanzieri hanno ricostruito quello che avrebbe dovuto essere lo stipendio di Fiorito. Un’indennità  di base da circa 8 mila euro, una di funzione da 1.700, una diaria da circa 400 euro.
Per un totale mensile di 9.700 euro netti, ai quali bisogna aggiungere i 4 mila di rimborso per la legge che regola il rapporto tra elettore ed eletto.
Per un totale di 13.800 euro al mese.
TRA I 40 E I 50 MILA EURO MENSILI.
Invece, scrivono i finanzieri, la sua media oscillava tra i 40 e i 50 mila euro.
Soldi tra cui vanno conteggiate le rate del mutuo per la casa.
Denaro messo insieme da Fiorito grazie al prelievo dal conto destinato al ‘funzionamento del gruppo’ di somme giustificate come rimborsi previsti dall’articolo che regola il rapporto tra elettore ed eletto e all’auto-attribuzione di tre indennità .
Per Fiorito scatta il supervitalizio tra nove anni, al compimento dei 50 anni
Ma Fiorito anche se si è autosospeso, continuerà  a guadagnare ingenti somme.
Gli mancano solo nove anni e per lui, come per tutti i suoi colleghi che partecipavano a festini luculliani tra maiali e ancelle desnude, scatterà  il vitalizio da ex consigliere regionale.
Infatti il taglio dei vitalizi, previsti dalla legge regionale del 1995, sarebbe a partire dalla prossima legislatura.
E forse neanche da quella, se non verrà  approvata una legge ad hoc che stabilisce l’applicabilità  di questo taglio ai vitalizi, per il momento ancora virtuale, fatto nel 2011
L’impasse lo ha spiegato, nel dettaglio, Giuseppe Rossodivita, il capogruppo dei Radicali, a Il Giornale.
«Allo stato attuale delle cose i vitalizi verranno goduti non solo dagli attuali consiglieri ma anche da quelli della prossima legislatura», ha detto Rossodivita insieme con Rocco Berardo, l’altro consigliere della Lista Bonino Pannella, «poichè non è stata varata una legge alternativa a quella attuale. È stato effettuato solo un taglio virtuale condizionato all’emanazione di un’altra legge, che ancora non c’è, e a questo punto difficilmente si farà ».
«NEL LAZIO HAI IL VITALIZIO DAL PRIMO GIORNO DI LEGISLATURA».
Fiorito quindi non farà  la fine dei proci, ma proprio de er Batman che, alla fine, in qualche modo cade sempre in piedi.
Il Giornale ha evidenziato che la legge laziale prevede come base di calcolo l’80% per cento dell’indennità  parlamentare (ovvero 5.200 euro netti) più il 100% della diaria (altri 3.500), per un totale di quasi 9 mila euro.
Il vitalizio si calcola poi in base agli anni di consiliatura.
Ai consiglieri che hanno seduto il minimo in Regione, ovvero cinque anni, spetta il 35% della base, circa 3 mila euro al mese.
Ma Fiorito che è un veterano – ha fatto anche la precedente legislatura – otterrà  il 40%, circa 4 mila euro al mese.
Nel Lazio si può riscuotere il vitalizio a 55 anni, ma si può anticipare a 50 anni qualora si rinunci a una piccola somma.
Inoltre, ha spiegato ancora il capogruppo dei Radicali, diversamente dal Parlamento, «in Regione Lazio hai il vitalizio dal primo giorno che ti siedi in Consiglio».
Qualora la legislatura finisca prima dei termini, «basta versare i contributi che mancano, per i prossimi due anni e mezzo».
Quindi o si fa una legge apposta, o non c’è via d’uscita.

(da “Lettera 43“)

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I RENZIANI TRASVERSALI

Settembre 26th, 2012 Riccardo Fucile

DALL’EX FINIANA VENTURA A JOVANOTTI E PRANDELLI

È scandaloso se una cittadina «delusa e sconsolata» (che ha sempre votato a destra) si mette in fila ai gazebo del centrosinistra e scrive sulla scheda il nome di Matteo Renzi?
La politologa ex finiana Sofia Ventura non ne può più della «deriva integralista e confessionale» del Pdl, sente che la «promessa liberale» di Berlusconi è definitivamente «tradita» e ha deciso che non starà  più a guardare.
Dalla prima pagina del Foglio ha annunciato che voterà  per il sindaco di Firenze e, se lui batterà  Bersani, sarà  «una sua convinta elettrice» alle politiche del 2013.
«Se me lo chiedono posso anche prendere la tessera del Pd – confida al Corriere – perchè sono molto motivata».
L’endorsement della Ventura arriva a sorpresa e apre una pagina nuova nella partita delle primarie.
«L’elogio del voto libero e trasversale» è l’ultima trovata di Giuliano Ferrara, che del Foglio è il direttore.
Una provocazione densa di insidie, che i «tecnici» di Bersani stanno cercando di disinnescare.
Cosa succede se gli italiani che si sentono traditi dal Cavaliere si riversano in massa alle primarie, buttando il cuore dall’altra parte del muro?
Sofia Ventura, intellettuale della destra liberale attratta dalla «via blairiana» incarnata da Renzi, non si sente un’infiltrata.
Anzi pensa di avere tutto il diritto di scegliersi il candidato premier nel campo avverso: «Quel diritto io ritengo di possederlo, perchè non credo che oggi in politica possano esistere case, popoli, perimetri».
Il dibattito (anche se non piacerà  ai vertici del Pd) è aperto.
Il politologo Gianfranco Pasquino pensa che la caccia al voto trasversale sia «legittima» e che debba essere persino incoraggiata.
E Roberto D’Alimonte, uno dei massimi esperti di sistemi elettorali, conferma che Renzi punta tutte le sue carte sugli indecisi, un patrimonio che vale otto milioni di voti.
Per la professoressa Ventura il sindaco di Firenze «è l’ultima spiaggia» e come lei, racconta, la pensano in tanti negli ambienti che frequenta. A destra e a sinistra. «Un mio amico vendoliano, pur di cambiare le cose voterà  per Renzi…».
Di endorsement a sorpresa Renzi ne ha incassati tanti, da una parte e dall’altra. Personaggi un tempo ritenuti vicini alla destra, come l’ex direttore di Canale 5 Giorgio Gori (ora suo deus ex machina organizzativo) e icone della sinistra della fama di Roberto Benigni, che ricevendo a giugno la cittadinanza onoraria di Firenze lo ha ricambiato con un abbraccio: «Quando sarai premier io farò il sindaco».
Stefano Benni ha predetto a Matteo un futuro da premier, Alessandro Baricco ha sposato la causa della rottamazione già  al «big bang» del 2011 e Lorenzo Jovanotti, un anno e mezzo fa, lo ha incoronato leader: «È il tuo momento, non ascoltare quei vecchi babbioni… Se fai le cose belle noi ti veniamo tutti dietro».
Quel che colpisce non è tanto il peso delle adesioni, quanto la trasversalità .
Antonio Campo dall’Orto, già  «guru» di Mtv che a Luca Telese raccontò di esser stato in corsa per diventare il braccio destro di Berlusconi, è uno degli ingranaggi chiave del motore-Renzi.
E quattro mesi fa il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi ha detto che, se fosse fiorentino, voterebbe per lui: «Molte delle idee che ha espresso il sindaco corrispondono esattamente alle mie».
Barbara Berlusconi, dicembre 2010, rivelò che da Renzi si sentirebbe rappresentata e, via via, il giovane Renzi ha arruolato insospettabili come il patron di «Eataly» Oscar Farinetti, figlio di un comandante partigiano, lo stilista Scervino e il commissario tecnico della nazionale di calcio, Cesare Prandelli.
Sull’Appennino bolognese il sindaco di Monzuno, Marco Mastacchi, centrodestra, ha invitato il «rottamatore» a visitare i luoghi dell’eccidio nazista a Monte Sole.
Il che ha innescato una polemica con il Pd locale, che accusa il primo cittadino di voler «inquinare» le primarie.
Ma il renzismo è un vento che soffia anche fuori dai recinti tradizionali della politica. L’ultimo singolare endorsement è quello di Lele Mora, amico del Cavaliere dal 1986. Silvio deve ricandidarsi, ha detto a «La Zanzara» su Radio24 l’ex manager dei vip, ma Renzi gli piace moltissimo: «È un gran figo, sexissimo… Può piacere a tutte le donne d’Italia».

(da “Il Corriere della Sera“)

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