Settembre 12th, 2013 Riccardo Fucile
DURANTE “LA GABBIA”, IL NUOVO PROGRAMMA DI PARAGONE SU LA 7, SCAMBI AL VELENO TRA IL GIORNALISTA E LA PITONESSA CHE PERDE LA TESTA E FINISCE QUERELATA
Baruffa infuocata durante la prima puntata de “La Gabbia”, il nuovo programma di approfondimento condotto da Gianluigi Paragone su La7.
Protagonisti della rovente polemica: Marco Travaglio e Daniela Santanchè.
E’ la “pitonessa” a esordire, appellando “delinquente” il vicedirettore de “Il Fatto Quotidiano”, per via di una condanna in sede civile per diffamazione a mezzo stampa.
“Devo parlare della mia decadenza da senatore?”, commenta ironicamente Travaglio.
Ma la pasionaria del Pdl prosegue la sua crociata, lanciando strali contro “Il Fatto Quotidiano”, millantando la vittoria del Pdl alle ultime elezioni e buttando nel calderone delle accuse anche Antonio Ingroia.
E nega l’alleanza col Pd: “Gli Italiani non pagano l’Imu perchè c’è Silvio Berlusconi, non perchè c’è Letta. Noi del Pdl però non odiamo il Pd, l’invidia e l’odio non ci appartengono. Non c’è una dichiarazione di Berlusconi di odio contro nessun avversario politico”.
Travaglio prende la parola, ma viene reiteratamente interrotto dalla deputata Pdl. “Chiama un esorcista” — dichiara, rivolgendosi a Paragone. E spiega la differenza tra i reati d’opinione e i reati fiscali, definendo “poveracciata” il tentativo di mettere sullo stesso piano le due infrazioni: “Se la signora Santanchè vuole sapere qualcosa sui giornalisti delinquenti, si rivolga in famiglia. Quella condanna mi è costata 1000 euro di multa, c’è chi è finito agli arresti domiciliari e poi ha dovuto far chiedere la grazia per uscire di casa”.
La Santanchè, dal canto suo, smentisce i 300 milioni di evasione fiscale operata da Berlusconi: “Sono solo balle. Quella sentenza per noi non è definitiva. Il primo agosto alle 18.45 con la condanna di Berlusconi c’è stato un colpo di stato. Noi” — continua — “a differenza del delinquente e dei suoi amici, non vogliamo il partito delle manette e delle tasse. Grazie a noi, col presidente della Commissione Finanze Daniele Capezzone, è stata fatta la riforma di Equitalia”. “Volete il partito dell’evasione e della frode fiscale“, ribatte il giornalista.
“E’ noto che a me i delinquenti piacciono” — ammette la pitonessa — “mi piace da bestia chiamare “delinquente” il diffamatore Travaglio”.
Non mancano le invettive contro i giudici e i consueti moniti femministi della Santanchè, che all’appello di Travaglio (“Qui ci vuole il TSO, mettetele la camicia di forza“), reagisce stizzita: “Lei e Paragone, che mi ha definito “padroncina”, non rispettate le donne. Imparate da Berlusconi su come si trattano
E qui è iniziato l’inedito siparietto a sfondo sessuale.
La Santanchè si è lamentata della mancanza di galanteria di Travaglio, che ha addirittura osato rispondere ai suoi insulti, e dunque lo ha accusato di “non voler bene” alle donne.
E poi, facendosi prendere la mano, ha espresso alcuni dubbi sull’orientamento sessuale dell’interlocutore.
Ecco lo scambio di battute, anzi battutacce, “hot”.
“Ma a Travaglio piacciono le donne? Non lo so, secondo me no…. Visto come tratta le donne. Travaglio e godimento non sono due parole che vanno d’accordo”.
“Cara Santanchè, non avrà mai modo di verificarlo”.
E’ lampante quale sia il vincitore di questo diverbio.
Giusto per non avere dubbi, comunque, il vincitore verrà decretato da una giuria d’eccezione: un Tribunale: Travaglio ha dichiarato in trasmissione di voler querelare la Santanchè.
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Settembre 12th, 2013 Riccardo Fucile
STOP DI LETTA A UN ALTRO GOVERNO: “ESCLUDO ACCORDI AL RIBASSO E NON ACCETTERO’ APPOGGI ESTERNI”
Il Letta bis, per lo stesso premier, è un’ipotesi lontana e condizionata da molti paletti. Lo si capisce
dalle parole pronunciate alla Camera per riferire degli esiti del G20: «Il riconoscimento positivo possiamo gettarlo via in un attimo: se buttiamo la fiducia e la stabilità che abbiamo raggiunto, torniamo in grandissima difficoltà ».
Letta parla dei costi di una crisi.
«Pesanti per lo Stato e per i cittadini. L’instabilità ci potrebbe sottrarre un miliardo, un miliardo e mezzo» solo per l’aumento dei tassi di interesse sul debito.
Ma nei colloqui privati, il premier affronta anche le strade alternative, nel caso di uno strappo di Berlusconi. «Non accetterò accordi al ribasso o peggio ancora accordicchi. A me interessa la stabilità del Paese, non quella della mia poltrona».
Il premier sta esaminando gli scenari possibili.
«Sarebbe inaccettabile una crisi pilotata con i ministri del Pdl che escono e poi rientrano. Nessuno la capirebbe e il governo ne uscirebbe più debole. Non è questa la via».
Tantomeno un Letta bis non potrebbe nascere sulla base di un nuovo “contratto” con il Pdl che preveda l’appoggio esterno: niente ministri nella squadra ma un sostegno alla maggioranza delle larghe intese.
«Non avrebbe alcun senso e soprattutto alcun futuro. Non riusciremmo a combinare nulla. L’Italia ha bisogno di riforme ed è già molto difficile governare così. Figuriamoci con l’appoggio esterno».
L’idea che alcuni transfughi del Pdl e un pugno di grillini siano in grado di dare vita a unesecutivo ancora più provvisorio di quello attuale viene scartata dal premier.
E dal Pd. Letta e il suo partito, in questo caso, parlano la stessa lingua.
«Un altro governo potrebbe vedere la luce solo in presenza di un fatto politico – è il ragionamento comune –. Cioè se nel Pdl si crea uno smottamento, una spaccatura concreta e nasce una cosa diversa dalla creatura berlusconiana che è oggi. Se l’operazione è fatta in grande con l’obiettivo di far nascere la costola del Ppe in Italia, allora…».
Ma è uno scenario realistico? È immaginabile che in pochi giorni possano saldarsi Scelta civica, l’Udc di Casini e la scissione pidiellina in un fantomatico centro?
I dubbi superano di gran lunga le certezze.
Berlusconi resta il capo indiscusso del centrodestra, difficile pensare che si possa avviare una diversa stagione politica in quel campo senza di lui o sulla sua pelle di condannato.
Ecco perchè il discorso di ieri alla Camera illumina la vera strada maestra perseguita da Letta e da Giorgio Napolitano, con il sostegno di Gugliemo Epifani: continuare lalegislatura con il governo in carica, senza toccare alcuna casella.
Salvare le larghe intese così come sono: l’unico modo per raggiungere i traguardi che Letta ha in mente. Ieri ne ha indicato uno fondamentale, ridurre il cuneo fiscale: «Con il piano d’azione l’Italia ha assunto impegni netti per tagliare il costo del lavoro. È il cuore della politica di crescita».
Ma la partita si gioca sul corto respiro, sul giorno per giorno, sugli umori del Cavaliere per la sua sorte nella giunta del Senato.
Lo scontro “tecnico” del voto per la decadenza e del suoi tempi ha di nuovo allargato il solco tra i due principali alleati di governo.
Ieri Luigi Zanda, con un certo allarme, ha fatto sapere a Largo del Nazareno e Palazzo Chigi che il Pd non può più accettare la tattica dilatoria del Pdl.
Anche se fosse di uno o due giorni.
«Basta vedere la reazione della nostra gente – ha spiegato il capogruppo al Senato – dopo l’accelerazione di lunedì notte e quella successiva alla tregua e al rinvio che pure rientra nella normalità . È andata molto meglio lunedì. Non accettano l’idea che noi si faccia da sponda alle paturnie di Berlusconi. È vero che non dobbiamo forzare e non possiamo offrire pretesti. Ma è inaccettabile tirarla per le lunghe».
Letta da giorni è convinto che dilazionare il voto della giunta sia un falso problema: «Prima o poi la resa dei conti arriva».
Nessun patema dunque a Palazzo Chigi per la scelta di domani sulla data del voto nella commissione. Non si andrà oltre lunedì o martedì e al premier va bene così. Anche se nel giro stretto dei collaboratori di Letta sanno che è cominciato il count down, che il voto, a meno di dimissioni di Berlusconi, sarà lo spartiacque della legislatura.
Perchè quel giorno Pd e Pdl, i due pilastri della maggioranza, voteranno in maniera opposta.
E lo faranno sul destino del protagonista della Seconda repubblica.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)
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Settembre 12th, 2013 Riccardo Fucile
TELEFONATE, AGENZIE DI STAMPA E MINACCE: COSàŒ LA MACCHINA DEL QUIRINALE HA FERMATO L’AFFONDO DEI DEMOCRATICI IN GIUNTA
La Grande Trattativa, secondo il racconto di alcuni ministri, sia del Pd, sia del Pdl.
A taccuini chiusi, ovviamente, lontani da occhi e orecchie indiscrete.
Due protagonisti assoluti, Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi, e un’avvertenza, di provenienza democratica: “Da qui alla prossima settimana, Berlusconi cambierà mille volte idea e userà falchi e colombe per fare i suoi giochi”.
O i suoi ricatti, per dirla più schiettamente.
Del resto, il lunedì nero che ha fatto tremare l’esecutivo di Enrico Letta origina proprio da un doppio gioco del Cavaliere.
Alle colombe di governo del Pdl, Alfano e Quagliariello tanto per intenderci, era stato infatti consegnato il mandato di concordare con il Pd un avvio soft della giunta del Senato, in base alla “strategia dei tempi lunghi”.
Subito dopo, però, al fatidico relatore Andrea Augello, ex An con fama di fine mediatore (era soprannominato il Bettini di Alemanno), i falchi berlusconiani hanno imposto una nuova direttiva di Arcore, dove B. si trova ancora rinchiuso: “Nella relazione metti dentro le pregiudiziali di costituzionalità e vediamo cosa succede”.
Cosa è successo si è poi visto. A caldo, le colombe hanno rivelato che “il Pd ha tradito i patti” e B. ha affidato a una di loro, Renato Schifani, l’incarico di minacciare la rottura: “Se il Pd vota contro, il governo cade”.
Era lunedì notte e a quel punto è ripresa l’opera di ricucitura.
Una gigantesca tela di Penelope già tessuta e disfatta per tutto il mese di agosto.
Ed è qui che s’innesta l’ennesimo intervento del Colle, grande protettore del governo di Enrico Letta.
Alla vigilia della riunione di martedì della giunta, il lavorìo di Napolitano è stato incessante.
Il capo dello Stato sarebbe stato “spiazzato” dal Pd. “Sorpresa e tanta irritazione”. Di qui la nota sulla necessità della “convivenza nazionale” altrimenti è “tutto a rischio”.
A detta del Pdl, un messaggio indirizzato unicamente al Pd e peraltro capito “tardi” dalle agenzie di stampa.
La frase, pronunciata a ora di pranzo, è stata rilanciata con enfasi nella fase cruciale delle trattative, tra le 18 e le 20 di martedì.
Quando, cioè, Napolitano, secondo le versioni accreditate da alcuni ministri, avrebbe telefonato a Luigi Zanda e Anna Finocchiaro, l’inossidabile coppia che “governa” il Pd di Palazzo Madama da più di un lustro.
Il primo, Zanda, è capogruppo. La seconda, Finocchiaro, è a capo della commissione Affari Costituzionali.
Napolitano, con loro, sarebbe stato durissimo: “Se nel Pd vincono i falchi come nel Pdl io vado davanti al Paese a dire che avete tradito il patto sottoscritto quando mi avete chiesto di rimanere al Quirinale”.
Meno dura, ma altrettanto decisa, la telefonata di Enrico Letta a Guglielmo Epifani: “La decadenza è nell’ordine delle cose, è naturale, non forziamo i tempi per fargli fare la vittima”.
Il compito di riferire a B. l’esito delle convulse telefonate è stato del solito ambasciatore Gianni Letta, Zio del premier.
Il risultato positivo è stato lampante e pubblico quando i giornalisti hanno avvicinato una commissaria del Pd prima di entrare in giunta: l’abruzzese Stefania Pezzopane, ritenuta più falco di Casson sia nel suo partito sia nel Pdl.
Sorridente, neanche la Pezzopane ha fatto problemi: “Le pregiudiziali derubricate a preliminari vanno bene”. Obiettivo raggiunto. Voto slittato e falchi e colombe che chiamano Arcore. “Il Pd si è genuflesso”.
Guadagnata la fatidica settimana in più di tempo, nella “riflessione silenziosa” del Cavaliere quella di ieri sarebbe stata però “una giornata da falco”, in perenne consultazione con familiari e amici delle sue aziende.
B. vuole un segnale forte dal Colle e anche in questo caso sta giocando al rialzo.
Ad Alfano, alla festa del Giornale a Sanremo, è toccato smentire una delle presunte condizioni poste dal Quirinale per ottenere la grazia: “Non credo Berlusconi si dimetterà da senatore”.
Altro che passo indietro dalla politica. E poi: “Il caso Berlusconi non è chiuso, l’ordinamento giuridico offre altre possibilità , lui avrà ancora tanta voce per riaffermare le sue buone ragioni”.
La Grande Trattativa è entrata in una nuova fase tattica.
I falchi sbandierano “un colpo di genio imminente” per contrastare le colombe che vogliono arrivare a metà ottobre con “la strategia dei tempi lunghi”.
Come chiosa un ministro, “ogni giorno avrà la sua pena”.
Fabrizio d’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 12th, 2013 Riccardo Fucile
DELRIO AVVERTE: “SE CI DIVIDIAMO SUL DESTINO DI QUELLO SIAMO MORTI E SEPOLTI”… FASSINA: “IL SOSPETTO È INEVITABILE”
La paura è che questo partito possa di nuovo debosciarsi. Tradire e tradirsi. 
Come un alcolista che malgrado gli sforzi cade nel vizio.
Il terrore è giungere a metà ottobre al punto di non ritorno: contarsi ancora una volta nel nome di Silvio Berlusconi.
Provare a essere rapiti persino nella valutazione della sua condanna. Essere trascinati nell’aria zozza di chi pugnala alle spalle, di chi vende l’onore altrui senza la forza di consegnare alle stampe il proprio viso.
È il terrore di annotare, nel buio fitto del voto segreto, il numero di chi ha osato dire no alla decadenza.
“Posso garantire la nostra determinazione, e la puntualità con cui la Giunta emetterà il suo verdetto. Lei però mi parla del dopo: dell’aula del Senato, dell’ipotesi che il voto da palese divenga segreto e che la segretezza porti quella robaccia con sè. Il Pd ha conosciuto i 101 che hanno votato contro Prodi, quindi la possibilità esiste, anche se il rischio è remoto. Temo, certo che sì”.
Tremano tutti, e anche a Felice Casson, che è stato un giudice integro e oggi resta il teorico della linea della fermezza, tocca ponderare l’eventualità che Berlusconi sia così abile e così spericolato da condurre il Pd e grappoli di senatori di ogni altra foggia e misura (da Scelta civica ai terribili grillini) a condurlo alla salvezza, portarlo nella nebbia fitta e da lì fuori pericolo.
Come nuvole che in cielo si riallineano e si ritrovano improvvisamente vicine, il destino di Berlusconi si coniuga al destino del governo, la sua morte alla fine delle larghe intese, la corsa verso le elezioni al blocco di tante singole carriere, piccole e grandi. E così, quando gli umori cambiano repentinamente come le nuvolette in cielo, il clima generale subito ne risente: ieri nervoso, oggi rilassato.
Ieri contrapposto oggi compiaciuto. Ieri tutti sulle barricate, oggi tutti sui sofà .
Di nuovo Berlusconi e di nuovo quella parola, campagna acquisti, che terrorizza solo a pronunciarla e impone uno scatto immediato per respingerla, trascinarla lontana da sè con il tacco della scarpa come fosse una cicca di sigaretta spenta.
“Il partito sarebbe morto e sepolto se si mostrasse diviso sul destino di quello lì. Non ci sarebbe più. Punto e basta”. Vero, fa paura pensarci, e neanche vorrebbe farlo Graziano Delrio, ministro per gli Affari regionali, ma soprattutto amico di Matteo Renzi, dunque parte dell’enorme pentolone in cui bolle l’acqua del partito.
Renzi ha fretta di conquistare il partito, di contarsi dentro e poi fuori. Renzi annuncia lo sfratto a Enrico Letta, ma deve notificarglielo.
E come si fa se la strada delle elezioni è sbarrata e quella del congresso pure? Michele Anzaldi è della sua falange: “Ancora non abbiamo una data per decidere il nome del nuovo segretario, ed è ragionevole pensare che la dilazione significhi ostruzione, che il contrasto venga aiutato dai cavilli, dalle eccezioni, e da piccole o grandi novità ”.
Se Berlusconi cade per mano del Pd, il governo cade per mano di Berlusconi.
Dunque è più probabile che si voti, ed è più probabile che Renzi conquisti, con il partito, anche il governo.
È questa l’ipotesi ancora più accreditata, malgrado Napolitano aggiunga moniti ai suoi già pressanti consigli di non fare di un destino personale il destino della Repubblica.
Ma è anche vero che sul destino di Silvio si srotola il destino dei suoi oppositori, le velleità di singoli, le speranze di molti.
E la battaglia sul fronte esterno può pericolosamente intersecarsi con quella interna. Se le lingue si confondono, gli animi si incupiscono, le diagnosi si complicano e ciascuno guarda a sè.
L’idea di fregare l’amico anche al costo di salvare il nemico atterrisce ma non è esclusa. E si somma all’eventualità che rasenta la perdizione: ogni carriera è in vendita e l’intelligenza col nemico, per profitto personale, è già consuetudine nella storia della Repubblica, già riempie pagine di un processo che si sta per aprire a Napoli.
Il terrore è che malgrado le urla dei militanti, gli inviti alla schiena dritta (e alle mani a posto) qualcuno possa procedere come prima.
“Un partito che ha combinato quel poco a maggio porta con sè il sospetto che in quell’occasione una resistenza sia stata organizzata e ancora oggi conservi una possibile vitalità e un interesse a proseguire nell’opera di denigrazione. Ma dobbiamo trovare il modo per scongiurare alla radice anche la possibilità teorica che questo assunto possa ritenersi plausibile, e immaginare modi, se la votazione dovesse essere segreta, in cui il voto del singolo abbia un suo vestito, una propria faccia. Se c’è gente che ha in mente di distruggere l’immagine del Pd, deve sapere che esistono modi per sterilizzare questo sciagurato tentativo”, dice Stefano Fassina, vice ministro all’Economia.
O solo spera.
Antonello Caporale
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Settembre 12th, 2013 Riccardo Fucile
“ORMAI SO CHE LA FINESTRA ELETTORALE SI E’ CHIUSA”… MA DICE NO AI FIGLI CHE GLI PORTANO LA DOMANDA DI GRAZIA GIA’ FIRMATA
Il sipario che scende inesorabile sulla finestra elettorale d’autunno. La crisi di governo ormai minacciata a salve.
«Al voto non possiamo più andare, non ci sono più i tempi, le condizioni, dobbiamo combattere a oltranza per evitare la decadenza almeno fino a metà ottobre, non posso incassarla prima che Milano decida l’interdizione».
Silvio Berlusconi torna a vedere nero e ordina la resistenza e le barricate ai suoi. Almeno fin tanto che la Corte d’appello di Milano non di pronunci sull’interdizione, facendolo comunque decadere.
È l’ultima, disperata strategia.
Il report che gli prospetta in mattinata ad Arcore il senatore di fiducia Francesco Nitto Palma sui lavori della giunta delle elezioni al Senato, d’altronde, quel procedere del Pd a tappe forzate verso il voto in tempi celeri, gettano il leader nello sconforto più nero.
Non ci sono più condizioni per evitare il voto in giunta e poi in aula, qualsiasi trattativa coi democratici appare preclusa. Il diktat lanciato da Villa San Martino è allora di combattere a Sant’Ivo alla Sapienza giorno per giorno. Cercare di strappare giorni, settimane, magari un mese prezioso.
Ed è quello che i suoi iniziano a fare in ufficio di presidenza della giunta fin dal pomeriggio.
Ottengono poco o nulla, ma oggi si riprende. Con quale obiettivo?
Quel che gli avvocati Ghedini e Longo gli spiegano a più riprese è che con molta probabilità il presidente della Repubblica Napolitano si ritroverebbe con le mani legate se nei prossimi giorni arrivasse un voto definitivo dell’aula di Palazzo Madama che sancisse la decadenza.
Con difficoltà , è la tesi, potrebbe procedere alla commutazione della pena detentiva (domiciliari o servizi sociali) in pecuniaria, ancora meno a una grazia, in presenza di un voto parlamentare.
Molto meglio se la decadenza seguisse, automatica, l’interdizione che il 19 ottobre la Corte d’Appello di Milano dovrà infliggere (da uno a tre anni).
È il «film» che proiettano in queste ore ad Arcore e che ha convinto e forse consolato l’inquilino. Ma solo in parte.
Il presidente Napolitano ha lasciato intendere con molta chiarezza che qualsiasi atto di clemenza da parte sua potrebbe incidere sulla pena principale, non certo su quella accessoria.
Berlusconi in ogni caso decadrà , non sarà ricandidabile, non sarà più parlamentare e dunque resterà privo di qualsiasi immunità .
Non c’è rimedio per l’incubo «di un arresto disposto da una procura qualsiasi» che lo attanaglia ormai giorno e notte.
Falchi alla Verdini continuano a ripetergli che nulla impedisce che lui possa al contrario candidarsi da leader se si andasse al voto, fosse pure a fine novembre.
Ma il Colle non concederà mai lo scioglimento delle Camere, Berlusconi lo dà per certo. E quella finestra elettorale poi, calendario alla mano, è ormai di fatto chiusa.
E dunque far cadere Letta «per ottenere cosa?» È la grande incognita.
Anche se la minaccia della crisi viene tenuta alta, ripetuta da tutti i dirigenti Pdl nei talk show, se in giunta il Pd procederà da oggi a tappe forzate.
La realtà tuttavia dice altro, e altro raccontano le cifre delle azioni Mediaset tornate come per magia a crescere in Borsa sulla scia della semplice notizia di una tregua politica che campeggiava sui giornali di ieri.
«E sono argomenti che per lui contano più di tanto altro» spiega chi è di casa ad Arcore.
D’altronde, non è passata inosservata la presenza di quasi tutti i parlamentari Pdl in aula quando nel pomeriggio il premier Enrico Letta ha riferito a Palazzo Madama sul G20. «Non vogliamo la crisi » ripete in giornata il capogruppo Schifani. E dopo Letta «ci sarebbe di certo il voto, non è conquesti grillini che possono sognare di fare un altro governo» è la tesi di Mariastella Gelmini.
È in questo clima che i figli sono tornati alla carica. A metterlo alle strette.
Per tutto il giorno è rimasto blindato a Villa San Martino proprio con i loro, mentre un via vai incessante di avvocati conclamava la gravità del momento.
Nessuna voglia di parlare con i dirigenti Pdl, non sono loro a poterlo salvare, non la politica ormai.
Raccontano che Marina, Piersilvio e Barbara si siano presentati ieri sera a cena portando poche cartelle da loro controfirmate con la richiesta ufficiale di grazia al capo dello Stato.
Il gesto estremo e clamoroso della famiglia. Da accompagnare, inevitabile, con le dimissioni dalla carica di senatore, prima di qualsiasi pronunciamento della giunta delle elezioni.
Un atto di «responsabilità e coraggio», gli chiedono i figli più grandi. Lui resiste, non accetta. «Non vi autorizzo a presentarla, non è il momento, non ora» sarebbe stata la reazione a caldo.
Ma la richiesta è lì sul tavolo. E ci resta.
«Non lo farà » giura Angelino Alfano parlando a chiusura della festa “Controcorrente” del Giornale a Sanremo.
Berlusconi resta in silenzio e spaesato, smarrito, «non sa in realtà che fare» confida chi gli ha parlato.
Vuole mostrare il volto duro, resistere, ma gli artigli sono spuntati.
E la via dell’appello alla clemenza del capo dello Stato e delle dimissioni diventa l’unica via di salvezza.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Settembre 12th, 2013 Riccardo Fucile
OGGI NUOVA RIUNIONE SULLE DATE… SI VOTERà€ A METà€ OTTOBRE: TEMPO UTILE PERCHà‰ I BERLUSCONES TROVINO I 44 SENATORI NECESSARI A SALVARE IL CAVALIERE
Ci hanno messo due ore per stilare il calendario e, dopo le due ore, il calendario non c’era. 
L’incertezza è l’unica certezza per la Giunta del Senato che può far decadere o salvare lo scranno di Silvio Berlusconi.
Infastidito (e chissà se pentito) per la retromarcia di martedì sera, il Partito democratico — assieme al Movimento Cinque Stelle — ieri ha cercato di bruciare i tempi, compresa la relazione di Andrea Augello, e aveva indicato il voto per lunedì o martedì. Ma il Pdl voleva 15 giorni di discussioni: niente unanimità , niente accordo.
Oggi seduta nel pomeriggio, ci riprovano. Ma per l’esito finale si dovrà aspettare metà ottobre: l’aula di palazzo Madama si esprime a scrutinio segreto, ai berlusconiani mancano 44 senatori.
C’è spazio e modo per la caccia al franco tiratore, specialità del Cavaliere.
Torniamo negli uffici di Sant’Ivo alla Sapienza, magnifica sede in cui i 23 senatori in Giunta hanno trascorso e trascorreranno parecchie ore.
Il socialista Enrico Buemi, eletto con i democratici, ne aveva calcolato una quindicina per bocciare o promuovere il testo di Augello infarcito con le pregiudiziali ribattezzate in preliminari, cioè i tre tentativi di girare la gestione all’esterno fra Corte di Lussemburgo e Corte Costituzionale .
Il Movimento Cinque Stelle è disposto a lavorare anche nel fine settimana, dunque oggi, domani e anche domenica se occorre. Il Partito democratico, stavolta in sintonia con Scelta Civica, ha preferito non esagerare e indicare lunedì o martedì.
Oggi sapremo.
Chiusa la parentesi di Augello, la maggioranza dovrebbe nominare un proprio relatore e la decadenza, almeno in Giunta, sarebbe sancita in una settimana, l’ultima di settembre.
A quel punto, ci sarà un’attesa, e si pronostica spettacolare, riunione pubblica con Berlusconi in persona o un suo legale rappresentante, ma non Niccolò Ghedini perchè parlamentare.
Ci sono al massimo dieci giorni di riflessioni e burocrazia prima di comunicare la decisione a palazzo Madama.
Qualcuno ipotizza che il Pdl potrebbe far allungare l’agenda chiedendo ulteriori dieci giorni: esiste un cavillo nel regolamento, ci possono riuscire.
Ricevuta la posta dai colleghi in Giunta, la prima o la seconda settimana di ottobre, il presidente Pietro Grasso potrebbe convocare i 321 senatori, compresi i sei a vita, per le votazioni su Berlusconi.
Ma si sovrappongo due date: il 15 ottobre finisce la finestra elettorale per l’inverno, poi se ne riparlerebbe nel 2014; il 19 la Corte d’Appello di Milano inizia a ricalcolare la pena accessoria ai quattro anni di condanna in Cassazione per il Cavaliere.
Ora queste sono ipotesi, anche ottimistiche, con tanti “se”: se il Pdl non s’inventa nuova arzigogoli procedurali; se non minacciano di mandare a casa Enrico Letta; se non monita il Quirinale; se il Pd non risente le pressioni.
E al Senato, ammesso che siano tutti presenti e tutti siano intenzionati a votare, lo scudo del Cavaliere parte da 117 voti.
La maggioranza è quota 161 e i berlusconiani proveranno la caccia dei 44 dai democratici ai centristi di Monti, nessuno escluso.
Il voto è segreto. E gli agguati, da Romano Prodi in giù, non sono fenomeni improbabili da quelle parti.
Anche perchè l’addio parlamentare di Berlusconi potrebbe provocare tanti addii e tanti sommovimenti interni ai partiti rivali o alleati di governo.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 12th, 2013 Riccardo Fucile
LE LEGGI SI POSSONO SEMPRE INVENTARE
Una volta era tutto più facile: le leggi gliele scrivevano su misura Craxi & C., poi passavano alla cassa.
Dunque gli era davvero difficile violarle. Però ogni tanto capitava lo stesso, allora lui mandava Previti dal giudice con una busta o un bonifico estero su estero, e il processo finiva lì.
Poi purtroppo Craxi & C. si fecero beccare, i giudici corrotti finirono dentro e quelli corruttibili iniziarono a scarseggiare.
Non gli restava che scendere in campo per farsi le leggi da solo. “Se non entro in politica finisco in galera e fallisco per debiti”, confidò a Biagi e Montanelli. E fu di parola. In galera non ci finì grazie a una raffica di leggi à la carte.
E per debiti fece fallire tutti gl’italiani tranne uno: lui.
Ora c’è un contrattempo: non ha più la maggioranza per nuove leggi ad Nanum. Potrebbe chiedere ai diversamente concordi del Pd, sempre così disponibili, ma anche quelli hanno un guaio: se ci riprovano, Grillo se li mangia.
Però non c’è problema: le leggi, non potendole più fare, si possono sempre inventare. Basta andare in tv da mane a sera, ripetere cento volte che la tal norma esiste o non esiste, e quella compare o scompare a dispetto della Gazzetta ufficiale, del Codice penale, del Codice di procedura, della Costituzione.
Nella sua lettera alla giunta del Senato, B. annuncia il ricorso alla Corte di Strasburgo “ai sensi dell’art. 7 della legge 4/08/1955 N. 848”.
Purtroppo la suddetta legge di articoli ne ha solo due, il che rende piuttosto improbabile l’esistenza di un “art. 7”. Ma tanto chi se ne accorge?
L’anno scorso Scalfari estrasse dal cilindro “la sentenza n. 135 del 24/4/2002” della Consulta che, a suo dire, dava ragione a Napolitano nella diatriba coi giudici di Palermo per le telefonate con Mancino.
Nessuno controllò, se no si sarebbe scoperto che la sentenza riguarda una discoteca di Alba (Cn) dove gl’inquirenti avevano nascosto microspie e telecamere per immortalare “i rapporti sessuali tra i clienti e le ballerine”.
Dunque con Napolitano e Mancino c’entra come i cavoli a merenda.
Poi la Consulta, pur di dare ragione al Presidente, s’inventò che i giudici dovevano distruggere le bobine senza farle ascoltare ai difensori del processo sulla trattativa Stato-mafia “in base all’art. 371 Cpp”: che non c’entra una mazza perchè riguarda le intercettazioni che violino il segreto professionale fra medico e paziente, avvocato e cliente, confessore e penitente.
Da allora vale tutto.
Si può persino sostenere che il Pdl votò la Severino, figlia di un decreto Alfano (che se ne vantò pure), sulla decadenza e l’incandidabilità dei parlamentari condannati, ma per applicarla solo ai parlamentari condannati per reati commessi dopo, cioè non ancora commessi, cioè per non applicarla a nessuno.
Resta da capire perchè fu varata in tutta fretta prima delle elezioni di febbraio, se non mirava a ripulire le liste dai condannati già condannati (ovviamente per reati precedenti), ma solo da quelli futuri, dunque inesistenti.
Del resto, grazie al centrosinistra, abbiamo la legge penale tributaria più blanda dell’universo: se non evadi almeno 50 mila euro o non frodi il fisco per almeno 33 mila euro all’anno, non è reato.
B. ha frodato per 300 milioni, quasi tutti prescritti, tant’è che l’hanno condannato per i 7,3 superstiti (su due anni), ma non va ancora bene: i suoi servi ripetono in tv che Mediaset ha pagato miliardi di tasse, dunque la frode da 7,3 milioni (che poi sarebbero 300) non è reato.
A parte il fatto che non s’è mai visto un ladro d’auto che si difenda in tribunale argomentando che, con tutte le auto che circolano ogni giorno, lui s’è limitato a rubarne una, dunque è come se non l’avesse rubata; lunedì sera la Casellati diceva a Otto e mezzo che Mediaset ha pagato 6 miliardi di imposte, mentre la Santanchè diceva a Piazza Pulita che ne ha pagati 11, mentre Schifani diceva a Porta a Porta che ne ha pagati 9.
Ecco, non sta a noi dirlo, ma perchè la gente si beva qualcosa bisognerebbe fare almeno come I soliti ignoti: sincronizzare le puttanate.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Berlusconi, Giustizia | Commenta »