Destra di Popolo.net

IL PAESE SENZA SCILIPOTEN

Settembre 24th, 2013 Riccardo Fucile

IL FENOMENO PARANORMALE DELLE ELEZIONI TEDESCHE

Viste da qui, le elezioni tedesche sono state un fenomeno paranormale.
Alle sei le urne erano chiuse, alle sei e un quarto si sapeva già  chi aveva vinto, alle sei e mezza Merkel si concedeva un colpo di vita e stiracchiava le labbra in un sorriso, alle sette meno un quarto il suo rivale socialdemocratico riconosceva la sconfitta e alle sette tutti andavano a cena perchè si era fatta una cert’ora.
Qualsiasi paragone con le drammatiche veglie elettorali di casa nostra — gli exit poll bugiardi, le famigerate «forchette», le dirette televisive spalancate sul nulla, le vittorie contestate o millantate e la cronica, desolante assenza di sconfitti — sarebbe persino crudele.
La diversità  germanica rifulge ancora di più il giorno dopo.
Pur stravincendo, Merkel ha mancato la maggioranza assoluta per una manciata di seggi.
Eppure non invoca premi di maggioranza o altre manipolazioni del responso elettorale e si prepara serenamente ad aprire le porte del potere a uno dei partiti perdenti: socialdemocratici o Verdi.
I cittadini tedeschi, di destra e di sinistra, paiono accogliere questa eventualità  senza emozioni particolari.
Nessun giornalista «moderato» grida al golpe.
Nessun intellettuale «progressista» raccoglie firme per intimare ai propri rappresentanti di non scendere a patti con il nemico.
Nessun Scilipoten eletto con l’opposizione si accinge a fondare un partito lillipuziano per balzare in soccorso della vincitrice.
Nè alla Merkel passa per l’anticamera del cervello e il risvolto del portafogli di trasformare il Parlamento in un mercato, agevolando il passaggio nelle proprie file dei pochi deputati che le basterebbero per governare da sola.
Nelle prossime settimane, con la dovuta calma, i due schieramenti si incontreranno.
Ci sarà  una discussione serrata sulle «cose» e si troverà  un compromesso nell’interesse del Paese.
Nel frattempo il capo sconfitto della Spd avrà  già  cambiato mestiere, anzichè rimanere nei paraggi per fare lo sgambetto al suo successore.
E alla scadenza regolare della legislatura si tornerà  al voto su fronti contrapposti (e con due ottime candidate donne, probabilmente: la democristiana Ursula von der Leyen e la socialdemocratica Hannelore Kraft).
La saggezza popolare sostiene che i tedeschi amano gli italiani ma non li stimano, mentre gli italiani stimano i tedeschi ma non li amano.
Ci deve essere del vero. Ma ieri, oltre a stimarli, li abbiamo invidiati un po’.
Qualcuno dirà : troppo facile, loro possono coalizzarsi in santa pace perchè nel principale partito del centrodestra hanno una Merkel, mica un Berlusconi, e in quello del centrosinistra gli ex comunisti sono spariti da un pezzo, a differenza dei presunti smacchiatori di giaguari.
Anche in questa obiezione c’è del vero.
Infatti è sbagliato dire che li invidiamo un po’.
Li invidiamo tantissimo.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)

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BIANCAMERKEL E I SETTE NANI

Settembre 24th, 2013 Riccardo Fucile

LA VITTORIA DI ANGELA NELL’ANALISI DEI “GERMANISTI” DEL PDL

Farà  senz’altro piacere ad Angela Merkel, reduce da un trionfo elettorale mai visto in Germania dai tempi di Adenauer (e in Italia dai tempi di De Gasperi), apprendere che gli autorevoli Pino Pisicchio, Gianfranco Rotondi, Bobo Craxi, Potito Salatto, Giuliano Cazzola, Dorina Bianchi e persino Deborah Bergamini e Franco Frattini hanno molto apprezzato il suo successo.
E non è dato sapere se riuscirà  a farsi una ragione del fatto che, invece, tre prestigiosi germanisti come Gasparri, Cicchitto e Brunetta appaiono critici nei suoi confronti.
Noi italiani, dal canto nostro, abbiamo di che gonfiare il petto di spirito patriottico, nel vedere i nostri nani arrampicarsi sulla gigantessa con la consueta ampiezza di vedute, che non va oltre la buvette di Montecitorio.
Gente che non ha mai vinto un’elezione in vita sua e, senza le liste bloccate, non prenderebbe neppure i voti dei parenti stretti discetta di Merkel e di Germania con grande sicumera, riuscendo perfino a non ridere.
Gasparri stigmatizza “il frastuono degli applausi che circondano la Merkel” e paventa il “rischio di analisi affrettate”.
Per questo noto frequentatore di se stesso, infatti, la Merkel non ha affatto vinto: “successo individuale ma non strategico, i moderati tedeschi perdono complessivamente 6 punti” e ora la Cancelliera “dovrà  inseguire singoli parlamentari”.
Poveretto, lui pensa che sia italiana e si metta a comprare deputati un tanto al chilo.
Per Brunetta, il risultato tedesco è una lezione per Renzi: “l’Italia ha bisogno di persone serie, non di buontemponi e di cicisbei della Merkel”, che non è mica come lui e Berlusconi: è “una furba massaia” che vuole “germanizzare l’Europa”.
Ma ora la sistema lui: “La speranza è che la Merkel sia costretta o liberamente decida la Grande Coalizione con i socialdemocratici” che impedirà  “il trionfo di un pensiero unico dalla Germania a tutto il continente”.
Insomma, Renatino non vorrebbe “passare dal ‘meglio rossi che morti’ degli anni 80 al ‘meglio tedeschi che morti’”.
La Merkel, c’è da giurarci, prenderà  buona nota.
Così come della lucida analisi di Cicchitto: “È augurabile una grande coalizione in Germania che attenui l’eccesso di rigorismo. Le ‘terze vie’ sono sempre difficili, ma è con questa esigenza di fondo che dobbiamo misurarci, guerriglia giudiziaria permettendo”.
Il guaio è che, in tedesco, “guerriglia giudiziaria” è intraducibile, anzi la Merkel è lì proprio grazie alle indagini su Helmut Kohl, che si dimise per pochi milioni di finanziamenti occulti al partito (nemmeno a lui), anche perchè non aveva tra i piedi nessun Kikkitten.
Pure Letta Nipote punta sulla grande coalizione, così almeno gli eventuali elettori del Pd la smetteranno di chiedergli di zio Gianni e di nonno Silvio: “Dal voto tedesco emerge un modello di cooperazione simile al nostro. Forse in Italia si capirà  che quando gli elettori ci obbligano a una grande coalizione bisogna farsene una ragione”.
E pazienza se il centrodestra e il centrosinistra tedeschi non hanno mai giurato agli elettori di non governare insieme; e se il centrodestra tedesco è guidato da una persona seria che non racconta barzellette, non organizza orge, non smacchia giaguari, non asfalta (almeno a parole) nessuno, non bivacca in salotti tv, non fa affari, ma soprattutto non ruba e non risulta pregiudicata (e il centrosinistra tedesco non è guidato dal braccio destro del capo del centrodestra).
Bobo Maroni, dall’alto del suo 3 virgola qualcosa, trova che “l’alleanza della Cdu con la Csu bavarese ha dato i suoi risultati: è uno schema che può essere replicato anche da noi e sul quale sto lavorando”.
E certo, perchè la Lega e la Csu bavarese sono la stessa cosa.
Si risente persino Frattini Dry, dato per disperso da mesi: siccome è un tipo originale, parla di “risultato storico” e spiega che “i tedeschi hanno premiato una linea politica che può combinare il rigore con la crescita: la stessa che i tedeschi vivono. Noi no, perchè fino all’altroieri non avevamo fatto i compiti a casa”.
Insomma “il successo Cdu è la bocciatura esplicita della tesi di quello che allora era il mio partito”.
E lui era soltanto il ministro degli Esteri di B., dunque non c’entra.
Anzi, rivela che lui “dissentiva”, ovviamente di nascosto.
Deborah Bergamini, nota internazionalista di scuola arcoriana, ritiene che la Merkel — “la cui intelligenza politica non è in discussione” (entusiasmo a Berlino) — abbia vinto perchè “è stata capace di imporre gli interessi del suo Paese” (in controtendenza col Caimano, che s’è sempre fatto i cazzi suoi), dunque “le quale auguriamo buon lavoro” (sollievo alla Cancelleria).
Laura Garavini del Pd è lapidaria: “Quanto alla vittoria della Merkel, me l’aspettavo”: che testa, che preveggenza.
Non se l’aspettava invece Nichi Vendola, l’altro del 3 virgola qualcosa, che trova il risultato tedesco “molto curioso”, perchè “la Merkel trionfa ma il centrodestra arranca”. Evidentemente non ha imparato nulla da Sel.
In attesa del commento di Capezzone, che purtroppo tarda ad arrivare, ci si contenta di Bobo Craxi, che elogia “la tendenza politica che tende a far prevalere la stabilità  al caos, assegnando alle forze politiche di ispirazione più tradizionale, quella cattolica e quella socialdemocratica, un ruolo centrale ed essenziale” (mica fesso, il ragazzo).
E di Potito Salatto, “vicepresidente della delegazione Popolari per l’Europa al Parlamento europeo”, ex Pdl, poi Fli, ora non si sa: “Tutto ciò deve spingere le delegazioni italiane nel Ppe a trovare un unico contenitore in vista delle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, in modo da consentire all’Italia di contare di più nello stesso Ppe”.
Purtroppo B., essendo pregiudicato, non lo faranno entrare: non per la legge Severino, ma perchè — fa subito sapere la Merkel — “il Ppe ha uno statuto”.
Il più giulivo comunque è Rotondi, candidato alle primarie immaginarie del Pdl: “Quella tedesca è la vittoria dei democristiani contro i socialisti. In Italia invece le identità  sono demonizzate. A maggior ragione oggi mi sento di rilanciare con forza la mia candidatura a premier per un centrodestra europeo e normale”.
Ecco perchè la Merkel ha vinto: per tirare la volata a Rotondi.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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I FRATELLI DI TAGLIA E L’OFFICINA DEI SALDI CONVENZIONATA CON ARCORE

Settembre 24th, 2013 Riccardo Fucile

RIFLESSIONI SU COMMITTENTE E GOMMISTI DI UNA DESTRA PILOTATA E INDIRIZZATA COME SPECCHIETTO PER LE ALLODOLE NELL’OFFICINA DOVE RIPARARE LE RUOTE DI SCORTA

Tutti a cercare la “destra che non c’e'”: la riesumazione di “Forza Italia” ha generato in molti ex An che avevano intrapreso anche strade diverse, l’esigenza di trovare un tetto comune dove ripararsi dalle intemperie politiche.
Non si sono accorti che il tram è passato: il 21% attuale che i sondaggi riconoscono ai Cinquestelle, nonostante l’aspetto brancaleonico degli stessi, dimostra che l’elettore premia chi, anche solo apparentemente, dissente fragorosamente dalla Casta politica.
Contaminati da anni di governo, scorte e auto blu, persa la capacità  di essere “opposizione” (nessuno “nasce istruito” e, a maggior ragione, nessuno nasce ministro), distanti dal comune sentire della gente normale, non hanno compreso che il tempo “politico” passa sempre più veloce   e per la pesca delle occasioni, in cui almeno Almirante era maestro, occorre avere fiuto.
“La destra che non c’è” avrebbe dovuto essere il riferimento proprio di quella fascia di dissenso costituita dal 50% che non va a votare o esprime un voto di protesta, avrebbe dovuto essere fuori dal palazzo e non dentro a dividersi poltrone e prebende, sgomitando con i giustificazionisti del palo della lap dance o delle cene eleganti.
Ora che il loro datore di lavoro ha deciso di rinnovare i locali, trattenendo solo gli Alteri e chi è uso perdersi in viale alberati mal frequentati, eccoli tutti alla ricerca della casa madre.
Non quella delle Olgettine con assegnino da 2.500 eurini, ma almeno una officina “convenzionata” dove esercitare un mestiere antico.
No, non pensate male, non parliamo di quello per cui è sotto processo il loro referente, più semplicemente ci riferiamo a quello di gommista, idoneo a rimettere in sesto le ruote di scorta.
Quello che in fondo hanno fatto per anni tutti gli ex An, nessuno escluso, votando le peggiori leggi ad personam e facendosi clisterizzare dalla Lega, quella con cui non avrebbero mai più preso neanche un caffè…
I fratelli di taglia, quelli che sono passati dala 48 alla 52 per le abbondanti libagioni assicurate dai posti di potere cui sono rimasti aggrappati per anni, ora chiamano a raccolta i superstiti promuovendo diete identitarie e pizze valoriali, in attesa della quota parte della “Fondazione ex colonnelli e reduci”.
Al loro regista serve una forza che lo copra a destra senza disperdere voti preziosi e da buoni caratteristi loro si prestano: distinti ma affatto distanti, anzi telecomandati.
Per poi svuotare il carniere elettorale nella comune cucina e spartirsi il bottino.
A qualcuno la polpa, ad altri le ossa da ripulire, ma a loro va bene quello che il padrone decide di lanciargli.
Però le ciambelle non sempre escono col buco, specie se l’elettore è attento.
Chi si illudeva che la nascita di Forza Italia avrebbe fatto confluire nell’officina dei gommisti qualche punto in percentuale, deve già  ricredersi: un sondaggio di ieri concede solo uno 0,4% in più ai fratelli di taglia.
Altri tempi quelli dei contadini con le scarpe grosse e il cervello fino: qua aumenta solo la taglia, non l’intelligenza.
Forse perchè da tempo sono abituati a ragionare e operare con il cervello altrui.
Da figli di tutti a figli di nessuno.
Adieu, Atreju.

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LE MANI SPAGNOLE DI “TELEFONICA” SU TELECOM ITALIA, TRATTATIVE IN CHIUSURA: UN GIGANTE PORTATO AL COLLASSO DAI VIZI DEL CAPITALISMO TRICOLORE

Settembre 23rd, 2013 Riccardo Fucile

IL PRIMO GRUPPO TELEFONICO ITALIANO FINIRA’ SOTTO IL CONTROLLO DEL LEADER IBERICO DELLE TELECOMUNICAZIONI

Per capire che cosa significhino espressioni come “l’Italia è un Paese in declino”, “vige un capitalismo asfittico e di relazioni”, basta ripercorrere le vicende di Telecom Italia.
Oggi si guarda alla prossima scadenza del patto tra gli azionisti di Telco, la holding che controlla Telecom, e al consiglio di amministrazione del 3 ottobre, come all’inizio di una nuova era. Eppure, quindici anni di lenta agonia suggeriscono scetticismo e, forse, rassegnazione.
LA MADRE DI TUTTE LE PRIVATIZZAZIONI
Telecom Italia nasce con la privatizzazione del 1997 voluta dal governo Prodi. E parte con un difetto d’origine: uno Stato dirigista o, ancor peggio, che vorrebbe esserlo, ma non ne è capace. A prescindere dal colore dei governi.
Così le privatizzazioni si fanno solo per far cassa e perchè lo impone l’ingresso nell’euro. Pertanto Telecom viene collocata come un monopolio integrato, perdendo l’occasione per creare concorrenza in un settore agli albori della liberalizzazione e nella sua fase di massima crescita.
Ma il Tesoro riesce ad incassare 12 miliardi di euro per il 42%, più di quanto oggi valga l’intera società .
E si perde l’occasione per promuovere il mercato dei capitali, perchè lo Stato vuole pilotare il controllo in mani amiche.
Si sceglie l’approccio del nocciolo duro, con Agnelli primo azionista (e un investimento risibile, come d’abitudine) e Guido Rossi presidente. Per facilitargli il controllo, non si convertono le azioni di risparmio (senza diritto di voto), sopravvissute fino a oggi.
Cambiano i vertici: Rossignolo e poi Bernabè (l’attuale presidente, non suo figlio).
Ma l’interesse dei nuovi azionisti privati è solo di incassare il dividendo della rendita monopolistica. E l’azienda rimane un pachiderma sonnacchioso e pieno di soldi.
I CAPITANI CORAGGIOSI
L’avvento dell’Euro, nel 1999, elimina la barriera del rischio di cambio, spalancando all’Italia le porte del mercato internazionale dei capitali.
Cade così uno dei principali vincoli strutturali alla crescita nel nostro Paese: fino ad allora, il risparmio nazionale era obbligatoriamente incanalato verso il finanziamento del debito pubblico; e poichè il rischio lira scoraggiava l’ingresso degli stranieri, i gruppi italiani dovevano operare in uno stato di razionamento dei capitali, dal quale Mediobanca, che agiva da surrogato al mercato finanziario, traeva la propria forza.
Con l’Euro tutto questo finisce. Colaninno & Co. sono rapidi a sfruttare questa opportunità , e raccogliere all’estero gli ingenti prestiti necessari a lanciare un’Opa su Telecom.
Quello che poteva essere l’inizio di un mercato dei capitali efficiente, dove il controllo delle aziende va a chi è più bravo a gestirle, scardinando dirigismo e capitale di relazioni, e permettendo ai gruppi italiani di crescere in competizione con quelli stranieri, si trasforma presto in una cocente delusione: invece di fondere holding e società  operative create per scalare Telecom, concentrarsi sulla gestione industriale e ripagare l’enorme debito contratto, i capitani coraggiosi si comportano da vecchi capitalisti nostrani, perpetuando la lunga catena societaria creata con l’Opa per valorizzare il premio di controllo nella holding Bell (lussemburghese, naturalmente).
La preoccupazione resta il controllo, con il minimo dei capitali e il massimo del debito.
Ma la bolla della dot.com scoppia, e con essa le valutazioni insensate che il mercato attribuiva alle telecomunicazioni.
Per Colaninno & Co. è un brusco risveglio: il valore di Telecom crolla, ma i debiti rimangono; e i creditori bussano alla porta. In Italia, però, c’è sempre qualcuno pronto a strapagare il controllo (coi soldi di banche amiche) pur di soddisfare voglie di impero.
LA VOGLIA DI IMPERO DI TRONCHETTI
Liquido perchè baciato dalla fortuna durante la bolla Internet, Tronchetti Provera vede nelle difficoltà  dei capitani coraggiosi l’occasione per costruire il proprio impero. Ma l’ambizione acceca.
Nel 2001 strapaga il controllo di Telecom; naturalmente il premio va alla Bell (quasi tax free), non al mercato come da italica abitudine.
E perpetua gli errori di Colaninno & Co., esercitando il controllo con una catena societaria ancora più lunga (Olimpia al posto di Bell, più Pirelli, Camfin eccetera), e ancora più debito, ovviamente con il sostegno di Intesa e Unicredit, socie in Olimpia.
Poi infila una serie incredibile di errori.
Per far fronte ai debiti vende tutte le attività  che la Telecom dei capitani coraggiosi aveva acquistato all’estero, in mercati a forte crescita (unica decisione giusta); salvo poi accumularne di più per fondere Tim con Telecom, puntando prevalentemente sulla telefonia mobile in Italia: un mercato in via di saturazione, a bassa crescita e sempre più concorrenziale.
E non investe nella banda larga, perdendo il treno di Internet.
Così, nel 2006, Tronchetti si trova nella stessa situazione di Colaninno & Co. nel 2001: il valore di Telecom in calo irreversibile; troppo debito; e i creditori alla porta.
Ma questa volta non c’è un altro aspirante imperatore in Italia, così Tronchetti cerca di vendere agli americani di AT&T o al messicano Slim. Orrore!
L’OPERAZIONE DI SISTEMA
In Italia, come nel gioco dell’oca, ogni tanto si torna al via.
Nel 2006, Prodi è nuovamente al Governo e il sempreverde animo dirigista impone la salvaguardia di una azienda “strategica per il paese”.
Se però il mercato dei capitali non funziona (meglio, non lo si crea) e l’Europa impedisce allo Stato di intervenire, ci si inventa “l’operazione di sistema”.
Al comando torna Guido Rossi (quello del 1997), con il compito far uscire indenne Tronchetti e creare un patto per mantenere il controllo in mani italiane.
Ancora una volta, prioritari sono debito, controllo e relazioni con il Governo: le prospettive del settore, e quale sia il modo migliore per valorizzare l’azienda, sono aspetti marginali.
Chi allora meglio di Banca Intesa, autoproclamatasi banca di sistema, insieme al salotto buono di Mediobanca e Generali, per un’operazione di sistema gradita al Governo?
Con la spagnola Telefonica, comprano il controllo da Olimpia, rinominata Telco (senza che il mercato veda un euro), facendo uscire Tronchetti prima che l’avventura Telecom lo porti al dissesto. E finanziano l’operazione a debito. Nulla cambia nella struttura finanziaria (troppo debito) e proprietaria (controllo in una holding fuori mercato).
Telefonica è straniera, ma non conta: la Spagna ha un capitalismo come il nostro e ci si intende. E poi ha una quota di minoranza.
Ma in questo modo le si concede di fatto un diritto di prelazione sul controllo futuro, magari a prezzo di saldo.
Infatti sembra che oggi Intesa, Mediobanca e Generali, non potendo più permettersi le perdite che le operazioni di sistema inevitabilmente generano, stiano cercando di vendere a Telefonica la loro quota in Telco (naturalmente fuori mercato); a una frazione di quanto avrebbero incassato cinque anni fa. Come con Air France in Alitalia, o Edf in Edison: le operazioni di sistema non mi sembrano capolavori di astuzia.
LA LENTA AGONIA
Nel 2007, il comando torna a Bernabè (quello del 1998).
Da allora sfoglia la margherita. Il debito è rimasto quello di 13 anni prima, ma i ricavi dalla telefonia in Italia, dove l’azienda è concentrata, sono in declino irreversibile e non generano cassa bastante a rimborsarlo.
Ci vorrebbe un forte aumento di capitale, ma i soci non hanno soldi. Anzi, vogliono uscire. E, in ogni caso, non si saprebbe come remunerarlo adeguatamente.
Non si può vendere Tim per consolidare un mercato nazionale troppo frazionato perchè evidenzierebbe una perdita colossale derivante dall’abbattimento del valore dell’avviamento a bilancio.
Vendere il Brasile, che pure è ai massimi, significherebbe fossilizzarsi in un mercato in declino. Non ci sono i soldi per investire nella rete e ci sarebbero problemi a remunerare gli investimenti anche perchè la regolamentazione impone di spartirne la redditività  con i concorrenti.
Nè si può venderla, perchè la Cassa depositi sarebbe il solo compratore accettabile per il governo: una sorta di nazionalizzazione antistorica e impraticabile; e Telecom perderebbe l’asset con le migliori prospettive.
Fare l’azienda a pezzi e offrirli sul mercato globale al migliore offerente, approfittando dell’attuale ondata di fusioni e acquisizioni nel mondo equivarrebbe, nella lingua italiana, a una bestemmia.
IL MORTO CHE CAMMINA
Non capisco la frenetica attesa con cui si attende la fine del patto in Telco a fine settembre e l’ennesimo “nuovo piano industriale” (quanti ne sono stati presentati?) nel consiglio del 3 ottobre. Non può essere risolutivo perchè il problema, ancora una volta, non è una questione prettamente finanziaria, di controllo, o di chi sia al vertice; ma di un’azienda priva di prospettive, ancorata a un paese senza crescita, incapace di stare al passo con i rapidi e repentini cambiamenti del settore.
Definire Telecom un morto che cammina, ridotto in questo stato da una vicenda che è lo specchio delle storture del Paese, sembra quasi un eufemismo.

Alessandro Penati
(da “La Repubblica“)

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IL PD SCARICA CROCETTA E RITIRA GLI ASSESSORI: DOPO NOVE MESI LA RIVOLUZIONE E’ GIA’ FINITA

Settembre 23rd, 2013 Riccardo Fucile

“NON CI RICONOSCIAMO PIU'”: DOPO LA LITE SUL “MEGAFONO”, LA LISTA PERSONALE DEL GOVERNATORE, ORA A PESARE E’ IL RIFIUTO AL RIMPASTO OPPOSTO DA CROCETTA

Si sono riuniti all’hotel che fu dei fratelli Graviano, il San Paolo Palace di Brancaccio, per mettere le carte in tavola e definire finalmente i rapporti che legano il Partito democratico al governatore della Sicilia Rosario Crocetta.
E mentre a Roma l’assemblea nazionale si è infiammata, a Palermo il responso è stato univoco: il Pd ha scaricato la giunta regionale guidata dell’ex sindaco di Gela.
“Noi non ci riconosciamo più nell’azione del governo Crocetta, non ci sentiamo più vincolati a sostenere l’azione di un governo che sta commettendo errori gravi che si ripercuoteranno sui siciliani: da adesso, valuteremo provvedimento per provvedimento e atto per atto” è stato il de profundis recitato all’assemblea siciliana dei democratici dal segretario regionale Giuseppe Lupo.
Per Crocetta dunque è scattata l’ora X della crisi di governo: da domani dovrà  governare senza l’appoggio del suo partito.
“Il governo Crocetta ha un’idea politica diversa dal partito. Gli assessori in giunta ormai, dopo quello che è successo, non possono più considerarsi rappresentanti del Pd: traggano le loro conclusioni” ha rincarato la dose Antonello Cracolici, in passato sostenitore dell’alleanza con Raffaele Lombardo, e ora principale oppositore del governatore.
Crocetta ha preferito non intervenire all’assemblea, annunciando di voler seguire le condizioni degli uomini della sua scorta, coinvolti in un incidente automobilistico alcuni giorni fa.
“Mi aspettavo una visita da parte loro. Un atto fatto col cuore, di amore. Ma la politica lo conosce il linguaggio del cuore?’ — ha replicato il presidente da Catania — Per me si continua il programma che è stato concordato con il popolo siciliano. Io non mi faccio condizionare da alcuno e non sarò il pupo di alcuno”.
La decisione del Pd di mollare il presidente arriva dopo un’estate infuocata: sul banco degli imputati era finita la decisione di Crocetta di creare Il Megafono, il suo movimento personale.
Una lista che non è stata digerita dai democratici perchè sottrarrebbe voti proprio al Pd.
E non è un caso se l’ultimo sodale rimasto a Crocetta è proprio il senatore Beppe Lumia, anche lui ex sostenitore dell’alleanza del Pd con Lombardo, e oggi rieletto a Palazzo Madama proprio nella lista del Megafono, senza quindi dover passare dalle primarie.
“Questo è il primo presidente della Regione di cui non dobbiamo vergognarci” è stato l’intervento di Lumia in difesa di Crocetta, mentre dalla platea parecchi abbozzavano un sorriso: “E Mattarella dove lo mettiamo” ricordava qualcuno ridacchiando.
Il Pd non ha digerito soprattutto l’opposizione netta di Crocetta ad un rimpasto: in giunta sono rimasti soltanto assessori tecnici di area politica, ma nessun parlamentare o politico di ruolo è stato accolto dal governatore, come invece avevano chiesto dalla maggioranza.
“Non è vero che noi puntiamo solo alle poltrone — ha smentito Lupo — ma mi ha fatto molto male leggere che il presidente, che si considera un condannato a morte dalla mafia, abbia ventilato l’ipotesi che il Pd potesse lasciarlo da solo su questo tema. È un’offesa a un partito da sempre in prima fila nella lotta all’illegalità ”.
Ad ascoltarlo proprio dalle prime file della platea c’erano attentissimi Nino Papania e Mirello Crisafulli, i due ex parlamentari nazionali cancellati dalle liste del Pd alle ultime elezioni politiche dopo l’appello di Franca Rame contro gli impresentabili.
E l’unico che non sembra deluso da Crocetta sembra essere proprio Crisafulli. “Io deluso dall’assenza di Crocetta? E perchè mai? Io sono qui per parlare col mio partito. Crocetta fa parte del Megafono, come è evidente, visto che fa anche le feste…” sibilava l’ex deputato, che aspettando l’inizio dell’assemblea si è adagiato su una panchina scrutando da lontano i vari compagni di partito che arrivavano alla chetichella.
Poche ore dopo avrebbero puntualmente scaricato Crocetta.
Dopo decenni di strapotere del Pdl e della destra, dopo l’appoggio al governo di Raffaele Lombardo, il Pd in Sicilia è imploso appena 11 mesi dopo la storica vittoria delle elezioni regionali.

Giuseppe Pipitone

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ITALIA IN NERO, UN SOMMERSO STIMATO FINO A 500 MILIARDI

Settembre 23rd, 2013 Riccardo Fucile

PER FARLO EMERGERE BASTEREBBE IMPORRE PAGAMENTI TRACCIABILI

L’ultimo blitz è scattato, come nella migliore tradizione, in piena estate, quando mezza italia è sotto l’ombrellone.
Martedì 6 agosto due senatori del Popolo delle libertà , Cinzia Bonfrisco e Antonio D’Alì, hanno presentato un emendamento al cosiddetto decreto “del fare” per rialzare a 3.000 euro la soglia sull’utilizzo del denaro contante, che Mario Monti aveva fissato a quota mille.
Il governo ha espresso parere contrario e la proposta è stata bocciata.
Ma, c’è da scommetterci, l’argomento tornerà  presto a far capolino nelle aule parlamentari, perchè la massima libertà  nell’uso del cash è un pallino di Silvio Berlusconi & Co.
E una mano santa per il partito degli evasori fiscali più incalliti
A fare da apripista, il 2 luglio, era stato non a caso un altro esponente del Pdl: il sottosegretario allo Sviluppo Economico, Simona Vicari, molto cara al presidente dei senatori berlusconiani, Renato Schifani.
«Così com’è oggi, la soglia rappresenta una camicia di forza ai cittadini e frena la ripresa e la crescita in tutti i settori», aveva cinguettato.
Aggiungendo che la sua idea incontrava il favore del ministro, il Pd Flavio Zanonato (che pur essendo piuttosto loquace era rimasto muto come un pesce).
Così aveva concluso la Vicari: «Bisogna rivedere la legge senza pregiudizi e furori ideologici (…) autorevoli studi e pubblicazioni dimostrano che sulla lotta al riciclaggio e all’evasione fiscale la riduzione della soglia di circolazione del contante non ha effetti decisivi».
Quali tomi abbia compulsato la Vicari resta un mistero.
Perchè che il sommerso viva di nero e il nero si nutra di contante lo sanno anche i bambini. Tanto che un altolà  era arrivato a stretto giro di posta dalla Corte dei Conti.
La magistratura contabile aveva detto che il tetto all’uso del denaro liquido andava sì cambiato, ma per abbassarlo ulteriormente.
«È intuibile come la gran parte delle transazioni che possono dar luogo all’occultamento dei ricavi si addensi al di sotto della soglia dei mille euro», si legge in una relazione presentata dieci giorni dopo dal presidente, Luigi Giampaolino.
La battaglia sull’uso del contante (che oggi, paradossalmente, è esentasse, al contrario di assegni, cambiali e conti correnti, tutti colpiti da un bollo) non è cominciata ieri.
Nel 2007, un anno dopo aver vinto le elezioni, Romano Prodi ha abbassato il tetto da 12.500 a 5.000 euro.
E stabilito, con il decreto Bersani-Visco, un ulteriore dècalage per i soli professionisti: la soglia sarebbe dovuta scendere a 1.000 euro nel luglio 2007, a 500 un anno dopo e addirittura a 100 euro (lo stesso limite oggi in vigore in Germania) nell’estate del 2009.
Il piano è però rimasto sulla carta. Perchè a palazzo Chigi è arrivato Silvio Berlusconi. E Giulio Tremonti, l’ex superministro dell’Economia che pagava in contanti la metà  dell’affitto dell’appartamento romano al suo più stretto collaboratore (e coinquilino) Mario Milanese, lesto ha ripristinato il limite dei 12.500 euro (giugno 2008).
Salvo poi essere costretto dalla crisi della finanza pubblica a dare, suo malgrado, un giro di vite nella lotta all’evasione fiscale, riportandolo a 5.000 (maggio 2010) e poi a 2.500 (agosto 2011).
Quindi il Cavaliere ha dovuto passare la mano a Monti, che dopo aver accarezzato l’idea di scendere a 500, ha poi invece stabilito, con l’articolo 12 del decreto “Salva Italia” (dicembre 2011), la quota attuale di mille euro.
UN TESORO INCALCOLABILE
La partita è sempre aperta. Del resto, la posta in palio è un tesoro immenso: il sommerso.
«Si tratta», come scrive con semplicità  il tributarista e collaboratore del “Sole 24Ore” Ernesto Maria Ruffini nel suo “L’evasione spiegata a un evasore”, «di tutte quelle attività  economiche che non sono misurate dalle statistiche ufficiali: alcune intenzionalmente, come il volontariato o il lavoro domestico; altre perchè nascoste, come le attività  criminali o l’evasione fiscale».
Quasi per definizione, quanto sia esattamente il sommerso è impossibile sapere.
Il documento conclusivo del Gruppo di lavoro su economia non osservata e flussi finanziari, guidato dall’attuale ministro del Lavoro e delle politiche sociali, Enrico Giovannini, nel 2011 aveva stabilito per il valore aggiunto prodotto dall’area del sommerso economico una forchetta tra il 16,3 e il 17,5 per cento del prodotto interno lordo.
In soldoni, tra i 255 e i 275 miliardi di euro (dato 2008), ben nascosti nei fatturati dell’agricoltura (32,8 per cento del totale), del terziario (20,9 per cento) e dell’industria (12,4). I numeri di Giovannini coincidono con quelli di un rapporto dell’ufficio studi della Confcommercio ancora fresco di stampa, essendo datato luglio 2013.
Nel documento si parla di un sommerso pari al 17,4 per cento, che su un Pil stimato per il 2013 a 1.563 miliardi di euro fa 272 miliardi.
Ma il professor Friedrich Schneider dell’Università  di Linz, guru mondiale della materia, che misura l’economia sommersa osservando proprio l’utilizzo del denaro contante, ha diviso gli Stati dell’Ocse in tre gruppi.
Mettendo l’Italia, insieme a tutti i Paesi mediterranei e al Belgio, in quello dove ciò che non risulta dalle statistiche sta tra il 20 e il 30 per cento.
Saremmo insomma come minimo al di sopra dei 300 miliardi, come del resto avvalorano stime basate su dati Eurosat, che parlano di 330 miliardi.
E che a loro volta non si discostano da quelle dell’istituto di geopolitica texano Stratfor Global Intelligence: gli analisti guidati dal politologo George Friedman indicano una forchetta tra il 17 e il 21 per cento del Pil, cioè tra i 270 i 340 miliardi (dati 2012).
Ma c’è chi va ancora oltre.
È il caso di uno studio del 2012 targato Eurispes (“L’Italia in nero-riflessioni sull’economia sommersa”), che si spinge a ipotizzare un nero pari a quasi 530 miliardi. Una cifra che si avvicina a quella (575 miliardi) del totale delle venti manovre economiche varate negli ultimi dodici anni dai governi di turno. In ogni caso, chiunque abbia ragione sui conti, si tratta di una situazione del tutto fuori controllo, se solo si pensa che il fenomeno è valutato al 6,7 per cento in Gran Bretagna, al 5,3 negli Stati Uniti, al 3,9 in Francia e addirittura allo 0,3 in Norvegia.
Ed è a causa del sommerso che la pressione fiscale effettiva, quella cioè che grava sui contribuenti onesti, è arrivata al 54 per cento, quasi dieci punti più in alto di quella teorica (44,6 per cento).
ALLO SPORTELLO 343 MILIARDI
Le cifre in discussione sono dunque tali da far apparire ridicolo il balletto in corso sulla manciata di miliardi (quattro) che il governo dovrebbe racimolare per tagliare l’Imu.
Il recupero (almeno in parte) del malloppo nascosto è però possibile solo se si mette un freno alla circolazione delle banconote, obbligando da un lato, e incoraggiando dall’altro, chi acquista beni e servizi a utilizzare strumenti di pagamento tracciabili.
Scrive Schneider in “The shadow economy in Europe” (2013) che la rilevanza dell’economia sommersa sul prodotto interno lordo degli Stati dell’Unione europea diminuisce all’aumentare del numero di transazioni effettuate tramite carte di pagamento.
Il che è certamente vero. Come lo è anche che il sommerso aumenta quando circolano più banconote. «Grecia e Italia sono i Paesi europei che mostrano i prelievi di contanti di importo medio più elevato (rispettivamente 250 e 175 euro) e contestualmente», nota su lavoce.info l’economista del Centro Europa Ricerche Carlo Milani, «hanno la più alta incidenza dell’economia sommersa sul Pil»
Ma sul fronte dei sistemi di pagamento l’Italia ha accumulato un ritardo drammatico. Un paper della Banca d’Italia, datato novembre 2012 e intitolato “Il costo sociale degli strumenti di pagamento”, dice che da noi il contante viene usato nell’82,7 per cento delle transazioni, contro una media dell’Europa a 27 del 66,6 cento.
Il ricorso alla carta di pagamento è fermo a quota 6,4 per cento (contro il 13,2 dell’Europa a 27). Anche perchè da noi di carte ce ne sono di meno: 1,2 per abitante, secondo un report di Datamonitor, contro la media Ue di 1,5, che nasconde picchi di 2,4 in Gran Bretagna e di 1,8 in Olanda e Belgio.
Risultato: secondo i dati dell’Istituto per la competitività  nel 2011 in Italia sono stati effettuati pagamenti con carte di credito o di debito (il Bancomat) per 122 miliardi, pari all’8 per cento del Pil. In Francia la cifra raggiunge i 393 miliardi (19,6 per cento del Pil) e in Gran Bretagna i 578 miliardi (33,1 per cento).
Un po’ di italiani tiene pure la carta in tasca, ma al momento di pagare il conto preferisce tirare fuori denaro frusciante, magari su richiesta dell’esercente: i calcoli della Bce dicono che il 31 per cento dei compratori estrae un fascio di banconote anche quando deve regolare conti per importi compresi tra 200 e 1.000 euro.
Se poi lo scontrino (quando c’è) è sotto i 50 euro, a pagare in contanti è il 98 per cento degli italiani, percentuale che scende solo al 93 quando la cifra è compresa tra i 50 e i 100 euro (Rapporto Ipsos, giugno 2012)
Secondo i calcoli di Bank for International Settlements, nel 2008 in Italia le operazione pro capite con carta erano ferme a quota 24,5, contro una media per l’area euro di 57 e un picco di 124,5 per la Gran Bretagna (gli Stati Uniti erano a 191,1).
Poi la situazione è migliorata, ma non il divario con i grandi paesi. Nel 2011, dice la Guardia di Finanza, l’Italia era salita a 68 operazioni cashless pro capite, ma nel frattempo l’area euro era arrivata a quota 182, la Francia a 255, la Gran Bretagna a 257 e l’Olanda addirittura sopra le 300.
Lo stesso vale per i Bancomat, utilizzati molto più per prelevare contante (oltre 160 miliardi nel 2012) che per pagare i negozianti (le operazioni sui Pos, i terminali elettronici, risultano ferme a 73 miliardi).
Si legge nel rapporto annuale dell’Unità  di informazione finanziaria della Banca d’Italia che nel 2011 il totale di prelievi e versamenti è ammontato a 343.356 milioni di euro.
QUINDICI MILIARDI DI BIGLIETTI
Se non fossimo in un Paese che ha un’evasione fiscale da Guinness dei primati e che risulta al venticinquesimo posto su 26 (preceduto da Messico, Slovenia e Grecia) nella classifica sulla diffusione di pagamenti irregolari e tangenti elaborata dalla Confcommercio su dati del World Economic Forum e della Banca mondiale, l’uso della moneta elettronica converrebbe a tutti. In primo luogo perchè, anche se pochi ne sono consapevoli, il contante ha un costo sociale (cioè per il sistema economico nel suo complesso) molto elevato.
Bisogna infatti produrlo, trasferirlo in sicurezza e custodirlo: e non è proprio uno scherzo, se la Guardia di Finanza ha calcolato che nel 2011 circolavano sul territorio nazionale 15 miliardi di banconote, per un controvalore di 870 miliardi di euro.
Secondo la Bce per il denaro l’Europa a 27 spende lo 0,46 del suo prodotto interno lordo, pari a 60 miliardi. E l’Italia, dove i biglietti di banca sono più diffusi che altrove, per palazzo Koch sborsa da sola 8 miliardi (10 in base al rapporto 2011 di Cap Gemini), lo 0,52 per cento del Pil (contro una media europea dello 0,40).
Che vuol dire 133 euro pro capite (senza prendere in considerazione le rapine subite dai privati). La moneta elettronica invece, rendendo il circuito economico più efficiente, aiuta la crescita.
Uno studio del 2013 di Moody’s Analytics sostiene che le carte di pagamento hanno generato a livello mondiale una maggior crescita di 983 miliardi di dollari e due milioni di posti di lavoro tra il 2008 e il 2012, dando una spinta dello 0,3 per cento alle economie mature e dello 0,8 per cento a quelle in via di sviluppo.
Restando alla sola Italia, l’Istituto per la competitività , elaborando i dati di Eurostat, della Bce e del professor Schneider, ha calcolato che se ogni italiano riducesse di 15 euro i prelievi medi che effettua al Bancomat ci sarebbe una diminuzione dell’economia sommersa in grado di garantire un maggior gettito di 9,8 miliardi. E che se ci fossero in circolazione dieci milioni di carte in più (incremento inferiore a quello registrato tra il 2006 e il 2011) si avrebbe un calo del sommerso tale da far incassare al fisco 5 miliardi in più.
Il combinato disposto dei due fattori darebbe insomma quasi quattro volte la somma necessaria a sopprimere l’Imu.
E un documento dell’Ufficio analisi economiche dell’Abi va ancora oltre: per i banchieri un aumento di dieci punti percentuali delle famiglie dotate di carta farebbe riemergere 10 miliardi. E se a dotarsi del tesserino di plastica fossero proprio tutte i nuclei familiari la cifra salirebbe a 40 miliardi.
QUELLI CHE CI MARCIANO
Chi compra usando la carta ha solo vantaggi: a partire dal fatto di non rischiare di smarrirlo o farselo rapinare (la sicurezza è il principale driver al ricorso ai pagamenti elettronici, come dice uno studio del 2012 di Hall & Partners).
Se poi l’acquirente usa la carta di credito sosterrà  materialmente l’esborso solo in un secondo tempo e senza pagare interessi.
Ma chi ci guadagna in maniera più consistente, come dimostra un recente studio di Edgar Dunn & Co., è l’esercente, che vende di più, risparmia sui costi di gestione del contante, ed è garantito dalle banche.
I conti dicono che il valore aggiunto derivante dall’uso delle carte è pari al 7,8 per cento dell’ammontare delle transazioni effettuate con questi strumenti. Mentre il costo complessivo si ferma al 3,4 per cento. Insomma il negoziante (o il ristoratore o il parrucchiere) ha tutto da guadagnarci
E infatti è lui a finanziare con la quota maggiore il sistema che deve garantire la remunerazione delle due banche parte del business: la sua (che trattiene una commissione) e quella del compratore, che si fa girare dalla prima una parte della commissione stessa per aver dato la sua garanzia sull’importo dovuto dall’acquirente.
Se dunque l’esercente non si dota del Pos, sostenendo che il sistema è troppo caro, c’è una sola spiegazione logica: non ha alcuna intenzione di far sapere al fisco che ha incassato quella somma.
Cosa che diventa molto rischiosa se accetta un pagamento tracciabile. Il resto sono solo balle. Come quella di chi sostiene che in Italia si usano poco le carte perchè la popolazione è più anziana che altrove: la Germania ha la stessa quota di ultrasessantacinquenni (il 20 per cento) e il doppio dei tesserini magnetici.
SOSTIENE IL GOVERNO
Il problema vero è dunque l’evasione fiscale.
E i milioni di voti che la lotta nei suoi confronti può spostare e senza i quali non si vincono le elezioni.
Un fattore che pesa, sia pure in misura molto diversa, in tutti i Paesi. E infatti i politici su questo fronte traccheggiano a ogni latitudine.
In Italia il governo Monti aveva promesso di intervenire, regolamentando le commissioni bancarie a carico dei commercianti. Si era parlato di un provvedimento del ministero dell’Economia concertato con quello dello Sviluppo Economico, sentite la Banca d’Italia e l’Antitrust, che a gennaio scorso ha espresso il suo parere.
Quattro paginette dove si invoca maggiore trasparenza e dunque concorrenza.
Dalla lettura del documento dell’Authority si capisce chiaramente che l’esecutivo è sceso a più miti consigli: stando alla bozza, che risale a diversi mesi fa, il decreto non interviene sulla commissione pagata dall’esercente al proprio istituto di credito, ma si limita a stabilire che non debba mai salire quella interbancaria (in genere tra lo 0,6 e lo 0,7 per cento, con punte dell’1 per cento).
Una mezza pagliacciata, insomma.
Per giunta sparita in qualche cassetto del nuovo governo. Nè più incisiva appare l’iniziativa strombazzata nei giorni scorsi dalla Commissione europea.
A Bruxelles hanno approvato una proposta di regolamento in base alla quale scatterebbe un tetto alle commissioni interbancarie dello 0,2 per i Bancomat e dello 0,3 per le carte di credito. Uno sconto a favore della banca del commerciante, che potrebbe (e non dovrebbe: e c’è una bella differenza) trasferirlo alla tariffa applicata al suo cliente: se anche lo facesse per l’intera somma (e quando mai) si tratterebbe di una limatura della commissione di mezzo punto percentuale.
Nel caso italiano, significherebbe offrire uno sconto dello 0,5 per cento a un gioielliere, per esempio, che se invece si fa pagare in contanti e non mette gli importi nella sua dichiarazione dei redditi risparmia il 23 per cento sui primi 15 mila euro e il 27 sui successivi 3 mila (in media la categoria sta, scandalosamente, a quota 18 mila). Da ridere, insomma.
IN REALTA’ UNA SOLUZIONE SEMPLICE CI SAREBBE
L’hanno sperimentata, all’inizio degli anni Duemila, nella Corea del Sud.
Dove prima hanno imposto un tetto al contante equivalente a 42 dollari. Poi hanno concesso ai titolari di carta che la utilizzavano per gli acquisti e si prendevano la briga di conservare la ricevuta uno sconto fiscale (che per giunta garantiva la partecipazione a una lotteria) fino a un massimo di 4.200 dollari l’anno o del 20 per cento del reddito.
E ribassato del 2 per cento l’Iva ai commercianti che dimostravano di aver incassato tramite Pos. Ha funzionato.
Algebris Investments ha studiato il caso. E sulla base di dati della Myongji University si è presa la briga di calcolare che quelle semplici misure hanno ridotto il sommerso di cinque punti in percentuale sul Pil.
Da noi vorrebbe dire recuperare d’un colpo 20 miliardi di gettito fiscale.

Stefano Livadiotti

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SANTANCHE’ “SACRIFICATA” IN NOME DI FORZA ITALIA: LA VICEPRESIDENZA DELLA CAMERA A BALDELLI

Settembre 23rd, 2013 Riccardo Fucile

IL POSTO LASCIATO SCOPERTO DA LUPI POTREBBE ANDARE AL VICEPRESIDENTE DEL GRUPPO PDL… SU DI LUI C’E’ L’ACCORDO CHE ERA MANCATO A LUGLIO PER LA PITONESSA

La ‘pitonessa’ Daniela Santanchè, fedelissima di Silvio Berlusconi, potrebbe sacrificare sull’altare della nuova Forza Italia la sua candidatura a vicepresidente della Camera, la carica lasciata vacante da Maurizio Lupi cinque mesi orsono, per ricoprire l’incarico di ministro dei Trasporti del governo Letta.
L’indiscrezione è stata pubblicata sulla versione online di Europa, giornale del Partito democratico.
Secondo il quotidiano, l’idea di proporre alla vicepresidenza di Montecitorio Simone Baldelli – 43 anni, già  vicepresidente del gruppo pidiellino alla Camera – sarebbe venuta in mente a Renato Brunetta, presidente dei deputati Pdl.
Baldelli, scrive Europa che ne traccia una breve biografia, sarebbe stato scelto al posto della Santanchè, la cui corsa ad una delle poltrone di vertice della Camera aveva provocato, l’estate scorsa, una spaccatura della maggioranza per il fermo no opposto dal Pd alla sua candidatura e dello stesso Pdl, lacerato tra i “falchi” — di cui la “pitonessa” è uno degli esponenti più agguerriti — e le colombe.
La decisione di rinviare l’elezione del vicepresidente della camera in quota Pdl a dopo l’estate era stata infatti assunta dalla conferenza dei capigruppo di Montecitorio il 2 luglio.
L’assemblea di Montecitorio è chiamata a votare mercoledì mattina per la vicepresidenza.
Nelle ultime settimane, sempre secondo il quotidiano di area dem, per il gioco di veti incrociati all’interno del Pdl nelle ultima settimane sarebbero via via caduti i nomi delle possibili alternative alla Santanchè: Maria Stella Gelmini, Mara Carfagna (ala colombe) e, ultima, Stefania Prestigiacomo (considerata invece una delle “amazzoni” di Berlusconi).

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ESPERTI ITALIANI DELLA COOPERAZIONE INVIATI NEI PAESI E PAGATI A PESO D’ORO

Settembre 23rd, 2013 Riccardo Fucile

MENTRE LA COOPERAZIONE E’ AL COLLASSO, STORMI DI PROFESSIONISTI CON INDENNITA’ DA DIPLOMATICI VENGONO PAGATI CON I FONDI PUBBLICI

C’è chi scappa dalla Cina per cercar fortuna e chi ha la fortuna di andarci, lavorare 44 giorni e tornare in Italia con 70-80mila euro sul conto.
Pagati dallo Stato, con le risorse destinate all’aiuto per i poveri.
In Parlamento si stracciavano le vesti per il taglio ai fondi della cooperazione allo sviluppo — per poi approvarli con la benda sugli occhi — e dalla Farnesina partivano “esperti” in missione all’estero con costi di cinquecento, anche mille euro al giorno.
Un settore a cui lo Stato destina poche risorse: negli ultimi anni è stato tagliato l’80 percento dei contributi diretti e sono stati chiusi molti uffici, anche con finanziamenti già  erogati e progetti ancora in corso.
Le Regioni aspettano per anni di vedersi restituire milioni di euro anticipati come crediti d’aiuto, le Ong a corto di fondi richiamano i volontari, gli uffici tecnici per la cooperazione all’estero chiudono. Ma da Roma vanno e vengono come nulla fosse stormi di consulenti privati pagati a peso d’oro. Saranno bravissimi, sicuro i migliori su piazza. Ma c’è da rimanere a bocca aperta per gli importi, ancorchè lordi e comprensivi di costi assicurativi.
Scorrendo il “quadro missioni” della Direzione Generale per la cooperazione allo sviluppo (Dgcs) c’è il professore di economia da inviare per quattro mesi in Ghana, dove il 28% della popolazione vive sotto la soglia di povertà  internazionale di 1,25 dollari, a 70mila euro per svolgere non meglio precisate attività  di “supporto privato”.
A un capo progetto che va un anno in Senegal, reddito pro capite non supera i due dollari al giorno, vengono riconosciuti 180mila euro, un appartamento.
Un forestale, e dalla Sicilia in su tanti ce ne sono, in Mozambico prende 11-12mila euro al mese. Stando così le cose tanti italiani partirebbero volentieri in missione.
Solo che “esperti” non si diventa, non c’è concorso. Esperti ti ci fanno.
Ad attribuire gli incarichi sono digli uffici della Dgcs, la direzione che coordina, gestisce e realizza tutte le attività  internazionali dello Stato italiano dirette al sostegno dei paesi in via di sviluppo: ospedali, scuole, strade, interventi umanitari d’emergenza tutti finanziati con fondi italiani.
La figura degli “esperti” nasce con la legge n. 49/1987, quella che a parole tutti i governi vorrebbero riformare (compreso quello attuale) e poi mollano il colpo.
Esordisce come “legge speciale”, tale cioè da derogare le applicazioni giuridico-finanziarie imposte dalla contabilità  generale dello Stato, le norme su assegnazione di incarichi, trasparenza e la tracciabilità  dei flussi finanziari.
Da qui sembra discendere anche la discrezionalità  di selezionare chi inviare in missione come “personale di supporto e assistenza tecnica”.
Gli esperti sono di due tipi, quelli assunti presso le Unità  tecniche centrali e quelli esterni. I primi sono stati inizialmente inseriti a termine, con contratti individuali di diritto privato e retribuzioni lorde fino ai 73mila euro che possono arrotondare con le missioni all’estero.
La loro carriera da professionisti privati è finita nel marzo 2012 atterrando sul velluto della previdenza pubblica: i contratti sono stati trasformati a tempo indeterminato, nonostante l’età  media di 63 anni.
Fino al 2011 gli esperti Utc non erano pensionabili e non era raro incontrare ultraottantenni che ancora operavano negli uffici della Farnesina.
Visto anche il rischio di cause, s’è deciso poi che erano come dipendenti a tutti gli effetti e ne è stato regolamentato anche il pensionamento, lasciandogli però la possibilità  di rientrare come consulenti per compiere nuove missioni con limite di 75 anni.
Per gli esperti privati il trattamento economico di base è modesto ma schizza alle stelle con l’indennità  di servizio all’estero (esentasse) calcolata secondo il “coefficiente di disagio” della destinazione applicato ai diplomatici.
Qualcuno è riuscito a farne un vero e proprio mestiere e anno dopo anno, a furia di missioni brevi e lunghe, ha girato il mondo e messo via un bel gruzzoletto.
Sapere chi fa parte del “club degli esperti” non è facile.
Nell’area “trasparenza” del sito della Dgcs c’è una sezione incarichi ma è ferma da due anni e non riporta curriculum e motivo dell’incarico.
Per arginare la discrezionalità  delle assegnazioni e aprire il più possibile la partecipazione alle selezioni tre anni fa la DGcs ha messo alcuni paletti inderogabili e valorizzato l’esperienza sul campo.
Anche perchè, nel frattempo, non tutti gli esperti si sono rivelati necessariamente onesti: proprio nel 2010, ma la vicenda è emersa solo l’anno scorso, si è scoperto che 29 di loro dichiaravano residenze fittizie in Italia per intascare indennità  da 150-390 euro al giorno cui non avevano diritto perchè regolarmente residenti nei paesi di destinazione.
Si andava da compensi tra i 10mila e gli oltre 300mila euro, frutto di varie missioni cumulate.
Sono stati denunciati alla Procura di Roma, tra loro c’erano anche stimati professori universitari. Non si capisce se la qualifica di esperto deroghi la legge sull’affidamento di incarichi esterni che dal 2007 obbliga le amministrazioni a verificare preventivamente l’esistenza di analoghe professionalità  interne per non creare inutili doppioni a carico dei contribuenti.
Possibile che non se ne riescano proprio a trovare in un ministero da 7mila dipendenti o in altri che pullulano di chirurghi, agronomi, forestali e quant’altro?
Si dirà  che questa storia non è poi una novità  per l’Italia, visto che anche nel 2012 siamo riusciti a spendere 1,3 miliardi affidando 300mila incarichi.
Ma ancora non si era arrivati a perlustrare il fondo della Repubblica delle consulenze: far soccorre chi campa con un dollaro da consulenti privati che paga anche mille volte di più. Col paradosso che un giorno di missione in meno riempie la pancia a migliaia di disperati. Ma uno sciopero degli esperti, chissà  perchè, ancora non s’è sentito.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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SPREAD A QUOTA 100 E PIU’ STABILITA’ VALGONO 10 MILIARDI

Settembre 23rd, 2013 Riccardo Fucile

I VANTAGGI DEL RISANAMENTO CALCOLATI DAL MINISTERO… MA ENTRO DICEMBRE SERVONO NUOVE RISORSE

Un risparmio di dieci miliardi di euro all’anno, probabilmente anche più alto, se i tassi di interesse nel frattempo dovessero pure scendere.
Tanto varrebbe la diminuzione dello spread , cioè del differenziale di rendimento tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi, ai cento punti base indicati come obiettivo dal ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni: tre miliardi di minor spesa il primo anno, sei il secondo, dieci e più a regime.
Le stime del bonus-tassi, o se si vuole del costo dell’instabilità , le hanno fatte proprio i suoi uffici.
Danno un’idea dei vantaggi del risanamento, e al tempo stesso gettano la luce su quella che all’Economia chiamano la «vera tassa», o la «tassa nascosta»: la spesa per gli interessi sul debito pubblico.
Quest’anno arriverà  a 84 miliardi di euro, e sono 1.450 euro a carico di ciascun cittadino, neonati compresi
Nella politica del rigore che presuppone il mantenimento del tetto nominale del 3% del deficit pubblico, ed il pareggio strutturale tra un anno, la minor spesa sui tassi di interesse è il primo dividendo da cogliere.
Ed è un obiettivo da perseguire, nella logica del Tesoro, a prescindere dai vincoli europei. Il «tre virgola zero» non è una cattiveria, ma la consapevolezza che mantenere quell’impegno è la premessa per tassi più bassi.
Il che significa, oltre a spendere meno sulle emissioni di titoli di Stato, anche mutui e prestiti meno cari per le famiglie e le imprese.
La tenuta della diga sul deficit aprirebbe poi la possibilità  di vedersi scomputata dalla spesa pubblica la quota dei fondi nazionali destinati ad accompagnare quelli europei per i progetti al Sud, un altro «tesoretto» che, dopo l’accordo con Bruxelles, si potrebbe investire sul rilancio
La diga, però, deve tenere.
Mentre ha già  qualche crepa che deve essere rattoppata. Per rientrare sotto al 3%, bisogna trovare 1,6 miliardi euro entro dicembre.
Per farlo non ci sarà  bisogno di nuove misure o manovre aggiuntive: nei decreti già  approvati dal Parlamento ci sono già  un paio di clausole di salvaguardia efficaci, che il ministero dell’Eco-nomia può attivare alla bisogna.
C’è la possibilità  di un aumento degli acconti sulle tasse che vengono pagati a fine anno sia per le persone fisiche che per le imprese, e quella di un intervento sulle imposte indirette e sulle accise. Al Tesoro non ci si augura di dovervi ricorrere, ma i paracadute ci sono, pronti ad essere usati in caso di necessità .
Oltre a chiudere il «buco», l’altra esigenza inderogabile sono le missioni di pace all’estero da qui alla fine dell’anno, per le quali servono 400 milioni di euro che i tecnici del Tesoro hanno già  trovato con la rimodulazione di altre spese.
Forse potrebbero esserci anche altri fondi aggiuntivi per la cassa integrazione in deroga.
Ma per l’Iva, la seconda rata dell’Imu sulla prima casa, i terreni agricoli, gli sgravi sugli immobili delle imprese, o altro, a meno di non immaginare nuovi tagli ai ministeri, non c’è la copertura.
Nè per quest’anno, nè per il prossimo. La riforma della Tares e delle imposte sulla casa, e il riordino delle aliquote Iva dovranno avvenire, in linea di principio, a parità  di gettito
Al Tesoro faticano a trovare le risorse per finanziare la riduzione delle tasse sul lavoro del 2014, uno degli obiettivi principali del governo Letta.
Con la legge di Stabilità  di metà  ottobre ci sarà  un nuovo piano di riduzione della spesa pubblica, anche se Saccomanni ha avvertito che senza altre riforme incisive i margini di intervento sono ridotti.
Così, per creare maggior spazio alla diminuzione delle tasse sul lavoro, si sposterà  una parte del loro peso da qualche altra parte.
Per coprire gli sgravi a favore delle imprese e dei loro dipendenti, i minori contributi e le minori tasse che incasserà  lo Stato, saranno ridotte alcune agevolazioni
Nel 2014 ci sarà  un primo intervento sensibile sulle tax expenditures , le centinaia di sconti fiscali oggi in vigore, assicurano al Tesoro.
La ricerca di risorse per il taglio del cuneo fiscale prosegue: Letta e Saccomanni vorrebbero dare una dimensione importante all’operazione che considerano una vera riforma, anzi forse la prima vera riforma del governo.
E poi attaccare la riduzione del debito, per comprimere la vera tassa, quella occulta degli interessi. Già  entro la fine di quest’anno ci saranno le prime dismissioni, «per rompere il ghiaccio», dicono a via XX Settembre, e proseguire poi più spediti nel 2014.

Mario Sensini
(da “il Corriere della Sera“)

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