Gennaio 9th, 2014 Riccardo Fucile
OTTO INDAGATI TRA CUI IL VICESINDACO CHE SI È DIMESSO… TANGENTI PER APPALTI E PERFINO SUI PONTILI… CINQUE CASETTE IN “REGALO” ALL’EX ASSESSORE
Case usate come tangenti. E poi soldi infilati tra i fogli di giornali, nelle bottiglie di grappa, persino mazzette
previste “per contratto”, quando mancavano i soldi in contanti.
Se pensando alla ricostruzione, l’imprenditore Francesco Piscitelli rideva mentre L’Aquila crollava, la notte del 6 aprile 2009, altri hanno gioito quando la terra ha smesso di tremare e la costruzione è iniziata.
E questa volta si tratta di aquilani come Pierluigi Tancredi e Roberto Riga, il primo assessore del Pdl all’epoca del sisma, il secondo attuale vicesindaco della giunta di centrosinistra.
S’è dimesso ieri, Riga, dopo l’accusa di corruzione: “Mi tiro da parte dai miei ruoli — ha detto — perchè vorrei lasciare tranquilla l’amministrazione comunale, senza avere dubbi sulla propria attività . Confido nei pm, fornirò elementi per mettere in evidenza la mia estraneità ”.
Per il momento, la Procura sembra certa delle accuse scritte nell’ordinanza d’arresto firmata dal gip Giuseppe Romano Gargarella, su richiesta dei sostituti procuratori Antonietta Picardi e David Mancini, coordinati dal procuratore de L’Aquila Fausto Cardella. Le indagini condotte dalla squadra mobile, guidata da Marilio Grasso, ha portato a quattro arresti e otto indagati — a vario titolo — di corruzione, millantato credito, falsità materiale e ideologica e appropriazione indebita. Il dato più incredibile è che per alcuni degli indagati, secondo l’accusa, continuano a operare con società costituite appena un anno fa — nella ricostruzione.
Casette di sicurezza
La gola profonda dell’inchiesta, denominata “Do ut des”, è l’imprenditore veneto — anch’egli indagato — Daniele Lago. Tutto nasce dal momento in cui la sua azienda — Steda spa — viene accettata nelle procedure per la ricostruzione, ma con “riserva”.
A quel punto interviene Pasqualino Macera che promette un intervento risolutivo in cambio di una mazzetta.
Dice un testimone: “Ricordo che partimmo di pomeriggio e arrivammo verso le 17, le 18. Lago aveva con sè una valigetta ventiquattrore nera in pelle, con all’interno il denaro che era avvolto in un giornale. Quando siamo arrivati in hotel, abbiamo parcheggiato davanti all’ingresso. Non ricordo se Daniele aveva chiamato Macera prima di arrivare, ma ricordo che ci aspettava sulla porta d’ingresso dell’hotel. Siamo entrati, ci siamo seduti su dei divanetti che erano nella hall sul lato sinistro. Macera dopo i saluti, ci diceva che il problema delle altezze dei Map era insormontabile ma, ci disse anche testualmente ‘ho trovato il modo di convincerli’, riferendosi chiaramente al fatto che pagando si sarebbe risolto tutto”.
Conferma Lago: “Macera mi ha detto che i soldi andavano a tale De Bernadinis della Protezione Civile. Mi propose di accettare un suo assegno del controvalore di 60 mila euro, che io avrei potuto incassare ove non avessimo vinto l’appalto. Gli ho consegnato i soldi che erano contenuti in una copia del Sole 24 Ore. Ricordo che erano 120 pezzi da 500 euro. Preciso che quei soldi erano dei soldi miei personali…”. In realtà Macera millantava: De Bernardinis, in questa vicenda, non c’entra nulla. Ma i favori a Lago erano invece reali. Intervenne, nel favorire i vari appalti di Lago, l’ex assessore Tancredi che nel 2009, con Macera, creò una società — la Da.Ma Consulting srl, società creata appositamente il 22 ottobre 2009 — per giustificare formalmente i versamenti di denaro. Le somme pattuite erano 7.200 euro mensili per un intero anno, più le percentuali su ogni singolo lavoro procurato. Ma soprattutto, a saldo della pattuizione originaria, Lago consegnava a Tancredi cinque moduli abitativi da 40 mila euro l’uno per un totale di 200 mila euro.
Sindaci sotto controllo
Secondo l’accusa Tancredi esercitava una “pressione nei confronti dei sindaci dei comuni di Barisciano, Fagnano Alto e Pizzoli al fine di indurli a omettere qualsivoglia attività di contestazione formale o mediatica nei confronti della Steda Spa in relazione al rispetto dei tempi di consegna dei Map., preservando la Steda Spa dalle possibili penali per i ritardi nella consegna e da ulteriori danni di immagine”. I ritardi, infatti, si sarebbero tradotti in sanzioni economiche.
Il centro storico
Per l’accusa, la messa in sicurezza degli immobili del centro storico de L’Aquila, “si rivelerà per molte imprese — non ultima la Steda spa — un immenso business, nel quale la Pubblica amministrazione impiegherà oltre 200 milioni”.
Tra i lavori ottenuti da Lago c’è anche un appartamento per il quale, secondo l’accusa, l’imprenditore veneto aveva ottenuto rassicurazioni dal vicesindaco Riga.
Su indicazione di Tancredi, poi, Lago pagò un ‘contributo’ di 5 mila euro in favore del partito La Destra”. L’appalto venne però assegnato ad altra ditta.
Nel caso della messa in sicurezza di Palazzo Carli, si scopre persino l’appropriazione indebita per 1,268 milioni, per lavori mai realizzati.
Antonio Massari
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 9th, 2014 Riccardo Fucile
“UN PROBLEMA ANCHE DI COSTI, PREVEDE MOLTI INVESTIMENTI”
Il Jobs Act di Renzi, a poche ore dalla sua pubblicazione, incassa la diffidenza del governo Letta.
E’ il ministro del Lavoro Enrico Giovannini il primo dell’esecutivo a prendere posizione sul “nuovo codice del lavoro” proposto dal segretario Pd: “La proposta di Renzi sulla natura dei contratti e le tutele ad essi collegati non è nuova, ma va dettagliata meglio. E molte delle proposte presentate dal segretario Pd in questa lista prevedono investimenti consistenti” ha aggiunto Giovannini.
Che prosegue spiegando come “noi adesso abbiamo ogni trimestre circa 400 mila assunzioni a tempo indeterminato e circa 1 milione e 600mila a tempo determinato. Allora riuscire a trasformare contratti precari in contratti di più lunga durata è un obiettivo assolutamente condivisibile, che però in un momento di grande incertezza come questo molte imprese siano disponibili ad andare in questa direzione è un fatto fa verificare“.
“Nel passato — conclude il ministro in un intervento a Radio 1 — vi sono state due proposte contrapposte: una dei professori Boeri e Garibaldi nella quale l’azienda può più facilmente interrompere un rapporto di lavoro al’inizio attraverso un indennizzo monetario, per poi invece, con il passare degli anni lavorati, tornare per il lavoratore a una situazione standard, quella protetta dall’articolo 18; una proposta invece del professore Ichino in cui l’articolo 18 entra in campo solo dopo molti anni. Quindi bisogna capire di cosa si sta parlando“.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 9th, 2014 Riccardo Fucile
IL PARENTE DEL MINISTRO VOLEVA IL BAR DEL FATEBENEFRATELLI E LEI INVOCA UN’ISPEZIONE PER CACCIARE IL RIVALE… E ALLA FINE ANCHE I FRATI L’ACCONTENTANO
La storia che in un paese normale dovrebbe portare alle dimissioni del ministro De Girolamo si può
riassumere così: in una contesa tra due fratelli per ottenere l’affitto di un bar di un ospedale interviene il deputato del Pdl e chiede l’intervento dei manager della Asl in favore di suo zio.
Il primo fratello, Maurizio Liguori, da decenni gestisce il bar del Sacro Cuore-Fatebenefratelli di Benevento (intestato al padre) con un fatturato di circa 200 mila euro all’anno circa.
Nunzia De Girolamo fa pressioni sulla direzione della Provincia Religiosa dell’ospedale perchè quel bar, dopo la scadenza del contratto di affitto, sia tolto magari con un provvedimento giudiziario di urgenza a Maurizio Liguori e sia dato al fratello, Franco Liguori.
Il politico alla fine ha raggiunto il suo obiettivo: Il Fatto pubblica oggi il contratto di affitto di azienda siglato il 30 settembre che rappresenta la sua vittoria nella contesa familiare.
Il bar passa dalla società gestita da Maurizio Liguori e intestata al padre ottantenne Mario all’impresa di Giorgia Liguori, figlia del fratello di Maurizio, quel Franco Liguori che oggi siede dietro alla cassa come su un trono conquistato dopo una lotta fratricida.
Le parentele da queste parti suscitano grandi odi ma anche grandi amori.
Maurizio Liguori, il fratello sconfitto, non è parente di Nunzia De Girolamo. Franco invece ha sposato la sorella della mamma del massimo esponente del Pdl a Benevento.
Margherita De Iapinis — la mamma del politico che fa le pressioni per il bar — e Raffaella — la mamma di Giorgia Liguori che ne beneficia — abitano in case adiacenti. Nunzia De Girolamo per “accelerare” la firma del contratto di affitto di azienda in favore della cugina e dello zio ordina al ‘suo uomo’ nell’ente vigilante, cioè il direttore generale della ASL di Benevento Michele Rossi, la celebre frase svelata dal Fatto: “al Fatebenefratelli (…) mandagli i controlli e vaffanculo”.
La Guardia di Finanza “allo stato” non rileva alcun reato.
Il Fatto ora ha scoperto che il bar dell’ospedale Sacro Cuore di Benevento, a novembre del 2012, quindi quattro mesi dopo quell’ordine al direttore generale registrato a tradimento dal direttore amministrativo della Asl di Benevento, Felice Pisapia, è stato chiuso dopo un controllo.
“L’ispezione l’abbiamo avuta nel novembre 2012”, racconta Maurizio Liguori, “sono venuti addirittura i Nas direttamente da Salerno e sono stati sei ore. Da quel giorno il bar è rimasto chiuso e poi ne è stato aperto un altro con una nuova gestione. Ho avuto anche una sanzione economica, 3000 euro mi pare”.
Al termine dell’intervento i Nas rilevarono delle infrazioni e, come impone il regolamento europeo chiamarono per stilare il verbale di chiusura, un funzionario della Asl di Benevento, Alfredo Gorgonio.
Durante la conversazione registrata a tradimento a luglio, Nunzia De Girolamo aveva detto al direttore generale della Asl di Benevento Michele Rossi: “Sono degli stronzi… Facciamogli capire che un minimo di comando ce l’abbiamo. Altrimenti mi creano coppetielli con questa storia. (….) Mandagli i controlli e vaffanculo… Carrozza (Giovanni, direttore amministrativo dell’ospedale Ndr) mi ha preso per il culo”.
Felice Pisapia, ex direttore amministrativo della Asl beneventana finito sotto inchiesta perchè accusato di truffe e malversazioni, registrava e lei diceva: “Fra Pietro (Cicinelli, presidente della Provincia Religiosa del Fatebenefratelli, Ndr) sa che c’è un problema al Fatebenefratelli a Benevento e dà l’ok”.
Poi aggiungeva che i frati “sono tirchi a morire” e che per sbloccare l’affitto allo zio un modo c’era: “perciò se tu gli crei un problema di controllo devi vedere come diventano tirchi! (ironico Ndr) Devi vedere Fra Pietro come dice a Carrozza (Giovanni Carrozza, il direttore amministrativo dell’Ospedale, dipendente da frate Cicinelli, Ndr): accelera! E fagli il 700 (cioè l’articolo 700 del rito d’urgenza che De Girolamo sognava contro il vecchio gestore del bar che non voleva schiodare, Ndr)”.
Il Fatto ha scoperto che quel ‘Verna’ non identificato nella trascrizione riportata nell’informativa della Guardia di Finanza è Giovanni Vrenna, il direttore degli affari generali della Provincia Religiosa.
Un anno e due mesi dopo quel colloquio registrato di nascosto, un controllo arriva davvero. Anche se non è mirato sull’ospedale e non è diretto dalla ASL.
Sono i Carabinieri a ispezionare a fondo proprio quel bar interno all’ospedale.
Il funzionario della Asl che ha siglato il verbale di chiusura, Alfredo Gorgonio, spiega: “la sospensione era temporanea. Il bar poteva essere riaperto, previo adeguamento alle norme. Il titolare però ha rinunciato. So che c’era un contrasto tra il Fatebenefratelli e il gestore. Il bar è stato riaperto in altri locali. Non so chi ha segnalato la situazione ai carabinieri”.
Maurizio Liguori poi non ha più riaperto.
Una sua cognata, sotto anonimato, al Fatto dice: “ci hanno soffiato il bar”.
Il 30 settembre 2013 frate Pietro Cicinelli firma con Giorgia Liguori l’affitto di azienda del nuovo bar.
L’impresa paga 2 mila euro al mese più Iva per tre anni ai frati.
L’affitto basso tiene conto dei lavori effettuati a spese dell’affittuario per 45 mila euro. Dal quarto anno l’affitto sale a 5 mila euro al mese.
L’avvocato Vrenna, direttore degli affari generali della Provincia Religiosa del Fatebenefratelli, conferma al Fatto: “Nunzia De Girolamo mi ha chiamato e mi ha chiesto gentilmente di verificare la possibilità di accelerare. Io le spiegai che avendo impugnato il precedente conduttore il contratto di affitto sostenendo che fosse una locazione commerciale, bisognava aspettare i tempi tecnici. O si trovava un accordo con il diretto interessato o niente. C’era una procedura da rispettare e una procedura andava rispettata”.
Nessun favoritismo per lo zio del ministro?
Vrenna nega: “il precedente conduttore ha presentato un’offerta peggiore e non aveva voglia di fare gli investimenti”.
E i controlli al bar inviati dopo la richiesta del ministro al direttore della Asl dei controlli all’ospedale?
“Che vuole da me? I Nas dipendono dal ministero della salute mica li mando io. Eh ehe eh. Se sono mossi per motivi trasversali io che ne posso sapere. Ognuno si assume le proprie responsabilità . Ci sarà chi di competenza a giudicare, se del caso, e comunque gli elettori”.
Vincenzo Iurillo e Marco Lillo
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 9th, 2014 Riccardo Fucile
I SINDACATI: “CI HA MOLTO SORPRESO LA SUA INDIGNAZIONE , VISTO CHE DI NOI NON SI E’ MAI INTERESSATO”
“Non puoi dare dei soldi e poi chiederli indietro. Non siamo su Scherzi a parte”. Così si esprimeva Matteo Renzi, giusto ieri, sui 150 euro di trattenuta chiesti agli insegnanti dal ministero dell’Economia.
“A sentire queste cose io mi arrabbio” aveva aggiunto.
Peccato che il segretario democratico abbia dimenticato di arrabbiarsi anche per i suoi dipendenti — i lavoratori del Comune di Firenze — cui è capitata una sorte ben peggiore di quella dei docenti poi salvati dopo un incontro a tre tra Letta, Saccomanni e Carrozza.
Tutto inizia nel 2008, quando un consigliere comunale invia un’interrogazione all’allora ministro per la Pubblica Amministrazione Renato Brunetta.
Alcuni ispettori del ministero dell’Economia vengono inviati a Palazzo Vecchio per indagare sulle indennità accessorie dei dipendenti.
Ogni lavoratore, infatti, riceveva circa mille euro lordi come “salario di produttività ”, corrisposto annualmente nel mese di maggio.
Quel mese Renzi viene eletto primo cittadino e gli ispettori si rivolgono alla sua giunta: chiedono a più riprese informazioni e chiarimenti.
Passano gli anni e nel 2012 il Comune inizia a tagliare le retribuzioni dei dipendenti, assottigliando sempre più la parte variabile (che rappresenta il 20% del totale). Intanto, l’indagine sul salario di produttività passa nelle mani della Corte dei Conti, e tra agosto e settembre dello scorso anno 3233 dipendenti comunali ricevono altrettante lettere di messa in mora: “Con la presente il Direttore delle risorse umane, in nome e per conto del comune di Firenze, a seguito dell’ispezione del ministero dell’Economia e delle finanze […], fa presente che la S.V. risulta aver percepito, nel periodo 2003-2012, indennità non dovute in quanto contrastanti con le norme del CCNL vigenti”.
Il Comune, in sostanza, chiedeva indietro i soldi corrisposti nell’arco di nove anni.
E li chiedeva ai lavoratori ancora in servizio (1860 persone), ma anche ai pensionati e ai precari già “scaduti”.
Le cifre pretese, infatti, variavano dai 100 euro ai 18mila euro, anche se in media ogni lavoratore si è visto reclamare tra i 4mila e i 6mila euro.
“Ci ha molto sorpreso l’indignazione di Renzi sulla vicenda dei docenti — racconta Stefano Cecchi, segretario toscano dell’Usb e membro dell’Rsu del comune di Firenze — Di noi non si è mai interessato. Anzi, da quando è sindaco la nostra condizione non ha fatto che peggiorare”.
Oltre ai soldi richiesti ai lavoratori con le lettere di messa in mora, già nel 2012 la giunta Renzi aveva cancellato il salario di produttività e l’indennità di turno agli asili nido, oltre ad altre cifre accessorie.
Tanto che il 14 febbraio scorso oltre 2mila dipendenti comunali avevano sfilato in corteo da Palazzo Vecchio alla sede della Corte dei conti, per protestare contro i tagli e contro le indagini sulle indennità .
Il sindaco, allora, aveva definito la manifestazione come “un atto istituzionalmente molto grave”, sostenendo che i lavoratori in agitazione volessero creare “soltanto un clima di tensione”.
In effetti Cecchi — che oltre ad essere sindacalista è anche un dipendente comunale — denuncia un forte malcontento da parte dei suoi colleghi: “Grazie ai tagli salariali, oggi la mia retribuzione è la stessa del 2007. Rispetto al periodo pre-Renzi, in cui guadagnavo 1700 euro netti, ora ne porto a casa 1545, dopo 35 anni di servizio. Senza contare il salario di produttività , ovvero i mille euro annuali che ci sono stati tolti nel 2012. Il danno economico, per le famiglie, è enorme”.
Sulla questione delle lettere di messa in mora, poi, la rabbia cresce: “Renzi se ne lava le mani. Dice che è un atto dovuto perchè emanato dalla Corte dei conti, e che lui non può farci niente”.
Nel frattempo, però, i dipendenti hanno diffidato l’amministrazione comunale del procedere al recupero delle somme.
Nelle lettere di messa in mora, infatti, il Comune chiedeva di concordare entro lo scorso 31 dicembre il piano di rientro, che sarebbe comunque scattato in maniera coatta entro il 2014.
Grazie alle diffide la procedura, almeno per il momento, dovrebbe essere bloccata. A fine ottobre, tra l’altro, i lavoratori avevano nuovamente manifestato contro le lettere ricevute, “occupando” il cortile della Dogana di Palazzo Vecchio.
Ai 1500 dipendenti “in assemblea” Renzi aveva risposto con durezza, accusandoli di aver procurato un danno economico alla città , rendendo impossibile l’accesso dei turisti al palazzo.
“Renzi ci ha tolto 2mila euro l’anno perchè per lui siamo una zavorra — conclude Cecchi — Il tutto mentre i ‘suoi’ lavoratori, assunti a chiamata, guadagnano molto più degli altri per le stesse mansioni. D’altronde noi, che siamo stati assunti per concorso, la fedeltà l’abbiamo giurata alla Costituzione. E non a Matteo Renzi, come i suoi fedelissimi”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 9th, 2014 Riccardo Fucile
MA CON BERLUSCONI SE NE SPENDEVANO OLTRE VENTI
Giulio Tremonti e pure Silvio Berlusconi: “Vendiamo gli immobili pubblici”. 
Mario Monti e la truppa di ministri con il loden: “Vendiamo gli immobili pubblici”. Enrico Letta e i collaboratori di larghe intese: “Vendiamo gli immobili pubblici”.
Non va buttato il tempo per notare le differenze: non ci sono.
Vendere per fare cassa, non fa difetto il buon proposito, però affittare perchè?
Lo Stato ha un patrimonio immenso di caserme, capannoni, palazzoni, allora perchè Palazzo Chigi, l’essenza statale e politica, spende 13,4 milioni di euro l’anno in “locazioni di vario genere”?
Ai calcoli, la giusta sentenza: le stagioni dei tecnici e lettiani, ultimo triennio, fanno risparmiare quasi 6 milioni di euro.
La crescita, esponenziale e incontrollata, l’aveva provocata il Cavaliere: 2011, a ogni sottosegretario veniva affidato un appartamento di lusso.
Esempio: Daniela Santanchè, Attuazione del programma, occupava un panoramico ufficio in piazza di Montecitorio. Il governo di Berlusconi sforava con leggerezza i 20 milioni di euro.
Più di un terzo degli odierni 13,4 milioni di euro sono per la Protezione civile: via Vitorchiano di proprietà di Roberto Amodei e famiglia (editori del Corriere dello Sport), un cubo di cemento e vetrate, in zona a rischio allagamenti, costa 4,454 milioni di euro.
I mezzi sono adagiati in via Affile; scrutato un groviglio di numerose società , s’arriva a banca Bnl: vale 1,219 milioni di euro.
Va segnalato che il professor Mario Monti, che pure aveva ridotto di parecchio la spesa in locazioni, ha stipulato un contratto da 1,6 milioni di euro con Unicredit per palazzo Verospi, storico e centrale, via del Corso. Propri lì, fra affreschi e capitelli, il sottosegretario Giovanni Legnini (editoria) riceve, e le foto lo testimoniano, illustri ospiti e delegazioni.
In via dell’Umiltà , non lontano dall’ex sede dei berlusconiani, il governo ospita la stampa estera: 1,8 milioni di euro, considerati troppi dai dirigenti governativi.
Il segretario generale di Chigi, sfruttando l’articolo di legge inserito con fatica nel Milleproroghe contro gli affitti d’oro, vuole disdire gli accordi pluriannuali per via della Vite e via dei Laterani: una limatura da 870.000 euro.
E grazie a quel comma che il Movimento Cinque Stelle ha proposto e il Partito democratico ha compreso con ritardo, Palazzo Chigi vorrebbe ridiscutere le tariffe per (almeno) tre palazzi.
Anche i 310.000 euro per il parcheggio di Pozzo Pantaleo potrebbe traslocare altrove (e gratis) scegliendo una nuova e vicina destinazione fra le infinite proprietà dello Stato: Palazzo Chigi vuole comprare dal demanio militare.
Disperso fra la lista d’acquisti per caffè, acqua minerale effervescente o naturale e tende con ricami, mister spending review Cottarelli ancora non ha toccato la pratica immobili di Chigi (o dei ministeri)
Dai 20 milioni di Berlusconi ai 13,4 milioni di Letta, che l’anno prossimo saranno 12: lo spreco diminuisce, però resta.
Così non sarà credibile per un presidente del Consiglio, affiancato con seriosità dal ministro di turno, far notare che “il patrimonio pubblico è troppo, inutilizzato e va dismesso”.
Non s’è mai visto un ricco immobiliarista che prende qua e là palazzi in affitto.
Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 9th, 2014 Riccardo Fucile
GLI EMENDAMENTI DI UN DEPUTATO DI FORZA ITALIA … ARRESTO PIU’ DIFFICILE ANCHE CON IL 416 BIS…TRA I REATI GRAVI COMPRESI C’E’ ANCHE LA PROSTITUZIONE MINORILE
Niente carcere, anche per i reati gravi, prostituzione minorile compresa, per chi ha superato i 70 anni. Firmato Gianfranco Chiarelli, dal 5 dicembre, come riferisce Martinanews, capogruppo di Forza Italia in commissione Giustizia alla Camera. Martinanews, alias Valleditrianews, visto che il deputato berlusconiano è di Martina Franca, noto comune del tarantino.
Per chi possa valere la norma è scontato, per l’ex premier, nelle peste per via della condanna Mediaset e inquisito da più di una procura.
Il ddl Ferranti sulla riforma della custodia cautelare – testo che non piace all’Anm, per cui è troppo limitativo per i pm – oggi approda in aula.
L’occasione è troppo ghiotta per non sfruttarla a dovere. Si fa avanti il peones di turno, stavolta Chiarelli, che deposita tre emendamenti studiati apposta per eliminare le manette perfino quando di mezzo c’è il 416bis, l’associazione mafiosa, il reato più temuto e più pericoloso, che tutti, anche a destra, hanno sempre considerato intoccabile.
Invece Chiarelli lo intacca. Diciamo subito che le sue proposte hanno scarsissime chance di passare. Presentate dall’allora Pdl, sono già state bocciate in commissione.
Adesso l’Ncd di Angelino Alfano, con il capogruppo alla Camera Enrico Costa, non ha aperto alcun credito a Chiarelli.
Costa non è certo un fan della custodia cautelare, tant’è che propone di imporre al ministro della Giustizia di riferire alle Camere ogni sei mesi su quanti casi di carcerazione preventiva si risolvono poi in una condanna. Ma non si spinge oltre.
Decisamente aggressivo invece l’approccio dei berlusconiani, a riprova di come il partito dell’ex Cavaliere voglia tuttora imbrigliare i giudici, sicuramente temendo qualche iniziativa cautelare. Ecco, allora, che per decidere un arresto, il “concreto pericolo” diventa “l’attuale pericolo, concretamente dimostrato”. Non basta.
Il giudice può decidere l’arresto preventivo “solo nei confronti dei delinquenti abituali, professionali o per tendenza” e solo dopo aver dimostrato di non poter dare i domiciliari “per l’assenza di un’idonea privata dimora”.
Eccoci agli over 70, già abbondantemente protetti nel codice di procedura attuale, ma che in futuro, se passasse la proposta Chiarelli, riuscirebbero a evitare l’arresto anche per i reati più gravi, tra i quali pure la prostituzione minorile.
Equiparando gli ultra 70 alle donne incinte e alle madri con figli piccoli, Chiarelli conferma che “non può essere disposta la custodia in carcere, salvo che sussistano esigenze di eccezionale rilevanza”.
Per essere certo di evitare trabocchetti, chiede di cambiare anche le regole per arrestare un mafioso o per chi ha commesso un reato grave, solitamente escluso da qualsivoglia agevolazione o attenuazione, come la riduzione e il mantenimento in schiavitù, la tratta di persone, la prostituzione minorile e la pornografia minorile.
Perfino per il 416-bis il carcere preventivo potrebbe essere evitato qualora “siano acquisiti elementi dai quali risulti che non sussistono esigenze cautelari”.
Quanto agli altri reati gravi “custodia cautelare in carcere soltanto quando ogni altra misura risulti inadeguata”.
Il ddl potrebbe passare il vaglio della Camera già domani.
Il Guardasigilli Anna Maria Cancellieri non vuole unirlo con il suo decreto sulle carceri, ma il Pd insiste. L’ipotesi è farne un maxi-emendamento al Senato che marci in fretta col decreto. Con Chiarelli bocciato, ovviamente.
Liana Milella
(da “La Repubblica”)
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