Destra di Popolo.net

LE DOMANDE CHE MENTANA NON HA FATTO A GRILLO SUI GUADAGNI DEL SUO BLOG

Marzo 23rd, 2014 Riccardo Fucile

BLOG, MOVIMENTO E CASALEGGIO: UN AFFARE PER CHI?

Nell’intervista concessa a Mentana, Grillo afferma che “Casaleggio è il braccio destro fondamentale per un’avventura che comincia ad avere i suoi costi: il ruolo di Casaleggio nel M5S? Senza di lui non c’era il Movimento, è un organizzatore straordinario”.
Si occupa, tra le altre cose, “della gestione della comunicazione”.
Su presunti guadagni della Casaleggio associati rispetto al blog di Grillo e al M5S, “l’anno scorso — chiarisce il leader M5S – Casaleggio è andato in rosso, mentre il mio 740 è a zero perchè da 3,5 anni non faccio spettacoli”.
Il tour di Grillo partirà  a breve e “ora voglio vedere se la gente è disposta a pagare il mio biglietto”.
Quanto al blog, “io la pubblicità  non l’ho mai voluta”, assicura, spiegando però che gestire un server con un tale numero di accessi è oneroso, dunque il blog “a un certo punto era sotto”.
Il blog di Grillo è di Grillo, gestito da una società  per l’alto numero accessi — puntualizza poi — i post li scriviamo in due, io e Casaleggio. Adesso non posso reggere un movimento da solo, senza soldi”, aggiunge poi. “Ma niente soldi pubblici”, ribadisce.

QUELLO CHE MENTANA NON HA CHIESTO E CHE NON SI CAPISCE
Non si capisce perchè Grillo/Casaleggio ancora non abbiano pubblicato
1 – Una fattura del noleggio server
2 – I bonifici provenienti Google e Amazon. (Dei suoi bilanci non sappiamo che farci, vogliamo vedere le fatture e i bonifici originali.)
Non si capisce come faccia Casaleggio da un punto di vista logico, amministrativo e fiscale a coprire le perdite di un sito non di sua proprietà .
Non si capisce come faccia Casaleggio a vendere attraverso il sito di Grillo i libri pubblicati dalla sua casa editrice, a pubblicizzare i suoi siti e le sue attività  senza un contratto, senza dare qualcosa in cambio ad una persona come Grillo patologicamente tirchia.
Non si capisce perchè tale Emanuele Bottaro sia ancora il formale intestatario del sito di Grillo, un sito non suo che realizza 600mila contatti al giorno.
Non si capisce come sia possibile che il sito sia di Grillo, risulti intestato a Bottaro ma sul sito ci sia la partita iva di Casaleggio.
Non si capisce come faccia Grillo a dichiarare “ho un reddito zero” visto che come minimo è proprietario di diversi immobili che risultavano affittati.
Soprattutto non si capisce perchè se con il sito ci rimettono, invece di veicolare le loro notizie attraverso Facebook e altri siti gratuiti, facciano di tutto per dirottare la gente sul loro sito appesantendo il consumo di banda e i costi.
Potremmo continuare.
Sono tante le cose che non si capiscono.

BALLE SPAZIALI
Intervista a Mentana – Grillo: “Il sito è in perdita. Le spese le copre Casaleggio. Il server costa 250.000 euro l’anno. Abbiamo 600.000 ingressi al giorno.”
Qualcosa non torna.
Qual’è il server che costa 250.000 euro l’anno?
Casaleggio ci può mostrare le fatture?
600.000 “ingressi” al giorno sono 18 milioni al mese. Con un tale numero di utenti, usando il parametro di Casaleggio (“un blog con 100.000 visitatori guadagna 75mila dollari”) significa che un blog con 18 milioni di utenti guadagna 9.786.933 euro al mese di sola pubblicità .
Per rimetterci con un sito che realizza quei contatti mensili ti devi impegnare molto.
O Casaleggio è un incapace totale e non quel genio del web che dice di essere o qualcosa non torna.
Quello che costa non è il server ma il traffico sulla rete del server ma se hai molto traffico significa che hai molti utenti, se hai molti visitatori cresce in proporzione il fatturato.
Tutto è proporzionato. I data center che forniscono i server fanno i loro prezzi in base alle leggi di mercato e al fatturato ipotetico che realizzerà  l’utilizzatore del server.
Se così non fosse nessuno si potrebbe permettere di noleggiare un server, lavorerebbero tutti in perdita e i data center fallirebbero.
Per dirla alla Casaleggio: chi ha incassato i 9.786.933 euro che , secondo il guru, dovrebbe rendere al mese il blog che gestisce per conto di Grillo?
Domande che Mentana si è ben guardato dal fare nell’intervista “gentilmente concessa” da Grillo…

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METODI GRILLINI: LE FIRME FALSE DEI CINQUESTELLE PER SFIDUCIARE GUIDI E POLETTI

Marzo 23rd, 2014 Riccardo Fucile

LE ACCUSE DEL SENATORE GIARRUSSO AL CAPOGRUPPO SANTANGELO CHE ORA RISCHIA GROSSO

Sono all’incirca le 13.30 del 26 febbraio scorso quando Mario Giarrusso, senatore del Movimento 5 stelle, lancia una bomba dalle colonne della sua pagina Facebook: gli atti contro i neo-ministri Federica Guidi e Giuliano Poletti sono stati presentati all’insaputa di molti senatori del gruppo, per di più falsificandone le firme.
“Oggi è successo un fatto gravissimo. Sono state presentate due mozioni di sfiducia […] senza che le stesse siano mai state discusse ed approvate in assemblea e senza che nessuno dei colleghi, tranne il responsabile, le avesse mai viste. La mia firma sui documenti in questione non c’era e quindi chi si è reso responsabile ne risponderà  nelle sedi giudiziarie preposte”.
Cos’è successo il 26 febbraio?
È una giornata complicata per i senatori stellati, alle prese con espulsioni e dimissioni, e la denuncia passa in sordina.
Raggiunto dall’Huffpost, il parlamentare grillino ribadiva l’accusa e puntava il dito contro il capogruppo, Maurizio Santangelo: “È lui che mi risulta abbia presentato la mozione di sfiducia contro i ministri Poletti e Guidi. Una mozione con tutte le nostre firme in calce, ma che io e molti miei colleghi non abbiamo mai visto nè sottoscritto. Per questo domani presenterò denuncia penale contro il responsabile”.
Parlando nel pomeriggio a Skytg24, la collega Serenella Fucksia esprimeva le sue perplessità : “Oggi siamo arrivati in aula e non sapevamo che sarebbe stata presentata una mozione, non è stata condivisa dal gruppo, l’avrà  decisa il capogruppo ma non sappiamo con chi…”.
La faccenda, travolta dalla cronaca politica delle defezioni dal gruppo parlamentare, sembrò fermarsi lì. “Si faccia consegnare l’atto depositato. Non c’è alcuna firma falsificata. Spero sia solo un fraintendimento”, chiudeva la questione Santangelo.
L’articolo dell’Espresso e la risposta di Santangelo
Ma la vicenda era tutt’altro che chiusa. Quel giorno infatti l’Espresso pubblicava sul proprio sito un articolo nel quale Giarrusso ribadiva ancora una volta la propria versione dei fatti: “Ha commesso un atto gravissimo, falsificando la mia firma, forse quella di altri, e depositando un atto che non è stato visto da nessuno. So che anche i dipendenti del gruppo hanno cercato di fermarlo, ma lui ha presentato lo stesso le mozioni. Non può esserci alcuna buona fede”.
Dichiarazioni che scatenavano la durissima reazione del capogruppo, direttamente sul blog di Beppe Grillo: “Forse Luca Sappino, che ha firmato l’articolo, avrebbe potuto prima provare a verificare se sui due atti la firma di Giarrusso fosse davvero presente o meno. Se siamo agli ultimi posti nella classifica della libertà  di stampa, in fondo, un motivo ci sarà ”.
Le tre versioni della mozione di sfiducia
Forse sì. Ma forse non per colpa di quell’articolo. Esistono infatti tre diverse versioni della mozione di sfiducia a Poletti, che oggi l’Huffingtonpost è in grado di mostrarvi.
E che farebbero pendere la bilancia in favore della ricostruzione di Giarrusso.
Tre atti inviati da un numero di fax della presidenza del Movimento 5 stelle al recapito dell’Ufficio atti di sindacato ispettivo. Tutti con il medesimo scopo: chiedere la sfiducia dei due ministri.
La prima versione: ore 12.15, firme false di tutti i senatori M5
Ma andiamo con ordine: il primo fax, quello “incriminato”, è quello per il quale molti senatori del M5s hanno storto la bocca. Importante l’orario: il fax viene ricevuto dall’ufficio preposto alle ore 12.15. In calce, vengono riportati tutti i nomi dei senatori stellati. Ma c’è un problema.
Le firme vengono apposte tutte da un’unica persona, al massimo due, risultando chiaramente non autentiche (come si evince anche dal confronto con la terza copia del documento, alla quale arriveremo più avanti).
Ci sono anche quelle di Battista, Bocchino, Campanella e Orellana, che di lì a poche ore sarebbero stati espulsi con un voto sul blog.
Santangelo spiega che “si tratta di una bozza presentata preliminarmente agli uffici, l’unico atto pubblicato è l’ultimo, si dovrebbe andare a prendere il resoconto stenografico della seduta di quel giorno. Le precedenti due versioni rientrano nella dinamica interna degli uffici”.
Poi si trincera dietro un ‘così fan tutti’: “Questa modalità  di presentazione, che è interna al Senato, avviene con costante frequenza. Se dovessimo andare a riprendere tutti gli atti presentati da tutte le forze politiche vedremmo che è una cosa normale”.
Sull’atto, che reca come intestazione un secco: “Mozione di sfiducia individuale nei confronti del ministro ecc.”, non compaiono tracce del fatto che si tratti effettivamente di una bozza e non di un documento definitivo.
Tant’è che, oltre ad apportare le opportune modifiche di forma, gli uffici del Senato annotano manualmente un numero di protocollo alla mozione (1-00220) che corrisponde a quello del testo pubblicato sul sito di Palazzo Madama.
Un dettaglio importante. Spiegano fonti del Senato: “Solitamente i testi preparatori non vengono protocollati. Quando si protocolla un atto preparatorio, il numero che poi risulta su quello definitivo è differente, perchè si tratta di due atti diversi. Rimane lo stesso quando si tratta di versioni che sostituiscono quella iniziale”.
Ore12.14 (circa), Pietro Grasso a Santangelo: “Mi avvertono gli uffici che è arrivata in questo momento una mail
L’ipotesi della bozza, oltre che nel testo stesso dell’atto, incontra altri elementi a suo sfavore.
Il primo è riscontrabile nel verbale dell’Aula del 26 febbraio.
Proprio intorno alle 12.15 – orario di invio del fax – Santangelo prende la parola, e chiede a Pietro Grasso di inserire nel calendario il voto di sfiducia nei confronti dei due ministri.
Il presidente gli fa presente che formalmente non risulta pervenuto ancora nessun testo. E Santangelo risponde: “Poco fa nel corso della Conferenza dei Capigruppo le ho preannunciato la presentazione delle mozioni, che probabilmente in questo istante gli uffici possono già  registrare”.
Che si tratti proprio di un atto formale, sembra confermarlo lo stesso capogruppo, quando, qualche istante dopo, spiega ancora di procedere al voto “alla ripresa dei lavori nel pomeriggio: non cambierebbe nulla farlo adesso o farlo alle ore 16.00”.
Ma se l’ultimo testo, quello definitivo, è stato trasmesso alle ore 18.43, e se quello delle 12.15 era solamente una bozza, come sarebbe stato possibile procedere al voto già  tra le 12.15 e le 16.00? E che cosa avrebbero dovuto “registrare” gli uffici?
Un semplice lavorio tecnico tra funzionari sarebbe arrivato all’attenzione del presidente del Senato?
Già , perchè Grasso risponde ancora volta al capogruppo M5s: (siamo a poco prima delle 12.19, quando la seduta viene dichiarata sospesa, n.d.r.) “Mi avvertono gli uffici che è arrivata in questo momento una e-mail su questo punto (per quello che può valere). Voteremo anche la proposta riguardante la calendarizzazione delle mozioni di sfiducia nei confronti dei ministri Guidi e Poletti”.
Abbiamo cercato nuovamente Santangelo, che ci ha spiegato: “Non avevo contezza di quando gli uffici avrebbero inviato il testo, per cui intanto lo ho preannunciato, una mossa politica, come si fa in questi casi”.
La mail di Santangelo ai senatori M5s
Anche in questo caso qualcosa non torna. Perchè alle 12.10, vale a dire qualche attimo prima dello scambio di battute nell’emiciclo, dalla casella personale del capogruppo M5s partiva un messaggio indirizzato a tutti i senatori grillini, di cui l’Huffingtonpost è venuto in possesso.
Che recitava testualmente: “Ciao a tutti, come già  preannunciato nella dichiarazione di voto nel giorno della fiducia al Governo Renzi, vi informo che oggi sono state depositate le mozioni di sfiducia individuale nei confronti dei ministri Poletti e Guidi”.
In allegato i due documenti, il cui testo corrisponde a quello faxato (al netto delle correzioni a penna apportate dagli uffici) con una sola differenza.
Nel testo inviato da Santangelo ai senatori risultano i nomi stampati in calce, ma non le firme, che verranno apposte da un’unica persona nel documento trasmesso all’Ufficio di sindacato ispettivo.
Ricapitolando: alle 12.10 i senatori M5s vengono “informati” di un testo che, spiega il capogruppo, “è stato depositato”.
Testo che verrà  inviato 5 minuti dopo corredato da una serie di firme false.
Denunciamo Santangelo?
Tant’è che qualche senatore arriva a preparare una bozza di denuncia all’attenzione del magistrato Giuseppe Pignatone (bozza fino a oggi rimasta tale e mai utilizzata), nella quale, partendo proprio dal testo della mail di Santangelo, spiega: “Tengo a precisare che, qualche ora dopo la comunicazione, lo stesso capogruppo provvedeva a disporre il ritiro delle mozioni, per ridepositarle poco dopo sottoscritte soltanto da alcuni senatori che avevano condiviso il contenuto dei documenti ed erano formalmente d’accordo al deposito presso l’Ufficio atti di sindacato ispettivo”.
Diversa la versione di Santangelo, contenuta nella risposta all’Espresso: “Le due mozioni sono state annunciate in un primo momento via email, perchè fossero condivise tra tutti i portavoce, mentre solo al momento del deposito effettivo, avvenuto alle 18.30 dopo le correzioni suggerite dal gruppo, sono state apposte le firme di chi le ha sottoscritte”.
Una condivisione avvenuta con un “vi informo che sono state depositate”, e che ha preceduto solo di qualche minuto l’invio per primo fax.
La seconda versione: ore 14.16, firme false di nove senatori M5s
Intorno alle 13.30 Giarrusso reagisce duramente su Facebook. Alle 14.16, all’Ufficio atti di sindacato ispettivo arriva una seconda versione delle mozione di sfiducia.
Il testo è lo stesso, ma in coda risultano solamente nove firme (false anche questa volta). Sono quelle dei senatori Mangili, Bertorotta, Castaldi, Marton, Crimi, Taverna, Martelli, Moronese. Sulla versione delle 12.15 i funzionari sottolineano più volte il nome di Giarrusso, e viene appuntato: “Per ora solo nove firme, vedi oltre per esse e per le altre”.
Spiega un loro collega, che ha chiesto di rimanere nell’anonimato: “È successo che hanno voluto mettere una toppa all’errore appena hanno visto quel che scriveva Giarrusso, e hanno inviato di nuovo la mozione con i nomi solo di quelli che erano stati avvisati dal capogruppo e avevano dato il via libera, e hanno iniziato poi a contattare tutti per apporre firme vere. I nostri funzionari avevano consigliato Santangelo di non spedire quella prima versione, ma lui è andato avanti per la sua strada”.
Santangelo definisce anche la seconda una bozza, un atto preparatorio: “L’unico atto che ha una valenza giuridica è l’ultimo”.
Dalla semplice lettura dei documenti emerge tuttavia un interrogativo: se di bozze si trattava effettivamente, perchè inviarne una seconda con il medesimo testo, e con la sola correzione del numero di firme?
C’è poi un errore. La seconda versione sostituisce sì la precedente, ma le nove firme in calce non sono sufficienti per la presentazione di una mozione di sfiducia individuale: ne occorrono almeno dieci.
La terza e ultima versione: firme autentiche di 35 senatori M5s
Così si spiega il perchè il 26 febbraio l’aula non ha proceduto al voto sulla richiesta di calendarizzazione.
La versione definitiva (che reca 35 nominativi, corredata questa volta da firme autentiche) viene inviata via fax solo alle 18.43, quando la seduta era stata tolta già  da una ventina di minuti.
Una versione, la terza, uguale in tutto e per tutto alle precedenti, che è stata depositata agli atti. Il numero di protocollo? 1-00220, quello della stesura delle 12.15.
Come già  accennato, Santangelo spiegava sul blog che “il deposito effettivo è avvenuto alle 18.30 dopo le correzioni suggerite dal gruppo”.
Ma l’unica modifica che risulta negli atti sono gli autografi in originale dei senatori stellati.

(da “Huffingtonpost”)

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VERONA: MAZZETTE, ARRESTI, NEPOTISMI. IL SISTEMA TOSI NAUFRAGA NEGLI SCANDALI

Marzo 23rd, 2014 Riccardo Fucile

UN CORVO AVEVA PREVISTO TUTTO

Era cominciata l’estate scorsa, con la «lettera del corvo», e non è ancora finita.
Anzi Verona, la città  del cambiamento del Nord, della destra deberlusconizzata, la città  del sindaco decisionista, non è riuscita, l’altro ieri, nemmeno a creare una minima commissione comunale d’inchiesta sulla corruzione.
E dire che ne avrebbe avute di cose da chiarire, dopo i nove arresti di una municipalizzata, l’inchiesta sull’assunzione di parenti eccellenti e — soprattutto — le manette scattate a febbraio per la coppia d’oro della città , Vito Giacino, 42 anni, vicesindaco rampante, e sua moglie, 35, ancor più rampante, Alessandra Lodi.
Una domanda non trova risposta: possibile che Flavio Tosi, politico postmoderno, non si fosse mai accorto del malaffare intorno a lui?
A cominciare magari proprio dalle frasi del corvo: «Siamo un gruppo d’imprenditori e professionisti, stanchi dell’arroganza di questa amministrazione e soprattutto del vicesindaco Vito Giacino, il quale senza mezzi termini obbliga a transitare per consulenze (tangenti) presso lo studio di sua moglie»
Arroganza? Tangenti, con tanto di nomi?
Giacino, avvocato, già  berlusconiano, poi diventato «tosiano», giovane assessore all’urbanistica, era accreditato come il futuro sindaco della città .
«È quello che prenderà  il posto di Tosi», dicevano, perchè Tosi — secondo i suoi calcoli — avrebbe fatto presto il gran passo: candidarsi alle primarie del centrodestra, proponendosi da una città  turistica, nordica, bella, ma anche potente per le finanze, come l’unico possibile leader nazionale anti-Renzi. Invece no.
A novembre il vicesindaco, ormai sotto inchiesta da parte della Procura, si dimette e si tappa in casa; a febbraio, viene arrestato per reati di concussione; adesso si trova (è un vip) nell’infermeria del carcere Montorio, da dove ha mandato un memoriale che non spiega niente; mentre sua moglie Alessandra, perno dello scandalo, «collettore» delle mazzette, resta ai domiciliari
Si può lasciar sintetizzare al titolo di «Verona fedele», il settimanale della potente curia, il clima politico: «Sistema Verona al capolinea? (…) una vicenda politica e amministrativa che da palcoscenico nazionale rischia oggi il flop».
E il flop riguarda appunto Tosi e anche il suo stile a-politico, atipico, annunciato anche nella vittoriosa campagna elettorale con il criterio da arrembaggio: «Chi ha più preferenze, diventa assessore ».
Ottimo. Pronti, via: Giacino, già  assessore, s’è dato da fare ed è passato dalle mille e passa preferenze che aveva come forzista alle quattromila e passa come «tosiano». E come c’è riuscito?
126 EURO AL MESE
Tosi sindaco, un tipo da sagra, e Giacino vicesindaco, un tipo da lounge bar, si frequentavano spesso fuori dal municipio.
È chiaro che tra amici non ci si fanno i conti in tasca, ma il tenore di vita della coppia era diventato notevolissimo «erga omnes».
Verona è una città  gossippara, anche se elegantissima. E l’analisi delle «spese mensili dei coniugi Giacino-Lodi», secondo le indagini della squadra Mobile nelle varie banche, ha rivelato conti che non tornano: nell’intero 2009 i due hanno speso, in tandem, 351 euro al mese.
Ancora meno nel 2010: i due — certo non due risparmiatori — campavano, stando ai bancomat e ai prelievi, con 126 euro mensili. Era davvero possibile?
“FAI I COMPITI A CASA”
Alessandro Leardini è un costruttore e racconta delle tante mazzette che ha pagato alla coppia. È stato messo anche a confronto con Giacino e non ha fatto marcia indietro sulle buste di denaro cash.
Tantissime, finchè è lo stesso vicesindaco a imporgli: «Studia qualche cosa, fai i compiti a casa», perchè il troppo contante in tasca non aveva giustificazione.
In questo modo nascono le «consulenze», che sono intestate ad Alessandra, moglie e avvocato. L’elegante e scattante signora, che tra il 2006 e il 2008 dichiarava guadagni sui 10 mila euro circa, li moltiplica per dieci nel 2009, quando dichiara 112 mila euro.
Gli anni successivi il fatturato cresce come la Borsa negli anni Ottanta: 223 mila, 258 mila, sino ai 325mila del 2012.
Sarà  forse un bravo avvocato sbocciato all’improvviso? «Quando abbiamo chiesto la password dei computer, manco la sapeva», racconta un detective
Una dichiarazione del legale della Serenissima partecipazioni spa è sorprendente per il lessico. Racconta di aver dato consulenze all’avvocato Lodi apprezzando «il fatto che fosse la moglie di un altro avvocato, che aveva anche un ruolo come assessore all’Urbanistica, e poi vicesindaco», il quale, quindi «poteva, per osmosi informativa, avere un occhio di maggior comprensione ». Osmosi informativa?
L’APPARTAMENTO
Oltre ai soldi, la casa. Nell’elegante via Isonzo, al numero 11, quartiere Borgo Trento, la coppia acquista un appartamento lussuoso.
Lo ristruttura senza badare a spese. Lo fa diventare di 400 metri quadrati, con tanto di modernissima palestra, fissazione di Alessandra.
E dei lavori chi s’incarica? La Soveco, azienda d’origine calabrese, senza il certificato antimafia, che sta «dentro» tutte le chiacchiere e le cordate dei futuri grandi appalti cittadini.
Possibile che anche di questo appartamento Tosi non sapesse niente?
“È UN AMICO”
Lui, che ripete d’essere «amico» di Giacino, cercava anche ieri di volare più alto dei doveri minimi di trasparenza amministrativa: «Solo i nostalgici delle dittature possono ritenere normale che un leader abbia informazioni sui redditi e patrimoni dei suoi collaboratori e familiari… ».
E sul fatto che ci fosse un tariffario delle tangenti, con cifre da pagare al metro cubo, a seconda delle zone, analoga risposta: «Guardi, con i “si parla” e “si dice” non si va lontano, meglio attendere l’accertamento della verità ».
Ma qual è la verità  politica da attendere, se il capogruppo pd, Michele Bertucco, bancario, che ha trasformato il «corvo» in legalissimo esposto-denuncia, gira quartiere per quartiere portando cartelli dal titolo «Le mani sulla città »?
E va ripetendo che il «sistema Tosi », non va, anzi è «un sistema predatorio », basta guardare gli affari di Giacino?
A forza di attendere chissà  che cosa, senza nemmeno un rimpasto di giunta, senza una pressa di distanza dai tangentari, Tosi, 45 anni, si sta logorando, lo sa, ma in pubblico fa spallucce.
Ma perchè? Perchè uno che era tra i sindaci più apprezzati e ora vede il gradimento scendere al ventunesimo posto, decide di starsene all’angolo, in una Verona bellissima, ma sempre più popolata d’ombre oscure?
È la domanda, e la risposta non arriva. Mai.

Piero Colaprico

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LA CERCHIA DELL’EXPO: “INCARICHI SOLO A NOI”

Marzo 23rd, 2014 Riccardo Fucile

UNA MAIL SVELA CHE FORMIGONI E I SUOI SAPEVANO… E MARONI SCONSIGLIATO DA PISAPIA VOLEVA COME SUBCOMMISSARIO PROPRIO ROGNONI, ORA ARRESTATO

Infrastrutture Lombarde: un appaltificio da 240 milioni a disposizione degli amici.
La spa nasce nel 2003 per agevolare l’interventismo pubblico dei governi regionali guidati da Roberto Formigoni, il quale, secondo il tribunale di Milano, assieme ai suoi fedelissimi era a conoscenza del malaffare.
Secondo il giudice, che giovedì ha firmato otto arresti, uno come Pierangelo Daccò, amico e pagatore dell’ex presidente, aveva “un certo ascendente” sulla società .
Formigoni e formigoniani, dunque.
La nascita di Ilspa, infatti, è tutta farina del Celeste che piazza sulla poltrona di direttore generale Antonio Rognoni.
Carriere intrecciate, con il dg che mette in fila investimenti per 11 miliardi e il presidente che inciampa negli scandali fino al rinvio a giudizio approdando in Senato.
Nel gennaio scorso, poi, Rognoni lascia.
Pochi giorni dopo diventano pubbliche le indagine della Corte dei Conti sulle spese pazze dell’Ilspa.
Ai piani alti c’è Bobo Maroni. Si ipotizza una discontinuità . Capita il contrario, perchè il neo-governatore propone la candidatura dell’ex dg a sub commissario per Expo.
E questo nonostante sia stato sconsigliato dal sindaco di Milano.
Con Giuliano Pisapia, l’incontro, riservatissimo, avviene prima della bufera giudiziaria. In quel frangente il primo cittadino sconsiglia Maroni nel proseguire sulla strada di Rognoni, perchè, ragiona Pisapia, con lui in Expo aumenterebbe il rischio di infiltrazioni mafiose.
Ipotesi concreta visto che l’esposto dal quale parte l’indagine del procuratore aggiunto Alfredo Robledo arriva da una società  su cui pesano sospetti di collusioni con la ‘ndrangheta.
Questo, dunque, il clamoroso dietro le quinte dell’affare Infrastrutture Lombarde sul quale ieri è intervenuto lo stesso Maroni smentendo di aver proposto la candidatura dell’ex dg.
Il caso della holding promette dunque futuri sviluppi soprattutto su Expo. Con buona pace del presidente di Confindustria Giorgio Squinzi che ieri ha invitato “a non perdersi in nuove iniziative giudiziarie per concentrarsi sull’esecuzione dei lavori”.
L’inchiesta, però, c’è e mette sul piatto un dato clamoroso.
Lo scrive il gip Andrea Ghinetti nella sua ordinanza quando, a proposito del sistema Rognoni, sostiene “la consapevolezza di tutte le parti in causa di agire in un ambito di diffusa illegalità , compresi i vertici della Regione”.
Tutti sapevano delle gare Expo addomesticate e delle consulenze milionarie riservate alla“cerchia”.
Il ragionamento del giudice nasce da una mail inviata dal legale Carmen Leo a Rognoni. Nel documento l’avvocato, arrestato giovedì, riferisce di un incontro in Regione proprio sulle consulenze legali dell’Ilspa.
“Caro Antonio — scrive Leo — alla riunione erano presenti: Zucaro, Vivone, Colosimo, Sala”. I primi due erano all’epoca avvocati dell’ufficio legale del Pirellone. Mentre Sala era “dirigente dell’Unità  Organizzativa Normativa e Amministrativa della Regione”. Insomma , il ruolo di controllore sulle consulenze era interno al Pirellone.
Il dato conferma il passaggio dell’ordinanza dal quale emerge la consapevolezza del malaffare da parte di Paolo Alli, ex sottosegretario alla presidenza.
Una consapevolezza che emerge, nettissima, dalle intercettazioni.
L’avvocato Salvatore Primerano, anche lui ai domiciliari , descrive il sistema. “Le persone di cui (Rognoni) si contorna poi lo seguono in questo percorso”. E dunque “chi è troppo rigido trova difficoltà ”.
Il motivo lo si ascolta in un’altra telefonata tra Pierpaolo Perez, responsabile dell’Ufficio gare e contratti di Ilspa, e un avvocato.
Dice il legale: “Non si possono mai dare incarichi fuori dalla cerchia”.
Il dato, tassativo, sottende una regola ferrea che si apprende dalla voce di Rognoni: “Io pretendo che la gente lavori con la mia testa”.
Tutti lo seguono, nonostante dubbi e paure. Come quelle dell’avvocato Maurizio Malandra (ai domiciliari). “Siamo deboli — dice — , se viene la Corte dei Conti pensi che scavalliamo tanto?”.
Più esplicita Carmen Leo: “Questi sono tutti abusi”. Il legale si riferisce ai “ricatti” che Rognoni fa alle imprese chiedendo “garanzie non dovute” in cambio dell’appalto. Un modo di agire che, spiega Perez, “serve a fare in modo che la Regione vinca 2 a 0 e che loro siano i più fighi del mondo”.
Insomma, Rognoni tira dritto dando consulenze anche a chi non le vorrebbe più come nel caso della Leo che confessa: “È per rischiare meno, io prendo già  tanti soldi”.
Netta la risposta del dg: “Gli importi li decido io”.
Nomi, fatti, accuse. Da questi emerge un personaggio (non indagato) definito “molto potente” che può “essere di aiuto”.
Ex carabiniere, vicino ai servizi segreti, campione di incarichi, potrebbe essere la chiave per accedere ai santuari su cui indaga l’antimafia.

Davide Milosa
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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“DA GRILLO SOLO FARNETICAZIONI”: LETTA, BERSANI E L’AMBASCIATA INGLESE SMENTISCONO LE TEORIE COMPLOTTISTE DEL COMICO

Marzo 22nd, 2014 Riccardo Fucile

ABITUATO A FREQUENTARE LE AMBASCIATE STRANIERE, GRILLO HA LA CODA DI PAGLIA…. CHE CI FACEVANO PIUTTOSTO LUI E CASALEGGIO ALL’AMBASCIATA INGLESE?

Dopo le “rivelazioni” di Grillo l’ex premier Enrico Letta replica: «Sono tutte farneticazioni». E poi spiega: «Ero in ambasciata quel giorno per una riunione di preparazione del programma del Forum di Pontignano».
Si riferisce al Convegno Italia-Gran Bretagna appuntamento annuale che si ripete dal 1993 e che Letta ora presiede, dopo essere subentrato a Giuliano Amato, «insieme a Chris Patten», ex commissario Ue per le Relazioni esterne e ultimo governatore inglese di Hong Kong.
«Ebbene – prosegue Letta – verso la fine della riunione, l’ambasciatore mi disse: “Oggi viene Grillo con Casaleggio per un pranzo, se vuoi gli dico che sei qui, se volete potete incontrarvi».
Richiesta che Letta così declinò: «Per trasparenza digli pure che ci sono, ma non vedo il motivo per incontrarci. Se ci dobbiamo vedere facciamolo a livello ufficiale e alla luce del sole».
«Il fatto – conclude l’ex premier – che fossimo entrambi nello stesso posto era un caso, tutto il resto sono farneticazioni».
E anche dall’ambasciata inglese giunge pronta la smentita su «complotti e macchinazioni». «Letta era nella Villa – spiega un portavoce dell’ambasciata – ma per parlare di tutt’altre vicende che la politica».
Le affermazioni di Grillo «non corrispondono a verità » e «la presenza concomitante è stata gestita nel pieno rispetto della privacy di entrambi gli ospiti e non ha portato ad alcun incontro tra i due, incontro che l’ambasciata non aveva peraltro alcun interesse a promuovere».
Arriva su Twitter la replica dell’ex segretario Pd al leader del M5s che nell’intervista a Mentana aveva detto: “Mandato al massacro”.
“Grillo lasci stare Letta e stia tranquillo. Le persone perbene so riconoscerle”. Questa la secca risposta di Pier Luigi Bersani a Beppe Grillo, che ieri nell’intervista a Mentana ha sostenuto che Enrico Letta fosse tra quanti gli avevano impedito di andare a Palazzo Chigi.

(da “La Repubblica“)

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IL PAREGGIO DI BILANCIO: QUANDO LE CAMERE BRINDARONO AL “LACRIME E SANGUE”

Marzo 22nd, 2014 Riccardo Fucile

COME FU CHE IL PARLAMENTO, ALL’UNANIMITà€, CI IMPOSE IL VINCOLO SUL DISAVANZO… L’EROISMO SOLITARIO DI IANNACCONE

Nell’aula della Camera, proprio mentre gli afflati europeisti toccavano vette tuttora inesplorate, il solo Arturo Iannaccone — medico avellinese di tradizione Dc, passato nel Ccd, poi nell’Udc, poi in Mpa e infine in Noi Sud — faceva sentire la voce della sinistra politica: “Riteniamo che sia sbagliato imporre ulteriori vincoli. Stiamo rincorrendo questa folle corsa della Germania a realizzare un’Europa austera che non guarda alla crescita e alle condizioni dei più deboli, ma solo al rigore e ai bilanci”.
La battaglia contro l’austerity, Iannaccone, la faceva già  nel novembre 2011, quando la patria si stringeva attorno a Mario Monti e votava in cinque minuti l’introduzione in Costituzione del pareggio di bilancio.
Per unico alleato trovò Giorgio La Malfa: “Se questa norma venisse intesa nel senso letterale daremmo addio agli investimenti in questo Paese”, scolpì a uso dei distratti colleghi.
Ancor peggio andò in Senato: l’unico a sventolare la bandiera rossa fu Mauro Cutrufo, democristiano pure lui, ma in forza al Pdl.
BREVE RIEPILOGO
Forse Matteo Renzi non lo sa, ma ha ragione: il vincolo del 3 per cento tra deficit e Pil è “anacronistico”.
Nel senso che il Parlamento italiano — all’unanimità  — solo due anni fa ha avuto modo di darsene un altro assai più stringente: il pareggio di bilancio, appunto, cioè il vincolo dello zero per cento. Il pareggio, o equilibrio, di bilancio è stato introdotto nella Costituzione italiana il 20 aprile del 2012: regnava — da cinque mesi — Mario Monti, ma lo zero per cento era nato già  con Silvio Berlusconi.
Deriva infatti dal patto “Europlus” del marzo 2011, da cui nasce il Fiscal Compact, e compare anche nella famosa lettera della Bce al governo dell’agosto 2011.
Fu, infatti, proprio il governo dell’ex Cavaliere a presentare alle Camere (il 7 settembre) un ddl per inserire il pareggio di bilancio all’articolo 81 della Carta.
Si trovò in buona compagnia visto che ddl analoghi li avevano presentati quasi tutti i partiti: dal Pd (prima firma Pier Luigi Bersani) a Italia dei Valori, dal Pdl al Terzo Polo.
Il dibattito sul tema cominciò in ottobre alla Camera, entrò nel vivo a novembre, dopo il cambio di governo, ad aprile era tutto finito. Rileggerlo è istruttivo.
La voglia di bondage economico — mani legate, sacrifici, tagli — dei partiti italiani in quei giorni aveva raggiunto il culmine, anche di quelli come Forza Italia o Lega Nord che oggi vogliono la rivolta contro l’Europa.
IL PAREGGIO?
Non basta, fateci soffrire di più, smaniavano i parlamentari d’ogni colore (eccetto Iannaccone). Prendiamo Pier Paolo Baretta, Pd, sottosegretario all’Economia di Renzi: “Il metro di misura del risanamento è un bilancio non in rosso. Il discrimine non è obbligatoriamente l’avanzo, che pure non guasta, ma certo l’abbattimento del disavanzo”.
Giuseppe Marinello, Pdl, uomo di Angelino Alfano, vedeva già  il sangue per le strade: “Non sono bastate le lezioni del Cile del 1973, dell’Argentina degli anni scorsi, della Grecia quest’anno? Paesi dove un welfare insostenibile ha alimentato il debito e poi portato alla bancarotta e alla guerra civile”.
Il berlusconiano, poi montiano, Giuliano Cazzola, addirittura si astenne per protesta: “La norma doveva essere netta: non può contenere riserve che consentano di derogare al pareggio”.
Pure un altro montiano, Benedetto Della Vedova, voleva di più: “Mancano strumenti che ‘inchiodino’ la politica” (oggi è sottosegretario di quello che il 3 per cento è anacronistico).
Pure Francesco Barbato (Idv) partecipò a suo modo: “Basta cda pubblici, basta auto blu, basta casta!”.
Alcuni, va detto, fecero sfoggio di erudizione fuori dal comune.
L’attuale viceministro all’Economia Luigi Casero, allora Pdl, ricorse ad arditi paragoni scientifici: “È la fisica che dimostra che una leva troppo lunga, la leva finanziaria, si spezza quando deve sollevare pesi troppo elevati come l’economia occidentale”.
Peppino Calderisi, altro berluscones: “Lo short-termism che caratterizza le moderne democrazie di massa riduce drammaticamente gli spazi per un uso coerente del deficit spending”.
Roberto Simonetti, Lega Nord: “L’economia sociale di mercato ha messo in crisi il dogma del pareggio di bilancio che fu raggiunto in tempi lontani, per esempio nel 1897, dal biellese Quintino Sella. Lo dico da presidente della provincia di Biella”.
Daniela Melchiorre, Liberaldemocratica già  diniana, inneggiò alla cosa — per così dire — con la doppietta: “È un segnale forte e chiaro   in un momento di incertezza e travaglio per la nostra economia e il nostro Paese”.
Altri, invece, lo dicevano da anni che bisognava pareggiare.
Tipo Renato Cambursano di Italia dei Valori: “Questo impegno avremmo dovuto assumerlo molto prima… Siamo in ritardo”.
Ma di quanto? Rispose Linda Lanzillotta, ex ministro: “È un passaggio importante anche se arriva, purtroppo, con trent’anni di ritardo”.
Altri, in questa orchestra, sceglievano senz’altro di suonare il trombone. Antonino Lo Presti, finiano: “È un momento solenne, una svolta di portata storica per il legislatore italiano, che sceglie di vincolare le proprie decisioni future al rigore finanziario”.
Enrico Letta, ex premier: “Noi assumiamo questa sfida: la assumiamo per il destino dei nostri paesi, per il destino di noi europei e, soprattutto, per il futuro dei nostri figli”.
Gianclaudio Bressa, Pd, dopo aver scomodato Luigi Einaudi, Ezio Vanoni e Costantino Mortati, concludeva leggermente su di tono: “Torniamo protagonisti del riscatto della democrazia parlamentare!”.
Ci voleva un vero democristiano come Roberto Occhiuto, giovine deputato Udc, per riportare il tutto ad una dimensione più consona: “Tutti negli anni abbiamo sbagliato: chi più, chi meno”.
E in coerenza con questo aureo principio alla Camera, in due letture, si contarono solo 3 voti contrari, in Senato nessuno.

Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LE BRUTTE FIGURE DI RENZI A BRUXELLES

Marzo 22nd, 2014 Riccardo Fucile

TRA TWITTER, GAFFE E MANICHE DI CAMICIA…E ALLA FINE SQUINZI LO SMENTISCE SULL’ENTUSIASMO DELLA MERKEL

Lo stile è il suo, in trasferta si nota anche di più: su Twitter Matteo Renzi commenta il suo debutto al “Consiglio d’Europa”, che però è un’istituzione completamente diversa da quella in cui si è impegnato in questi due giorni, cioè il Consiglio europeo (gli fanno notare l’errore e, dopo alcune ore, il Tweet sparisce).
In conferenza stampa racconta il suo stupore per aver scoperto “una usanza che non conoscevo”: cioè che durante la riunione del Consiglio tra i capi di governo “si parla continuamente, anche mentre si mangia”.
Renzi non ha la confidenza con i riti dell’Europa che aveva Mario Monti e neppure il rispetto assoluto che era di Enrico Letta.
Bruxelles è soltanto uno sfondo diverso per mandare gli stessi messaggi di ottimismo renziano alle famiglie italiane che vedranno il premier al Tg.
La piccola sala stampa dell’Italia nel seminterrato del palazzo di Justus Lipsius cambia per il nuovo premier: via il tavolo verde da cui Monti raccontava i duelli con Angela Merkel, ecco il podio per Matteo, che interviene da solo, come sempre.
Il resto della squadra europea, dall’ambasciatore Stefano Sannino al sottosegretario Sandro Gozi, restano silenziosi in disparte.
La cena deve essere tutta per il premier, che arriva trafelato come sempre, “a young man in a hurry”, il giovanotto che va di fretta, lo hanno chiamato Financial Times ed Economist.
Appena entra nella saletta si toglie anche la giacca e la affida a una signora bionda (responsabile del cerimoniale, abituata a ben alti formalismi), si arrotola le maniche della camicia bianca e comincia lo show dal podio.
Parlare di Europa non è la cosa che gli riesce più facile, dietro gli europeismi obbligati si intravede l’insofferenza (“la Commissione si chiama così ma non è una commissione d’esame”).
Al premier però piace – un po’ come piaceva a Silvio Berlusconi – il genere di racconto “io e i grandi della Terra”
Ha anche rievocato la cena di lunedì scorso a Berlino, con la Merkel e gli imprenditori tedeschi.
Subito gli replica dall’Italia il capo della Confindustria Giorgio Squinzi, uno dei pochi italiani non renziani rimasti: “Devo sfatare il clima idilliaco descritto per l’incontro di lunedì tra Merkel e Renzi. Io ero alla cena e lei è molto austera nei nostri confronti: non è che ci abbia accolto a baci e abbracci, ha detto che non possiamo derogare alle regole”.
Dettagli, minuzie, quisquilie per Renzi che da Bruxelles torna con la sicurezza di aver interpretato perfettamente quel misto di scetticismo e sopportazione che domina tra gli italiani quando pensano all’Europa.
Anche da Bruxelles il premier vuole prima di tutto essere in sintonia col suo pubblico, tutto il resto – i tecnicismi sul deficit e anche la crisi Ucraina – è secondario.
Non cita mai, neppure una volta, il documento conclusivo del Consiglio, quando invece Monti e Letta si impegnavano in minuziose analisi del testo.
Renzi supera anche l’inevitabile test di Ivo Caizzi: il veterano dei corrispondenti da Bruxelles, del Corriere della Sera, ha fatto perdere la calma più volte a Mario Monti e perfino a Fabrizio Saccomanni, con le sue domande. Renzi lo ascolta e poi lo neutralizza: “Bene, raccogliamo un po’ di domande così rispondo a tutte insieme” (scegliendo con una certa cura quali dimenticare e quali no)
In altri momenti – quelli più drammatici della crisi dell’euro – la disinvoltura renziana avrebbe inorridito le vestali delle forme europee.
Oggi no, c’è un clima di smobilitazione, tutti i presidenti sono in scadenza, incluso il padrone di casa Herman van Rompuy.
Che Renzi pronuncia con una correttezza rara, con la “u” che si legge quasi “o”. Sembra che il premier improvvisi, ma anche ostentare dilettantismo è una scelta.
E uno stile che, per ora, funziona.

Stefano Feltri

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RENZI PARTE RE E TORNA SUDDITO

Marzo 22nd, 2014 Riccardo Fucile

NON OTTIENE NESSUN RISULTATO CONCRETO IN EUROPA E DICE: “IL FISCAL COMPACT VA RISPETTATO”… CRITICA IL COMMISSARIO COTTARELLI: “ALCUNE COSE DELLA SUA SPENDING REVIEW NON MI HANNO CONVINTO”

Il Fiscal compact è un impegno che il nostro Paese ha preso e come tutte le regole che ci siamo dati confermiamo l’impegno”.
Alla fine è soltanto questa frase che conta: in Parlamento il premier Matteo Renzi aveva definito “anacronistico” il vincolo del deficit al 3 per cento del Pil (è di vent’anni fa), ma a Bruxelles promette di rispettare la gabbia più contemporanea, quella che impone fin nella Costituzione il pareggio in bilancio.
E per rispettarlo subito bisognerebbe fare quella correzione di bilancio da 4-5 miliardi di euro strutturali che la Commissione europea chiede, inascoltata, da mesi.
Di solito le conferenze stampa alla fine del Consiglio europeo servono ai capi di governo a vantarsi dei risultati ottenuti durante i lunghi negoziati notturni, a presentare come epiche vittorie nazionali gli scialbi compromessi che di solito si nascondono dietro le frasi del comunicato finale del Consiglio.
Renzi invece parla soprattutto del semestre di presidenza italiano che comincerà  a luglio, di quello che il governo vuole fare, di tutte le occasioni che ci saranno per incontrare gli altri leader, sei mesi che devono diventare “l’occasione di una grande scommessa sull’Europa”.
Risultati che può vantare dalla due giorni europea: nessuno concreto, ma “non siamo mica venuti qui a farci dare la bollinatura alle nostre riforme”.
Poco è filtrato della colazione tra il premier e il presidente del Consiglio europeo, Herman van Rompuy.
L’incontro con il presidente della Commissione Josè Barroso, giovedì, non era andato benissimo, nessuna concessione sul deficit e nessun via libera preventivo: prima di avallare le riforme di spesa, come il taglio delle tasse in busta paga, la Commissione vuole vedere i provvedimenti di legge che attuano la spending review.
Renzi contesta questa lettura, dice che sono “ricostruzioni fuori dalla realtà ” e che comunque il suo obiettivo è “far sorridere le famiglie italiane”, non i due leader europei che, ci tiene a ricordarlo il premier, “sono in scadenza di mandato”.
In questi due giorni Renzi ha fatto poco per rassicurare i suoi interlocutori europei che sono ammirati dalla forza politica del giovane leader, ma un po’ perplessi sulla sua disinvoltura contabile.
L’idea di scorporare la spesa per il cofinanziamento dei fondi strutturali dal deficit (cioè il contributo dell’Italia ai progetti europei) non è un tabù a Bruxelles.
Ma preoccupa il fatto che la priorità  del premier non sembri affatto rilanciare i progetti di infrastrutture che con quel trucco contabile si potrebbero finanziare, ma guadagnare margini di manovra per tagliare le tasse prima delle elezioni europee. L’argomento usato da Renzi — “siamo contribuenti netti”, cioè diamo all’Europa più di quanto riceviamo — è di quelli usati da sempre dalla Gran Bretagna e dai Paesi più euroscettici: non funzionerà  mai per convincere la Commissione.
E visto che tutta la credibilità  delle coperture delle promesse renziane si fonda sulla revisione della spesa, attaccare il commissario Carlo Cottarelli nella conferenza stampa di Bruxelles non è stata forse la scelta tattica migliore. “Il piano di Cottarelli è un buon punto di partenza”, ha detto il premier, che poi ha subito precisato: “Ma alcune cose non mi hanno convinto”.
Tipo l’ipotesi di intervenire sulle pensioni, che Cottarelli continua a riproporre.
La scelta di spostare il commissario dal Tesoro a palazzo Chigi sembra sempre di più un modo per ridurlo al rango di consulente (qualche giorno fa l’aveva retrocesso a “commercialista”) che offre suggerimenti, non certo prescrizioni.
Solo Renzi è così concentrato sull’economia. Gli altri leader sono molto più preoccupati dalla crisi ucraina e di come contenere l’avanzata di Vladimir Putin.
Il Consiglio europeo firma una prima parte politica di un “accordo di associazione” che serve ad ancorare Kiev alla Ue, mentre arrivano sanzioni per altri 12 soggetti vicini a Putin.
Ma la grande battaglia, quella sull’energia, quella per emancipare l’Europa e l’Ucraina dalla dipendenza dal gas russo, ancora non è davvero cominciata, la Germania invita alla cautela.
Di Russia Renzi si scorda di parlare, in conferenza stampa.
Quando glielo ricordano si scusa, ma non c’è più tempo: deve tornare subito a Roma.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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“RENZI E CARRAI SONO LA STESSA TESTA”: PARLA FUSI, L’UOMO DELLA CRICCA

Marzo 22nd, 2014 Riccardo Fucile

DALLE INTERCETTAZIONI EMERGE CHE L’AMICO CHE HA PAGATO L’AFFITTO AL SINDACO TENEVA I RAPPORTI DEL COMUNE CON IL COSTRUTTORE FUSI

“Ci si rimette con il progetto in mano a vedere cosa si può fare traendone il meglio reciprocamente? Perchè il meglio dovete trarne voi come imprenditori e noi come Comune”. Così Marco Carrai parlava a Lorenzo Nencini, incaricato da Riccardo Fusi a creare rapporti nell’amministrazione guidata da Matteo Renzi.
Tanto che poi lo stesso Fusi incontrerà  di persona il sindaco.
L’intercettazione è del 2 settembre 2009. La giunta dell’attuale premier si era da poco insediata.
Quello che oggi si dichiara solo un amico del premier e che ha confermato di avergli pagato casa per tre anni in centro a Firenze, abitazione in cui Renzi prese anche la residenza, all’epoca parlava a nome dell’amministrazione comunale.
Pur non avendo incarichi formali. Quelli sarebbero arrivati dopo.
Come consigliere particolare del sindaco, il 25 settembre, nonostante già  fosse responsabile dell’associazione Noi Link creata per raccogliere fondi a favore dell’attività  di Renzi.
Poi lo sarà  anche della Fondazione Big Bang e siederà  in Firenze Parcheggi prima di insediarsi alla guida dell’Adf, società  che gestisce l’aeroporto cittadino e nell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze.
“Non sono un politico, sono un imprenditore”, ha ribadito più volte negli ultimi giorni Carrai.
Eppure queste intercettazioni dimostrano che la parola di Carrai valeva quanto quella di Renzi . “Sono la stessa testa”, almeno per i suoi interlocutori.

Il due settembre Nencini telefona a Fusi per riferire l’esito degli incontri avuti in mattinata.
“Sono appena rientrato in ufficio dopo quell’incontro che ti avevo detto (…) lì ho incontrato tutti: sindaco, vice sindaco… quindi Renzi, Nardella… e poi sono andato a pranzo con questo Cerrai (Carrai, annotano gli inquirenti)… questo Cerrai oltre a essere il migliore amico di Renzi è proprio non si può neanche dire il ‘braccio destro’ è la solita testa; nel senso che quello che dice Cerrai è quello che dice Renzi e viceversa (…) ha potere decisionale”.
I due, riferisce ancora Nencini, hanno parlato dei progetti che stanno particolarmente a cuore alla Btp di Fusi, lavori oggi ancora bloccati: l’area del Panificio militare e quella della Manifattura Tabacchi.
Io, riferisce Nencini, ho detto: “Guarda… Marco… a noi non ci pare il vero… se ci si crea la possibilità  di sedersi a un tavolo e sfruttare al meglio quell’area … ma sfruttare vuol dire … per il Comune che ne tragga il miglior beneficio e per noi imprenditori se ne tragga perlomeno il nostro (…) ci fa solo piacere ma con l’amministrazione di prima avevan fatto uguale… perchè …”.
“Si … si… so tutto… so tutto… so tutto”, lo interrompe Carrai.
“In finale — conclude Nencini — mi ha detto: “Dammi questi dieci… una decina di giorni… mi riunisco con tutti … ti richiamo … ci si rivede… si mette le cose sul tavolo… e si snocciola il problema… e si decide che fare”.

I contatti proseguono.
Si arriva all’incontro tra Fusi e Renzi il 21 ottobre.
Questa volta è l’imprenditore a chiamare Nencini e spiegare come portare a casa la partita dei lavori.
Nencini, dice Fusi, tiene i rapporti con Carrai, mentre Egiziano Maestrelli (altro imprenditore toscano) ha contatti con l’allora vicesindaco, poi parlamentare e ora candidato a sindaco di Firenze, Dario Nardella.
“Sono uscito ora”, esordisce Fusi , alle 20.50.
“Ho fatto un incontro fino ad ora con il sindaco (…) e quindi praticamente a me ha dato tutte le linee guida (…) più ha detto… ha già  dato mandato all’avvocatura del comune di procedere in questo senso… mi ha autorizzato a dire che io stasera ho incontrato lui (…) e quindi te domani mattina se tu vai lì a parlare con Carrai tu gli puoi dire tranquillamente quello che ho detto io ‘le linee guida le ha già  date il sindaco”.
Nencini ribatte: “Sì, ma vedrai lui le saprà  di già … perchè come te chiami me sicuramente Renzi avrà  chiamato Carrai”.
Fusi: “Sì ma per non mettere in difficoltà  nessuno (…) perchè ognuno dei suoi parla… con te ci parla Carrai … con il Maestrelli gli telefona quell’altro … Nardella”.
Prosegue Fusi. “Lui mi fa: ‘Riccardo le linee guida sono queste, te dai all’avvocato Traina queste linee… si va avanti così… perchè io lo voglio fare in tempi da record’.. quindi te domattina tu vai lì e tu gli dici in questo modo”.

I lavori non sono mai iniziati: Fusi, coinvolto nell’inchiesta sui grandi appalti della cosiddetta Cricca, è finito in carcere.
Ma i progetti sono in Comune e lunedì prossimo arriveranno sui banchi del Consiglio comunale che voterà  il regolamento urbanistico che riguarda le strutture care a Fusi. Va detto che l’area da costruire prevista nel progetto iniziale è stata ridotta da 100 mila metri quadrati a 88 mila.
Da allora Carrai ha deciso di lasciare ogni tipo di incarico a Palazzo Vecchio.
Si è seduto a Firenze Parcheggi e poi in Adf, preoccupandosi però di pagare l’affitto della residenza fiorentina dell’amico Matteo, almeno fino al 23 gennaio 2014.
Oggi Carrai è all’estero. La Procura, che ha aperto un fascicolo su via degli Alfani, attende il suo rientro per sentirlo come persona informata sui fatti.
Lui ieri ha contattato un penalista.

Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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