Giugno 23rd, 2014 Riccardo Fucile
UNA MASSA ENORME DI EVASIONE E DI ELUSIONE, UNA FUGA DAI CONTROLLI CHE SPAZIA DALLO SCONTRINO ILLEGALE E CHIARE FORME DI CRIMINALITA’
Periodicamente le Fiamme Gialle diffondono bilanci dettagliati delle attività antievasione sul
tutto il territorio italiano.
Ed è sempre sconcertante verificare quanta parte della ricchezza nazionale venga nascosta e sottratta al fisco, così compromettendo la tenuta del nostro sistema tributario e distorcendo l’intera economia reale.
Solo nel corso dei primi cinque mesi del 2014, ad esempio, la Guardia di Finanza ha recuperato oltre 10 miliardi di evasione fiscale internazionale, ha scoperto frodi, truffe e sprechi di denaro pubblico per 2,1 miliardi ed appalti irregolari per 1,1 miliardi, ha denunciato 1.435 responsabili di reati contro la pubblica amministrazione, ed ha smascherato 3.070 evasori totali.
IL GEOMETRA E IL PENSIONATO
Ma più dei numeri, la cui incidenza è comunque parziale rispetto all’enorme montagna di nero su cui si reggono i pilastri meno nobili di questo Paese, sono le storie dei personaggi che in modo più o meno fantasioso sono finora sfuggiti al fisco a raccontare le dimensioni del fenomeno evasione.
E le distorsioni sociali ed economiche che si porta dietro.
Esemplare, da questo punto di vista, è il caso del nullatenente geometra 64enne romagnolo che all’erario avrebbe nascosto 1,15 milioni di euro, tra appartamenti, terreni, conti correnti, auto e moto.
Oppure quello del povero pensionato che formalmente risiedeva in Venezuela da quarant’anni, ma che gli agenti hanno scoperto vivere agiatamente a Castellanza, in provincia di Varese: luogo molto più comodo, rispetto al lontano Sudamerica, per svolgere un’attività imprenditoriale nella vicina Svizzera, ovviamente senza pagare un euro di tasse in Italia.
Questa ed altre vicende simili sono emerse grazie al «pieno di interventi voluti dal comando provinciale della guardia di finanza di Varese per individuare i casi di estero-vestizione, ossia della fittizia localizzazione all’estero della residenza fiscale delle persone, siano esse fisiche o giuridiche».
Una pratica purtroppo molto diffusa nei territori vicino alla frontiera svizzera, da cui spesso partono i proventi poi depositati a Lugano.
Ma se qualcuno si ferma ai Paesi limitrofi, le Fiamme Gialle hanno altresì rintracciato soldi mai dichiarati in Italia anche negli Stati Uniti e in Venezuela
Raramente l’astuzia e la creatività di chi vuole frodare il fisco si fermano ai confini noti.
Non a caso ammonta ad oltre 460 milioni di euro il valore dei beni sequestrati agli evasori fiscali nei primi cinque mesi del 2014.
Una cifra che sale fino a 914 milioni, se ai sequestri eseguiti a garanzia della pretesa erariale si aggiungono anche quelli proposti all’autorità giudiziaria.
Ancora. Dall’inizio dell’anno la Guardia di Finanza ha recuperato a tassazione 10,3 miliardi di euro sul fronte dell’evasione fiscale internazionale, attuata attraverso la fittizia residenza all’estero, le stabili organizzazioni non dichiarate ed altre manovre ritenute elusive.
Ad esempio, solo rispetto a «scatole vuote » e società di carta, le cosiddette frodi carosello, sono state denunciati 193 responsabili con evasione dell’Iva per oltre 235 milioni di euro
Sul fronte di un’evasione meno fantasiosa, ma certo non meno dannosa, i controlli in materia di scontrini e ricevute – oltre 163mila da gennaio a maggio di quest’anno – hanno riscontrato irregolarità ben nel 32,5 per cento dei casi, portando anche alla scoperta di 9.400 lavoratori in nero irregolari scoperti e alla sanzione di 1.935 datori di lavoro.
CRIMINALITà€ E REATI FINANZIARI
Un capitolo fondamentale delle attività delle Fiamme Gialle riguarda il sequestro e la confisca di beni alla criminalità economica ed organizzata, che ha raggiunto quota 2,8 miliardi di euro.
In particolare, dall’inizio dell’anno sono stati eseguiti accertamenti patrimoniali antimafia nei confronti di oltre 5.500 persone che hanno portato al sequestro di beni per 2,4 miliardi di euro, mentre a 413 milioni di euro ammonta il valore dei beni confiscati, quindi definitivamente entrati nel patrimonio dello Stato.
La lotta al riciclaggio di capitali sporchi ha poi portato ad individuare 542 milioni di euro oggetto di riciclaggio, a denunciare 717 persone e ad arrestarne 36. §
Inoltre sono stati denunciati 2.060 responsabili di reati bancari, finanziari, societari e fallimentari, e 257 usurai, di cui 51 tratti in arresto.
Un tema doloroso, molto presente in queste settimane di cronaca giudiziari, è quello degli appalti pubblici: la Guardia di Finanza ha trovato procedure di affidamento viziate per oltre 1,1 miliardi di euro, denunciato 374 responsabili, di cui 34 finiti in carcere. Infine, sono stati segnalati danni erariali da cattiva gestione del denaro pubblico per oltre 1,6 miliardi di euro, con 1.435 denunciati e 126 arrestati.
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Giugno 23rd, 2014 Riccardo Fucile
PER DELINEARE “UNA NUOVA DESTRA” NON OCCORRONO PALETTI E PERCORSI OBBLIGATI, MEGLIO GLI ERETICI CHE I SIGNORSI’… BASTA SUDDITANZA ALLE RIFORME PATACCA DI RENZI, OCCORRE PROPORRE UN NUOVO MODELLO DI PARTECIPAZIONE DEI CITTADINI ALLA COSA PUBBLICA E TUTELARE LE FASCE PIU’ DEBOLI… E IL SALVATAGGIO DEI PROFUGHI DIVENTI LA CAMPAGNA “ORGOGLIO ITALIA”, UN POPOLO DI MARE CHE RISPETTA LA VITA E LA LEGGE DEL MARE
Quando si vuole costruire un nuovo percorso “partecipativo” è consigliabile non solo partire con il piede giusto, ma anche non piantare troppi paletti, salvo quelli che evitano di finire nel precipizio.
Leggendo l’intervista che Gianfranco Fini ha rilasciato a “il Fatto” (articolo sotto) ci sembra di notare, anche rispetto al documento su “valori e programmi” alla base dell’appuntamento di sabato prossimo a Roma per il lancio di “Partecipa – L’Italia che vorresti”, la tendenza a circoscrivere il “rinnovamento a destra” in canali un po’ troppo “istituzionali”.
Fini invita ad avanzare in ogni caso “idee nuove per la destra”.
Partiamo da ciò che condividiamo: una destra moderna, europeista, riformista (ma bisogna vedere come), amante della legalità e con il senso dello Stato.
Ma una minima analisi retroattiva va fatta: non si può liquidare l’esito negativo dell’alleanza con Monti semplicemente con il “pasticcio” della lista unica al Senato e di tre alla Camera.
E sostenere che non esisteva alcun minimo denominatore comune e tanto meno “un’anima identitaria” comune, finisce per essere in antitesi con la ancora recente indicazione di voto per “Scelta europea” alle elezioni per il parlamento Ue.
Non dovrebbe essere indicativo il fatto che quel centro-destra appiattito su posizioni ultra-liberiste sia stato bocciato dagli elettori?
Non dovrebbe far riflettere che è stato Renzi a riassorbirlo e non Alfano?
E qui veniamo al punto, Renzi è in sintonia con i luoghi comuni del Paese, nulla di più: il Paese vuole imprecisate riforme e lui le promette, sa muoversi alla ricerca del consenso e chiaramente lo cerca in ambienti diversi da quelli che ha già , attraverso un programma trasversale che mischia concetti di destra e di sinistra in un guazzabuglio che prima o poi esploderà nei fatti, tempo al tempo.
Pensa di governare l’Italia come un sindaco decide sui parcheggi in piazza.
Ma la cosa grave sono stati i silenzi della destra italiana di fronte alle sue patacche.
Nessuno che abbia detto che gli 80 euro sono una ignobile marchetta elettorale, tutti a temere di inimicarsi i beneficiati.
Perchè nessuno ha inchiodato Renzi alla domanda: “perchè dai 80 euro a chi ne guadagna 1300-1400, e non a chi tira avanti con 400-500 euro al mese o a chi non ha lavoro? Forse perchè ti servono 10 milioni di voti a breve e questi sono gli unici che puoi raggiungere in tempo utile?”
Perchè nessuno ha detto che un condannato in primo grado per danno erariale allo Stato o uno che alloggia gratis per due anni in una casa il cui affitto è pagato da un “amico”, casualmente titolare di una società in affari con il comune di Firenze, non ha titolo per parlare di etica politica?
Fini per molto meno è stato massacrato.
Perchè a destra si accetta la fittizia polemica tra chi “vuole fare le riforme” (ovvio Renzi) e chi le ostacola?
E se le riforme sono una ignobile patacca (come in buona parte sono, in primis quella della P.A.) si deve avere paura a dirlo?
O non se ne deve discutere per non turbare gli equilibri di Verdini?
Ecco lo spirito che la destra dovrebbe recuperare: la capacità in primis di saper fare opposizione seria, documentata, determinata.
Basta con una generazione che si è abituata troppo a poltrone e prebende, largo a chi ha voglia di condurre nuove battaglie in campo aperto.
E a proposito di praterie: Renzi si è gia preso gli ettari dei “moderati creduloni”, ma per farlo ha dovuto abbandonare altri terreni, cosa aspettiamo ad occuparli?
Vogliamo metterci in testa che esiste in Italia un 40% che non vota, un 22% che vota Grillo e un altro 10% che vota partiti minori di opposizione?
Cosa si aspetta a tentare di piantarci le tende con una destra moderna, non soporifera e letale, che sappia dare risposte concrete ai ceti meno abbienti, ai giovani disoccupati e ai precari, ai lavoratori autonomi, alle partite Iva, ai pensionati?
O pensiamo che tutto si risolta con la flessibilità o facendo fare 50 km a piedi ogni giorno a un impiegato nella P.A.?
E ai pensionati in coda alla Caritas cosa pensiamo di dire? Che staranno meglio quando avranno una Repubblica presidenziale?
O non è il caso di aumentare le pensioni da fame, costruire case popolari e aiutare le giovani coppie?
Ultima (per ora) provocazione: una destra LEGALITARIA dovrebbe pubblicizzare tre semplici proposte facilmente comprensibili.
In primo luogo recuperare l’evasione fiscale a botta di 20 miliardi l’anno (meno del 10% l’anno sul totale di 150 miliardi) e abbassare contestualmente le aliquote di tassazione.
Il cittadino deve capire e vedere: lo Stato incassa 20 dagli evasori e pari pari li restituisce a me, contribuente onesto.
Non è difficile farlo, basta volerlo e non avere pietà per nessuno, questo è di destra.
Seconda proposta: recuperare il 20% dei 60 miliardi annui che ci costa la corruzione nella P.A.e destinarli al lavoro per i giovani, aumentare la pensioni sociali. e gli stipendi di impiegati pubblici e forze dell’ordine.
Non è difficile farlo, basta volerlo e non avere pietà per nessuno, questo è di destra.
La terza apparentemente è la più coraggiosa e ancor più di destra, perchè legata al senso e alle tradizioni delle regole del mare.
Siamo stanchi di ministri accattoni che piangono miseria alla Ue perchè “accogliere i profughi ci costa”.
Meno F35 e più solidarietà e aiuti alla nostra Marina: si lanci la campagna “Orgoglio Italia”, “un popolo di mare rispetta la vita e le leggi del mare”, in perfetta linea identitaria con le nostre tradizioni.
Non abbiamo bisogno dell’Europa per salvare delle vite, facciamo da soli.
Sarebbe una campagna gratuita di immagine straordinaria verso i popoli in via di svluppo, aprirebbe nuovi rapporti commerciali per le nostre aziende in molti Paesi e metterebbe in difficoltà gli altri Paesi europei.
Fuori dagli schemi, per una destra piccante.
Noi avanti e Renzi con le gomme bucate e la lingua di fuori ad arrancare all’inseguimento.
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Giugno 23rd, 2014 Riccardo Fucile
L’ASSEMBLEA DEL 28 GIUGNO ALL’EUR “PER UNA DESTRA CHE NON C’E'”: LE BASI DI UNA PARTECIPAZIONE DAL BASSO
Dal “disastro montiano” al plebiscito per Renzi, passando per una destra che Gianfranco Fini
vorrebbe costruire per chi non si sente nè berlusconiano nè meloniano.
È la premessa con cui l’ex presidente della Camera ed ex leader di An ha promosso l’assemblea romana del prossimo 28 giugno, “L’Italia che tu vorresti — le tue idee per una destra che non c’è”, tentando una nuova discesa in campo dopo l’epilogo di Futuro e Libertà che alle scorse politiche è rimasta fuori dal Parlamento.
È possibile una nuova destra, moderna, europeista e non populista?
Mi auguro di sì, perchè ne ha bisogno l’Italia. Nel senso che definire il contenuto di una politica partendo dalla collocazione geografica è del tutto inutile, in quanto non ci si può limitare a dire destra, sinistra o centro senza fare lo sforzo di individuarne i contenuti. Ed è anche lo sforzo che mi accingo a fare il prossimo 28 giugno, quando non a caso l’assemblea si intitolerà “L’Italia che tu vorresti — le tue idee per una destra che non c’è”.
Con quali obiettivi?
Si tratta di un’assemblea aperta dove l’idea è di ascoltare le testimonianze dei presenti. Gli spunti per il dibattito partono dal senso dello Stato, che considero l’antidoto al populismo e alla demagogia, dalla legalità e dalle riforme.
Una destra europeista o euroscettica?
L’Europa è rimasta a metà del guado: dopo il fallimento del referendum francese e olandese sul Trattato costituzionale l’Ue è andata avanti con il metodo intergovernativo e non con quello comunitario. Il voto dello scorso maggio lo ha dimostrato: dobbiamo ricostruire l’Europa, andando avanti e non indietro.
Come essere riformisti da destra?
In primis toccando l’assetto della Repubblica: non solo il Presidenzialismo, che mi fa piacere torni essere oggetto di dibattito, ma riformare il monocameralismo senza pasticci. Penso alla necessità di referendum propositivi, alla revisione totale del titolo V, ricordando che il nodo è dato dall’inganno del federalismo, in quanto i servizi al cittadino sono peggiorati mentre purtroppo la spesa pubblica è aumentata.
Dopo la rottura con Berlusconi e l’epilogo di Fli, perchè tentare di nuovo? Meglio una Leopolda di centrodestra o trovare un Tsipras di destra?
Il centrodestra del futuro credo non debba prendere spunto da nessuna delle due, ma dovrebbe ripartire dai temi: più che guardare l’etichetta della bottiglia cerchiamo di valutarne il contenuto. Esso potrà avere un mercato ed essere nuovamente ricercato dal consumatore, ma è triste che nessuno osservi come l’intera area in due anni abbia perso circa sette milioni di voti. Significa che l’offerta complessiva non intercetta più il consenso. Per queste ragioni non mi interessa partire da un luogo fisico come la Leopolda o da una persona come un Tsipras di destra, anche perchè i leader non si battezzano, ma nascono dal basso.
Dopo Granata passato a Green Italia, Della Vedova tra i montiani, un’altra ex finiana come Giulia Bongiorno si accasa altrove, aderendo all’iniziativa di Corrado Passera: possibile un dialogo?
Ho l’impressione che non sia stata ben valutata dai promotori la fase che stiamo vivendo: il combinato disposto tra il successo di Renzi e il disastro montiano secondo me ha posto la parola fine all’ipotesi di supplenza da parte della società civile nei confronti della politica, che oggi è tornata ad essere centrale. La discesa in campo di forze extra politiche si scontra con due dati: il fallimento di Scelta civica e il fatto che Renzi abbia riportato il suo partito, e quindi la politica, al centro.
Proprio Renzi fa ha parlato di Partito della nazione, come proposto in passato anche dal suo terzo polo. Rimpianti?
Se il centrodestra non farà un bagno di umiltà e di approfondimento rischierà di offrire al premier una vera e propria prateria, tale da rendere non velleitario il suo riferimento al Pd come Partito della Nazione. Ma vi pare possibile che la riforma annunciata della Pa, che va in una direzione che la destra dovrebbe gradire, prosegua senza che proprio da destra ci sia una voce di commento? Dovremmo evitare che Renzi giochi la sua partita sostanzialmente senza competitors.
Quali gli errori dell’esperienza pidiellina e montina da non ripetere?
L’errore capitale nel Pdl fu quello di non organizzarlo con una forma partito, quindi con dibattito interno e regole. Le leadership era molto forte, ma alla fine era divenuta autocratica in quanto, come si sta accorgendo adesso anche Fitto, ciò che si era inserito nello statuto è rimasto lettera morta. Ne sono la prova emblematica: il Pdl ha votato una sola volta su di un singolo provvedimento, quello che mi dichiarava incompatibile, senza nemmeno che io fossi presente.
E Fli che si fonde con i montiani? Lo rifarebbe?
Fu il frutto del pasticcio di una lista sola al Senato contro tre alla Camera e dell’assenza di una manifestazione comune: sembrava una convivenza obbligata e non sincera. Non essendoci inoltre un minimo comun denominatore non c’è stata neanche un’anima identitaria che potesse risultare convincente soprattutto per gli elettori di destra.
Francesco De Palo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 23rd, 2014 Riccardo Fucile
LE VERIFICHE DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE E I MAGRI BOTTINI DI EQUITALIA
Domandona: che cosa si potrebbe fare con 620 miliardi di euro?
Per esempio dare una botta pazzesca al debito pubblico: dal 137,5 al 97,8 per cento del Prodotto interno lordo.
Oppure non far pagare l’Irpef agli italiani per quattro anni.
O ancora, avviare un gigantesco piano di opere pubbliche del valore di 110 Mose.
Siamo ai confini della realtà , penserete. Invece no.
Perchè 620 sono esattamente i miliardi di crediti da riscuotere che Equitalia aveva in carico alla fine del 2013.
Dentro quella incredibile montagna c’è di tutto, compresi gli 80 miliardi dovuti all’Inps e una quindicina di miliardi di multe e tasse comunali non pagate.
Soprattutto, ci sono 500 miliardi di crediti dell’Agenzia delle Entrate: dei quali almeno 350 rappresenterebbero l’evasione fiscale vera e propria accertata.
Una cifra mostruosa, che va considerata ovviamente al lordo degli errori, accumulatasi a partire dal 2000 a un ritmo di una cinquantina di miliardi l’anno, salita a 75 nella media degli ultimi tre, perchè la società creata nove anni fa non riesce a incassarne che una frazione.
Il dieci per cento, sì e no. Al punto che questo è diventato il problema più grosso del Fisco italiano.
Continuando a questo ritmo, nel 2018 i crediti fiscali potrebbero raggiungere la somma astronomica di 950 miliardi.
Stop alle banche, nasce Equitalia
Ma facciamo un passo indietro. Un tempo il recupero delle imposte non pagate era affidato ai concessionari privati, quasi sempre di emanazione bancaria. Come la cronaca si è incaricata di dimostrare, era un autentico disastro.
Riscuotevano soprattutto il loro aggio, e qualcuno faceva sparire anche i soldi destinati al Fisco. Così nel 2005 si decise di fare una società pubblica, Riscossione spa (che sarebbe poi stata ribattezzata Equitalia). Azionisti, l’Agenzia delle Entrate e l’Inps.
Sembrava l’uovo di Colombo. Ma pieno di zavorra.
Intanto i dipendenti: Equitalia dovette assorbire quelli delle ex concessionarie, dove le banche proprietarie non avevano di sicuro collocato il personale migliore.
Ritrovandosi sul groppone 8.240 buste paga. Poi le regole: privatistiche per il conto economico della società , pubbliche per la riscossione. Non solo.
La legge gli aveva consegnato poteri enormi nei confronti dei piccoli debitori, come le ganasce alle auto e l’ipoteca immobiliare, ma assolutamente inadeguati a incassare dai grandi evasori, anche se scoperti con le mani nel sacco.
Se sia stata una scelta deliberata o soltanto una serie di tragici errori lo dirà la storia. Sappiamo però che in tutti questi anni nessun governo ha mosso un dito per cambiare l’andazzo.
Tra piccoli e grandi evasori
I numeri sono sotto gli occhi di tutti. Mentre a partire dal 2007 gli accertamenti dell’Agenzia delle Entrate decollavano, e il ricavo della lotta all’evasione con i pagamenti «spontanei» direttamente alla medesima Agenzia salivano da 1,9 ai 5,6 miliardi del 2013, gli incassi di Equitalia crescevano a un ritmo medio decisamente inferiore: 2 miliardi e mezzo l’anno.
Grazie solo agli introiti delle partite di importo più modesto. La dimostrazione sta nei numeri.
La riscossione per conto dei Comuni ha sfiorato il 40%, quella delle cartelle Inps il 20% e quella dei crediti fiscali appena il 6%.
E di questo 6%, la quasi totalità riguarda il recupero di tasse già dichiarate dai contribuenti. Restano l’evasione fiscale vera e propria accertata a partire dal 2000, dove non si arriva neppure al 3%.
Dieci miliardi su 350, che hanno riguardato anche in questo caso prevalentemente le partite minori.
Risultato: piccoli debitori imbufaliti, l’immagine di Equitalia ammaccata, grandi evasori al sicuro. Di più. La cattiva fama che circonda la società ha indotto i politici a ridurne sempre più i poteri. Dunque il tetto minimo di 20 mila euro alle ipoteche, i limiti alla pignorabilità dei beni e dei salari nonchè alle ganasce, il divieto all’esecuzione forzata sulla prima casa, la moltiplicazione delle notifiche, le facilitazioni concesse al debitore nella sospensione della riscossione.
Con la conseguenza di ridurre i già magri incassi di Equitalia di un miliardo l’anno.
Come si è arrivati a questo è stato in parte già spiegato.
Pressata dall’esigenza di far tornare i conti aziendali, Equitalia riscuoteva dov’era più facile incassare facendo la voce grossa con le ganasce e le ipoteche.
Anche perchè l’obbligatorietà della riscossione coattiva per tutte le pratiche, indipendentemente dall’ammontare, faceva sì che la burocrazia divorasse tutte le energie relegando le posizioni più difficili da aggredire sempre in fondo al mucchio.
Tanto più che gran parte del personale non ha neppure le competenze necessarie per scovare il malloppo sottratto all’Erario.
Più poteri all’Agenzia?
È stato calcolato che l’80% dell’evasione accertata dall’Agenzia e affidata per il recupero a Equitalia fa capo a soggetti falliti o presunti nullatenenti. Innumerevoli sono i casi in cui i beni finiti nel mirino del Fisco magicamente passano di mano.
Inutile scovare gli evasori se poi non si intascano i soldi. Ragion per cui servirebbero un know how investigativo e poteri coercitivi assai diversi.
Così c’è chi ha ipotizzato di affidare i dossier più scottanti all’Agenzia delle Entrate che può mettere in moto la Guardia di Finanza per inseguire le tracce del denaro.
Intervenendo magari anche su certe regole della riscossione coattiva, finora fallimentari.
La partita delle nomine
La morale? Diciamo pure che quei 620 miliardi non si potranno prendere proprio tutti. Ma anche se riuscissimo a recuperarne un decimo, ci pensate?
Tutta materia per il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, come pure per il nuovo direttore dell’Agenzia: Rossella Orlandi, toscana di Empoli, stimata direttrice delle Entrate in Piemonte che ha subito promesso guerra ai grandi evasori.
Prima donna a ricoprire un incarico tanto importante è stata nominata da Matteo Renzi al vertice operativo del Fisco con la benedizione dell’ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco, al termine di una vicenda che non ha precedenti.
Perchè la scelta di Padoan, che ha il potere di proporre il nome al Consiglio dei ministri, era caduta invece sul numero due di Attilio Befera: Marco Di Capua, ex finanziere, corresponsabile di una gestione dell’Agenzia che aveva portato a quei risultati in termini di accertamenti.
La proposta era stata regolarmente formalizzata e si attendeva soltanto la ratifica del decreto da parte di Palazzo Chigi.
Ma non era stata messa nel conto la freccia al curaro che ha colpito Di Capua sul più bello: quando alcuni giornali lo hanno qualificato come tremontiano nonchè amico di Marco Milanese, ex deputato del Pdl sotto inchiesta per corruzione e già braccio destro di Giulio Tremonti. Amicizia fatale, ancorchè tutta da dimostrare.
Fatale almeno quanto questa dichiarazione pubblica dell’ancora influente Visco: «Un governo di destra ha organizzato l’amministrazione finanziaria più repressiva. Non a caso ci sono tutti questi ufficiali della Guardia di Finanza». Di Capua, appunto.
D’obbligo ricordare che pure Luigi Magistro, attuale capo di dogane-monopoli ed ex collega di Di Capua e di Rossella Orlandi, fresco di nomina nel consiglio di amministrazione di Equitalia con la prospettiva di assumerne la presidenza in vista della sua riorganizzazione, viene dalle Fiamme Gialle.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 23rd, 2014 Riccardo Fucile
IL PREFETTO DI PERUGIA : “NON VOLEVO DIRE CHE LA COLPA E’ DELLE MADRI, MA SE HO SBAGLIATO E’ GIUSTO CHE PAGHI”
«Ho sbagliato, non c’è molto altro da aggiungere. Non volevo dire quello che ho detto. Meglio,
volevo dirlo ma non intendevo in senso letterale, era solo un modo per scuotere le coscienze».
Antonio Reppucci, già ieri era l’ex prefetto di Perugia, rimosso nel giro di 24 ore per avere detto, durante una conferenza stampa, che le madri che non si accorgono che il figlio si droga sono delle fallite e farebbero bene a suicidarsi.
Parole riprese dalle telecamere che sabato hanno fatto il giro del web e, in poche ore, scatenato l’indignazione del premier e l’immediato annuncio del ministro Alfano: «Prenderò immediati provvedimenti. Quel prefetto non può stare nè lì nè altrove»
Signor prefetto. Una brutta giornata.
«Guardi, oggi non ho nemmeno letto i giornali, per cui non so bene cosa è stato scritto. So che ieri le mie parole sono state interpretate nel modo sbagliato e che questo ha creato un po’ di confusione».
Beh, dire che una madre che non capisce che il figlio si droga si deve solo suicidare come altro deve essere interpretato?
«Allora, innanzitutto sono frasi estrapolate dal contesto. Io non ho detto questo. Anzi, l’ho detto ma non volevo dire quello che lascia intendere il senso letterale. Io sono cattolico e praticante, figuriamoci se posso mai davvero istigare una persona a suicidarsi. Non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello. Mentre le parlo ho qui accanto mia moglie, figuriamoci se posso mai dire che una madre si deve togliere la vita. È una cosa assurda. Un paradosso per essere incisivo, per farmi capire, per scatenare una reazione. In Umbria la droga è un problema molto serio e molto diffuso. E forse per questo ero così infervorato».
Ma lo ha detto, prefetto, è stato ripreso dalle telecamere. Nessuno si è inventato nulla.
«Sì, ma è un modo di dire. Che peraltro a Napoli si usa spesso per esprimere disappunto».
E quindi lei crede che la colpa della tossicodipendenza sia solo delle madri?
«Assolutamente no. Sono state prese delle frasi. Io so come si fa il vostro mestiere, me ne intendo di comunicazione. E voi avete preso qualche parola e ricostruito un pensiero che non corrisponde al mio. Io ho parlato di fare squadra, di lavorare insieme. Mi sono rivolto alle scuole, alle istituzioni. Non credo, e non lo ho detto perchè non lo credo, che la colpa sia solo delle mamme».
Lo ha detto, in realtà .
«Senta, io mi occupo di droga da tanti anni. Quando stavo in Calabria frequentavo anche alcune comunità per il recupero dei tossicodipendenti. So bene quali sono i problemi e le dinamiche. E so bene che la colpa non è solo delle famiglie ma di tutta la comunità . Lo ho anche detto ma nessuno lo ha registrato ».
Prefetto, ma è stato registrato tutto.
«Non è vero. E se è così è stato tagliato».
Quella frase le è costata cara. Ora che cosa succede?
«Non lo so. Sono a disposizione del ministro che farà quello che vuole di me. Sono come i carabinieri: usi obbedir tacendo. E forse è giusto così: ho sbagliato».
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha definito le sue parole «inaccettabili per un servitore dello Stato».
«Lo capisco e ha ragione. Chissà come sono rimbalzate a Roma».
Ma signor prefetto, era una registrazione.
«Sì ma tagliata ad arte. Avete fatto il vostro mestiere e lo avete fatto bene. Io vi ho fornito l’occasione. Ma io sono così. Sono una persona appassionata in tutto quello che faccio».
Alfano dice che la rimuoverà .
«Ha ragione. Ho sbagliato. È la vita. Una volta sei incudine e una volta martello. Ora io sono incudine. Nonostante la mia carriera parli per me».
Signor Prefetto, come si sente oggi?
«Ho ricevuto tante chiamate di persone che mi conoscono e mi stimano. Gente che ha lavorato con me e ha capito il senso delle mie parole perchè mi conosce e sa come la penso. Certo, sono arrabbiato. Deluso. Come mi devo sentire secondo lei?».
Vorrebbe tornare indietro?
«Magari. Ma purtroppo non si può».
Maria Elena Vincenzi
(da “La Repubblica“)
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Giugno 23rd, 2014 Riccardo Fucile
UN PATRIMONIO DI 160 MILIONI DI EURO…GIOVEDI IL PROSSIMO CDA… GASPARRI: “RESTITUIAMO TUTTO ALLO STATO”
Settanta case che fanno gola a tanti, ma che tra veti incrociati, nodi legali e problemi di natura fiscale rischiano di restare «congelate».
È l’infelice destino del cosiddetto «tesoro» di Alleanza Nazionale, un patrimonio che oltre a una sessantina di milioni di euro «liquidi», comprende anche beni immobili del valore di oltre un centinaio di milioni.
Un «bottino» il cui destino dovrebbe essere discusso nel prossimo CdA della Fondazione An, fissato per giovedì 26 giugno.
Un Consiglio d’Amministrazione che, viste le premesse, si preannuncia infuocato.
Gli antefatti sono noti.
Nel corso del 2013 la Fondazione decise di pubblicare un bando per mettere gli immobili a disposizione di chiunque volesse avviare un progetto aderente ai valori della stessa An.
L’operazione, ovviamente, non aveva esclusivamente finalità «morali». Fittando gli immobili – seppur a prezzi agevolati – si sarebbe reso redditizio un patrimonio che fino a quel momento aveva costituito solo un costo: in termini di tasse, spese di condominio e assicurazioni.
La legge che ha modificato il finanziamento pubblico ai partiti, però, ha cambiato il quadro e, in attesa di chiarimenti giuridici, la Fondazione si è vista costretta a ritirare il bando.
Sono passati alcuni mesi senza che fatti nuovi intervenissero, così il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri, membro del CdA, ha preso carta e penna e ha scritto agli altri consiglieri per esigere un chiarimento sulla situazione di ogni immobile.
Il senso delle sue richieste era: in che condizione sono gli edifici? C’è qualcuno che li occupa? Vi sono sedi di movimento politici?
In definitiva: cosa si può fare per metterli finalmente a reddito?
A Gasparri aveva risposto il presidente della Fondazione Franco Mugnai, annunciando la creazione di una «task force» – composta a sua volta da diversi consiglieri – a cui erano stati affidati 50.000 euro per studiare una strategia economicamente vantaggiosa per la gestione degli immobili che passasse anche dal trasferimento degli stessi nella piena disponibilità della Fondazione.
Attualmente, infatti, la maggior parte delle settanta abitazioni è ufficialmente affidata a due società immobiliari: la Italimmobili srl e la Immobiliare Nuova Mancini srl.
Ma è proprio sul passaggio delle proprietà alla Fondazione che si incontrano i primi problemi.
A farli emergere è Francesco Biava, vice di Mugnai nonchè responsabile della «Nuova Mancini».
Nella lettera con la quale ha risposto all’ennesima sollecitazione di Gasparri, Biava scrive che gli oneri fiscali a carico della società immobiliare (Irap ed Ires) «sono calcolati sul valore “storico” degli immobili.
Un eventuale scioglimento delle società immobiliari, come discusso in CdA, per far confluire tutti gli immobili direttamente nella Fondazione, porterebbe con sè l’obbligo di una rivalutazione catastale degli immobili stessi, ad occhio 10 volte superiore all’attuale, la cui plus valenza comporterebbe una tassazione pari al 27,5% della stessa».
Non si tratta proprio di spiccioli. Basti pensare a quanto ha pagato di imposte nell’intero 2013 la «Nuova Mancini»: circa 24 mila euro di Imu e altri 35 mila tra Irap e Ires.
Cifre destinate a moltiplicarsi in caso di rivalutazione catastale.
A questi vanno aggiunti altri 18mila euro di spese condominiali e 8mila euro di assicurazioni, per un totale di poco inferiore ai 90mila euro annui.
Se si considera che la stessa «Nuova Mancini» gestisce solo 17 dei 70 immobili della defunta An, si comprende come i costi per la Fondazione arrivino a sfiorare il mezzo milione l’anno.
Decisamente troppo per pensare di andare avanti così.
Ma oltre all’aspetto economico c’è quello giuridico. Perchè se nelle sedi della defunta An fosse ospitata «gratuitamente» qualche associazione di natura politica, si rischierebbe di violare la nuova legge sul finanziamento ai partiti.
Da questo punto di vista, almento per quanto riguarda la «Nuova Mancini», Biava tranquillizza Gasparri: «Nessuno dei 17 cespiti immobiliari – scrive ancora – risulta essere sede di un partito politico. Cinque risultano pienamente utilizzate a vario titolo dai custodi, tre sono utilizzate dai custodi solo occasionalmente, tre non sono utilizzate e restano a disposizione, tre non sono utilizzate e sono inagibili per vari motivi, due sono senza custode territoriale e le chiavi sono nella disponibilità della Nuova Mancini, una è occupata “sine titulo” ed è stata già da tempo aperta una causa per rientrarne in possesso».
Per quanto riguarda le sedi gestite invece dalla Italimmobili sono attesi invece chiarimenti entro il CdA del 26.
In caso contrario c’è già chi, tra i consiglieri, vorrebbe trasferire la documentazione alla Prefettura di Roma, cui spetta il riconoscimento giuridico delle fondazioni.
«A questo punto – spiegava Gasparri nei giorni scorsi – sarebbe meglio riconsegnare tutti gli immobili allo Stato».
Si eviterebbero altri scontri e problemi legali.
Ma chi rinuncerebbe a un tesoro di oltre cento milioni di euro?
Carlantonio Solimene
(da “il Tempo”)
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Giugno 23rd, 2014 Riccardo Fucile
ECCO I DATI DEGLI ULTIMI DIECI ANNI: 290.000 ARRIVI QUASI TUTTI DISPERSI IN EUROPA… E NON A CASO I CIE SI SONO RIDOTTI DA 11 A 5
E adesso che sta per iniziare il semestre italiano di presidenza europea, davvero convinceremo
gli inquilini della casa europea a moltiplicare Mare nostrum, a finanziare le operazione di trasferimento di irregolari, richiedenti asilo, rifugiati economici?
E a prendersi una quota di cittadini dell’Africa subsahariana, del Corno d’Africa. E poi della Siria?
E a ridiscutere il Trattato di Dublino che impone che la richiesta d’asilo sia fatta nel paese europeo dove si arriva?
E di potenziare Frontex, la polizia europea di frontiera?
Nell’estate in cui si stanno polverizzando tutti i record di sbarchi, con quasi 60.000 arrivi (58.487 al 20 giugno, venerdì scorso), 300 in media al giorno dal primo gennaio, l’Italia è sempre più sola (e disperata) nel fronteggiare un esodo che non sembra arrestarsi.
È questa l’angoscia romana, e cioè la consapevolezza, la certezza che gli arrivi continueranno fino a quando non si stabilizzerà la situazione politica e dell’ordine pubblico in Libia.
Ma la schizofrenia italiana che fa innervosire l’Europa è il passaggio da un estremo all’altro senza che nell’uno e nell’altro caso Roma abbia concordato il da farsi con Bruxelles, con Strasburgo.
Ricordate i respingimenti in mare? Con la consegna dei barconi di irregolari alle autorità libiche ai tempi di Gheddafi?
Uno scandalo internazionale, censurato dal Tribunale internazionale dei diritti dell’uomo.
E adesso c’è Mare nostrum, il dispositivo di salvataggio di irregolari in atto nelle acque internazionali molto vicine ai confini libici, attuato all’indomani della ecatombe di immigrati a pochi metri dalla costa italiana.
Prova a ricordare in questi giorni il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, che Mare nostrum è a tempo, come se i naufragi saranno poi scongiurati per qualche misteriosa congiuntura astrale.
Al di là della dimensione umanitaria dell’intervento (la vicinanza del Vaticano, della Chiesa si fa sentire), la questione Mare nostrum è terreno di scontro ideologico-politico.
Un vecchio ministro dell’Interno amava ripetere che l’Italia doveva adottare nei confronti dell’immigrazione la politica «del cane che abbaia e non morde».
Insomma, far vedere che i confini nazionali esistono e che non tutti possono superarli come se nulla fosse. E nello stesso tempo dare opportunità di accoglienza, di lavoro per chi ne ha bisogno.
E’ giusto rivendicare con orgoglio che l’Italia non è la Spagna che spara contro gli immigrati che provano a sfondare le porte d’ingresso in Europa delle enclaves di Ceuta e Melilla.
O Malta che fa finta di non vedere i barconi inzuppati di acqua o la Grecia che si ritrova sotto osservazione e in punizione (sospeso Trattato di Dublino).
No, l’Italia è un’altra cosa. Accoglienza, lavoro.
E una terza opportunità , il transito, che è la più praticata.
Se provate a chiedere dove sono finiti i 60.000 sbarcati dal primo gennaio ad oggi, troverete delle risposte stupefacenti o imbarazzate.
Ricordate i Cie? I Centri di identificazione ed espulsione? Più che dimezzati oggi. Erano 11 sono diventati 5.
Prima potevano ospitare fino a 1200 immigrati, oggi sono disponibili solo 450 posti letto.
Inizialmente ospitavano persone da identificare per 30 giorni, poi raddoppiati e infine portati a sei mesi. Un carcere, nei fatti.
Un terzo dei profughi sbarcati nel 2014, circa 22.000 persone, ha fatto richiesta di asilo politico.
Non i 17.000 eritrei che puntano dritti alla Svezia, e che per il Trattato di Dublino non chiedono asilo politico in Italia perchè dovrebbero rimanere poi nel nostro Paese, preferendo «evadere» per raggiungere parenti e amici nel Nord Europa.
E chissà se i comuni solidali della rete Sprar effettivamente assistono tutti e 18.000 immigrati, così come risulta ufficialmente.
Insomma, qualcuno suggerisce una inchiesta a campione, magari scoprendo poi che qualche comune prende i fondi anche se non ci sono più gli «assistiti».
Il paradosso della situazione italiana è che non esistono più le sanatorie.
Le ricordate? Dini, Martelli, Turco-Napolitano, Bossi-Fini.
Negli ultimi trent’anni tra sanatorie ed emersione dal lavoro irregolare, ci ritroviamo con un milione e mezzo di extracomunitari regolarizzati.
Nell’86, 140.000; 1990, Martelli, 220.000; con il decreto Dini del 1995, 246.422; Turco-Napolitano del ’98 216.000. Con la Bossi-Fini, 693.937.
Trent’anni, un milione e mezzo di clandestini regolarizzati.
Oggi (31 maggio 2014) i soggiorni validi sono 73.590, un dato che non comprende i soggiorni scaduti in attesa di rinnovo.
Le sanatorie dunque. Gran parte dei beneficiari sono stati gli «overstayers», cioè stranieri entrati con un visto turistico o temporaneo e poi si sono inabissati.
A fronte di questo dato, dall’ultima sanatoria (2004) ad oggi, via mare sono arrivati complessivamente 288.891 irregolari (dal primo gennaio del 2004 al 20 giugno del 2014).
Che fine hanno fatto? Negli ultimi anni le espulsioni si sono ridotte a poche centinaia. Quanti hanno varcato i confini italiani per raggiungere gli altri Paesi della Unione europea?
E l’Europa come reagirà a un nuovo programma che il governo Renzi presenterà a Bruxelles, e che vede aiuti economici ai paesi d’origine dei flussi migratori condizionati al blocco dei flussi?
E la programmazione di interventi umanitari nei paesi di transito e la trasformazione di Mare nostrum da mero soccorso a una Frontex rafforzata?
Guido Ruotolo
(da “La Stampa”)
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Giugno 23rd, 2014 Riccardo Fucile
A PARITA’ DI IMPREPARAZIONE PREVALE IL RAPIMENTO MISTICO: LE BERLUSCONIANE ERA TUTTE OCHE GIULIVE, LE RENZIANE HANNO FATTO CARRIERA PERCHE’ TUTTE EREDI DI NILDE JOTTI
Di bianco vestite, sedute l’una accanto all’altra, i ministri “Karina Huff” Boschi e Marianna “Acume” Madia davano due giorni fa la sensazione, peraltro giustificatissima, di divertirsi molto all’idea che qualcuno — anzitutto i media — fosse disposto a prenderle sul serio come esperte di riforme costituzionali.
La novità del renzismo è proprio questa: la disparità di trattamento di stampa e giornali nei confronti della loro provvisorietà politica.
Quando ad argomentare non poco confusamente erano le berlusconiane, le mitragliate “moraliste” dei giornalisti erano spietate.
Se la Santanchè veniva attaccata, nessuno tirava fuori la storiella lisa del sessismo. E così se a ricevere la critica erano le Carfagna e le Gelmini, le Comi e le Biancofiore.
Adesso che le novelle statiste sono renziane, l’atteggiamento cambia: a parità di impreparazione coincide una sorta di rapimento mistico generale.
Sull’ex showgirl Carfagna si poteva ironizzare, sulla nota costituzionalista Boschi no.
E giù copertine, articolesse infatuate e servizi atti a tratteggiarla come una sorta di quasi-Madonna aretina.
Fa simpatia anche l’accento toscano, su cui lei stessa aveva — goffamente — provato a ironizzare nello spot raggelante col futuro sindaco di Bari Decaro (sì, quello della “fohaccia o schiaccia”). La berlusconiana era per forza oca giuliva, emblema della mancanza di meritocrazia; al contrario, le renziane hanno fatto carriera perchè tutte eredi evidenti di Nilde Jotti.
Anche il candore dei vestiti è prova certa della loro castità e candor, al contrario delle berlusconiane equivoche o delle grilline volgari.
E’ vero, anche la Carfagna aveva provato a reinventarsi sobria in un tripudio di tailleur e pettinature da dopoguerra, ma non andava comunque bene.
Invece la Boschi è sempre perfetta, che scelga il bianco o l’azzurro shocking.
Le renziane sono — per Decreto Regio firmato da Scalfari in persona — brave e buone, anche se collezionano errori e gaffe: se la Madia sbaglia ministero fa simpatia, se la Gelmini si copre di ridicolo coi neutrini è uno scandalo planetario.
Se la Morani affoga nelle supercazzole para-economiche a Ballarò va capita (“è inesperta”), mentre se a inciampare è una Taverna occorre evidenziare come quella senatrice lì sembri proprio la Sora Lella.
Le renziane sono palesemente droidi berlusconiane 2.0, col buonismo finto al posto del garantismo livido, però l’imperativo di quasi tutti i media è gridare al miracolo del “finalmente la nuova politica”.
Non importa che, a voler essere puntigliosi, le somiglianze riguardino pure pettegolezzi e maldicenze.
Non importa che, fino a ieri, quasi tutte loro non fossero per niente renziane.
Non importa che, della Bonafè, l’unica cosa che si ricordi del pensiero politico sia forse il tacco 12.
E non importa che Pina “Dolce Forno” Picierno ricordi in tutto — e in peggio — Daniela Santanchè: le renziane vanno sempre incensate e le altre ogni volta abbattute.
Andrea Scanzi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 23rd, 2014 Riccardo Fucile
“IL GOVERNO HA VISTATO DUE VOLTE I NOSTRI TESTI, ORA MI FANNO PASSARE PER QUELLA CHE PROTEGGE I CORRROTTI, E’ VERGOGNOSO”
“Cosa vogliono da me? Vogliono dire che la Finocchiaro protegge i corrotti e i delinquenti? Ma
stiamo scherzando. È questo il loro giochino? Sono disgustata. Allora racconto com’è andata davvero la storia dell’immunità “.
Anna Finocchiaro ha la voce affilata di una persona furibonda, che vorrebbe spaccare tutto.
Al telefono si sente che accende una sigaretta prima di cominciare la ricostruzione.
La presidente della commissione Affari costituzionali del Senato è in Sicilia dov’è tornata dopo il lavoro sugli emendamenti che hanno in parte riscritto la riforma di Palazzo Madama.
“Di tutto quello che abbiamo fatto è rimasta soltanto la storia dell’immunità . Questo mi dispiace”. Ha capito che è in corso uno scaricabarile da parte del governo sui relatori e sulle loro proposte di modifica: Renzi e Boschi, nel disegno di legge originale, avevano tolto lo scudo, i relatori lo hanno rimesso.
“La gratitudine non è di questo mondo e so che in politica è ancora più vero. Ma non riesco ad abituarmi a questo andazzo barbaro”.
L’immunità per i senatori porta la firma sua e di Calderoli, è un dato di fatto.
“Mettiamo subito in chiaro. La riforma dell’immunità dopo Tangentopoli, nel ’93, porta la mia firma. L’ho scritta di mio pugno, dall’inizio alla fine. C’è la mia firma anche nella battaglia contro i reati ministeriali che la destra voleva allargare. Questa sono io”.
Adesso però gli emendamenti del Senato che reintroducono l’immunità portano il suo nome. Nel testo del governo quella norma non c’era.
“Noi il Senato lo abbiamo ridisegnato. Il Senato del governo era completamente diverso. Non aveva le stesse funzioni, le stesse competenze…”.
Sta dicendo che il ddl Boschi era un guscio vuoto quindi era normale che non ci fosse lo scudo?
“Lasciamo perdere. Questo lo dice lei”.
Perchè i nuovi senatori devono avere delle garanzie?
“Se attribuisci a una Camera alcune funzioni sulle politiche pubbliche, così com’è nella riforma emendata, non ci può essere disparità con l’altro ramo del Parlamento. E non lo dico io, lo dicono tutti i costituzionalisti. Stamattina in televisione per esempio l’ho sentito affermare con precisione dal professor Ainis. Ciò detto, i relatori non scrivono gli emendamenti di testa loro. Raccolgono le indicazioni che emergono durante il dibattito e hanno il dovere di valutarle quando scrivono le loro proposte. Ma se mi chiede come la penso io, allora rispondo: la Finocchiaro pensa che l’immunità non va bene così neanche per i deputati. Si figuri”.
Aveva elaborato un emendamento diverso?
“Avevo proposto che a decidere sulle autorizzazioni all’arresto e alle intercettazioni dovesse essere una sezione della Corte costituzionale e non il Parlamento. Valeva sia per il Senato sia per la Camera. È una proposta di legge che ho presentato in questa legislatura e anche nella precedente. È chiara la mia posizione? Stavolta l’avevo scritta in un emendamento”.
Poi che è successo?
“È sparito dal testo perchè il governo ritiene che non si debba appesantire il lavoro della Corte costituzionale”.
Quindi il governo sapeva. Difficile che torni indietro.
“Non lo so. Ma so che l’esecutivo ha vistato due volte i nostri emendamenti, compreso quello sull’immunità . Conosceva il testo, sapeva tutto. Ha fatto una scelta”.
Così si crea una disparità tra consiglieri regionali e sindaci. Ci saranno quelli con lo scudo e quelli senza.
“I senatori avranno funzioni di controllo che vanno difese dalla limitazione della libertà . I costituzionalisti sono d’accordo su questo punto. Come lo sono i partiti, da Forza Italia al Pd, alla Lega, all’Ncd e anche M5S. E noi abbiamo raccolto i loro pareri. Io però penso che l’articolo 68 non deve coprire gli atti svolti da sindaco o da consigliere regionale. Per quei fatti l’autorizzazione a procedere non dovrebbe essere necessaria. Fermo restando che la mia proposta è un’altra: rimettere il tema dell’immunità alla Consulta. Ma il governo mi ha risposto di no, motivandolo con la necessità di non pesare troppo sui giudici costituzionali. Ho preso atto. Perciò mi chiedo: cosa vogliono da me?”.
Che farà adesso?
“Sto pensando di proporre addirittura un emendamento al mio emendamento per far passare l’idea del rinvio alla Corte. Sono favorevole anche a uno scudo valido solo per le espressioni e i voti dati in aula. Risponderò così a questo fastidioso scaricabarile su di me. Però è incredibile che tutto si riduca all’immunità “.
Perchè?
“Abbiamo fatto un lavoro pazzesco tutti insieme. Ne è venuto fuori un Senato vero ma innovativo. Non può rimanere solo la vicenda dell’immunità “.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)
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