Giugno 14th, 2014 Riccardo Fucile
MINEO NON PAGA IL PIZZO AL CONFORMISMO PD, RENZI SPECULA SUI DOWN PIU’ DI LUI
“Lei è una ragazza intelligente, è secchiona e ha studiato più di Matteo, anche se non ci
vuole molto. Quindi si è convinta che poteva fare tutto, ma non è assolutamente in grado. Si è convinta che lei poteva trattare con Berlusconi, Calderoli, non è in grado”.
Questo il parere di Corradino Mineo espresso ieri sul ministro Maria Elena Boschi . Poi su Renzi il senatore democratico aveva aggiunto: “Matteo è un ragazzino autistico che vorresti proteggere perchè tante cose non le sa”.
Oggi Mineo ritorna su quelle frasi e precisa: “Ieri ho profondamente sbagliato, mi sono scusato, mi scuso con la Boschi, con Renzi, con le famiglie che hanno bambini down. Su questo Renzi ha ragione ma non vorrei che questa mia responsabilità oscurasse la mia battaglia sulle riforme”.
Nel merito, Corradino Mineo non arretra.
Il senatore del Pd, rimosso dalla Commissione Affari Costituzionali perchè contrario al testo del governo sulle riforme, parla con i cronisti subito dopo il durissimo intervento di Matteo Renzi all’assemblea nazionale Dem, all’Ergife di Roma. “Qualcuno mi ha dato del ‘bambino autistico’”, gli ha detto il premier-segretario senza citarlo direttamente ma tra gli applausi fragorosi della platea cui è stato subito chiarissimo il riferimento alle accuse pronunciate ieri da Mineo.
“Potete dirmi tutto ma ci deve essere un codice di comportamento tra di noi”, ha urlato Renzi dal palco corredato di trionfale scenografia con lo sfondo di un gigantesco 40,8 per cento, il risultato del Pd alle europee. “Giù le mani dai bambini down!”.
Da una parte chi ha sbagliato la frase, dall’altra uno speculatore delle parole.
Senatore, ora che fa?
Sull’attacco che gli ho fatto, Renzi ha ragione. Ho chiesto scusa e chiedo ancora scusa, ero stanco…
E sulle riforme ora che fa? Cambia posizione?
Ma anche io voglio la fine del bicameralismo perfetto, tanto quanto Renzi. Non ho fatto nulla per bloccare le riforme. Quella frase è stata infelice, ho chiesto scusa ma dico che è stato sferrato un attacco a me per non confrontarsi nel merito, per eludere il problema.
E qual è il problema?
Noi non sappiamo nulla del testo finale. Si dice che non siamo fedeli a un testo, ma nessuno conosce il testo finale. Perciò non c’è un tradimento del voto del gruppo…
Quindi non arretra?
Nel merito no. Ho sbagliato a pronunciare quelle frasi, chiedo scusa, ma non vorrei che ora questa mia responsabilità oscurasse la mia battaglia.
(da “Huffingtonpost“)
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Giugno 14th, 2014 Riccardo Fucile
ESISTONO NOMI E COGNOMI, BASTEREBBE CHE LA MAGISTRATURA INTERVENISSE, PER MOLTO MENO SONO STATI OSCURATI BLOG E SITI WEB… O FORSE GRILLO GODE DI IMMUNITA’?
Insulti razzisti e antisemiti contro Gad Lerner.
Dopo essere stato indicato da Beppe Grillo come ‘giornalista del giorno’, il conduttore televisivo è stato travolto da un’ondata di messaggi che definire di cattivo gusto sembra davvero poco. Basta guardare il profilo Fb di Beppe Grillo per avere subito idea della portata degli insulti.
Tra i più ‘teneri’, scrive lettera 43, “ebreo di merda”, “sei un ebreo e questo dice tutto”, “orripilante ebreo comunista”, “ebreo, sionista, massone e giornalista”.
Gad nella black list di Beppe Lerner ieri era stato nominato giornalista del giorno sul blog di Beppe Grillo per un graffiante articolo sull’alleanza in Europa tra il M5S e l’Ukip di Nigel Farage.
Come di consueto, Grillo aveva riportato nella rubrica ad hoc contro la stampa considerata faziosa l’articolo sotto accusa.
L’articolo incriminato: “Il comico italiano che si affianca all’istrione britannico lo ha fatto cercando accuratamente lo scandalo, il colpo di scena – si legge – La propaganda di Nigel Farage contro gli immigrati e i musulmani, le sue uscite volgari contro i gay e contro la parità femminile, vengono minimizzate da Grillo quando sul blog deve rintuzzare le critiche. Ma in realtà egli spera di giovarsene. […] Per questo dal referendum pilotato ieri sul blog sono stati anticipatamente esclusi i Verdi come possibile approdo grillino”.
“Se il Pd di Matteo Renzi occupa saldamente lo spazio riformista dell’innovazione politica – scrive ancora Lerner – è da destra che Grillo ritiene di controbatterlo. Optando con il reazionario Farage per l’ideologia dei popoli ribelli all’Unione, non da riformare ma da mandare a gambe per aria. Un’alleanza spaccatutto, nelle intenzioni di chi la battezza sperando che l’architettura dell’Ue non regga questo passaggio difficile. Il referendum online è stato una caricatura imbarazzante della cosiddetta democrazia della rete. […] Nessuno infatti obbligava i grillini a apparentarsi nel Parlamento europeo”.
Come potete notare dalla foto che pubblichiamo sono decine i perseguibili in base alla legge Mancino e hanno quasi tutti un nome e un cognome reale.
Solo gli organi competenti sembrano non accorgersene.
Piccolo dettaglio: è perseguibile penalmente chi non li cancella al pari di chi li scrive.
Utima considerazione: sono stati oscurati blog per molto meno, ma sua Maestà “tutasenzatasche” gode forse di immunità particolare o di passaporto diplomatico rilasciato da qualche ambasciata straniera uso a frequentare?
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Giugno 14th, 2014 Riccardo Fucile
GLI IPOCRITI: QUANDO LA MAGGIORANZA DI BERSANI PROPOSE MARINI ALLA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA I RENZIANI SI RIFIUTARONO DI VOTARLO
Ma che soave delicatezza, cari colleghi giornalisti!
E qual flautati vocaboli state escogitando per non chiamare con il suo nome la brutale eliminazione dei dissidenti ordinata da Renzi e dai suoi giannizzeri, anche in gonnella, dalla commissione che deve (imperativo categorico) approvare la cosiddetta riforma del Senato, cioè l’abolizione dei suoi poteri e delle relative elezioni!
Eppure le parole giuste le conoscete bene, perchè le avete usate per mesi e mesi, ogni qual volta Grillo e Casaleggio chiamavano gli iscritti a votare sull’espulsione di questo o quel dissenziente: purghe, ostracismi, stalinismo, fascismo, nazismo, metodi antidemocratici, autoritari, populisti.
Ora che toccherebbe a Renzi (caso molto più grave perchè riguarda un partito strutturato che per giunta si chiama Democratico, e coinvolge il premier), invece, siete tutti velluto e vaselina: “tensioni nel Pd”, “stretta di Renzi”(Corriere),“Renzi attacca i ribelli Pd”, “lite sulle riforme”, “pasticciaccio brutto”, “rimozione” (Repubblica), “scontro nel Pd”, “sostituzione”,“Renzi: no veti” (l’Unità ). Solo Pigi Battista — una volta tanto onore al merito — mette il dito nella piaga del doppiopesismo italiota. Intendiamoci.
L’abbiamo scritto per alcuni sabotatori a 5 Stelle, che all’evidenza avevano sbagliato partito e che il Movimento aveva tutto il diritto di espellere (anche se poi lo fece con forme antidemocratiche e inaccettabili, senza dar loro la possibilità di difendersi e chiamando gli iscritti a un unico voto su quattro senatori con storie diverse, un po’ come sulla scelta di Farage che scelta non era perchè mancavano alternative all’altezza e adeguatamente supportate): i partiti e i movimenti non sono hotel con porte girevoli dove uno entra e fa il suo comodo.
La disciplina di partito non è antidemocratica: è una delle basi della democrazia. Esistono regole d’accesso e di permanenza, e chi le viola può essere espulso, purchè con procedure trasparenti e garantiste.
Ora, non pare proprio che Corradino Mineo abbia violato alcunchè: se la degradazione del Senato da Camera Alta del Parlamento a inutile dopolavoro di sindaci e consiglieri regionali nominati dalla Casta fosse stata prevista dal programma del Pd alle elezioni 2013, è ovvio che il dissenso di Mineo&C. sarebbe inaccettabile fino a giustificare l’esclusione dalla commissione e anche l’espulsione dal Pd.
La controriforma del Senato però l’han partorita Renzi&B. a gennaio nel famigerato Patto del Nazareno che nessuno — tranne i due contraenti, leader di partiti che agli elettori si presentano come avversari irriducibili — ha il privilegio di conoscere nei dettagli.
Quindi rispetto a cosa Mineo, Chiti & C. sarebbero traditori da punire?
Mercoledì il renziano Giachetti ha votato con FI, Lega e 70 franchi tiratori Pd la boiata sulla responsabilità diretta dei magistrati, contro il programma del Pd e il parere del governo Renzi: niente da dire?
Intanto è stato appena eletto sindaco di Susa Sandro Plano, Pd e No-Tav: e ha preso i voti non perchè è Pd, ma perchè è No-Tav.
Ora i vertici del Pd piemontese, infischiandosene degli elettori, minacciano di espellerlo perchè osa bestemmiare il dogma dell’Immacolata Grande Opera tanto caro a Chiamparino, Fassino e amici di Greganti assortiti, che però non compare nello statuto del Pd.
Quale regole avrebbe violato Plano? Grillo e Casaleggio — secondo noi sbagliando — contestano la norma costituzionale degli eletti “senza vincolo di mandato”.
Ma con che faccia chi — secondo noi giustamente — la rivendica spegne il dissenso di chi vorrebbe votare secondo coscienza contro il Patto del Nazareno, mai discusso da nessuno prima che fosse siglato aumma aumma?
Renzi dice: “Ho preso il 41% e si vota a maggioranza”. Giusto, anche se il 41% l’ha preso alle Europee (dove non era neanche candidato).
Ma votare a maggioranza non significa eliminare la minoranza, altrimenti il voto è bulgaro. L’anno scorso, quando il Pd di Bersani decise a maggioranza — secondo noi sbagliando — di mandare al Quirinale Franco Marini, i renziani rifiutarono — secondo noi giustamente — di votarlo.
Ora vogliono negare ad altri il diritto di fare altrettanto: le purghe renziane profumano di Chanel numero 5.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 13th, 2014 Riccardo Fucile
DECISIONE IN ASSEMBLEA NAZIONALE… IN 14 POTREBBERO LASCIARE IL PARTITO E FARE UN GRUPPO AUTONOMO
Un ricorso al presidente del Senato Piero Grasso e una lettera al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Sono i prossimi passi che i 14 senatori del Pd, autosospesi per la rimozione di Corradino Mineo dalla Prima Commissione di Palazzo Madama, stanno valutando per far valere le loro ragioni.
Il ricorso a Grasso verrebbe preparato sulla falsariga di quello presentato oggi dai Popolari che contestano la rimozione del senatore Mario Mauro dalla Commissione Affari Costituzionali.
La lettera al capo dello Stato servirebbe per segnalare al Quirinale la scelta dei vertici Pd di sostituire Mineo per le sue idee contrarie alla riforma del governo.
La decisione, apprende Huffpost, verrà presa domani all’Ergife: gli autosospesi infatti si ritroveranno all’Hotel di Roma dove si tiene l’assemblea nazionale del Pd con il premier-segretario Matteo Renzi.
Lì si riuniranno e prenderanno una decisione sul caso Mineo.
Dell’idea di scrivere a Grasso e Napolitano, i 14 in realtà hanno già discusso nelle riunioni di questi giorni, dopo l’estromissione del senatore non allineato dalla commissione Affari Costituzionali.
Il dibattito all’interno del gruppo è ancora aperto, ma l’idea di chiedere un intervento del presidente del Senato, in base al regolamento di Palazzo Madama, e del capo dello Stato è ancora in ballo e verrà affrontata domani, quando gli autosospesi si ritroveranno all’assemblea nazionale del Pd.
I più cauti pensano che sarebbe il caso di aspettare la riunione con il capogruppo del Pd al Senato Luigi Zanda programmata per lunedì e l’assemblea del gruppo dei senatori martedì.
Ma molti altri invece valutano già negativamente le risposte arrivate dal partito e dunque pensano sia il caso di agire ricorrendo alle più alte cariche dello Stato.
In vista delle riunioni della prossima settimana, le diplomazie Dem sono al lavoro per cercare una soluzione morbida alla vicenda.
Ma molto dipende anche da quello che dirà Renzi domani in assemblea.
Da parte sua, il premier è più che intenzionato a fare un discorso molto franco e netto sulla necessità di sfruttare al massimo l’energia del 40,8 per cento delle europee per fare le riforme: i frenatori se ne facciano una ragione.
“Un discorso alla nazione”, lo definiscono i suoi, della serie: prendere o lasciare, il tempo è adesso, non bisogna sprecare la fiducia degli elettori che si sono espressi alle europee, non bisogna disattendere la loro aspettativa di fatti concreti.
“Il Pd è davanti a un bivio, non ho preso il 41% per lasciare il futuro del Paese a Mineo…”, ha detto ieri il premier. Sarà questo il succo del suo intervento all’Ergife, ma probabilmente Mineo non lo nominerà nemmeno. Il che forse non depone a favore di una tregua interna, a meno di una marcia indietro dei 14 autosospesi.
Al contrario, tutto sembrerebbe pronto per una resa dei conti finale.
In queste ore entrambe le parti in causa – i 14 contro il resto del mondo Pd, renziano e non – pestano nel mortaio delle tensioni interne.
Uno dei 14, Claudio Micheloni, si dice pronto a lasciare il Pd e formare un gruppo autonomo: “Spero sia l’occasione per trovare un’intesa. Altrimenti proporrò agli altri colleghi di lasciare il Pd e formare un nostro gruppo”, dice all’AdnKronos.
E c’è da dire che anche la trattativa sulla scelta del presidente dell’assemblea sarebbe in una fase di stallo.
Il Giovane Turco Matteo Orfini resta candidato, a quanto dicono fonti renziane, ma sul suo nome si sono scatenati veti incrociati all’interno della cosiddetta ‘Area riformista’.
I bersaniani sarebbero contrari e nella stessa area c’è chi non ha messo da parte la candidatura della lettian-bersaniana Paola De Micheli.
L’idea che Renzi possa sparigliare, optando a questo punto per un nome terzo — magari una donna tra le parlamentari più giovani — si fa strada al Nazareno.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 13th, 2014 Riccardo Fucile
GLI INGREDIENTI DEL SISTEMA DI PROPAGANDA DEL SITO CINQUESTELLE SVELATI DA UN LIBRO DI FEDERICO MELLO
Dalla primavera 2012, anno dell’esplosione con la conquista di Parma, il blog di Grillo e di
conseguenza il Movimento 5 Stelle cambiano totalmente natura.
Alcuni sondaggi indicano intenzioni di voto record per il Movimento e da lì in poi si assiste a una prassi alla quale la stampa da allora in avanti si troverà , suo malgrado, sempre costretta: qualsiasi cosa scritta online da Grillo diventa notizia — e non potrebbe essere altrimenti.
Il web diventa uno straordinario strumento per sparare le proprie bordate senza dover ricevere domande, senza dover rispondere della loro coerenza, della loro fattibilità , delle contraddizioni su questioni fondamentali (come quelle della democrazia interna).
Il blog, inoltre, si evolve e diventa una vera e propria galassia.
All’indirizzo principale, beppegrillo.it, si aggancia una serie di sottodomini e sottositi.
Ci sono le pagine interne del Movimento, quelle dei gruppi parlamentari, La Cosa, una sorta di web-tv con un palinsesto che alterna immagini d’archivio con dirette e contenuti originali e poi, soprattutto, sul blog di Beppe compare la famosa “colonna destra”.
È l’aggregatore di notizie di Casaleggio. Si chiama Tze-Tze e, almeno nelle intenzioni, viene descritto come un portale, «un palinsesto dinamico originato dagli utenti, aggiornato ogni mezz’ora, che seleziona da siti rigorosamente solo online, che non hanno quindi una derivazione cartacea o televisiva, le informazioni in base alla loro popolarità e attualità ».
L’obiettivo? «promuovere l’informazione indipendente in rete svincolandosi dai mainstream media e pubblicare notizie in funzione dell’importanza attribuita loro dagli utenti».
Con l’ottica della rete anni novanta, sembrerebbe un progetto degno di lode: si dà spazio all’informazione in rete diversa da quella dei media mainstream; con gli occhi che vedono l’acqua digitale, invece, queste parole con cui Tze-Tze descrive la propria “mission” sono, di fatto, una confessione.
Pubblicando notizie «in funzione dell’importanza attribuita loro dagli utenti», Tze-Tze e i portali simili della Casaleggio (come lafucina.it, altra testata della galassia, registrata dal figlio di Gianroberto, Davide) producono in realtà contenuti politici e di attualità senza nessun criterio giornalistico.
È una specie di BuzzFeed della politica, nel quale il principio della viralità si impone su tutto il resto.
Non solo: questo arcipelago digitale viene presentato come «informazione indipendente» quando è esattamente il contrario, è propaganda elettorale sfacciatamente schierata con il Movimento 5 Stelle e Beppe Grillo: non si risparmia in alcun modo accuse, insulti, contumelie, che nessuna testata potrebbe pubblicare senza incappare in seri problemi di carattere penale (non a caso nel 2014, per la prima volta, andrà a giudizio per diffamazione un post pubblicato dal blog e che ricostruiva in maniera fantasiosa un’inchiesta giornalistica della trasmissione Piazzapulita).
In rete, inoltre, uno strumento del genere, con l’enorme visibilità assicurata dall’home page di Grillo (Tze-Tze si è guadagnata oltre mezzo milione di fan su Facebook) e con i rimbalzi garantiti dalla potenza di fuoco del comico sui social network, risulta un mezzo formidabile per orientare l’opinione pubblica — almeno quella connessa — e per trasformare bufale e ricostruzioni parziali, in “prove” e argomentazioni per tutti coloro che guardano con simpatia ai 5 Stelle.
Sul web, infatti, le bufale sono virali quanto le breaking news e grazie alla disattenzione generale continuano a girare e a essere condivise anche quando sono state ampiamente smentite.
Lo ha chiarito benissimo una ricerca — Collective Attention in the Age of (Mis)Information — realizzata dalle università di Lucca, Lione e della Northeastern di Boston e riportata in Italia dal bravo blogger Fabio Chiusi su Wired.
La ricerca ha analizzato oltre due milioni di post concentrandosi sui dibattiti Facebook nel periodo a cavallo delle elezioni politiche italiane 2013.
Ebbene, i ricercatori hanno scoperto, non senza qualche sorpresa, che «la maggior parte degli utenti che interagiscono con i contenuti prodotti dai troll è composta principalmente da utenti che interagiscono con le pagine di informazione alternativa».
Insomma, sono paradossalmente gli utenti che si ritengono più informati online a cadere preda con maggior facilità di notizie false. (…)
E c’è anche un’ulteriore contro-indicazione da tenere bene a mente: «I risultati del nostro studio segnalano un pericolo concreto, dato che più il numero di affermazioni prive di fondamento in circolazione è elevato, più utenti saranno tratti in inganno nella selezione dei contenuti».
Vuole dire che sul web, anche se sono state smentite, le bufale non vengono disinnescate: continuano a girare, a essere condivise come verità , anche per lunghi periodi di tempo.
Quando questi meccanismi vengono usati scientemente per i propri scopi commerciali o politici, ci troviamo di fronte a una non-informazione che è il contrario del giornalismo. (…) In questi contenuti prodotti e diffusi a spron battente si trova di tutto. (…)
La parte del leone la fa naturalmente la propaganda politica pro 5 Stelle e contro i suoi avversari. (…) Si trova davvero qualsiasi personaggio o argomento in un frame comune, e i contenuti risultano in fin dei conti tutti uguali.
Il titolo “tipo” di questi status o post comprende espressioni perennemente urlate che nel lancio della “notizia” contengono già la reazione emotiva che quella informazione vuole stimolare: «Vergognoso», «Brutte notizie», «Questa è l’Italia», «Rimarrete scandalizzati», «Non ne possiamo più», «È finita», «Vergogna» in caratteri cubitali.
Non mancano vere e proprie infamie e trollaggi contro i dissidenti, le istituzioni, gli avversari.
Il testo, infine, termina sempre con esortazioni, richieste o domande che stimolano inconsciamente la partecipazione degli utenti: «condividi», «fai girare», «massima diffusione», «diffondi». Tze-Tze, beppegrillo.it, Facebook, Twitter, è tutto così, tutto sullo stesso tono, ogni giorno, ogni momento. (…)
Cito tutti questi attacchi a Renzi perchè è lui l’obiettivo più frequente delle attenzioni della galassia Grillo nel periodo preso in considerazione, come in precedenza erano stati Mario Monti ed Enrico Letta.
«Sputtanato — Uno dei più autorevoli quotidiani del mondo ha appena umiliato Renzi. In Italia non leggerete mai una cosa simile. Guardate cos’hanno scritto. Impressionante: clicca qui» annota Grillo su Facebook.
Vai al link e che dice l’articolo? «L’Economist su Renzi: fa molte promesse, ma non ci sono dettagli».
Ma nella galassia Tze-Tze gli argomenti sono infiniti, tutti quelli che fanno comodo per creare viralità incattivita: «Clamoroso. I lettori di Repubblica danno ragione a Beppe Grillo. Guardate che sta succedendo: clicca qui».
Cosa dice l’articolo citato? Che dopo che la Repubblica ha riportato una polemica dei 5 Stelle contro il quotidiano, alcuni lettori (chissà se spontanei) nei commenti hanno trollato a favore di Grillo. Una non-notizia, che però su Facebook di Grillo conta cinquemila “mi piace”, trecento commenti e trenta condivisioni. (…)
Non tutti i contenuti sono così apertamente diffamatori nei confronti di avversari politici e giornalisti. Altri, sfruttando lo stesso metodo, entrano nel campo della contesa politica legittima senza però farsi mancare pesanti forzature propagandistiche.
Come questo post (soliti cinquemila like e duemila condivisioni): «Il M5S ha appena indetto una conferenza per fare una denuncia gravissima! Seguiteci in diretta ora: clicca qui. Diffondete!» che porta il video di una conferenza stampa dei deputati 5 Stelle sul cosiddetto decreto svuotacarceri; (…)
Un’ultima categoria della mala-informazione di Tze-Tze è quella chiaramente e dichiaratamente sessista.
Niente infatti colpisce di più il “Sistema” maschile di un paio di cosce o di una scollatura. Ecco che anche questi mezzucci sono usati per attirare click e attaccare le avversarie o le giornaliste. Il solito post recita: «Fate i complimenti a questa giornalista. Era in diretta tv su La7 e guardate che ha combinato. Solo in Italia! Che vergogna, clicca qui».
Allegato allo status c’è la parte inferiore di un corpo femminile: si vedono solo le gambe, l’abito rosso e tacchi a spillo. Apri il link e che trovi? Un “articolo” in cui si sottolineano alcuni commenti negativi ricevuti dalla giornalista Myrta Merlino di La7 sulla pagina Facebook della sua trasmissione. (…)
Che rete è quella di cui fa uso beppegrillo.it? Quanto è distante dal luogo di “intelligenza collettiva” che dovrebbe risultare diverso e migliore della democrazia rappresentativa? Beppegrillo.it in realtà si fa forte della retorica dell’“intelligenza collettiva” ma alimenta e orienta piuttosto una “scemenza collettiva” per i suoi scopi e interessi; sul blog qualsiasi senso critico del senso critico, potremmo dire con un paradosso, è bandito: «Non c’è tempo» d’altronde, «siamo in guerra» dice Grillo, con «l’elmetto».
È in questa gestione del web che emerge la maggiore contraddizione del grillismo. Il web per beppegrillo.it non è una piattaforma orizzontale per discutere e confrontarsi, ma una clava verticale da utilizzare su una massa indistinta per fare pubblicità al suo prodotto.
Per questo è interessante studiare il fenomeno Grillo e M5S dalla sua prospettiva peculiare, quella web: è un modello che mostra cosa si può fare con questa tecnologia, fino a che punto si può spingere l’utilizzo sovietico del web e dei social network, fino a dove, direbbe Morozov, può arrivare «la viralità del male».
Federico Mello
(da “Un altro blog è possibile. Perchè non funziona la democrazia digitale”, 14 euro, 192 pag, Imprimatur)
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Giugno 13th, 2014 Riccardo Fucile
STORICI E POLITOLOGI: “PER LE NUOVE LEVE L’INCOMPETENZA E’ UN VALORE”
Silvio Berlusconi aveva affrontato il problema con la classica schiettezza: «Che votino soltanto i capigruppo». Si sarebbero accelerate le procedure d’aula e «chi non è d’accordo potrà votare contro o astenersi».
Questa complicazione della libertà di mandato (presente in qualsiasi costituzione occidentale, per cui il parlamentare rappresenta la nazione e non il partito, ed è libero di votare come crede) è stata poi risolta da Beppe Grillo, secondo il quale deputati e senatori dovrebbero votare secondo i desideri degli elettori, da verificare di volta in volta con consultazioni on line.
«Fare come dicono duecento persone in rete?», si chiede oggi il costituzionalista Augusto Barbera. Il quale, però, non fa rientrare la vicenda del senatore Corradino Mineo nell’ambito proposto in apertura di articolo: «La libertà di mandato è sacra e inviolabile, ma si esprime in aula. Non nelle commissioni, dove deputati e senatori siedono perchè designati dai gruppi parlamentari».
Tanto è vero, aggiunge Barbera, che l’articolo 31 del regolamento del Senato prevede che «ciascun gruppo può, per un determinato disegno di legge o per una singola seduta, sostituire i propri rappresentanti in una commissione».
Accertata la costituzionalità della manovra d’espulsione di Mineo – ma anche una sua palese muscolarità – rimane l’impressione che le truppe del nuovismo italiano, da qualche tempo a questa parte, abbiano dimenticato e forse cancellato almeno un paio di secoli di cultura politica.
«E non da ieri: direi da un ventennio, da quando sono nati i partiti della cosiddetta Seconda repubblica, che però stentano a prendere forma. Il Pd, per esempio, è un aggregato di tre o quattro partiti diversi», dice lo storico Luciano Canfora.
Che aggiunge: «Ci sono giovanotti fastidiosi, diciamo così, che hanno preso a calpestare le regole perchè fa comodo così».
Il vincolo di mandato è spesso un’ipotesi, si contesta la segretezza del voto in aula, si impedisce con la tagliola (per la prima volta nella storia della Camera) l’ostruzionismo alle opposizioni.
Canfora spiega che «non esiste più una scuola di partito». «E nemmeno un cursus secondo il quale si cominciava dai consigli comunali, per poi lentamente salire, e nel frattempo apprendere i grandi principi della democrazia occidentale», dice Augusto Barbera.
Il politologo Giorgio Galli ci ha appena scritto sopra un libro (Storia d’Italia tra imprevisto e previsioni, edizioni Mimesis) e a noi spiega che «la nuova classe politica sembra trascurare secoli di cultura politica e giuridica. È un processo che è cominciato negli anni Settanta e che sta arrivando a compimento, e coincide con la sostituzione di un’alta borghesia imprenditoriale con un’alta borghesia finanziaria, cioè speculativa e improduttiva. E anche con la nascita di un’alta borghesia burocratica. In poche parole, in Italia si sono imposti nuovi ceti sociali con una loro cultura e una loro morale».
Galli parla del familismo amorale, concetto sociologico anglosassone, per cui si persegue solo il bene del proprio clan e le regole valgono solo all’interno del clan medesimo. Le norme che si credevano sacre e inviolabili non solo non valgono più, ma nessuno le conosce.
«L’incompetenza è diventata un valore, una precondizione», ricorda Canfora pensando soprattutto ai cinque stelle. Essere incompetenti significa non essere inquinati dalla polvere dei secoli. «Oltretutto la poca preparazione suscita arroganza, specialmente se associata all’esercizio di un piccolo potere», aggiunge Canfora.
E Galli conclude: «Nessuna conquista è per sempre. La nostra democrazia, per esempio, è stata un conquista faticosa e sanguinosa. Non voglio dire che Renzi la stia mettendo in pericolo, ma quando sostiene che col suo 41 per cento farà le riforme che riterrà di fare, bè, significa che qualcosa ci sta sfuggendo di mano».
Mattia Feltri
(da “La Stampa“)
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Giugno 13th, 2014 Riccardo Fucile
DOPO AVER GIRATO TRE PARTITI (DC , PDL E PD) MARCO ZAMBUTO ERA APPRODATO ALLA CORTE DEL “NUOVO CHE AVANZA”
La città dei templi rimane senza sindaco: Marco Zambuto si è infatti dimesso da primo
cittadino di Agrigento.
Appena 24 ore fa l’ormai ex sindaco era stato condannato a due mesi e venti giorni di carcere per abuso d’ufficio: una vicenda nata da un’inserzione pubblicitaria su un giornale locale della Fondazione Pirandello.
“Voglio sia fatta chiarezza, vengo condannato per una pagina di giornale! Tutte le scelte che ho fatto le ho fatte per amore della mia città e rifarei tutto. Sono orgoglioso di quello che abbiamo fatto con la mia squadra, abbiamo salvato una città dal dissesto finanziario. Ho amato e servito Agrigento” ha spiegato l’ex sindaco, che ha governato per 7 anni. Annunciate in pompa magna come “dimissioni date per amore della città ”, in realtà Zambuto ha solo prevenuto una possibile sospensione.
“Se quello che si dice corrisponde a realtà , normativamente c’è l’articolo 11 della legge Severino e dunque dovrebbe scattare la sospensione per il sindaco di Agrigento” ha spiegato Nicola Diomede, prefetto di Agrigento: Zambuto quindi si è dimesso prima di farsi sospendere dalla prefettura.
Giovanissimo consigliere comunale con la Dc, segretario provinciale dell’Udc fino al 2007, Zambuto — che pochi mesi fa divenne famoso per un spot in cui invitava i cinesi a invadere la città – è cresciuto nei ranghi di Totò Cuffaro, l’ex governatore della Sicilia ora detenuto a Rebibbia.
Ma è stato anche un’anima inquieta, a dir poco. Proprio nel 2007 si candidò a sindaco con il sostegno dei Ds. E vinse al ballottaggio grazie al sostegno di tutto il centrosinistra contro la coalizione berlusconiana.
Poi nel 2008 dice di voler aderire al Pdl. Due anni dopo torna all’Udc candidandosi anche alle Politiche.
Riconfermato sindaco nel 2012 (con il solo sostegno dell’Udc e di una lista civica), nel giugno 2013 Zambuto lascia ancora il partito di Casini per avvicinarsi al Pd del nuovo corso, tanto che nella primavera 2013 è diventato presidente dell’assemblea regionale del partito.
Si è anche candidato alle elezioni europee, arrivando soltanto sesto e mancando la conquista di una seggio a Bruxelles nonostante una serie di spot in cui si rivolgeva ai turisti del nord parlando il loro dialetto.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 13th, 2014 Riccardo Fucile
TORINO: MAMME E BAMBINI SOTTO SFRATTO DORMONO DAVANTI ALLA PREFETTURA.. A LORO GLI 80 EURO NON SPETTANO, SOLO A CHI VOTA LO SCROCCONE DI PONTASSIEVE
“Siamo soprattutto mamme” dice Sara, una delle manifestanti che da ha dato vita a un presidio sotto la Prefettura di Torino.
“Mio marito ha perso il lavoro e con i 300 euro che guadagno io devo scegliere se pagare l’affitto o dar da mangiare ai miei figli” racconta Elisa, anche lei è sotto sfratto. I manifestanti chiedono un incontro con il prefetto: “ho fatto tutta la trafila — spiega una di loro — anche con l’assistente sociale, ma non serve a nulla. Prefettura e Comune si lavano le mani a vicenda. Vogliamo una soluzione, sennò dovremo occupare gli alloggi vuoti”.
In una cinquantina, anche tanti bambini, hanno passato la notte nelle tende davanti alla prefettura, sperando di essere ricevute stamattina, ma nulla da fare.
La temperatura, superiore ai 35°, e il nuovo diniego da parte delle istituzioni ha fatto desistere i manifestanti e il presidio si è sciolto.
Le mamme tornano a casa, aspetteranno la forza pubblica per lo sgombero delle proprie abitazioni.
In un Paese in cui un sindaco alloggiava gratis in un appartamento centrale dove l’affitto lo pagava un amico in rapporti di affari con il Comune, in un Paese dove si compra il voto elettorale con lo spot degli ottanta euro senza coperture sicure, i “senza tutela” non vengono neanche ricevuti “a palazzo”.
Questa è la filosofia del nuovo corso renziano che taglia welfare vero per fare favori a lobbisti e potentati economici, tristi imitatori della peggiore destra reazionaria.
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Giugno 13th, 2014 Riccardo Fucile
NEL PALAZZO AL CENTRO DI ROMA AFFITTI “SIMBOLICI” DI 500 EURO PER SEI STANZE E TERRAZZA… CI ABITANO TRE RAGAZZE DEL GIRO ROMANO DI SILVIO, IGNAZIO LA RUSSA E LA SUA CONSULENTE SELENE, BRUNO TABACCI, IL FIGLIO DI PISANU, PREFETTI E VIP
Cosa hanno in comune la valletta Rasa Kulyte, Ignazio La Russa, la segretaria di Claudio
Scajola Fabiana Santini, il prefetto Achille Serra, l’olgettina Maria Letizia Cioffi, i figli di Beppe Pisanu e dell’onorevole Bruno Tabacci, la modella ucraina Olena Kotsylo?
Sono tutti sullo stesso citofono di un bel palazzo al centro di Roma.
Insieme ad altri vip il gruppetto ha colonizzato in blocco un residence in Via Ciro Menotti, a due passi da Piazza Mazzini, nell’elegante quartiere Prati.
Le coincidenze non finiscono qui: politici, pezzi grossi e “papi girls” hanno tutti firmato, chi prima e chi dopo, un contratto di affitto con Salvatore Ligresti, che con la sua Fondiaria è stato proprietario dell’immobile fino alla fine del 2013.
Lo scorso settembre, dopo i guai giudiziari e i problemi finanziari della holding Premafin, il condominio è finito nel portafoglio immobiliare dell’Unipol-Sai, che ha rilevato la compagnia assicurativa di Don Salvatore.
«Il palazzo del potere», lo chiamano i negozianti della zona, abituati a convivere con scorte, lampeggianti e auto blu con vetri oscurati.
«Qui ci stanno figli e figliastri. Qualcuno paga affitti stracciati, appena 500-600 euro al mese per oltre 120 metri quadri», spiega uno degli inquilini “normali” che alloggia nel caseggiato.
«Altri hanno canoni di mercato, che nel rione si aggirano intorno ai 1800 euro: speriamo che i nuovi padroni azzerino i favoritismi».
Mario Orfeo, direttore del Tg1, per esempio paga 2000 euro al mese.
Unipol assicura che è intenzionata a fare pulizia. «La Fondiaria ha spesso dato appartamenti di pregio a cifre ridicole, diciamo pure a “prezzo politico”», spiegano senza ironie dalla compagnia bolognese.
«A parte la questione etica che non commentiamo, noi non danneggeremo i nostri azionisti. La nostra policy è quella di ricondurre tutto alla normale prassi. I nostri inquilini, vip o non vip che siano, pagheranno tutti il giusto. Non siamo un ente benefico».
Finchè i vecchi contratti non scadranno, però, nessuno potrà aumentarli: per molti amici e amici degli amici la pacchia continuerà ancora per qualche anno.
Non solo per gli inquilini individuati in via Ciro Menotti, ma anche per i mammasantissima che abitano nel mitologico palazzo di Via delle Tre Madonne ai Parioli, (dove i Ligresti, hanno raccontato i giornali, hanno affittato nel corso degli anni a Renato Brunetta, Italo Bocchino, Rocco Buttiglione, Mauro Masi e le figlie di Cesare Geronzi) e nella Torre Velasca di Milano, dove vivono Geronimo La Russa, Bruno Tabacci (che, come Ignazio, è riuscito a trovare un appartamento anche al figlio) e Isabella Votino, portavoce del governatore lombardo Roberto Maroni.
Torniamo a via Menotti, e iniziamo il nostro viaggio nel condominio dei potenti. Partiamo dalla casa (sei stanze in totale) di Letizia Cioffi, che ha affittato dalla Fondiaria nel dicembre 2008.
La giovane, origini brindisine, era tra le papabili per una candidatura alle Europee 2009 nelle file del Pdl; la lettera di Veronica Lario contro le veline nelle liste elettorali («ciarpame senza pudore», tuonò l’ex signora Berlusconi) mandò a monte i piani dell’allora presidente del Consiglio e i sogni politici delle sue amiche.
Berlusconi, però, non ha mai dimenticato la bionda Letizia, e l’ha spesso invitata alle sue cene eleganti. I pm milanesi, dopo aver scoperto che la Cioffi era una delle girls più gettonate nelle serate “by night” di Arcore (sono 112 le telefonate intercettate con Nicole Minetti, l’organizzatrice ufficiale dei festini bunga-bunga) hanno anche avviato indagini patrimoniali per capire chi avesse comprato la sua macchina.
Non sappiamo con certezza se la Mini fosse un regalo dell’allora presidente del Consiglio, ma di sicuro per la sua casa la Cioffi spende pochissimo: nel 2009 ha firmato un contratto da 6000 euro l’anno, 500 euro al mese.
Nel contratto con Fondiaria si elencano anche i mobili di lusso e gli elettrodomestici di marca che Don Salvatore mette a disposizione dei suoi inquilini: frigo, forno, lavatrice e lavastoviglie Smeg, cappa a cilindro Elica, salotto completo Novamobili con libreria laccata e porta tv, tavolo “Bolero”, sei sedie di cuoio, due pouf e divano letto “Aladino”.
Le camere da letto vantano invece un «materasso in bultex», oltre a una «zona trucco con sedia e specchio».
Inizialmente la Cioffi viveva con un’altra ragazza, il cui nome finora non era mai apparso nelle cronache: Olena Kotsylo.
La modella ucraina, 32 anni, per una casa a un piano alto di sei stanze con terrazzino paga poco più di 500 euro al mese. Davvero fortunata.
Anche perchè il suo contratto scadrà a fine 2016, e fino ad allora Unipol non potrà rialzarlo.
Anche Olena è entrata nella casa di Ligresti nel dicembre del 2008, pochi giorni prima di partire insieme a una quarantina di ragazze per Villa Certosa: è lei una delle “babbo nataline” che ballavano davanti a Berlusconi durante il veglione di Capodanno del 2009, quello a cui partecipò anche la minorenne Noemi Letizia.
Il servizio fotografico fu pubblicato da “Chi” due anni fa.
Vicina di casa della Kotsylo è Rasa Kulyte, che abita in un appartamento contiguo.
Ex miss Lituania, Rasa (detta Giada) è famosa per aver ottenuto un contratto in Rai come velina del “Lotto alle Otto” con Tiberio Timperi.
Fu l’ex direttore generale Mauro Masi a volerla a tutti i costi nella trasmissione. Una curiosità : come la Kulyte, anche Masi ha firmato un contratto d’affitto con la Fondiaria.
Forse i due si sono conosciuti durante un’assemblea condominiale.
Scendendo due rampe di scale ci si imbatte nell’appartamento del figlio dell’ex ministro dell’Interno Beppe Pisanu. Non sappiamo se il suo secondogenito, Angelo, gode pure lui di un affitto agevolato.
Sappiamo però che la famiglia ha ottimi rapporti con i Ligresti. Beppe è stato spesso visto nel resort di lusso del costruttore siciliano (il Tanka Village di Villasimius), mentre il primogenito Luigi è stato amministratore di alcune società della Fondiaria, tra cui la Immobiliare Lombarda.
Guarda caso, si tratta della controllata che gestiva fino a pochi mesi fa il condominio di via Ciro Menotti in cui abita il più piccolo dei Pisanu.
Altra curiosità : nel giugno 2013 Angelo, mentre lavorava come direttore della fondazione di Gianfranco Fini e del padre (“Agenda”) è stato assunto dal ministro dell’Interno Angelino Alfano come «collaboratore della segreteria del ministro», con stipendio annuo lordo di 41.600 euro.
Anche Alfano, forse, ha incontrato Angelo (che ha chiuso anzitempo la collaborazione) ad una riunione degli inquilini di Ligresti: il leader del Ncd è infatti in affitto nella magione di via delle Tre Madonne.
Sopra l’appartamento di Angelo, vive in sette stanze un altro giovane di buona famiglia, Stefano Tabacci, figlio del deputato del Centro democratico, che spesso ospita anche papà Bruno.
Lo schema dinastico sembra identico a quello della famiglia Pisanu, e ricorda gerarchie medioevali: se i figli più piccoli spuntano tra gli inquilini del pregiudicato Don Salvatore, i più grandi (in questo caso Simone, ex membro del cda della Milano assicurazioni) compaiono come amministratori di qualche società della galassia Ligresti.
Che stavolta fa en plein, avendo trovato per il capostipite Bruno una bella casa nella Torre Velasca a Milano.
Continuiamo la visita guidata. Si vociferava da tempo che nel condominio vivesse Ignazio La Russa, tanto che un uomo molto simile all’ex ministro della Difesa circondato da una nutrita scorta era stato già individuato da un blogger su Google street view proprio in via Ciro Menotti.
Ora sappiamo con certezza che il leader di Fratelli d’Italia (i cui figli Geronimo e Vincenzo, immancabilmente, hanno lavorato con Ligresti) abita qui, in una casa di sette stanze più terrazzo.
«Pare che paghi un’inezia», dice l’inquilino “normale”. Unipol si trincera dietro un no comment. «Non parliamo dei nostri locatari», spiegano.
Da Bologna, però, non potranno smentire che tre piani sopra la casa in via Menotti di La Russa abiti anche una cara amica di Ignazio, Anna Selene Della Notte.
Una ragazza barese che nel 2009 fu assunta (contrattino da 16 mila euro) al ministero della Difesa come «addetta alla segreteria del ministro».
L’ex ministro, forse, aveva bisogno della consulenza di Della Notte anche quando tornava a casa.
Anna Selene sembra comunque grata all’amico: spulciando alcuni resoconti parlamentari, si scopre che a marzo 2013 la ragazza leccese ha fatto ricorso contro la proclamazione a senatore di un esponente del Pdl, «affinchè sia proclamato il candidato numero 1 della lista “Fratelli d’Italia”».
Cioè Guido Crosetto, leader del partito insieme a Ignazio e Giorgia Meloni. Il ricorso della «signora Della Notte», per la cronaca, è stato respinto.
Se qualche vip che paga un affitto a prezzi di mercato esiste di sicuro (l’ex sottosegretario Simonetta Giordani precisa che il suo canone arriva oggi a 1700 euro «per poco più di 100 metri quadri: il contratto d’affitto l’ho stipulato nel 1998 quando la casa era di proprietà delle assicurazioni Generali»), scorrendo i nomi di un’assemblea di condominio del 2011 si nota che tra La Russa e Anna Selene ha trovato un appartamento (sette stanze più terrazzo) anche Fabiana Santini, ex segretaria di Claudio Scajola diventata nel 2010 assessore regionale alla Cultura nella giunta di Renata Polverini.
Leggendo un rapporto dei carabinieri del Ros che hanno indagato sulla casa di Scajola con vista Colosseo (quella comprata a sua insaputa), si scopre pure che la casa della Santini era nella lista dell’imprenditore Diego Anemone, a cui fu sequestrato un file con 400 nomi di potenti e relativi indirizzi di abitazioni da ristrutturare.
La Santini, infine, divide il pianerottolo con la figlia di un altro ex onorevole, il prefetto Achille Serra, che ha militato prima in Forza Italia, poi nel Pd e infine nell’Udc.
Per i prefetti Don Salvatore sembra abbia una vera passione: grande amico dell’ex Guardasigilli Anna Maria Cancellieri – indagata per alcune telefonate con Antonino Ligresti in merito agli arresti della nipote Giulia – ha ospitato al “Tanka Village” anche il prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi, mentre il suo predecessore, Bruno Ferrante, per anni ha vissuto in una casa della Fondiaria nella Torre Velasca.
«La saga del palazzo meriterebbe di essere raccontata in un libro, questo condominio è lo specchio dell’Italia di oggi», sbraita un inquilino “normale”.
«Sa chi lo scriverebbe benissimo? Uno dei pochi che a via Ciro Menotti è proprietario del suo appartamento, il professore Giovanni Sabbatucci, un grande storico del fascismo e del potere».
Emiliano Fittipaldi
(da “L’Espresso”)
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