Giugno 26th, 2014 Riccardo Fucile
ESEGUITI OLTRE 31.000… POCHI I SOLDI STANZIATI NEL FONDO, SERVE PROGRAMMAZIONE
Un vero e proprio «bollettino di guerra ».
Così il sindacato degli inquilini della Cgil, il Sunia, definisce il boom degli sfratti per morosità registrati nel 2013, lanciando l’allarme e spronando il governo a un intervento immediato e risolutivo
I numeri diffusi dal Ministero degli Interni, del resto, lasciando davvero poco spazio all’ottimismo.
L’anno scorso, infatti, sono stati emessi ben 73.385 sfratti, in crescita dell’8 per cento rispetto al 2012, quando se ne contavano 67.790.
Del totale, le ingiunzioni per morosità rappresentano l’89% del totale, in assoluto 65.302, contro i 60.244 di due anni fa.
Questo significa che quasi nove inquilini su dieci hanno ricevuto l’avviso perchè morosi, ovvero «perchè non potevano più permettersi di saldare l’affitto», aggiunge Laura Mariani, responsabile delle Politiche per la casa della Cgil nazionale
SOFFRONO TUTTI I TERRITOR
Oltre agli sfratti notificati, crescono anche le richieste di esecuzione con l’ufficiale giudiziario che dalle 120.903 del 2012 passano a quasi 130mila (+6,7 per cento), e quelli effettivamente eseguiti, che nel 2013 sono stati 31.399 (+12 per cento rispetto ai 27.695 dell’anno precedente)
Nessun territorio sembra essere risparmiato.
“Ben 22 province hanno incrementi degli sfratti per morosità di oltre il 20% – si legge nel comunicato di Sunia e Cgil -, tra gli aumenti più consistenti delle città capoluogo si segnalano Napoli (+22%), Catania (+26%) e La Spezia (+43%)».
In termini assoluti è Roma, di gran lunga, la città con il maggior numero di sfratti per morosità : sono 7.042, in aumento del 14% rispetto ai 6.191 dell’anno precedente. Seguono poi Milano e Napoli. Anche a Bologna la situazione non è rosa: dall’inizio dell’anno, spiega il sindacato felsineo, sono già stati eseguiti ben 900 sfratti, e l’emergenza abitativa riguarda intere famiglie, che si trovano da un giorno all’altro senza un tetto dove stare, con gli assistenti sociali che non sempre riescono a trovare una soluzione adeguata, anche se temporanea. Non è un caso che le occupazioni e i momenti di protesta, anche molto dura, si moltiplichino in molte città italiane, in primis nella Capitale
Cosa fare di fronte a una marea montante, anzi a uno tsunami che rischia di travolgere le vite di migliaia di persone?
Innanzitutto accelerare sui provvedimenti promessi dal governo. «Non sono state ancora ripartite a livello regionale le risorse per il fondo per la morosità incolpevole prevista dal decreto messo a punto dal ministro Maurizio Lupi (nel maggio scorso è divenuto legge, ndr), che pure per la prima volta riconosce questa condizione come una fattispecie con caratteristiche proprie», ricorda Mariani.
Al di là del fatto che i 266 milioni da qui al 2020 «sono una cifra ancora insufficiente per affrontare un disagio di questa portata », rimarca la sindacalista, bisogna fare presto, «perchè in questo periodo gli sfratti non aspettano e vanno avanti. E, come si vede, sono aumentati»
Ma c’è anche la necessità che «lo Stato ritrovi la sua funzione di programmazione – continua Mariani -, e per farlo deve lanciare un piano pluriennale di edilizia davvero sociale, a canoni sostenibili e che punti sul recupero di aree ed edifici dismessi senza ulteriore consumo di suolo. E che, inoltre, abbia stanziamenti certi e prolungati nel tempo e sia chiara e trasparente»
Cgil e Sunia chiedono anche all’esecutivo guidato dal premier Matteo Renzi «una revisione della legge sulle locazioni che punti, attraverso contrattazione collettiva e leva fiscale, ad abbassare il livello degli affitti provati e ad aumentare l’offerta», oltre a una dotazione finanziaria «certa e programmata per permettere sostegno diretto agli inquilini in difficoltà ».
Al momento, il Fondo per il sostegno all’affitto, già ripartito, è di 200 milioni di euro fino nel biennio 2014-2015.
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Giugno 26th, 2014 Riccardo Fucile
SVOLTA FRANCESE, INTERROGATI 14 EX SOLDATI, PRIME AMMISSIONI
La Francia ha deciso a sorpresa di collaborare all’inchiesta sulla strage di Ustica. 
E alcuni ex militari dell’Armèe de l’air hanno ammesso per la prima volta davanti ai magistrati italiani che il 27 giugno 1980 i caccia della base di Solenzara in Corsica, sospettati di essere direttamente coinvolti nell’abbattimento del DC9 Itavia, volarono fino a tarda sera.
Viene così smentita la versione che Parigi ha accreditato per 34 anni, secondo cui la base chiuse alle 17.
Cioè, quattro ore prima che l’aereo civile italiano con 81 persone a bordo esplodesse nel cielo di Ustica.
La svolta è clamorosa, anche se non ancora decisiva. E non può essere stata presa senza un’autorizzazione politica al più alto livello, forse dello stesso presidente Hollande.
Le prime ammissioni sbugiardano infatti la posizione ufficiale tenuta per tutti questi anni nei confronti dei governi italiani, alle cui richieste Parigi aveva sempre risposto con una certa irritazione.
Ma ora qualcosa starebbe cambiando perchè, a quanto risulta, questa improvvisa e inaspettata disponibilità sarebbe frutto di una più ampia volontà di alzare il velo sul ruolo svolto dalle forze armate francesi in una delle stagioni più calde del Mediterraneo.
Sono quattordici gli ex militari della base di Solenzara che sono stati ascoltati in Francia dal procuratore aggiunto della Repubblica di Roma Maria Monteleone e dal sostituto Erminio Amelio. E si tratta solo di un primo round.
I magistrati francesi hanno concesso ai colleghi italiani una seconda tornata di interrogatori e si sono impegnati a fornire tutta la documentazione in possesso della Difesa sui movimenti delle unità aeree e navali nel Tirreno, finora negata o consegnata parzialmente.
Le richieste di rogatoria trasmesse a Parigi hanno avuto un iter lungo e complesso. Inizialmente le autorità francesi avevano sostenuto di non essere in grado di rintracciare gli ex militari della base di Solenzara, identificati per nome e cognome. Risposta risibile, che confermava la linea di chiusura che per 34 anni aveva segnato lo stallo nella richiesta alla Francia di collaborare all’inchiesta fornendo una spiegazione sul ruolo dei caccia della base di Solenzara in quella tragica sera.
Risibile soprattutto se confrontata con i dati oggettivi in mano ai magistrati:
– i tabulati del radar della difesa aerea di Poggio Ballone, che mostravano le tracce di almeno due caccia francesi in volo verso il cielo di Ustica, in un orario assolutamente compatibile con lo scenario di guerra aerea nel quale il DC9 è stato poi abbattuto;
– la testimonianza del generale dei carabinieri Antonio Bozzo, braccio destro del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che la sera del 27 giugno 1980 si trovava in vacanza a Solenzara e vide i caccia francesi decollare dalla base fin dopo la mezzanotte;
– la conferma fornita dalla Nato al giudice istruttore Rosario Priore sul fatto che quelle tracce corriospondessereo a dei caccia, senza però un’identificazione della nazionalità poichè nel 1980 la Francia era parte dell’alleanza ma non del dispositivo militare.
Alla vigilia del trentaquattresimo anniversario della strage, l’inchiesta sta dunque facendo dei cruciali passi in avanti.
Ma non è solo la Francia ad avere aperto uno spiraglio insperato verso la ricerca della verità .
La Nato ha fornito ai magistrati italiani nuovi dettagli che confermano lo scenario di guerra nel quale il DC9 Itavia sarebbe stato abbattuto per errore, quasi certamente in uno scontro tra uno o due Mig libici che si nascondevano vicino all’aereo civile e uno o più caccia alleati.
La Nato avrebbe anche identificato come americano l’aereo radar Awacs che incrociava sull’isola d’Elba al momento della strage, avendo la piena capacità di “vedere” tutto ciò che accadeva nel cielo tra Ponza e Ustica.
Ma c’è anche una portaerei, anche questa individuata dalla Nato nel mare di Ustica, che incredibilmente sfugge ancora all’identificazione.
La videro (e lo hanno confermato a verbale) piloti e assistenti di volo di alcuni aerei civili sulla stessa rotta del DC9 Itavia poco prima della strage. E le tracce dei suoi caccia ed elicotteri in azione sono visibili nei tracciati radar sopravvissuti a manipolazioni e distruzioni.
I magistrati della Procura di Roma hanno interrogato in questi giorni anche due ex piloti militari italiani — Giovanni Bergamini e Alberto Moretti — che il 27 giugno 1980 erano in volo ma rientrarono alla base di Grosseto prima dell’esplosione.
Quella sera erano in volo anche altri due piloti — Ivo Nutarelli e Mario Naldini — che secondo la ricostruzione formalizzata ai magistrati dagli specialisti della Nato, incrociarono il DC9 quasi certamente vedendo il Mig o i Mig libici nella sua “ombra radar” e poi segnalarono l’allarme massimo volando triangolarmente sulla base e premendo anche il pulsante del microfono per tre volte senza parlare, come prescritto dal manuale.
Purtroppo sono entrambi morti nell’incidente delle Frecce Tricolori a Ramstein nel 1988, su cui molti sospetti si sono addensati.
Ma il colonnello Moretti, che nelle ore successive all’incidente che fece una strage (67 morti tra il pubblico oltre a Nutarelli, Naldini e al capitano Alessio) assunse il comando delle Frecce tricolori e partecipò all’inchiesta, afferma con decisione che si trattò di un “tragico errore di manovra” di Ivo Nutarelli e liquida ogni ipotesi di sabotaggio legata alla strage di Ustica come “una bufala”.
Il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha incontrato una settimana fa i magistrati Monteleone e Amelio per una messa a punto di tutte le rogatorie internazionali in piedi.
Molti i paesi a cui l’Italia si è rivolta (oltre alla Francia, anche Stati Uniti, Belgio, Germania) e in alcuni casi inspiegabili le risposte ricevute. Come quella del Belgio, che aveva due caccia sulla base di Solenzara, ma a 34 anni di distanza ha affermato di non voler dire nulla sulla vicenda per “motivi di sicurezza nazionale”.
C’è poi il capitolo a parte che riguarda la Libia.
L’archivio dei servizi segreti di Gheddafi (con le carte su Ustica) sembra sia finito nelle mani dell’MI6 britannico. E l’ex braccio destro del colonnello, Abdel Salam Jalloud, che ora vive a Roma sotto la protezione dei nostri servizi si è paradossalmente rifiutato non solo di rispondere alle domande dei magistrati ma anche di firmare il verbale del mancato interrogatorio.
E’ la storia infinita di Ustica. A cui solo il sostanziale appoggio del governo ai magistrati può imprimere una svolta decisiva.
Adesso, chiedono i familiari delle vittime attraverso la presidente dell’Associazione, Daria Bonfietti, serve un gesto politico sul piano internazionale.
Un gesto deciso, per mettere nell’angolo chi sa e non ha ancora parlato.
Andrea Purgatori
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 26th, 2014 Riccardo Fucile
MOLTI PARLAMENTARI EUROPEI, FINO AL 2009, HANNO ADERITO AL FONDO CHE OPERA IN LUSSEMBURGO…. TRA GLI ITALIANI PANNELLA, BORGHEZIO, BERTINOTTI, BOSSI, MAURO E ALBERTINI
Tassazione ai minimi, opacità e sede in Lussemburgo.
Non stiamo parlando dell’ennesima multinazionale che aggira legalmente il fisco, ma del fondo pensione complementare dei parlamentari europei.
Dal 1994 al 2009, eurodeputati di tutte le formazioni politiche e nazionalità hanno aderito a un piano pensionistico legale, ma assai discutibile.
Nella lista (tenuta segreta per anni, ma rivelata dal giornalista tedesco Hans-Martin Tillack e da successive inchieste giornalistiche riprese da Open Europe), ci sono anche molti italiani: dal leader radicale Marco Pannella a quello leghista Umberto Bossi, passando per l’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini e il segretario di Rifondazione Comunista Fausto Bertinotti.
Nonostante il fondo volontario nasca nel 1989 su iniziativa di alcuni europarlamentari e dal 2009 i nuovi eurodeputati non possano più aderirvi, in questi giorni è tornato di attualità in Spagna, dove sta provocando un terremoto politico nella sinistra radicale.
Questo perchè tra privilegi insensati, investimenti scellerati e buchi di bilancio, il fondo continua a creare danni.
Pur trattandosi di uno strumento volontario, i contributi che fino al 2009 lo alimentavano erano pagati per i due terzi dal Parlamento europeo e solo per il restante 33 per cento dagli eurodeputati.
Inoltre, il trattamento percepito era ed è troppo generoso , tanto che, stando a quanto scritto da tutta la stampa britannica, ha creato un buco di 233 milioni di euro nel bilancio dell’Europarlamento che verrà tappato attingendo al bilancio comunitario.
La gestione avviene attraverso una Sicav, sigla dietro cui spesso si celano capitali in cerca di alti rendimenti e poche tasse.
Anche l’impiego delle riserve desta qualche perplessità : secondo il think tank inglese Open Europe, 131 milioni di euro sono andati in fumo perchè investiti in strumenti finanziari proposti dal broker-truffatore Bernard Madoff. Buco che dovrebbe essere ripianato dalla Ue.
Martedì scorso, lo scandalo è riscoppiato in Spagna grazie al quotidiano indipendente Info-Libre, e ha già provocato dimissioni eccellenti.
Il partito più colpito è la formazione di sinistra radicale Izquierda Unida, nel cui programma elettorale figurava l’abolizione delle Sicav.
Il suo leader in Europa, Willy Meyer, aveva però aderito al fondo dieci anni fa.
Dopo avere provato a giustificarsi spiegando di “non essersi reso conto delle sue implicazioni”, è stato costretto dalla base a rassegnare le proprie dimissioni. L’imbarazzo maggiore è però del Partito Socialista, già orfano della sua cupola, dimessasi all’indomani delle elezioni del 25 maggio, e coinvolto in questo nuovo scandalo a partire dalla sua capolista alle europee, Elena Valenciano.
La sua ritrosia è controbilanciata dal Partito Popolare, che in una nota ha dichiarato , apertamente, che così fan tutti
Così facevano in tanti anche in Italia: ben 50 eurodeputati su 78 (il dato si riferisce alla legislatura terminata nel 2009, l’unica per cui è disponibile la lista completa).
Il fondo pensionistico integrativo con zero tasse e finanziato dall’Europarlamento faceva gola a molti: tra gli altri, il forzista Jas Gawronsky, l’ex finiana (oggi Ncd) Roberta Angelilli, il leader no global Vittorio Agnoletto, i leghisti Mario Borghezio e Francesco Speroni, Nello Musumeci de La Destra, Marco Rizzo dei Comunisti Italiani, Pier Antonio Panzeri del Pd, la leader verde Monica Frassoni, l’ex ministro in quota Cl Mario Mauro e perfino il radicale Marco Cappato.
Contattati per spiegare perchè abbiano aderito al piano, ognuno si giustifica come può. Borghezio ci mette un po’ a capire: “Intende la pensione normale?”, poi quando mette a fuoco il problema ammette di avere fatto “un’interrogazione o forse delle dichiarazioni contro quel fondo, ma quando ho aderito non sapevo di cosa si trattasse”.
La Angelilli non si sente chiamata in causa perchè “ancora non percepisco la pensione, chissà cosa succede tra quindici anni”.
Agnoletto chiede mezz’ora di tempo per verificare i documenti e poi stacca il telefono, mentre Cappato spiega che “dopo l’eurodeputato ho fatto il volontario per tre anni senza percepire una lira”, poi promette una battaglia “per riformare questo meccanismo che non conoscevo” ma, quando gli si fa notare che basterebbe lasciare individualmente il fondo contrattacca: “Quello serve solo a fare bella figura”. Bruxelles, in un comunicato, giustifica l’affiliazione del fondo in Lussemburgo in quanto lì ha sede legale la Segreteria Generale dell’Europarlamento.
Le prestazioni ottenute devono essere poi dichiarate nei Paesi d’origine e sottoposte al regime fiscale corrispondente, una volta ritirato il succulento premio pensionistico, al compimento del 63 anni di età .
Le Sicav, Società di investimento a capitale variabile, sono strumenti di gestione di patrimoni e risparmi introdotti anche in Italia dal decreto legislativo 84/1992, come attuazione di una direttiva europea, su imitazione di prodotti finanziari già esistenti proprio in Lussemburgo, campione di sotterfugi per chi è alla ricerca di molta discrezionalità e scarsa imposizione.
Al di là delle precisazioni di Bruxelles resta il fatto che nel Granducato questi prodotti versano solo lo 0,01% annuale sul valore netto degli attivi, oltre ad essere esenti da ogni imposta societaria.
Alessio Schiesari e Leonardo Vilei
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 26th, 2014 Riccardo Fucile
SI VOTAVA L’ESPULSIONE DI UN GRUPPO DI ISCRITTI… LA CONSIGLIERA COMUNALE NOFERI: “SCHEDE GIA’ COMPILATE, METODI DEGNI DEI PERIODI PIU’ BUI DELLA DEMOCRAZIA”
Una rissa sfiorata, cinque volanti della polizia che piombano al circolo Andrea Del Sarto. 
Parole grosse in strada, tensione e urla fino a notte fonda, tanto da far affacciare i residenti alle finestre infuriati.
Finisce così il “processo” ai dissidenti grillini.
L’assemblea convocata ieri sera alle 21 al solito circolo di via Manara, a Firenze, per discutere l’espulsione o la sospensione di un gruppo di attivisti e militanti, tra cui due ex portavoce dei Cinquestelle fiorentini “rei” di aver firmato, o comunque apertamente sostenuto, una lettera indirizzata al capogruppo alla Camera Luigi Di Maio e proprio a lui consegnata già nei mesi scorsi, prima del voto, solo che all’insaputa del resto dell’assemblea dei grillini fiorentini.
Ieri sera distribuita ai partecipanti all’assemblea una vera e propria lista di proscrizione in cui venivano indicati nome e cognome dei militanti e accanto tre opzioni: l’ espulsione, sospensione per un anno o due anni.
Circostanza che ha sollevato una mezza rivolta, tanto più che nelle urne c’erano schede già votate.
Così almeno sostiene una delle consigliere comunali Cinquestelle, la capogruppo Silvia Noferi che parla di “spettacolo indegno”. .”Metodi degni dei periodi più bui della democrazia”, dice la consigliera grillina, “Una scatola chiusa dai soliti noti prima dell’inizio dell’assemblea, schede di richiesta espulsione di attivisti storici a voto segreto. Votazione in corso durante la discussione. Non si sa quante schede già compilate fossero dentro la scatola. Una gran parte di attivisti tra cui la sottoscritta si è rifiutata di votare in quanto mancanti le più elementari norme di garanzia. La votazione è irregolare. Chi ha organizzato questo spettacolo indecoroso è da espulsione altro che chi ha scritto una lettera di dissenso”.
Quella inviata dai militanti a Di Maio, più che una lettera, era un j’accuse, duro anzi durissimo, in cui si segnalavano carenze di trasparenza all’interno del Movimento, si denunciava il fatto che un gruppetto di 4 persone gestiva da mesi la comunità grillina in contatto con lo Staff di Beppe Grillo (“Ma non esistono tracce scritte di questi rapporti”, si dice), che i candidati nella lista delle amministrative erano per lo più sconosciuti al gruppo storico dei militanti e che i metodi con cui era stata scelta la candidata sindaco, Miriam Amato, erano parecchio discutibili.
“La pagina più nera del Movimento 5 Stelle a Firenze – ha scritto Andrea Vannini, una delle persone finite sotto accusa – ho assistito a ciò che non avrei mai pensato”.
Ernesto Ferrara e Gerardo Adinolfi
(da “La Repubblica”)
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Giugno 26th, 2014 Riccardo Fucile
LA NORMA CHE AVREBBE DOVUTO RIVOLUZIONARE LA GESTIONE DEGLI APPALTI SI E’ TRASFORMATA IN UNA NORMA SALVA-EXPO
A più di dieci giorni dagli annunci del premier Renzi i nuovi poteri di Cantone e dell’Autorità anticorruzione sono infine diventati legge.
Da oggi l’ex pm anticamorra, arrivato a Milano, eredita i poteri della defunta Autorità di vigilanza per i contratti pubblici e può occuparsi di Expo forte di maggiori strumenti e risorse.
Ma diversamente da quanto annunciato, il presidente dell’Anticorruzione non potrà proporre il commissariamento delle imprese indagate per fatti di corruzione se non in casi di “particolare gravità ”.
Dopo lunghi giorni di riscrittura e revisione, la norma che avrebbe dovuto rivoluzionare la gestione degli appalti taroccati o sospetti si è infatti trasformata in una norma salva-Expo.
Il Presidente dell’Anticorruzione non potrà più proporre al Prefetto il commissariamento delle imprese coinvolte “in vicende oscure” come annunciato da Renzi in conferenza stampa.
Come prima scelta Cantone dovrà chiedere la sostituzione dei soggetti coinvolti nelle indagini (o indiziati) e solo “nei casi più gravi” potrà proporre la gestione controllata dell’impresa, con il conseguente congelamento degli utili derivanti dal lavoro.
In ogni caso la decisione finale sarà del Prefetto, che valuterà ai fini del comissariamento la “particolare gravità dei fatti”.
Il nuovo spirito della norma è rivelato da un altro punto del decreto che allarga la possibilità di adottare la stessa procedura anche nei casi di sospetti di mafia, quando “sussiste l’urgente necessità di assicurare il completamento dell’esecuzione del contratto”. Ovvero quando si ha fretta di chiudere i lavori.
Urgenza e garantismo sono dunque le stelle polari della versione definitiva della legge.
Un’apertura garantista che rischia di tradire lo spirito originale della norma nata, secondo le dichiarazioni dello stesso Cantone, per impedire a imprese e persone inquisite di beneficiare di lavori conquistati illegittimamente.
Quel che accade con la nuova legge invece, che prevede la semplice sostituzione dell’amministratore o di più amministratori sospettati o indagati, è che l’impresa resterà al suo posto e sarà libera di incassare i profitti dell’appalto sospetto.
Il decreto-legge presenta anche altri aspetti critici.
Il primo è il linguaggio scivoloso, che lascia molta discrezionalità a chi decide gli interventi e rischia di offrire il fianco a ricorsi e contestazioni.
La norma parla di “fatti gravi e accertati” e di “particolare gravità dei fatti”, ma non vi è alcun riferimento a situazioni oggettive, come l’iscrizione nel registro degli indagati. Starà dunque a Cantone prima, ma soprattutto al Prefetto competente poi, stabilire quando un fatto è “grave” e se lo è particolarmente.
Andando in contro, eventualmente, ad un ricorso al Tar.
Per di più la norma affida la decisione sull’eventuale commissariamento alla Prefettura, un organo di natura politica.
Gli interventi non saranno infatti stabiliti dall’Autorità anticorruzione, che è un organo indipendente, ma dalle istituzioni che per definizione costituiscono le articolazioni del Governo sul territorio.
Prefetture che negli anni hanno dimostrato, ad esempio nei casi di scioglimento dei comuni per mafia, di agire con estrema cautela quando non con reticenza, quasi sempre aspettando che sia la magistratura a fare il primo passo.
“Il quadro normativo non sarà realmente chiaro finchè non ci saranno le prime sentenze che lo interpretano” avverte Alberto Vannucci, professore dell’Università di Pisa, tra i massimi esperti italiani in tema di corruzione.
“Il decreto presenta degli aspetti positivi, per esempio quando incrementa i poteri dell’Autorità anticorruzione, che fino ad oggi è stata un guscio vuoto. Ma molto è lasciato dalla capacità di chi lavorerà nel nuovo ente”.
E molto resta ancora da decifrare.
Nel decreto, ad esempio, nel passaggio che riguarda i commissariamenti delle imprese non c’è alcun riferimento esplicito ad Expo, ma la norma viene comunque intitolata come “misura straordinaria”.
Straordinaria, ovvero fuori dall’ordinario. O, se si vuole, soluzione tampone da utilizzare solo in casi estremi o di attenzione pubblica particolarmente alta. Resta da chiarire se e dove sarà utilizzata al di fuori dei grandi appalti dell’esposizione internazionale. Per esempio, servirà anche per il Mose?
C’è di più. Perchè, come abbiamo anticipato, le nuove regole per la sostituzione degli amministratori o la “gestione controllata” delle imprese vengono estese anche ai casi in cui la Prefettura ha notizia dei possibili collegamenti tra l’impresa e la mafia.
Con il nuovo decreto-legge, anche a fronte di un’informazione antimafia interdittiva si può prevedere un cambio degli amministratori o, nei casi più gravi, il commissariamento della parte dell’impresa coinvolta, senza revocarle l’appalto. Quando lo si potrà fare? Ogni volta che ci sarà fretta di chiudere i lavori.
La stessa cosa potrà avvenire per garantire “la salvaguardia dei livelli occupazionali e dell’integrità dei bilanci pubblici”.
In questi casi il Prefetto non dovrà neppure consultarsi con l’Autorità anticorruzione, ma potrà agire di propria iniziativa limitandosi ad informarne il presidente dell’Anac.
Elena Ciccarello
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 26th, 2014 Riccardo Fucile
LE ACCUSE: TRUFFA DA 40 MILIONI E APPROPRIAZIONE INDEBITA PER 500.000 EURO SPESI PER MULTE, AUTO E LAUREA IN ALBANIA
Multe, tasse arretrate, noleggio di auto e riparazioni dal carrozziere, lavori in casa a Gemonio
e una laurea in Albania, abbonamenti a Sky e visite dal veterinario.
Per quasi 40 milioni di euro sottratti dai fondi pubblici della Lega, il procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo e i pm Roberto Pellicano e Paolo Filippini hanno chiesto il processo per un pezzo del vecchio stato maggiore del Carroccio: Umberto Bossi e i suoi due figli, Riccardo e Renzo, l’ex tesoriere Francesco Belsito, e tre ex componenti del comitato di controllo della Lega (Stefano Aldovisi, Diego Sanavio e Antonio Turci) che avrebbero firmato i rendiconti irregolari presentati in Parlamento.
A processo andranno anche l’imprenditore Stefano Bonet e il commercialista Paolo Scala, mentre la procura ha deciso di archiviare la posizione dell’ex vicepresidente del Senato Rosi Mauro.
Gli indagati dovranno rispondere a vario titolo di appropriazione indebita e truffa ai danni dello Stato per un totale di 40 milioni tra il 2008 e il 2009, con un elenco sterminato di spese illegittime.
Nella ricostruzione della procura, il Senatur avrebbe incassato indebitamente 208mila euro, Renzo 145mila, Riccardo 157mila.
Le spese, come era già emerso nel corso delle indagini, sono le più svariate.
Il fondatore del Carroccio avrebbe speso migliaia di euro per cartelle esattoriali e multe, ma anche 40mila euro per pagare «i lavori di ristrutturazione della casa di Gemonio».
Agli atti anche l’acquisto di un regalo di nozze da 160 euro, 1.500 euro per «cure odontoiatriche », 27mila euro per «acquisti vari di abbigliamento», 2.220 per «l’acquisto di gioielli».
Altri 81mila euro sono stati destinati al «pagamento lavori edili abitazione Roma».
Il primogenito, Riccardo Bossi, avrebbe invece usato i fondi pubblici per multe, leasing e noleggi di auto, mantenimento della ex moglie, ma anche per pagare l’abbonamento a Sky e le spese del veterinario.
“Il trota”, Renzo Bossi, avrebbe avrebbe speso metà dei 145mila euro che gli contesta la procura in cartelle esattoriali e multe, il resto – 77mila euro – per «acquisto titolo laurea albanese presso l’Univeristà Kristal di Tirana».
Più consistenti le somme contestate al commercialista Paolo Scala e all’imprenditore Stefano Bonet che, insieme a Francesco Belsito, devono rispondere di spese per 2,4 milioni, e anche di due episodi di appropriazioni indebita per un totale di 5,7 milioni.
Esce invece dall’inchiesta Rosi Mauro, che ha dimostrato attraverso i documenti prodotti in procura di aver utilizzato fondi propri, pari a 99mila euro, per le voci di spesa finite sotto la lente degli investigatori.
Non erano stati prelevati dai fondi del Carroccio: Mauro ha spiegato che 16mila euro arrivavano sì dalla Lega, ma per la vendita al partito di un’auto di sua proprietà , e che anche un assegno da 6.600 euro sulla cui matrice vi era scritto “Rosi” era un’iniziativa di Belsito per «ritirare denaro contante attribuendolo ad altri».
Prosciolta anche per i 77mila euro spesi per acquistare la laurea albanese al suo collaboratore Pierangelo Moscagiuro: sarebbe stato questo un «pretesto utilizzato da Belsito – dicono i pm – per prelevare denaro della Lega per se stesso».
Sandro De Riccardis
(da “La Repubblica”)
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Giugno 26th, 2014 Riccardo Fucile
LUNEDI’ LE LINEE GUIDA DELLA RIFORMA AL CSM…PROCESSO CIVILE PIU’ VELOCE, PRESCRIZIONE PIU’ LUNGA
La riforma della giustizia si è materializzata a palazzo Chigi 48 ore fa.
A sbirciarci dentro, già alcuni titoli, come la riforma delle intercettazioni e quella del Csm, sono più foriere di scontro che di incontro.
Tant’è che i magistrati già sono in pre-allarme e oggi, in una riunione dell’Anm, butteranno giù il loro programma alternativo delle emergenze.
Così, sul tavolo, ci saranno le loro «linee guida» accanto alle «linee guida» del governo. Intendiamoci, nel piano sulla giustizia di Renzi e Orlando ci sono interventi che piacciono alle toghe, basti pensare all’allungamento della prescrizione, ai nuovi reati economici come il falso in bilancio in chiave anti-Berlusconi, e l’auto-riciclaggio.
Ma su quei due capitoli –la responsabilità civile dei giudici e soprattutto la responsabilità disciplinare, nonchè sulle intercettazioni – già s’avverte un diffuso malpancismo.
D’altra parte, come vedremo, il tempo per discutere c’è, un tempo «ampio e congruo», come lo definiscono a palazzo Chigi, visto che per la riforma della giustizia di Andrea Orlando il premier Matteo Renzi ha deciso di seguire la stessa via utilizzata per quella sulla pubblica amministrazione di Marianna Madia.
Prima le «linee guida» e la discussione sulle medesime. Poi le misure, decreti o disegni di legge che siano.
Per la giustizia, nell’entourage stretto del Guardasigilli, si ipotizza che gli interventi legislativi, i singoli articolati, possano anche arrivare subito dopo le ferie, che quest’anno saranno assai brevi.
Del resto, la ressa dei decreti in Parlamento è tale che i tempi di discussione sarebbero ugualmente lunghi
I PROCESSI TROPPO LUNGHI
Non può che stare al primo posto, ovviamente, il dato innegabile della giustizia italiana. La coda infinita di 9 milioni di processi pendenti tra penali e civili.
Se non si parte da qui, ha sempre detto Orlando, non ci si raccapezza più.
Per questo sono necessarie cinque mosse.
La prima: uno snellimento sia nel penale che nel civile, con interventi sui codici di procedura penale e di procedura civile. Le commissioni Canzio e Berruti hanno lavorato o stanno lavorando.
La seconda: potenziamento della magistratura ordinaria e onoraria.
La terza: una sterzata ai tempi del Csm.
La quarta: punizioni e responsabilità .
La quinta: garanzia effettiva che i processi non cadano nel vuoto con la prescrizione, come avviene adesso.
LA RESPONSABILITA’ CIVILE
A seguire, non si può che anticipare il capitolo più discusso, quello della responsabilità civile dei magistrati.
Il governo esclude quella diretta, la versione del leghista Pini per intenderci, pur approvata alla Camera. Annuncia un intervento che limita fortemente l’attuale filtro e rimodula la rivalsa dello Stato sulla toga fissandola al 50% invece di un terzo.
Se ne discuterà , ma non è affatto detto che, alla fine, Orlando intervenga direttamente, perchè potrebbe mandare avanti il ddl in discussione al Senato.
D’un colpo però, tra responsabilità civile e disciplinare, la vita dei magistrati cambierebbe.
LA STRETTA SULLE INTERCETTAZIONI
Qui siano su un crinale sottilissimo. Su cui le toghe sono guardinghe. Nessuno ha dimenticato il braccio di ferro con Berlusconi che, se fosse andato in porto, avrebbe comportato il bavaglio per i giornalisti e le unghie decisamente limate per i pm. Orlando è cauto.
Gli annunci sono due: vietare che le telefonate finiscano subito nelle ordinanze di custodia cautelare, dove le intercettazioni verrebbero riassunte. Una misura che piace al Garante della privacy Antonello Soro.
Poi l’altro divieto, non dare le copie alle parti prima dell’udienza stralcio. Gli avvocati potrebbero solo ascoltare le registrazioni. Le toghe però sono già dubbiose, soprattutto per processi con tantissimi imputati.
LA MANOVRA PENALE
Tre capisaldi, intervento sulla prescrizione, con l’idea di fermarla al primo grado. Mannaia sulle impugnazioni, che verrebbero drasticamente ridotte. Archiviazione per tutti i processi di lieve entità . Si discute anche sui tempi di iscrizione dei reati, con l’idea di renderli contestabili per le parti. Ma anche qui si rischia un fuoco di sbarramento delle toghe.
…E QUELLA CIVILE
Al responsabile del Massimario della Cassazione Giuseppe Maria Berruti è stato affidato di recente il ruolo di presidente della commissione che deve riscrivere il codice di procedura civile.
Piatto ricchissimo, dalle misure per ridurre l’arretrato, alla progressiva «degiurisdizionalizzazione», come la chiamano i tecnici, che si risolverà nel sempre minor ricorso al giudice a tutto vantaggio della negoziazione assistita e al giudizio di fronte a un arbitro.
Entrano a pieno titolo gli affidavit, la fase esecutiva del processo vedrà penalizzato il debitore che cerca di perdere tempo.
Nasce il tribunale della famiglia e della persona e si assesta quello delle imprese. In Cassazione si snellisce il processo civile.
NUOVI REATI ECONOMICI E MAFIOSI
Annunciati da tempo, e da tempo già portati da Orlando a palazzo Chigi, ecco il nuovo falso in bilancio (punito fino a 5 anni), ancora con un ultimo tira e molla sulla procedibilità a querela o d’ufficio (ma si propende per la seconda via), l’auto-riciclaggio (fino a 6), le maggiori pene per il 416-bis (fino a 15).
Ma anche misure d’esecuzione della pena più stringenti per i boss, nuove regole sul sequestro e la confisca dei beni. È la parte della riforma della giustizia su cui, di certo, le polemiche saranno minori, se non addirittura inesistenti.
IL CSM
È il capitolo che preoccupa molto i magistrati. Le «linee guida» non entrano nel dettaglio, ma già i principi creano allarme, soprattutto per i tempi.
Tra il 6 e il 7 luglio i togati votano per il nuovo Consiglio e una mossa del governo che svuoti e metta sotto tutela l’autogoverno dei giudici non può che preoccupare.
È certo che Orlando intende cambiare proprio il sistema di voto, introducendo un meccanismo di panachage (è possibile il voto disgiunto) che sconvolge gli equilibri delle correnti.
È altrettanto certo che il Guardasigilli mal vede i tempi lunghi delle decisioni di palazzo dei Marescialli e intende renderle più stringenti. Ma è soprattutto il capitolo della giustizia disciplinare a essere rivoluzionata.
Innanzitutto una sezione autonoma del Csm tratterà i “processi” delle toghe.
E poi, in seconda istanza, in luogo del ricorso in Cassazione, i magistrati condannati potranno rivolgersi alla famosa Alta corte, tante volte sollecitata da Luciano Violante. Si tratterebbe di una Corte mista, che avrebbe competenza per tutte le magistrature. Ma come sarà composta? Con che percentuali? Anche qui toghe in fibrillazione.
Liana Milella
(da “La Repubblica“)
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Giugno 26th, 2014 Riccardo Fucile
LA PRIMA MOSSA POLITICA DEL MOVIMENTO COINCIDE CON LA COMPARSA DI DIVERSE FAZIONI…LA DIVISIONE E’ TRA GLI INTEGRALISTI, CRITICHE A DI MAIO… E IN EUROPA DIVERSI ELETTI VOGLIONE ENTRARE NEL GRUPPO DEI VERDI
La prima reazione del fondatore del Movimento cinque stelle, stavolta, è stata di ostentata
soddisfazione.
Ha chiamato Di Maio e Toninelli per dirsi «molto contento» per com’è andato l’incontro con Renzi. Più tardi il blog, attaccando come al solito un giornalista (in questo caso del Corriere), ha tenuto molto a puntualizzare questo: «Renzi si è detto interessato a trovare un punto d’incontro con il Movimento 5 Stelle, e non ha bocciato il Democratellum».
Insomma: se in tante altre occasioni la prima preoccupazione, da un punto di vista mediatico, era sottolineare le divergenze (abissali) col Pd, oggi la prima preoccupazione è mettere l’accento su una possibilità – non scontata, certo, ma una possibilità – di trovare una mediazione con Renzi.
I commenti sul blog sono singolarmente miti.
E «contento» è l’aggettivo che “dà la linea” al grosso delle dichiarazioni “ufficiali”. Toninelli, l’autore principale della stesura della proposta di legge del M5s, si dice «contento della possibilità di un secondo incontro», perchè «il paese ha bisogno di una buona legge elettorale. Con noi entro cento giorni».
Luigi Di Maio – il vicepresidente della Camera in rampante ascesa nel Movimento – scrive su Facebook: «dopo l’incontro con Renzi sono contento che il Democratellum (votato da centinaia di migliaia di cittadini) sia un punto di partenza».
Dal che si deduce che l’incontro per loro è andato ufficialmente bene; anche se, in realtà , Di Maio fa una torsione, a posteriori: dallo streaming è apparso chiaro che il punto di partenza, nella visione del loro interlocutore Renzi, non è il Democratellum, è semmai un doppio turno a cui il Pd non intende rinunciare; ma è vero che c’è una «partenza» di qualcosa, perchè Renzi, sulle preferenze, effettivamente apre una possibilità .
E Di Maio apre, eccome, non solo sulle preferenze; si spinge a dire «non siamo contro i doppi turni».
Questi piccoli slittamenti lasciano capire anche qual è il timore nel M5S: se andasse avanti un dialogo, e se Renzi aprisse davvero sul singolo punto delle preferenze, a quel punto resterebbe in mano al M5S il cerino di dire un eventuale no.
Esiste però, anche, la possibilità opposta (stretta, ma c’è): di un accordo vero.
In cui il M5S offre qualcosa (i collegi piccoli?), non solo chiede (le preferenze). Dipenderà dalla volontà reale dei due contraenti – e dall’abilità e le circostanze – ma questo ci conduce al lato “meno ufficiale” del racconto.
Alcuni nel Movimento, che molto sanno, raccontano questi fatti: nel M5S c’è un malumore molto forte (si stanno creando delle fazioni, un po’ come le vecchie correnti di partito) per come questo incontro è stato calato dall’alto.
Qualcuno dice «è stato un bel match, ma non è detto che un bel match vada in porto». Ed è stata già avanzata formalmente la richiesta – proveniente da tanti parlamentari – che sull’eventuale proposta di Renzi, almeno stavolta, possa esserci un voto on line. Ed è probabile che ci sarà , altrimenti Grillo e Casaleggio metterebbero ancora di più in tensione un Movimento diviso assai, in questa fase (per dire: su un altro tavolo, quello europeo, alcuni europarlamentari M5S – se è vero ciò che sostiene Ulrike Lunacek, presidente del gruppo Ue dei verdi – avrebbero chiesto di entrare nei verdi). Ottenere qualche risultato con Renzi li ricompatterebbe; un nulla di fatto li esporrebbe invece a dinamiche più “balcaniche”.
La divisione, attenzione, non è più quella tra integralisti e dissidenti. No, riguarda gli stessi integralisti. Alcuni di loro chiedono: «Ora si deve votare on line».
E a complicare ulteriormente le cose c’è un particolare su cui si dovrà tornare: parallelo all’ascesa di Di Maio, cresce il numero di quelli che, eufemismo, lo criticano.
Vedremo cosa ne uscirà .
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa“)
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Giugno 26th, 2014 Riccardo Fucile
L’ARCHITRAVE RESTA IL PATTO DEL NAZARENO
“Avete preso 5 comuni su 8000, un buon risultato”. “La Moretti ha avuto 230mila preferenze alle europee. Quanti voti ha preso il primo di M5S? 30mila?”. E “lei, presidente Di Maio quanto ha preso alle primarie? 182 voti? Noi con 182 preferenze non riusciamo a metterlo in consiglio comunale un candidato”.
Matteo Renzi si presenta a sorpresa all’incontro con la delegazione dei Cinque Stelle, e di battuta in battuta, chiarisce bene chi comanda (lui ovviamente), fa qualche apertura reale, si conquista con lo streaming un palcoscenico che certifica la sua (molto condizionata) disponibilità , detta le sue regole, alle quali chiunque, se vuole, può sedersi al tavolo delle riforme.
La definizione che dà del sistema elettorale proposto dagli avversari, d’altronde, la dice lunga: “Complicatellum” o “Grande Fratellum”.
Montecitorio, ore 14 e 30.
Da una parte c’è il segretario-premier, accompagnato da Alessandra Moretti, eurodeputata, Roberto Speranza, capogruppo a Montecitorio e Deborah Serracchiani, vice segretaria Pd.
Ci si chiede perchè abbia portato la Moretti. “Per fare la battuta sulle preferenze”, commentano gli uomini vicini al premier.
Peraltro nessuno proferisce parola, Renzi apre l’incontro, spiega la sua posizione, conduce e chiude. Come al solito.
Dall’altra parte ci sono Danilo Toninelli, il padre della legge elettorale proporzionale dei Cinque Stelle, il “Democratellum”, Luigi Di Maio, vicecapo-gruppo alla Camera, Giuseppe Brescia e Maurizio Buccarella. Grillo non va.
L’M5S arriva con tutte le intenzioni di dialogare. Il premier confuta, punto per punto, la loro proposta . “Manca la governabilità ”, “non si sa chi vince la sera delle elezioni”, “le preferenze negative favoriscono il voto di scambio”, “porta alle larghe intese”.
I Cinque Stelle, però, sono intenzionati ad uscire dall’angolo. Tutt’altro clima rispetto allo streaming di Renzi con Grillo durante le consultazioni, con il leader M5S evidentemente niente affatto interessato al risultato, ma molto a rubargli la scena mediatica.
Stavolta Di Maio, il vero mediatore, suggerisce un nuovo incontro tra 3-4 giorni. “Vi proporrei di arrivarci con le idee chiare”, chiarisce subito Renzi. Per i maligni vuol dire anche: sentite Beppe Grillo e siate certi di avere un mandato.
Poi pone la sua condizione principale: “Potete prendere in considerazione l’ipotesi di un elemento di ballottaggio che consente di dare la vittoria certa?”.
Cita non a caso la vittoria grillina ai ballottaggi di Parma e Livorno. In cambio, è anche disposto a aprire sulle preferenze. Che le liste bloccate non gli piacciono, che in assoluto preferirebbe i collegi uninominali non è un mistero.
E se su questo Grillo & co. gli possono dare una mano per arginare Forza Italia è tanto di guadagnato.
La fine del match è tutta una lista della spesa, con i famosi paletti irrinunciabili, secondo il più classico metodo renziano (oltre alla governabilità e al ballottaggio, alleanze chiare, collegi più piccoli).
E la domanda: “Siete disponibili a ragionare di riforme costituzionali?”. Apre Di Maio: “Noi non siamo nè contro i doppi turni nè contro i premi”.
Ma poi: “Riaprite il termine per la presentazione degli emendamenti in Senato e noi siamo disponibili a sederci al tavolo delle riforme”. Rapido il premier: “Li avete già presentati”.
Quando Di Maio tira fuori gli impresentabili nelle liste Pd, Renzi si innervosisce. Un po’. Ma se ne vuole solo andare “a lavorare”, come va ribadendo.
Chiude: “Noi metteremo i nostri punti online venerdì”. Poi, casomai, si riparla. E ora, “devo andare a un incontro internazionale”.
Il post-partita è ancor più interessante della partita.
Perchè ognuno la racconta a suo modo.
Grillo scrive sul blog per esprimere soddisfazione. “Renzi non ha bocciato il Democratellum”. E Di Maio in un tweet: “Sono contento che il Democratellum sia un punto di partenza”.
Difficile vederla così, con Renzi che chiarisce che il punto di partenza resta l’Italicum. Tranchant il segretario della Toscana, Parrini: “Per il M5S non deve essere stato bello trovarsi nelle condizioni di non dettare condizioni”.
Berlusconi si agita, e a pranzo vede Romani e Verdini. Il primo si affretta a far sapere che “l’accordo resta sull’Italicum e siamo pronti ad approvarlo al Senato nei tempi previsti”.
Effetti collaterali previsti: il premier sta fermo sulle sue posizioni, gli altri si affannano a dire che sono con lui.
Perchè con l’apertura dei Cinque Stelle può giocare su più fronti. Matteo è soddisfatto, registra il cambio di clima (“Basterebbe soltanto ripensare al primo streaming un anno fa”).
Rispetto a quello con Bersani, a quello con Letta o al suo, complice il 40,8%, è tutto cambiato.
Però, Di Maio afferma che chi vince le elezioni non deve automaticamente governare? “La dice lunga sulla loro idea di cambiare il paese”.
L’architrave resta il patto del Nazareno. Se M5S vuole collaborare, meglio. Se alcuni grillini vogliono entrare in maggioranza, perfetto.
Anche perchè c’è la Cassazione su Ruby che incombe e nessuno può prevedere la reazione di Berlusconi.
Wanda Marra
(da “il Fatto Quotidiano”)
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