Dicembre 7th, 2014 Riccardo Fucile
IL PRIMO CITTADINO GARANTISCE DI AVER REGISTRATO I CONTRIBUTI, MA IL CAMPIDOGLIO NON HA LE CARTE… LUI DICEVA DI NON CONOSCERLI, MA GLI HA VERSATO UNO STIPENDIO
Quando l’inchiesta “mafia capitale” ha scoperchiato gli affari di una cupola che controllava un bel
pezzo di Campidoglio, il sindaco Ignazio Marino s’è affrettato a precisare con estrema sicurezza: “Mai parlato con Salvatore Buzzi”, il padrone di “29 Giugno”, la coop che spadroneggia a Roma, il braccio destro (e rosso) di Massimo Carminati, il nero.
Ecco che vengono diffuse le fotografie di Marino proprio con Buzzi.
Capita, la spiegazione. E poi viene ripescata un’intervista dell’ex chirurgo, allora candidato, che promette di versare il primo stipendio del Campidoglio a “29 Giugno”. Capita, ancora la stessa spiegazione.
Ora sappiamo che la “Eriches”, una società del giro di appalti di Buzzi, ha finanziato la campagna di Marino con un bonifico di 20.000 euro, datato 25 maggio 2013 e passato fra le mani di Maurizio Basile, il mandatario elettorale del “Comitato Marino”, un sindaco piemontese.
E poi ci sono 10.000 euro destinati a Luca Giansanti, che era in corsa per l’ennesimo mandato in Campidoglio per la lista civica a supporto di Marino.
Ci è riuscito. Giansanti è il responsabile commerciale (in aspettativa non retribuita) del Consorzio Nazionale Servizi, la cooperative bolognese.
Buzzi è un componente del consiglio di sorveglia di Cns. Stavolta, la spiegazione del Campidoglio non è così perentoria.
Non smentiscono di aver percepito una donazione da Buzzi, riscontrata in una tabella del Ros dei Carabinieri e non ammessa preventivamente dal sindaco, che sin dall’inizio ha marcato la distanza dal sistema Buzzi, liquidato come eredità di passate amministrazioni.
Il contributo non compare nelle dichiarazioni congiunte depositate alla Camera dei deputati, per adesso è disponibile soltanto il documento col marchio del Ros.
Il Fatto Quotidiano ha chiesto al Campidoglio di rendere pubblica la ricevuta del pagamento per certificarne la regolarità .
Dopo aver replicato con un foglietto che attesta le spese sostenute (361.000 euro in totale), i collaboratori di Marino hanno ribadito di aver informato dei 30.000 euro l’ufficio elettorale del Campidoglio, la Corte d’Appello e la Corte dei Conti.
Per il momento, in questi giorni festivi e il tesoriere in viaggio, il Campidoglio non è in grado di esibire nulla.
Ieri sera, Marino era in giro per Roma per la notte dei musei. E ha ripreso il tema Buzzi, si è ricordato dei 30.000 euro: “Io non ero consapevole, più di un anno e mezzo fa, se Buzzi fosse un criminale, perchè non sono un investigatore. Nella mia vita mi sono sempre molto occupato delle condizioni di vita nelle carceri e credo nel carcere come momento di rieducazione e non solo come punizione. Quando io sono entrato nella sede di quella cooperativa sociale per la rieducazione dei detenuti, lì non c’era Totà³ Riina o persone attenzionate pubblicamente da indagini della magistratura. Durante la mia campagna elettorale abbiamo raccolto delle donazioni in maniera trasparente, che sono tutte documentate e registrate nei documenti della Corte dei Conti”.
Quanto fosse intatto il potere di Buzzi l’ha dimostrato la gragnola di avvisi di garanzia e di arresti che si è abbattuta sul Campidoglio.
Marino, però, è convinto di poter garantire il “nuovo corso”. Ha nominato il presidente dell’assemblea capitolino per riempire lo scranno liberato da Mirko Coratti, il dem indagato per corruzione aggravata e illecito finanziamento e ha tentato di puntellare la maggioranza con i Cinque Stelle.
Il Movimento ha negato qualsiasi collaborazione, e ieri i fondatori Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio hanno suggerito a Marino di presentare le dimissioni: “Faccia un passo indietro”.
Suggerimento respinto: “Voi fuggite”.
Il commissario democratico Matteo Orfini ha escluso l’utilità , invece, di un commissario per il Campidoglio: il partito va corretto, il Comune no. Ma Rosy Bindi, che presiede la Commissione Antimafia, insiste e propone: “Lo scioglimento è sempre un atto grave, figuriamoci quello della capitale. Inviterei a non avere un atteggiamento sbrigativo. Al tempo stesso ci sono le condizioni per avviare tale procedimento. La legge prevede in questi casi una commissione di accesso, io credo che lo stesso sindaco di Roma dovrebbe chiedere di essere affiancato da un commissario affinchè si possano trovare gli invisibili”.
In attesa del commissario del commissario, Marino visita le meraviglie di Roma. Senza la Panda.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 7th, 2014 Riccardo Fucile
PROBLEMA CAPITALE: DA SEI ANNI LA VECCHIA CLASSE DIRIGENTE E’ STATA MESSA DA PARTE A VANTAGGIO DI CORRENTI, BANDE E GRUPPI D’INTERESSE
Il male inizia a manifestarsi nella sua forma più acuta e prende il nome di Porcellum.
Quella legge elettorale riduce la passione politica a un sordo e inutile brusìo, un semplice rumore di fondo, trasforma il partito in un bel comitatone elettorale, le correnti in bande, gruppi d’interessi con vita parallela e autonoma.
A Roma il Porcellum sfregia il Partito democratico al punto che l’unione tra sinistra e popolari si converte in una lotta armata a suon di voti”.
Serve un Caronte per inoltrarsi nelle pancia cavernosa del Pd di Roma che pure ha nobili tradizioni e genitori illustri.
E noi lo troviamo in un dirigente di lungo corso, un osservatore non distratto che ha vissuto la stagione dei fasti fino a quella — attuale — dell’umiliazione.
“Dal 2008 le cose sono andate sempre più peggiorando. Walter Veltroni lascia Roma, viene bocciata la scelta di ripescare Rutelli nel confronto con Alemanno a sindaco e la classe dirigente del Pd, quella che ha dato lustro alla Capitale, è messa da parte.
Le seconde file si fanno avanti: qua ci siamo noi adesso.
Certo, esistono i dalemiani ma sono rappresentati da Umberto Marroni, figlio di Angiolo, dal carattere spiccatamente consociativo e una curva politica opaca.
Poi c’è Claudio Mancini, nome che illustrerò nel dettaglio più avanti.
Più vitale ma ancora un giovanotto è Matteo Orfini.
I veltroniani si sparpagliano perchè Walter non ha mai saputo tenere una corrente, qualcuno continua a far le veci (penso alla Melandri, a Leoni e Morassut).
A nome di Rutelli c’è Riccardo Milana, ex dc, ex lista Dini, con lui Giachetti e Gentiloni.
Invece si piazza al centro del partito EnricoGasbarra che traghetta i popolari in città .
È l’uomo dal navigatore incorporato: avvista il potente sempre prima di una curva pericolosa. Allievo di Sbardella, quando lo Squalo è forte, poi di Rutelli, quando Francesco è il re, di Prodi al tempo dell’Ulivo, di Bersani e infine di Renzi.
Politicamente spento, ma con una agenda invidiabilissima.
Il suo sodale è Fioroni, che nel Lazio ha una notevole piattaforma di lancio e di controllo. Alle pendici di Gasbarra navigano in un terreno notevolmente paludoso parecchi esponenti che in seguito ritroveremo.
Ma di uno si può dir subito: Mirko Coratti, l’ormai ex presidente del consiglio comunale.
Il tempo passa e il Porcellum consegna tutti all’obbligo di macinare voti. Tessere e voti.
È una condizione di sudditanza al vizio capitale della politica : avere clienti non militanti.
Ma i voti costano e al tempo dello scandalo Fiorito, ricorderà , fu fatto osservare che tutti i consiglieri regionali avevano fatto incetta.
E i nostri avevano intascato 100mila euro sotto forma di rimborsi.
Ricordo che Nicola Zingaretti, figlioccio di Goffredo Bettini la cui mano dentro il partito si sente quando c’è, perchè lui — malgrado i difetti e diciamo così le simpatie con alcuni ceti affluenti — ha sempre avuto una visione della città .
Zingaretti è uomo suo, ma Bettini più avanti allenterà la presa o forse la perderà . Sta di fatto che Nicola, quando si candida, chiede che i consiglieri invischiati nei rimborsi non si ricandidino. Segretario regionale è Gasbarra. E che fa?
Li toglie dalla Pisana e li mette in Parlamento.
Bruno Astorre, commercialista di Frascati diviene senatore. Anche Carlo Lucherini, da Monterotondo, è senatore.
E a palazzo Madama vengono riversati i luogotenenti di Latina (Claudio Moscardelli) e di Frosinone (Francesco Scalia).
La decadenza dei costumi è tale che nel tempo ai vertici del Pd ritroviamo volti che hanno fatto la storia del generone romano.
Marco Di Stefano era un fanciullo al guinzaglio di Gerace, meglio noto come Luparetta, e di Baccini. Dal Ccd all’Udc, capogruppo perfino.
I suoi diecimila voti, trasferiti al Pd, gli consentirono di fare l’assessore regionale con Marrazzo e dopo, nel modo storto che avete visto, lo hanno condotto a Montecitorio.
Anche Matteo Orfini, al quale auguro di fare un ottimo lavoro, ricorderà di aver ottenuto alle primarie per la candidatura in Parlamento l’appoggio di uno dei consiglieri regionali ripudiati da Gasbarra, cioè Claudio Mancini. Che non si è ricandidato, ha offerto il suo pacchetto a sostegno di Orfini ma in cambio ha preteso che Matteo sostenesse la candidatura di sua moglie, Fabrizia Giuliani, alla Camera.
Appoggio dato, candidatura perfetta. Oggi Fabrizia è onorevole.
Il Porcellum ci ha mangiato l’anima e così ai nepotismi (Umberto deputato figlio di Angiolo Marroni, Claudio Mancini, già vicesegretario regionale e sua moglie Fabrizia, deputata, Micaela Campana, deputata, e il marito Daniele Ozzimo, coinvolto nello scandalo ed ex assessore comunale) si è aggiunto un tocco di colore finale che mi fa piangere.
Il vertice del Pd attuale era formato da nostri ex nemici. Coratti era di Forza Italia, poi dell’Udeur. Anche Zambelli è un ex di Forza Italia, Di Stefano dall’Udc e Baldi da An. Poi uno dice che perde la fede”.
Antonello Caporale
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 7th, 2014 Riccardo Fucile
MAFIA CAPITALE: ALCUNI COSTRUTTORI ORGANICI ALLA BANDA, ALTRI “AMICI”
Nella città degli oltre 200 mila appartamenti sfitti e, insieme, dell’emergenza abitativa, dove i
valori immobiliari sono raddoppiati in pochi anni, gli affari si fanno sempre con lo stesso materiale: il mattone.
Un pezzo fondamentale dell’oro di Roma sul quale mafia capitale era riuscita a mettere le mani agganciando imprenditori, blandendo costruttori, accaparrandosi i loro favori per provare a «costruire qualcosa di importante ».
Le oltre 4.000 carte dell’inchiesta raccontano che nel “mondo di mezzo” i boss facevano affari coi palazzinari, alcuni dei quali (come gli arrestati Cristiano Guarnera e Agostino Gaglianone) organici alla banda, altri (come Daniele Pulcini, accusato in un’altra inchiesta di aver allungato una tangente al deputato Pd Marco Di Stefano) definiti «amici» e altri ancora (come Erasmo Cinque, vicino agli ex An e in particolare ad Altero Matteoli) utilizzati come “ascensori sociali”, per arrivare ancora più in alto.
D’altra parte, «gli affari so’ affari» per tutti, come diceva intercettato il ras delle cooperative, Salvatore Buzzi.
Il legame, poi, accontenta gli uni e gli altri, e così quel permesso di costruzione tanto atteso, grazie all’intervento di Carminati, arriva in soli tre giorni.
L’episodio è raccontato nell’informativa dei carabinieri del Ros e riguarda la costruzione di tre palazzi di sette piani per 90 appartamenti a due passi dal parco di Villa Pamphili, nel quartiere Monteverde. Guarnera (quello che si definisce «intoccabile» grazie all’amicizia col “Guercio”) chiede aiuto e Carminati dispone: «Lui è stato in grado di una cosa che io in due anni non sono riuscito a fare: lui in tre giorni è riuscito a sbloccarla», sottolinea l’imprenditore.
Con Pulcini, invece, il rapporto è diverso.
«L’amico mio», lo definisce l’ex Nar nelle carte. Non è dato sapere di affari tra i due, ma è grazie al suo esempio che Carminati spiega cosa bisogna fare coi palazzi: «Daniele Pulcini sta vendendo a prezzo di mutuo pure sotto, pur di levarsi dai coglioni tutto quanto. Addirittura ha fatto fallì due società , due società le ha fatte proprio schioppà ».
Per il “Nero” la soluzione, però, è un’altra: affittare alla pubblica amministrazione per l’emergenza abitativa. «Questi so’ gli unici che c’hanno la possibilità . Io ti dico che nessuno li caccerà mai questi qua, perchè l’emergenza abitativa, adesso verrà un sindaco di sinistra figurati se li caccia. Un sindaco di sinistra non si può permettere de manda’ via i sfrattati o quelli che non c’hanno casa, capito?».
Erasmo Cinque, invece, viene sollecitato proprio da Carminati a spendersi per agevolare un incontro tra Luca Gramazio (oggi consigliere regionale di Fi), l’ex manager Enav Fabrizio Testa e il costruttore e consigliere comunale Alfio Marchini. Lo scopo lo spiega Gramazio: «Costruire qualcosa di importante davvero».
«Non se ne fece nulla», dice oggi Marchini, già sfidante di Marino alle Comunali 2013.
Infine, di costruttori parla a tutto campo (e a ruota libera) Buzzi intercettato nel marzo di quest’anno insinuando che «Marronaro (un costruttore, ndr) ha regalato due appartamenti a Pedetti e Nalli (consiglieri comunali del Pd, ndr). E Parnasi (un altro immobiliarista, ndr)? Quanti gliene ha regalati Parnasi? E perchè, Caltagirone che non lo tocca nessuno? Nè la destra nè la sinistra. Non ho capito, aoh».
Mauro Favale
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 7th, 2014 Riccardo Fucile
LE INDICAZIONI SU “COME COMPORTARSI” DEL PATRON DELLE COOPERATIVE AL CALABRESE CAMPENNàŒ… L’INCHIESTA PRENDE LA STRADA DELLA ‘NDRANGHETA
Salvatore Buzzi, il patron delle cooperative sociali, l’uomo chiave del “sistema” di affari nato attorno alla gestione delle emergenze sociali, che era riuscito a trasformare le disgrazie in un business pagando politici di destra e di sinistra, aveva un amico del cuore.
Giovanni Campennì, calabrese di Vibo Valentia, imprenditore e pure lui attaccato alla florida mammella della Lupa.
Un vero amico, che quando arrestano Riccardo Mancini, il big-boss di Eur spa per una mazzetta da 500 mila euro, interviene come sa e può.
I vertici di Mafia Capitale sono allarmati, Mancini è un debole, in uno stato di “totale subordinazione” nei confronti dell’allora sindaco Gianni Alemanno, può crollare e dire tutto.
Allora è il momento degli amici. Mancini è in galera, ristretto in una cella.
“Ma se sta a comportà bene, però te da quando l’hanno arrestato un po’ di paura ce l’hai”, commenta soddisfatto Salvatore Buzzi parlando col suo amico Campennì. “Tranquillo — gli risponde l’imprenditore calabrese — là dentro gli ho fatto trovare un po’ di amici e di calore”.
Mafia vera, quella romana, che sa come affrontare la galera.
Campennì l’ha sfiorata più di una volta, nel 1966 per una tentata estorsione, dieci anni dopo per lo stesso reato.
Suo fratello Francesco, invece, in carcere ci è finito davvero.
La storia è quella di un grande traffico di cocaina dal Sudamerica alla Calabria passando per Milano, un business milionario gestito da due potentissime cosche della ‘ndrangheta, quella dei Mancuso di Limbadi e dei Pesce di Rosarno.
A Francesco Campennì era stato affidato il compito di occuparsi della piazza lombarda. “Operazione decollo”, è questo il nome del blitz che portò alla scoperta della rete di narcotrafficanti e che forse bisogna stamparsi nella testa per leggere gli sviluppi futuri di questa inchiesta romana.
A Giovanni Campennì, Buzzi illustra la filosofia di Massimo Carminati: “Meno sai, meno ti dico, meno sai e più stai tranquillo”.
È la legge dell’omertà che Campennì ha annusato negli anni della sua vita calabrese. “Quello che ti dice quando si era in Calabria che ti dicevo io… se avete conosciuto me, domani esco pazzo?”.
Campennì di mestiere fa l’imprenditore, si occupa di pulizie, giardini, possiede mezzi e prende appalti pubblici .
Ha qualche amico politico al Comune. Ne parla con Buzzi che gli fa delle rivelazioni. “Lo sai a Luca quanto gli dò? Cinquemila euro al mese… a Schima 1500.
A quello stronzo che tu conosci?”. “Quanto gli dai?”, chiede ansioso l’imprenditore calabrese. Buzzi non risponde, le elezioni comunali sono alle porte e gli interessa di più dare disposizioni per il voto.
“Al primo turno voteremo Marino col candidato nostro, perchè puoi pure imbroccare il sindaco, ma senza cavalli dentro vai poco lontano. Al ballottaggio voteremo Alemanno, ce conviene, per il rapporto che c’è. Aò, ma tu hai visto i telefoninini che c’ho, so tutti numeri suoi. Mi dice chiamami per qualsiasi problema. Ma io non l’ho mai chiamato, gli mando i messaggini”.
Campennì, estasiato, non si trattiene: “Sugnu i messaggini, Salvatore, lo stesso è”. Su Buzzi l’ufficiale pagatore, su Campennì e su tutti gli altri, primeggia la figura di Massimo Carminati, il guercio, il big boss.
L’ex terrorista nero dei Nar passato dalla camicia nera al blazer dell’affarista, ha distribuito i soldi di Finmeccanica ai politici, a tutti, si raccontano gli uomini del clan. Per questo Massimo “il fenomeno” li tiene “sotto botta”.
Campennì è affascinato: “Minchia gliene ha lavati di panni a questi”.
È la cloaca di fascismo, malaffare, mazzette e favori che è esplosa sulla politica romana.
Nella Capitale, è la filosofia che Buzzi trasmette al suo amico calabrese, “devi essere bravo perchè la cooperativa campa di politica. Finanzio giornali, faccio pubblicità , finanzio eventi, pago segreterie, cene, manifesti. Lunedì (siamo sempre alla vigilia delle elezioni comunali, ndr) ho una cena da 20mila euro. Noi spendiamo un sacco di soldi sul Comune”.
Paghi e ti sarà dato. Ma c’è una frase detta da Buzzi a Campennì ancora tutta da approfondire.
Il boss delle coop racconta di quando Carminati dovette rientrare da Londra perchè doveva essere arrestato per “una storia di bische clandestine”.
“Lui non c’entra, però il problema suo è che tutti quelli che c’entrano sono tutti amici suoi. È lo stesso problema che c’ha in Calabria”.
Enrico Fierro
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 7th, 2014 Riccardo Fucile
UN TEMPO A OGNI SCANDALO SEGUIVA ALMENO UNA LEGGE CHE DAVA UNA PARVENZA DI INVERSIONE DI ROTTA…SIAMO IL PAESE PIU’ CORROTTO D’EUROPA, MA RENZI HA FERMATO ANCHE LE RIFORME SU FALSO IN BILANCIO E PRESCRIZIONE…JACK LO SQUARTATORE E’ GIA’ TRA NOI
Un tempo, quando almeno fingevamo di essere un paese normale, a ogni scandalo seguiva una
legge per dare almeno la parvenza di un’inversione di rotta.
Nel 1974, dopo il caso petroli, il Parlamento approvò la norma sui fondi pubblici e privati ai partiti, con il reato di finanziamento illecito per chi sgarrava.
Nel 1993, in piena Tangentopoli, fu abolita l’autorizzazione a procedere per le indagini (la cosiddetta immunità parlamentare) e innalzata ai due terzi la maggioranza necessaria per amnistie e indulti.
Poi, per vent’anni, gli scandali produssero annunci di giri di vite, regolarmente seguiti da colpi di spugna.
Ora sono spariti anche gli annunci: non solo non si fa nulla per prevenire e reprimere più efficacemente o meno inefficacemente la corruzione, ma non si parla più neppure di farlo.
L’altra sera, mentre affettava orrore per lo scandalo di Mafia Capitale (“manca solo Jack lo Squartatore”), Renzi ha teorizzato che “non c’è bisogno di nuove leggi, basta applicare quelle che ci sono”, prima di partire con la supercazzola sulle virtù taumaturgiche di Cantone e del commissario Orfini, e con l’autobeatificazione per l’eroico “commissariamento del Mose nel silenzio dei giornali” (bella forza: quelli del Mose sono tutti dentro).
Strano, perchè nella riforma epocale della giustizia annunciata a fine agosto c’era scritto anticorruzione, falso in bilancio, prescrizione, e tante altre belle cose finite in disegni di legge perlopiù annunciati, cioè in lettera morta.
Si vede che era tutto uno scherzo. Poi, dopo la prescrizione in Cassazione del processo Eternit, Jack l’Annunciatore giurò: “Cambiamo subito la prescrizione”.
Ma, quando dice subito, vuol dire mai.
La legge anticorruzione era pronta a metà giugno: i deputati vi avevano lavorato un anno intero in commissione su un testo presentato da Grasso a inizio legislatura e poi abbondantemente emendato, e si accingevano a votarla in aula.
Ma Renzi incontrò B. e Verdini e, come per incanto, annunciò che ne avrebbe presentata una nuova di zecca, avviando così quella parlamentare sul binario morto. Poi naturalmente non presentò quella governativa.
Perciò — come si legge ogni giorno sulle gazzette di regime — “il patto del Nazareno tiene”.
In attesa del Patto della Magliana, destinato a tenere ancor meglio di quell’altro, anche perchè Massimo Carminati detto Er Guercio o l’Ottavo Re di Roma ha metodi davvero persuasivi, viene da domandarsi che cos’altro deve scoprire la magistratura perchè questo governo di inetti prenda un’iniziativa e perchè il presidente della Repubblica ci regali un monito dei suoi.
Ultimamente Re Giorgio si fa vivo solo per smentire le indiscrezioni che si rincorrono sulla data della sua abdicazione. Capriccioso e dispettoso com’è, continua a non dirci quando se ne va, ma ci fa continuamente sapere quando non se ne va.
L’idea di dedicare due parole alla fogna a cielo aperto di questa classe politica asservita a ghenghe di mafiosi, terroristi, assassini, rapinatori, trafficanti di droga e di armi, o all’ultima classifica di Transparency che premia l’Italia con la medaglia d’oro in Europa e in Occidente per la corruzione, non sfiora neppure il capo dello Stato.
Che altro serve per invocare un decreto, i cui requisiti di necessità e urgenza sono evidenti in tutto il mondo fuorchè al Quirinale e a Palazzo Chigi, copiato da uno a caso dei sistemi occidentali di lotta al malaffare?
Che altro serve per raddoppiare le pene dei reati contro la Pubblica amministrazione, così da assicurare un bel po’ di galera a tutti colpevoli, e per radiare dal consorzio pubblico tutti i condannati per reati dolosi?
O per bloccare la prescrizione dopo il rinvio a giudizio, come in tutto il resto dell’Occidente?
O per importare dagli Usa il “test di integrità ”, con agenti provocatori autorizzati a offrire soldi ai politici e ai pubblici amministratori appena eletti e ad accompagnare in cella chi li accetta?
Forse attendono davvero Jack lo Squartatore, e non vedono che è fra noi da un pezzo.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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