Dicembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
IN CINQUE ANNI SONO AUMENTATE DEL 146% LE PERSONE MATURE IN CERCA DI RICOLLOCAZIONE
“Quando hai passato i 50 e ti trovi senza lavoro la carriera non conta. Il problema è portare un pasto in tavola e non finire a fare il barbone”. Maurizio, classe ’57, è alla fine del terzo anno di mobilità e di porte in faccia ne ha ricevute molte.
Roberto, invece, di anni ne ha 62, un passato da dipendente (prima in banca poi presso una casa di moda) oggi ha trovato la forza di ricominciare dall’assistenza domiciliare agli anziani.
Claudio a 47 anni è passato dalla catena di montaggio alla vendita porta a porta.
Elena, 59 anni, nella vita ha fatto di tutto. Oggi si arrangia come può con lavori di piccola sartoria, ma non si è ancora data per vinta e continua a cercare un’occupazione stabile che la accompagni alla pensione.
Nella, 60 anni, si è sempre saputa arrangiare e da quando ha chiuso la partita iva lavora a chiamata.
L’elenco dei racconti di vita vissuta potrebbe continuare a lungo. Sono sempre di più, infatti, le persone in età matura che si trovano nella condizione di doversi ricollocare una volta persa l’occupazione.
E, quando il lavoro arriva, bisogna accontentarsi, lasciando da parte ambizioni e aspirazioni di carriera. E anche la speranza di un riconoscimento della propria esperienza professionale da parte del nuovo datore di lavoro.
“Oggi a 45 o 50 anni, dopo 15 o 20 anni di lavoro capita sempre più spesso di dover cambiare. Non esiste più il lavoro per la vita”.
Una situazione che è sotto gli occhi di tutti, suffragata da storie personali e dati statistici. Rosario Rasizza, ad di Openjobs-Metis spiega come in questi anni è cambiato il mondo del lavoro interinale: “Le agenzie per il lavoro una volta erano considerate una soluzione ‘da sfigati’ o al limite da studenti al primo impiego — spiega Rasizza -. Oggi non è più così, c’è una rete di 2500 sportelli sul territorio, altamente qualificati, preparati a far fronte alle nuove sfide”.
Le agenzie per il lavoro sono una delle possibilità per ricollocarsi, uno strumento per tutti: “Oggi bisogna sempre tenere alta l’attenzione — continua Rasizza -, perchè uno quando lavora tende a non pensare alla possibilità di dover cambiare posto. Psicologicamente non è facile. E’ un’età in cui molti hanno mutuo e famiglia”.
Questo è vero tanto per i profili più elevati, dirigenti e quadri, quanto per quelli meno qualificati. “Oggi occorre abituarsi al cambiamento, bisogna essere pronti anche a fare tre passi indietro per farne cinque avanti. Perdere il lavoro ormai è una questione frequente, che può capitare a tutti e non deve diventare motivo di vergogna”
Agenzie per il lavoro? “Una volta erano considerate ‘da sfigati’ o da studenti al primo impiego. Oggi non è più così”
La seconda vita di Claudio e Roberto
Ed è proprio questo uno dei principali nodi da affrontare. Quello della vergogna. Con il bagaglio di sconforto e negatività da cui si viene travolti.
Claudio ha 47 anni, due figli di 14 e 17 e un matrimonio sfumato alle spalle. “Non posso dire che la vita mi abbia sorriso, ho passato momenti veramente difficili, in cui tutto mi stava crollando addosso. Nel giro di due anni ho perso prima il lavoro poi la famiglia”. Calabrese di nascita, Claudio ha sempre lavorato a Milano.
Una vita in azienda, da operaio a capo reparto, un lavoro solido e una certezza: lo stipendio a fine mese. Poi arriva la crisi e con la crisi la cassa integrazione, fino alla perdita del posto.
“Siamo stati tra i primi ad andare a gambe all’aria, lavoravo in una piccola azienda metalmeccanica, quando nel 2009 abbiamo chiuso eravamo rimasti una trentina, i più spendibili avevano già trovato un’alternativa. Io a 42 anni non sono stato capace, forse perchè non ci ho creduto, perchè ho sperato fino all’ultimo che la situazione si raddrizzasse”. Ma, al contrario, è peggiorata. E per Claudio è stato l’inizio di un periodo nero.
“L’ho vissuta come un insuccesso personale — racconta — per un anno non ho lavorato nemmeno un giorno. Mi sono svegliato quando la mia ex moglie mi ha lasciato”.
Oggi Claudio fa il venditore porta a porta e guadagna a provvigione. “Ho iniziato a vendere contratti per l’energia elettrica, poi sono passato agli apparecchi per la depurazione dell’acqua. Mi hanno fatto fare dei corsi e poi mi sono buttato nella mischia. I miei colleghi sono quasi tutti ragazzi giovani che hanno 25-30 anni e, anche se adesso ogni tanto arriva qualcuno più in là con gli anni, rimango uno dei più anziani. Non posso dire di essere realizzato, perchè non era questo che immaginavo per la mia vita, ma sono contento di avere un lavoro e di poter guardare in faccia i miei figli senza vergognarmi”.
Roberto ha lavorato per vent’anni come commerciante, aveva un negozio di scarpe, con due dipendenti.
Poi ha lavorato in banca e infine da uno stilista. “Nel maggio 2013 ho perso il lavoro e mi sono trovato in seria difficoltà ”.
Così a 62 anni ha dovuto rimboccarsi le maniche e ricominciare: “Quando il problema è il sostentamento le energie si trovano. Mi sono arrangiato e ho trovato qualcosa nel settore dell’assistenza agli anziani parzialmente autosufficienti. La crescita professionale alla mia età non è prioritaria, mi serviva qualcosa per vivere fino alla pensione, un lavoro per i prossimi 4 o 5 anni”.
Over 50 senza lavoro
L’ultimo rapporto del Censis ha rilevato come nel quinquennio 2008-2013 i disoccupati over cinquanta siano aumentati del 146,1%, con una netta prevalenza di uomini (+160,2%) rispetto alle donne (+111,1%).
Tra gli italiani ultracinquantenni che restano senza lavoro (460mila nel 2013), il 61,4% non trova una nuova occupazione entro l’anno, solo per il 38,6% la disoccupazione dura meno di 12 mesi.
La condizione di Claudio e Roberto sembra quanto mai diffusa.
“Il rischio di una progressiva precarizzazione di una parte delle classi più anziane, ma ancora in età lavorativa — si legge nel quarantottesimo rapporto del Censis -, sembra altrettanto verosimile di quello che ha già assunto caratteri strutturali per le classi più giovani, con tutte le conseguenze che questo potrà comportare”.
Nella, Roberta ed Elena: cosa significa “ricominciare”
Le statistiche dicono che il fenomeno è prettamente maschile, ma anche l’altra metà del cielo soffre di questo momento buio e tante donne si trovano nella condizione di dover ricominciare.
Perchè rimaste senza sostegno, perchè il marito ha fatto le valigie o, semplicemente perchè uno stipendio solo non basta più.
Nella ha 60 anni ed è disoccupata da due. “Ho lavorato a chiamata. Alla mia età è difficile adattarsi a fare altro, ma ci si prova. Sono lavori di uno o due giorni, se non di qualche ora. Mi arrangio a fare la cameriera, le pulizie, le promozioni nei supermercati. Speravo in questo periodo natalizio, l’anno scorso ho lavorato una ventina di giorni nel periodo festivo, ma quest’anno non ho avuto nessuna proposta. Spero che cambi presto qualcosa”.
Anche le donne, come gli uomini, perdono il posto di lavoro in età avanzata. E si trovano nella condizione di dovere ricominciare.
Roberta, 58 anni si è da poco separata: “Trovarsi single alla mia età non è facile. I miei figli sono grandi e sono lontani, così non ho nessuno che mi possa aiutare. Sono sempre stata a mio agio con i bambini, così mi sono messa a fare la babysitter a chiamata. Ho iniziato con il nipotino di una mia amica e da lì ho affisso qualche annuncio vicino agli asili, un po’ come fanno gli studenti che offrono ripetizioni. Al momento guadagno a malapena quel che serve per comprare il pane e pagare le bollette, ma almeno non sono per strada”.
Elena ha 59 anni, ha lavorato in azienda per cinque anni e poi si è messa in proprio, fino al 2011, quando ha dovuto chiudere.
Ha lavorato poi come venditrice porta a porta (sempre a partita iva) finchè l’attività è diventata antieconomica per le troppe tasse.
Da allora è ufficialmente una disoccupata ed è entrata nel circuito del sommerso, si arrangia a fare la sarta, piccoli lavori che le rendono il necessario per mettere insieme il pranzo con la cena: “Ho capito che dovevo arrangiarmi da sola. Come imprenditrice non sono stata aiutata, come lavoratrice nemmeno, come disoccupata non ne parliamo. Si sentono solo grandi parole, ma nessuno ha veramente voglia di risolvere la situazione”.
Ma tra gli over 50 sale anche il tasso di occupazione
Se il dato sulla disoccupazione tra gli over 50 è spaventosamente in crescita, va sottolineato come aumenti anche il tasso di occupazione, in controtendenza con quanto accade per le fasce più giovani.
Gli occupati tra gli ultracinquantenni raggiungono il milione di individui (segnando un +19,1% dal 2011 al 2013, con netta prevalenza di donne).
Questo in parte è dovuto anche all’aumento dei casi di ingresso tardivo nel mondo del lavoro.
Persone che non hanno mai avuto l’esigenza di trovare un impiego che si sono messe in cerca di occupazione magari per fare fronte a situazioni di difficoltà .
Quello dei lavoratori anziani è un mercato in profonda mutazione, estremamente dinamico, si viene licenziati di più e molto spesso bisogna rinunciare alle progressioni verticali a favore di spostamenti orizzontali o addirittura discendenti pur di mantenere il posto di lavoro, ma sembra che alcune occasioni di reinserimento ci siano, sebbene la concorrenza sia spietata.
L’aumento degli occupati “da un lato è un effetto diretto delle riforme previdenziali entrate a regime — si legge ancora nel rapporto del Censis — dall’altro contiene in se le disfunzioni di un mercato che serra le porte ai giovani e le spalanca ai più anziani”
Quello dei lavoratori anziani è un mercato in profonda mutazione, estremamente dinamico, si viene licenziati di più. Ma alcune occasioni di reinserimento ci sono
Una tendenza confermata anche dalle grandi aziende che in questo momento di crisi ancora stanno assumendo.
È il caso delle catene di fastfood come McDonald’s o dei grandi supermercati come Esselunga.
Due realtà , quelle citate, che continuano ad aprire punti vendita e assumono personale. Pur non fornendo dati dettagliati, Esselunga conferma per gli ultimi anni la tendenza all’aumento delle domande provenienti da lavoratori maturi.
McDonald’s, che in due anni ha ricevuto 66mila curriculum in concomitanza con una intensa campagna di reclutamento per l’apertura di nuovi ristoranti, ha spiegato come (a dispetto del target prettamente giovanile) il 9,6% delle candidature siano arrivate da over 40.
Alessandro Madron
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
FILIPPO BONACCORSI, EX PRESIDENTE DI ATAF E FRATELLO DELLA DEPUTATA PD LORENZA, GUIDERA’ LE TRUPPE PER L’EDILIZIA SCOLASTICA
Da privatizzatore di Ataf a dirigente di Palazzo Chigi, nella cabina di regia che gestisce un
miliardo di euro per migliorare le scuole.
Filippo Bonaccorsi, a dire la verità , nel frattempo ha pure fatto pure per dieci mesi l’assessore alla mobilità di Palazzo Vecchio, dove però non andava granchè d’accordo con il sindaco in pectore Dario Nardella.
Così, da circa due settimane, l’ex presidente di Ataf fa il pendolare tra Firenze e Roma, dove il premier Matteo Renzi lo ha nominato direttore dell’unità di missione per l’edilizia scolastica, con uno stipendio annuo di circa 100 mila euro lordi.
Si tratta di un incarico molto importante, perchè il 43enne dovrà gestire il maxi piano voluto dal governo per migliorare le strutture scolastiche italiane, punto sul quale il premier ha annunciato fortissimo impegno per il 2015.
Un fedelissimo conosciuto da Letta (Enrico)
Una missione molto delicata, che Renzi ha deciso di affidare ad un altro fedelissimo della squadra fiorentina.
«Pippo» e «Matteo», scherzo del destino, si sono conosciuti oltre dieci anni fa ad una convention di Vedrò, il «pensatoio» trasversale inventato da Enrico Letta. I due, scaltri e veloci di pensiero, si piacquero subito.
A fare le presentazioni fu Lorenza Bonaccorsi, oggi deputata Pd e sorella dell’avvocato Filippo.
Quest’ultimo, quando Renzi fu eletto in Provincia, da dirigente prese subito le redini di un settore chiave come quello dei trasporti.
La coppia Bonaccorsi-Renzi stravolge subito i ritmi paludati di Palazzo Medici Riccardi.
Se il primo si destreggia tra carte e burocrazia, il secondo inizia subito a sparare bordate contro il servizio di Ataf, pagato appunto dalla Provincia.
È l’inizio silenzioso della rottamazione. Non a caso, cinque anni più tardi, arrivato a Palazzo Vecchio dopo aver sbaragliato la vecchia classe dirigente della sinistra, per «rivoltare l’Ataf come un calzino», Renzi «licenzia» la presidente Maria Capezzuoli e ci mette «Pippo».
In verità , con quell’espressione poco diplomatica, il neo sindaco di Firenze ha già un chiodo fisso: privatizzare l’azienda di trasporto pubblico.
I sindacati gli si rivolteranno subito contro con scioperi e manifestazioni a raffica.
La missione del governo per il 2015
L’avvocato Bonaccorsi, intanto, forte della copertura politica di Renzi predispone una mastodontica pila di documenti, che serviranno a vendere Ataf al Gruppo Fs.
I due si dividono solo nel febbraio scorso, quando Renzi devia verso Palazzo Chigi. Poi il tanto sospirato sms da Roma, dove gestirà il piano del governo che riguarda 21.230 strutture scolastiche tra 2014 e 2015 per uno stanziamento di circa un miliardo di euro.
Gli interventi per restaurare, migliorare o ricostruire le scuole sono circa 8.500 finanziati entro fine anno, mentre per i restanti si dovrà attendere il 2015.
Claudio Bozza
(da “il Corriere della Sera”)
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Dicembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
POCHI MESI FA SI ERA ESPRESSO PER AFFIDARE IL COLOSSO SIDERURGICO A UNA CORDATA DI PRIVATI
Matteo Renzi è notoriamente dotato di una certa flessibilità di pensiero che lo rende inaffidabile agli occhi dei critici.
Il 29 maggio scorso il premier manifestò l’urgenza di affidare il gigante siderurgico a una cordata di imprenditori privati: “Così non si va avanti: c’è bisogno di un cambio di passo nel giro di qualche giorno”.
Lo stesso giorno il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi incontrò i rappresentanti di Arcelor Mittal (il gruppo a guida indiana oggi leader mondiale dell’acciaio) e di Marcegaglia spa, candidati all’acquisto.
Per il gruppo italiano erano presenti il presidente Antonio Marcegaglia, che nel 2008 aveva patteggiato una condanna per aver corrotto un dirigente dell’Eni in cambio di commesse, e sua sorella, la vicepresidente Emma Marcegaglia, nominata nel frattempo da Renzi presidente dell’Eni stesso.
Il quale è fornitore di gas dell’Ilva, quindi oggi suo creditore, mentre la Marcegaglia compra a Taranto le lamiere con cui fa i tubi piegandole e saldandole.
Già questa fotografia avrebbe dovuto sconsigliare eccessi di entusiasmo per i mitici privati, ma Renzi era troppo lanciato: nel giro di pochi giorni fece fuori il commissario Enrico Bondi, il manager che aveva risollevato la Parmalat dal crac da 14 miliardi di Calisto Tanzi, e lo sostituì con Piero Gnudi, noto commercialista di Bologna, già ministro e presidente dell’Iri e dell’Enel.
L’uomo giusto per gestire una vendita anzichè un’azienda.
Nel giro di sei mesi esatti Renzi ha dovuto capovolgere il suo punto di vista.
Il 30 novembre scorso l’ha detto: “A Taranto stiamo valutando se intervenire sull’Ilva con un soggetto pubblico: rimettere in sesto quell’azienda per due o tre anni, difendere l’occupazione, tutelare l’ambiente e poi rilanciarla sul mercato”.
Una volta per queste operazioni c’era l’Iri, acronimo di Istituto per la Ricostruzione Industriale.
Proprio l’Iri aveva costruito nel Dopoguerra la siderurgia italiana, le acciaierie a ciclo integrale (dal minerale ferroso al laminato grazie ai costosissimi altiforni), a Genova Cornigliano, Napoli Bagnoli e infine Taranto.
Il problema era lo stesso di oggi. L’industria metalmeccanica italiana lavora l’acciaio. Lo trasforma in elettrodomestici, automobili, macchine utensili, guard rail per le autostrade, tralicci elettrici, barattoli di conserva.
Oggi come allora dobbiamo decidere se i dieci milioni di tonnellate di acciaio che si fanno a Taranto vogliamo continuare a farceli in casa o importarli.
Il governo ha deciso che l’Ilva va salvata.
Due sono le ragioni che hanno costretto Renzi a piegarsi a una soluzione statalista.
La prima è quella ambientale. Chiudere l’Ilva perchè comunque inquina troppo è illogico: significherebbe importare acciaio prodotto da impianti che inquinano altre città e uccidono altri bambini.
Tanto vale mettere l’Ilva in grado di produrre senza provocare tumori a nessuno.
Costa, secondo le stime del governo, 1,8 miliardi. Non c’è nessun privato che ce li voglia mettere.
La storia è antica. Quando l’Ilva Laminati Piani di Taranto fu privatizzata nel 1994, l’acquirente Emilio Riva, subito dopo aver pagato circa 1.400 miliardi di lire, ne chiese indietro oltre la metà sostenendo di aver scoperto solo a cose fatte che l’impianto richiedeva massicci investimenti per contenere le emissioni nocive.
Un collegio arbitrale gli dette torto e lui si guardò bene dal fare comunque gli interventi.
La seconda difficoltà è il groviglio di questioni legali e giudiziarie che incombono sull’azienda di Taranto.
La proprietà è ancora della famiglia Riva, e gli eredi di Emilio, il capostipite morto il 30 aprile scorso, hanno già in campo fior di avvocati per contestare quello che considerano un esproprio a suon di decreti legge.
Intorno all’Ilva si stima una nebulosa di contenziosi legali del valore totale di 30 miliardi. Gli impianti sono ancora sotto sequestro giudiziario, e il tribunale di Taranto ha imposto (per ragioni ambientali) un tetto alla produzione di 8 milioni di tonnellate all’anno.
Un limite che confligge con il senso comune industriale.
Le acciaierie funzionano prevalentemente con costi fissi, quindi la quantità prodotta è decisiva per la redditività : con soli otto milioni di tonnellate di acciaio sfornato Taranto non può che essere un’azienda in perdita.
Infine, per finanziare il rilancio di un’azienda che oggi lavora a ritmo ridotto e perde ogni mese decine di milioni di euro, sono decisivi i soldi sequestrati ai Riva nell’ambito delle severe inchieste giudiziarie che li hanno travolti.
Si tratta di 1,2 miliardi appunto sequestrati, non ancora confiscati, e quindi anch’essi a rischio di contenzioso.
Difficilmente un privato si accollerebbe il rischio sia pure remoto di doverli un giorno restituire.
Le due cordate rivali (contro Arcelor Mittal e Marcegaglia c’è il siderurgico di Cremona Giovanni Arvedi con la Csn del brasiliano Benjamin Steinbruch) hanno capito che per aggiudicarsi l’ambito boccone dovranno aspettare come minimo un anno, durante il quale il vituperato Stato italiano dovrebbe rimettere le cose a posto.
Operazione tutt’altro che semplice, e per la quale non a caso il presidente della commissione Industria del Senato, Massimo Mucchetti, ha chiesto a Renzi di mettere in campo il suo consulente di maggior spicco, l’ex amministratore delegato della Luxottica Andrea Guerra, un manager di razza come Bondi.
Il passaggio ha un suo fascino. Prima di diventare premier, Renzi amava farsi beffe degli imprenditori privati qualora, come nel caso dei Riva, avessero in passato finanziato Pier Luigi Bersani.
Da quando è a palazzo Chigi riserva a tutti indistintamente lodi sperticate.
Ma sull’Ilva è costretto a mettere la faccia sulle insostituibili virtù dello statalismo e anche sui suoi insopportabili difetti.
Il più pericoloso è quello di sempre: quando lo Stato è inefficiente c’è sempre un privato che ci guadagna.
Per esempio, molti amano ricordare che l’Ilva fu privatizzata per disperazione perchè perdeva soldi a palate.
Ma gli stessi fingono di dimenticare che la siderurgia statale ne perdeva metà per finanziare i partiti e le loro clientele locali, metà strapagando le imprese private fornitrici e concedendo sconti sontuosi alle imprese private che riforniva di acciaio.
Una strettoia che si è riproposta pericolosamente nelle scorse settimane quando la Cassa Depositi e Prestiti (che ambisce al ruolo di nuovo Iri), non potendo per statuto mettere capitali direttamente in un’azienda in perdita come Ilva, ha pensato di finanziare la Marcegaglia.
Come se il denaro pubblico potesse sostenere lo sviluppo di un’azienda privata che ha tutto l’interesse a sottopagare l’acciaio all’azienda neo-statale che si dovrebbe rilanciare.
Giorgio Meletti
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
IL QUOTIDIANO INDIANO SVELA I POSSIBILI TERMINI DELL’ACCORDO
Salvatore Girone è ancora fiducioso nelle istituzioni, come ha detto ieri in collegamento con il Coi
(Comando operativo di vertice interforze).
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, crede invece sia necessario mantenere un dialogo con le autorità indiane, nonostante, come lui stesso ha precisato parlando in diretta con il fuciliere di Marina ancora a New Delhi, finora abbiano «dato prove negative di sordità », mostrando «scarsa volontà politica di dare una soluzione equa ad una vicenda che purtroppo si trascina da tempo in modo insopportabile».
Un dialogo che sarebbe in realtà già avviato da tempo, per stessa ammissione del ministro degli Esteri indiano Sushma Swaraj. Il quale, nel rispondere a un’interrogazione scritta di due parlamentari, ha annunciato che vi sarebbe all’esame del governo una proposta italiana che andrebbe verso una soluzione consensuale.
A svelare gli accordi tra Italia e India è l’Economic Times: in un articolo chiarisce che «il governo italiano pare aver offerto pubbliche scuse, attraverso il suo ambasciatore, per la morte dei due pescatori indiani, avanzando oltretutto un “pacchetto” di risarcimento per le famiglie delle vittime in cambio di un processo in Italia per i marò».
Sarebbe solo una parte, secondo il giornale, dell’accordo tra i due governi.
Un accordo che, se realmente fosse configurato in questo modo, siglerebbe la totale ammissione di colpevolezza di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre.
A confermare le voci su un accordo che preveda scuse e risarcimento alle famiglie dei due pescatori morti sarebbero state, sempre secondo l’Economic Times, «fonti del governo indiano.
Alti ufficiali del governo e del ministero degli Interni devono capire se la proposta di questa soluzione consensuale sia giuridicamente fattibile o meno.
I negoziati potranno iniziare solo dopo che la cosa sarà stata definita giuridicamente.
Le istituzioni che si occupano di sicurezza tuttavia – scrive ancora il giornale – sarebbero contro la proposta italiana, e preferirebbero che i marò si dichiarassero colpevoli delle accuse e fossero inviati in seguito in Italia per scontare la pena, visti i trattati tra i due Paesi».
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Dicembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
“INSULTI RAZZISTI ALL’EX MINISTRO KYENGE”: LA PROCURA DI MILANO HA CHIESTO IL RINVIO A GIUDIZIO
Il procuratore aggiunto milanese Maurizio Romanelli ha chiesto il rinvio a giudizio per l’europarlamentare leghista Mario Borghezio e per Erminio Boso, ex senatore del Carroccio, indagati per aver propagandato “idee fondate sull’odio razziale ed etnico” in relazione ad alcune frasi pronunciate contro l’ex ministro dell’Integrazione Cecile Kyenge alla trasmissione di Radio24 La Zanzara.
Borghezio, intervistato il 29 aprile 2013 sulla nomina di Kyenge, aveva detto fra le altre cose che “gli africani sono africani e appartengono a un’etnia molto diversa dalla nostra”. E ancora: “Non siamo congolesi, abbiamo un diritto ultramillenario” e “Kyenge fa il medico, gli abbiamo dato un posto in una Asl che è stato tolto a qualche medico italiano”. Frasi finite sotto la lente d’ingrandimento della Procura di Milano, così come quelle pronunciate da Boso, intervistato qualche giorno dopo.
Sempre parlando di Kyenge, Boso aveva affermato che l’allora ministro doveva “rimanere a casa sua, in Congo”, definendola “un’estranea a casa mia”.
Poi aveva ammesso di essere “razzista”
Nella richiesta di rinvio a giudizio depositata dal procuratore aggiunto Romanelli, che lo scorso 22 ottobre aveva chiuso le indagini preliminari, vengono individuate come persone offese l’ex ministro e la presidenza del consiglio dei ministri.
Borghezio e Boso sono accusati di discriminazione razziale in base alla legge 85 del 2006.
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Dicembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
PROVOCHERA’ EFFETTI NEFASTI SUL NOSTRO TERRITORIO
Sono già 6 le Regioni — Abruzzo, Campania, Lombardia, Marche, Puglia e Veneto — che, entro il
10 gennaio, hanno deciso di impugnare di fronte alla Corte Costituzionale la legge 166/2014 di conversione del decreto 133/2014, in particolare l’articolo 38 del decreto Sblocca Italia che sceglie le trivelle per fare cassa a spese dell’ambiente.
Come sostenuto e richiesto da Legambiente, Fai, Greenpeace, Marevivo, Touring Club Italiano e Wwf ed associazioni e comitati locali, le Regioni stanno decidendo di contrastare la forzatura, voluta dal Ministero dello Sviluppo Economico, e secondi gli ambientalisti e le Regioni «Contraria al Titolo V della Costituzione, che bypassa l’intesa con le Regioni e stabilisce corsie preferenziali e poco trasparenti per le valutazioni ambientali e per il rilascio di concessioni uniche di ricerca e coltivazione di idrocarburi. Trivellazioni che potrebbero interessare anche il territorio piemontese con diverse richieste di ricerca ed estrazione di idrocarburi».
Fabio Dovana, presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta, sottolinea: «Siamo fortemente preoccupati per i contenuti di questo decreto, che non solo su alcune questioni strategiche esautora di fatto le competenze delle Regioni, ma ripropone una visione vecchia del Paese, che non coglie le sfide del XXI secolo e sbaglia la scelta delle priorità senza individuare criteri di utilità effettiva per il territorio e i cittadini. Siamo convinti che il nostro Paese debba essere “sbloccato”, incidendo strategicamente nel quotidiano dei cittadini e delle pubbliche amministrazioni, con un effettivo snellimento delle procedure e una reale delegificazione, puntando alla realizzazione delle opere veramente utili a modernizzare l’Italia, ma non nella direzione individuata dallo Sblocca Italia. Speravamo —sottolinea ancora il presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta- che il decreto potesse essere uno strumento utile per modernizzare il nostro Paese, in realtà si sta rivelando una scommessa persa che rischia di avere effetti nefasti sul nostro territorio».
Per questo Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta ha chiesto al Consiglio regionale e al presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino di impugnare il decreto di fronte alla Corte Costituzionale.
Chiamparino è in una evidente difficoltà , visto che è presidente della Conferenza delle Regioni e delle province autonome e non può stare ancora molto tra coloro che gli ambientalisti ed i sindaci accusano di tentennare, come il presidente della Regione Siciliana e quello della Basilicata.
Dovana evidenzia che «il Consiglio regionale ha già avuto una prima occasione per esprimersi favorevolmente al nostro appello ma ha preferito astenersi a larga maggioranza. Chiediamo ora alla Giunta e ai consiglieri di ritornare sulla questione impugnando entro il 10 gennaio il decreto così come fatto già da altre sei Regioni. Per Legambiente col decreto Sblocca Italia si rischia una nuova ondata di trivellazioni petrolifere con irrilevanti benefici economici e sociali ed elevati pericoli ambientali per aree di pregio naturalistico e paesaggistico. Agli attuali tassi di consumo e valutate le riserve certe a terra e a mare censite dal Ministero dello Sviluppo Economico, il petrolio estratto potrebbe coprire il fabbisogno nazionale per soli 13 mesi. Secondo le stime di Assomineraria, l’upstream, cioè la filiera di esplorazione e produzione (E&P) in Italia e estero, vale il 2,1% del Pil italiano e con lo Sblocca Italia comporterebbe un aumento sul Pil dello 0,5%, mentre secondo il rapporto “World Travel & Tourism Council”, l’Italia ha ricavato nel 2013 dalle attività turistiche (compreso l’indotto) il 10,3% del proprio Pil». Ribadendo che la via maestra per l’uscita dalla crisi in Italia si chiama manifattura verde e di qualità — e non turismo — sono queste cifre che si commentano da sole.
(da “greenreport.it”)
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Dicembre 24th, 2014 Riccardo Fucile
“SONO I NUOVI POVERI: NON VENGONO PIU’ SOLO STRANIERI O PERSONE ANZIANE SENZA FAMIGLIA E CON LA PENSIONE SOCIALE”
C’è la persona anziana che non ha famiglia, il senzatetto e la badante dell’Est che non può tornare a casa per le vacanze.
Ma ci sono anche avvocati, imprenditori, commercialisti, professionisti con la partita Iva, disoccupati.
Uomini e donne, madri e padri che fino a qualche anno fa avevano un lavoro e pagavano le tasse, ma che a causa della crisi l’hanno perso, o non riescono più ad arrivare alla fine del mese, e per concedersi un buon pranzo il giorno di Natale devono ricorrere alla solidarietà .
Sono loro i commensali degli appuntamenti all’insegna della beneficenza organizzati per le persone in difficoltà di Bologna in occasione delle festività : il 25 dicembre al Centro commerciale Vialarga, offerto dalla Camst, e il 3 gennaio al circolo Arci Benassi di via Mazzini, allestito dall’associazione Piazza Grande e dalla Caritas.
“Sono i nuovi poveri — spiegano gli organizzatori del pranzo solidale del 25 dicembre, Vialarga e Conad — oggi al pranzo di beneficenza non vengono più solo gli stranieri che faticano a trovare lavoro o le persone anziane che magari prendono la pensione minima e non hanno una famiglia con cui trascorrere le feste. Ci sono anche lavoratori autonomi con uno stipendio regolare che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. E ovviamente i disoccupati, generalmente di un’età compresa tra i 45 e i 60 anni, che a causa della situazione attuale non riescono a reintrodursi nel mercato del lavoro”.
Il volto dell’Italia segnato da sette anni di recessione, che non risparmia nè i giovani, nè i meno giovani.
E che sempre più spesso è costretto a chiedere aiuto alle associazioni, capofila la Caritas, anche solo per procurarsi un pasto caldo. Il pranzo di Natale del Centro commerciale Vialarga, che quest’anno celebra la sua ventesima edizione ed è organizzato con la collaborazione di Comune, Provincia, Quartieri, associazione Il Parco, Coop, Camst e Conad, ne è un esempio.
Nata nel 1994 come un’iniziativa ideata per riunire chi il 25 dicembre non ha nessuno con cui trascorrere le feste, per lo più anziani e stranieri che, residenti in Italia, hanno la famiglia all’estero, infatti, negli ultimi anni l’ormai tradizionale appuntamento natalizio intitolato “Un Natale per chi è solo” si è trasformato: “Ci siamo adattati alle nuove esigenze della città ”. Così sedute al tavolo con un piatto di lasagne — il menù è rigorosamente tradizionale — ci sono anche le mamme single con minori a carico o i padri divorziati che, dovendo pagare gli alimenti a moglie e figli, non hanno più denaro per l’affitto, e spesso vivono in auto o in mezzo a una strada. E poi c’è chi un lavoro non ce l’ha più, e non riesce a trovarlo.
“Tanti italiani, che magari perdendo l’occupazione hanno perso anche la famiglia, e non avrebbero altro posto dove trascorrere il 25 dicembre”.
Per il momento il Centro commerciale Vialarga conta 420 coperti prenotati per il pranzo di Natale, “ma ogni anno si presentano più persone di quelle che ci erano state segnalate dai servizi sociali o dai presidi notturni, e noi non lasciamo nessuno senza un pasto caldo”.
A servire ai tavoli saranno 100 volontari, affiancati da quattro camerieri d’eccezione: ragazzi del Centro di Giustizia Minorile di via del Pratello, “al servizio della città per dimostrare, prima di tutto a loro stessi, di potersi integrare nella comunità ”.
Altre 250 persone, invece, saranno ospiti al Pranzo di Napoleone, organizzato dalla Caritas e dall’associazione Piazza Grande al circolo Arci Benassi di Bologna per il mezzogiorno del 3 gennaio.
A inventare l’iniziativa, che ormai è una tradizione per il capoluogo emiliano romagnolo, in realtà fu Lucio Dalla, che era solito invitare, il giorno dell’Epifania, al ristorante di Ezio ‘Napoleone’ Neri, i senzatetto della città , per offrire loro un pasto caldo e una busta con 50 mila lire.
Un’eredità che con la scomparsa del cantautore bolognese non è andata perduta, ma che anzi viene portata avanti annualmente proprio da Neri, chef del pranzo di beneficenza al Benassi.
Oggi, però, non sono più solo i senzatetto a sedersi a tavola: “Chiedono di partecipare anche professionisti con la partita Iva, o lavoratori italiani in difficoltà economiche, o i disoccupati”, spiega la Caritas.
Solo gli iscritti ai centri per l’impiego di Bologna, fa i conti il vicepresidente provinciale Graziano Prantoni, del resto, sono 94.000: “È un segnale allarmante, che dimostra come associazioni, istituzioni e imprese debbano lavorare insieme tenendo ben presente i valori di solidarietà e impegno civile”.
Annalisa Dall’Oca
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 24th, 2014 Riccardo Fucile
L’INTERVENTO DELL’IDEOLOGO CINQUESTELLE SUL SUO BLOG SMANTELLA IL NUOVO REGOLAMENTO
Oggi il Movimento 5 Stelle vota un suo regolamento, il quale prevede, tra le altre cose, la
costituzione di un Comitato d’appello destinato a giudicare i ricorsi avverso i provvedimenti di espulsione.
Viene anzitutto da chiedersi da dove venga l’urgenza di questo regolamento e perchè sia stato previsto che la votazione online degli iscritti non abbia ad oggetto il regolamento stesso, ma soltanto la nomina di “due dei tre componenti di questo comitato all’interno di una rosa proposta di cinque persone“.
C’è chi ha parlato di “rivoluzione copernicana“.
Affermazione non soltanto di per sè politicamente inopportuna (perchè finisce per riconoscere implicitamente che, sino ad oggi, esisteva un sistema sbagliato e puramente arbitrario per decidere le espulsioni), ma anche in contrasto con quanto, da oggi, si prevede.
Avevo già avuto modo, in occasione dell’espulsione dei deputati Artini e Pinna, di sottolineare le difficoltà e le incongruenze del Movimento e della sua disciplina delle espulsioni.
Mentre, infatti, l’espulsione dal gruppo parlamentare è disciplinata dai regolamenti dei gruppi di Camera e Senato del Movimento, nulla — sino ad oggi — era previsto in merito all’espulsione dall’associazione (ossia dal Movimento, con la perdita della qualità di “iscritto”).
Si aveva, in tal modo, un doppio sistema:
a) per l’espulsione dal gruppo parlamentare, veniva (e viene tuttora) previsto che «i parlamentari del M5S riuniti, senza distinzione tra Camera e Senato, potranno per palesi violazioni del Codice di Comportamento, proporre l’espulsione di un parlamentare del M5S a maggioranza.
L’espulsione dovrà essere ratificata da una votazione online sul portale del M5S tra tutti gli iscritti, anch’essa a maggioranza».
Dunque, causa di espulsione è la «violazione degli obblighi assunti con la sottoscrizione del “codice di comportamento del MoVimento 5 Stelle in Parlamento”», mentre il procedimento per l’espulsione è interno al gruppo parlamentare (salvo la «ratifica» in rete da parte degli iscritti).
b) per l’espulsione dall’associazione, nessuna indicazione veniva, invece, data dallo Statuto del MoVimento (che all’art. 5 disciplina unicamente il diritto di recesso dell’associato), con la conseguenza che trovava applicazione l’art. 24 c.c., per il quale «l’esclusione d’un associato non può essere deliberata dall’assemblea che per gravi motivi; l’associato può ricorrere all’autorità giudiziaria entro sei mesi dal giorno in cui gli è stata notificata la deliberazione».
Ciò implicava che, per l’espulsione di un associato, era necessaria la delibera dell’Assemblea del MoVimento.
Con il nuovo regolamento, le cose cambiano radicalmente.
Anzitutto, all’art. 4, vengono indicate specificatamente le tre cause di espulsione. 1. venire meno dei requisiti di iscrizione stabiliti dal “non statuto”; 2. violazione dei doveri previsti dall’articolo 1 del presente regolamento; 3. se eletti ad una carica elettiva, violazione degli obblighi assunti all’atto di accettazione della candidatura), laddove, prima, l’espulsione avrebbe potuto essere disposta unicamente per «gravi motivi».
Viene, poi, introdotta una procedura per l’espulsione.
A disporre la sospensione dell’iscritto e la contestazione della violazione è, oggi, direttamente il «capo politico» del Movimento (Beppe Grillo).
Avverso il provvedimento di espulsione — sempre disposto dal capo politico — , l’iscritto ha la possibilità , entro dieci giorni, di ricorrere al Comitato d’Appello, costituito con il regolamento.
Il comitato d’appello è composto di tre membri:
— 2 nominati dall’assemblea mediante votazione in rete tra una rosa di cinque nominativi proposti dal Consiglio Direttivo;
— 1 nominato direttamente dal consiglio direttivo.
Il Consiglio Direttivo è stato previsto fin dallo statuto del Movimento (artt. 11 e 13), e, con l’atto costitutivo dell’associazione Movimento 5 Stelle del 14 dicembre 2012, per i primi tre anni è stato stabilito che componenti del Consiglio Direttivo siano Beppe Grillo, in qualità di Presidente, Enrico Grillo, Vicepresidente, ed Enrico Maria Nadasi, Segretario (art. 7).
Dire che il meccanismo previsto sia, di fatto, interamente controllato da Grillo, appare pertanto un eufemismo. Egli, infatti:
a) nella sua qualità di capo politico, accerta il verificarsi di una causa di espulsione, sospende l’iscritto e provvede successivamente alla sua espulsione;
b) nella sua qualità di Presidente del Consiglio Direttivo, nomina direttamente 1 membro del Comitato d’Appello e stabilisce i nomi dei candidati entro cui scegliere gli altri 2 membri.
Appare paradossale che l’espulso possa ricorrere, contro il provvedimento di Grillo, ad un organo di “garanzia” composto da membri sostanzialmente decisi da Grillo stesso.
Non solo: il regolamento prevede che «se il comitato d’appello ritiene insussistente la violazione contestata, esprime il proprio parere motivato al capo politico del MoVimento 5 Stelle, che se rimane in disaccordo rimette la decisione sull’espulsione all’assemblea mediante votazione in rete di tutti gli iscritti, la quale si pronuncia in via definitiva sull’espulsione».
Se, pertanto — ma appare un’ipotesi inverosimile — il Comitato fosse in disaccordo con il capo politico, quest’ultimo potrebbe sempre ricorrere alla consultazione diretta sulla rete per ottenere l’espulsione dell’iscritto.
Resta, allora, da chiedersi se — rispetto alle vecchie “lacune” di prima, che venivano comunque integrate dal codice civile — questa nuova disciplina costituisca davvero una «garanzia» in più per gli iscritti, se realizzi davvero una «trasparenza» prima assente.
Certamente sarà sempre possibile, per l’iscritto, ricorrere all’autorità giudiziaria contro il provvedimento di esclusione (in quanto, in questa parte, l’art. 24 c.c. non è derogabile).
Il problema, però, è che il controllo effettivo del giudice sarà , in ogni caso, molto limitato.
Se, infatti, prima dell’approvazione del regolamento, il Tribunale avrebbe avuto il potere di verificare la legittimità sostanziale dell’espulsione con riferimento ai «gravi motivi».
Oggi, in presenza di una specifica descrizione dei motivi ritenuti idonei a provocare l’esclusione dell’associato, la verifica giudiziale sarà destinata ad arrestarsi al mero accertamento della puntuale ricorrenza di quei fatti previsti causa di esclusione.
Il Movimento ha, di fatto, deciso dunque di dotarsi di propri interni meccanismi diretti a disciplinare cause e modalità dell’esclusione degli associati.
Ciò non è contestabile, ed anzi — diremo — fisiologico per un’associazione che è un movimento di massa e di natura politica.
Resta, però, il fatto che questi meccanismi non rispondono in alcun modo a quella logica di democrazia diretta che ha costituito l’ispirazione ultima ed il senso del Movimento.
Somigliano, piuttosto, ai meccanismi tradizionalmente utilizzati dai partiti politici, al loro «centralismo» e alla decisione “presa dall’alto”.
Paolo Becchi
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Dicembre 24th, 2014 Riccardo Fucile
IN AULA IL PATTO PUO’ REGGERE FINO A 195 FRANCHI TIRATORI
Nell’agenda che Denis Verdini ha mostrato agli amici prima della pausa natalizia sono appuntate tre lettere e un numero. «Max 100».
Ed è la stessa stima che risulta, in corrispondenza alla voce «possibili franchi tiratori», ai responsabili del pallottoliere del Pd.
Lo dice anche il renziano Ernesto Carbone, che è tra questi ultimi.
«Lasceremo per strada meno di cento voti. Nessuno ci ha fatto caso ma negli ultimi mesi, con le votazioni per la Consulta, abbiamo eletto 16 potenziali capi dello Stato. In ben 16 votazioni, infatti, il Parlamento a voto segreto ha superato quota 505 su un singolo nome».
Sono 1.009 i grandi elettori che sceglieranno il successore di Napolitano.
E a 505 è fissata l’asticella per eleggerlo dalla quarta votazione.
Dei 1.009, circa 700 sono quelli che ufficialmente stanno sotto l’ombrello del Patto del Nazareno.
Ci sono i 460 del Pd, i 130 di Forza Italia, i 70 del gruppone Ncd-Udc fino a quelli dei gruppi minori.
Di conseguenza, un candidato formalmente espresso dalla maggioranza di governo più FI può permettersi fino a 195 franchi tiratori senza veder compromessa l’elezione. Come se, in una finale dei mondiali ai rigori, una squadra potesse vincere il titolo sbagliando dal dischetto quasi due volte su cinque.
Che ci sia poco spazio per i franchi tiratori lo ammette anche Paolo Naccarato, il senatore autonomista che l’arte di come far pesare i voti in Parlamento anche oltre il loro valore aritmetico l’ha imparata da Francesco Cossiga: «Non è partita per franchi tiratori questa. Quand’anche fossero 150 non basterebbero a sabotare un candidato scelto da Renzi e Berlusconi. La partita si gioca sul nome. Più è di indiscussa levatura, più si riducono gli spazi per i giochetti».
Uno schema su cui concorda anche Augusto Minzolini, che aggiunge un dettaglio: «Se Renzi trova il modo di garantire al Parlamento che non ci saranno elezioni anticipate, tutto sarà più semplice».
Eppure, tra chi sta sotto l’ombrello del Patto del Nazareno, c’è chi affila le armi.
«Se Berlusconi non ci dà le garanzie politiche che chiediamo», dice il fittiano Maurizio Bianconi, «i nostri voti per il Colle li useremo per farli fruttare al meglio. Alleandoci con chiunque, dai singoli ex montiani ai leghisti…».
Partendo da che base? «Siamo in 40, 36 a viso scoperto, 4 in incognito. E possiamo crescere ancora…», risponde.
Arrivare a 195, il quorum al contrario, il numero di franchi tiratori che servono a far saltare il banco, pare difficile. Almeno sulla carta.
Due settimane fa, andando a trovare Berlusconi, l’ex ministro (centrista) Mario Mauro gli disse che «secondo me Alfano ha fatto il gruppone con l’Udc perchè proverà a giocare in proprio».
Oggi quelle sensazioni sono finite nel dimenticatoio.
Merito della tenuta del Pd, ovviamente. Ma anche del lavoro di sponda tra Berlusconi e lo stesso Alfano. Che, secondo molte voci di dentro, nelle ultime settimane si sarebbero sentiti e forse anche incontrati.
Il tutto per tenere i franchi tiratori il più possibile lontano da quel numero 195 che oggi sembra sempre più inarrivabile.
Sembra.
Tommaso Labate
(da “il Corriere della Sera“)
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