Maggio 24th, 2015 Riccardo Fucile
LE ELEZIONI SMANTELLERANNO LA TRADIZIONALE ALTERNANZA TRA POPOLARI E SOCIALISTI
Le elezioni amministrative di oggi in Spagna possono smantellare il sistema bipartitico nel quale
popolari e socialisti si sono alternati per quasi quarant’anni alla guida del Paese.
E la rottura con la regola dei due partiti può aprire una fase di incertezza, nella quale l’urgenza di trovare maggioranze e coalizioni obbligherà a difficili compromessi tra forze politiche molto lontane tra loro, nelle Regioni e nei Comuni.
Fino a coinvolgere il governo nazionale, guardando al voto politico che si terrà in autunno. Siamo vicini alla svolta: popolari e socialisti hanno già perso ogni certezza incalzati da Podemos e Ciudadanos, due movimenti diversi in tutto che tuttavia, da sinistra e da destra, conquistano consenso cavalcando la protesta dei cittadini spagnoli contro la casta, la corruzione e i partiti tradizionali.
La lunga campagna elettorale iniziata in marzo con il voto in Andalusia, continua dunque – con le urne aperte in 13 delle 17 autonomie regionali e in oltre 8mila comuni – per proseguire in Catalogna in settembre, e poi chiudersi in autunno con le elezioni che rinnoveranno il Parlamento nazionale e sceglieranno il nuovo governo del Paese.
Quella delle amministrative è dunque una prova generale per capire dove sta andando la Spagna ma è anche un passaggio significativo in sè: le autonomie regionali controllano infatti oltre un terzo della spesa pubblica spagnola e hanno la totale responsabilità di servizi come scuola e ospedali pur dipendendo dai trasferimenti del centro.
I sondaggi mostrano che i quattro principali schieramenti sono molto vicini in termini di intenzioni di voto: l’ultima rilevazione di Metroscopia vede Podemos, in calo ma sempre primo, al 22,1%, seguito dal Partito socialista al 21,9%, dal Partito popolare al 20,8% e da Ciudadanos al 19,4 per cento.
Le analisi più approfondite sul territorio dicono che in 12 regioni e nella grande maggioranza dei comuni le urne non definiranno una maggioranza chiara e nessuno potrà dire di avere vinto.
La capitale Madrid potrebbe restare ai popolari, costretti però a una coalizione, oggi impossibile, con Ciudadanos.
Barcellona potrebbe passare nelle mani di una coalizione guidata da Podemos.
Il premier Mariano Rajoy spera in un “effetto Cameron”, un successo inaspettato favorito dalla ripresa economica.
«La priorità per tutti durante questa legislatura e in quella che verrà è la crescita economica e la creazione di posti di lavoro. L’unico rischio – ha spiegato il premier – è il ritorno alle politiche ormai fuori tempo dei socialisti che hanno portato la Spagna alla bancarotta».
Da gennaio ad aprile l’economia è cresciuta dello 0,9% rispetto alla fine 2014, ritmo più veloce degli ultimi sette anni, confermando di poter raggiungere nell’intero 2014 un aumento del Pil del 2,9%, obiettivo fissato dal governo.
Il peggio sembra superato, ma nonostante la ripresa si vada rafforzando trimestre dopo trimestre, il tasso di disoccupazione è ancora vicino al 24%, quella giovanile vicina al 50% e la disoccupazione di lungo periodo vicina al 15%.
Ed è ancora tutta da risolvere l’emergenza sociale data da 5,4 milioni di cittadini senza un posto di lavoro su una popolazione di 47 milioni di abitanti.
Il leader socialista, Pedro Sanchez, ha attaccato i conservatori proprio sulle politiche di austerity, sulla diseguaglianza aumentata durante la crisi. E ha chiamato con insistenza gli elettori di sinistra a votare compatti, senza entrare in conflitto con Podemos: «Votare per il Partito socialista – ha detto – vuol dire battere la destra».
Per i due outsider, Podemos e Ciudadanos, popolari e socialisti sono il primo nemico da sconfiggere ed è difficile immaginare come si potranno raggiungere accordi di governo dopo una campagna tanto tesa.
«Saranno le elezioni più importanti degli ultimi 30 anni», dice Albert Rivera, carismatico giovane leader di Ciudadanos, il movimento dei Cittadini di ispirazione liberale nato in Catalogna in opposizione alle spinte separatiste della regione: il suo programma di centro che si basa sulla riduzione della pressione fiscale potrebbe conquistare una larga fetta dell’elettorato moderato stanco del Partito popolare.
«Per la prima volta dopo decenni, gli elettori avranno davvero la possibilità di cambiare, non solo le amministrazioni – ha detto Rivera – ma anche la nostra stessa democrazia».
Pablo Iglesias, il leader di Podemos, il movimento anti-sistema nato dalla protesta di pizza degli indignados, ha attaccato senza sosta «la vecchia classe dirigente», «la corruzione diffusa», «gli intrecci di poteri economici e politici».
«La rivoluzione è già iniziata: tic-tac, tic-tac, è iniziato il conto alla rovescia, presto conquisteremo il governo», ha ripetuto Iglesias, che pure deve affrontare alcuni contrasti interni al movimento e che non viene aiutato dalle vicende dei cugini greci di Syriza.
Per la Spagna il rischio è che con queste elezioni si apra una fase di difficile governabilità . Come è accaduto in Andalusia, dove la socialista Susana Diaz non riesce a ottenere il via libera a una giunta di minoranza in un Parlamento frammentato.
A poche ore dal voto gli indecisi sarebbero almeno il 30%.
Anche quando era sull’orlo del default, la Spagna ha sempre potuto contare sulla stabilità del governo popolare di Mariano Rajoy.
Con il voto la situazione può cambiare del tutto.
«Non credo che la Spagna diventerà d’un tratto ingovernabile – dice Josè Ignacio Torreblanca, dello European Council on Foreign Relations – ma le cose si stanno ingarbugliando e la scena politica è sempre più imprevedibile».
Luca Veronese
(da “il Sole24ore”)
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Maggio 24th, 2015 Riccardo Fucile
IN ANTICIPO DI 4 ANNI MA CON UN TAGLIO DI 150-200 EURO MENSILI
Andare in pensione con un anticipo di 4 anni, perdendo però una mensilità abbondante ogni anno.
È quel che accadrebbe applicando le penalità previste dal disegno di legge del duo Baretta-Damiano, che il governo sta seriamente prendendo in considerazione per favorire la «staffetta generazionale».
Ossia consentire l’uscita anticipata ai lavoratori più anziani e costosi per fare largo ai giovani.
Gli effetti li ha calcolati per La Stampa il Centro studi della Uil – politiche fiscali e previdenziali, applicando la sforbiciata del 2% l’anno prevista dal testo depositato alla Camera, che lascia libertà di andare a riposo già a 62 anni, anzichè a 66 come da normativa vigente, ma con almeno 35 anni di contributi versati.
La proposta prevede anche la possibilità di ritardare fino a 70 anni il pensionamento, in questo caso con un bonus sempre del 2% l’anno.
Ma il governo non sembra intenzionato a mettere in pratica questa opzione, contraria alla politica del «largo ai giovani».
Taglio del 3% l’anno
In verità anche il “malus”, per ammissione dello stesso sottosegretario all’Economia, Pier Paolo Baretta, potrebbe subire un ritocco all’insù, al 3% l’anno, per attenuare il costo dell’operazione.
E tra le opzioni c’è anche quella buttata lì dal ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, di calcolare tutto con il contributivo il trattamento di chi va anticipatamente in quiescenza. Una possibilità che equivarrebbe a un taglio del 30%.
Lo stesso previsto dall’opzione donne della legge Fornero, che fino ad oggi ha riscosso scarso successo tra le lavoratrici.
«La Uil è sempre stata favorevole al principio della flessibilità », ci tiene a ricordare il segretario confederale Domenico Proietti. Che però aggiunge: «Non ci devono essere penalizzazioni aggiuntive a quella già implicita del calcolo con il contributivo».
Cerchiamo però di capire cosa accadrebbe a chi decidesse da qui a 15 anni di andare in pensione anticipatamente con i tagli ipotizzati dall’unica proposta già nero su bianco.
Con uno stipendio di 30 mila euro lordi chi andrà in pensione nel 2020, percepirebbe un assegno mensile di 1.660 euro.
Anticipando di 4 anni l’addio al lavoro l’incasso mensile scenderebbe a 1.527 euro, con una perdita di 133 euro. Nell’arco dell’anno una mensilità in meno.
Se poi il taglio si inasprisse al 3% l’anno, l’assegno si ridurrebbe di ben 199 euro, scendendo a 1.328 euro.
Il nodo dei cinquantenn
Mettiamo invece il caso di un lavoratore cinquantenne che in pensione ci andrà nel 2030, con la pensione calcolata integralmente con il meno vantaggioso sistema contributivo. Il taglio in termini percentuali sarà sempre lo stesso, ma si rivelerà meno sostenibile perchè applicato su un trattamento più basso.
Con il solito reddito di 30 mila euro l’assegno mensile a normativa vigente in questo caso scenderebbe a 1.328 euro, ai quali ne andrebbero detratti 106 con il taglio dell’8% previsto dalla «Baretta-Damiano» per chi anticipa di 4 anni l’addio al lavoro.
L’assegno si ridurrebbe così a 1.222 euro, addirittura a 1.169 con il più probabile taglio del 3% annuo al quale sta pensando l’esecutivo.
Insomma, per far quadrare i conti si rischia di rendere poco appetibile l’opzione dell’uscita anticipata.
E proprio ieri la Cgia di Mestre ha diffuso numeri che parlano di una spesa previdenziale italiana da record europeo, pari al 16,8% del Pil e quattro volte superiore a quella per la scuola.
Cifre che in realtà ricomprendono anche la voce assistenza, anche se dal 2001 al 2011 la spesa per le pensioni vere e proprie è lievitata di quasi 50 miliardi. E questa volta i numeri sono della Ragioneria.
Paolo Russo
(da “il Secolo XIX”)
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Maggio 24th, 2015 Riccardo Fucile
ADRIANA LODI, DA ASSESSORE DI BOLOGNA FU LA PRIMA AD ANDARE IN SVEZIA A STUDIARE QUEL MODELLO DI WELFARE: “NON POSSIAMO AVERE UNA SCUOLA DIVISA PER CLASSI”
“Quest’anno non ho rinnovato la tessera del Pd, e tutto mi fa dubitare che lo farò in futuro. Io
non mi ci ritrovo più, non è più il mio partito. Ma dopo aver lavorato per 60 anni come una matta, faccio molta fatica a non essere iscritta a nessun partito, lo sono da quando avevo 15 anni. Per questo mi trovo a disagio a dire: non mi iscrivo più. Non l’ho ancora detto del tutto, diciamo che ci sto pensando ma è l’ultimo dei miei pensieri”.
L’addio di Adriana Lodi è di quelli ad alto valore simbolico.
Assessore al Comune di Bologna dal 1964 col sindaco Giuseppe Dozza, Lodi aprì i primi asili nido a Bologna nella giunta di Guido Fanti.
In Italia strutture simili ancora non esistevano, ma lei andò in Svezia a studiare quel modello di welfare, insieme a un rappresentante della minoranza.
Così nel 1969 si apre sotto le Due Torri il primo nido, il Patini, alla Bolognina. In città tutti la ricordano per quell’esperienza, ma la sua carriera non si è fermata lì: entrata in parlamento nel 1969 ci è rimasta per 23 anni. La prima tessera al Pci la fece nel 1948.
Di Adriana Lodi passò alla storia la fotografia in Comune insieme alla prima cosmonauta, e la sua militanza in quella “stagione del fare” rimasta nei ricordi di tanti bolognesi, oltre che sui libri di storia.
Ma dopo tante battaglie, a 82 anni, Adriana lascia il partito che ha sempre seguito, attraverso tutte le trasformazioni. “Seguo i lavori parlamentari e mi viene la rabbia – racconta dalla sua casa, casualmente proprio in via Dozza – non mi trovo d’accordo quasi con niente e mi sembra strano perchè la mia vita è stata tutta dedicata al’impegno e alla politica. Io ci ho messo la vita, ho sacrificato tutto quello che potevo, ora basta”.
La decisione della “mamma” degli asili nido è il frutto di tante delusioni, anche quelle nate dall’ultimo dibattito sulla scuola, ma parte dalla politica locale.
“Parto proprio dal livello locale, perchè credo che non siamo mai caduti così in basso- dice l’ex assessore – ma anche nella riforma della scuola io faccio fatica in generale a capire certe prese di posizione, sinceramente sarei stata anche più ardita”.
Ma il “cambiamento necessario” non può prescindere dal “caposaldo” che Lodi rivendica: “La difesa senza se e senza ma della scuola pubblica”.
“Se vogliamo avere un Paese moderno non possiamo avere una scuola divisa per classi – spiega – non mi convincono con il sostegno alle scuole private. Anche Francesca Puglisi, che è bolognese, per me fa discorsi insostenibili. La scuola pubblica, statale e comunale, è quella di tutti. La più importante e la più democratica”.
Eleonora Capelli
(da “La Repubblica”)
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Maggio 24th, 2015 Riccardo Fucile
“UN PENSIERO CHE NON FA PARTE DELLA MODERNITA'”
Matteo Renzi infiamma il dibattito sul lavoro. Venerdì sera, intervistato da La7, il premier aveva attaccato: «Spero che tra i sindacati si possa tornare a discutere e che prima o poi si arrivi a un sindacato unico e a una legge sulla rappresentanza senza sigle su sigle, su sigle».
Poi un frontale con il leader della Fiom, Maurizio Landini: «Marchionne dimostra che la scommessa della Fiom è una sconfitta. Ha riaperto le fabbriche e batte Landini 3 a 0».
Frasi destinate a far divampare la polemica alla vigilia del nuovo incontro tra il ministro del lavoro, Giuliano Poletti, che mercoledì ha convocato le parti sociali per discutere sui decreti attuativi del jobs act.
Nella stessa giornata è prevista la visita dello stesso Renzi a Melfi, accompagnato dall’ad di Fca, Sergio Marchionne.
Una scelta di campo, alla luce delle ultime dichiarazioni del premier.
L’idea del sindacato unico provoca reazioni durissime nei tre sindacati confederali: «Cose che si vedono nei regimi totalitari», commenta il leader della Uil, Carmelo Barbagallo.
Altrettanto dura Susanna Camusso: «La concezione del sindacato unico è tipica dei regimi totalitari, è concettualmente sbagliata perchè presuppone che i diversi soggetti del mondo del lavoro siano ridotti a un pensiero unico che non è certo indice di modernità . Al contrario — conclude il segretario della Cgil — il tema da affrontare è quello di un sindacato unitario», in sostanza un sistema in cui le differenti sigle trovino una linea di azione comune.
Polemico Barbagallo: «Anche nel fronte imprenditoriale, dove c’è una pletora di associazioni, Renzi pensa a un unico sindacato. Sembra che il premier voglia far prevalere anche nel sindacato l’idea dell’uomo solo al comando».
Più cauta ma non meno critica la posizione della Cisl. Anna Maria Furlan risponde a Renzi che «non serve alzare polveroni o gettare benzina sul fuoco. Piuttosto il governo si occupi dei problemi veri, a partire da crescita e lavoro».
Nel mirino delle polemiche anche le dichiarazioni del presidente della Bce, mario Draghi, che da Sintra aveva invitato i Paesi europei a spingere sulla contrattazione aziendale: «La contrattazione in fabbrica — aveva detto Draghi — garantisce l’occupazione di più di quanto non abbia fatto il contratto nazionale». Frase che aveva provocato reazioni anche perchè in Italia molto spesso è solo il contratto nazionale a tutelare i lavoratori. La Cgil ha giudicato la ricetta «una soluzione arretrata».
Ieri Draghi ha precisato che «la Bce non intende dire ai governi che cosa devono fare».
Paolo Griseri
(da “La Repubblica”)
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Maggio 24th, 2015 Riccardo Fucile
“LE DIVERGENZE STRUTTURALI TRA I PAESI MINACCIANO IL FUTURO DELLA MONETA UNICA”
L’euro non è più scontato. 
Se i paesi dell’Eurozona non faranno le riforme strutturali e non appianeranno le differenze fra chi cresce e chi no, c’è davvero il rischio che in un futuro prossimo la moneta unica possa risentirne, fino allo scenario peggiore di un abbandono da parte dei paesi europei.
Mario Draghi è sempre più impaziente nei confronti degli squilibri strutturali fra le diverse economie e stavolta dal Portogallo lancia un robusto avvertimento che non può rimanere inascoltato dai governanti europei.
Soprattutto in un momento come questo, in cui i tempi iniziano a essere stretti per un accordo-salvataggio sulla Grecia.
“In una unione monetaria non ci si può permettere di avere profonde e crescenti divergenze strutturali tra paesi, perchè queste tendono a diventare esplosive”, ha detto il Governatore durante il forum della Bce nella città portoghese di Sintra, a circa 30 chilometri da Lisbona. Per Draghi infatti tali differenze strutturali “possono arrivare a minacciare l’esistenza dell’unione monetaria”.
Questo scenario nefasto tuttavia può essere evitato.
A patto che i governi si sveglino: “Non c’è momento migliore per fare le riforme che ora”, ha aggiunto Draghi. Già nei giorni scorsi aveva incoraggiato i governi europei ad approfittare della ripresa economica per fare le riforme necessarie ai loro paesi.
Il Governatore ha aggiunto che oggi c’è una certa mancanza di “politiche strutturali”, che comprendono, ad esempio, la flessibilità delle riforme del mercato del lavoro o sistemi pensionistici pubblici.
“Un paese che approva la riforma del sistema pensionistico e poi cambia idea ogni anno non ottiene alcun beneficio a breve termine”, ha concluso.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 24th, 2015 Riccardo Fucile
I TEMPI PREVISTI DEI PUROSANGUE
In Veneto trionfo del “purosangue trevigiano Groom de Zazà ”, distaccatissima la vicentina Fan Gillette. In Campania “lo sceriffo salernitano” batte sul filo del rasoio Chaud’Or mentre in Liguria la genovese Fan Patè (sostenuta dal leader Fan Faron ma “ripudiata da un bel pezzo della scuderia Fan Idole”) ha la meglio su Varien (“originario della Toscana”).
E al conclave campano vince l’arcivescovo di Salerno.
Stop ai sondaggi elettorali, via libera a quelli su fantomatiche “corse ippiche” e “consultazioni ecclesiali”.
Il divieto alla diffusione dei sondaggi ufficiali scattato lo scorso 15 maggio non impedisce a alcuni siti web di aggirare l’ostacolo e pubblicare rilevazioni “mascherate” relative a inesistenti competizioni.
La sfida per le elezioni regionali del prossimo 31 maggio si trasforma perciò su SeiTreZero.it in “gran prix ippici” o su Youtrend.it in consultazioni per determinare “i nuovi equilibri della Chiesa in ben 7 regioni d’Italia”.
Un’iniziativa già sperimentata nel 2014 con le elezioni europee o l’anno precedente con le politiche.
Rivive perciò la sfida tra il leader nazionale Fan Faron (“chiaccherone”) alla guida della scuderia Fan Idole, il fantino Burlesque originario di Arcore del team Varenne, il “simpatico fantino genovese Igor Cricket”, il siciliano Ipson de Scipion e il leghista Groom de Tombin.
Campania: “La spunta lo sceriffo salernitano Fan Sherif”
Per decretare il vincitore — si legge su Seitrezero lo scorso 22 maggio — sono serviti “moviola” e “fotofinish”.
A spuntarla però alla fine è stato “lo sceriffo salernitano” Fan Sherif (“azzoppato” dal “giudice Severin“) che vince con 37″. Chaud’Or (sostenuto da Varenne e dal “siciliano Ipson de Scipion”) è distaccato di un soffio: 36,5”.
Al terzo posto il pentastellato Igor Carambà con 21”.
Al conclave campano vince l’arcivescovo di Salerno “Eccoci alle prime, gustosissime indiscrezioni sulla tornata di consultazioni ecclesiali che domenica 31 maggio — e solo in quella giornata! — determineranno i nuovi equilibri della Chiesa in ben 7 regioni d’Italia” si legge invece sul sito www.youtrend.it.
Al “conclave regionale” della Campania ha la meglio (“con un totale che va dai 39 ai 43 porporati”) “l’energico arcivescovo di Salerno“.
Non peserebbero dunque le polemiche “su una sua eventuale sospensione a divinis in caso di elezione”. “L’attuale capo dell’amministrazione episcopale regionale” vanterebbe invece un consenso tra i 36 e i 40 vescovi”.
Liguria, la spunta “il purosangue genovese Fan Patè”
Nel Grand prix della Liguria la spunta in 30” netti “il purosangue genovese” Fan Patè (“per lei stravede Fan Faron”) “ripudiato da un bel pezzo della scuderia Fan Idole“. Dietro di lei con 28” Varien, “cavallo spuntato all’ultimo e un po’ a sorpresa”: “originario della Toscana” e cimentatosi qualche mese fa “al Gran Prix d’Europa“. Medaglia di bronzo invece per Igor Saveaur (20”) “spinto dal simpatico fantino genovese Igor Cricket“. “La scissione della scuderia Idole” non porta bene a Petit Berger (sostenuto dal General Chinois “già a capo del sindacato ippico qualche anno fa”) che arriva al quarto posto (“13 secondi”).
Puglia, stravince “l’ex dominatore del Gp di Bari”
In Puglia ha la meglio con 43” netti “l’ex dominatore del GP di Bari” Fan Arc-en-ciel. Dietro di lui (20”) il “puledro scissionista” Mèdicienne sur èpais, “sostenuto dagli ormai-ex Varenne”. Al terzo posto invece “il pentastellato Igor Effèminè (19″)”. Poles Baroque, cavallo ufficiale della scuderia guidata da Burlesque e ex vincitore del Gp di Lecce, fa invece registrare 16”.
Veneto, trionfo del purosangue trevigiano Groom de Zazà .
Distaccatissima la vicentina Fan Gillette
Al Gp del Veneto “1200 scommettitori e 58% di paganti”. A vincere con 48” netti è il purosangue trevigiano Groom de Zazà (“già vincitore del Grand Prix del Veneto 5 anni fa” e “amico del fantino nazionale Groom de Tombin”).
Il cavallo vicentino Fan Gillette (“in passato aiutante dell’ex capo della scuderia Pier le Smacchiateur“) chiude invece con 29” davanti al “neo-centrale” veronese Ipson de Pruneau (11″), “vincitore dell’ultimo Gran Prix dell’Arena”.
Il pentastellato Igor Oriette si ferma invece a 9”. I numeri delle principali scuderie in gara? La “verde Groom de Bootz” si ferma a 15″ contro i 18″ della scuderia personale di Groom de Zazà . Malgrado il fantino Fan Faron abbia “iniziato a rimborsare il prezzo dei biglietti agli spettatori più anziani” Fan Idole strappa 25″.
Marche, Umbria e Toscana: favoriti Fan Bougie, Fan du Mer e Fan Rouge
A breve sono previste anche le prime corse per i Grand Prix di Marche, Umbria e Toscana. Nelle Marche la spunterà probabilmente Fan Bougie “della scuderia del chiaccherone Fan Faron” che così “si toglierà la soddisfazione di aver battuto il campione uscente“. Al secondo posto dovrebbe invece piazzarsi Scissienne, “cavallo che prima stava con Fan Idole e oggi corre tranquillamente per Varenne e Ipson Populaire“. In Umbria si avvia verso il bis la detentrice del titolo Fan du Mer che dovrà vedersela con Bouclè. In Toscana, terra natia di Fan Faron, vincerà probabilmente facile il detentore del titolo Fan Rouge.
David Evangelisti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 23rd, 2015 Riccardo Fucile
LA “GENERAZIONE MILLENIAS”: I GIOVANI PRECARI DIVENTERANNO GLI ANZIANI POVERI DI DOMANI
La «bomba» è destinata ad esplodere attorno al 2050. 
Ma questa volta non sarà tanto un problema di tenuta dei conti, visto che più o meno la spesa previdenziale resterà stabile attorno al 16% del Pil nonostante l’invecchiamento della popolazione.
Sarà una bomba sociale, che avrà come protagonista l’attuale «generazione mille euro», che quando andrà in pensione percepirà una pensione che sarà molto più bassa del salario già misero che percepisce oggi.
Nei casi più estremi, infatti, non arriveranno a 400 euro netti al mese
Millenials nei guai
Il Censis stima che il 65% dei giovani (25-34 anni) occupati dipendenti di oggi, ovvero due su tre, avrà una pensione sotto i mille euro, pur con avanzamenti di carriera medi assimilabili a quelli delle generazioni che li hanno preceduti, considerando l’abbassamento dei tassi di sostituzione.
E la previsione riguarda i più «fortunati», cioè i 3,4 milioni di giovani oggi ben inseriti nel mercato del lavoro, con contratti standard.
Poi ci sono altri 890 mila giovani autonomi o con contratti di collaborazione e quasi 2,3 milioni di Neet, ragazzi che non studiano nè lavorano, che avranno ancora meno.
«Se continua così, i giovani precari di oggi diventeranno gli anziani poveri di domani» segnala nelle scorse settimane il Censis. Dunque, se in prospettiva un problema di previdenza si pone, riguarda innanzitutto quella «solidarietà tra generazioni», evocata tra l’altro giusto ieri Matteo Renzi.
L’effetto contributivo
Il regime contributivo puro, che dalla riforma Fornero in poi si applica a tutti, secondo il Censis «cozza con la reale condizione dei millennials». E non a caso il 53% di loro pensa che la loro pensione arriverà al massimo al 50% del reddito da lavoro.
La loro pensione dipenderà dalla capacità che avranno di versare contributi presto e con continuità .
Ma il 61% di loro ha avuto finora una contribuzione pensionistica intermittente, perchè sono rimasti spesso senza lavoro o perchè hanno lavorato in nero.
Per avere pensioni migliori, con la previdenza integrativa che stenta a decollare, l’unica soluzione è lavorare fino ad età avanzata.
Ma non è detto che il mercato del lavoro degli anni a venire lo consenta: per ora i dati sull’occupazione ci dicono che il percorso è tutto in salita, visto che tra il 2004 ed il 2014 l’occupazione degli under 34 è scesa del 10,7% bruciando 1,8 milioni di posti.
Genitori e fratelli maggiori della «generazione mille euro», comunque, non se la caveranno tanto meglio.
Secondo calcoli recenti della Ragioneria dello Stato anche chi andrà in pensione dal 2020 in poi avrà una pensione decisamente ridotta rispetto a quanti hanno lasciato il lavoro nel decennio precedente. In molti casi il loro assegno non supererà il 60% dell’ultimo stipendio. percentuale che scende addirittura sotto al 50% per gli autonomi.
L’equità possibile
Come rimediare? L’idea che Tito Boeri ha lanciato su lavoce.info a gennaio, prima insomma di prendere la guida dell’Inps, è quella di introdurre un contributo di solidarietà a carico di quel milione e 800 mila pensionati che oggi percepisce un assegno che supera i 2000 euro netti tenendo conto dello scostamento fra pensione effettiva e contributi versati.
Il taglio dei trattamenti, attraverso una serie di aliquote progressive,, sarebbe compreso tra il 3 ed il 7% e frutterebbe circa 4,2 miliardi.
Che secondo un esperto di previdenza come Alberto Brambilla potrebbe venire destinati ad una maggiore defiscalizzazione della previdenza complementare dei lavoratori più giovani. In maniera tale, come auspica anche Boeri, si avvicinare un poco padri. e figli.
Paolo Baroni
(da “La Stampa”)
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Maggio 23rd, 2015 Riccardo Fucile
I 600 MILIONI CHE LO STATO NON VUOLE
L’abolizione del Senato è da sempre uno dei cavalli di battaglia di Matteo Renzi.
La Camera alta costa agli italiani oltre mezzo miliardo l’anno (541 milioni l’anno scorso) e per il premier si tratta di uno di quei costi della politica da tagliare con l’accetta.
Eppure, malgrado la continua difficoltà di trovare risorse, è come se lo Stato italiano pagasse ogni anno un Senato aggiuntivo rispetto a quello esistente.
Come? Rinunciando a circa 600 milioni di gettito Irpef, che in un momento economicamente tanto difficile avrebbero un effetto balsamico sulla casse statali.
È una delle conseguenze della legge che nel 1985 ha istituito l’8 per mille , che all’articolo 47 prevede che “in caso di scelte non espresse da parte dei contribuenti, la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse”.
Tradotto: anzichè essere incamerati dal bilancio dello Stato, vengono distribuiti anche i soldi di chi non barra la casella. Un po’ come accade alle elezioni, dove i seggi sono ripartiti a prescindere dalla percentuale di astensionismo. “I soli optanti decidono per tutti” come ha osservato la Corte dei conti, criticando il sistema.
Il fatto è che, forse perchè non sono a conoscenza di questo meccanismo, i contribuenti che non indicano alcuna destinazione dell’8 per mille sono la maggioranza: fra il 55 e il 60 per cento del totale. Eppure tutti quanti, in questo modo, “regalano” senza volerlo la loro parte di Irpef.
La principale beneficiaria è ovviamente la Chiesa cattolica, che essendo la destinataria numero uno delle opzioni porta a casa più del doppio di quanto le spetterebbe sulla base delle scelte effettuate.
Lo scorso anno, ad esempio, con il 38 per cento di firme raccolte sul totale dei contribuenti, la Cei ha ottenuto l’82 per cento dei fondi.
Ovvero oltre un miliardo anzichè 485 milioni.
Ripartendo anche i soldi dei cosiddetti “non optanti”, negli ultimi 15 anni – ha calcolato l’Espresso – lo Stato ha sborsato circa 10 miliardi di euro. In media 600 milioni l’anno, al netto delle risorse aggiuntive che lo stesso Stato italiano ottiene, essendo fra i destinatari del finanziamento.
COSàŒ NON FAN TUTTI
In realtà , eccependo su questo automatismo che non rispetta la reale volontà dei contribuenti, alcune confessioni religiose si sono rifiutate di ricevere il denaro extra.
Le Assemblee di Dio e la Chiesa apostolica, ad esempio, rinunciano alla quota relativa alle scelte non espresse, che rimane per loro volontà di pertinenza statale.
Anche i valdesi fino al 2013 hanno osservato questa condotta, ritenendo giusto gestire soltanto i fondi che gli italiani, in modo esplicito, attribuivano loro.
Poi però, considerata la discutibile gestione dell’8 per mille statale, anche loro hanno deciso di accettare pure quelli “aggiuntivi”.
D’altronde da anni la quota a gestione pubblica viene usata come bancomat dai governi, dal finanziamento delle missioni internazionali alla riduzione del debito pubblico. Una truffa che ha raggiunto il culmine lo scorso anno , quando su 170 milioni solo 405 mila euro sono stati utilizzati per gli scopi previsti dalla legge: lo 0,24 per cento.
UNA GENEROSA ECCEZIONE
È proprio necessario che il meccanismo dell’8 per mille funzioni a questo modo? Non si direbbe, a giudicare dai casi analoghi che prevedono la possibilità di destinare parte del prelievo Irpef.
Il neonato 2 per mille, che ha sancito il flop dei contributi volontari alla politica , per il 2014 aveva a disposizione 7,75 milioni. Ma avendo raccolto appena 16.518 firme, ha assegnato solo 325 mila euro.
All’atto di stendere la legge, in pratica, nessuno si è sognato di ripartire i fondi calcolando anche i contribuenti che non avrebbero indicato un partito. E difatti i soldi non distribuiti sono stati riversati nel bilancio dello Stato. Che cosa sarebbe accaduto se il Partito democratico – che si è piazzato primo con 10 mila destinazioni espresse in suo favore – avesse incassato il 61 per cento della torta, ovvero quasi 5 milioni?
Lo stesso discorso vale per il 5 per mille, destinato alle onlus. Anche qui c’è un tetto che viene fissato anno per anno dal governo (500 milioni nel 2014) e pure in questo caso la ripartizione si calcola solo sulla base delle scelte espresse.
La ridistribuzione totale operata dall’8 per mille è insomma una generosa eccezione, pensata appositamente per la Chiesa cattolica quando si trattò di mettere mano al Concordato mussoliniano.
Fino ad allora la Santa sede veniva finanziata infatti dallo Stato tramite i cosiddetti supplementi di congrua, con cui veniva assicurato il sostentamento del clero.
Temendo di non raggiungere quella cifra, il ministero delle Finanze effettuò delle proiezioni ad hoc per stabilire il livello di prelievo necessario. E aggiunse anche la ripartizione basata sul totale dei contribuenti. Deus ex machina dell’ingegnoso sistema, un poco noto docente di Diritto tributario a Pavia, all’epoca consulente del governo Craxi e destinato a una luminosa carriera politica: Giulio Tremonti.
CACCIA AL TESORETTO
Dal 1990, anno dell’entrata in vigore, il gettito Irpef è salito esponenzialmente per effetto dell’aumento della pressione fiscale.
Non a caso già nel 1996 la parte governativa della commissione paritetica Italia-Cei osservava che “la quota dell’8 per mille si sta avvicinando a valori, superati i quali, potrebbe rendersi opportuna una proposta di revisione” e che “già oggi risultano superiori a quei livelli di contribuzione che alia Chiesa cattolica pervenivano sulla base dell’antico sistema”.
E dire che all’epoca il gettito era di 573 milioni di lire, circa 800 milioni di euro rivalutati ai giorni nostri. Attualmente sfiora 1,3 miliardi di euro, il 60 per cento in più.
In Francia, Irlanda e Regno Unito le religioni non ricevono contributi pubblici e devono ricorrere all’autofinanziamento.
Eppure non servirebbe arrivare a tanto. Basterebbe seguire il modello della cattolicissima Spagna: il contribuente decide a chi attribuire parte dell’imposta ma i soldi, se non esprime una preferenza, restano allo Stato.
Facendo lo stesso anche da noi, le casse pubbliche si ritroverebbero con un tesoretto da 600 milioni in più l’anno.
Anzichè abbassare il prelievo, come qualcuno vorrebbe fare, si potrebbe proporre una modifica delle intese bilaterali, a cominciare dalla quella con la Chiesa cattolica.
Un percorso lungo, certo, ma il momento è più che mai propizio: a giugno inizieranno gli incontri delle commissioni paritetiche fra Stato e singole confessioni religiose, chiamate ogni tre anni “alla valutazione del gettito della quota Irpef al fine di predisporre eventuali modifiche”.
Nessuno dei 17 governi che si sono succeduti nell’ultimo quarto di secolo ha voluto modificare lo status quo. Ma visto che la situazione dei conti pubblici è grave, il premier Matteo Renzi – a caccia di risorse per attuare la sentenza della Consulta che ha bocciato il blocco della rivalutazione delle pensioni – ha l’occasione per prendere in mano la situazione.
Anche se è facile immaginare che una proposta di revisione non troverebbe grande favore Oltretevere. Ma non è detto: in fondo papa Francesco ha impresso un nuovo corso.
Chissà , proprio lui che tante volte ha tuonato contro i privilegi della Chiesa di Roma, cosa ne pensa di una revisione dell’8 per mille.
Paolo Fantauzzi e Mauro Munafò
(da “L’Espresso”)
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Maggio 23rd, 2015 Riccardo Fucile
STORIE DI ORDINARIO RAZZISMO
Mattino, treno regionale 3041 Lucca-Firenze. 
Un passeggero, italiano, non ha il biglietto. Ha l’aria strafottente, e si rivolge a male parole alla capotreno che, giustamente, gli fa la multa.
Pomeriggio, regionale 23364 Firenze-Pisa.
Un altro passeggero, senegalese, strafottente anche lui, eÌ€ senza biglietto. Stavolta la capotreno ordina di scendere alla prima stazione. C’eÌ€ anche un poliziotto che lo caccia senza troppi complimenti.
Decido di intervenire. Chiedo alla capotreno percheÌ ha fatto scendere il passeggero: la legge dice che in questi casi bisogna fare la multa, inviandola a casa per posta se l’interessato non paga subito.
Lei mi dice che si è comportata secondo le regole, e io insisto: desidero il riferimento normativo esatto.
Mi chiede le mie generalità e io le mostro un documento, chiedo che prenda nota dei miei dati e che inserisca le mie contestazioni nel verbale.
Lei si siede, respira e mi dice che in effetti la cosa non è prevista dalla legge, ma dai regolamenti interni di Trenitalia.
Le mostro i regolamenti e le faccio notare che dicono il contrario.
Lei telefona ad un responsabile: «ciao, scusa, ho fatto scendere un tizio “di colore” (eÌ€ rilevante il dettaglio? I passeggeri non sono tutti uguali?) e adesso c’eÌ€ un altro passeggero che mi chiede in base a quale legge ho agito».
Dall’altro capo del telefono sento citare le Condizioni generali di Trasporto, art. 7. Riapro l’Ipad, cerco le Condizioni generali di Trasporto, vado all’art. 7 e glielo mostro: parla di multa, non di discesa forzata dal mezzo.
«Ma io sul treno ho un potere discrezionale», prova a difendersi. Regolamenti alla mano, le faccio notare che le cose non stanno cosiÌ€.
Alla fine si arrende: «Faccia una contestazione formale e vediamo cosa le rispondono».
E cosiÌ€ ho fatto: ho chiamato il call center della Regione Toscana e ho chiesto una risposta scritta dell’azienda.
Nel frattempo, un passeggero italiano ha avuto una multa, e uno «di colore» – per usare la terminologia superficiale dell’operatrice – eÌ€ stato cacciato in malo modo dal treno…
Sergio Bontempelli
(da “il Corriere della Sera”)
argomento: ferrovie, Razzismo | Commenta »