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GLI ITALIANI SENZA PARTITO: IL 52% NON SI RICONOSCE IN ALCUNA FORMAZIONE

Maggio 18th, 2015 Riccardo Fucile

L’ASTENSIONE FA PAURA, MENO DI 6 ELETTORI SU 10 ANDREBBE OGGI AL VOTO

Il fenomeno degli “homeless” della politica si sta facendo sempre più evidente.
È l’assenza di una casa, di un riferimento ideale in cui identificarsi. Ne abbiamo avuto un assaggio nei giorni scorsi con le elezioni di alcune amministrazioni locali.
Gli stessi sondaggi sulle prossime elezioni regionali segnalano una quota rilevante di incerti e di elettori che non paiono intenzionati ad andare a votare.
Di qui le difficoltà  delle proiezioni elettorali e il materializzarsi dello spettro dell’astensionismo
Da tempo l’azione del votare non è considerata più un obbligo morale: solo un terzo degli italiani (34,8%, CMR — Intesa Sanpaolo per La Stampa) considera del tutto inammissibile non esercitare questo diritto.
Di qui, un rapporto sempre più laico, meno strettamente ideologico nei confronti della politica e dei partiti
Tuttavia, per l’Italia si pone un problema specifico.
Diversamente dagli altri Paesi europei, il sistema politico e dei partiti da oltre 20 anni non ha ancora trovato una sua definizione.
Da Tangentopoli in poi, abbiamo avuto diverse leggi elettorali, fra l’altro differenti secondo i livelli amministrativi.
I partiti hanno sì mutato — e ripetutamente — sigle e simboli, ma altrettanto velocemente non si può dire sia avvenuta anche una riflessione culturale sulle trasformazioni sociali ed economiche. Il risultato è, quando va bene, il diffondersi di un generale disorientamento e disillusione nell’elettorato; quando va male, un disincanto e un distacco dalla politica.
La ricerca di CMR affronta le difficoltà  nel rapporto dei cittadini verso la politica. Con esiti non scontati.
Complessivamente la maggioranza (52,6%) non individua, nell’attuale panorama politico, un soggetto (partito o movimento) cui sentirsi idealmente vicino.
Per converso, solo il 17,7% si potrebbe definire un “militante”, che s’identifica pienamente in un partito.
Fra questi due estremi si collocano quanti si approssimano (18,0%) a una delle formazioni politiche o evidenziano un atteggiamento negoziale, valutando di volta in volta (11,7%).
Se poi si chiede non tanto l’intenzione di voto, quanto il livello di prossimità  ai partiti, scopriamo che paradossalmente la prima formazione politica è il “non-partito”.
Ben il 48,5%, infatti, non si sente vicino (o meno distante) ad alcuno della lunga lista di partiti oggi presenti.
Certo, poi alla fine contano i partecipanti effettivi. E così stimando solo quanti esprimono una vicinanza, si può osservare che gli italiani si sentono idealmente più vicini (si badi bene, non che voterebbero) soprattutto al Pd (43,0%), mentre le altre formazioni seguono a grande distanza (M5S: 18,2%; Forza Italia: 12,2%; Lega Nord: 10,8%), evidenziando così lo sfarinamento delle opposizioni.
La quota degli “homeless” della politica resta comunque elevata. Se ci fossero le elezioni nazionali nelle prossime settimane, andrebbe a votare poco più della metà  degli aventi diritto (57,3%).
Questo per tre motivi: la percezione della distanza del ceto politico dai problemi reali della popolazione (37,4%), la frustrazione per l’assenza di reali cambiamenti (27,5%), un disamore radicale nei confronti dei partiti (15,2%).
Ma non di sola anti-politica si tratta, anzi.
Da un lato emerge una domanda di politica nuova, in grado di aggiornare i propri riferimenti culturali e di analisi. Il 75,0% degli interpellati ritiene che le tradizionali categorie politiche (destra/centro/sinistra) non siano più in grado di leggere correttamente la realtà .
E, quindi, di indicare prospettive coerenti con le trasformazioni. Inoltre, è la stessa forma partito a essere messa in discussione (55,4%).
Dall’altro, trova spazio anche una forma di autocritica.
C’è la consapevolezza che il livello scadente della politica nazionale sia responsabilità  anche dei cittadini (69,9%) e che, in fondo, i politici siano lo specchio del paese (51,9%).
Dunque c’è una domanda di nuova politica che necessita nuovi edifici culturali e forme organizzative.
Così sarà  possibile dare una casa anche agli “homeless” della politica.

Daniele Marini
(da “La Stampa”)

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LE BUGIE: CINQUE GOVERNI E TRENTATRE’ RAPPORTI, MA LA SPESA PUBBLICA NON SCENDE MAI

Maggio 18th, 2015 Riccardo Fucile

ANZI SALE DI 107 MILIARDI

Qual è il bilancio della spending review, il procedimento per rendere più efficiente la spesa pubblica ed eliminare gli sprechi?
In cinque governi si sono alternati 15 fra commissari e consiglieri: con la parentesi dei quattro anni dell’esecutivo Berlusconi.
Prima i 10 consiglieri incaricati da Padoa-Schioppa.
Nel 2012, Enrico Bondi. Poi il ragioniere generale dello Stato Mario Canzi, il ministro Piero Giarda e, con il governo Letta, Carlo Cottarelli.
Infine Yoram Gutgeld e Roberto Perotti, messi al timone da Matteo Renzi. Eppure, è stato calcolato, dal 2007 la spesa pubblica è salita di 107,2 miliardi, più 18,1% in sette anni.
«Tesoro: parte la revisione della spesa, nominata commissione di esperti». Titolava così l’agenzia Ansa il 16 marzo del 2007.
Governava Romano Prodi con Tommaso Padoa-Schioppa ministro dell’Economia e la «revisione della spesa» era un oggetto così misterioso che la principale agenzia di stampa del Paese aveva fino ad allora pubblicato appena cinque notizie contenenti le parole inglesi spending review .
Revisione della spesa, appunto. Ovvero, il procedimento di matrice anglosassone per rendere più efficiente la spesa pubblica ed eliminare gli sprechi. Elementare.
Così elementare che da quel momento l’inondazione non si è più fermata. La formula spending review è stata citata in 9.844 lanci dell’Ansa, a una media di 3,29 citazioni al giorno.
In cinque differenti governi si sono alternati 15 fra commissari e consiglieri: con la parentesi dei quattro anni dell’esecutivo di Silvio Berlusconi.
Prima il pool di dieci consiglieri incaricati da Padoa-Schioppa. Quindi, nel 2012, Enrico «mani di forbice» Bondi. Poi il ragioniere generale dello Stato Mario Canzi.
Per arrivare al ministro Piero Giarda e quindi, con il governo di Enrico Letta, a Carlo Cottarelli. E infine a Yoram Gutgeld e Roberto Perotti, installati al timone della spending review da Matteo Renzi.
Con un simile spiegamento di parole e di risorse umane, viene da domandarsi, chissà  quali risultati saranno stati raggiunti.
La risposta è in un dossier dell’Ufficio studi della Confartigianato. Eccola: 33 rapporti scritti, per un totale di 1.174 pagine. Un diluvio di parole.
Tutto qui? In sostanza, sì. Ha calcolato l’organizzazione degli artigiani che dal 2007 la spesa pubblica corrente primaria è salita di 107,2 miliardi di euro, con un incremento del 18,1 per cento in sette anni. In parallelo, la spesa per gli investimenti è scesa di 9,2 miliardi, con una flessione superiore al 20 per cento, mentre le entrate hanno registrato un’impennata di 77,2 miliardi. Il che ha confermato all’Italia il primato assoluto continentale nell’aumento della pressione fiscale. Il tutto senza alcun effetto positivo sulla crescita economica, se è vero che nel periodo in esame il Prodotto interno lordo è sceso in termini reali di ben l’8,2 per cento: nell’eurozona nessuno ha fatto peggio di noi
La spesa pubblica, insomma, continua a restare qui un macigno impossibile da scalfire. Anche se, ricorda il presidente della Confartigianato Giorgio Merletti, «senza risparmi e maggiore efficienza nell’uso delle risorse pubbliche rischiamo di incappare nelle clausole di salvaguardia imposte dal Patto di stabilità . Non vorremmo essere costretti a riparare sprechi e inefficienze con nuove tasse e imposte».
Nel 2015 è previsto che la spesa pubblica si attesti a 827 miliardi e 146 milioni, pari al 50,5% del Pil, con un calo di 0,6 punti rispetto all’anno scorso: ma senza considerare l’impatto della sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato il blocca degli adeguamenti pensionistici decretato dal governo Monti.
E se un calo modesto si verificherà  lo dovremo soprattutto alla riduzione della spesa per gli interessi sul debito, stimati in 69,3 miliardi contro i 75,2 del 2014.
Merito della discesa dei tassi e della moneta unica, che ci ha consentito l’unico vero risparmio mai registrato negli ultimi 15 anni. Nonostante l’aumento enorme del debito oggi spendiamo per gli interessi, in termini reali, una trentina di miliardi in meno rispetto al 2001
E vediamo che cosa hanno fatto, al contrario, gli altri Paesi.
Dice il dossier Confartigianato che fra il 2010, quando cioè è iniziato l’aggiustamento dei bilanci pubblici conseguente alla grande crisi dei debiti sovrani, e il 2015, la spesa pubblica primaria dell’eurozona è rimasta pressochè stabile, con un incremento di appena lo 0,1 per cento. In Germania, per esempio, si taglia dell’1%.
Mentre in Italia la spesa corrente sale dell’1,5%. Il confronto porta alla conclusione che se avessimo seguito non l’andamento della più virtuosa Germania, bensì quello della media della zona euro, oggi spenderemmo 23,2 miliardi di euro in meno. E non è tutto.
Perchè un paragone fra la spesa pubblica italiana e quella degli otto principali Paesi della moneta unica aveva indotto gli esperti coordinati dall’ex commissario Cottarelli a prevedere una possibile correzione strutturale valutabile in 42,8 miliardi.
Ma tant’è. Cottarelli predicava nel deserto.
Il fatto è che alcune voci del bilancio pubblico, lui l’aveva detto, crescono in modo inarrestabile. Come le pensioni, per effetto dell’invecchiamento della popolazione: e questo è forse comprensibile.
Assai di meno, invece, è l’esplosione dei trattamenti di invalidità  civile, nonostante l’emergere sempre più frequente di scandali e abusi e l’ intensificazione dei controlli. Fra il 2003 e il 2013 il loro numero è aumentato da un milione 834.208 a 2 milioni 781.621: +51,7%.
Quasi un milione di invalidi civili in più in soli dieci anni. E per un costo annuale lievitato di 6 miliardi 836 milioni rispetto al 2003.
Non solo spendaccioni e improduttivi, dunque.
Siamo anche il Paese degli invalidi: c’è un invalido civile ogni 21 abitanti, neonati e bambini compresi. E questo forse dice tutto del perchè in Italia spending review sia soltanto un termine inglese molto in voga negli ambienti giornalistici.

Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)

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SCUOLA, INTERVISTA A BERNOCCHI (COBAS): “RENZI VA FERMATO”

Maggio 18th, 2015 Riccardo Fucile

LA LOTTA DEL CONTESTATORE: “L’ULTIMA VOLTA HO PIANTO 29 ANNI FA”

Sei il grande capo dei Cobas. Hai convocato due giorni di sciopero per bloccare gli scrutini nelle scuole d’Italia. Sei nei titoli dei giornali ancora una volta. Con i tuoi 67 anni, e gli ultimi 50 trascorsi – come ripeti sempre – a difendere i più deboli, potrebbe cominciare a bastarti: e invece no, pensa Piero Bernocchi.
«Perchè uno arrogante come Renzi non mi era mai capitato davanti, mai».
Insegnante di matematica in pensione, membro del Forum sociale mondiale, ultimo incontrastato leader di piazza e di corteo: era a Valle Giulia, quando le camionette della polizia sgommavano grigioverdi, e poi non è mai più mancato.
Ha sfilato con Rossana Rossanda e Mario Capanna, con Adriano Sofri e con Oreste Scalzone, con Luca Casarini e con Francesco Caruso (ha pure diretto Radio Città  Futura)
Negli ultimi giorni si sta dedicando alla riforma della scuola.
«Lo sciopero non solo è legale, il garante si studi le regole, ma anche necessario. Occorre dare un segnale forte. Quello va fermato».
Quello chi?
«Renzi. È riuscito a farmi rimpiangere certi premier e certi ministri democristiani. Ti sedevi al tavolo delle trattative e quelli cominciavano a dirti subito che, più o meno, avevi ragione su tutto. La loro idea di politica era zuppa di cultura cattolica: capire, incontrare, inglobare…».
Con Silvio Berlusconi, però, non avete più trattato.
«Vero: trattare con lui era impossibile. Ma occorre riconoscere che ci ha sempre rispettato. Per dire: quando vide al Circo Massimo 3 milioni di persone protestare contro la modifica dell’articolo 18, si fermò, fece un passo indietro. Renzi, invece, ha un’arroganza tutta sua, tragicamente originale».
Originale, in che senso?
«Ha quest’idea di saltare, completamente, il confronto con le rappresentanze sindacali. Pretende di parlare direttamente al popolo. Un esempio? Il 5 maggio scorso gli piantiamo uno sciopero con l’80% di adesioni, e lui come commenta? Chi se ne frega, dice, io rappresento il resto dei cittadini. Un premier-padrone. Che, infatti, con la sua riforma, ha inventato la figura del preside-padrone. Un preside che dovrebbe essere in grado di valutare, ingaggiare, premiare. È chiaro che Renzi si proietta in quel preside: il preside dovrebbe comportarsi a scuola come lui già  si comporta nel Paese».
Duro, il Bernocchi.
«L’ultima volta che ho pianto fu ventinove anni fa, quando morì mio padre».
Un filo permaloso: «Enrico Mentana, a “Bersaglio mobile”, su La7, ha fatto fare un servizio per dire che sono un professionista della protesta. Mi fa ridere, mi fa. Forse si confonde con certi altri che, dopo il terzo corteo, sono diventati deputati. Io non ho mai ceduto al corteggiamento pitonesco della politica, al fascino del denaro e di quel potere. Io vivo di pensione e di ideali. In America Latina è pieno di persone che vivono così: da noi sembra un fatto strano, sospetto».
Mai violento fisicamente.
«Quasi mai. Una volta, negli studi di Canale 5, ebbi una lite con il giornalista Filippo Facci. Dopo esserci scambiati un buon numero di parolacce, Facci venne verso di me in atteggiamento minaccioso. Gli dissi: “Togliti almeno gli occhiali”.
Intervenne Paolo Liguori: “Filippo, ti fai male, lascia perdere”».
Tifoso della Roma, celibe («però la prego di non indugiare sull’argomento»), ha scritto quindici libri. Titolo dell’ultimo: «Oltre il capitalismo».

Fabrizio Roncone
(da “il Corirere della Sera”)

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PEDIATRI, TUTTI CONTRO I BAMBINI?

Maggio 18th, 2015 Riccardo Fucile

I BAMBINI NON VANNO IN PIAZZA E NESSUNO PENSA AL LORO FUTURO

Fanno un po’ paura e insieme rassicurano.
I pediatri.   Ognuno ricorda il proprio: la voce tonante che all’arrivo ti faceva venire una voglia fisica di scappare.
Poi quel maledetto cucchiaio in gola. L’odore di alcol e magari la puntura. Le manone sulla tua schiena a sentire i polmoni e il timore che trovasse qualcosa, il male, anche se non ne sapevi esattamente il significato. Infine la mamma che ritrovava il sorriso, e il timore che si scioglieva in sollievo.
La febbre che da brivido si trasformava in tepore. Il pediatra che per consolazione con lo stetoscopio ti faceva ascoltare quei battiti misteriosi: il tuo cuore.
Tutti li ricordiamo. Riconosceremmo tra mille la loro calligrafia , quella con cui ci prescrivevano alla fine sciroppo o punture.
I pediatri non sono soltanto i nostri primi medici. Ci aiutano a cercare un senso a parole che dovremo affrontare durante tutta l’esistenza: malattia, speranza, guarigione. Perfino consolazione, ma diversa da quella del padre e della madre. E poi c’è quell’affidare il proprio corpo a un estraneo, la scoperta della fiducia.
Domani i pediatri di famiglia scioperano.
Sostengono che il rinnovo del contratto nazionale mette in discussione proprio quel rapporto fondamentale di fiducia tra il medico e il loro assistito.
Ancora più delicato quando il paziente è un bambino. Sarà  più difficile, dicono, scegliere il medico cui affidare i nostri figli. Curarli rischia di diventare una roulette.
Non solo: dal 2020, per colpa delle crisi, rischiano di formarsi ogni anno soltanto duecento specialisti (ne servirebbero il doppio).
Eppure quasi nessuno in Italia parla della protesta, come fosse il capriccio di una categoria che difende i propri privilegi.
Chissà , magari perchè i pediatri di famiglia sono soltanto 7.800 e portano pochi voti.
Questo segnale dovrebbe preoccuparci quanto le conseguenze della riforma: non sappiamo più misurare la dignità  e l’importanza delle persone e del ruolo che hanno nella società .
Per valutarle ci affidiamo al reddito, alla fama. Magari al potere. Ma poche professioni sono più delicate del pediatra.
Pensate soltanto alla responsabilità  di avere tra le mani una vita così piccola, all’importanza di aggiornarsi, di saper ascoltare e scegliere le terapie giuste. Alla delicatezza di dare risposte ai genitori, al peso di comunicare le diagnosi dolorose.
In due settimane due proteste che riguardano entrambe i bambini. Prima la scuola, domani i pediatri. Forse si pensa poco al futuro.
Forse è più facile fare le riforme sulla pelle di chi non ha voce e non vota.

Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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IMPUTATO PER CAMORRA IN LISTA PER CALDORO

Maggio 18th, 2015 Riccardo Fucile

ANTONIO SCALZONE DEI POPOLARI PER L’ITALIA E’ ACCUSATO DI CONCORSO ESTERNO AL CLAN DEI CASALESI PER GLI APPALTI DI CASTEL VOLTURNO, COMUNE DI CUI ERA SINDACO E SCIOLTO DUE VOLTE PER INFILTRAZIONI MAFIOSE

Tra i nomi appuntati sui taccuini della commissione parlamentare Antimafia che nei prossimi giorni farà  i raggi x ai curriculum dei candidati in Campania, ce n’è uno segnato con l’evidenziatore.
E’ quello di Antonio Scalzone, candidato nei Popolari per l’Italia, lista collegata a Stefano Caldoro, il berlusconiano governatore uscente.
Scalzone è un ex sindaco di Castel Volturno, comune sciolto due volte per infiltrazioni mafiose, nel 1998 e nel 2012.
In entrambi i casi le relazioni delle commissioni d’accesso hanno puntato il dito sulla sua giunta. Scalzone è tuttora imputato per concorso esterno in associazione camorristica.
E’ il processo nato da un’inchiesta della Dda di Napoli, pm Ardituro, Conso, Milita e Falcone, sui legami tra il clan dei Casalesi e la politica locale su questa lingua di costa domiziana dove un abitante su due è straniero e dove, secondo alcuni calcoli basati sulla produzione di rifiuti urbani, gli immigrati clandestini sono almeno 20mila.
Castel Volturno è la terra della strage del 19 settembre 2008, quando Setola e i suoi uomini fecero irruzione in una sartoria e uccisero sei immigrati di colore.
Due anni dopo Scalzone, sindaco Pdl in carica, ricevette con tutti gli onori Roberto Fiore, capo di Forza Nuova, che voleva organizzare una fiaccolata e protestava per il diniego della Prefettura. Scalzone e Fiore tennero conferenza stampa insieme e da quel palcoscenico il leader dell’ultradestra espresse il suo pensiero: “
Il problema di Castelvolturno sono le tre C: comunisti, clandestini e camorra”. Scalzone gli era affianco, non fece una piega.
La ricostruzione dell’Antimafia ipotizza che Scalzone e altri amministratori e politici locali, tra cui l’ex sindaco Francesco Nuzzo, un magistrato, nel corso del loro mandato “si accordavano con i vertici del gruppo Bidognetti ed in particolare anche con Luigi Guida, fornendogli la piena disponibilità , in caso di elezione, a consentire a ditte nella disponibilità  del clan dei casalesi e anche indicate da Luigi Guida quale referente del clan, l’aggiudicazione di appalti pubblici, o di subappalti per opere di ingente valore economico in corso di esecuzione nel Comune di Castelvolturno, ricevendone quale corrispettivo   l’appoggio   elettorale e di voti dagli esponenti del gruppo Bidognetti operanti sul territorio di Castelvolturno”.
In un verbale del 6 ottobre 2009, il pentito Luigi Guida, reggente del clan Bidognetti, dice: “Alfonso e Antonio Scalzone erano persone a disposizione del gruppo Bidognetti; io mi incontravo con Alfonso e gli riferivo quelle che erano le mie volontà , che poi lui trasmetteva al fratello sindaco”.
Guida ha fatto l’elenco degli affari sui quali il clan avrebbe allungato le mani anche grazie all’intercessione del candidato di Caldoro: “Con Alfonso e poi con il sindaco Antonio avevo discusso dei seguenti argomenti: l’aumento dell’appalto della nettezza urbana; l’apertura del parco in costruzione da parte di Giuliani.
L’apertura della discarica Bortolotto, per la quale avevo parlato con …omissis…. e con Alfonso Scalzone: entrambi mi assicurarono che sarebbero intervenuti sulla discarica che poi fu effettivamente aperta dalla famiglia Orsi che mi mandavano circa 10 mila euro sui guadagni; il rilascio delle concessioni del centro commerciale al Tammaro Diana proprietario del Top Market per il quale parlai con Alfonso Scalzone, il quale si impegnò di fare intervenire il fratello sindaco per il rilascio di tutte le licenze senza incontrare inconvenienti: mi fu detto proprio da Alfonso Scalzone e Tammaro Diana che i permessi furono concessi e quindi si poteva cominciare a realizzare il centro commerciale, senza inconvenienti”.
Accuse gravi, da vagliare corso nel processo. In attesa della sentenza, per Scalzone vale la presunzione di innocenza. Nuzzo, che ha chiesto di farsi giudicare col rito abbreviato, è stato condannato in primo grado a un anno per falso e abuso ma i giudici hanno escluso l’aggravante camorristica.
Le vicende della giunta Scalzone sono entrate anche nel processo all’ex coordinatore campano del Pdl Nicola Cosentino, in carcere con accuse di camorra.
In un’udienza dell’ottobre 2013 Guida ha rivelato: “Sono intervenuto più volte, su richiesta del sindaco di Castelvolturno Antonio Scalzone, presso consiglieri e assessori della sua amministrazione per evitare che lo sfiduciassero. Bastava che mi presentassi a loro per ottenere quello che volevo. Ed imposi al sindaco la nomina dell’assessore all’ambiente”. Scalzone ha terminato regolarmente il suo mandato nel marzo 2005.
Secondo il senatore Gal Vincenzo D’Anna, Scalzone non è stato più ricandidato alle amministrative perchè ruppe con Cosentino “per via delle pendenze giudiziarie”.
Ora ha trovato spazio nelle liste di Caldoro.

Vincenzo Iurillo
(da “il Fatto Quotidiano”)

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TRE MINE IN ARRIVO PER I CONTI PUBBLICI

Maggio 18th, 2015 Riccardo Fucile

ATTESE LE SENTENZE SUGLI STIPENDI DEI DIPENDENTI STATALI, I PRELIEVI DI EQUITALIA E IL CONTRIBUTO SULLE PENSIONI OLTRE 90.000 EURO

Forse per l’«Istat unico partito di opposizione» (copyright Maurizio Sacconi, Ncd) è arrivato un nuovo «alleato»: la Corte Costituzionale.
Se l’istituto di statistica getta spesso e volentieri acqua gelata sulla «narrazione» di Matteo Renzi con i suoi dati su Pil e disoccupazione, adesso è la Consulta a bastonare spesso e volentieri il governo.
Dopo la batosta miliardaria sulle pensioni, venerdì è arrivata un’altra bottarella, cioè la bocciatura della «irragionevole» sovrattassa sulle sigarette elettroniche.
Ma potenzialmente i guardiani della Costituzione hanno l’occasione di sganciare una bomba atomica su Palazzo Chigi: nelle prossime settimane i giudici dovranno decidere della sorte di provvedimenti che valgono molti miliardi di euro.
A cominciare dai contratti pubblici.
La lista fa paura.
Primo, il blocco degli stipendi del pubblico impiego, congelati dal 2011, che potrebbe costare oltre 10 miliardi (anche 20, secondo qualcuno).
L’inizio del dibattimento è stato fissato per il prossimo 23 giugno.
Secondo, la legittimità  del prelievo di un aggio del 3 per cento sulle cartelle esattoriali da parte di Equitalia: se incostituzionale, si ipotizza un altro buco di tre miliardi. Infine, si dovrà  giudicare il contributo di solidarietà  fino all’8% imposto dal governo Letta alle pensioni superiori ai 90mila euro.
Tuttavia un provvedimento simile varato dal governo Monti fu bocciato in passato.
Che la Consulta possa diventare un avversario prima, e un obiettivo da conquistare poi per Matteo Renzi – come ai tempi tentò, senza successo, Silvio Berlusconi – lo fanno capire alcuni commenti di queste ore.
Un editoriale in «prima» del Sole 24 Ore afferma che «sembra quasi che una parte dei giudici costituzionali viva in mondo tutto suo», come «le èlite politiche e sindacali, e i tanti che difendono rendite di posizione anacronistiche».
Altri media vicini al «Partito della Nazione» ricordano i costi e i notevolissimi privilegi (veri e impressionanti) di cui godono i giudici della Corte.
Vittorio Feltri sul Giornale ipotizza (criticandole) che saranno proprio le toghe di Palazzo della Consulta a costringere alle dimissioni Renzi.
Stampa e Corsera hanno parlato di un piano del premier per far eleggere un suo uomo tra i giudici costituzionali. Tra i nomi, quelli di Stefano Ceccanti e Augusto Barbera. Di certo Renzi impedirà  le convergenze tra Pd e M5S, come quella che ha portato alla nomina di Silvana Sciarra lo scorso novembre.
Un primo problema è numerico.
La Corte dovrebbe funzionare con 15 giudici; oggi ce ne sono solo 13, e sulle pensioni (assente perchè malato il «togato» Giuseppe Lattanzi) la parità  è stata rotta dal voto del Presidente Alessandro Criscuolo.
A luglio passerà  la mano un altro togato» Paolo Maria Napolitano, e si scenderà  a 12 giudici: un rischio istituzionale, puntualizzano insigni giuristi.
Come si intreccerà  questa partita con le decisioni su contratti pubblici e altre materie potenzialmente esplosive per i conti è da vedere.
Chi conosce l’atmosfera di Palazzo della Consulta è pronto a scommettere che però non ci sarà  a breve un nuovo scontro frontale con Palazzo Chigi.
Magari l’esame della norma sui contratti potrebbe richiedere – diplomaticamente – più tempo del previsto.

Roberto Giovannini
(da “la Stampa“)

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EXPO, LA DENUNCIA: “HO LAVORATO IN NERO, MAI PAGATO”

Maggio 17th, 2015 Riccardo Fucile

GIOVANNI, 26 ANNI, RACCONTA LA SUA ESPERIENZA: “AL MOMENTO DEL CONTRATTO MI HANNO LASCIATO A CASA”

“Ho lavorato due giorni al padiglione Expo del Belgio, senza essere pagato”. Comincia così la testimonianza di Giovanni Tomasino, 26enne fresco di laurea in Scienze politiche che ha fatto sulla propria pelle l’esperienza di lavorare nel padiglione che ha fatto registrare il primosciopero e la prima defezione di lavoratori dal sito dell’Esposizione universale di Milano.
Il motivo? Una ventina di addetti alla ristoriazione e sala hanno scoperto in busta paga cifre diverse da quelle prospettate e che le due settimane di lavoro antecedenti all’inaugurazione non erano state trretruite.
Hanno incrociato le braccia giovedì e venerdì hanno deciso di fare le valigie per tornare a Bruxelles.
Ma a Giovanni è andata anche peggio.
“Ho lavorato in quello stesso padiglione per due giorni senza essere pagato”.
Da lì un racconto della brutte sorprese in cui può incappare chi cerca fortuna all’ombra dei padiglioni.
“Sono stato lì dall’8 al 9 maggio. Mi sono presentato alle 10.00 all’ingresso ovest di Cascina Triulza, dove trovo un collaboratore del padiglione con altri ragazzi per fare una giornata di formazione come barista presso il padiglione belga”.
Queste le premesse, ecco come proseguono.
“Entriamo in fiera con dei pass non nostri, perchè “tanto non li controllano”. Arrivati al padiglione scopriamo che il bar era ancora chiuso e passiamo la prima giornata a pulirlo e sistemare tutte le cose mancanti, facendo lavoro da magazzinieri.
Ci viene spiegato come usare il forno e verso le 21.00, prima di andarcene, parliamo con un esperto di spillatura che ci spiega che avremmo dovuto spillare solo in bicchieri di plastica e che quindi non era necessario alcun corso accelerato di spillatura”.
E siamo al secondo giorno. “Partecipiamo all’evento di inaugurazione del padiglione servendo qualche birra e qualche croissant gratis. Al pomeriggio, visto che il bar non avrebbe aperto, vengo mandato a lavare i piatti in cucina e verso le 16.00 veniamo convocati per fare finalmente il punto della situazione.
Speranzoso di poter finalmente firmare il mio contratto, mi viene invece detto che avevo finito di lavorare con loro perchè “not fast”, troppo lento.
I ragazzi che erano con me a sentire queste parole si sono messi a ridere pensando fosse solo uno scherzo: tra noi l’ingiustizia è stata da subito evidente”.
Giovanni vive a Buccinasco, a 20 km dall’aera Expo.
Tornerai lì a cercare lavoro? “Francamente no. Certo ci speravo, perchè per un neolaureato un’esperienza formativa anche retribuita poco è un occasione. Ma la formazione lì non c’è mai stata, solo un modo di avere manodopera gratis. Dopo 48 ore non sapevo neppure cosa sarebbe stato di me, come accaduto ad altri. Quando sono tornato a casa mi sono reso conto di aver semplicemente lavorato gratis. E che questo non era giusto”.
“Di sicuro non sono stato “not fast” in quei due giorni di lavoro in cui non ho visto un soldo nè un contratto. Ero lì in nero, sotto la bandiera di uno Stato europeo, sotto gli occhi di milioni di visitatori. Mi sono sentito trattato in modo disonesto, sfruttato. Sarebbe stato più facile far finta di niente, perchè “tanto ci sono cose più gravi”, Cercare lavoro è una sfida in cui è facile farsi cadere le cose addosso e restare giornate a casa a far nulla: non voglio arrendermi”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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EXPO, “NON CI PAGANO”: E I LAVORATORI BELGI SE NE VANNO A CASA

Maggio 17th, 2015 Riccardo Fucile

IL PRIMO SCIOPERO: UNA VENTINA DI ADDETTI AL RISTORANTE HANNO INCROCIATO LE BRACCIA E ALLA FINE HANNO FATTO I BAGAGLI… ACCUSE ALLA ORGANIZZAZIONE ITALIANA

Lo stufato è sempre fiammingo ma a cucinarlo, d’ora in poi, potrebbero essere sostituti italiani reclutati in fretta e furia.
La notizia viene battuta con un certo “gusto” dai siti in lingua belga e arriva dritto da Expo, il grande evento mondiale sul cibo.
Una ventina di addetti al servizio ristorazione, secondo diverse fonti, avrebbero deciso di scioperare e poi di far fagotto tutti insieme per tornarsene a casa, lasciando soli ai fornelli lo chef pluristellato Benoà®t Gersdorff e il vicecommissario.
Nel padiglione che fa capo a Bruxelles, dunque, si registra forse la prima, clamorosa, defezione di lavoratori venuti dall’estero per partecipare all’olimpiade dell’alimentazione sostenibile.
Il primo sciopero sul suolo di Expo
Erano in protesta da giorni. Lamentavano problemi di organizzazione del servizio.
I malumori sono poi esplosi quando hanno capito che il loro contratto non copriva parte del lavoro svolto dal 15 aprile fino al 1 maggio, data ufficiale di apertura dell’Expo.
La busta paga riportava anche un lordo di 1.200 euro anzichè il netto che — a detta loro — sarebbe stato concordato al momento dell’ingaggio.
“Probabilmente si è trattato di un errore”, ammette il vice commissario Marie Noà«lle Higny. Fatto sta che tutti i dipendenti in cucina e sala da pranzo giovedì hanno smesso di lavorare. Per ovviare al problema, i funzionari hanno proposto un euro in più l’ora come compensazione e 300 euro per 12 giorni di formazione.
Il clima però si era ormai fatto pesante e venerdì sera la funzionaria belga ha preso atto che trattenerli era impossibile: in venti su trenta se ne vanno, mettendosi in tasca una manciata di banconote come rimborso e prendendo la strada per Bruxelles. “Hanno accettato un assegno di formazione di 300 euro e hanno scelto di tornare a casa, nonostante le trattative in corso”, ha detto precisando che “i contratti sono stati attivati fino all’1 maggio, ma andiamo in cerca di una soluzione giuridica per pagare i quindici giorni precedenti. Tuttavia, questo richiede tempo perchè dobbiamo organizzare con il segretariato italiano”.
Contratti, silenzi e salsicce belghe made in Italy
Di tutto questo in zona Expo poco o nulla trapela.
La notizia fa però gola a Bruxelles, dove divampano le polemiche. “Niente più della bandiera belga”, titola ad esempio l’edizione online della radio tv nazionale RTBF. L’emittente ha raggiunto il personale registrando cosi le ragioni del malcontento: mancanza di organizzazione, di controllo sulle scorte e ritardi nella consegna della merce.
Parla di “bugie” la vice commissario Higny, ma poi ammette le difficoltà  e l’imbarazzo.
Ora le tocca però trovare il modo di garantire il ricco menù che viene presentato ai visitatori come “specialità  nazionale“, e che in realtà  potrebbe non essere esattamente tale.
Uno degli addetti in partenza l’ha spiegato così: “Ci avevano detto che se avessimo lasciato saremo stati prontamente rimpiazzati da sostituiti italiani reclutati localmente. Sono loro che prepareranno lo stufato fiammingo e Waterzooi?”.
La cucina fiamminga made in Italy non sarebbe però una vera novità .
Il giorno dell’inaugurazione del Padiglione non è stato possibile trasportare la salsiccia belga dal capannone che stava lì a 100 metri: fu sostituita da salumeria italiana. Il vice commissario, forse per scrollarsi dall’imbarazzo, accusa ora l’organizzazione italiana: “La logistica è organizzata molto male e questo provoca malumori e stress da mesi. Non siamo gli unici a lamentarsi di questo. Presto la direzione dell’Expo, composta da tutti i commissari, si riunirà  per affrontare il problema di approvvigionamento”.
La piccola defezione potrebbe diventare anche il primo grattacapo per il commissario generale di Expo, Antonio Pasquino.
Entro fine mese il funzionario distaccato dalla Farnesina presenterà  un report in cui verranno indicati i Paesi che applicano i contratti più sfavorevoli e meno rispettosi del contratto italiano del settore fieristico, utilizzato per i dipendenti diretti di Expo.
Una rilevazione dovuta al fatto che tra le eleganti vele bianche del decumano e le colorate installazioni dell’Esposizione vanno in scena tutte le formule possibili e immaginabili di gestione del lavoro, con variazioni di salario tra un padiglione e l’altro che arrivano fino al 30%.
Una situazione su cui Pasquino si è impegnato a fare chiarezza.
Qualcun altro, nell’attesa, ha optato per la valigia.

Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano“)

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REGIONE VENETO: RAZZA PIAVE E PROFESSIONISTI DELLA “CAREGA”

Maggio 17th, 2015 Riccardo Fucile

LA PATRIA DEL TRASFORMISMO: LE LISTE DI ZAIA, MORETTI E TOSI SONO UN MIX DI FACCE DA BAR DELLO SPORT… CHI VOLEVA USARE I MITRA CONTRO I MIGRANTI E C’E’ PURE LA CUGINA DI PUTIN

Gaffeur, trasformisti, vip e amici degli amici.
Tra razzisti, indipendentisti incalliti, fascisti di ritorno, omofobi in ordine sparso e professionisti della carega, in Veneto le liste sono un caleidoscopio di facce da bar sport, infarcite di “ex” in cerca di conferme e new entry a caccia di promozioni.
Così scorrere l’elenco dei quasi 1100 nomi dei candidati, divisi in 19 liste, può diventare un’impresa tragicomica.
Tosi e il corso popolare con chi vuole i mitra con i migranti
Il candidato di rottura Flavio Tosi, il sindaco di Verona che si è ribellato a Salvini proponendosi a capo di una coalizione di 6 liste (venetiste ma di osservanza costituzionale, di destra ma moderate), ha imbarcato una marea di suoi fedelissimi. Sindaci, assessori, presidenti di provincia, consiglieri e addirittura un paio di assessori regionali della giunta Zaia che, abbagliati dai fari, hanno scelto di abbandonare il Carroccio.
Nella lista Tosi per il Veneto troviamo candidato niente meno che Daniele Stival, assessore regionale alla Caccia e all’Identità  di ferrea fede leghista fino a poche settimane fa.
Nel corso della sua carriera politica ha collezionato una serie non indifferente di perle, passando agevolmente dalla bestemmia in aula (udita da molti, ma non dai microfoni istituzionali) alle offese rivolte all’ex ministro Kyenge: sul profilo facebook aveva condiviso un post nel quale si affermava che fosse “vergognoso paragonare un povero animale indifeso come l’orango a un ministro congolese” (salvo poi smentire di condividerne il messaggio).
Ma non è tutto: durante una trasmissione di una tv locale ha invitato ad “usare il mitra” contro gli immigrati, senza dimenticare quella volta in cui citò il “teatro Petruzzelli di Napoli”.
Un altro ex assessore (titolare della Cultura nella giunta Galan all’inizio dello scorso decennio) è Ermanno Serrajotto, candidato con Tosi a Treviso.
Al suo attivo ha la proposta di spostare a Venezia il festival di Sanremo e una firma in calce alla delibera di acquisto di un affresco del Veronese.
Affresco acquistato da un misterioso privato per una cifra superiore ai 200mila euro, sulla cui paternità  (e quindi sul suo valore) negli anni successivi è stato sollevato più di un dubbio.
Con Tosi ex Fi, ex Udc, perfino ex Pd
A Treviso Tosi candida anche Maria Gomierato, ex sindaco di Castelfranco, in trattativa fino all’ultimo con la Moretti, e   Diego Bottacin, consigliere regionale uscente del Pd che ha lasciato “perchè andava troppo a sinistra”.
Capolista a Treviso, dopo un lungo tira e molla, è Leonardo Muraro, che resta leghista in Provincia (lui è presidente), ma sfila nelle truppe tosiane per la Regione.
A Belluno troviamo il consigliere uscente Matteo Toscani (ex leghista), l’ex segretario provinciale del Carroccio Diego Vello e Daniela Templari, che da assessore provinciale nel 2010 si era autosospesa per via del coinvolgimento del figlio in una questione di droga: un anno dopo, quando chiese il reintegro, le venne negata la poltrona.
In provincia di Venezia si candida con Tosi anche Francesco Piccolo, consigliere uscente ex Forza Italia.
A conferma delle ambizioni di Tosi è da segnalare la presenza in lista di Luciano Finesso, nel direttivo nazionale dell’associazione Democrazia Cristiana.
Infine il sindaco s’è portato dietro mezza amministrazione: c’è il vicesindaco Stefano Casali, l’assessore Luigi Pisa, le consigliere Antonia Pavesi e Barbara Tosi, che con il fratello-primo cittadino condivide anche la condanna definitiva a due mesi per aver propagandato idee razziste contro Rom e Sinti.
Razza Piave e il consigliere che incontrò Karadzic
Tra le liste che sostengono Tosi non ne manca una di ispirazione apertamente indipendentista: Razza Piave-Veneto Stato, un nome un programma.
Tra i candidati di questa lista anche Luciano Fior, una delle anime del movimento Noi Veneto Indipendente.
Nella lista Unione Nord Est c’è invece Adriano Bertaso, leghista delle origini che, nelle vesti di consigliere regionale, incontrò nientemeno che Radovan Karadzic, leader serbo-bosniaco poi ricercato dal 1996 per crimini di guerra dal tribunale penale internazionale per i crimini nella ex Jugoslavia.
Immortalato in una foto pubblicata da Sette che nel 1997 costrinse la Liga Veneta a prendere pubblicamente le distanze da Bertaso.
Con Zaia la cugina di Putin e l’assessore che saluta romano
Se Tosi ha fatto il pieno di leghisti, non badando troppo ai loro trascorsi, alla corte di Luca Zaia le cose non vanno molto diversamente.
Tra le liste di sostegno al governatore uscente, la più prolifica sembra essere quella di Fratelli d’Italia.
Partendo da Venezia, il primo nome in cui ci si imbatte è quello di Raffaele Speranzon che nel 2011 da assessore provinciale alla Cultura mise al bando dalle biblioteche le opere dei letterati che nel 2004 firmarono l’appello per la scarcerazione di Cesare Battisti, chiedendo di ritirare le loro opere dagli scaffali e di non promuoverne la presentazione.
In provincia di Vicenza Adelina Luigia Putin, che vanta parentele con il più noto Vladimir: “Amo questo cognome — ha dichiarato — in Italia ci vorrebbero sette Vladimir” e si fa ritrarre mentre imbraccia un fucile di precisione.
Ma non è sola in lista, con lei c’è l’ormai noto sindaco Joe Formaggio che con tempismo veneto ha emanato un’ordinanza anti-rom a due mesi dalle elezioni regionali in cui sarebbe stato candidato.
In quel di Padova c’è Raffaele Zanon, l’ex assessore regionale protagonista di un noto spot omofobo pubblicato nel 2013 si era già  fatto pizzicare ad una cena fascistissima, mentre se ne stava con le mani in tasca accanto ad un gruppo di amici intenti fare un saluto fascista davanti ad una croce celtica.
Il candidato Zaia: “Tosiani? Se li vedo li prendo a calci in bocca”
Anche le altre liste che sostengono Zaia non hanno voluto farsi mancare nulla.
Un pieno di sindaci, assessori e consiglieri comunali e provinciali in cerca di una ribalta regionale.
Tra i tanti candidati si è distinto ad esempio Fulvio Pettenà  che nei giorni della rottura con Tosi ha sconsigliato pubblicamente al sindaco scissionista e alla sua compagna, la senatrice Patrizia Bisinella, di palesarsi a Treviso: “Se li vedo li prendo a calci in bocca”. In provincia di Padova, invece, è il vulcanico Roberto Marcato a prendersi la scena, dall’invito ad “evadere di più” al consiglio rivolto ai padovani di non accogliere profughi perchè “se avrete problemi vi arrangiate” per arrivare alla “militarizzazione della città ”.
Il sindaco di Cittadella e i lager
Il sindaco di Cittadella Giuseppe Pan, degno erede di Massimo Bitonci, rischia di fargli ombra. Un cittadino su Facebook lo invitava ad agire contro gli accampamenti abusivi di Rom lungo il Brenta e Pan non ha tardato a rispondere: “Sono sempre gli stessi rom che continuamente sgombriamo. Non hanno una dimora e vagano disseminandosi nel territorio. Visto che i lager non ci sono e tanto meno i campi rom, se vuoi provare tu!”. Attaccato dalle opposizioni si è difeso nel più classico dei modi: “Travisate le mie parole”.
Lo “spot” del vescovo alla candidata leghista
La Lista Zaia ha fatto parlare nelle ultime ore per via di una email inviata da don Domenico Consolini, direttore dell’ufficio scuole della curia di Verona, a tutti gli insegnanti di religione della diocesi.
Allegata alla missiva elettronica una lettera del vescovo scaligero Giuseppe Zenti nella quale si elogiava il programma e l’operato di Monica Lavarini e si invitava a diffondere l’informazione.
Poi un mezzo passo indietro dei prelati, che si professano “al di sopra delle parti”.
Per restare in area popolare nella lista Zaia Presidente c’è anche Stefano Valdegamberi, eletto nel 2010 con l’Udc. Ex tosiano, cattolico integralista, che ha scelto la via di Zaia è anche il consigliere comunale veronese Alberto Zelger.
Nei mesi passati si è distinto per prese di posizione intransigenti sui temi dell’omosessualità  ma non solo: durante un dibattito, racconta il Corriere Veneto, assicurò che il cervello delle donne è “diverso da quello degli uomini”, d’altra parte — ha spiegato poi — “basta leggere gli studi scientifici e guardare come parcheggiano le auto“.
Le “candidature imbarazzanti” della Moretti
Spazio a qualche funambolo della politica anche tra le liste che sostengono Alessandra Moretti.
Nel firmamento democratico c’è una stella che brilla più di tutte, è quella della lista Progetto Veneto Autonomo che ha portato alla corte della candidata renziana una schiera di candidati che non sembrano aderire all’ortodossia classica del Pd.
Su tutti Santino Bozza, ex consigliere regionale leghista (espulso nel 2013), convinto che gli omosessuali sono “sbullonati” che “non devono farsi vedere in giro“.
Con lui c’è anche Gianluca Panto, che nel 2010 è stato candidato presidente con il Partito Nasional Veneto, poi confluito in Veneto Stato.
Altro leader autonomista nel listone morettiano è Bortolino “Bobo” Sarotre a cui si riconoscono posizioni contrarie alle unioni civili e al riconoscimento della famiglia anagrafica (sostenuta invece dal Pd): “Non sarà  che vogliono annientare la famiglia tradizionale svuotandola di significato dall’interno?”.
Indipendentisti die hard
Tra le fila di Indipendenza Veneta spiccano invece i nomi di Fabio Padovan e Lucio Chiavegato.
Il primo è il fondatore della LiFe, il movimento degli imprenditori federalisti che si battono contro l’oppressione fiscale, è stato in Parlamento con la Lega Nord dal 1992 al 1994.
L’amore per il Carroccio è finito quando la Lega di Bossi ha preso le distanze dai Serenissimi che lui, al contrario, ha sempre sostenuto (anche economicamente) definendoli degli “eroi” .
Da allora è sempre stato un uomo d’azione, pronto a scendere in piazza anche a rischio di prenderle (come nel 1997, quando la manifestazione davanti al tribunale di Venezia contro il processo agli otto Serenissimi finì a botte, sassate e lacrimogeni tra autonomisti, autonomi e polizia).
Il suo animo barricadero, anticasta e antiromano non gli ha impedito però di schierarsi contro il taglio ai vitalizi, che ha spiegato dicendo di essere “contro alla riforma delle pensioni”.
Da imprenditore Padovan viene ricordato per due episodi: il regalo di 500 euro a testa ai suoi 150 dipendenti in occasione del suo matrimonio e il viaggio con i dipendenti a Medjugorje, per scongiurare una crisi che poi non lo ha risparmiato.
Lucio Chiavegato è l’altro nome forte del sodalizio autonomista.
In prima fila con il movimento dei Forconi che ha paralizzato il Veneto nel 2013, Chiavegato si è fatto sentire parecchio negli ultimi anni, il suo nome figurava anche tra i 24 arrestati su mandato della procura di Brescia nell’inchiesta sul presunto terrorismo armato veneto.

Alessandro Madron
(da “il Fatto Quotidiano“)

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