Maggio 11th, 2015 Riccardo Fucile
“NON HO POTUTO VERIFICARE TUTTO, SE NELLE MIE LISTE CI SONO DEGLI IMPRESENTABILI NON VOTATELI”
Il mea culpa di Vincenzo De Luca avviene a Caserta, la terra dalla quale rimbalzano i nomi più chiacchierati, i parenti degli imprenditori accusati di vicinanza ai clan, gli ex cosentiniani, quelli dai trascorsi di estrema destra, tutti insieme appassionatamente nelle liste collegate all’aspirante Governatore Pd in Campania.
“Ci sono state candidature non opportune dal punto di vista politico, non ho potuto verificare tutto, occupato più dall’aspetto politico che da quello organizzativo delle liste” ammette De Luca secondo la ricostruzione del sito Interno18, nel corso di un comizio disertato dal segretario provinciale dem Raffaele Vitale, in polemica sugli “impresentabili” dell’annacquato centrosinistra campano.
“Ma non chiedo un voto, neanche sulla mia persona, che non sia limpido — dichiara De Luca — ci sono ragioni di opportunità politica che devono prevalere sui diritti dell’individuo, ripeto: non li votate”.
L’ex sindaco di Salerno spiega l’alleanza con l’Udc e De Mita: “Per vincere bisogna spostare il 10% del voto dei moderati. Ma io non contratto con nessuno”.
Attacca l’avversario berlusconiano Stefano Caldoro “che sulla sanità ha raccontato cinque anni di balle, ha eliminato 14.000 posti di lavoro e ha tagliato servizi e ospedali”.
Ma l’odore di destra nelle liste di De Luca rimane forte.
Al caso del consigliere regionale de ‘La Destra’ Carlo Aveta, e a quello — rivelato da Il Fatto Quotidiano — del segretario del Fronte Nazionale di Casal di Principe Vincenzo De Leo, se ne aggiunge un altro.
Nella lista ‘Il Sud con De Luca’, una miscela di movimenti dallo stampo meridionalista con uno spruzzo di associazionismo dei consumatori e dei pensionati, è candidato Diego Manna, figlio dell’ex deputato missino ed ex consigliere comunale di Napoli Angelo Manna, che all’epoca, tra gli anni ’80 e 90′, era il secondo degli eletti all’ombra del Vesuvio dopo Giorgio Almirante.
Il nome di Angelo Manna evoca il ricordo di battaglie antisabaude in Parlamento e di una trasmissione televisiva su Canale 21, Il Tormentone, che gli diede una certa popolarità .
Il figlio Diego posta in rete con orgoglio brani dei libri e audio degli interventi del padre nella commissione parlamentare d’inchiesta sul post terremoto in Campania. Manna jr spiega così su facebook la discesa in campo con De Luca attraverso l’adesione al movimento identitario Insorgenza Civile “che ha lottato per la difesa e la rivalsa dei diritti a noi negati dal 1848 ad oggi. Destra sinistra o centro che sia, l’importante è combattere uniti per la rivalsa delle nostre terre e per le nostre verità nascoste. Mi candido per dar forza e voce a chi ha sete di verità e non di eresie continue. Il mio cognome e la mia determinazione non possono fare altro che mettercela tutta”.
Sulla presenza di persone di destra nella coalizione di De Luca ieri è tornato il leader di Sel Nichi Vendola in un’intervista a Rai News: “Cari amici del Pd, caro Renzi, si può avere come alleato uno che va a rendere omaggio a Predappio sulla tomba del Duce? Come si può mescolare tutto? Cosa diventa la lotta politica, solo l’arrembaggio verso il potere?”.
Vendola si riferiva, senza citarlo, a Carlo Aveta. “Quando nella lotta politica — prosegue il leader di Sel — non c’è la bella contesa sui programmi, sulle idee, visioni diverse della società vince il trasversalismo, tutto diventa opaco. Questo è il punto sul quale io provo indignazione”.
Sel in Campania corre in alternativa a De Luca e Caldoro e candida a Governatore l’ex parlamentare ed ex sindaco di Castellammare di Stabia Salvatore Vozza.
Vincenzo Iurillo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 11th, 2015 Riccardo Fucile
MERCOLEDI IL VARO DELLE QUOTE PER SUDDIVIDERE GLI ARRIVI TRA GI STATI MEMBRI, MA IN CONCRETO SI ARRIVERA’ ALL’AUTUNNO
Oggi l’Alto rappresentante per la politica estera della Ue, Federica Mogherini, illustrerà al Consiglio di
sicurezza delle Nazioni Unite la drammatica situazione dei migranti nel Mediterraneo e la decisione del Consiglio europeo di condurre una missione per la distruzione delle barche usate dai trafficanti di esseri umani. L’obiettivo è quello di ottenere al più presto il via libera ad una risoluzione dell’Onu che autorizzi l’intervento delle forze europee nelle acque territoriali libiche e possibilmente anche nei porti che vengono utilizzati come base di partenza delle carrette del mare.
Non sarà facile. Ci sono resistenze soprattutto all’ipotesi di missioni aeree per la distruzione delle imbarcazioni.
Ma sembra certo che gli europei riusciranno comunque ad avere la benedizione del Palazzo di vetro, che darebbe alla loro azione la richiesta legittimità internazionale.
In questo caso, il piano di azione preparato da Bruxelles dovrebbe finire sul tavolo dei capi di governo al prossimo Consiglio europeo di giugno.
Quindi toccherà ad una coalizione di Paesi europei su base volontaria mettere insieme le forze di intervento necessarie, che saranno con ogni probabilità coordinate dall’Italia
Mercoledì, invece, il collegio dei commissari dovrebbe approvare l’Agenda europea per le migrazioni, un documento che stabilirà una serie di principi per far fronte in modo strutturale alla questione degli immigrati, sia di quelli che cercano asilo, sia di quelli irregolari, sia dei migranti che richiedono un permesso di lavoro.
Il documento prevede, tra l’altro, l’obbligo di ridistribuire i profughi tra i vari Stati membri tenendo conto della popolazione, del Pil e del numero di rifugiati già ospitati. Un obiettivo ambizioso, che infatti suscita forti resistenze da parte di molti Paesi, a partire dalla Gran Bretagna, dall’Irlanda, dall’Ungheria e da numerosi governi del Nord e dell’Est europeo.
Il dibattito sarà lungo. E difficilmente i primi atti legislativi concreti potranno vedere la luce prima dell’autunno prossimo.
Per sbloccare la situazione, la Commissione ha deciso di ricorrere all’articolo 78.3 del Trattato, che dà all’esecutivo comunitario la possibilità di proporre «misure di urgenza» sulle quali il Consiglio deve decidere a maggioranza «sentito il Parlamento europeo», il cui via libera non è dunque vincolante.
Queste misure di urgenza riguarderebbero l’accoglienza di un numero limitato di rifugiati da distribuire tra gli stati membri sempre in base alla stessa chiave di ripartizione.
Quale sarà questo numero non è ancora deciso in via definitiva.
In un primo momento si era parlato di cinquemila, cifra scartata perchè considerata irrisoria. Alla fine è comunque probabile che la cifra proposta dalla Commissione si situerà tra dieci e ventimila rifugiati attualmente ammassati nei centri di accoglienza in Italia, a Malta e in Grecia.
La procedura di urgenza dovrebbe anche consentire di evitare che si crei una minoranza in grado di impedire l’approvazione della proposta della Commissione. Infatti, poichè si riferisce alle procedure di richiesta di asilo, la norma di fatto consente un «opt-out» di Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca.
Se decidessero, come è probabile, di esercitare il loro diritto a chiamarsi fuori dal provvedimento, i tre Paesi sarebbero anche esclusi dalla votazione e tra i rimanenti non dovrebbe essere difficile raccogliere la maggioranza qualificata necessaria.
Andrea Bonanni
(da “La Repubblica”)
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Maggio 11th, 2015 Riccardo Fucile
L’UNION VALDOTAINE PRIMO PARTITO…LEGA AL 9%, FORZA ITALIA NON SI E’ PRESENTATA
Aosta si conferma governata da Union Valdotaine e Stella Alpina: i due partiti, quest’anno alleati con il Pd, dovrebbero vincere le comunali di Aosta già al primo turno.
È questa l’indicazione dello spoglio delle elezioni che si sono tenute ieri.
Fulvio Centoz ha ottenuto circa il 52% dei voti (dato parziale, spoglio al 20%) e dovrebbe quindi riuscire ad evitare il ballottaggio.
Sostenuto da Union Valdotaine, Stella Alpina, Partito Democratico e dalla lista civica Creare Vda, Centoz conquista – con una coalizione di centrosinista – un comune che nella precedente tornata elettorale era andato sempre a Uv e Stella alpina, ma in quel caso alleate con il centrodestra.
L’analisi dei voti conferma la Uv come primo partito, oltre il 25%, in linea rispetto al 2005 e al 2010, seguita dal 13% di Stella Alpina e dal 10% del Partito democratico.
A seguire, distanziato, il candidato di Alpe Loris Sartore al 15% (meno dieci punti rispetto a cinque anni fa) e poi il centrodestra con Nicoletta Spelgatti, composto di fatto solo dalla Lega Nord al 9%.
Forza Italia qui non si presentava nemmeno.
Per il Movimento 5 Stelle, percentuali in linea con quelle dei comuni trentini e alto atesini. Il candidato Luca Giuseppe Lotto ottiene poco più del 9%.
Per il M5s non è possibile fare un confronto con cinque anni fa, quando i grillini non si presentavano, e l’unico dato è quello delle europee 2014, quando i pentastellati nel comune di Aosta hanno preso il 14%.
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Maggio 11th, 2015 Riccardo Fucile
CALO DEI GRILLINI, DI SVP E DEL CENTROSINISTRA CHE PERO’ RESTA LA COALIZIONE PIU’ FORTE… AFFLUENZA MOLTO BASSA
Sarà ballottaggio nelle comunali di Bolzano, con il centrosinistra nettamente avanti, e vittoria al primo
turno per il candidato Pd a Trento.
Questi i due verdetti principali nella tornata di elezioni amministrative in Trentino-Alto Adige, dove si è votato per il rinnovo di 240 sindaci e consigli comunali.
Si è votato anche in Val d’Aosta: lo spoglio è in corso dalle 8 di questa mattina. Gli eventuali ballottaggi sono in calendario il 24 maggio.
Bassa l’affluenza alle urne.
Alla chiusura dei seggi, alle 21, in Alto Adige aveva votato il 66,9% degli aventi diritto al voto, mentre cinque anni fa il dato era stato del 74,6%.
Il calo è stato dunque del 7,7%. A Bolzano, l’affluenza ha fatto segnare il 57,7%, ovvero l’8% in meno di cinque anni fa.
A Trento il calo è stato del 6,1%, dal 60,1 al 54%. Alla rilevazione delle 23 per Aosta, l’affluenza è stata del 61,25%, contro il 66% di 5 anni fa.
Le elezioni a rischio quorum.
Molti piccoli comuni hanno rischiato di vedersi nominato un commissario perchè, pur essendoci un unico candidato, non hanno partecipato al voto almeno il 50% degli elettori.
Solo grazie allo scorporo previsto per legge degli elettori all’estero è stato possibile scegliere il primo cittadino di Roncegno Terme, Samone, Brez e Mezzano. A Faedo e Ortisei nemmeno lo scorporo è bastato: qui le elezioni sono nulle e sarà nominato un commissario.
Nel centrodestra.
Era attesa la sfida nei due capoluogo tra Forza Italia e Lega Nord, un primo test per la leadership del centrodestra. I dati parlano di una netta affermazione del Carroccio, che a Trento e Bolzano supera il 12% mentre Fi non arriva al 5%.
Trento.
Il candidato Pd-Patt-Ccd-Verdi Alessandro Andreatta, sindaco uscente, supera il 53% ed è quindi rieletto al primo turno.
Il principale sfidante Claudio Cia (sostenuto tra gli altri da Fi-Lega-Fdi) si è fermato al 31%, con il Cinque stelle terza coalizione all’8%.
Nel 2010 Andreatta sfondò quota 60 al primo turno, e fu eletto con il 64% delle preferenze.
A Trento soddisfazione del Ccd (già Upt) per il 12,5%, una netta risalita rispetto alle ultime proviciali, quando Upt aveva il 9%. Dato meno positivo se confrontato con quello di 5 anni fa, quando aveva il 17%. Patt raddoppia i consensi rispetto alle precedenti elezioni ma perde qualcosa, l’1%, rispetto alle provinciali.
Bolzano.
Nella città altoatesina si andrà al ballottaggio (dopo uno spoglio lentissimo, concluso solo di mattina). Il candidato di Pd e Svp, nonchè sindaco uscente, Luigi Spagnolli arriva al 41,6%, senza nessun vero contendente: il secondo classificato Alessandro Urzì (centrodestra) arriva infatti appena al 12,7%, seguito a poche centinaia di voti da Carlo Vettori della Lega Nord e da Cecilia Stefanelli, della coalizione di sinistra. Praticamente scompare Forza Italia: qui a Bolzano nel 2010 il Pdl aveva il 20%, oggi non arriva al 4%.
Se Spagnolli riuscirà tra due settimane a conquistare il voto della sinistra e di parte dei grillini, non dovrebbe avere difficoltà ad essere rieletto.
Cinque anni fa Spagnolli fu eletto al primo turno con il 52% dei voti. Cala la percentuale di voti dell’Svp (oltre tre punti in meno).
La flessione della Sudtiroler è significativa nel capoluogo, ma ancora più netta nei comuni minori della provincia.
Brutto colpo per l’Svp.
In Alto Adige la distanza degli elettori dalle urne corrisponde in qualche maniera anche a quella che si profila come una disaffezione dell’elettorato sudtirolese dal partito di riferimento, ovvero dalla Sà¼dtiroler Volkspartei. Il “partito di raccolta” degli altoatesini di lingua tedesca potrebbe infatti pagare alcuni tagli introdotti dal nuovo governatore Svp Arno Kompatscher.
Un esempio di questa situazione è il piccolo comune di San Candido, dove la Svp perde lo scranno del primo cittadino.
Dopo l’annuncio di notevoli sforbiciate alle strutture dell’ospedale locale, infatti, gli elettori hanno deciso di premiare una lista civica e questo per la prima volta nella storia del Comune.
L’Svp ha perso anche il sindaco di Vipiteno, altro comune dove è stato tagliato l’ospedale. Gli elettori hanno infatti scelto il candidato di una lista civica, che ha ottenuto il 54,5% dei voti. La Svp, inoltre, perde anche altri comuni minori come ad esempio Selva di Val Gardena, Naz Sciaves, Vadena e Villa Bassa.
Il municipio di Salorno vede invece un rovesciamento di ruoli. Il Comune della Bassa perde il sindaco italiano uscente Ivan Catella a vantaggio di Roland Lazzeri della Svp. La Svp si afferma nettamente anche a Bressanone.
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Maggio 10th, 2015 Riccardo Fucile
OBIETTIVO: “TROVARE UN SISTEMA PER LASCIARE L’ITALIA”
“Abbiamo dato loro panini, acqua, coperte e vestiti. Stiamo cercando di trovare una sistemazione, ma qualcuno dovrà dormire qui, in stazione Centrale”.
Eritrei, somali, siriani e pakistani: sono più di 150 gli immigrati arrivati a Milano negli ultimi giorni, senza cibo, acqua, soldi e vestiti.
Uomini, donne e bambini senza documenti, che sfuggono alle telecamere per paura di essere riconosciuti.
Gli unici che accettano di parlare lo fanno a volto nascosto: se venissero identificati, infatti, il loro sogno di lasciare l’Italia e raggiungere il Nord Europa svanirebbe. “Siamo stati derubati, picchiati e stuprati dalle guardie che collaborano con i trafficanti — racconta Russom, un giovane eritreo di 25 anni — Vorrei andare in Inghilterra, ma non so se ce la farò mai”.
Intanto, i volontari dell’associazione Cambio Passo li hanno accolti in zona Porta Venezia, all’aperto.
Ma, quando il numero di persone è continuato a crescere, hanno deciso di portarli tutti alla stazione Centrale.
“L’assessore Pierfrancesco Majorino è venuto qui a controllare la situazione — dicono -, ci ha fatto i complimenti per il lavoro che facciamo, ma non ha pensato di offrire beni di prima necessità . La situazione è critica da almeno un mese, anche per questo siamo venuti alla stazione, per far vedere che ci sono centinaia di persone costrette a stare per strada”.
I migranti più fortunati sono stati sistemati nel centro d’accoglienza di via Mambretti, messo a disposizione proprio dal Comune, dove potranno dormire su delle brandine. Gli altri cento hanno passato la notte sui materassini e le coperte date loro dai volontari.
“Per il momento li teniamo qui, da domani vedremo”, dicono.
Da una parte gli africani, fuggiti dalla povertà e dalla violenza.
“Anche sui barconi — spiegano — gli africani sono considerati migranti di serie b e stanno negli scompartimenti sotto, dove è più facile morire schiacciati o finire in acqua”.
I loro racconti parlano di mesi di viaggio, dalle città e i villaggi del Paese africano, passando per il Sudan e il deserto, pressati sui camion, senza cibo e poca acqua, fino alla Libia, dove si sono imbarcati per l’Italia.
Migliaia di euro spesi, rischiando la propria vita e subendo la violenza dei trafficanti, per poter
raggiungere il nord Europa.
“Il viaggio costa da 4mila fino a 10mila euro — continua Russom — Sono venuto a Milano perchè è da qui che partono i corrieri per il resto dell’Europa. Vorrei raggiungere l’Inghilterra, so che non è facile, ma per il momento sono felice di essere arrivato”.
In un angolo sono stati sistemati anche una quarantina di siriani.
“Generalmente, loro hanno meno problemi di soldi — dicono i volontari — Chi riesce a uscire dal Paese lo fa perchè vuole fuggire dalla guerra e dalla dittatura, ma hanno maggiore disponibilità economica. I siriani poveri o i profughi di Damasco non possono permettersi di scappare”.
Se tra gli eritrei si vedono giovani senza scarpe o a torso nudo, infatti, tra i siriani ci sono donne dalle facce curate e ragazzi che indossano vestiti nuovi.
Ziad si avvicina, vuol raccontare la sua storia. Non rispecchia lo stereotipo del siriano fuggito dalla guerra: ha la carnagione chiara, capelli biondi, vestiti occidentali e l’iPhone in mano. Sembra più il membro di una band inglese. In realtà , Ziad suonava davvero in un gruppo rock, a Homs, fino a quando il regime di Bashar al-Assad ha iniziato a “perseguitarlo”.
“Ricordo ancora il nostro primo concerto — racconta — Il giorno dopo sono stato convocato dalla polizia che ha iniziato a chiedermi perchè suonavamo, cosa avevamo intenzione di fare, chi erano le persone che venivano ai nostri concerti. Noi volevamo soltanto fare musica”.
Per questo, Ziad racconta di aver passato 33 giorni in una sala per gli interrogatori, prima in mano alla polizia e poi ai servizi segreti: “Appena fai qualcosa che esce dai canoni imposti dal regime — continua il ragazzo — ti mettono nel mirino. È successo lo stesso con i ribelli del Free Syrian Army: appena è stato possibile sono stati accomunati ai jihadisti di al-Qaeda e Isis,diventando per tutti dei terroristi”.
Ziad racconta di aver attraversato il confine tra Siria e Turchia con il suo passaporto, di aver poi raggiunto la Grecia in nave e, da lì, di essersi imbarcato su un aereo Atene-Milano.
Tutti gli altri, però, hanno speso migliaia di euro per attraversare il deserto, raggiungere la Libia e imbarcarsi in una delle carrette del Mediterraneo.
“Non conoscevo le persone morte nell’ultimo grande naufragio — racconta Russom — Io sono stato fortunato perchè ho viaggiato in una barca con soli eritrei. Quando, invece, vengono mischiati eritrei e somali, la grande tensione e la sofferenza sfociano spesso in risse che provocano il ribaltamento delle barche”.
Chi riesce ad arrivare vivo a Lampedusa o sulle coste siciliane, dice Marzia D’Antino di Cambio Passo, “sogna di andare in Germania, Norvegia, Svezia o Regno Unito. Per fare questo, vengono qui a Milano, dove sanno di trovare i ‘trafficanti europei’, i passeur, che possono farli uscire dall’Italia”.
Gianni Rosini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 10th, 2015 Riccardo Fucile
FAVOREVOLI E CONTRARI IN EUROPA
Si respira ottimismo nelle grandi Cancellerie continentali sul progetto di Bruxelles di imporre ai governi
europei un sistema di quote obbligatorie per la ripartizione dei migranti che sbarcano sulla nostra sponda del Mediterraneo.
Una vera rivoluzione all’insegna della solidarietà che sarà discussa mercoledì dalla Commissione europea.
In queste ore emergono nuovi dettagli sulla proposta di Bruxelles: non solo il testo conterrà da subito numeri vincolanti molto alti su quanti stranieri ogni Paese dell’Unione dovrà accogliere, ma per evitare che la norma venga annacquata dai governi contrari alla svolta la Commissione ha scelto di farla passare con una procedura d’emergenza che toglie il potere di veto a chi è contrario.
L’Agenda con le nuove politiche migratorie dell’Unione – rivelata ieri d Repubblica – è virtualmente divisa in due parti.
Tutto il pacchetto dovrà passare mercoledì in Commissione, poi la parte sulle quote, quella più urgente per i paesi ormai al collasso come Italia e Malta, seguirà un iter legislativo separato, più rapido.
Il resto delle proposte, come una nuova politica per l’immigrazione legale, la creazione di un “asilo europeo” e il rafforzamento delle frontiere Sud della Libia per bloccare i trafficanti, seguiranno l’iter normale, con tempi più lunghi e maggiori possibilità di contrasto da parte dei governi euroscettici.
Guardando a mercoledì, il primo passo, c’è ottimismo.
Per ora, raccontano dalle capitali gli ufficiali di collegamento con Bruxelles, nessuno dei 28 commissari europei si è schierato contro il pacchetto, solo qualche sottolineatura circoscritta.
E anche il rischio che un blocco di commissari si metta di traverso su chiamata dei paesi di provenienza sembra poco concreta.
Il perchè lo spiega un diplomatico di lungo corso: «Visto l’impegno diretto del presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, dei due vicepresidenti Timmermans e Mogherini e del responsabile per l’Immigrazione, Avramopoulos, è difficile che si crei una fronda in grado di diluire o bocciare il testo».
Se davvero l’Agenda passerà intonsa in Commissione, la parola passerà a governi edEuroparlamento.
E qui la parte quote si sgancerà dal resto del pacchetto grazie alla procedura d’urgenza. Entro un paio di settimane Bruxelles presenterà il testo legislativo vero e proprio.
Poi verrà “sentito” il Parlamento europeo, dove i numeri per l’ok alle quote saranno ampi: a favore il Pse, la stragrande maggioranza del Ppe (contrari l’Ump di Sarkozy e i conservatori polacchi) e i liberali.
Una maggioranza in grado di schiacciare l’estrema destra.
Infine la palla passerà al Consiglio, ossia ai governi. E qui la mossa di Bruxelles di imboccare la procedura d’emergenza prevista dal Trattato di Lisbona spiazza le capitali euroscettiche perchè la decisione, al contrario di quanto avviene di solito, non dovrà passare all’unanimità : si andrà a maggioranza e quindi nessun leader avrà il diritto di veto abbassando molto i rischi di un “no”.
I maggiori sostenitori delle quote sono Renzi e Hollande, come conferma il sottosegretario Sandro Gozi: «Non è più possibile che a pagare il costo dell’emergenza migratoria siano i soliti noti, serve una distribuzione dell’onere a livello europeo».
Anche Angela Merkel ha fatto informalmente sapere di sposare il meccanismo.
D’altra parte la Germania è il Paese che accoglie il maggior numero di migranti.
Ancora indecisa la Svezia, seconda nazione per numero di asilanti, all’inizio diffidente ma secondo il tam tam diplomatico in procinto di convincersi che il sistema funzionerà .
A favore anche gli altri paesi rivieraschi come Spagna, Malta, Grecia e Cipro.
Così come d’accordo tra gli altri saranno anche Belgio e Lussemburgo, piccole nazioni ad alto tasso migratorio.
Sul fronte del no i baltici e l’Europa dell’Est, a partire dalla Polonia e dall’Ungheria dell’estremista Orban, area geografica a immigrazione zero che non vuole farsi carico dei problemi altrui.
Un blocco che però non ribalterebbe la maggioranza e che si potrebbe sfaldare quando la Merkel si schiererà pubblicamente a favore della proposta.
Freddi i finlandesi e qualche altro Paese del Nord. Il grande no invece arriverà da Londra: David Cameron, fresco di conferma a Downing Street, è contrarissimo alle quote.
Ma senza diritto di veto avrà le armi spuntate e comunque potrebbe essere ammorbidito con un opting out, una complicata clausola che gli permetterebbe di sfilarsi dal sistema. Con queste premesse molti leader sognano di far entrare in funzione le quote prima di agosto, magari di sancirne l’avvio già al summit europeo del 25 e 26 giugno.
Come per le quote, un percorso più veloce sarà riservato alla missione Ue in acque libiche per intercettare e affondare i barconi dei trafficanti prima che carichino i migranti.
Ieri il ministro degli Esteri Gentiloni ha affermato che la Russia «è disponibile a collaborare» sulla bozza di risoluzione all’Onu. Palazzo di Vetro permettendo, anche in questo caso il sogno degli europei è di varare la missione al vertice di giugno.
Alberto D’Argenio
(da “La Repubblica”)
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Maggio 10th, 2015 Riccardo Fucile
LE MANOVRE DELLA BOSCHI E DI LOTTI ALL’OMBRA DEL CAPO… DIVERSI COME IL GIORNO E LA NOTTE, CIASCUNO CON LE PROPRIE TRUPPE
Alla cena di festeggiamento per l’approvazione definitiva della legge elettorale Italicum, all’Enoteca Lazio in via Frattina, a cento metri da Palazzo Chigi, lunedì 4 maggio, Maria Elena Boschi non si è fatta vedere, era in tv da Lilli Gruber di rosso vestita, come nell’aula di Montecitorio.
A brindare al successo del governo, di Matteo Renzi e della ministra c’erano i giovani deputati renziani, renzianissimi, anzi, boschiani.
La scena si è ripetuta la sera dopo, il 5 maggio, a casa della deputata Lorenza Bonaccorsi: altra festa, altri brindisi. Viva l’Italicum.
Segno del potere assoluto di Renzi, destinato a durare per anni. Condiviso con due persone al mondo: la madrina della riforma, Maria Elena. E il sottosegretario Luca Lotti, l’altro ammesso nell’Appartamento, come viene chiamato in codice il perimetro blindato di Palazzo Chigi in cui vive e lavora il premier, in cui si organizzano accelerazioni, colpi di mano, manovre di accerchiamento, il divide et impera nel Pd che ha distrutto quel che restava dell’antica Ditta post-comunista.
Fatto l’Italicum, andranno fatti gli Italici.
Il futuro partito renziano per ora è una galassia, un magma di rapporti non strutturati, di sintonie e di ambizioni generazionali.
È una corte con al vertice il Principe di Rignano sull’Arno e ai lati monna Boschi da Laterina e messer Lotti da Montelupo fiorentino, lei alla sinistra, lui alla destra, destinati a diventare rivali, perchè se oggi tutti sono diventati renziani, toccherà distinguersi in futuro tra boschiani e lottiani.
Boschi e Lotti sono diversi come il giorno dalla notte.
Solare, radiosa lei, donna di cuori e di copertine, la front woman mediatica del renzismo, ben più di un semplice ministro, il volto esterno del governo, l’unica ad avere voce in capitolo sulle scelte del premier.
Misterioso lui, presenza inevitabile ma invisibile, una sola intervista in quattordici mesi, con “Repubblica”, per parlare del 25 aprile, intento a coltivare la sua immagine alla Frank Underwood, potere e riservatezza.
Quando ha da far sapere qualcosa affida le sue confidenze al “Foglio”, che ha pubblicato una sua rubrica quotidiana sui mondiali di calcio del 2014 e nel gennaio 2015 la lista del Nazareno, ovvero l’elenco dei grandi elettori del Pd divisi per gradi di fedeltà alla vigilia del voto sul Quirinale.
Gentile e tanto onesta pare la Boschi, nelle apparizioni tv e nelle cene private in cui figura come ospite d’onore, maleducato ma di talento Lotti più ancora del suo leader, nella ormai famosa definizione di Ferruccio de Bortoli.
La Boschi ama presentarsi come una secchiona, fasci di carte sottobraccio, laurea con 110 e lode, Lotti è diplomato allo scientifico e si vanta: «L’ultimo libro l’ho letto quando avevo 12 anni, alle medie».
Eppure ha la delega alle celebrazioni, dalla Liberazione alla Grande Guerra, e i professoroni di storia si scomodano per riunirsi con lui.
Ai banchi del governo lei siede accanto alla poltrona (vuota) del premier, intenta a digitare con il pollice la tastiera del nuovissimo iPhone, comprato in fretta e furia il 31 gennaio perchè il precedente era andato in tilt, quel giorno si eleggeva il presidente della Repubblica e fu una mezza tragedia per la ministra restare qualche minuto senza telefono, per lei è un’appendice esistenziale, un flusso di coscienza.
Lui, il Lotti, compare all’improvviso alle spalle dei ministri, come un vampiro, un dracula biondo, che abbraccia, avvolge, rinfaccia.
Seduttiva Maria Elena, ruvido Luca: i due volti del Capo.
Complementari, dunque, ma anche in sottile competizione, mai venuta finora allo scoperto. Quando Graziano Delrio si è trasferito da Palazzo Chigi al ministero delle Infrastrutture, la Boschi ha spinto per nominare al suo posto una donna ex Cgil, la vice-presidente del Senato Valeria Fedeli, invece l’ha spuntata Lotti con Claudio De Vincenti, ex bersaniano ma a prova di fedeltà governativa e senza l’ambizione del predecessore di cui i lottiani dicono: «Delrio esiste per Matteo come persona, come capocorrente del renzismo è nulla».
Ma nuovo segretario generale è stato nominato il capo di gabinetto della Boschi Paolo Aquilanti, Lotti aveva candidato il capo del Dipartimento per la politica economica Ferruccio Sepe, conosciuto al tavolo del Cipe, e più ancora puntava sul vice-segretario generale Raffaele Tiscar, toscano e ciellino.
Niente da fare, ha vinto la Boschi. Uno a uno, equilibrio perfetto.
Storia ripetuta in settimana sul voto di fiducia sull’Italicum: la Boschi era perplessa, era convinta che la maggioranza aveva i numeri per resistere al rischio dei franchi tiratori, Lotti invece ha sostenuto la linea dura di Renzi, procedere a passo di carica con i voti di fiducia.
Presa la decisione, però, la ministra si è trasformata nella più efficace paladina mediatica del colpo di mano renziano.
C’è chi, estremizzando, sostiene che, nel casino organizzato delle tribù del premier, il renzismo si traduca in questo: c’è la Boschi, c’è il Lotti, ci sono i loro uomini, le loro zone di influenza.
Il regno della Boschi è al terzo piano degli uffici del ministero delle Riforme e dei Rapporti con il Parlamento in largo Chigi, che affaccia su via del Corso e sulla sede del capo del governo.
Ogni martedì mattina si riunisce lo staff: il capo dell’ufficio legislativo Cristiano Ceresani, consigliere parlamentare, ex braccio destro del ministro Gaetano Quagliariello, il consigliere giuridico Massimo Rubechi, livornese, l’uomo che nell’ombra materialmente produce i testi delle riforme, i capi dipartimento, il portavoce Luca Di Bonaventura, il collaboratore Davide Ragone. Molto ascoltati i costituzionalisti Augusto Barbera e Stefano Ceccanti.
Il territorio privilegiato della ministra sono le aule parlamentari. La rete dei funzionari e dei consiglieri, i quarantenni che costituiscono il serbatoio dei nuovi commis renziani da inserire nei ministeri al posto dei consiglieri di Stato, la rete costruita negli anni dai Catricalà . Paolo Aquilanti, il nuovo vertice burocratico di Palazzo Chigi, è uno di loro: classe 1960, funzionario del Senato, l’inventore dell’emendamento canguro che ha permesso il voto del Senato sull’Italicum.
Alla Camera la Boschi può contare sul drappello di giovani deputati, renziani della prima ora, trentenni alla conquista di Roma: l’aretino Marco Donati, destinato a occuparsi del tesseramento del partito, Edoardo Fanucci di Montecatini, il forlivese Marco Di Maio, l’uomo dei numeri che monitora per conto della ministra gli umori dei parlamentari del Pd.
In occasione del voto finale a scrutinio segreto sull’Italicum aveva pronosticato 335 voti favorevoli, sono stati 334.
Boschiani sono il sottosegretario Ivan Scalfarotto e il neo-Pd ex Rifondazione e Sel Gennaro Migliore. Con Maria Elena si tengono in contatto via WhatsApp.
E le chat di gruppo si moltiplicano: c’è quella del governo, quella della segreteria del partito, le due dei deputati (Renziani e Parlamentari 2.0).
I renziani si riuniscono la sera nei locali intorno a Montecitorio: da Laganà in via dell’Orso, all’Osteria del Sostegno, a ParmAroma in piazza Rondanini. Cene informali in cui si lanciano le parole d’ordine da far arrivare al corpaccione dei gruppi parlamentari: la candidatura di Sergio Mattarella al Quirinale, la fiducia sull’Italicum.
Il tam tam parte a tavola e poi arriva sui cellulari.
Lotti è più felpato. A cena si fa vedere anche lui, ma si occupa del partito e del governo. Raccoglie i transfughi delle altre correnti e degli altri partiti.
Il sottosegretario alle Comunicazioni Antonello Giacomelli, l’uomo della riforma della Rai, era un fedelissimo di Dario Franceschini, oggi si proclama lottiano.
Lo stesso percorso del triestino Ettore Rosato, da Franceschini a devoto di Lotti, sarà ricompensato con il ruolo di capogruppo alla Camera.
È Lotti che sull’Italicum ha sfilato a Pier Luigi Bersani mezza corrente, il ministro Maurizio Martina, l’uomo dell’Expo, il milanese che fu pupillo di Filippo Penati Matteo Mauri, dopo aver convertito il presidente dell’Emilia Stefano Bonaccini e il sindaco di Bari Antonio Decaro.
È Lotti che curerà nelle prossime settimane al Senato il drappello di senatori amici di Denis Verdini pronti a soccorrere Renzi in caso di difficoltà . Il sottosegretario accumula posizioni e continua a collocare amici nei ministeri.
La new entry a Palazzo Chigi è Lorenzo Petretto, figlio dell’ex assessore al Bilancio della giunta Renzi, l’ennesimo fiorentino doc.
Lotti è il renziano che guarda a destra, scaltro nella campagna acquisti, la Boschi è attenta alla rive gauche.
«Lui è spietato, sembra D’Alema, lei è morbida, ricorda Veltroni», osserva un cultore delle stardust memories di Botteghe Oscure, indicando le piste di possibili divisioni.
Future, però. Perchè nel presente condividono le amicizie (i deputati toscani David Ermini, Dario Parrini, Francesco Bonifazi), le freddezze (non amano il gruppo romano ex rutelliano, compreso il ministro Paolo Gentiloni) e le antipatie (il sottosegretario Antonio Rughetti). Custodiscono la materia più rara in natura, la fiducia del premier Renzi.
Boschi e Lotti sono il governo nel governo, contano più di quasi tutti i ministri, sono il partito nel partito, superiori al numero due Lorenzo Guerini.
E sono il volto della fragilità più evidente di questi quattordici mesi di governo Renzi: l’impossibilità di costruire una classe dirigente che vada oltre la Corte fiorentina, l’impossibile (per ora) istituzionalizzazione di una leadership che continua a contare solo su se stessa.
E che va a sbattere su incidenti come la sentenza della Consulta sulle pensioni, almeno 5 miliardi di euro da trovare nelle prossime manovre.
Una sciagura per il governo Renzi, ma la sentenza è stata firmata dalla giudice Silvana Sciarra, votata dal Pd di Renzi e fortemente sponsorizzata dalla Boschi.
Per questo, dicono, dopo le elezioni regionali del 31 maggio la Corte dovrà trasformarsi in partito. Forse perfino con un nuovo nome: da Pd a Democratici, all’americana, anzi, alla toscana. Il Partito dell’Italicum.
Guidato da loro, s’intende: Matteo, Maria Elena e Luca. Il nuovo potere.
Marco Damilano
(da “L’Espresso”)
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Maggio 10th, 2015 Riccardo Fucile
DUE CHILOMETRI A PIEDI PER RAGGIUNGERE I PRIMI PADIGLIONI… POCHE PANCHINE E CESTINI, ZERO FONTANELLE… C’È CHI SI SENTE MALE DAL CALDO, POCHISSIMI I SERVIZI
Ha rispettato i tempi di apertura: il primo maggio. Le buone notizie per Expo finiscono qui. 
Oltre l’ingresso, quando si arriva in questa estrema periferia milanese, c’è il nulla.
Per intravedere qualche padiglione si devono percorrere circa due chilometri a piedi. Bisogna attraversare un ponte sopraelevato su strade e ferrovie. A metà un signore si sente male. Lui e la moglie cercano una panchina. Non ce ne sono. Non gli resta che accasciarsi a terra. La signora chiama il 118.
“Capita ogni giorno”, minimizza il personale medico del presidio allestito a Expo. “Un colpo di calore, stia tranquillo”, gli dicono adagiandolo sulla lettiga.
La moglie chiede dove trovare dell’acqua.“Tra i padiglioni”.
Ma la ricerca è forse volutamente in linea con il progetto: in una cattedrale nel deserto abbeverarsi non può essere facile. E infatti non lo è.
Quant’è difficile riuscire a dissetarsi
Degli oltre 200 ristoranti e punti vendita nell’area di circa quattro chilometri, solo una ventina vendono acqua. E i distributori gratuiti sono pochi, ne incrociamo quattro ma l’organizzazione dice che ce ne sono 12. Ben nascosti.
Visibili, invece, i quattro info point. Il primo è appena superato il ponte. E qui c’è anche qualche panchina. Anzi: le uniche sono qui. Ma sotto il sole.
Gli alberelli che dovrebbero fare ombra sono stati piantati troppo di recente. Sulle panchine si riposano i volontari. Che sembrano più turisti che guide. Angelo e Maria, per dire, sono due pensionati di 68 e 63 anni. Si danno un gran da fare.
“Io parlo tedesco, mio marito inglese e siamo pochi a conoscere lingue”, dice lei.
Non hanno dubbi sul perchè valga la pena lavorare gratis: “La prima settimana abbiamo visitato i padiglioni, ce ne sono alcuni veramente bellissimi” e poi, aggiunge Angelo, “non siamo obbligati a esserci sempre e per sei mesi”.
Mi mettono la piantina di Expo in mano e mi suggeriscono di arrivare al padiglione di Slow Food “è bellissimo”.
Lo indicano ma è troppo lontano, non si vede. “Vada in fondo, lo trova”.
In fondo è a un altro chilometro e mezzo dal padiglione zero, quello che dovrebbe essere l’ingresso ufficiale a Expo posto all’inizio di un corso che chiamano “decumano” e attraversa tutta l’esposizione.
Lungo questa camminata si intravedono da entrambi i lati tutti i padiglioni.
Brasile, Cile, Kazakistan, Russia. È tutto asfalto.
Ma l’intero percorso è sovrastato da gigantesche vele che garantiscono ombra. Di panchine neanche a parlarne, così come le indicazioni: zero.
Una professoressa di una scuola media di Rovigo aggiunge un’altra mancanza: spazi pic-nic o aree verdi per i bambini.
“Sa dove possiamo far fare merenda?”, chiede a un volontario. E la risposta è un silenzio pensoso seguita da: “O lontano da qui o intorno all’albero della vita dove trova dei seggiolini”.
L’albero della vita, simbolo incompiuto di Expo, è attorniato da sedute rosse rotanti in equilibrio instabile che si rivelano una delle attrazioni più quotate perchè è una sorta di gioco: prova a sedertici. Ma i bimbi apprezzano. Il gioco. Le maestre meno l’assenza di aree verdi.
Di scolaresche qui ne arrivano tantissime. È uno dei pochi dati certi che Expo ha tra le mani: le visite delle scuole sono tutte organizzate in anticipo.
Eppure riusciamo a estorcere un numero approssimativo: tra i due e i quattro mila studenti al giorno. Di dati la società non vuole darli.
L’amministratore delegato Giuseppe Sala preferisce non divulgarli per evitare analisi ritenute inutili.
Eppure, a ormai una settimana dall’inaugurazione, sarebbe necessario fornire qualche cifra anche per confrontarla con le stime.
Di persone comunque ce ne sono. L’area è vastissima. Ci sono padiglioni letteralmente presi d’assalto, come quello Inglese, mentre altri sono deserti. Ma più che per reali meriti per la teoria delle masse di Freud: si segue la calca.
Anche perchè non ci sono indicazioni, così come non si sa cosa si troverà all’interno delle singole esposizioni.
Ogni padiglione è un uovo di pasqua. A sorpresa. Alcuni sono ancora vuoti. Come quello dell’Unione Europa, fino a venerdì transennato e con ancora operai e ruspe al suo interno.
Ieri miracolosamente terminato e inaugurato per il National day alla presenza del presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz.
Le aree di Oman, Indonesia e Turkmenistan sono ancora da concludere. Erano in carico all’Italia e i Paesi hanno già protestato .
Anche la Sicilia ha avuto da ridire. Lo stesso padiglione Italia ha ancora una parte incompleta e inagibile: il tetto cui si accede dal ristorante.
C’è una guardia a fermare chiunque tenti di passare. E si capisce il perchè: la vista da qui è bellissima. Se si guarda all’esterno. Bel terrazzo panoramico, peccato sia inarrivabile
All’interno lo sguardo è costretto a incrociare impalcature, pavimenti ancora da fare, quadri elettrici e tubi in bella mostra e da concludere.
Per carità : prima o poi anche questo ultimo piano sarà terminato e si potrà accedere al terrazzo. Così come prima o poi arriveranno le panchine, saranno installati più punti acqua. E prima o poi l’area sarà disseminata di cestini per i rifiuti, arriverà anche una segnaletica per i padiglioni con informazioni e indicazioni precise.
Così come saranno rese operative le navette elettriche, magari a chiamata, e non ci sarà solamente il bus che passa regolarmente l’area esterna ai padiglioni e va a senso unico: se salti una fermata devi rifare l’intero giro.
Insomma: prima o poi sarà tutto perfettamente funzionante e funzionale.
E poi insomma Expo a Milano quando mai ricapiterà ? Quindi per ricordo moltissimi visitatori vogliono comprare un souvenir.
Magari la maglietta che hanno i volontari, il loro zainetto, il cappellino, una tazza con scritto Expo 2015. Insomma: un gadget.
Ma è inutile cercare il negozio: non c’è. O meglio: lo spazio è indicato come “temporany shop” ma è un telo bianco attaccato alle transenne dietro le quali non è ancora stato costruito nulla.
La gara d’appalto vinta da Rinascente è finita al Tar su ricorso di Coin e il tribunale ha costretto Expo a rifarla in fretta e furia.
È finita con una sorta di accordo: uno vende all’esterno e l’altro all’interno.
Se non si chiudeva così, all’italiana, il negozio non avrebbe visto la luce prima della fine di Expo.
Ma anche lui aprirà e venderà gadget. Prima o poi.
Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 10th, 2015 Riccardo Fucile
E’ INDAGATO PER PECULATO NELL’INCHIESTA SU RIMBORSOPOLI
Il 2015 è l’anno in cui Gian Mario Spacca, sessantaduenne dalla chioma ormai canuta, festeggia nelle
Marche, la sua regione, le nozze d’argento con la poltrona.
Un quarto di secolo o cinque lustri, se preferite.
E per dare l’idea di quello che è successo qui, in questo lembo placido e operoso del Paese, incline più al silenzio che al rumore mediatico, è forse utile fare un paio di paragoni.
È come se l’ex comunista ingraiano Antonio Bassolino, cinque anni fa, si fosse candidato governatore in Campania con la Forza Italia di Nicola Cosentino.
Oppure ancora che il bersaniano Vasco Errani, in Emilia Romagna, si fosse schierato con la Lega.
Ecco, nelle Marche è successa una cosa del genere. Consigliere e assessore regionale per 15 anni, dal 1990, poi governatore per il centrosinistra dal 2005 a oggi, il prode Spacca, democristiano di estrazione morotea, come l’attuale capo dello Stato, si ripresenta come candidato-presidente con il sostegno dei suoi nemici di ieri, Forza Italia e il centrodestra alfaniano.
È l’ultima frontiera del cosiddetto modello Marche, che lo stesso Spacca inventò per escludere la sinistra radicale dalla sua coalizione e introdurre il cavallo di troia centrista degli ex dc.
Le Marche sono la regione di Diego Della Valle ma il vero potere industriale che conta è quello dei Merloni di Fabriano, la dinastia degli elettrodomestici che tra l’altro ha mollato Indesit a Whirlpool.
I Merloni alla politica non hanno dato solo familiari (l’ultima è Maria Paola, ex montezemoliana e senatrice del Pd) ma anche loro uomini come Spacca, che nell’azienda ha ricoperto vari ruoli.
E pure adesso che ha rotto con il centrosinistra, diventando uno dei re dell’eterno trasformismo italico, Spacca è difeso dalla famiglia Merloni che ne ha lodato il “bel percorso”.
Talmente bello che il governatore uscente delle Marche, e aspirante rientrante con Forza Italia e Ncd, è scivolato su 51mila 727 euro e 16 centesimi di scontrini e fatture. Rimborsopoli alla Regione.
Spacca è infatti indagato, con altri 65 tra consiglieri e addetti ai gruppi, per il reato di peculato.
Alla procura di Ancona la chiusura dell’inchiesta c’è stata tre mesi fa, a febbraio, e in cento pagine c’è la radiografia dello sperpero di un milione e 200mila euro in quattro anni, dal 2008 al 2012.
Spese pazze e facili
Un consigliere dei Comunisti Italiani, per esempio, si è fatto rimborsare 16,80 per il volume intitolato Il segreto delle donne. Viaggio nel cuore del piacere. Un libro sull’orgasmo femminile che il consigliere ha giustificato in quanto “fondatore della commissione Pari opportunità ”.
Spacca, invece, si è librato molto più in alto, sulle ali della sapienza, e nelle spese non documentate a sufficienza del 2009 ha inserito la stampa di ben 55mila copie del periodico filosofico-culturale Koinè. “Estiqaatsi”, direbbero gli indiani d’America.
Non solo, tra cene per compleanni e onomastici, le spese di spedizione di un altro periodico, stavolta più terra terra, e cioè Marche Domani, c’è una consulenza professionale data da Spacca, nel 2012, per oltre 10mila euro.
“Spese facili e appropriazione indebita”, queste le parole dei magistrati.
Nel pattuglione di indagati della Rimborsopoli sono in tanti che, riciclatisi con il partitino alfaniano di Ncd, hanno seguito Spacca nella sua avventura di Marche 2020.
Come l’ex dipietrista dell’Idv nonchè attrice Paola Giorgi, che è indagata anche per truffa: “con artifici e raggiri” avrebbe ottenuto quasi 8mila euro di rimborsi chilometrici dichiarando di risiedere in un paesino, Matelica, quando invece il suo domicilio effettivo era ad Ancona.
Memorabile, poi, Paolo Eusebi, altro ex Idv oggi “spacchiano” che si è dovuto scusare per aver fatto pagare ai contribuenti le sue sigarette Merit.
Indagato, infine, pure il braccio destro del governatore, Vittoriano Solazzi, ex Pd e attuale coordinatore regionale di Ncd.
Il partito del biogas
Quando Spacca si è fatto il suo movimento coi centristi di Angelino Alfano (e alleandosi con Forza Italia), il Pd regionale ha definito Marche 2020 “il partito del biogas”.
Ironia della sorte, il segretario democrat delle Marche, che si chiama Francesco Comi, è indagato per Rimborsopoli.
Veleni incrociati a parte, qui si gioca una grande partita, tra lobby e politica, su 12 centrali partorite da una legge regionale bocciata più volte dalla Consulta e dal Consiglio di Stato.
Sull’affaire c’è un’inchiesta che ha accertato il pagamento di alcune tangenti alla burocrazia regionale. Il garbuglio di interessi per le prossime elezioni è milionario.
Nei sondaggi, in testa c’è il candidato del centrosinistra Luca Ceriscioli, dato al 38 per cento. Segue il grillino Gianni Maggi al 21. Solo terzo, al momento, l’uscente Spacca, con il 17 per cento.
Il governatore trasformista rischia il flop nonostante il simbolo di Forza Italia nella sua coalizione. Peraltro, è un tipo curioso e furbo questo Spacca.
Incassato il sostegno dei suoi avversari storici si è premurato di far sapere agli azzurri di non gradire l’arrivo di B. nelle Marche in campagna elettorale: “Non abbiamo bisogno del carisma dei leader nazionali”.
La solita Daniela Santanchè gli ha gridato contro: “Spacca vuole gli azzurri ma non Berlusconi. Mi auguro che non sia più il nostro candidato”.
Stavolta, però, Spacca ha ragione. Sarebbe stato troppo salire su un palco con Silvio Berlusconi e farsi fotografare con lui.
Anche il trasformismo ha i suoi limiti.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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