Maggio 1st, 2015 Riccardo Fucile
ALFANO AVEVA DETTO: “HANNO CAPITO CHI E’ IL PIU’ FORTE”… SBAGLIATE LE VALUTAZIONI DELLA QUESTURA: 20.000 MANIFESTANTI, TRE VOLTE IL PREVISTO…TUTE NERE ANCORA IN AZIONE
Decine di automobili, negozi e cassonetti incendiati. 
Bombe carta e vetrine di negozi e banche spaccate a forza di sprangate, semafori distrutti.
Bottiglie, pietre e sassi contro palazzi e pensiline dei mezzi pubblici e contro il cortile dell’università Cattolica a Milano.
Poi sono arrivate le fiamme: i negozi incendiati dalle bombe carta, i cittadini che sono stati costretti a fuggire.
L’azione più grave è avvenuta in largo d’Ancona, dove – appunto – sono state gettate le bombe carta contro due negozi, uno di fronte all’altro.
Ed è qui che i black bloc hanno costruito delle barricate improvvisate con cassonetti, cestini dell’immondizia e fioriere che sono state date incendiate per impedire agli agenti di avanzare.
Alla fine, dopo due ore, la zona – centralissima – che si trova a due passi da piazza Cadorna, è uscita devastata.
E il corteo No Expo – che alla partenza contava circa 20mila manifestanti – è stato interrotto: la grande quantità di lacrimogeni lanciata dalla polizia ha reso impossibile proseguire il corteo.
La polizia aveva usato anche gli idranti per fermare l’azione di danneggiamento che le ‘tute nere’ avevano messo a segno fin da subito.
Tutto è degenerato circa un’ora dopo l’inizio della manifestazione, quando il corteo si è spaccato in due tronconi.
In testa la parte pacifica, in coda l’ala black block.
Tutto è successo, nonostante l’imponente dispiegamento di uomini e mezzi (una zona rossa, grate d’acciaio, barricate e un dispiegamento di 2.200 agenti) che ha cercato di proteggere il centro di Milano in una giornata così importante, così com’è quella che ha inaugurato l’Expo.
In via Mellerio è stata lanciata una bomba carta, altre in via Carducci.
In corso Magenta i manifestanti hanno lanciato fumogeni contro i poliziotti che hanno risposto con i lacrimogeni.
Per bloccare l’azione devastatrice, in via Cesare Correnti, la polizia ha usato gli idranti per disperdere un gruppo di ‘tute nere’ che lanciavano petardi.
Contemporaneamente in via De Amicis – ai confini della cosiddetta ‘zona rossa’ che è preclusa ai manifestanti – un blocco nero di incappucciati – circa 300 – ha raccolto sassi da terra e imbrattato con la vernice e con gli stencil numerose vetrine e le vetrine di una filiale della banca Intesa San Paolo.
Uno spezzone No Tav ha spaccato le vetrine di Fineco. Qui un fotografo è stato picchiato.
Il corteo dedicato alle tematiche No-Expo era partito intorno alle 15 da piazza XXIV Maggio.
A sfilare in strada – nella tradizionale MayDay Parade – oltre ai gruppi che contestano l’Esposizione universale, anche i No Tav, i Cub, varie realtà dei centri sociali milanesi, varie sigle anarchiche e dodici bande musicali provenienti da tutta Europa. Una multitudine di sigle e realtà che ha portato in piazza migliaia e migliaia di persone, intorno alle 20mila.
Questa, almeno è la cifra che l’assessore alla Sicurezza del Comune, Marco Granelli, ha dato dalla sala operativa della prefettura che segue in diretta il corteo.
Mentre il corteo No Expo sfila per corso di Porta Ticinese, è ferma in piazza della Resistenza partigiana, dove ha costruito un’imponente barricata dietro cui sono stati piazzati blindati e mezzi con estintori che impediscono l’accesso al centro cittadino.
Il corteo era molto temuto, anche perchè è stato preceduto da una manifestazione di vigilia che ha imbrattato e danneggiato più di una vetrina del centro.
Per prevenire (o fronteggiare) i problemi di ordine pubblico, la polizia ha schierato 2.200 uomini in tenuta antisommossa. Mentre fino all’ultimo sono continuate le perquisizioni e gli sgomberi della Digos in cerca di armi o materiale pericoloso da usare in manifestazione.
La testa del corteo è guidata da una banda che suona Bella ciao e da un gruppo di clown che ironizza sul tema dell’Esposizione e sulle polemiche che l’hanno interessata. Molte famiglie con bambini stanno sfilando nella parte iniziale accompagnati dalla musica della Banda degli ottoni a scoppio che si è posizionata subito dietro lo striscione di apertura.
Il gruppo NoTav e gli antagonisti si trovano invece al centro del corteo e un gruppo di loro ha già iniziato a lasciare la propria firma sulle facciate dei palazzi e sulle vetrine delle banche incontrate sul percorso. Imponente il dispiegamento delle forze dell’ordine, che hanno bloccato le strade che costeggiano il corteo.
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Maggio 1st, 2015 Riccardo Fucile
COMINCIA L’ESPOSIZIONE UNIVERSALE: DALLA VITTORIA CONTRO SMIRNE AGLI ARRESTI E AI RITARDI… OPINIONI A FAVORE E CONTRO
È il giorno della verità . Dopo tanta attesa, tante speranze, tante polemiche, oggi i cancelli di Expo si aprono e ciascuno potrà vedere con i suoi occhi la realtà dell’Esposizione universale, Palazzo Italia, i padiglioni dei Paesi di tutto il mondo, i cluster, le vie d’acqua, i ristoranti di Oscar Farinetti, il supermercato del futuro della Coop, gli stand degli sponsor, il “camouflage”, ciò che è pronto e ciò che non lo è.
Da oggi le danze sono aperte e si potrà constatare la qualità delle proposte, ma anche tentare di discernere la realtà dalla retorica.
“Io facevo parte del gruppo ‘forza Smirne’”, dice ironica Lella Costa, attrice e personaggio di riferimento per la cultura a Milano, “ma quando la mia città ha vinto, e poi quando è nata Women for Expo, ho pensato che è meglio stare dentro questa cosa, provare a farla per un pezzettino meglio, piuttosto che peggio. Chi è contro Expo ha molte ragioni, ma anche molto snobismo. Io penso che sia meglio stare dentro ‘l’inferno dei viventi’, provare, come scriveva Italo Calvino al termine di Le città invisibili, a ‘riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio’”.
Più critico Domenico De Masi, sociologo, che è a Belo Horizonte, in Brasile, per una serie di conferenze sulle prospettive economiche del più grande Paese latinoamericano: “L’Expo è un’occasione per l’Italia, ma è una di quelle di cui si poteva anche fare a meno. Un evento che ha come tema l’alimentazione andrebbe fatto nel Sahel o in qualunque altro Paese dove la fame è davvero un problema. A Milano il problema è semmai l’obesità . È un evento organizzato da ricchi per i ricchi e non farà altro che aumentare il divario tra loro e i poveri. I ricchi, quando si riuniscono, non risolvono mai i problemi dei poveri. Può darsi che l’Expo dia uno stimolo all’economia, ma l’economia avrebbe più bisogno di stimoli di altro tipo: l’Italia è già l’ottava potenza economica mondiale, gli stimoli migliori sono quelli che vengono dai cervelli, non dai soldi”.
Un milanese doc come Giovanni Soldini, navigatore, è a San Francisco, dove aspetta le condizioni meteo adatte pertentare il record della traversata San Francisco-Shanghai: “Era da tempo che Milano non ospitava un evento internazionale di questa portata. Penso che Expo sia una grande occasione. Va detto che alla fine, malgrado tutto, sono stati bravi. Per ora sono all’estero, ma appena ne avrò l’occasione andrò a visitarlo”.
Positivo anche Stefano Mauri , editore: “Andrò sicuramente all’Expo. Quando nella mia città c’è un evento così importante, certo che ci vado. Sono convinto che l’Expo sarà un successo. Quando ho a che fare con persone di altre parti del mondo, riscontro spesso grandi apprezzamenti per Milano: è una città media, vivibile, gli stranieri la considerano ordinata e piacevole. Di solito la trovano più bella di come se l’aspettassero. Quindi credo che con l’Expo, al di là dei problemi che ci sono stati, faremo una bella figura. L’arrivo di tante persone dal mondo farà bene alla città ”. Certo, nel cantiere c’è stata una corsa contro il tempo, ci sono stati ritardi e inefficienze. “Diciamo”, conclude Mauri, “che siamo pessimi nel pianificare e ottimi nel risolvere” .
Più distaccato Mauro Pagani, musicista e compositore: “Da cittadino che ama Milano, diciamo che l’Expo lo temo. Vivo sui Navigli, che è già una zona incasinata, temo l’ulteriore bailamme generato dall’evento”.
Però alcuni segnali positivi li vede: “Sì, Milano ha già colto alcune occasioni, per esempio dopo 25 anni ho visto rimettere a posto l’argine dei Navigli e la Darsena. Questo è un bene per la città , anche se la riqualificazione tutta cemento e marmo e niente piante non va molto nella direzione della sostenibilità . Comunque, nonostante il malaffare e alcune incredibili leggerezze, qualcosa di buono Expo la farà , non è che siamo una nazione rincoglionita del tutto”.
Andrà all’Expo? “Per ora non mi attira, ma penso che alla fine cederò alla curiosità ”. Claudio Artusi è parte in causa, perchè è il coordinatore di “Expo in città ”, 22 mila appuntamenti che si terranno a Milano nei sei mesi dell’esposizione, 120 al giorno. “La città è una piattaforma in cui, in occasione di Expo, tutto il mondo s’incontra. Questo evento dunque valorizza Milano, non soltanto in termini di ricadute economiche, ma anche e soprattutto di incremento della reputazione e della visibilità internazionale. La vera partita, comunque, non è quella che si comincia a giocare ora, nel 2015, ma riguarda quello che resterà dopo, nel 2016, nel 2017, nel 2018… Se Expo rappresenterà una svolta nel posizionamento di Milano fra le grandi metropoli del mondo, allora la partita l’avremo vinta”.
Ieri un anticipo di Expo è stato realizzato da Giorgio Armani, che in occasione dei suoi 40 anni d’attività ha regalato a Milano un museo, il “Silos Armani”.
“Mi volevano sul palco di Expo all’inaugurazione”, ha detto lo stilista, “ma io faccio vestiti, non sono un’autorità ”.
È invece tornata sulla scena colei che per prima ha lanciato l’idea dell’Expo a Milano, Letizia Moratti, che era sindaco quando nel 2008 la città vinse la candidatura contro Smirne: “Milano è sempre all’altezza, bisogna essere ottimisti”, ha detto ieri, arrivando al concerto inaugurale di Andrea Bocelli in piazza Duomo.
Ora la lunga attesa è terminata.
Nel 2006 è partita la rincorsa per la candidatura, lanciata a Shanghai da Letizia Moratti e dall’allora presidente del Consiglio Romano Prodi.
Nel 2008 Milano ha vinto, raccogliendo i voti di 86 Paesi contro i 65 di Smirne. Poi si sono scatenate le lotte per il controllo dell’evento, si sono succeduti tre amministratori alla guida di Expo spa, prima Paolo Glisenti, poi Lucio Stanca, infine Giuseppe Sala. Risolto non senza polemiche il rebus dei terreni, nel 2011 sono finalmente partite le gare d’appalto.
Si succedono gli scandali, le indagini giudiziarie, gli arresti (18), i tentativi d’infiltrazione mafiosa.
Arriva, a vegliare sulle gare, il nuovo presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone.
Viene raggiunto il record di Paesi partecipanti (145). Parte la corsa contro il tempo per arrivare all’inaugurazione di oggi.
Ora il sipario si alza, il palcoscenico s’illumina, il gran ballo prende avvio.
Abbiamo sei mesi per osservare e partecipare, riflettere e discutere, per gli applausi e per i fischi.
Gianni Barbacetto e Marco Maroni
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 1st, 2015 Riccardo Fucile
LA MAGGIORANZA SILENZIOSA LO AVREBBE VOLUTO DIVERSO
C’è una minoranza di italiani che detesta l’Expo per partito preso o furore anticapitalista. E ce n’è
un’altra, altrettanto risicata, che lo ama alla follia e comprende chi intorno all’Expo ha fatto affari o spera di farne.
In mezzo rema la maggioranza silenziosa e dubbiosa, che lo avrebbe voluto diverso.
Con meno sprechi di tempo e di denaro, e più aderenza al progetto originario: le vie d’acqua e gli orti scomparsi, i progetti artistici rinviati o rinnegati dagli stessi che li avevano partoriti.
Eppure, arrivati a questo punto, la maggioranza mugugnante non se la sente di tifare contro, di augurarsi il disastro.
Sarà la speranza irrazionale che il grande evento trascini l’Italia fuori dalla crisi.
O il semplice, umanissimo desiderio di fare bella figura davanti al mondo, nonostante tutto.
Per restare al tema dell’Expo, il cibo, ci si sente come uno che ha organizzato il cenone di Capodanno, invitando amici e conoscenti, e alle sette di sera si accorge che il pane nel forno è bruciato, il droghiere ha imbrogliato sulla pasta all’uovo e la nuova serie di piatti comprata per l’occasione e pagata il doppio del suo valore si è rotta durante il trasporto. Gli verrebbe voglia di piangere e annullare la festa, ma i primi invitati sono già per strada e allora non gli resta che farsi la doccia, dare una rassettata alla sala da pranzo, apparecchiare la tavola con i piatti di carta più belli che trova e allargare la faccia in un sorriso: speriamo almeno di divertirci e che vada tutto bene.
Ecco, speriamo.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Maggio 1st, 2015 Riccardo Fucile
L’IMPIANTO REGGERA’ A UN EVENTUALE RICORSO ALLA CORTE COSTITUZIONALE?… IN OGNI CASO RENZI HA UNA STRATEGIA, LA DESTRA BRANCOLA NEL BUIO
Nei suoi interventi, il Presidente Mattarella “mi arriva” sistematicamente come “qualcosa” di parecchio vecchio e poco appassionante, sia nei toni che nei contenuti.
Nel modus operandi, però, sta rettamente agendo. A differenza di Napolitano, parecchio pronto “a forzare” certe regole, Mattarella vi si sta scrupolosamente attenendo dando la chiara dimensione della consapevolezza Istituzionale del ruolo che gli appartiene.
In questi giorni, per esempio, in tanti lo hanno invocato auspicando un suo intervento “forte” rispetto alle dinamiche parlamentari relative all’approvazione dell’Italicum.
Al richiamo del possibile “protagonismo” avrebbe potuto anche cedere, volendo: in fondo è stato comunque un Giudice Costituzionale.
Da giurista presente a sè stesso, però, non è caduto nella tentazione dello straripamento di potere, fosse anche soltanto nella dimensione psicologica del possibile fenomeno.
Salvo sorprese – che non credo proprio ci saranno – l’Italicum diventerà legge: questo è parecchio scontato.
E’ da vedere se “l’inquilino del Colle” la promulgherà , però… In quel frangente, sì che il Capo dello Stato potrà “dire” legittimamente “la sua”.
Certo, sarà “un dire” comunque non vincolante perchè le camere potrebbero essere “insensibili” all’eventuale “richiamo” del Capo dello Stato, confermare il testo in parola e, per l’effetto, ottenere la promulgazione della Legge, ma si vedrà …
L’Italicum ha parecchie pecche. Chissà se reggerà ai possibili, futuri giudizi di legittimità costituzionale.
Al netto di questa evenienza, parecchio articolata e comunque complessa, un Senato come quello che sarà , davvero non ha ragion d’essere.
Se monocameralismo doveva essere, sarebbe stato seriamente auspicabile che fosse stato almeno “perfetto” in tutto e per tutto: due Camere, almeno nella conformazione a divenire, davvero non hanno senso, almeno per ciò che attiene al grande principio della sovranità che si apparterrebbe al popolo…
In ogni caso Renzi, al di là dello specifico “giudizio” che ognuno riterrà di formulare, ha dato vita ad una fase comunque nuova della stagione politica.
Se la destra davvero vorrà dire la sua, riuscendo ad avere un proprio, specifico peso nella storia che verrà , dovrà essere capace di fare molto più della sterile demagogia satura di slogan.
Agli hashtag dovrà essere capace di rispondere con la politica vera perchè Renzi non va semplicemente contestato, ma va messo in minoranza sostanziale contrapponendogli una dimensione politico-culturale capace di appassionare la gente e di riportare il “treno” sul corretto binario di sviluppo.
Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale
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Maggio 1st, 2015 Riccardo Fucile
COSàŒ “RIPARTE L’ITALIA”, COME ANNUNCIANO OGNI SETTIMANA PREMIER E GIORNALI… RISPETTO AL 2014 LE PERSONE SENZA LAVORO SONO AUMENTATE DEL 4,4 PER CENTO
Per tracciare un bilancio si parte sempre da dati e statistiche. E se la disoccupazione sale e
l’occupazione scende, non è imprudente dire che il primo maggio del Jobs Act renziano è quello che si specchia nei numeri diffusi ieri dall’Istat.
A marzo, secondo le analisi dell’Istituto italiano di statistica, il mercato del lavoro è in piena crisi, con 138 mila disoccupati in più e 70 mila occupati in meno rispetto allo stesso mese dell’ anno scorso (-59mila rispetto a febbraio 2015).
I cali che si erano registrati a dicembre e a gennaio sono stati annullati, cancellati, da un unico dato: il numero dei disoccupati è salito del 4,4 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente e il tasso di disoccupazione è pari al 13 per cento (0,5 per cento in più nell’arco dodici mesi).
Così il dato si avvicina al picco di valore di novembre scorso (13,2 per cento) ed è parallelo al tasso di occupazione, che invece scende al 55,5 per cento, raggiungendo i livelli di aprile 2014. Non contenti, allarghiamo lo spettro di osservazione fino ai dati sulla disoccupazione giovanile. La situazione non è migliore.
A marzo, il tasso risale al 43,1 per cento, con un aumento di 0,3 punti rispetto al 42,8 di febbraio.
È un altro passo indietro perchè si tratta del livello più alto raggiunto da agosto scorso.
E, a marzo, le persone in cerca di occupazione in Italia erano circa 3,3 milioni, in aumento di mese in mese (+ 1,6 per cento rispetto a febbraio).
“Questi dati erano più che prevedibili — spiega al Fatto Quotidiano il sociologo ed economista Luciano Gallino — e sono destinati a peggiorare perchè conseguenza di politiche di austerità fondate su tagli forsennati alle spese dello Stato e al lavoro. Si rinuncia agli infermieri nella sanità , agli insegnanti nella scuola pubblica, a migliaia di operai nelle fabbriche: crolla la domanda interna e crolla anche l’occupazione. E, ovviamente, aumenta la disoccupazione. Una dinamica che va avanti da almeno tre governi. Ma quello attuale sta esagerando”.
Forza Italia, Lega e sindacati sono immediatamente intervenuti nel dibattito, sottolineando la disparità tra i dati Istat e gli annunci sul Jobs Act del presidente del Consiglio nei mesi scorsi.
A margine della cerimonia di commemorazione di Pio La Torre e Rosario Di Salvo, a Palermo, il segretario della Cgil, Susanna Camusso, ha parlato di emergenza nel Paese: “Il tema del lavoro — ha detto — dovrebbe essere l’ossessione quotidiana di chi ci governa. Ma non mi pare sia così”.
Una settimana fa, il ministero del Lavoro aveva celebrato la creazione di 92 mila posti in più a marzo 2015. Dopo qualche ora, lo stesso ministro Giuliano Poletti aveva specificato che il dato si riferiva soprattutto alla trasformazione dei contratti già esistenti in contratti a tempo indeterminato, nella tipologia introdotta con il Jobs Act.
Quelli attivati ex novo nel 2015, insomma, rispetto all’anno precedente sarebbero solo 19 mila, al netto delle cessazioni.
Lo stesso Poletti ha richiamato questa circostanza, ieri, in risposta ai commenti di sindacati e opposizioni.
I numeri, ha spiegato, andrebbero letti in un quadro complessivo dove segnali positivi si incrociano con elementi di criticità tipici di una situazione economica ancora non stabilizzata. Tutto e niente. Perchè, in fondo, i cambiamenti sembrano essere temporanei e privi di effetto a lungo termine.
“Il mutamento della tipologia di contratto è solo un grosso regalo alle imprese — spiega Gallino -. Gli incentivi alle assunzioni per le aziende sono stati introdotti con la legge di stabilità e determinano un risparmio per le aziende pari almeno a 8mila euro all’anno per ogni nuovo contratto a tutele crescenti”.
Una spinta che riduce il costo della forza lavoro di almeno il 30 per cento. E così le aziende cambiano più volentieri tipologia di contratto a chi già ne ha uno temporaneo.
Ma poi non assumono nessuno.
A tirare in ballo il Jobs Act, ieri, ci ha pensato il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti: “Il Jobs act non ha poteri taumaturgici — ha detto — i dati Istat sulla disoccupazione riguardano il mese di marzo e la riforma è stata approvata da poco”.
Secondo il ministro è quindi ancora presto per vederne gli effetti che, invece, arriveranno nei prossimi mesi.
“L’unico effetto che può avere il Jobs Act è peggiorativo — commenta invece Gallino — Perchè sotto la ridicola etichetta del contratto a tutele crescenti, autorizza il licenziamento libero. A fronte di qualunque causa: economica, aziendale, corretta o meno. Ogni piccola cosa può essere un pretesto per il licenziamento, senza possibilità di reintegro. Questa riforma del lavoro, sembra un copia e incolla dei rapporti dell’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) degli anni Novanta. Nel 1994 volevano dimostrare che una minore tutela legale, generava un conseguente aumento dell’occupazione. Dieci anni dopo, la stessa Ocse ha riconosciuto che non c’era una sola prova attendibile che supportasse questa teoria. Abbiamo scopiazzato quelle idee senza capirne l’assurdità .”
“Il Jobs Act — conclude amaro Gallino — ha calpestato il Primo maggio. E questo è anche il miglior motivo per festeggiarlo”.
Virginia Della Sala
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 1st, 2015 Riccardo Fucile
IN RICORDO DI PORTELLA DELLA GINESTRA
30 aprile 1947. Serata splendida di primavera.
A San Giuseppe Jato i marciapiedi sono pieni di persone sedute davanti la porta a godersi il fresco serale.
La televisione non esiste. I pochi fortunati che possiedono una radio alzano il volume al massimo e ascoltano le notizie dall’esterno.
È anche un modo per ostentare l’oggetto posseduto.
I contadini con i pantaloni di velluto e la camicia di “sbarracanu” (una stoffa molto resistente che si usava per le camicie dei contadini) conversano con i vicini di casa.
Nella maggior parte dei casi l’argomento principale della conversazione si concentra sulla festa del I° Maggio e il corteo che partendo da San Giuseppe Jato arriverà a Portella delle Ginestre. Le donne in casa a preparare il pasto serale e il companatico per la festa dell’indomani.
Alla Camera del Lavoro, anche sede del PCI locale, il segretario Sarino Di Piazza detto “pannizzu” per la sua giovane età (è uno dei pochi di famiglia non ricca che ha fatto il ginnasio e perciò occupa quel posto) si dà molto da fare ad organizzare per la mattina successiva: bandiere rosse del PCI, della Camera del Lavoro, ritratti di Di Vittorio, di Togliatti e di Nenni. I
n paese, nel mondo della sinistra, c’è euforia per la recente vittoria del Blocco della sinistra alle elezioni regionali.
A casa mia, mio padre ha deciso di portare alla “festa” me e mio fratello rispettivamente di 11 e 13 anni. Mia madre ha preparato il companatico: frittata di uova e ricotta.
Mattina del I° maggio: grande adunata in Corso Umberto I° davanti la sede della Camera del Lavoro.
Si organizza il corteo: in testa bandiere, ritratti, e tutti i dirigenti locali della sinistra, segue una folla immensa. Molti con muli e carretti erano già partiti.
Gli slogan: “Evviva il I° maggio Festa dei lavoratori” — “Vogliamo pane e lavoro”.
Intanto venditori di frutta, di calia e simenza (ceci e semi di zucca), di poveri e semplici giocattoli sono andati di buon mattino a piazzare le loro bancarelle.
Molte persone, di colore politico diverso, fanno delle battute sarcastiche, anche di cattivo gusto, rivolte alle persone che con allegria si avviano alla festa. In seguito a quello che è successo molte di queste persone saranno interrogati dai carabinieri.
Parte il corteo, mio padre mio fratello ed io siamo in mezzo alla folla. Dopo poco più di 1 ora ci troviamo insieme al popolo di Piana e al popolo di San Cipirello, nelle spianata di Portella. È festa.
Vengono piazzate le bandiere intorno al “Sasso di Barbato”. Chi è arrivato col mulo o col carretto ha cercato un posto per “sbardari u mulu” (togliere il basto al mulo) o “spaiari u carrettu” (sganciare il mulo dal carretto). C’è allegria.
La banda musicale di Piana suona, le persone delle bancarelle offrono la loro merce ad alta voce con la solita cantilena. Si è in attesa dell’oratore ufficiale Mommo Li Causi.
Passa il tempo e Mommo non arriva, non si conosce il motivo del ritardo (non esistono i telefonini).
La gente incomincia ad avere fame e vuole mangiare. Giacomo Schirò, dirigente del PSI di San Giuseppe Jato decide di cominciare a parlare lui, sperando che nel frattempo arrivi Mommo. Sale sul “Sasso di Barbato”. Io ragazzino undicenne, curioso mi metto in prima fila a circa 2 metri di distanza dall’oratore, la mia testa arriva all’altezza dove lui ha poggiato i piedi, mio padre e mio fratello dietro di me.
Giacomo Schirò inizia con le seguenti parole: “il I° maggio del 1945 eravamo poche decine di persone nel 1946 eravamo alcune centinaia oggi siamo una folla immensa”.
A questo punto si sentono le prime raffiche di mitraglia. Tutti rimaniamo ammutoliti e, passati alcuni secondi, visto che non era successo niente, un uomo di Piana incoraggia tutti dicendo: “su li nostri, ma chi un ciaviti vinutu mai a chiana?” cca si spara pi fari festa” (Sono i nostri a sparare. Non siete mai venuti a Piana degli Albanesi? qui si spara per far festa).
Intanto gli assassini si sono accorti che avevano sbagliato il bersaglio. Ritornano le raffiche, questa volta sopra la folla, urla dei feriti, grida da chi chiamava i parenti, cavalli imbizzarriti. La “festa” è finita.
Chi può torna di corsa al proprio paese. Con mio padre e mio fratello ci ritroviamo sulla strada per San Giuseppe Jato. A metà percorso incontriamo 5 carabinieri, a piedi, trafelati, provenienti dalla stazione di San Giuseppe Jato.
A San Giuseppe Jato e a Piana degli Albanesi si pensò subito che la strage di Portella della Ginestra (undici morti (nove adulti e due bambini) e ventisette feriti, di cui alcuni morirono in seguito per le ferite riportate) fosse stata opera della mafia locale (ancora oggi lo storico Giuseppe Casarrubea scrive che la mafia partecipò alla strage).
Molti mafiosi furono arrestati la stessa giornata della strage e poi rilasciati. Si seppe in seguito che a sparare furono alcuni componenti della banda di Salvatore Giuliano. Ci fu il processo di Viterbo e alcuni di questi vennero condannati, tra i quali il braccio destro e cugino di Giuliano, Gaspare Pisciotta.
La magistratura non indagò sui possibili mandanti. Ma Giuliano e la sua banda non potevano avere interesse a fare quella strage se non con la promessa di una amnistia.
Il Ministro dell’Interno era Mario Scelba.
In seguito Giuliano fu ammazzato mentre dormiva e poi fu inscenato un conflitto a fuoco. Pisciotta, dal carcere di Palermo, aveva annunciato di dire la verità nel processo d’appello e prima che lo potesse fare fu avvelenato col caffè.
Michele Maniscalco
(da Politicaprima.it)
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