Maggio 28th, 2015 Riccardo Fucile
IL DEBITO DELLA NOSTRA PA NEI CONFRONTI DEI FORNITORI PRIVATI AMMONTAVA AL 31 DICEMBRE A 70 MILIARDI DI EURO
Un’informazione preziosa, dal momento che dallo scorso 30 gennaio la “Piattaforma per la
certificazione dei crediti” del Mef non ha più aggiornato il monitoraggio del pagamento dei debiti maturati dalla PA al 31 dicembre 2013.
All’epoca il Governo sosteneva di aver pagato 36,5 miliardi su un totale di 74,2 miliardi di euro: poco meno della metà del dovuto.
Il dato fornito adesso da Bankitalia non fa che confermare quanto denunciato a febbraio dal Centro studi ImpresaLavoro: i debiti commerciali si rigenerano con frequenza, dal momento che beni e servizi vengono forniti di continuo.
Pertanto liquidare (e solo in parte) i debiti pregressi di per sè non riduce affatto lo stock complessivo: questo può avvenire soltanto nel caso in cui i nuovi debiti creatisi nel frattempo risultino inferiori a quelli oggetto di liquidazione.
Ne consegue altresì che il ritardo del Governo nel pagamento di questi debiti sia costato nel 2014 alle imprese italiane la cifra di 6,1 miliardi di euro.
Questa stima è stata effettuata prendendo come riferimento l’ammontare complessivo dei debiti della nostra PA (così come certificato da Bankitalia), l’andamento della spesa pubblica per l’acquisto di beni e servizi (così come certificato da Eurostat) e il costo medio del capitale che le imprese hanno dovuto sostenere per far fronte al relativo fabbisogno finanziario generato dai mancati pagamenti.
Elaborando i dati trimestrali di Bankitalia, stimiamo pertanto che questo costo sia stato nel 2014 pari all’8,97% su base annua (in leggero calo rispetto al 9,10% nel 2013).
Centro Studi Impresa-Lavoro
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Maggio 28th, 2015 Riccardo Fucile
DOPO LA SENTENZA SULLE PENSIONI, IL GOVERNO MANDA MESSAGGI AI GIUDICI DELLE LEGGI… A GIUGNO DECIDERANNO SU RISCOSSIONE DELLE TASSE E BLOCCO DEGLI STIPENDI PUBBLICI. VALORE: 15-18 MILIARDI
Entro pochi giorni si saprà se il messaggio è arrivato ed è stato recepito dagli interessati. I metodi per recapitarlo sono stati molti: Pier Carlo Padoan che si dice “perplesso” riguardo alla bocciatura del blocco delle pensioni da 1.200 euro in su e la mancata “interazione” tra Corte e governo; ex premier ed ex ministri hanno parlato di “sentenza incomprensibile”; economisti più o meno indipendenti hanno accusato i giudici costituzionali di voler affamare i giovani; Equitalia ha fatto uscire sui giornali l’allarme per un nuovo buco da 2,5 miliardi.
Si potrebbe continuare, ma ormai dovrebbe essere chiaro che il destinatario di queste pressioni è la Corte costituzionale, chiamata nel prossimo mese a rilevanti decisioni che rischiano di essere anche un giudizio sulle politiche di questi anni, tutte imposte con lo spettro dell’emergenza e del default, spesso in violazione della Costituzione.
Archiviata con la truffa del “Bonus Poletti” (la restituzione del 25% del maltolto se va bene), la grana pensioni da 17,6 miliardi ingenerata dalla bocciatura di una norma di Monti, il problema per l’esecutivo e gli interessi diffusi che lo appoggiano in continuità coi suoi predecessori è che la Consulta capisca che l’aria è cambiata e l’articolo 81 della Carta (il pareggio di bilancio ultrarigido imposto dal Fiscal compact e dall’ideologia brussellese) fa premio su tutti gli altri.
Le sentenze delicate, di qui a settembre, sono tre e valgono miliardi.
La prima è attesa a brevissimo e riguarda la costituzionalità dell’aggio di Equitalia, cioè la percentuale (va dal 4,5 all’8%) che la società aggiunge alle cartelle fiscali che è chiamata ad incassare.
Ieri mattina, infatti, s’è tenuta l’udienza pubblica e la sentenza dovrebbe dunque arrivare a giorni. In sostanza, due differenti ricorsi nel 2012 e 2013 hanno sollevato la questione davanti ai giudici delle leggi: viene ritenuto incostituzionale il fatto che l’aggio sia sproporzionato rispetto ai costi del servizio, che sia calcolato persino sugli interessi di mora, che sia caricato esclusivamente sul debitore per i pagamenti dopo 60 giorni e pure che non sia previsto un tetto massimo.
Se la Consulta bocciasse la norma, Equitalia dovrebbe restituire i soldi: 2,5 miliardi ha scritto la divisione Nord della società in una memoria alla Corte pubblicata ieri su Repubblica.
La cosa era nota — e il conto totale sfora i 3 miliardi — ma serve a dipingere la Consulta come il gruppo del “buco nei conti pubblici”: Equitalia, infatti, è di proprietà di Tesoro e Inps.
Tradotto: alla fine i soldi dovrebbe metterceli il governo.
A fine giugno, poi, c’è la vera bomba a orologeria. Il ricorso contro il blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici, deciso da Mario Monti nel 2011 e prorogato poi sia da Enrico Letta che da Matteo Renzi.
In sostanza, i salari degli statali sono bloccati dall’ultimo rinnovo, che data al lontano 2009: solo di recupero dell’inflazione, per uno stipendio da 21.500 euro lordi il danno ammonta a oltre 2.200 euro su base annua e circa 8.000 in totale (lo stipendio più basso, ovviamente, si rifletterà sulla pensione).
Il risparmio per le casse dello Stato s’aggira sui 2,5 miliardi l’anno: 12-15 in tutto.
La Consulta, in realtà , ha già ritenuto legittimo il blocco dei contratti per un periodo limitato, ma ora sono passati 5 anni.
A settembre, infine, arriva a sentenza il “contributo di solidarietà ” del governo Letta sulle pensioni sopra i 90 mila euro.
Il gettito in questo caso è limitato (52 milioni l’anno), ma una norma simile è stata già bocciata al solito Monti.
Insomma, la Consulta ha gli occhi addosso. Se non bastassero gli avvertimenti, peraltro, l’11 giugno è convocata l’ennesima votazione per ricostituire il plenum: su 15 giudici costituzionali ne mancano 2 di nomina parlamentare e un altro (Paolo Maria Napolitano) scadrà a luglio.
Tre nomine sensibili al nuovo clima, forse, risolverebbero il problema più di mille minacce.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 28th, 2015 Riccardo Fucile
SEMPLIFICARE LE COSE MAI
Il traffico di nomi di candidati “impresentabili”, a pochi giorni dalle elezioni regionali, è un
capolavoro (si spera involontario) di masochismo politico.
Riesce infatti, in un colpo solo, a indebolire sia la posizione dei “manettari” che quella dei “garantisti”.
Quella dei manettari perchè brandire elenchi del genere ormai a ridosso del voto ha un inevitabile sapore di arma impropria, di mossa scorretta largamente fuori tempo massimo.
Quella dei garantisti perchè, per difendere l’autonomia della politica, sono costretti a difenderne anche la gaglioffagine, nonchè (vedi Lanfranco Pace a Radiouno) il suo diritto a rappresentare anche l’elettorato colluso e “scambista”, perchè la politica, sapete, non è cosa per educande (questa la si era già sentita).
A uscirne rafforzato, una volta di più, è solamente lo sconforto, e dunque il conseguente probabile aumento dell’astensionismo.
Come sovente accade, davvero non si riesce a capire perchè diavolo si riesca a complicare e inquinare un’esigenza – quella di tutelare l’onorabilità di chi ricopre funzioni pubbliche, per altro sancita dall’articolo 54 della Costituzione – che potrebbe e dovrebbe essere già ampiamente garantita dalle leggi in vigore, dalla Severino in su e in giù.
A partire dalla spericolata candidatura di De Luca in Campania, a quanto pare la presentabilità / impresentabilità , che non è un requisito “morale”, ma giuridico, è diventata materia discrezionale, una disputa a posteriori, a liste fatte e a babbo morto.
Semplificare le cose: mai
Michele Serra
(da “La Repubblica“)
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Maggio 28th, 2015 Riccardo Fucile
LA VERGOGNA DEI SIGNORI DEL PALLONE
Davanti al numero 20 di Fifa-Strasse i reporter improvvisano dirette televisive, mentre gli obiettivi inquadrano la fortezza protetta dal fogliame.
L’assedio prende vita. «È una giornata difficile, ma per voi… La Fifa è tranquilla, lasciateci lavorare», butta lì un dirigente, il vestito blu stirato di fresco e il logo della Fifa trionfante sul petto, prima di inforcare il monopattino e perdersi nel bosco.
È una giornata normale, certo. Anche se la magnifica fortezza è assediata, e la Fifa barcolla. Anche se fuori da questa Xanadu, che Sepp Blatter ha eretto per celebrare se stesso e il suo trentennale potere, il mondo si fa un sacco di domande e non riceve risposte.
Da una poltrona della sua Xanadu, avvolto da quella nube di profumo francese che è uno dei suoi tratti distintivi, giusto nove anni fa Blatter sussurrava ieratico ai giornalisti italiani, gli occhi socchiusi: «Calciopoli è il più grande scandalo della storia del calcio, che peccato…».
Mai avrebbe pensato che 40 giorni dopo gli sarebbe toccato premiare l’Italia campione del mondo a Berlino, infatti si guardò bene dal farlo.
Nè poteva immaginare che uno scandalo ben peggiore avrebbe travolto lui e la Fifa alla vigilia della sua quinta elezione a capo del calcio mondiale.
Ma il colonnello di Visp ha l’improntitudine e il pelo sullo stomaco di chi ha navigato i sette mari. Non è arrivato a 79 anni coperto di cariche, gloria e scandali per niente.
Quindi anche con due inchieste internazionali sul tavolo e gli arresti intorno a lui, il suo obiettivo è resistere, e farsi rieleggere domani dal Congresso Fifa.
Trincerato nel suo nido d’aquila, Blatter fa prima dire al portavoce Walter Di Gregorio che delle inchieste la Fifa addirittura è ben felice («Abbiamo accolto favorevolmente il procedimento, siamo la parte lesa e stiamo cooperando.
Il presidente della Fifa e il segretario generale non sono coinvolti nelle accuse»), poi interviene lui stesso, belando la sua preoccupazione per il brutto mondo in cui gli capita di vivere: «È un momento difficile per il calcio, per i tifosi e per la Fifa…».
In realtà , in queste ore convulse, a Blatter preme la rielezione sopra ogni cosa.
Raccogliendo i frutti delle sue decennali manovre politiche, il presidente uscente nonostante tutto ha un cospicuo vantaggio sullo sfidante, il principe giordano Ali bin Al Hussein, mentre gli altri candidati si sono ritirati, convinti che fosse inutile immolarsi: Blatter ha dalla sua circa 150 voti sui 209 totali. I continenti più grandi e popolosi sono con lui, mentre l’Europa è divisa, anche se il blocco dell’Est voterà Blatter.
Lo sfidante Al Hussein, dopo qualche ora di esitazione, prova a dare una spallata, chissà con quanta convinzione: «È un triste giorno per il calcio.
È necessario trovare una nuova leadership che ripristini la fiducia di centinaia di milioni di sportivi: non si può andare avanti così». E nel centro di Zurigo, protetto dall’anonimato perchè non si sa mai, un dirigente centramericano confida: «La Concacaf ha sempre sostenuto Blatter, però questi arresti sono terribili. È un danno di immagine enorme per la Fifa, considerato il livello delle accuse e il fatto che arrivino dal procuratore de- gli Stati Uniti. Non vorrei che nel segreto dell’urna qualche nazione ripensasse il suo voto, a sorpresa. Anche se è un po’ tardi».
Ma per la Fifa gli arresti riguarderebbero solo personaggi marginali, mariuoli, brontosauri di apparato, che facevano affari illeciti con i diritti tv e il marketing.
Dirigenti già chiacchierati da tempo, come il sulfureo Jack Warner da Trinidad, arrestato nella notte nel suo Paese e subito rilasciato dietro una cauzione di 2,5 milioni di dollari (era uscito dalla Fifa nel 2011 dopo enormi accuse di corruzione).
O il brasiliano Marin, «uno dei più grandi ladri nel mondo dello sport», come lo definisce da sempre Romario, anche se il successore di Marin, Del Nero, fa spallucce: «Ero all’oscuro di tutto». Jeffrey Webb, delle Cayman, aveva iniziato una campagna moralizzatrice nella Fifa, antirazzismo e anticorruzione: invece hanno arrestato pure lui, insieme agli altri sei. Tutti sorpresi all’alba nel loro letto, nelle suite dell’hotel Baur au Lac, cinque stelle con vista sul lago e sui picchi alpini, una dimora da principi, infatti ospita i grandi elettori della Fifa. Gli agenti del Bureau si sono fatti dare i numeri delle stanze dal concierge poi sono saliti di persona, hanno bussato, li hanno portati via. Chi protetto da un lenzuolo, chi da un’uscita sul retro.
Sei di loro si oppongono subito all’estradizione negli Stati Uniti.
Altri sette dirigenti hanno ricevuto mandati di cattura, tra cui l’ineffabile paraguaiano Nicolas Leoz, 86 anni, dirigente della federazione sudamericana per 27 anni, eppure ai mondiali di Italia ’90 fu beccato a rivendere i biglietti della sua dotazione ai bagarini.
Anche questo è stata la Fifa nel trentennio lungo di Sepp Blatter, direttore tecnico nel 1981, poi segretario generale, poi presidente per quattro mandati, quasi cinque.
Ora fronteggia l’ultimo scandalo, eppure è sicuro di farla franca.
Magari domani sera, al momento della proclamazione, farà come nel 2007, quando dopo lo scrosciante applauso dell’uditorio che sancì la sua elezione a presidente, si sciolse in un pianto. Lacrime da coccodrillo, anzi da caimano.
Andrea Sorrentino
(da “La Repubblica”)
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Maggio 28th, 2015 Riccardo Fucile
LA QUOTA DELLE TASSE SU GAS E LUCE: IN ITALIA DAL 34% AL 37%, IN EUROPA DAL 23% AL 32%
I prezzi di elettricità e gas per le famiglie in Europa sono aumentati in media rispettivamente
del 2,9% e del 2% tra la seconda metà del 2013 e la seconda metà del 2014.
Lo comunica Eurostat. Sul fronte dell’elettricità , i prezzi sono aumentati di oltre il 30% dal 2008, mentre quelli del gas del 35%. Le tasse pesano per il 32% sul prezzo dell’elettricità e del 23% su quello del gas.
In Italia, dove i prezzi dell’elettricità e del gas sono aumentati «solo» dello 0,6% e dello 0,5%, le imposte pesano rispettivamente per il 37% e il 34%.
I paesi in cui si sono registrati gli aumenti maggiori nei prezzi dell’elettricità sono Francia (+10,2%), Lussemburgo (+5,6%), Irlanda (+5,4%) e Grecia (+5,2%), mentre i cali maggiori sono avvenuti a Malta (-26,2%), Repubblica ceca (-10,2%), Ungheria (-9,9%) e Olanda (-9,6%). Sul fronte del gas, invece, le bollette sono salite di più in Portogallo (+11,4%), Spagna (+7,5%) e Francia (+4,5%) mentre hanno visto i tagli maggiori in Lituania 8-18,65), Ungheria (-13%), Slovenia (-10,7%), Danimarca (-10,3%) e Grecia (-10,1%).
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 27th, 2015 Riccardo Fucile
FASSINA, CIVATI, LANDINI: PROGETTI E STRATEGIE
Stefano Fassina pensa a “comitati per il lavoro”, dopo l’annunciata uscita dal Pd.
Sergio Cofferati entro giugno battezzerà l’Associazione per la cultura e la politica, di cui è già pronto lo statuto e alla quale lavora da quando ha lasciato il partito di Renzi.
La “coalizione sociale“ di Maurizio Landini tiene la sua convention a Roma il 6 e il 7 giugno.
Ma soprattutto c’è la fuga in avanti di Pippo Civati, che alla sua associazione “Possibile” ha dato ora un simbolo e l’ha presentato, con il tempismo del buon marketing, all’indomani della vittoria di Podemos in Spagna.
Peccato che abbia irritato Nichi Vendola. Il leader di Sel infatti puntava alla “condivisione”, avendo offerto sponda ai fuoriusciti dem già da tempo e dichiarandosi pronto a sciogliere il “suo” partito per «una nuova forza politica».
Eppur si muove qualcosa, nella sinistra italiana. Anche se molto dipenderà dal risultato delle regionali.
Un “6 a 1” per il centrosinistra di Renzi raffredderebbe gli ardori che il vento spagnolo ha acceso, come già aveva fatto la vittoria di Syriza in Grecia.
Civati il 2 giugno lancerà dal suo blog una lettera – appello, primo passo per costruire un partito della sinistra.
Le reazioni su Twitter a “è Possibile” sono state contraddittorie, molti lo accusano di voler copiare Podemos, ma l’Italia è tutt’altra cosa e quello spazio è già occupato dai 5Stelle e dallo stesso Renzi.
Vendola, gelido: «Penso che ognuno stia mettendo in campo le proprie energie e le proprie proposte. Dopo le regionali occorrerà raccogliere le idee, mettersi a disposizione di un nuovo progetto che non sia la sinistra radicale e testimoniale bensì la sinistra che sfida Renzi sul terreno del governo».
Landini poi, si tiene alla larga.
Il segretario della Fiom spiega che la “coalizione sociale”, com’è noto, non si mischia con la costruzione di partiti politici a sinistra.
Susanna Camusso, la leader della Cgil, gli lancia una stoccata: «Proprio Podemos segna la contraddizione del modello di Landini. Podemos infatti dichiara esplicitamente di essere una formazione politica che vuole cambiare la modalità di fare politica… ».
Ma non c’entra nulla il paragone, è una follia: è la reazione di Landini, che punta alla rifondazione dal basso, anche del sindacato.
I lavori a sinistra sono in corso.
Cofferati da Bruxelles vede il bicchiere mezzo pieno: «Speriamo sia la stagione dei cento fiori».
Civati si è dato un tempo: entro l’estate la “cosa” di sinistra deve nascere.
Fassina è convinto che un forte astensionismo alle regionali sia la molla per rimboccarsi le maniche a sinistra e lui lo farà , se la riforma della scuola passa così com’è.
Però nulla di quanto può accadere in Italia avrà a che vedere con gli Indignados, incubatrice di Podemos.
Dov’è una leadership popolare come quella di Pablo Iglesias o di Ada Colau?
Dov’è il progetto unitario?
Domande che si pone Massimo Cacciari, filosofo, ex sindaco di Venezia.
«Se si mettono tutti insieme – cosa che vedo lontana – , se trovano un leader – cosa che vedo ugualmente lontana – , a sinistra in Italia potrà nascere una “cosa” assai distante da Podemos o da Syriza, perchè per sangue, cultura e tradizione sarà una corrente della socialdemocrazia ».
Civati punta ad attrarre anche gli ex grillini ora riuniti in “Alternativa libera” e le associazioni locali come “Sottosopra” e quelle liguri che hanno dato vita a “Rete a sinistra”, la lista di Luca Pastorino, il civatiano sfidante di Raffaella Paita.
Il risultato di Pastorino alle regionali è l’altra variabile importante per la sinistra.
«Sarà comunque difficile trovare la quadra a sinistra», commenta Vincenzo Vita, lunga esperienza di “cose rosse”.
Simpatizzanti civatiani si dichiarano gli ecologisti Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, purchè si parli di «una cosa nuova non di una cosa rossa”.
Saldamente dentro il Pd per ora sono Bersani, Cuperlo, Speranza.
«Più sinistra ma dentro il Pd», è il manifesto.
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica“)
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Maggio 27th, 2015 Riccardo Fucile
VERRANNO TRASFERITI SOPRATTUTTO ERITREI E SIRIANI
Dopo mesi di discussioni è arrivato il giorno dell’approvazione da parte della Commissione
europea del piano d’emergenza per distribuire tra i paesi dell’Unione 40mila migranti sbarcati di Italia e Grecia.
La palla poi passerà ai governi, che dovranno confermare la decisione di Bruxelles a giugno. Nonostante la contrarietà di alcune capitali, c’è ottimismo sul via libera finale visto che si deciderà a maggioranza.
Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca saranno esentate dal sistema, le perplessità di Francia e Spagna potrebbero essere superate cambiando in parte le quote e il blocco dell’Est, se isolato, non dovrebbe essere in grado di fermare la decisione.
Il testo che sarà approvato oggi dall’esecutivo comunitario guidato da Juncker spiega che «Italia e Grecia con i conflitti in corso nelle regioni immediatamente vicine sono più vulnerabili degli altri paesi europei ai fluissi migratori che oltretutto proseguiranno».
Per questo a beneficiare della solidarietà europea — un passo avanti politico rispetto all’indifferenza fin qui mostrata dagli altri governi — saranno Roma e Atene.
Nel 2014 in Italia sono infatti sbarcati 170mila migranti (+277% rispetto al 2013) e in Grecia 50mila (+153%).
Bruxelles indica che nel meccanismo in futuro potrebbe entrare anche Malta se la situazione sull’isola peggiorasse. Il meccanismo d’emergenza durerà due anni.
Poi la Commissione proporrà nuove regole permanenti sempre per spartire tra i Ventotto gli immigrati in arrivo dal Nord Africa.
Dall’Italia verranno prelevati 24mila migranti, dalla Grecia 16mila.
«Il totale di 40mila migranti — scrive Bruxelles — corrisponde al 40% del totale dei richiedenti che hanno una chiara necessità di protezione internazionale ».
Ieri sera nella bozza di decisione si leggeva che ad essere riallocati saranno i migranti che sbarcheranno sulle nostre coste dall’entrata in vigore della norma, anche se il testo all’ultimo potrebbe essere cambiato comprendendo anche chi è già arrivato.
Poco cambierebbe, sarebbe comunque un primo aiuto ad abbassare la pressione sui centri di accoglienza al collasso.
In futuro si aggiungeranno circa 20mila richiedenti asilo presenti nei campi Unchr in Africa che verranno distribuiti tra i Ventotto. Altro per abbassare la pressione degli sbarchi.
Ad essere trasferiti saranno essenzialmente eritrei e siriani, per definizione aspiranti ad ottenere lo status di rifugiato viste le guerre che insanguinano i loro paesi.
«Secondo i dati Eurostat — scrive Bruxelles — sono coloro che hanno la percentuale più alta di richieste di asilo accolte, il 75% in media in tutti i paesi Ue».
I paesi di destinazione riceveranno 6mila euro a migrante ospitato.
Potranno rifiutare le singole persone per questioni di sicurezza nazionale o ordine pubblico.
I governi europei potranno mandare in Italia ufficiali di collegamento per facilitare il lavoro. Inoltre Italia e Grecia saranno aiutati da personale europeo per screening di chi sbarca, raccolta delle impronte digitali, gestione delle domande di asilo e trasferimento.
In cambio Roma e Atene si impegnano a presentare entro un mese a Bruxelles un roadmap con le misure per migliorare il lacunoso sistema di asilo, accoglienza e rimpatri.
Se non ci fossero miglioramenti, la Ue potrà sospendere le riallocazioni. L’operazione costerà al bilancio comunitario 24 milioni.
Nel testo attuale, che potrebbe essere cambiato dai governi, tra gli altri in Germania andranno 8.763 migranti, in Francia 6.752 e in Spagna 4.288.
L’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione, Fede- rica Mogherini, parla di «proposta non perfetta ma che rappresenta un enorme passo avanti».
Per il sottosegretario Sandro Gozi il numero di 24mila migranti «è insufficiente, premeremo perchè venga migliorato da ministri e leader ».
Il premier Matteo Renzi spiega: «In Europa c’è un po’ di tensione, tutti hanno a che fare con le opinioni pubbliche per cui hanno un po’ paura quando si tratta di accogliere migranti. Ma noi abbiamo detto per la prima volta che questo problema non è solo italiano, ma europeo.
Entro il 26 giugno vedremo se l’Ue avrà un volto solidale. Sono molto ottimista, ma finchè non si interviene in Africa le quote sono un palliativo.
Nei prossimi mesi l’Italia farà cose mai fatte prima: tornare a investire sulla cooperazione internazionale, in particolar modo in Africa».
Per Alfano «l’Europa è a un bivio storico: essere solidale o non essere».
Intanto mentre a New York si lavora alla risoluzione Onu per colpire i barconi (vuoti) dei trafficanti direttamente in Libia, la Ue estende a 138 miglia dalle coste siciliane il raggio d’azione di Triton, la missione di soccorso in mare che riceverà dalla Ue altri 38 milioni.
E Frontex, l’Agenzia Ue sul controllo delle frontiere, aprirà un base proprio in Sicilia per coordinare Triton e aiutare gli italiani nella gestione della riallocazioni. Bruxelles lavora anche per sigillare i confini Sud della Libia ed evitare che i migranti entrino nel Paese, ora nel caos.
Alberto D’Argenio
(da “La Repubblica”)
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Maggio 27th, 2015 Riccardo Fucile
ECCO IN COSA SONO VICINI E IN COSA LONTANI
Podemos e Movimento 5 Stelle: dopo l’affermazione in alcune delle principali città spagnole del partito guidato da Pablo Iglesias, si è acceso nel nostro Paese il dibattito sulle somiglianze e le differenze tra queste due forze politiche.
Proviamo a vedere allora che cos’hanno in comune e che cosa no queste due forze politiche.
Principali somiglianze
1. Lotta alla casta e alla corruzione. Sono caratteristiche comuni dei due movimenti, che ad essa danno ugualmente assoluta priorità .
2. Superamento di destra e sinistra. Anche Podemos, come il M5S, rifiuta la geografia politica basata su destra e sinistra e rivendica la volontà di andare oltre questo “vuoto dualismo”.
3. Contrapposizione a entrambi i poli. Podemos parla del “bipartitismo” Pp-Psoe in senso fortemente negativo più o meno come Grillo ha coniato ha coniato la dizione “Pdl-Pdmenoelle”.
4. Radicalità del conflitto e del posizionamento. Anche Podemos si propone un cambiamento politico radicale (e quindi una conflittualità forte verso il potere politico presente) identificandosi come qualcosa di completamente diverso da tutti gli altri.
5. Reddito minimo, opposizione al fiscal compact e al pareggio di bilancio. Si tratta di elementi programmatici forti sia per Podemos sia per il M5S, così come la lotta allo strapotere delle banche e alla speculazione finanziaria
6. Superamento dei vecchi blocchi sociali. Anche Podemos ritiene che i vecchi blocchi sociali (ad esempio, “operai versus imprenditori”) siano superati da nuove dinamiche, in particolare “cittadini comuni contro èlite ed establishment”.
7. Grande attenzione al precariato e alle nuove forme di lavoro. L’interesse verso i flessibili e le “nuove generazioni escluse” è un altro tratto in comune.
8. Coinvolgimento nelle lotte locali. Anche Podemos crea engagement degli attivisti attraverso questioni locali, comprese quelle di tipo ambientale (ad esempio contro le grandi opere).
9. Superamento della vecchia forma partito e voto on line. Anche Podemos ritiene che il partito fondato sugli apparati debba lasciare il posto a forze politiche la cui sovranità è nella base, che la esercita attraverso votazioni on line
10. Uso dei nuovi media. Anche in Podemos l’uso virale della Rete per la comunicazione e il coinvolgimento (oltre che per le decisioni politiche) è un tratto fondamentale.
Principali differenze
1. La Casta non è solo quella politica. Per Podemos con la parola “casta” si intende non tanto i parlamentari o i consiglieri regionali, quanto soprattutto l’intreccio di politica e poteri economici, di partitocrati ed èlite del Paese che è tale per patrimonio e reddito.
2. Conflitto sociale come elemento portante. Per Podemos il conflitto tra la parte bassa della piramide sociale e l’èlite economica è fondamentale e indissolubilmente legata alla lotta alla corruzione e al malaffare: sono due cose che non si possono scindere.
3. Uno non vale uno. Podemos ha fatto un congresso e ha creato al suo interno cariche formali di partito a livello locale e nazionale, elette dalla base ma con autonomia operativa, finchè sono in carica (con limite a due mandati).
4. Nessuna ambiguità di carica. La catena di comando in Podemos è chiara e determinata dalle cariche elettive di cui sopra: non esistono un Grillo o un Casaleggio che esercitano forme di potere o di “suasion” senza cariche formali e statutarie.
5. Uso diverso della democrazia diretta. Podemos, al contrario del M5S, ha delegato a tre diverse società esterne e indipendenti la gestione e la verifica delle votazioni on line; e non ha mai usato la Rete per espellere suoi esponenti.
6. Alleanze possibili. Podemos ritiene possibile e anzi auspicabile arrivare al governo nazionale o a quelli locali tramite alleanze, anzichè puntare al 51 per cento da solo; le alleanze però devono essere programmatiche, concordate in trasparenza e sottoposte al voto on on line degli iscritti.
7. Europeismo come faro. Podemos si professa fortemente europeista, nel senso di di Altiero Spinelli, e chiede quindi una vera federazione con istituzioni democratiche elette dai cittadini; non pone nemmeno come ipotesi la questione dell’uscita dall’euro.
8. Origine del partito. Mentre il M5S è nato dai meet-up creati attraverso il blog di Beppe grillo, Podemos è la declinazione partitica delle manifestazioni di massa in piazza del maggio 2011, quelle degli Indignados; anche la radicazione dei suoi leader nelle facoltà di studi sociopolitici di Madrid e nelle esperienze di lotta dei Social forum è un tratto che lo diversifica dal M5S.
9. Ispirazioni ideologiche. Anche Podemos è postideologico, nel senso che sottolinea la continua prevalenza dei dati di realtà sulle forzose interpretazioni astratte, tuttavia richiama sempre i suoi ispiratori di pensiero (poco presenti invece nel M5S): soprattutto Ernesto Laclau, Chantal Mouffe, Antonio Gramsci, Pier Paolo Pasolini e Altiero Spinelli. Molto sentita inoltre, in Podemos, la vicinanza con le esperienze di lotta antiliberista in alcuni Paesi dell’America latina, dai Sem Terra brasiliani all’Ecuador di Correa (ma anche il Venezuela di Chà¡vez).
10. Uso massiccio della televisione. Nessuna questione su andare o no ai talk show: per Podemos la presenza televisiva è fondamentale e del resto per lanciare la nuova forza politica è stata ampiamente sfruttata la pregressa notorietà di Pablo Iglesias come ospite fisso nei salotti catodici.
Alessandro Gilioli
(da “L’Espresso”)
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Maggio 27th, 2015 Riccardo Fucile
SOLO UNO SU QUATTRO PER L’ADOZIONE
Unioni civili «sì», matrimoni «ni», adozioni «no». 
Cosa succederebbe se anche gli italiani, come gli irlandesi, fossero chiamati ad esprimersi sulle unioni gay con un referendum?
Il quadro che emerge da un sondaggio Piepoli per La Stampa lascia intravedere un riformismo moderato nella nostra società : due italiani su tre (67%) ritengono giusto modificare la legislazione vigente – il nostro Paese, privo di una legge sul tema, è ormai isolato in Europa -, ma solo uno su due (51%) vorrebbe seguire Paesi come Irlanda, Spagna, Portogallo, Francia, Belgio, Olanda, Svezia, Norvegia, Islanda, Danimarca, Gran Bretagna, Lussemburgo e Finlandia, dove i matrimoni tra persone dello stesso sesso sono legali.
Gli italiani preferiscono seguire il modello austro-tedesco, che vieta i matrimoni ma consente solo le unioni civili (anche se Berlino ora vuole fare un passo avanti).
Che poi è il sistema previsto dal ddl del Pd che sarà esaminato dal Senato (e su cui Ncd è pronto a dare battaglia).
L’età e il sesso
In generale, guardando le risposte degli italiani in base al genere, si nota come le donne siano più aperte rispetto agli uomini sul tema.
Stesso discorso per i giovani: la percentuale di favorevoli a matrimoni gay e adozioni cala con l’aumentare della fascia d’età .
Piccola eccezione per le unioni civili, chieste dal 66% degli over 55 e dal 65% di chi è nella fascia 35-54 anni.La religione
Altra variabile, ovviamente decisiva, è l’orientamento religioso.
Inutile dire che i cattolici praticanti sono contro l’adozione (solo il 17% è favorevole) e il matrimonio (il 56% dice no), ma la maggioranza di chi prega e va regolarmente a messa (il 57%) accetterebbe le unioni civili.
L’orientamento politico
E poi c’è la politica.
Le percentuali più basse di favorevoli si trovano tra gli elettori di centrodestra. Le più alte, dipende.
L’elettorato M5S è quello che chiede con più insistenza un referendum sul tema (69% contro una media italiana del 57%) e la legalizzazione dei matrimoni (60%), mentre quello di centrosinistra è il più favorevole a unioni civili (74%) e adozioni (30% contro il 29% dei grillini).
Marco Bresolin
(da “la Stampa”)
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