Settembre 14th, 2015 Riccardo Fucile
RAPPORTO SAVE THE CHILDREN: ALLARME POVERTA’ EDUCATIVA
Senza stimoli culturali, scarsi in matematica e italiano, costretti a frequentare scuole spesso inagibili e
pericolose, senza la possibilità di fare sport o attività che possano arricchire la vita.
E’ nera la fotografia della situazione scolastica in Italia, presentata nel rapporto “Illuminiamo il futuro 2030 – Obiettivi per liberare i bambini dalla Povertà Educativa”, nell’ambito della campagna “Illuminiamo il Futuro” di Save The Children. I dati, rielaborati dalle statistiche Ocse-Pisa, consegnano al Belpaese una pagella ampiamente insufficiente: la metà dei bambini italiani non ha stimoli culturali, non legge, non visita musei.
E a scuola uno su cinque, in media, ha gravi lacune sia in matematica che in italiano. Il panorama è peggiore al Sud dove troppe scuole non offrono il tempo pieno e i minori non hanno la possibilità – spesso economica – di praticare una attività sportiva o culturale.
La metà dei ragazzi italiani non ha stimoli culturali.
Il 48,4% dei minori italiani tra 6 e 17 anni non ha letto neanche un libro l’anno scorso, il 69,4% non ha visitato un sito archeologico e il 55,2% un museo, il 45,5% non ha svolto alcuna attività sportiva.
Quasi il 25% dei quindicenni è sotto la soglia minima di competenze in matematica e quasi 1 su 5 in lettura.
Uno su cinque scarso in matematica e lettura.
Quasi il 25% dei quindicenni è sotto la soglia minima di competenze in matematica e quasi 1 su 5 in lettura, percentuale che raggiunge rispettivamente il 36% e il 29% fra gli adolescenti che vivono in famiglie con un basso livello socio-economico e culturale: povertà economica e povertà educativa, infatti, si alimentano reciprocamente e si trasmettono di generazione in generazione.
D’altra parte, notevoli sono le carenze di servizi e opportunità formative scolastiche ed extrascolastiche: solo il 14% dei bambini tra 0 e 2 anni riesce ad andare al nido o usufruire di servizi integrativi, il 68% delle classi della scuola primaria non offre il tempo pieno e il 64% dei minori non accede ad una serie di attività ricreative, sportive, formative e culturali, con punte estreme in Campania (84%), Sicilia (79%) e Calabria (78%).
La povertà economica diventa povertà educativa.
“La povertà educativa non può essere un destino ineluttabile e non è accettabile che il futuro dei ragazzi sia determinato dalla loro provenienza sociale, geografica o di genere”, sottolinea Raffaela Milano, direttore Programmi Italia-Europa Save the Children.
E prosegue: “le enormi diseguaglianze che oggi colpiscono i bambini e i ragazzi in Italia vanno superate attivando subito un piano di contrasto alla povertà minorile e potenziando l’offerta di servizi educativi di qualità “.
“I dati che emergono dalle nostre elaborazioni rivelano un fenomeno allarmante: in Italia, una parte troppo ampia degli adolescenti è priva di quelle competenze necessarie per crescere e farsi strada nella vita”, sottolinea Valerio Neri, direttore Generale di Save the Children.
Al Sud il panorama peggiore.
Al Sud e nelle isole, la percentuale di adolescenti che non consegue le competenze minime in matematica e lettura raggiunge rispettivamente il 44,2% e il 42%, con un picco estremo in Calabria (46% e 37%).
In relazione al genere, le disuguaglianze colpiscono in modo particolare le ragazze per la matematica (il 23% delle alunne non raggiunge le competenze minime contro il 20% dei maschi), mentre i ragazzi sono meno competenti in lettura: il 23% risulta insufficiente contro l’11% delle coetanee.
Le ragazze e i ragazzi meridionali sono maggiormente svantaggiati sia in matematica che in lettura rispetto ai coetanei settentrionali: la percentuale delle ragazze che non raggiungono le competenze minime in matematica è del 32% al Sud, il doppio delle coetanee del Nord (16%) e la stessa differenza percentuale si riscontra per i maschi meridionali (28%) e i loro coetanei settentrionali (14%).
Differenze di genere si osservano anche per le attività ricreative e culturali: il 51% delle minori tra i 6 e i 16 anni non ha fatto sport in modo continuativo contro il 40% dei maschi, mentre questi ultimi leggono meno, fanno poche attività culturali e navigano meno su Internet.
Altro fattore della povertà educativa è l’origine migrante dei genitori: tra i ragazzi migranti di prima generazione il 41% non raggiunge i livelli minimi di competenze in matematica e lettura, incidenza che cala al 31% in matematica e al 29% in lettura per i quelli di seconda generazione.
Metà delle scuole è inagibile.
La qualità delle infrastrutture è fondamentale per lo sviluppo delle capacità di apprendimento ma in Italia il 45% delle scuole è priva di un certificato di agibilità e/o abitabilità , il 54% degli edifici non è in regola con la normativa anti-incendio e il 32% non rispetta le norme anti sismiche, configurando una condizione di pericolo dato che il 40% degli edifici si trova in zone a rischio sismico (la metà dei quali al Sud) e il 10% in aree a rischio idrogeologico.
Quanto alle scuole inadeguate dal punto di vista infrastrutturale, le differenze regionali sono marcate: se in Toscana, Campania, Liguria, Friuli Venezia Giulia e Veneto il 70% o più dei ragazzi frequenta scuole inadeguate, la percentuale cala a quasi un terzo nella Provincia Autonoma di Trento e Bolzano e in Valle d’Aosta.
La qualità degli spazi fisici della scuola influenza – spiega il Rapporto – notevolmente le capacità di apprendimento da parte degli alunni ma la situazione italiana appare critica: sui circa 33 mila edifici censiti in modo completo dall’anagrafe scolastica, il 50% è stato costruito prima del 1971, anno di entrata in vigore della normativa sul collaudo statico degli edifici.
La situazione di degrado in cui versa parte consistente dell’edilizia scolastica rappresenta un fattore essenziale della povertà educativa Italia, anche perchè va a colpire soprattutto le fasce della popolazione minorile già di per se più svantaggiate.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 14th, 2015 Riccardo Fucile
LO AVEVA DEFINITO “CONSULENTE DELLE MULTINAZIONALI”…. UN ANNO E PENA SOSPESA, PROVVISIONALE DI 50.000 EURO
Beppe Grillo condannato per diffamazione aggravata del professore dell’Università di Modena Franco Battaglia.
L’accusa per il leader M5S era quella di aver detto che il docente fosse “consulente delle multinazionali” e aver diffuso in rete il messaggio.
Il tribunale di Ascoli Piceno ha condannato il comico a un anno di reclusione (pena sospesa) per le frasi pronunciate durante un comizio per il referendum sul nucleare tenuto l’11 maggio 2011 a San Benedetto del Tronto.
Grillo dovrà anche pagare una multa di 1.250 euro, mentre alla parte offesa è stata riconosciuta una provvisionale di 50 mila euro.
L’intervento del docente era stato trasmesso ad Anno Zero su Rai2: “Vi invito”, aveva detto Grillo nel corso del comizio, “a non pagare più il canone Rai. Io non lo pago più perchè non puoi permettere ad un ingegnere dei materiali, nemmeno del nucleare, parlo di Battaglia, un consulente delle multinazionali, di andare in televisione e dire, con nonchalance, che a Chernobyl non è morto nessuno. Io ti prendo a calci nel culo e ti sbatto fuori dalla televisione, ti denuncio e ti mando in galera”.
Nella sua testimonianza al processo, il professor Battaglia ha riferito anche di danni alla sua auto e di una strana telefonata ricevuta in ateneo prima dell’atto vandalico.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 14th, 2015 Riccardo Fucile
LO AVEVA DEFINITO “CONSULENTE DELLE MULTINAZIONALI”…. UN ANNO E PENA SOSPESA, PROVVISIONALE DI 50.000 EURO
Beppe Grillo condannato per diffamazione aggravata del professore dell’Università di Modena Franco Battaglia.
L’accusa per il leader M5S era quella di aver detto che il docente fosse “consulente delle multinazionali” e aver diffuso in rete il messaggio.
Il tribunale di Ascoli Piceno ha condannato il comico a un anno di reclusione (pena sospesa) per le frasi pronunciate durante un comizio per il referendum sul nucleare tenuto l’11 maggio 2011 a San Benedetto del Tronto.
Grillo dovrà anche pagare una multa di 1.250 euro, mentre alla parte offesa è stata riconosciuta una provvisionale di 50 mila euro.
L’intervento del docente era stato trasmesso ad Anno Zero su Rai2: “Vi invito”, aveva detto Grillo nel corso del comizio, “a non pagare più il canone Rai. Io non lo pago più perchè non puoi permettere ad un ingegnere dei materiali, nemmeno del nucleare, parlo di Battaglia, un consulente delle multinazionali, di andare in televisione e dire, con nonchalance, che a Chernobyl non è morto nessuno. Io ti prendo a calci nel culo e ti sbatto fuori dalla televisione, ti denuncio e ti mando in galera”.
Nella sua testimonianza al processo, il professor Battaglia ha riferito anche di danni alla sua auto e di una strana telefonata ricevuta in ateneo prima dell’atto vandalico.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 14th, 2015 Riccardo Fucile
DA CUCCHI A UVA, CINQUE CASI DI PERSONE DECEDUTE SOTTO LA CUSTODIA DELLE FORZE DELL’ORDINE… E NESSUN COLPEVOLE
Se c’è un corridoio dei Tribunali in cui quasi mai il comune senso di Giustizia trova conforto, è quello in
cui si svolgono i processi per i morti di Stato.
Figli, fratelli, padri che hanno perso la vita mentre si trovavano sotto la custodia delle istituzioni: in caserma, durante un fermo di polizia o raggiunti da un Trattamento sanitario obbligatorio, come nell’ultimo caso di Torino, quello di Andrea Soldi.
Persone che, pur avendo sbagliato, per il solo fatto di trovarsi prive della libertà avrebbero dovuto essere custodite con maggiore cura.
E invece se da una parte c’è un comune cittadino, per di più cadavere, e la sua ostinata famiglia, dall’altra si assiste a un muro di omertà , che si traduce in un nulla di fatto, in un “non è Stato nessuno”.
STEFANO CUCCHI.
La notte tra il 15 e il 16 ottobre 2009, a Roma,un ragazzo di 31 anni viene arrestato mentre spaccia. Dopo una perquisizione a casa dei genitori, viene portato in caserma (quella notte ne cambierà tre) e lì comincia a sentirsi male.
Il giorno dopo,all’udienza per direttissima, il padre lo vedrà dolorante e con le borse sotto gli occhi.Il ragazzo finisce in carcere ma,poichè le sue condizioni si aggravano, viene trasferito all’ospedale Pertini.Lì morirà il 22 ottobre.
Questo almeno era quello che sapevamo al termine della prima inchiesta e dei due gradi di giudizio che,con la sentenza di appello dell’ottobre 2014, hanno visto assolvere medici, infermieri e agenti penitenziari coinvolti.
Grazie all’ostinazione della famiglia e alla volontà del Procuratore capo Pignatone, il caso è stato riaperto e la scorsa settimana si è saputo dell’iscrizione nel registro degli indagati di un carabiniere, Roberto Mandolini, che il 15 ottobre 2009 compilò il verbale di arresto di Cucchi.
Insieme con lui sarebbero coinvolti altri due militari, Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, la cui auto (civile) seguiva quella dei colleghi durante la perquisizione domiciliare. A questi ultimi potrebbe essere contestato il reato di lesioni colpose.
Se da un lato il 15 dicembre la Cassazione sarà chiamata a giudicare la sentenza di secondo grado, questa inchiesta bis potrebbe portare — finalmente — alla verità .
RICCARDO MAGHERINI
A Firenze siamo ancora alle prime battute del dibattimento. L’ex promessa della Fiorentina, figlio d’arte di Guido, muore a neanche 40 anni la notte tra il 2 e il 3 marzo 2014 in Borgo San Frediano.
È in preda a un attacco di panico e corre per la strada,dopo essersi fermato in un bar,entra in due locali,ruba un telefono per chiedere aiuto.
“Mi vogliono uccidere” grida. Qualcuno chiama i carabinieri. Nelle orecchie di chi ha seguito il caso rimangono le urla disperate di Riccardo mente quattro militari gli sono addosso e lo costringono col torace a terra nell’attesa infinita di un’ambulanza.
“Ho un figliolo — grida Magherini — aiutatemi, per favore”. Ad ascoltarlo ci sono tanti testimoni, che riprendono la scene coi telefonini, ma a non dargli retta rimangono i quattro militari, adesso imputati per omicidio colposo (uno di loro anche per percosse) insieme con tre volontari della Croce Rossa.
Ipotesi di reato che per ora rimangono le stesse, nonostante le richieste avanzate dal legale della famiglia, Fabio Anselmo —lo stesso che segue i casi Cucchi, Bifolco e molti altri —, e dall’avvocato di uno dei carabinieri.
Prossima udienza il 2 novembre.
DAVIDE BIFOLCO
L’unica colpa di questo 16enne napoletano era di andare in motorino nel rione Traiano con altri due amici senza casco. Non aveva fatto nient’altro, la notte tra il 4 e il 5 settembre 2014.
Quando al mezzo è stato intimato l’alt da una pattuglia dei carabinieri che era in cerca di un latitante, l’amico alla guida si è spaventato e ha tirato dritto. Pochi secondi, quattro dicono i periti della famiglia Bifolco, troppo pochi per dare fede alla tesi del militare che sostiene di essere sceso dall’auto, aver caricato l’arma e fatto fuoco per errore mentre tentava di ammanettare l’altro ragazzo.
Davide è rimasto sulla strada. L’Arma ha chiesto scusa, il militare ha chiesto scusa. Adesso aspetta la sentenza, il prossimo 30 settembre: tre anni e quattro mesi ha chiesto il pm, massimo della pena per l’omicidio colposo col rito abbreviato.
GIUSEPPE UVA
Perizie, udienze, querele, controquerele, e il rischio prescrizione: il caso di questo 43enne varesino, morto dopo essere stato fermato la notte del 14 giugno 2008, ha i connotati del paradosso.
Per anni si è celebrato un processo sbagliato, perchè il pm Abate — poi trasferito — aveva fatto incriminare i medici che avevano preso in cura Pino durante il Tso e non i carabinieri che in ospedale lo avevano mandato.
Eppure in quelle due ore in caserma qualcosa deve essere successo,visto che—dicono le perizie.— Uva sarebbe stato vittima persino di un abuso anale.
A giudizio ci sono 2 carabinieri e 5 poliziotti, ma bene che vada si arriverà al massimo a un primo grado: a dicembre interverrà infatti la prescrizione per tutti i reati (abuso di potere, arresto illegale e abbandono di incapace), a parte quello più grave, l’omicidio preterintenzionale.
FRANCO MASTROGIOVANNI
Come quello di Torino, è uno dei casi di Tso finiti male. Questo maestro elementare di 58 anni è morto a Vallo della Lucania, legato in un letto del reparto reparto psichiatrico 94 ore dopo essere stato fermato sul litorale del Cilento.
Un ricovero durante il quale ha mangiato una sola volta, assorbito un solo litro d’acqua ed è stato sottoposto a una massiccia dose di tranquillanti.
La prossima udienza del processo d’appello è il 18 settembre a Salerno, la sentenza è prevista a metà novembre. Gli imputati sono 18, 12 infermieri —assolti in primo grado — e sei medici, condannati a pene tra i due e i 4 anni per sequestro di persona, morte come conseguenza di altro reato e falso ideologico.
Silvia D’Onghia
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 14th, 2015 Riccardo Fucile
SCENE DA UNA CATASTROFE: ROMA E FIRENZE HANNO 120.000 EURO PER I NUOVI VOLUMI, LONDRA E PARIGI 19 MILIONI
Biblioteche: in sette anni, lo sviluppo dei servizi informatici è diminuito del 64% Confronti: la più importante biblioteca nazionale italiana, ossia quella di Firenze, conta 165 dipendenti, tra i quali, soltanto 38 bibliotecari.
Il confronto con la Bibliothèque nationale de France è schiacciante: 1.400 addetti.
E Firenze non è un caso isolato: sommando i dipendenti delle nove biblioteche nazionali italiane si arriva a 884 persone.
Per il bilancio a Firenze sono attribuiti due milioni l’anno, uno e mezzo a Roma. Contro i 254 milioni di Parigi, i 160 di Londra e 52 di Madrid.
Quanto ai soldi messi per l’acquisto di nuovi libri, Roma e Firenze percepiscono 120 mila euro a testa, la British Library ha in dotazione 19 milioni come la Bibliothèque nationale de France.
Le biblioteche di Alessandria, Sarajevo, Mosul sono state distrutte. E ci indigniamo.
Ma perchè farlo sulla storia cancellata dagli «altri» e chiudere invece gli occhi davanti alle condizioni in cui versano le nostre biblioteche ?
Perchè quelle di Roma e Firenze per comprare nuovi libri hanno a disposizione 120 mila euro a testa e British Library di Londra e Bibliothèque nationale di Parigi ne hanno 19 milioni?
Ah, la biblioteca di Alessandria! Ah, la biblioteca di Sarajevo! Ah, la biblioteca di Mosul annientata dall’Isis! Dite voi: è normale sospirare sulla storia cancellata dagli «altri» e chiudere gli occhi davanti alle condizioni in cui versano le nostre biblioteche, i nostri archivi?
Certo, Dario Franceschini ha solennemente promesso che questo sarà «l’anno delle biblioteche e degli archivi» annunciando «otto milioni in più». Speriamo.
L’altro giorno gli amici dell’«Associazione lettori» che mandarono al «Corriere» le foto dei teli di plastica per mettere al riparo le librerie della Biblioteca Nazionale di Firenze in caso di pioggia, però, hanno segnalato a Tomaso Montanari, che ne ha subito scritto, un avviso della direzione: «Si informano i gentili Utenti che a causa della continua diminuzione di personale che non consente il regolare svolgimento del servizio, da lunedì 31 agosto 2015 fino all’arrivo dei giovani del Servizio Civile Regionale…».
Per cinque giorni a settimana (sabato compreso, chiusura alle 13) si posson chiedere libri solo la mattina, il martedì solo al pomeriggio entro le 17.30, domenica chiuso. Manco fosse una biblioteca rionale di Latina. Tutto inciso nel marmo digitale: «A causa della continua diminuzione di personale…» .
Era di 354 dipendenti, la pianta organica della nostra più importante biblioteca nazionale. Oggi sono 165, molto meno della metà . E la nuova tabella organici varata dal ministero ne prevede 170. Per sei milioni di volumi, tre milioni di opuscoli, 4 mila incunaboli, 25 mila manoscritti.
La Bibliothèque Nationale de France, per dare un’idea, di addetti ne ha 1.400. Non bastasse, i bibliotecari veri e propri previsti sull’Arno sono 38. Per 120 chilometri lineari di scaffali.. .
Ma Firenze, con gli ospiti costretti a stare col paltò addosso d’inverno (freddo polare) e a boccheggiare d’estate (caldo tropicale), le toilette spesso chiuse per guasto, gli orari ridottissimi rispetto a tutte le grandi biblioteche del pianeta è solo una delle emergenze. Gli organici delle nove biblioteche statali italiane, da Roma a Napoli, da Torino a Venezia, arrivano insieme a 884 persone.
Poco più della metà della sola biblioteca nazionale parigina
L’aveva già denunciato Giovanni Solimine in L’Italia che legge (Laterza, pagine 173, e 12): «Le due Biblioteche Nazionali vedono i loro bilanci ridursi al lumicino (un milione e mezzo quella di Roma e 2 milioni quella di Firenze), mentre quelli delle consorelle europee sono di tutt’altro ordine di grandezza: Parigi 254 milioni, Londra 160 milioni, Madrid 52 milioni».
Non parliamo dei soldi per comprare nuovi libri: 120 mila euro a testa le nostre due biblioteche nazionali, 19 milioni di euro a testa la British Library e la Bibliothèque nationale.
E oggi, accusa Natalia Piombino dell’Associazione lettori, va perfino peggio: «Niente, niente, niente: non ci sono i soldi per comprare più niente».
Un dato dice tutto. Non una delle nostre biblioteche risulta tra le prime venti del mondo. Neppure una. Non c’è da stupirsi.
La stessa Rossana Rummo, direttore generale per le biblioteche, riconosceva nel 2012 tagli «spaventosi»: «Negli ultimi sette anni, lo sviluppo dei servizi informatici è diminuito del 64% e del 93% per la catalogazione. Il budget, rispetto al 2005, è sceso del 63%».
Nè le cose, nonostante gli impegni, appaiono molto migliorate: per la gestione ordinaria nel 2015 (lasciamo stare i soldi straordinari: le emergenze sono emergenze) la dote fissata è di 196.397 euro. Commento feroce di Montanari: meno del contributo «che lo stesso ministero ha pensato bene di destinare a Non c’è due senza te , l’ultimo film con Belèn…».
Non bastasse, tutte queste biblioteche che funzionano a singhiozzo perchè parevano già dispersive nel 1867 all’allora direttore di Firenze Desiderio Chilovi («Le “nazionali” italiane sono per numero sovrabbondanti; giacchè lo Stato non è in grado di sopportarne la spesa») stanno infliggendo agli studiosi un supplizio economico e culturale supplementare. Vietano infatti a chi ne ha bisogno di fotografare per proprio conto libri e documenti imponendo a tutti di rivolgersi ad aziende e aziendine convenzionate.
Una gabella. Come spiegano nei loro documenti Mirco Modolo e gli altri animatori del movimento «Fotografie libere per i Beni Culturali», dalle altre parti del mondo non è così.
La British Library, ad esempio, non solo consente a tutti coloro che non hanno scopi di lucro e agli studiosi di «utilizzare i propri dispositivi per fotografare oggetti a scopo di ricerca personale», ma ha messo online su YouTube una spiegazione di come vanno correttamente girate le pagine d’un libro antico e infine («ci rendiamo conto che non vi è un grande vantaggio nel condividere le immagini su Twitter e altri social media»), ha concesso agli utenti di far circolare il materiale: è o non è quello della «British» un patrimonio di tutti? E così si regolano più o meno tutte le altre grandi biblioteche.
Dalla Bibliothèque nationale de France alla Deutsche Nationalbibliothek, da quella di Oslo fino a tutte le biblioteche romane degli istituti culturali stranieri. Frequentatissime.
Da noi no. Men che meno negli archivi di Stato.
Dopo avere liberalizzato le foto turistiche, infatti, il ministero ha fatto marcia indrè . Col risultato che, ad esempio, per aver le foto di venti pagine uno studente che va all’Archivio di Stato di Venezia può essere costretto a pagare 300 euro.
Dettaglio incredibile: il prezzo dimezzato per «riprese digitali b/n da originali».
Prova provata che c’è chi si mette al computer per ridurre in bianco e nero le foto originali ovviamente a colori. Ridicolo.
E perchè mai, questo pedaggio alla Ghino di Tacco contro il quale c’è una rivolta scandalizzata degli studiosi stranieri? Questioni contrattuali. E spilorceria di chi già lamenta di avere poche entrate…
Il bello è che, hanno scoperto i sostenitori del principio «libera foto in libero Stato», un sacco di soldi vengono buttati in una voragine: gli affitti pagati dai 103 archivi di Stato. Quello centrale su tutti: 4.361.858 euro di canone annuale.
Quello di Roma città , da quasi un ventennio, 936 mila: per un edificio fatiscente che vale una quindicina di milioni.
Quello di Verona, «gentilmente» ospitato da Cariverona, 580 mila: il quadruplo di prima. Totale degli affitti pagati all’anno: 18.807.250 euro.
Cioè i quattro quinti (i quattro quinti!) di tutti i soldi dati dal governo.
E pensano di tappare i buchi facendo pagare una gabella sulle foto? Mah…
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 14th, 2015 Riccardo Fucile
INTRODOTTO UN ORARIO RIDOTTO E ORA IL MIBACT HA STABILITO PER LEGGE CHE NON SONO PIU’ NECESSARI
Le nuove piante organiche del Ministero per i Beni Culturali condannano la più importante biblioteca
del Paese: la Nazionale Centrale di Firenze, l’«unica – come si legge perfino sul suo account twitter – che può documentare nella sua interezza lo svolgersi della vita culturale della Nazione».
Fino ad agosto, la pianta organica della Biblioteca prevedeva 334 posti.
Una cifra appropriata: la Nazionale di Francia – per esempio – ne ha 1.414 (più 660 non titolari).
Ma se consideriamo che quella di Firenze possiede 6,5 milioni di libri, contro i 31 milioni francesi, i conti tornano.
Il problema è che da molto tempo quell’organico non era coperto.
Nel 2001 l’allora direttrice Antonia Ida Fontana spiegava che la chiusura di molte sale e l’orario ridotto erano dovuti alle carenze di personale: e in quel felice momento c’erano ben 270 dipendenti. Oggi, invece, siamo a 165.
E infatti la Biblioteca è in caduta libera.
Pochi giorni fa i lettori sono stati accolti da un avviso che annunciava una drastica riduzione degli orari. L’unica novità era la franchezza con cui un avviso su carta intestata del Mibact indicava le cause politiche del disastro: «Si informano i gentili utenti che, a causa della continua diminuzione di personale che non consente il regolare svolgimento del servizio, da lunedì 31 agosto 2015 fino all’arrivo dei giovani del Servizio Civile Regionale, previsto per il mese di ottobre, la distribuzione del materiale moderno a stampa sarà effettuata secondo il seguente orario… Ci scusiamo per il disagio, causato indipendentemente dalla nostra volontà ».
Il diffuso sconcerto provocato da questa inedita ammissione di fallimento ha provocato non la soluzione del problema, ma l’immediata sostituzione dell’avviso.
Nello scorso aprile due interrogazioni parlamentari (di Miguel Gotor al Senato, di Maria Chiara Carrozza alla Camera) chiedevano cosa intendesse fare Franceschini «affinchè la Biblioteca nazionale centrale di Firenze possa riprendere in pieno la sua funzione e garantire il servizio previsto dallo statuto»: visto che, appunto, «il personale addetto alla distribuzione e al funzionamento si è ridotto a 165 unità , mentre la pianta organica ne prevederebbe 334».
La risposta arriva ora, ed è la più surreale possibile: le nuove piante organiche del Mibact assegnano alla Nazionale di Firenze 170 posti invece di 334.
E dunque – colpo di scena – non è più possibile dire che sia sotto organico. Geniale, no? Abbassare l’organico invece di assumere è come alzare il livello della diossina tollerabile nel cibo (lo fece Berlusconi nel 2007), o truccare il termometro per curare la febbre.
Nemmeno Bondi o Galan erano arrivati a tanto: perchè un conto è non riuscire ad assumere i giovani necessari per far vivere il nostro patrimonio culturale, altro conto è stabilire per legge che non sono più necessari.
Questa è una pietra tombale su ogni futuro possibile.
E non vale solo per la Nazionale di Firenze: fino ad agosto l’organico teorico di tutto il Mibact era di 25.175 unità , di cui in servizio solo 17.700 (con l’età media di 55 anni!).
Ora, le piante decretate da Franceschini abbassano il fabbisogno globale a 19.050: una specie di condanna a morte per fame del patrimonio culturale. L’idea reaganiana di «affamare la bestia» ha infine condotto al funerale della bestia stessa.
Certo, alla Nazionale di Firenze è andata particolarmente male: il taglio è stato del 50 per cento.
Ma, si sa, nell’età dello storytelling le biblioteche non appaiono utili: o almeno non tutte.
A giugno Franceschini annunciò infatti la creazione della Biblioteca Nazionale dell’Inedito: a organico zero, si suppone.
Tomaso Montanari
(da “La Repubblica”)
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Settembre 14th, 2015 Riccardo Fucile
IL NUOVO LEADER LABURISTA CHE COMPRA NELLE BANCARELLE, HA LA BIRO NEL TASCHINO E GIRA IN BICI
Orti per tutti. A Jeremy Corbyn piace sognare.
Anche nell’ultima dura battaglia per conquistare la leadership laburista ha messo in campo la sua prolifica immaginazione. E per ringalluzzire il popolo stanco del centrosinistra ha rispolverato un vecchio pallino: un giardino in ogni casa e un pezzo di terra da coltivare «in modo che ciascuno abbia la possibilità di piantare patate e pomodori».
Lui stesso, Jeremy Corbyn, è un appassionato di tuberi, bulbi e foglie.
Nel 2003, dopo una lunga trafila, gli recapitarono l’ autorizzazione a curare un minuscolo appezzamento a Islington, nord londinese, il suo collegio elettorale che da 32 anni lo conferma parlamentare alla Camera dei Comuni.
Al mattino sale in bicicletta e provvede direttamente a semine, tagli e innaffiature.
Non si prenda Jeremy Corbyn per un pazzo eversore o per un nostalgico e patetico ex figlio dei fiori, visto che ha tagliato il traguardo delle sessantasei primavere.
È così: idealista, cortese, di modi semplici.
E testardo, tanto testardo da divorziare dalla moglie quando lei decise di spedire uno dei figli alla grammar school , le scuole più selettive.
Anche Jeremy aveva frequentato una grammar school ma voleva per la prole, tre ragazzi, una secondaria popolare. Perse la partita in famiglia e il matrimonio finì.
Le rigidità di un tempo sono svanite ma il Dna politico di Jeremy Corbyin non ha subito alterazioni: piaccia o non piaccia è di sinistra, senza sbavature e senza ripensamenti.
In Parlamento per più di 500 volte, dal 1997 ovvero da quando partì la modernizzazione targata Tony Blair, ha votato contro le indicazioni del partito: no alla guerra in Iraq, no all’aumento delle tasse universitarie, no alle privatizzazioni. «In Germania sarei più moderato dei socialdemocratici», replica alle critiche.
Lo hanno dipinto come un «rosso» pericoloso. «Ci porterà al disastro», hanno minacciato i guru della terza via centrista.
Ma il feroce fuoco di sbarramento degli architetti del New Labour prima trionfanti oggi tramortiti, i Tony Blair, i Peter Mandelson, i Gordon Brown, accantonate le loro dilaganti rivalità e gelosie personali, non è servito a nulla.
Hanno tirato fuori qualche scheletro dall’armadio di Corbyn: ad esempio le simpatie per «gli amici di Hamas e degli Hezbollah» o l’invito a Westminster rivolto a Jerry Adams, capo dell’Ira, dopo le bombe a Brighton nel 1984. Un buco nell’acqua.
«Se Tony Blair stringe la mano ai capi di Hamas è una grande leader. Se io dico che occorre dialogare con ogni parte in causa nei conflitti sono un amico dei terroristi».
Jeremy Corbyn non è un estremista con le armi nascoste sotto il letto.
È un melting pot di correnti, di movimenti, di convinzioni, di radicalismo educato.
È un pacifista, è un repubblicano in un paese di ferventi monarchici, è un euroscettico in un partito europeista, è un No Tav, è abbagliato dai greci di Syriza e dagli spagnoli di Podemos, è nemico del nucleare, sostiene la piena eleggibilità dei Lord e non la nomina di casta, è un uomo di piazza che nel 1984, già sui banchi dei Comuni, fu arrestato per un corteo non autorizzato contro l’apartheid in Sudafrica.
Non è mai cambiato dimostrando una coerenza ferrea.
Un eretico, questo sì, che ha sbaragliato il campo sia per il manifesto grigiore degli altri contendenti, percepiti come una fotocopia in bianco e nero dell’establishment laburista targato Blair, sia per via di quel suo motto che ha ripetuto all’infinito, trovando consensi specie fra i giovani e le donne: «Se siamo laburisti è perchè vogliamo che il partito laburista sia il veicolo del cambiamento sociale».
Sottinteso: l’omologazione ai Bush che vanno in Iraq (leggi Blair), gli inchini alla City e alla finanza «creativa» (leggi Blair e Brown), le balbuzie sul bilancio statale da sfoltire coi tagli mirati (leggi Ed Miliband) hanno regalato sconfitte.
«È autodistruttivo opporre l’austerità morbida all’ austerità dura di Cameron».
La svolta presuppone una forte caratterizzazione. «Altrimenti destra e sinistra sono uguali».
Jeremy Corbyn è piantato nel solco della tradizione formatasi con gli insegnamenti dei genitori, che si erano conosciuti nelle proteste antifranchiste durante la guerra civile spagnola, e consolidata al termine degli studi liceali quando stracciò l’iscrizione all’università e partì per due anni di volontariato in Giamaica seguiti dall’arruolamento nel sindacato.
«Ma non guardo indietro, io guardo avanti con idee nuove».
Gli piacerebbe ristabilire la clausola dello statuto che vincola i laburisti al socialismo. «Magari con qualche correzione. Di sicuro dobbiamo riscoprire il valore della proprietà pubblica nei settori chiave dell’economia».
Propone di rinazionalizzare le poste, le ferrovie e le società che producono e distribuiscono energia.
È uno choc. Esistono due partiti laburisti: Corbyn e i corbynisti, gli eredi e gli orfani del New Labour blairiano.
Tenerli assieme è la prima scommessa di Jeremy Corbyn.
«Io intendo collaborare con tutti, però con obiettivi chiari». Il che significa ribaltare la linea di marcia e cancellare gli ultimi venti anni di storia laburista.
In politica estera è per la distensione con la Russia di Putin, per l’uscita dalla Nato, per l’accantonamento dei missili nucleari.
Sull’Europa minaccia: «Sono per l’Europa che armonizza le condizioni di lavoro. Contrarissimo all’Europa del libero mercato».
Il referendum incombe e Corbyn sbandiera la possibilità di schierarsi per l’uscita dall’Unione. Dirompente. Come pure sull’economia.
Ha scritto dieci punti, ricevendo l’appoggio di 50 economisti capitanati da David Blanchflower, un ex membro del comitato per le politiche monetarie della Banca d’Inghilterra.
Il succo è: basta tagli alla spesa pubblica, più tasse per ricchi, banche, fondi.
Poi «il quantitative easing del popolo», l’ha chiamato così, ossia l’istituto centrale che stampa moneta da destinare alle infrastrutture e all’occupazione.
«Il dovere dei governi è assicurare che l’economia lavori per l’intera comunità e che riduca le diseguaglianze».
In fin dei conti, al nuovo leader interessa di più la coerenza che l’ufficio a Downing Street.
Se gli andrà male ha sempre il suo orto da coltivare. Una cosa è certa: con il «sovversivo» buono il laburismo cambia pelle.
Fabio Cavalera
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 13th, 2015 Riccardo Fucile
AUSTRALIA, USA E REGNO UNITO LE METE PIU’ GETTONATE
Per la prima volta la maggioranza dei giovani italiani, oltre il 61%, è pronta a emigrare all’estero per
cercare lavoro.
E nove su dieci sono convinti che ormai lasciare la Penisola sia una necessità .
Le mete più ambite? Australia, Usa e Regno Unito.
E’ il quadro che emerge dal Rapporto giovani sul tema “Mobilità per studio e lavoro”, presentato a Treviso durante il Festival della statistica e della demografia.
L’indagine è basata su un panel di 1.000 giovani tra i 18 e i 32 anni e promossa dall’Istituto Giuseppe Toniolo, in collaborazione con l’Università Cattolica e con il sostegno di Fondazione Cariplo e di Intesa Sanpaolo.
Il 70% degli intervistati ritiene che l’Italia offra alle nuove generazioni opportunità sensibilmente inferiori a quelle degli altri paesi sviluppati e che difficilmente il divario verrà colmato nei prossimi tre anni.
L’83,4% è disposto a cambiare città stabilmente per trovare migliori possibilità di lavoro e di questi ben il 61,1% si dichiara disponibile a cercare lavoro all’estero.
Negli ultimi decenni l’Italia è diventata un paese di immigrazione, con una continua crescita della popolazione di cittadinanza straniera.
Ma, al contempo, sottolinea il rapporto, è diventato anche sempre più evidente un flusso di uscita di giovani in cerca di un futuro migliore.
Va anche considerato che nelle nuove generazioni è fortemente sentito l’aspetto positivo della mobilità , cioè fare nuove esperienze e confrontarsi con altre culture, indicato dal 74,8% degli intervistati.
I paesi che i giovani italiani considerano più attrattivi per un’esperienza di lavoro, non necessariamente definitiva, sono Australia, Usa e Regno Unito che insieme raccolgono oltre la metà delle risposte (il 54,8%).
Segue la Germania, paese che presenta una disoccupazione giovanile particolarmente bassa, poi Canada, Francia, Austria, Svizzera e Belgio.
Solo l’1,5% indica la Spagna, colpita negli ultimi anni da un’alta disoccupazione giovanile dovuta alla crisi.
“La migrazione italiana negli ultimi anni è decisamente cambiata. Non si tratta più di connazionali che prendono il treno un po’ spaesati e con al braccio valigie di cartone, ma di giovani dinamici, intraprendenti, affamati di nuove opportunità e con un tablet pieno di appunti su progetti e sogni da realizzare — commenta Alessandro Rosina, tra i curatori del Rapporto — Da un lato la generazione dei millennials considera del tutto naturale muoversi senza confini. Sono sempre più consapevoli che la mobilità internazionale è di per sè positiva, perchè consente di aprirsi al mondo, conoscere diverse culture, arricchire il proprio bagaglio di esperienze, ampliare la rete di relazioni. Dall’altro lato il sempre più ampio divario tra condizioni lavorative delle nuove generazioni e possibilità di valorizzazione del capitale umano in Italia rispetto agli altri paesi avanzati e in maggiore crescita, porta sempre più giovani a lasciare il paese non solo per scelta ma anche per non rassegnarsi a rimanere a lungo disoccupati o a fare un lavoro sotto inquadrato e sottopagato”.
“I dati — conclude Rosina — restituiscono un quadro meno stereotipato rispetto a quello usualmente fornito nei mass media, schiacciato molto spesso sul tema della fuga dei laureati. La fuga è solo un aspetto del fenomeno, anche se è in effetti quello più problematico. E’ vero inoltre che i laureati tendono maggiormente ad espatriare rispetto a chi ha titoli più bassi, ma soprattutto perchè hanno maggiori risorse e possibilità per farlo. La propensione ad andarsene, soprattutto se legata a difficoltà oggettive di trovare lavoro, è sentita in tutte le categorie e tutti i livelli di istruzione“.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 13th, 2015 Riccardo Fucile
IL SUD NON HA BISOGNO DI ASSISTENZIALISMO E SGRAVI FISCALI, MA DI ESSERE SGRAVATO DA CRIMINALITA’, CLIENTELE E INCOMPETENTI
Potrebbe sembrare una provocazione, ma non lo è…
Dall’unificazione della penisola ad oggi, infatti, la politica ed il sistema gestorio del potere pubblico, hanno riservato al meridione un ruolo sempre più secondario e “soccombente” rispetto alle pseudo-ragioni del nord.
Il progetto dell’epoca – ampiamente compiuto, anche grazie a varie e pregnanti accondiscendenze locali – era stato quello di depauperare questa terra delle proprie ricchezze per trasferirle al Nord, contestualmente impedendogli di poter ridiventare grande, economicamente, politicamente e socialmente.
Mafia e Camorra hanno trovato la loro “connotazione attuale” proprio grazie a quelle interessenze, “a quelle convenienze locali” che permisero, a poco più di mille soldati, di devastare una terra dalle infinite ricchezze per annetterle al “vuoto progetto” di Cavour e dei Savoia.
Ma quella è storia, oramai.
L’ultra centenaria “attualità ” sancisce che “siamo l’Italia” e che dovremmo essere un unico, grande Paese. Solo che, per diventarlo davvero, il bene primario dovrebbe essere quello dello sviluppo economico-produttivo dell’intera penisola, perchè nessuna crescita sarà mai reale se si continuerà a “lasciare indietro” una parte del territorio.
Il meridione non ha bisogno di assistenzialismo o “di carità “.
Ha bisogno che la si smetta di sfruttarlo perchè, comunque la si voglia vedere, l’assistenzialismo genera clientele e le clientele determinano nicchie di scambio, elettorale ed altrimenti favoristico.
La questione meridionale, insomma, esiste soltanto perchè è stata “creata ad arte”. Se davvero lo si volesse, finirebbe nel nulla come se niente fosse.
Basterebbe liberare il territorio dalla criminalità , assicurare la presenza di uno stato di diritto efficiente ed efficace (in termini di burocrazia e di servizi) ed implementare (rendendola effettivamente esecutiva) una legislazione capace di far essere protagonisti tutti i suoi attori, perchè un meridione liberato dalla mala politica, dalle connivenze politico-malavitose e dall’insicurezza prodotta “dalla legge del più forte”, sarebbe il “motore trainante del mondo”.
E non è mera filosofia o una ridda di ipotesi astratte e prive di sostanza. E’ storia. Sono fatti concreti. Il Meridione ha potenzialità immense: basterebbe liberarle…
E Napoli, in particolare, potrebbe ridiventare la grande Capitale del Sud, la “porta diretta” del e verso il mondo, in un cammino di significativo progresso anche nelle dinamiche europee…
Il primo passo sarebbe quello convincersi che il meridione ha bisogno di politici-manager, di figure di spessore, capaci non soltanto di consumare analisi accurate, ma anche sintesi di rilievo, sia sul piano teorico che su quello squisitamente operativo.
Se la politica è “l’arte di dare risposte” ai bisogni collettivi, e allora soltanto una visione manageriale, unita ad una grande visione politico-valoriale, possono rimettere in moto la storia.
In questi giorni, nonostante “i morti” e gli spari, di Napoli nemmeno si parla.
Renzi se n’è andato in America a “spararsi la posa”. I vari politici di turno lo attaccano. I grandi temi delle riforme Istituzionali e delle annesse maggioranze imperversano. Salvini e company sbraitano, ma niente: del sud, nemmeno l’ombra. Giusto un riferimento, ed attiene a presunti, futuri sgravi fiscali, come se fossero l’unica soluzione possibile o seriamente praticabile.
Se proprio si vuole “sgravare il sud”, lo si faccia rispetto al peso della malavita e della mala-politica.
Il meridione ha bisogno di libertà e di potersi giocare finalente il proprio destino. Il resto sono soltanto chiacchiere… Sogni. Speranze, Le solite cose, insomma…
A breve si rivoterà , e sarà l’ennesima pantomina del prevalente voto di scambio, col PD “a farla da padrone” ed il centro-destra a fare da comparsa, incapace di esprimere idee incendiarie e personalità degne di nota.
Già li vedo in azione i vari giovanotti locali – intrisi dal fare stucchevole – ed “i nonni della politica” coi loro rivoli attoriali. Già vedo addirittura l’esito.
C’è solo un però: “ca, cà nisciuno è fesso” e che, volendo, la storia la potremmo anche cambiare…
“Napoli Capitale”: persone, lavoro, sicurezza e libertà … Io ripartirei da questo (soprattutto dai quartieri abbandonati e dalla periferia), da poliche capaci di trasformare, finalmente, in reddito e ricchezza le grandi potenzilità di questa terra.
Io mi abbandorenei alla seducente anima di “Partenope”, insomma, perchè, checchè se ne dica, è la più bella del mondo…
Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale
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