Marzo 6th, 2016 Riccardo Fucile
UNO DEI MIGLIORI VIOLINISTI D’ITALIA SUONA IN UNA STAZIONE DEL METRO’: SU 1.760 PASSANTI SI FERMANO IN 11
Irrigidito nel gelo del primo mattino, ha sceso passo dopo passo le scale fino al tunnel del metrò sotto
via Lepanto.
Portava una barba folta, capelli un po’ lunghi sulla fronte, era senza cappotto anche se il termometro segnava esattamente zero. Tutto ciò che aveva con sè quell’uomo era un grosso pullover grigio, guanti di lana mozzati all’altezza delle dita e un astuccio di pelle ammaccata fra le mani.
Le quattro addette della biglietteria della metropolitana lo hanno visto fermarsi proprio davanti al loro sportello e aprire la sua scatola con cura. Ne ha tirato fuori un violino. Ha poggiato il contenitore sul pavimento di linoleum nero, ha sparso con metodo quattro monete d’incoraggiamento sul velluto rosso della fodera.
Ed è a quel punto che ha iniziato
Se conoscete l’ Adagio e la Fuga della prima Sonata per violino di Johann Sebastian Bach, sapete di che cosa si tratta. Ti lacera il corpo e ti strappa via l’anima con una precisione matematica, te la porta allo scoperto e tu non puoi farci niente.
È anche una delle pagine per violino più difficili mai scritte (1720), così innovativa e sconcertante che Bach morì trent’anni dopo senza che nessun editore si fosse mai arrischiato a pubblicarla.
Un secolo e mezzo più tardi, Johannes Brahms non osò comprare il manoscritto originale che gli veniva offerto perchè dubitava che fosse autentico. Sono meno di dieci minuti di musica ma si portano dietro un’ombra d’incredulità fin dal primo momento.
Questa è la composizione, e questi il tempo e il luogo: la fermata Lepanto sulla linea A della metro di Roma, lunedì 18 gennaio.
E quest’articolo è un puro e semplice plagio, è bene dirlo subito. Nel 2008 Gene Weingarten del «Washington Post» vinse il primo dei suoi due premi Pulitzer per le feature , le storie più lunghe, con un testo che mise alla prova un migliaio di passanti del metrò della capitale degli Stati Uniti e la dignità di uno dei grandi maestri di questo secolo.
Joshua Bell, ciò che di più vicino a una rockstar esista nel mondo del violino, aveva accettato d’improvvisarsi musicista di strada nel centro di Washington un mattino presto all’ora di punta.
Per 43 minuti aveva suonato la Ciaccona di Bach e altri 5 pezzi, raccogliendo 32 dollari e spiccioli da 27 persone; quel giorno nessuno lo riconobbe e un solo passante adulto si fermò ad ascoltarlo. Per 9 minuti.
Anche in questo lunedì di gennaio l’uomo che raccoglie qualche moneta agitandosi contro la parete del metrò è famoso, nel resto della sua vita.
È un interprete solido e raffinato, fra i più grandi d’Italia. Carlo Maria Parazzoli, 51 anni, da poco meno di venti primo violino solista dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia.
In carriera si è esibito con i più celebri direttori e nelle migliori sale del mondo. Ha suonato musica da camera con Lang Lang, Martha Argerich, con il mitico direttore e pianista Wolfgang Sawallisch.
Quando c’è lui l’incasso medio di una serata all’Auditorium della capitale è di alcune decine di migliaia di euro, un buon posto ne costa circa 50 e non sarà mai situato così vicino alla fonte del suono come in questo corridoio a Lepanto.
Ma il pubblico nei teatri conosce un codice non scritto, che detta concentrazione e silenzio in momenti dati. Il mondo di Parazzoli è questo.
E ciò che segue è il risultato della fredda mattinata di gennaio.
Il maestro ha suonato 30 minuti (dalle 8.04 alle 8.34), davanti a lui sono passate 1.760 persone, nessuno l’ha riconosciuto, in 11 hanno offerto qualcosa, in 4 gli hanno rivolto uno sguardo aperto e sostenuto per almeno qualche secondo e quelle 4 persone avevano tutte lo stesso profilo demografico: frequentano invariabilmente la scuola materna o le prime classi delle elementari, hanno fra i 4 e i 6 anni di età .
Dopo la performance, scaldandosi in un bar, Parazzoli prenderà atto che la distinta dei ricavi presenta 2 monete da 2 euro, 6 da uno, 3 da 50 centesimi, 5 da 20, 3 da 10, 5 da 5 centesimi e una da un cent.
Qualcuno deve averne approfittato per svuotarsi le tasche. In tutto fanno 13 euro e 6 cent.
In uno dei grandi quartieri borghesi di Roma, dove le persone che usano il metrò vengono da case piene di libri e si affrettano verso uffici – spesso pubblici – di un qualche prestigio, lo 0,63% dei passanti ha scelto di fare un’offerta per l’ Adagio e la Fuga di Bach interpretati da Parazzoli.
In un quartiere paragonabile di Washington, Joshua Bell aveva raccolto contributi dal 2,4% di quelli che l’hanno incrociato.
Non è un atto d’accusa. Piuttosto questo è un test su come lavorano i muri che chiudono la nostra mente e quei binari invisibili che ci guidano sempre verso una direzione data, anche quando ai lati appaiono panorami stupefacenti.
È un modo di riflettere sulla bellezza e sulla sottigliezza che ci sfuggono tutti i giorni, semplicemente perchè non pensiamo che debbano essere qui. Non ora, non in questo luogo.
Convinti di essere nel pieno delle nostre facoltà , obbediamo al contesto anzichè ai nostri sensi. Confondiamo il valore con il prezzo, prendiamo il secondo come misura esclusiva del primo.
Alcuni studi mostrano che, alla cieca, spesso tendiamo ad apprezzare vini meno cari ma improvvisamente preferiamo i più costosi non appena qualcuno ci informa su quanto siano stati pagati.
L’aver speso per un prodotto acuisce la nostra mente e ne affina la percezione.
Sapere è tutto.
Ragguagliate di ciò che sta realmente accadendo, le quattro addette della biglietteria si alzano in piedi dietro il vetro dello sportello non appena Parazzoli accenna le prime note.
Non riescono più a lavorare, ascoltano incantate. Ma quando poco dopo arriva un treno e un’ondata di gente si rovescia fuori dai tornelli, nessuno degna quell’uomo in golf grigio di uno sguardo.
Lo fa solo una bambina in una giacca a vento bianca, cercando di mimare i gesti del maestro al violino ma la madre non rallenta e anche la piccola sgambetta via.
È in quel momento che arriva il direttore della stazione Lepanto.
Nervoso, chiede al maestro di mostrargli l’autorizzazione per quella performance. Bastano un pezzo di carta, un timbro. Non ne ha.
«Cerchi almeno di abbassare il volume», fa lui.
Il direttore sparisce per qualche minuto, torna per un nuovo tentativo di cacciare Parazzoli e alla fine si arrende: «Vabbè, dirò che ero in bagno. Ma lei alle 8.30 se ne vada».
Solo le donne si avvicinano per lasciare dei soldi, gli uomini mai. Ma anche quelle sfuggono con gli occhi.
Depositano le monete sulla fodera rossa – non le gettano, per rispetto – e si dileguano senza guardare il musicista.
La loro pietà viaggia sempre mista al fastidio. «Anche se al mio posto ci fosse stata una tela originale di van Gogh, nessuno si sarebbe fermato. Non ci avrebbero creduto. Abbiamo sempre paura che i nostri piani di giornata siano sconvolti», dirà Parazzoli più tardi.
Ma non per tutte è così. Alberta Milone, un avvocato di 47 anni, nel tempo libero suona il liuto rinascimentale e quella mattina sente subito qualcosa di speciale in quel suono. Lascia due euro. «Ho capito che non era una persona qualunque, perchè non mi ha ringraziata».
Era il primo violino di Santa Cecilia, avvocato.
«Wow. È stato un momento intenso», razionalizza.
In cima alle scale della metro Elvio Tiburzi, 61 anni, impiegato alla Corte dei conti, aspetta la collega Gigliola Caratelli per avviarsi con lei verso l’ufficio.
Tiburzi da ragazzo ha abbandonato gli studi di musica prima del diploma perchè era diventato padre molto presto. «Poi ho suonato un po’ nei piano bar, ma sono di formazione classica. Mia figlia si è diplomata e ora suona quando la chiamano», dice con un orgoglio controllato.
Quel mattino Tiburzi non resiste, scende le scale della metro per controllare da dove viene quel canto di violino.
Vede Caratelli, la collega della Corte dei conti, che ha appena lasciato una moneta («volevo mostrare che qualcuno capiva cosa stava accadendo»).
Tiburzi si ferma, assorbe ancora un istante di quella musica sublime, poi un dubbio lo blocca. «Suonava troppo bene – ricorda – allora ho pensato: mi sa che è un esperimento».
E i due colleghi si sono affrettati verso la Corte dei conti.
Federico Fubini
(da “il Corriere della Sera”)
argomento: denuncia | Commenta »
Marzo 6th, 2016 Riccardo Fucile
L’UOMO DELLE COMUNICAZIONI DEL MONTE DEI PASCHI MORTO TRE ANNI FA: FU VERO SUICIDIO?
«A tre anni dalla morte alzate la testa, rompete il silenzio».
È scritto su un manifesto che chiama a raccolta per un corteo silenzioso domenica pomeriggio a Siena, davanti alla sede del Monte dei Paschi, chi ha a cuore la verità sulla fine di David Rossi.
La moglie e la figlia del dirigente della banca senese che fu trovato morto sotto la sua finestra non si sono rassegnate.
E il caso, archiviato come suicidio, tre mesi fa è stato riaperto dalla procura di Siena. Che ora ha il compito di diradare le nebbie che avvolgono l’episodio più inquietante di una storia capace di spingere il Monte sull’orlo del baratro.
Quella sera in vicolo di Monte Pio
È mercoledì sera. A quell’ora, nelle giornate di inizio marzo, rinfresca un po’. Il torrente umano che scorre senza sosta lungo via Banchi di Sopra sfilando davanti a piazza Salimbeni si interrompe di tanto in tanto.
Le stradine lì intorno sono deserte. Vicolo di Monte Pio, alle spalle del Monte dei Paschi di Siena, poi, è un budello chiuso dove non si vede mai nessuno.
Ma non quel mercoledì sera di tre anni fa, il 6 marzo 2013. Ci sono delle persone, e c’è anche una macchina che sbarra l’ingresso del vicolo.
Ai loro piedi, disteso per terra, un uomo sta agonizzando. È caduto da una finestra: si è buttato da solo o qualcuno l’ha aiutato?
Si chiama David Rossi, ha cinquant’anni ed è un alto dirigente del Monte dei Paschi di Siena, che sta attraversando il momento più difficile dei suoi cinque secoli e passa di vita.
Una tempesta giudiziaria la sta scuotendo dalle fondamenta.
Sulla costosissima acquisizione dell’Antonveneta si allungano ombre pesanti: i magistrati sospettano reati gravissimi, dall’insider trading alla truffa.
Rossi è il responsabile della comunicazione della banca, uno degli uomini che sono stati più vicini all’ex presidente Giuseppe Mussari, l’epicentro della bufera. E adesso è lì, a terra, con quegli uomini intorno.
Il giallo del biglietto alla moglie
Quando arriva la polizia, però, non c’è nessuno. L’inchiesta è rapidissima e il caso viene subito archiviato: suicidio. Tutti gli indizi, secondo i magistrati, depongono in questa direzione.
Rossi è stressato, il 19 febbraio hanno perquisito casa sua. Due giorni prima, ha scritto in una mail all’amministratore delegato Fabrizio Viola «stasera mi suicido sul serio aiutatemi».
E poi non c’è forse quel biglietto lasciato alla moglie («Toni, ho fatto una cavolata troppo grossa…»)? Già , quel biglietto… Antonella Tognazzi riconosce la scrittura del marito. Ma c’è qualcosa che non convince.
Come se quel messaggio non fosse stato scritto in piena libertà . David stava passando un brutto momento, d’accordo, ma non c’erano state avvisaglie di un gesto simile. E poi non la chiamava mai «Toni». Anche le perizie hanno lasciato molti dubbi, però sono state liquidate frettolosamente. Decisamente troppo.
Le telecamere di sorveglianza
I familiari vogliono vederci chiaro e insieme all’avvocato Luca Goracci rimettono pazientemente in fila tutti i fatti. Il 16 novembre 2014 Antonella Tognazzi dice aReport di non credere al suicidio.
E la trasmissione di Milena Gabanelli mostra un frammento del filmato ripreso dalle telecamere di sorveglianza dove si vede un oggetto, forse un orologio, che cade dall’alto sul selciato dove da qualche minuto è riverso Rossi.
Un dettaglio sconcertante, e non isolato.
Le perizie di parte ne sono piene. L’ora registrata nel video non corrisponde a quella effettiva: è avanti di 16 minuti. Il perito sostiene che potrebbe essere anche stato manomesso.
Anche se il presunto autore non è riuscito a occultare la presenza di persone vicino al corpo di Rossi.
Secondo il perito compaiono poco dopo la caduta di David e restano lì fino alla sua morte avvenuta 22 minuti dopo l’impatto.
«Tali figure umane – sottolinea la relazione – non sono mai state oggetto di approfondimento, secondo quanto in atti». Così la stessa dinamica della caduta, che le perizie di parte giudicano incompatibile con l’ipotesi del suicidio.
Quel numero sul telefonino
Sul cadavere vengono poi riscontrate ecchimosi e ferite tipiche di una colluttazione. Quindi c’è l’oggetto che cade, dopo diversi minuti, e nello stesso momento in cui qualcuno, sul telefonino di Rossi rimasto nel suo ufficio mentre lui è a terra esanime, digita un numero: 4099009.
E che cosa cercava chi è entrato quella sera nel computer di David, usando le sue credenziali?
Nell’istanza di riapertura del caso c’è la ricostruzione minuziosa dello scambio di mail avvenuto due giorni prima della sua morte fra Rossi e Viola. David gli dice che vuole parlare con i magistrati. E prima possibile. «Vorrei garanzie di non essere travolto da questa cosa, per questo lo devo fare subito, prima di domani. Mi puoi aiutare?».
Ma perchè David ha bisogno di parlare con i pubblici ministeri? «Vedo che stanno cercando di ricostruire gli scenari politici e i vari rapporti. Ho lavorato con Piccini, Mussari, Comune, fondazione, banca. Magari – scrive ancora – gli chiarisco parecchie cose, se so cosa gli serve».
Passa qualche minuto, però, e cambia idea: «Ho deciso che meglio di no. Non avendo niente da temere posso tranquillamente aspettare che mi chiamino. Si può fare con calma».
Calma che Rossi purtroppo non avrà .
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)
argomento: Giustizia | Commenta »
Marzo 6th, 2016 Riccardo Fucile
“E’ UNA GARA A CHI ARRIVA ULTIMO”
“I Cinque Stelle cercano innanzitutto di non vincere mai le elezioni, cercano al massimo di arrivare
secondi“.
Così il presidente della regione Puglia Michele Emiliano (Pd) commenta a “Si Può Fare” su Radio 24 la misura appena approvata dal consiglio regionale di istituire un Reddito di Dignità fino a 600 euro al mese per chi ha un reddito sotto i 3mila euro all’anno.
Votazione alla quale, all’ultimo momento, non hanno preso parte i consiglieri M5s. “Abbiamo discusso per ore e ore tutti gli emendamenti. Poi — spiega Emiliano — c’è stata una baruffa col presidente del consiglio durata pochi secondi e quindi sono usciti dall’Aula. Ho saputo poi che erano stati fatti degli emendamenti da parte del M5S, come per esempio inserire il taglio degli stipendi dei consiglieri in questa misura. Un ritocco di poche decine di migliaia di euro a fronte di una misura che vale 70 milioni di euro. Sono iniziative last minute”.
Quindi, domandano i conduttori Alessio Maurizi e Carlo Gabardini il rapporto con M5S è finito?
“No, io continuerò a lavorare, perchè non è possibile tenere 8 milioni di voti congelati. Ma percepisco da parte loro un odio verso il Pd, persino quando mi avvicino a Di Battista per dargli la mano. Temono anche di essere fotografati”.
Il governatore della Puglia poi aggiunge: “M5S ha un problema ogni volta che deve governare: dove governa, come a Livorno, governa male. Dove invece governa bene, come a Parma, poi litigano col sindaco. Anche a Roma stanno facendo di tutto per perdere le elezioni. Anche se — dice — devo dire che anche il Pd sta facendo di tutto per farli vincere. Sarà una gara a chi arriva ultimo”.
Perchè? “Beh, con sei candidati alle primarie il Pd sta facendo di tutto per perdere le elezioni. Forse — conclude Emiliano — se avessimo trovato una proposta più chiara sarebbe stato meglio”
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: elezioni | Commenta »
Marzo 6th, 2016 Riccardo Fucile
NEL 1945 LE LAVORATRICI BIELLESI OTTENNERO 40 ORE SETTIMANALI E SALARI UGUALI AI MARITI, FURONO LE PRIME
Volevano la parità di salario, le 40 ore settimanali (anzichè 48 e anche più) e il congedo di maternità retribuito.
Mentre gli uomini erano al fronte a combattere, le operaie biellesi erano inchiodate ai telai e mandavano avanti l’economia.
Giorno per giorno, sulla trama dei tessuti che uscivano dalle macchine, mentre tutto gravava sulle loro spalle scrivevano, senza osare immaginarlo, la storia delle lavoratrici italiane, con rabbia e passione.
Come gli uomini
Nel 1945 il «patto della montagna» firmato in clandestinità da imprenditori e sindacati, metteva gli uomini di fronte a un dato di fatto: o scendevano a compromesso con le donne o nei reparti il lavoro si sarebbe fermato.
Così prima ancora della fine della guerra, per la prima volta fu prodotto il documento che sanciva, a pari mansioni, una paga uguale per tutti.
E finalmente anche le donne portarono a casa 119 lire come i loro colleghi.
«Ero una bambina ma ricordo l’atmosfera di quei giorni – spiega Annamaria Ranghino, 70 anni, operaia tessile – Mia madre lavorava in fabbrica e mio padre era partigiano. Si respirava la sconfitta del fascismo ma c’erano anche tanta fame e stanchezza. Nelle fabbriche scoppiavano rivolte e scioperi. Le donne rappresentavano il 70, 80 per cento della forza lavoro ed erano sfiancate dall’impegno ai telai e da quello in casa. Per questo erano in prima fila nella protesta: volevano la parità ma soprattutto volevano una vita. Dieci ore in fabbrica e poi i figli e gli anziani da seguire era insostenibile e c’era un disperato desiderio di rivincita».
Ma dopo il «patto della montagna», finita la guerra, le cose tornarono come prima. «Gli imprenditori sembrava avessero dimenticato – prosegue Ranghino -. L’Italia doveva essere ricostruita, l’industria doveva ripartire. Sono entrata in fabbrica a 14 anni e poi è venuta anche mia sorella più piccola. Il primo compito che ti davano era quello di unire i fili. Poi andavi avanti: quando eri abbastanza grande e soprattutto forte ti facevano sistemare le bobine di filo sui tela e quindi si arrivava al telaio».
Gli Anni 50 furono i più difficili e le donne, allora, tornarono a reclamare quella parità che avevano solo intravisto.
Fu un avvocato siciliano approdato alla Camera del Lavoro di Biella a riaprire le contrattazioni con un documento firmato da 1.300 tessitrici che reclamavano gli arretrati maturati sulla disparità di trattamento fra il loro stipendio e quello degli uomini.
«Le sentenze in primo e in secondo grado diedero ragione alle donne – conclude Annamaria Ranghino – Ma gli imprenditori non ci stavano e arrivò l’aut aut: “O ritirate le cause o vi licenziamo”.
Mary Ceria, che nel frattempo era andata in pensione, non aveva nulla da perdere e la causa non la ritirò, anzi la vinse.
Nel 1963 incassò la vittoria nei tre gradi giudizio e intanto la voce si sparse anche fra le operaie che avevano altre mansioni.
Quel risultato spianò la strada della parità retributiva e degli altri importanti traguardi nel contratto nazionale dei tessili. Fu davvero un terremoto che dopo l’Italia passo il confine e arrivò in Europa».
Il docufilm
Sul «patto della montagna», presto sarà pronto un docufilm, prodotto dai registi biellesi Manuele Cecconello e Maurizio Pellegrini che gioca su un dialogo tra presente e passato, dando la parola agli eredi di quegli imprenditori e operai che riscrissero la storia dei rapporti di lavoro.
È lo stilista imprenditore Nino Cerruti nelle riprese, a raccontare come suo padre Silvio, insieme a Guido Rivetti, Lodovico Cartotti, Gino Pavia, Delfino e Pierino Tallia e altri imprenditori ancora, vissero quei momenti.
«Un’intesa davvero fuori dall’ordinario, e non solo per i diritti accordati alle donne ma perchè definiva quello che sarebbe stato il modello di relazioni industriali di una democrazia che in giorni di paura e morte era difficile persino immaginare – spiega Cerruti – Il tessuto è un quadro senza cornice in cui l’essere umano è protagonista, in cui c’è continuità di valori che si declinano in modo diverso. Valori di solidarietà e comprensione che gli uomini di allora realizzarono in un quadro ancora valido adesso».
Il docufilm «Il Contratto della Montagna, resistere oggi» sceneggiato con Francesca Conti vuole dare risonanza nazionale a un percorso tutto biellese.
«Le immagini raccontano i luoghi in cui si svolsero i fatti, intrecciando ricordi personali e testimonianze storiche – spiega Cecconello -. Abbiamo creato un parallelo tra l’attualità , in cui gli abiti fatti con i più prestigiosi tessuti biellesi dallo stilista emergente Christian Pellizzari sfilano sulle passerelle dell’alta moda, e le vicende di 70 anni fa, quando il territorio fu teatro di riunioni segrete. Il trailer sarà presto on line».
Paola Guabello
(da “La Stampa”)
argomento: Lavoro | Commenta »
Marzo 6th, 2016 Riccardo Fucile
POSITIVI I PRIMI DATI SULLA PARTECIPAZIONE: 20.000 A ROMA ALLE 11, 7.000 A NAPOLI ALLE 12, 2.323 A TRIESTE ALLE 12
Primarie positive. Le definiscono così dal quartiere generale del Pd, soddisfatti per l’affluenza. 
Il presidente del Pd e commissario romano Matteo Orfini ha votato alle primarie al seggio Cola di Rienzo, nel quartiere Prati.
“C’era fila – dice Orfini – e su twitter si vede come ci siano file a tutti i seggi”.
“Alle 9.30, dopo appena un’ora e mezza – ha poi aggiunto su Twitter – avevamo già superato i partecipanti alle consultazioni grilline. #6marzo6tu”.
“Voglio ringraziare i millecinquecento volontari che da ieri sera stanno lavorando per far sì che quella di oggi fosse una bella festa della democrazia. Le file ai seggi sono un bel segnale: chi pensava ad una scarsa partecipazione si dovrà ricredere”, ha aggiunto Giancarlo D’Alessandro, presidente del Comitato Organizzatore delle primarie del centrosinistra per la scelta del candidato sindaco di Roma.
A Roma sono stati circa 20 mila i votanti alle primarie del centrosinistra, dalle 8 alle 11 del mattino.
Il dato è divulgato dal comitato organizzatore delle primarie. I gazebo sono aperti fino alle 22 di questa sera.
A Napoli 7mila votanti intorno a mezzogiorno e nessun problema particolare da segnalare nello svolgimento delle operazioni di voto, “ad eccezione delle difficoltà riscontrate in alcuni seggi con la connessione internet per l’utilizzo dei tablet” spiega il Pd locale.
Alta affluenza alle urne anche a Trieste: alle ore 12 i votanti sono stati 2.323.
Il numero è considerevole se si tiene conto che la città conta poco più di 200 mila abitanti e che possono votare solo i residenti nel Comune che hanno compiuto il sedicesimo anno d’età .
(da agenzie)
argomento: Primarie | Commenta »
Marzo 5th, 2016 Riccardo Fucile
SI TEME UNA AFFLUENZA INFERIORE A 70.000 UNITA’ A ROMA, PER MARINO VOTARONO IN 100.000
Il Pd trema e spera. A Roma è il primo appuntamento dopo i fatti di Mafia Capitale e la lunga agonia della giunta di Ignazio Marino, a Napoli la sfida invece è riprendersi la città dopo lo smacco del trionfo di cinque anni fa di Luigi De Magistris.
In entrambe le città , gli ultimi sondaggi e le previsioni sull’affluenza tormentano le primarie del centrosinistra che si terranno per tutta la giornata di domenica.
I segnali non sono positivi. Per questo Renzi ha puntato a suscitare l’orgoglio: “Buone Primarie – ha scritto – ai cittadini di Roma, Napoli, Trieste (e non solo) che domani potranno scegliere il proprio candidato sindaco andando ai gazebo. Il Pd – da sempre – coinvolge, partecipa, discute in modo aperto dei propri candidati. A voi la scelta, amici! Che vincano i migliori”.
PRIMARIE DI ROMA
La bassa affluenza ai gazebo della Capitale è il vero incubo del Partito Democratico. Il favorito è considerato Roberto Giachetti, candidato sostenuto da Matteo Renzi, il più grillino dei democratici.
A contendergli la vittoria è soprattutto Roberto Morassut, ex assessore della giunta di Walter Veltroni, mentre meno possibilità vengono attribuite a Stefano Pedica (Pd), Gianfranco Mascia (Verdi), Domenico Rossi (Centro democratico) e l’outsider Chiara Ferraro, la ragazza autistica candidata per richiamare l’attenzione sui diritti dei disabili.
Per chiunque prevarrà alle urne, il rischio è quello di una vittoria dimezzata se i votanti saranno pochi. L’asticella a Roma è fissata a 70 mila votanti.
Il dato di raffronto è quello del 2013, quando nel mese di aprile votarono 100 mila persone. Ma quei tempi sono lontani. In mezzo c’è stata Mafia Capitale, la disaffezione degli iscritti e anche l’operazione pulizia iniziata con il rapporto stilato da Fabrizio Barca e con le iniziative del commissario Matteo Orfini.
Al Nazareno si tende ad abbassare l’asticella ancora di più: “Beh, sotto i 50 mila sarebbe un problema. Tra i 50 e 60 mila votanti sarebbe un risultato dignitoso”.
C’è chi tira in ballo il fattore pioggia, quasi a mettere le mani avanti: “La pioggia potrebbe scoraggiare la partecipazione. Speriamo di no, speriamo che i votanti si concentrino tutti la mattina quando il tempo dovrebbe essere più clemente”.
Infierisce un po’ Stefano Fassina, l’ex dem che ora si candida sindaco di Roma con Sinistra italiana: “80 mila votanti sarebbero un risultato accettabile, non di meno”. Sembra però utopia.
Non sono state primarie semplici da gestire. Il commissario del Pd romano, Matteo Orfini, ha provato a disinnescare le polemiche sorte prima per l’ombra di Denis Verdini sul voto e poi sulla partecipazione degli immigrati.
Sul primo fronte le dichiarazioni di chiusura ai verdiniani sono state tanto nette quanto imbarazzate; sul secondo fronte, oltre ai 195 seggi sparsi per tutta Roma, ci saranno 16 “seggi speciali”, dove voteranno i minorenni (16-17 anni) e gli immigrati. Questi utili si sono dovuti registrare anticipatamente e sono stati inseriti in un elenco ad hoc. In totale dovrebbero essere circa mille. Gazebo e circoli saranno aperti dalle 8 alle 22.
Dal giorno dopo si aprirà un nuovo problema: la sfida per il Campidoglio, con il centrodestra, con Alfio Marchini e soprattutto con Virginia Raggi dei 5 Stelle.
Un sondaggio svolto da Scenaripolitici per Huffington Post vede la candidata M5S attorno al 24%.
Se il candidato Pd più capace di intercettare il voto di protesta, Roberto Giachetti, è attorno al 29%, non è lontano Roberto Morassut.
Tuttavia il Movimento 5 Stelle ha appena iniziato la sua campagna e molte rilevazioni lo vedono in crescita. Di fatto, sul tavolo del Nazareno non c’è al momento un sondaggio che dia il Pd vincente.
PRIMARIE DI NAPOLI.
A Napoli la campagna elettorale è iniziata da tempo, non solo dopo che il sindaco uscente Luigi De Magistris ha ufficializzato la sua volontà di ricandidarsi, ma anche in seguito alla volontà di scendere nuovamente in campo dell’imprenditore Gianni Lettieri nel centrodestra e di Antonio Bassolino nel centrosinistra.
Ai gazebo, però, 50 mila votanti sarebbero un successo. I candidati in corsa sono quattro: Antonio Bassolino (ex sindaco, l’unico che non ha partecipato al confronto con gli altri su idee e programmi per la città ), Antonio Marfella (oncologo esponente dei Socialisti), Marco Sarracino (segretario dei giovani democratici di Napoli) e Valeria Valente, candidata dei Giovani Turchi sostenuta dal segretario Renzi.
È stata una campagna elettorale nervosa e giocata con strategie diverse.
Bassolino ha organizzato molti incontri “casalinghi”, incontrando i partenopei “casa dopo casa”, ma anche nei quartieri e nei circoli.
Valente ha partecipato a incontri pubblici di stampo statunitense e si è accompagnata, in due cene elettorali, al ministro Andrea Orlando arrivato in città per offrirle il suo sostegno.
Marfella ha deciso soprattutto di destare l’attenzione “sui metodi sbagliati sia di selezione che di controllo della classe dirigente di Napoli”, servendosi della sua esperienza di medico per sollevare questioni come la diffusione e la pericolosità delle droghe.
Marco Sarracino, che ha incassato l’appoggio dell’ex leader della Cgil Guglielmo Epifani, ha puntato sull’ascolto dei napoletani che vivono nelle periferie rivendicando la forza e la volontà della sua giovane età .
Il testa a testa è tra Bassolino e Valente, ma a non far stare tranquilli nella città partenopea sono soprattutto i sondaggi.
Anche in questo caso, sul tavolo dei dirigenti dem non c’è una rilevazione che dia il candidato del centrosinistra vincente nella corsa a Palazzo San Giacomo.
In testa viene dato proprio il sindaco Luigi De Magistris, seguito dai 5 Stelle, che non hanno ancora scelto il loro candidato. Il Pd non riesce neanche a piazzarsi secondo. Bensì terzo.
PRIMARIE IN ALTRE 4 CITTà€.
A Trieste si confrontano il sindaco uscente Roberto Cosolini, e il senatore Francesco Russo, vicino alla presidente Debora Serracchiani. A Bolzano la corsa è a quattro: Renzo Caramaschi, Alessandro Huber, Sandro Repetto, Cristina Zannella. Tre invece i candidati in lizza a Grosseto (Paolo Borghi, Lorenzo Mascagni e Francesco Giorgi) e due a Benevento (Raffaele Del Vecchio e Cosimo Lepore): due città , queste ultime, storicamente difficili per il centrosinistra.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Primarie | Commenta »
Marzo 5th, 2016 Riccardo Fucile
I GIOVANI DI AZZURRA LIBERTA’ IN PRIMA FILA DA MARCHINI.. IN PLATEA ANCHE MICHELE PLACIDO E MANUELA DI CENTA
Le prime tre file sulla destra sono occupate da 50 ragazzi in gilet, giacca e cravatta. Sono i giovani di
Azzurra Libertà , il movimento di Forza Italia nato per sostenere Silvio Berlusconi.
La convention però non è quella in favore di Guido Bertolaso bensì la manifestazione per lanciare la campagna elettorale di Alfio Marchini, che per la seconda volta prova a diventare primo cittadino della Capitale.
“Sono candidato nella lista di Marchini nel quinto municipio di Roma e sono di Azzurra libertà “, dice Niccolo Maggisano, poco più di vent’anni.
Per lui nessuna contraddizione in termini. “La scissione del movimento giovanile da Forza Italia è stata ufficializzata una decina di giorni fa con una nota dei fratelli Zappacosta – spiega Maggisano senza tentennare neanche un istante – e adesso sosteniamo Marchini perchè è l’unica persona che ci ispira fiducia”.
È anche questo il “popolo di Alfio”. È un popolo trasversale.
Il più giovane ha vent’anni ed è di destra e la più anziana supera gli ottanta e giura che a destra non ha mai votato.
Spiccano i fittiani, capitanati da Luciano Ciocchetti e dalla senatrice Anna Cinzia Bonfrisco, e ci sono tanti esponenti di Ncd come Andrea Augello e Roberta Angelilli. Presente anche Gaetano Quagliariello.
Nel mezzo di questo spaccato politico-romano, in prima fila c’è Michele Placido: “Intendiamoci – dice l’attore – sono venuto qui a vedere Marchini e per capire a chi indirizzare il mio voto e credo che lo darò a lui. Io ho sempre votato a sinistra, ho anche aiutato la Giunta Veltroni, ma negli ultimi anni sono rimasto deluso. Da destra a sinistra sono tutti coinvolti in Mafia Capitale e questo Pd non mi piace affatto. Le primarie di domani? Finte come quelle del centrodestra”.
In platea c’è anche la campionessa di sci di fondo Manuela Di Centa, adesso dirigente sportiva, con un passato da deputata di Forza Italia nelle ultime due legislature. “Sono questi i campioni che ci piacciono”, dice Marchini salutando lei e il maestro Michele Placido. Sul palco sale anche Ugo Marchetti, generale della Guardia di Finanza, oggi magistrato della Corte dei Conti: “Daremo a questa città – dice – la dimensione che merita”. Ci sono anche due costruttori molto importanti a Roma, i fratelli Pierluigi e Claudio Toti.
In sala ci sono più di 2000 persone, o “grandi cuori”, come li chiama Alessandro Adornato, ex consigliere capitolino della lista Marchini che ha avuto il compito di illustrare parte del programma: cento cose concrete da fare subito divise in dieci punti. Un esempio? “Chiudere i campi rom non autorizzati e far pagare il biglietto sull’autobus facendo entrare i passeggeri solo dal lato destro del mezzo dove c’è il conducente. La città deve tornare ad essere pulita, funzionale e sostenibile. Roma diventerà di nuovo un centro economico per il Paese”, assicura prima di passare la parola a Marchini, il quale esordisce dicendo: “Non sono un one man show. Non si danno pace perchè noi siamo ancora qua. Il mio progetto di vita è amare Roma. Questi partiti da destra a sinistra hanno tradito il popolo, le periferie. È da qui che bisogna partire”. Gli attacchi vengono riservati in particolare a Guido Bertolaso: “Fa tenerezza, si fa fare la garetta da papà Silvio. Venga in mezzo alla gente a confrontarsi, al posto di fare le primarie contro se stesso e perdere comunque”.
Nemico però è anche il Movimento 5 Stelle: “Sono in una riunione di condominio permanente”.
L’obiettivo è – spiega chi è in contatto costante con Marchini per organizzare la campagna elettorale – intercettare il voto di protesta. I sondaggi che circolano nel quartier generale danno il candidato sindaco anche tra il 12-14% ma nessuno vuole sbilanciarsi più di tanto e tutti si chiudono in un “ancora è presto, tre mesi sono lunghi e non sappiamo ancora chi saranno i nostri competitor. Comunque siamo in crescita”. Di certo, fa notare più di qualcuno in sala, tra cui Ciocchetti, “le divisioni del centrodestra non aiutano”.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Roma | Commenta »
Marzo 5th, 2016 Riccardo Fucile
LE MANOVRE DELLA LOMBARDI E IL DIALOGO COL SINDACATO USB
Nella corsa verso le elezioni per il Campidoglio si stanno tessendo a Roma trame sottotraccia che vanno conosciute e raccontate.
Una degli ultimi giorni è sorprendente: la faraona del Movimento romano, Roberta Lombardi, molto legata a destra (come Virginia Raggi, del resto), ha costruito in parallelo anche una strategia simmetrica che potrebbe rivelarsi decisiva: portare la gran parte dell’Usb, il sindacato di base, legato alla sinistra-sinistra romana, a votare per il Movimento cinque stelle alle elezioni per il sindaco.
Il che farebbe di lei il kingmaker della Raggi, in grado di condizionare e orientare. È una storia che va raccontata con la voce di uno dei protagonisti, uno dei sindacalisti di punta, che la possono rivelare.
«La Lombardi ha lavorato moltissimo sull’Usb, lo ha usato per dare una spallata a Marino, è riuscita a produrre una scissione in cui più della metà dell’unione di base ormai è decisa a votare M5S a Roma. Ha promesso molte contropartite politiche interessanti, e va in giro dicendo che “il vero sindacato siamo noi”, o che “l’Usb è l’unico sindacato che davvero fa gli interessi dei lavoratori”…».
Già questa notizia è molto sorprendente: mentre Grillo e le webstar del Movimento sparano contro i sindacati tradizionali definendoli «morti», «zombi», o talvolta «venduti» agli interessi forti, a Roma sta accadendo che il Movimento – proprio come un vecchio partito – metta su operazioni anche ciniche e attragga a sè pezzi importanti (e pacchetti i voti) di sindacalismo romano, che porteranno molti consensi al Movimento.
Un sindacalismo battagliero, di area un tempo legata a Sel, vicino anche ai movimenti per le occupazioni di case (che peraltro non piacevano al M5S delle origini, che poneva la legalità come cardine irrinunciabile).
Operazione speculare allo sfondamento pariolino nei salotti di destra che la Raggi può garantire.
«Nulla di male, sia chiaro, in queste tessiture politiche; anzi, una certa spregiudicatezza; ma qualcosa di molto diverso dallo spirito originario del Movimento, che diceva di abbattere le intermediazioni («i cittadini devono poter dire la loro direttamente, senza filtro di apparati sindacali»), vietava le alleanze e forme di «collateralismo» classiche della vecchia politica.
Si tratta di una strategia della sola Lombardi, che resta sia pure ammaccata la capa romana (ha dovuto incassare una candidata, la Raggi, che lei non ama affatto)? Oppure è ciò che in tante aree d’Italia ormai fa il Movimento, attraverso i vari proconsoli locali di Casaleggio?
Di certo nelle riunioni avvenute tra M5S e Usb si è parlato anche di poltrone.
La faraona assicura all’Usb che l’assessorato al bilancio in Campidoglio, molto gradito al mondo sindacale di base, sarà di Luciano Vasapollo, professore di analisi dei dati di economia applicata a Roma e direttore del Centro studi Cestes, uno dei teorici del reddito di cittadinanza.
È una poltrona, quella dei conti a Roma, di importanza superiore a quella di tanti ministeri del governo centrale. Lombardi vorrebbe poi (lo disse anche pubblicamente Di Battista) Marcello De Vito vicesindaco, ma su questo è arrivato uno stop secco dalla Casaleggio.
E spinge per fare assessore il prefetto Marilisa Magno.
In più si sta informando sull’organizzazione dei 24mila dipendenti e 250 dirigenti del Comune di Roma, pronta a uno spoil system fatto di lusinghe e promesse seminate in giro per Roma.
Se il M5s mettesse le mani sul Campidoglio, vuole essere la faraona a comandare più di Virginia Raggi, e un Movimento assai simile nelle pratiche al tardo andreottismo.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
argomento: Grillo | Commenta »
Marzo 5th, 2016 Riccardo Fucile
CONTESTATO L’AD DELLA POPOLARE DI VICENZA: LE AZIONI VALGONO UN DECIMO
Fischietti, urla, imprecazioni. 
L’assemblea dei soci della Banca Popolare di Vicenza, chiamata oggi a decidere sul futuro dell’istituto, ha preso il via all’insegna della contestazione nei confronti dell’amministratore delegato, Francesco Iorio.
Non appena il manager ha iniziato a spiegare perchè i soci devono dire tre volte Sì alla trasformazione della banca da Popolare in Spa, all’aumento di capitale e alla quotazione in Borsa, dalla platea è montata la protesta.
Tra i 5.448 soci presenti a decine hanno iniziato a urlare contro il manager, accusandolo di non aver fatto abbastanza per risollevare le sorti della banca.
L’accusa più pesante è quella di non aver tutelato il valore delle azioni in mano ai soci che, negli ultimi dieci mesi, è passato da 62,5 a 6,3 euro.
“Si è presentato qui recitando il suo curriculum, dicendo io vengo dalla Bocconi, sono stato 20 anni lì, 10 anni qui… ma a noi non frega nulla: a noi interessa che non si è fatto nulla, non si è fatto lo spolverone”, racconta Elisa T., un’azionista che sta partecipando insieme ai suoi familiari all’assemblea in corso al capannone della Perlini Equipment di Gambellara, in provincia di Vicenza.
I soci della Banca Popolare di Vicenza hanno detto sì alla trasformazione in Spa. Hanno votato in 11.353, A favore sono stati 9.304 (81,95%), Contrari 1.933 (17,02%) Astenuti 116 (1,02%).
In quel capannone, due anni fa, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, veniva osannato dagli industriali locali di Confindustria.
Oggi il clima è decisamente diverso perchè la banca si trova di fronte a un bivio e sotto la sorveglianza speciale della Bce.
Se dai soci non arriveranno tre sì alle richieste che l’istituto guidato da Mario Draghi ha messo su una missiva, che è stata letta all’inizio dell’assemblea, il futuro della banca potrebbe incorrere nel bail-in, cioè il salvataggio interno, travolgendo a valanga azionisti, obbligazionisti e correntisti con depositi superiori ai 100mila euro. L’amministratore delegato di Bpvi ha ribadito il concetto di fronte alla platea dell’assemblea: “Purtroppo non abbiamo alternative concrete: la Bce è stata molto chiara, siamo a un bivio o proseguiamo nel risanamento e nel rilancio oppure per questa banca si aprono scenari che non voglio neanche ipotizzare perchè non permetterebbero nessuna ripresa di valore”.
“Non è accettabile questo ricatto: nell’odierno cda sono quasi tutti della vecchia guardia, quella di Zonin, che ha mandato la banca a gambe all’aria”, commenta un altro azionista presente all’assemblea.
Il clima è teso e qualcuno dal palco degli interventi non ha retto all’emozione.
Lino Lorenzato, un pensionato che ha perso i suoi risparmi sottoscrivendo le azioni della Popolare di Vicenza, è intervenuto con parole amare: “Nel 2012 mi hanno fatto investire soldi per comprare azioni. Ho detto ‘guardate che se capita male quei soldi li voglio subito’. Mi hanno detto ‘non ci sono problemi li avrà in cinque giorni’. Nel 2013 ho fatto anche l’aumento capitale perchè erano messi male e adesso in poche parole ci hanno rubato tutti i nostri piccoli risparmi che abbiamo famiglia”.
Al tavolo di fronte alla platea, oltre Iorio, ci sono il presidente di Bpvi, Stefano Dolcetta e il governatore del Veneto Luca Zaia. Davanti a loro tanti risparmiatori. Una di loro al microfono dice: “Non permettiamo che operai e pensionati che avevano affidato i loro risparmi vengano derubati. Dobbiamo registrare il nostro no, rivogliamo i nostri risparmi, sono nostri e voi ce li darete”.
Per la Popolare di Vicenza è una giornata di passione.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: denuncia | Commenta »