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IL PD ATTACCA M5S SUL WEBCOMANDANTE CASALEGGIO: “OLTRE AI SUOI, CHI CI DICE CHE NON SPIA ANCHE GLI ALTRI?”

Marzo 5th, 2016 Riccardo Fucile

I DEM PRESENTANO UN’INTERROGAZIONE IN PARLAMENTO SUL CONTROLLO DELLE MAIL AI PARLAMENTARI

Gulag, inquietante spy story, Watergate, setta oscura.
Il Partito Democratico va all’attacco del Movimento 5 Stelle dopo che il Foglio ha documentato come funziona il controllo dei parlamentari grillini da parte della Casaleggio Associati, la società  che fa capo al guru Gianroberto.
Ombre che ora il PD chiede di dipanare perchè è a rischio l’esercizio della funzione parlamentare.
Non solo: il senatore dem Stefano Esposito depositerà  la prossima settimana un’interrogazione parlamentare al Presidente del Consiglio e al ministro dell’Interno per fare luce sull’accaduto.
“E prima ancora – dice all’HuffPost – chiederemo alle presidenze di Camera e Senato di dare mandato ai questori di avviare un’indagine interna”.
Anche perchè “noi sappiamo che la vicenda ha riguardato parlamentari a 5 stelle, ma chi ci dice che la Casaleggio Associati non abbia violato la privacy anche di altri parlamentari non del Movimento? Il dubbio è lecito, stando a quanto raccontato dal Foglio. Bisogna capire se dobbiamo fare i conti con una nuova Costituzione, quella della Casaleggio Associati”.
“C’è un gruppo politico manovrato, ricattato, minacciato e diretto dall’ufficio di una società  privata a Milano di cui non si sa nulla – continua Esposito – Abbiamo fatto una battaglia contro Berlusconi ma almeno Berlusconi si è candidato. Casaleggio invece vuole dirigere il Paese standosene chiuso nel suo ufficio”.
PD all’attacco. “Che Casaleggio fosse il vero, oscuro e nascosto capo del M5S era già  chiaro, ma è davvero inquietante leggere che spia i suoi parlamentari. La ‘Spectre’ al confronto sembra un’associazione di dilettanti”, ha dichiarato il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini.
“Questa – ha aggiunto – è una brutta idea di democrazia. Mentre noi siamo in mezzo alle persone a scegliere i candidati, lui mette in piedi sistemi per il controllo totale degli eletti del Movimento. Se la vicenda venisse confermata, sarebbe una cosa gravissima, tale da mettere a repentaglio i principi democratici. Per di più con i soldi dei gruppi parlamentari, cioè dei cittadini”.
“Mi rivolgo alle istituzioni della Camera per sapere come sia possibile che una società  esterna possa controllare e spiare le mail e vari documenti di parlamentari”, ha rincarato la dose il capogruppo dem alla Camera Ettore Rosato.
“Mi aspetto che la presidenza della Camera, l’ufficio dei Questori vogliano chiarire quanto prima questa violazione della privacy anche al fine di valutare un eventuale intervento della magistratura”.
Il problema di un presunto controllo da parte dell’azienda del ‘guru’ dei 5 Stelle in realtà  uscì già  molto tempo fa: per la precisione nel mese di ottobre del 2014 ci furono sospetti di hackeraggio di e-mail con la cancellazione di mail ad una trentina di parlamentari pentastellati.
Ci furono diverse assemblee infuocate dei parlamentari grillini che portarono alla nota del gruppo parlamentare M5S con la quale si avvertiva che, in caso di “ingressi abusivi nei sistemi informatici” o “qualunque altro utilizzo improprio del server” ci sarebbe stata una “segnalazione all’Autorità “.
La Casaleggio Associati precisò di non essere coinvolta in alcun modo e annunciò una “denuncia contro ignoti per accertare i fatti di natura diffamatoria e lesiva nei confronti della società  stessa”.
Ora il “sistema” di controllo a danno dei parlamentari torna alla ribalta.
La vicepresidente della Camera, Marina Sereni, ha dichiarato: “Documenti e mail attesterebbero la violazione da parte della Casaleggio associati del server del gruppo parlamentare M5S”, per questo “ritengo sia opportuno un approfondimento ed un chiarimento, in primo luogo nell’interesse dei colleghi pentastellati e a difesa dell’Istituzione Parlamentare. I gruppi sono soggetti essenziali nel lavoro della Camera, i deputati vi aderiscono volontariamente per poter meglio esplicare la loro attività . Per questo non possiamo dimenticare la Costituzione e le leggi che riconoscono ad ogni cittadino la inviolabilità  delle comunicazioni personali e ad ogni parlamentare il diritto-dovere di esercitare liberamente e secondo coscienza il proprio mandato di rappresentante della Nazione”.

(da “Huffingtonpost”)

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NAPOLI, SI VOTA NELLO STUDIO MEDICO DELL’EX ASSESSORE

Marzo 5th, 2016 Riccardo Fucile

PRIMARIE PD CON UN SEGGIO ORIGINALE

L’associazione c’è, ma non si vede.
Un po’ come la nebbia a Milano secondo Totò.
A Napoli nel quartiere Soccavo, come indicato sul sito del Pd, uno dei seggi in cui domenica si voterà  per le primarie di centrosinistra si trova in via dell’Epomeo 180, in un parco privato, dove ha sede lo studio medico dell’ex assessore allo sport di Luigi De Magistris, Pina Tommasielli, ora vicina ai democrat.
La Tommasielli assicura che non c’è stata alcuna violazione al regolamento perchè lo studio è anche sede dell’associazione Arcobaleno Flegreo.
Peccato che nel parco, in cui ci sono anche molti negozi, nessuno abbia mai sentito parlare di questa associazione, nemmeno il custode che lavora lì da 5 anni.
Appena lo studio medico apre non c’è alcun segno dell’associazione, ma solo un foglio appeso all’ingresso in cui si specifica:”Questo studio è sede per votazione primarie di centrosinistra”

Fabio Capasso e Veronica Bencivenga
(da “il Fatto Quotidiano”)

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SINDACO METTE SACCO DA BOXE DAVANTI AL MUNICIPIO: “LO STATO RUBA LE RISORSE DEL COMUNE: CONCITTADINI, SFOGATEVI”

Marzo 5th, 2016 Riccardo Fucile

BERCETO, LA SINGOLARE PROTESTA DEL PRIMO CITTADINO CONTRO I TAGLI DEL GOVERNO

Un sacco da boxe di fronte all’ingresso del municipio per dare modo ai cittadini di sfogare la propria rabbia prima e dopo avere avuto a che fare con la pubblica amministrazione.
È l’ultima provocazione di Luigi Lucchi, sindaco di Berceto, in provincia di Parma, che in passato si è già  distinto per le sue proteste contro i tagli agli enti locali e l’aumento delle tasse. Pochi giorni fa il primo cittadino ha fatto montare nei giardini di fronte all’entrata del palazzo comunale un sacco da boxe, con tanto di cartello in cui invita gli abitanti del comune sull’Appennino parmense a scaricarsi con pugni e calci.
“Cari concittadini — si legge nella targa di fianco al sacco, con il messaggio a firma Luigi Lucchi — Considerando il nostro bilancio, derubato prevalentemente, dal 2012, dallo Stato, sfogateVi prima di entrare, ma anche dopo”.
È il sindaco stesso a chiarire il motivo del gesto eclatante: “Ci sono i racconti e poi c’è la realtà . La realtà , sempre contrastata dall’amministrazione comunale di Berceto, è quella di un Governo che ‘ruba’ dalle tasse e imposte comunali ingenti risorse”.
Quindi, elenca i prelievi di Roma: il 100% dell’Imu sui fabbricati produttivi, il 50% circa dell’Imu sulle seconde case, il 100% dell’Iva, a cui si aggiungerebbe l’80% del tempo al personale del Comune retribuito dai bercetesi, ma utilizzato dallo Stato “per applicare una burocrazia idiota”.
Lucchi ha spiegato che dal 2012 il Comune di Berceto non ha avuto più trasferimenti dallo Stato, anche se da quella data, “con le tasse e imposte che i cittadini sono convinti di versare al Comune, manteniamo lo Stato”.
Senza contare, continua il primo cittadino, tutti i disagi di un piccolo paese di montagna, i cui abitanti non hanno diritto, per esempio, a vedere i canali Rai perchè si ricevono male (o non si ricevono affatto), o a ricevere la posta tutti i giorni.
“Angherie che si riservano solitamente a dei ‘servi’ e non a dei cittadini di un popolo sovrano” conclude il sindaco, che per questo motivo ha deciso di offrire ai bercetesi l’opportunità  di una valvola di sfogo proprio davanti al municipio.
“Tutto senza alcuna spesa per il comune — specifica Lucchi a ilfattoquotidiano.it — perchè il sacco mi è stato regalato da un conoscente”.
Il sindaco del paese montano non è nuovo a questo genere di iniziative simboliche.
Nel 2013 si era presentato davanti al Quirinale, intenzionato a rimanere in mutande con la fascia tricolore per protestare contro l’aumento delle tasse introdotto dal governo Monti, anche se poi era stato costretto a rinunciare a spogliarsi dalle forze dell’ordine.
Sempre per lo stesso motivo nello stesso anno era pronto a denunciare lo Stato contro i “furti legalizzati” a spese dei cittadini, e travestito da mendicante aveva chiesto l’elemosina all’uscita della Cattedrale di Parma per esprimere contrarietà  ai tagli del governo alle amministrazioni locali.
Una delle sue ultime provocazioni era stata l’autocandidatura, a inizio gennaio 2015, a presidente della Repubblica dopo le dimissioni di Giorgio Napolitano.

Silvia Bia
(da “il Fatto Quotidiano”)

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LIBIA, FORZE SPECIALI IN SEGRETO E SUPPORTO MILITARE: COSI’ IL GOVERNO PUO’ AGIRE SENZA OK DEL PARLAMENTO

Marzo 5th, 2016 Riccardo Fucile

CON L’INVIO DEGLI INCURSORI IL PREMIER HA BYPASSATO IL VOTO…SEGRETATE LE INFORMAZIONI IN MANO AL COPASIR

Operazioni militari di intelligence o guerra segreta incostituzionale fuori dal controllo del Parlamento?
Per Felice Casson, segretario del Copasir, l’impiego in Libia di forze speciali italiane decretato da Renzi a febbraio, sarebbe “fuori dalla legge e dalla Costituzione” se non rispetterà  i limiti previsti dalla legge.
“Ma il Parlamento non potrà  controllare perchè le informazioni sono secretate”, denuncia Luca Frusone, membro M5S della commissione Difesa.
Non è certo la prima volta che l’Italia entra in guerra, con buona pace dell’articolo 11 della Costituzione, regolarmente aggirato con l’artificio semantico delle “missioni di pace” o con la foglia di fico delle autorizzazioni dell’Onu e della Nato.
Ma è una novità  assoluta nella storia d’Italia che truppe da combattimento italiane vengano inviate in zona di guerra su iniziativa personale del Presidente del Consiglio senza alcun voto in Parlamento.
Decidendo l’invio in Libia degli incursori del 9 reggimento “Col Moschin”, Renzi si è avvalso per la prima volta del nuovo potere attribuitogli da un emendamento infilato, su iniziativa del senatore dem Nicola Latorre, in una legge approvata alla fine dell’anno scorso.
L’articolo 7 bis della legge n.198 dell’11 dicembre 2015 di conversione del decreto di proroga delle missioni militari all’estero, approvata dalla Camera il 19 novembre e al Senato il 3 dicembre, consente al premier, acquisito il parere (non vincolante) del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) di mobilitare “forze speciali della Difesa con i conseguenti assetti di supporto della Difesa” per far fronte a “situazioni di crisi o di emergenza all’estero che coinvolgano aspetti di sicurezza nazionale o per la protezione di cittadini italiani all’estero”.
Per il senatore Democratico e membro del Copasir Felice Casson, “questa norma è estremamente restrittiva perchè consente al presidente del consiglio di impiegare forze speciali solo in casi eccezionali, molto circoscritti e limitati, unicamente a supporto di operazioni d’intelligence, non certo per missioni belliche per le quali ovviamente serve l’autorizzazione del Parlamento. I dettagli operativi della missione delle forze speciali in Libia non sono ancora stati decisi, perchè non è stata ancora emanata la direttiva di attuazione del decreto del presidente del consiglio. Se si uscisse da questo quadro di eccezionalità  saremmo fuori dalla legge e fuori dalla Costituzione”.
In teoria, i dieci parlamentari del Copasir potranno acquisire dai servizi segreti (Aise) informazioni sull’andamento della missione delle nostre forze speciali in Libia, ma queste informative, ammesso che siano complete e veritiere, non potranno essere rese pubbliche secondo l’articolo 36 della legge 124/2007.
“Con il sistema introdotto dall’emendamento Latorre il Parlamento non potrà  sapere cosa effettivamente staranno facendo le nostre forze speciali nel teatro di guerra libico perchè tutti gli atti relativi verrano secretati. Non sapremo se le unità  del Col Moschin si limiteranno a fornire supporto ad operazioni di intelligence o se invece andranno oltre le competenze dei servizi conducendo operazioni antiterrorismo e missioni di combattimento, come probabilmente sarà  in Libia”.
Un altro problema, oltre al reale mandato di queste operazioni, riguarda la loro reale consistenza e dimensione in termini di uomini e mezzi militari impiegati.
Se secondo il senatore Casson “la norma riguarda esclusivamente l’impiego di forze speciali Tier-1 escludendo altri assetti”, vale a dire i soli corpi d’èlite delle quattro forze armate (il 9° Col Moschin dell’Esercito, gli incursori Comsubin della Marina e quelli del 17° stormo dell’Aeronautica, più i Gis dei Carabinieri), è vero che la legge parla anche di “conseguenti assetti di supporto della Difesa”, cioè le Unità  di Supporto Operativo (forze Tier-2 in gergo militare) del 3° reggimento elicotteri per le operazioni speciali (Reos) “Aldevaran”, con elicotteri AB-412 e CH-47 e NH-90, dell’11° reggimento Trasmissioni dell’Esercito e, all’occorrenza, del 185° reggimento Ricognizione acquisizione obiettivi (Rao) della Folgore e dei Rangers del 4 º Alpini “Monte Cervino”.
“C’è il rischio   — denuncia Frusone — che con questa nuova modalità  extraparlamentare vengano impiegate in Libia non solo poche decine di forze speciali ma anche gli uomini e i mezzi delle forze Tier-2 di supporto operativo”.
Secondo fonti del Pd critiche verso l’emendamento Latorre, non c’è alcun dubbio in proposito: “La vera novità  di questa procedura non è l’impiego delle forze speciali, ma quello dei cosiddetti assetti terrestri di supporto, terrestri, aerei e se necessario anche navali”.
Insomma, più che un semplice supporto a operazioni di intelligence, una missione di guerra segreta sul modello della “Operazione Sarissa” delle forze speciali italiane della Task Force 45 in Afghanistan lanciata nel 2006 da Prodi, D’Alema e Parisi.
Nulla di nuovo sotto il sole.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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SALVINI A “C’E’ POSTA PER TE”. “SEI UN NOSTRO VECCHIO CLIENTE”: LE “PROSTITUTE” GREGGIO E GIACHETTI E IL BAMBA CHE IMBARAZZATO SA SOLO RIDERE

Marzo 5th, 2016 Riccardo Fucile

QUANDO RIVOLGERSI A UNA PLATEA PIU’ AMPIA PUO’ DIVENTARE CONTROPRODUCENTE SE FAI LA FIGURA DEL PIRLA

Senza offesa per la quasi totalità  degli stanchi talk politici, che fanno più tendenza che ascolti, per i nuovi leader politici, meglio se populisti, la santa unzione televisiva arriva con Maria De Filippi su Canale 5, la rete ammiraglia dell’impero berlusconiano.
È stato così per il populista Matteo Renzi, inchiodato ad Amici, inchiodato nel senso del chiodo fonziano, ed è così adesso per il suo gemello leghista Salvini, l’altro fatidico Matteo.
Il debutto è previsto questa sera e il Fatto ha visto in anteprima la performance salviniana. Non un granchè a dire il vero.
Ma quello che conta è il medium, più che la sostanza stavolta, parafrasando McLuhan buonanima, perdipiù in casa dell’ex Cavaliere.
“Lombi” e “Piemonti” mamme di figli verdi.
Detto questo, l’altro Matteo defilippizzato appare in giacca e camicia, non con la felpa stampata per l’occasione, con la scritta C’è posta per te, e assiste timidamente divertito alla spiegazione della lettera che gli hanno inviato due prostitute d’eccezione, alias Ezio Greggio ed Enzo Iacchetti.
I due comici travestiti all’uopo gli hanno infatti spedito una missiva che, al netto delle risate e delle battute, è davvero pesante nei contenuti.
Le due prostitute si chiamano “Lombi”, in onore della Lombardia, e “Piemonti” e sfottono la crociata salviniana per le case chiuse.
Motivo? “Caro Matteo ci vuoi rinchiudere perchè ci vuoi tutte per te, sei un nostro vecchio cliente”.
Un po’ come Berlusconi con le olgettine ad Arcore. Paragone scomodo, vista la rete. Idem sui migranti. Lombi e Piemonti parlano della geniale idea leghista di mandarli sulle piattaforme petrolifere e suggeriscono: “Perchè non circondarle con degli squali in mare?”.
Poi chiosano: “Neanche Stalin aveva avuto questa idea”.
Non manca la scivolosa questione della razza con lo sketch di due infanti verde padano, Ottone e Salvino, avuti dalle due prostitute e non riconosciuti dal padre.
Il leader leghista ride sempre.
Salvini ride sempre e alla fine non c’è il siparietto ad personam con la conduttrice, a differenza di quanto accadde con Renzi ad Amici.
L’unico sussulto aggressivo è nell’introduzione quando il postino gli consegna la lettera. Il quarantenne leghista risponde: “Accetto ma se vengo e trovo la Fornero me ne vado”. La comparsata di sabato sera a C’è posta per te amplia dunque la platea televisiva del leader leghista, ma non è detto che questo sia sempre positivo.
La media di De Filippi è almeno sei volte quella dei poveri talk consunti, sei milioni contro uno, quando va bene.
Incognita degli ascolti a parte, l’impatto appare però timido e imbarazzato rispetto ai precedenti, dallo stesso Renzi allo scrittore Roberto Saviano, che andò ad Amici nella chiave pedagogica e gramsciana del nazionale-popolare, con il trattino, e cioè per parlare di temi importanti a un pubblico largo.
E senza dimenticare la vecchia tata di Piero Fassino che si rivolse a “Maria” per ritrovare il pargolo diventato un lungagnone di sinistra.
Fassino accettò, era la metà  degli anni dieci e lui era segretario dei Ds, e ovviamente non mancarono critiche e polemiche dai suoi compagni di partito.
Il percorso televisivo e la febbre da sabato sera.
Salvini ha costruito il suo boom proprio grazie all’onnipresenza in ogni salotto televisivo, da mattina e a sera passando per qualche contenitore pomeridiano.
Solo che da Maria De Filippi, Salvini paga l’inesperienza da one man show, tipica invece di Renzi e prima ancora di Berlusconi.
Un conto è avere una tribuna tutta per sè per il solito comizio contro tutto e contro tutti, altro è cimentarsi con il carisma popolare di Maria De Filippi, in una platea come quella del sabato sera.
Il rischio di subire, anzichè padroneggiare il medium esiste, come dimostra l’incursione salviniana.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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SALVINI CONQUISTATO DALLE CANDIDATE DEL M5S: “ALTRO CHE BERTOLASO”

Marzo 5th, 2016 Riccardo Fucile

BASE DISORIENTATA DAI CONTINUI MUTAMENTI DI POSIZIONE DI SALVINI… LEGA IN CONFUSIONE, UN DIRIGENTE: “NON CI STO CAPENDO PIU’ NULLA”

Nella convulsione che ha preso il centrodestra sulla questione romana, Matteo Salvini è stato messo all’angolo dalla determinazione di Silvio Berlusconi (e di Giorgia Meloni) nel sostenere la candidatura al Campidoglio di Guido Bertolaso.
Dovrà  farsene una ragione e allinearsi o sfasciare la coalizione e mettere tutto in discussione anche nelle altre città  dove si vota in primavera o rinunciare a presentare la lista.
Ma il giovane Matteo stravede per un altro candidato, anzi una candidata che con il centrodestra non c’entra un fico secco: Virginia Raggi.
«Non possiamo sostenerla, è ovvio, ma a Roma ci vorrebbe una come lei. Sarebbe perfetta». Salvini ha perso la testa (politicamente, si intende) per l’avvocato a 5 Stelle. «Buco lo schermo e poi l’avete visto cosa ha detto sui Rom. Altro che Bertolaso che li considera una “categoria vessata”».
Insomma, ci vuole la ruspa. Virginia non ha detto che vuole usare lo stesso mezzo pesante, ma ci è andata molto vicino.
Del resto su rom e immigrazione Lega e M5S hanno sempre espresso posizioni simili. Un populismo radicale che li accomuna pure su altri temi come l’anti-europeismo. Matteo non può nascondere di provare una certa fascinazione per Virginia che l’altro giorno ha debuttato a Porta a Porta con un look sexy e total black. L’ha sentita parlare in diversi programmi tv, l’ha sentita alla conferenza con la stampa estera e si è morso le mani: «Quella sì che sarebbe la candidata giusta».
E non è finita qui, perchè Salvini considera bravissima anche l’altra candidata a 5 Stelle di Torino, Chiara Appendino. «Anche lei è brava e va forte, mentre Berlusconi vuole farci correre con Osvaldo Napoli, ma per favore…».
Ma alla fine il capo leghista non può permettersi di far esplodere il centrodestra. C’è un pezzo del suo partito, Roberto Maroni e Luca Zaia in testa, che non possono permetterselo.
E stanno facendo di tutto per convincere il loro segretario a scendere a più miti consigli, trovando l’intesa con Berlusconi. Il quale ieri   è venuto apposta a Roma per mettere il sigillo definitivo sul Bertolaso.
Tra i due c’è stata una telefonata di fuoco. Con Matteo che continuava a proporre le primarie tra Bertolaso, Storace e Pivetti, escludendo Marchini perchè Meloni non lo vuole vedere nemmeno a cannonate. E con Silvio che gli ricordava che sotto la candidatura dell’ex capo della protezione civile c’era la firma dei tre leader del centrodestra: «C’era anche la tua di firma. Ora, caro Matteo, mi sono rotto…»
Di fronte a quello che appare come un mezzo passo indietro del leader padano, lo stato maggiore leghista si mostra disorientato.
Nessuno commenta, tutt’al più qualcuno, chiedendo l’anonimato, allarga le braccia e sconfortato dice: «Non ci sto capendo più nulla…».
La consultazione che si terrà  con cento gazebo tra due settimane oltre che sul gradimento per Bertolaso verterà  sulle priorità  che il nuovo sindaco dovrebbe affrontare nei primi cento giorni.
Ai seggi dovrebbe essere presente un rappresentante per ogni partito: giusto per confermare la mancanza di fiducia e il clima tutt’altro che idilliaco tra gli alleati.
Al punto che sono in tanti, sia in Forza Italia che nella Lega, a temere che l’intesa raggiunta ieri possa nuovamente scricchiolare nei prossimi giorni.
Specie se su Salvini continueranno a concentrarsi le spinte di chi, non solo nel suo partito, non accetta la candidatura di Bertolaso e continua a credere che solo una coalizione unita dietro Marchini possa puntare al ballottaggio.
Anche per questo non è ancora il momento di escludere alcuno scenario.

(da “La Stampa”)

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MARCHINI, PIVETTI, STORACE, AVANTI TUTTA: LE MINE VAGANTI CHE AFFOSSERANNO IL CENTRODESTRA ROMANO

Marzo 5th, 2016 Riccardo Fucile

OGGI MARCHINI APRE LA CAMPAGNA ELETTORALE ALL’AUDITORIUM, DOMANI TOCCA A STORACE AL QUIRINO, LA PIVETTI SCALPITA

Nel magmatico centrodestra prosegue, ai piani alti, uno stallo che alla base sfugge. Ognuno ha una ragion di partito che, secondo i propri calcoli spesso cervellotici, ha la priorità  e c’è la sensazione che Roma sia un altare su cui sacrificare una battaglia per vincere la futura e più importante guerra.
Le elezioni amministrative hanno storicamente un elettorato fluido, disposto anche a «tradire» il proprio partito in nome della ragion di città .
Se si candidasse un taumaturgo, i cittadini romani lo voterebbero a prescindere dal colore politico e dall’appartenenza.
Non essendoci taumaturghi in vista nessuno ha il nome adatto a fare la tanto sospirata ed invocata sintesi.
Berlusconi e Meloni continuano a blindare Guido Bertolaso, Matteo Salvini a disarcionarlo sognando sempre l’alleanza con Marchini. Fratelli d’Italia, invece, continua a porre il veto sul suo nome con un’ostinazione che sembra più personale che politica.
L’ingegnere, si sa, non ama molto la liturgia dei partiti, figurarsi le beghe e oggi aprirà  ufficialmente la sua campagna elettorale all’Auditorium di via della Conciliazione. Con lui la sua lista civica, che tre anni fa ottenne un risultato onorevole e il Nuovo Centrodestra.
È quello che potrebbe pescare preferenze in tutti gli schieramenti, strizza l’occhio a destra assumendo una posizione decisa sui campi nomadi ma proviene da sinistra e ha anche un bel profilo civico, che in questa tornata sembra essere una panacea.
In rampa di lancio anche Francesco Storace con la sua Destra.
L’ex governatore è un animale da campagna elettorale, naviga tra polemiche, dichiarazioni al vetriolo e botta e risposta come Rambo nella giungla vietnamita. Come Totti non vuole staccarsi dal campo e questa candidatura lo sta quasi ringiovanendo dandogli nuova linfa.
Non solo non pensa minimamente a ritirarsi: «Questa partita la faccio per vincere. Se si alza l’affluenza e quindi sballano i sondaggi, io vinco le elezioni. Perchè è un voto partecipato».
Anche lui è pronto a partire ufficialmente domani al teatro Quirino, dove presenterà  il programma elettorale e i comitati che lo sosterranno nella corsa al Campidoglio.
Galvanizzata dalla medaglia d’argento alle consultazioni salviniane, ci ha preso gusto anche Irene Pivetti.
Da tempo non ha più il broncio di quando sedeva sullo scranno più alto della Camera dei Deputati come il presidente più giovane della storia. Alcuni amori non si sopiscono mai; nonostante anni di lontananza con il Carroccio c’è ancora molto feeling e al segretario non dispiacerebbe «portarla».
Lei non è ancora arrivata al punto di organizzare un’apertura di campagna elettorale ma le idee le ha chiare: «Sarebbe bello se il prossimo sindaco fosse donna. Ruspe nei campi rom? Il problema va risolto, sono d’accordo col principio ma non col metodo».

Manuel Fondato
(da “Il Tempo”)

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IN UN ANNO APERTI SOLO 2 CANTIERI SU 33

Marzo 5th, 2016 Riccardo Fucile

DISPONIBILI 800 MILIONI PER LE OPERE SUI FIUMI, MA DUE TERZI SONO IN RITARDO

Avviare le prime opere del nuovo piano contro il dissesto idrogeologico si sta rivelando una fatica di Sisifo.
Quattro mesi fa «La Stampa» aveva documentato il «labirinto burocratico» (diciassette uffici coinvolti, cinque passaggi solo alla Corte dei Conti) che impediva di distribuire ai presidenti delle Regioni i quasi 800 milioni racimolati dal governo per le prime 33 opere nelle aree a rischio.
Superati gli ostacoli a livello centrale, accreditati i quattrini sui conti correnti delle Regioni, spuntano nuovi ritardi.
E si scopre che su 33 cantieri solo 2 sono stati aperti e 21 sono in ritardo; che diverse Regioni non erano pronte, benchè il governo avesse imposto di scegliere opere «immediatamente cantierabili»; che talvolta mancano passaggi burocratici essenziali, per opere di cui si parla dagli Anni 70.
L’obiettivo di Palazzo Chigi era aprire tutti i 33 cantieri entro la fine del 2016. Se va bene, ne saranno aperti per 400-450 milioni, la metà  del budget.
Ciò ha provocato una certa «delusione» a Palazzo Chigi, dove Renzi ha installato due anni fa la task force ItaliaSicura per sbloccare le opere necessarie a evitare (o almeno a mitigare) i rischi nelle zone soggette a frane e alluvioni.
La struttura ha aperto 874 piccoli cantieri (a cui serviva un colpo di acceleratore) e poi si è dedicata ai più problematici interventi nelle città  in cui si concentrano i maggiori rischi: 132 opere per un valore di 1,3 miliardi.
Non essendoci soldi per tutto, ne sono stati selezionati 33 (per un valore di circa 800 milioni) considerati prioritari sulla base dei criteri suggeriti dall’Unione Europea: popolazione a rischio e cantierabilità .
Attenti a questo secondo criterio: significa che tutto l’iter burocratico è compiuto, si tratta solo di aprire il cantiere. Così dovrebbe essere.
La geografia
La lista delle 33 opere è un catalogo di antiche emergenze nazionali. Nomi che evocano lutti e devastazioni: dal Bisagno cantato da Fabrizio De Andrè («tonnara di passanti») al Seveso che periodicamente si ribella inondando la parte Nord di Milano. Per arrivare all’apertura dei cantieri, la task force governativa ha utilizzato uno schema semplificato: poteri accentrati al commissario-governatore, accordi con i sindacati per allungare i turni, riduzione dei contenziosi amministrativi, monitoraggio periodico e «fiato sul collo delle Regioni».
Il primo monitoraggio ha prodotto un dossier che fa il punto della situazione su ciascuna opera, mettendo in fila previsioni delle Regioni ed effettiva realizzazione di bandi di gara, contratti con le imprese vincitrici, apertura dei cantieri.
Si scopre pertanto che il record di efficienza spetta all’Abruzzo, per gli interventi da 54,8 milioni sul fiume Pescara (area a noto rischio alluvionale devastata dalla speculazione edilizia).
Il governatore Luciano D’Alfonso usa i poteri commissariali con mano ferma e la struttura burocratica sotto di lui si adegua.
Risultato: tre mesi di anticipo sulla tabella di marcia. Anche a Genova le cose vanno bene. Dopo decenni di inerzia, i cantieri sui torrenti Bisagno e Fereggiano (150 milioni di euro di valore) procedono con due mesi di anticipo rispetto alle previsioni.
Le complicazioni
Ma altrove l’accelerazione non c’è stata. «Il primo monitoraggio evidenzia un andamento un po’ più lento del previsto – spiega Mauro Grassi, a capo della task force di Palazzo Chigi -. Questo dimostra che l’immediata cantierabilità  non significa che il giorno dopo aprono i cantieri. Le situazioni più critiche sono sul Seveso in Lombardia e sul Lusore in Veneto».
Nel primo caso, in due Comuni le aree di laminazione del fiume (zone di espansione controllata e raccolta delle acque in caso di esondazione) sono state accorpate, ma ciò comporta un nuovo iter che si concluderà  nel 2018.
Nei prossimi mesi la task force valuterà  se aspettare, tenendo fermi i soldi o dirottarli su altre opere, queste sì cantierabili.
Ogni opera ha una sua storia. L’Emilia Romagna è in ritardo sugli espropri dei terreni intorno al torrente Ghironda. La Lombardia ha bisogno di otto mesi in più per varare i progetti definitivi. La Toscana è in ritardo («leggero») su tutte le sue 10 opere «per ulteriori attività  amministrative».
Il timore è che altri ritardi si accumulino nei prossimi mesi e poi dopo l’avvio dei lavori. Insomma che si ricominci all’italiana.
Dice Grassi: «Le aspettative sono alte, tutti devono essere all’altezza. Le Regioni devono capire che ogni scadenza non rispettata, ogni mese di ritardo è un rischio in più per i cittadini, perchè non possiamo sapere quando arriverà  l’alluvione».

Giuseppe Salvaggiulo
(da “La Stampa”)

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FRATELLI MATTEI, ALLA FINE PAGA LA SORELLA

Marzo 5th, 2016 Riccardo Fucile

STRAGE DI PRIMAVALLE: LOLLO CONDANNATO A RIMBORSARE 900.000 EURO CHE NON DARA’ MAI… LA SORELLA DELLE GIOVANI VITTIME DOVRA’ COPRIRE LE SPESE LEGALI PER OLTRE 200.000 EURO

«La mia è una vittoria monca, però era mio dovere arrivare fin qui. Un dovere di sorella, per come sono stati ammazzati Virgilio e Stefano, e di figlia, per la battaglia legale che ha combattuto mia madre fino alla sua morte».
Antonella Mattei ha ancora negli occhi il riflesso delle fiamme che la notte del 16 aprile 1973 divorarono la sua casa e le vite di due dei suoi fratelli.
Ora, dopo 43 anni dal rogo di Primavalle, il Tribunale civile di Roma ha condannato Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo, tre esponenti dell’organizzazione Potere Operaio, a risarcirle in solido 923.000 euro per i danni subiti dalla perdita di Virgilio e Stefano, rispettivamente di 22 e 8 anni.
Antonella non riavrà  gli affetti che ha perso quella notte nè la serenità  della sua infanzia, ma molto probabilmente non otterrà  nemmeno il risarcimento riconosciuto dal giudice.
Clavo, infatti, è deceduto, e Grillo, dopo aver trascorso diversi anni all’estero, è tuttora irreperibile. Resta soltanto Lollo su cui rivalersi, sempre che sia solvibile.
Nel frattempo, l’unica certezza, è che il Tribunale ha condannato la donna a rifondere le spese legali sostenute dagli altri 10 soggetti che aveva citato in giudizio.
Sono 18 mila euro a testa, più una somma aggiuntiva di 25 mila euro che il giudice ha riconosciuto agli eredi dell’avvocato Mancini, in passato legale di Lollo, come responsabilità  aggravata per avergli fatto causa.
In totale la signora Mattei dovrà  sborsare 205.000 euro e difficilmente recupererà  i 923 mila euro che dovrebbe avere come risarcimento danni.
All’epoca Antonella era una bambina di 9 anni e abitava in una palazzina in via Bernardo da Bibbiena insieme ai cinque fratelli, alla madre, Anna Maria Macconi, e al padre, Mario Mattei, segretario della sezione «Giarabub» di Primavalle del Movimento sociale italiano.
Alcuni aderenti all’organizzazione extraparlamentare di estrema sinistra Potere Operaio versarono della benzina sotto la porta dell’abitazione.
Divampò un incendio che distrusse rapidamente l’intero appartamento.
La madre riuscì a mettere in salvo Antonella e il figlio Giampaolo di soli 3 anni, scappando dalla porta principale.
Lucia, di 15 anni, aiutata dal padre si calò nel balconcino del secondo piano, mentre Silvia, 19 anni, si gettò dalla veranda.
Per Virgilio e il fratellino Stefano, invece, non riuscirono a gettarsi dalla finestra e morirono carbonizzati.
«Io sono rimasta ferma a nove anni — si sfoga Antonella tra le lacrime — Non è un fatto politico, hanno devastato un’intera famiglia e non ho mai ricevuto delle scuse».
Il processo di primo grado iniziò il 24 febbraio 1975, con Achille Lollo in stato di detenzione, Manlio Grillo e Marino Clavo latitanti.
Si concluse con l’assoluzione per insufficienza di prove.
In secondo grado, invece, i tre imputati furono condannati a 18 anni di carcere per incendio doloso e duplice omicidio colposo, ma tutti e tre risultarono latitanti.
Solo dopo che, nel 2005, la pena è stata dichiarata estinta per intervenuta prescrizione, Lollo ha ammesso alcune delle responsabilità  sue e di altri compagni. Tali ammissioni sono servite alla famiglia (che non si era costituita parte parte civile nel processo d’appello) per chiedere il risarcimento danni.
Proprio «alla luce della sentenza della Corte d’assise d’appello di Roma del 1986, passata in giudicato», il Tribunale civile lo scorso 23 febbraio ha riconosciuto ad Antonella Mattei il danno da perdita parenterale per la morte di Virgilio e Stefano e un quarto della somma riconosciuta alla madre (ora deceduta) per la perdita del figlio. Nella sentenza il giudice ha dichiarato estinta la domanda degli altri tre fratelli, considerato che, pur avendo inziato nel 2006 la causa insieme alla madre, a differenza di Antonella, hanno abbandonato il giudizio.
Nel corso di questi 10 anni, il procedimento si è interrotto più volte: prima quando Diana Perrone, militante di Potere Operaio coinvolta successivamente nelle indagini penali, è stata prima interdetta per incapacità  di intendere e di volere e poi quando a maggio del 2013 è deceduta.
Nello stesso anno è morta anche la signora Macconi.
«Sarebbe giusto se al pagamento delle spese legali a cui è stata condannata la signora ci pensasse lo Stato — commenta l’avvocato Marco Brannetti, legale della Mattei — Dal momento in cui è stato assente prima, quando c’era una condanna penale da far scontare, potrebbe mostrare ora di essere presente».

Valeria Di Corrado
(da “il Tempo”)

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