Destra di Popolo.net

UN CANDIDATO OGNI DUE ELETTORI: LA CORSA AL MUNICIPIO E’ IN FAMIGLIA

Maggio 14th, 2016 Riccardo Fucile

A MASSELLO, SULLE MONTAGNE TORINESI, E’ RECORD DI ASPIRANTI CONSIGLIERI COMUNALI, MA GLI ABITANTI SONO SOLO 61

Un candidato ogni due elettori. Sulle montagne del Torinese c’è un paesino dimenticato da Dio e dagli uomini, ma non dai politici.
È il minuscolo comune di Massello, abbarbicato sopra i mille metri tra i boschi dell’alta Val Germanasca: qui la corsa al municipio è una faida tra parenti.
Per le elezioni del 5 giugno, a fronte di 61 anime aventi diritto al voto, sono in 32 a contendersi una seggiola in Comune.
E lo stupefacente rapporto elettori-aspiranti consiglieri è destinato ad assottigliarsi ulteriormente a causa dell’astensionismo: alle urne, cinque anni fa, andarono in 45.
La famiglia simbolo di questa contagiosa voglia di partecipazione collettiva è quella di Anita Riceli.
Lei è capogruppo della maggioranza che sostiene il sindaco uscente Antonio Chiadò. Il marito Ugo Tron è candidato con lo sfidante Willy Micol, già  primo cittadino per due mandati tra il 1993 e il 2001.
I coniugi abitano a pochi metri dal municipio. La moglie si affaccia sull’uscio di casa e liquida la questione: «Di elezioni non parlo. Arrivederci». Da queste parti la politica si fa, ma non si dice.
Un secolo fa gli abitanti di Massello erano più di 500.
Oggi i tenaci discendenti, che non si sono arresi agli agi della bassa valle, vivono sparsi tra 16 borgate. Ognuna ha il suo mulino. Ma nient’altro: nessun bancomat, nessun negozio, nessun bar. Manca anche il dottore.
Le medicine invece si possono prenotare via fax alla farmacia più vicina, che spedisce quassù un medico per mezz’ora a settimana. Riceve il giovedì dalle 12.45 alle 13.15 nei locali della foresteria, unica traccia di vita oltre a camosci e aspiranti a sindaco.
Il paradosso del Comune dove mezzo paese brama di entrare in municipio è che la battaglia all’ultimo voto inasprisce i rapporti tra vicini di casa.
Il sindaco uscente Chiadò, ex dirigente d’azienda in pensione, sostiene che il programma di Micol è simile al suo: «Non so perchè si candida, chiedetelo a lui».
«E pensare che Chiadò negli Anni Novanta era stato mio assessore», replica lo sfidante, massellese doc, 63 anni, professione elettricista.
«Si è speso molto per Massello, ma ha perso il contatto con la gente», punge Micol. «Io non volevo candidarmi — racconta — sono stati i cittadini a chiedermelo».
Il sindaco giura però di aver cercato di coinvolgerlo: «Ho provato a chiamarlo, ma mi ha detto che non aveva tempo perchè doveva zappare il campo di patate». «Falso», replica stizzito Micol: «Chiadò è una vecchia volpe».
Quel che è certo è che a sedere sulla poltrona di sindaco sarà  uno di loro.
Gli altri due candidati, infatti, seguono il detto attribuito al barone de Coubertin: l’importante non è vincere, ma partecipare.
Ivan Pascal Sella, 27 anni, guida una lista civica destrorsa. Consigliere uscente, a Massello si vede di rado perchè abita a Torino. E proprio alle comunali del capoluogo figura nelle liste di Fratelli d’Italia per la circoscrizione 6.
Dice: «Mi sono candidato per fare pulizia». Ma il punto è un altro: perchè un giovane consulente di marketing che vive a 70 km di distanza vuole diventare sindaco di un paesello dove – ammette lui stesso – fino al 2014 non aveva mai messo piede?
È lo stesso Sella a svelare il segreto di Pulcinella della fabbrica dei sindaci: «I partiti presentano liste un po’ ovunque». Soprattutto dove basta un pugno di voti per essere eletti. «Funziona così».
Cosa non si fa per tentare una carriera politica.
E infine anche i leghisti sono scesi nell’arena, tanto per marcare presenza. Alle ultime elezioni comunali l’allora candidato a sindaco del Carroccio, Marco Miletto, prese tre voti. Roba da franchi tiratori in famiglia.
Ma tanto bastò a spalancargli le porte della segreteria provinciale della Lega. Stavolta ci prova Franco Martinotti, 26 anni, anch’egli torinese.
A sostenerlo una squadra di perfetti sconosciuti. Da queste parti giurano di non averli mai visti.
Ma una poltroncina in consiglio comunale, seppur nei banchi della minoranza, non si nega a nessuno.

Gabriele Martini
(da “La Stampa”)

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ARRESTATO PER TENTATA CONCUSSIONE L’EX CAPO DEL DIPARTIMENTO ANTIDROGA DI PALAZZO CHIGI

Maggio 14th, 2016 Riccardo Fucile

GIOVANNI SERPELLONI E’ IL MEDICO PROIBIZIONISTA VICINO A GIOVANARDI: ACCUSATO DI AVER PRETESO PERCENTUALI E 100.000 EURO PER UN SOFTWARE IN USO NEI SERVIZI PER LE TOSSICODIPENDENZE

E’ finito agli arresti domiciliari per tentata concussione e turbativa d’asta Giovanni Serpelloni, capo capo del Dipartimento politiche antidroga della Presidenza del Consiglio dal 2008 al 2014, medico vicino a Carlo Giovanardi e noto per le sue posizione proibizioniste e intransigenti in fatto di stupefacenti.
I fatti contestati riguardano il suo successivo incarico di direttore del Sert, il servizio tossicodipendenze, di Verona, per episodi accaduti tra il 2012 e il 2014.
La Guardia di Finanza ha notificato il provvedimento a lui e ad altri due dirigenti dell’Ulss 20: Maurizio Gomma e Oliviero Bosco.
Altre tre persone sono indagate per gli stessi reati. Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica e condotte dai finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria di Verona, riguardano l’appalto del software gestionale utilizzato in Sert (i servizi pubblici per le dipendenze) di tutta Italia.
Secondo l’accusa, gli indagati avrebbero preteso illegittimamente dalla società  assegnataria dell’assistenza e manutenzione del software prima una percentuale sulle somme incassate e successivamente, a nome dell’Ulss 20 ma all’insaputa della direzione generale, 100mila euro a titolo risarcitorio, minacciando la revoca dell’incarico.
Nel corso delle indagini è emerso che la successiva gara sarebbe risultata essere stata turbata, e assegnata, con collusione e mezzi fraudolenti, a una società  compiacente; i soci-amministratori risultano a loro volta indagati nel procedimento.
Al di là  dei contenuti dell’indagine, spicca tra gli arrestati il nome di Serpelloni: laureato in medicina con specializzazione in Medicina Interna, oltre al Dipartimento antidroga della presidenza del Consiglio ha diretto il Centro di Medicina Preventiva dell’Azienda Ulss 20 di Verona e il Dipartimento delle Dipendenze della stessa Azienda.
Dal 2003 al 2007 è stato direttore dell’Osservatorio Regionale sulle Dipendenze della Regione Veneto, per poi approdare a Roma alla guida del Dpa, chiamato dall’allora responsabile governativo della lotta alle dipendenze, Carlo Giovanardi.
Nel corso della sua permanenza alla guida del Dipartimento, il medico veneto è stato duramente contestato da molte associazioni che si occupano di dipendenze, che lo accusavano di un approccio ideologico e fortemente proibizionista alla questione droghe. Serpelloni ha realizzato progetti in ambito Aids, dipendenze da sostanze e sistemi informatici avanzati per il flusso dati in ambito sanitario per conto del Ministero della Salute, del Ministero del Welfare, del Dpa, della Commissione Europea e della Regione Veneto.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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THYSSEN, SI APRONO LE PORTE DEL CARCERE PER I QUATTRO DIRIGENTI ITALIANI

Maggio 14th, 2016 Riccardo Fucile

DUE SI PRESENTANO IN QUESTURA A TERNI, GLI ALTRI A TORINO…PROCEDURA DIFFERENTE PER I DUE TEDESCHI

Si sono già  aperte le porte del carcere per i quattro dirigenti italiani della Thyssen le cui condanne, per il rogo in cui persero la vita sette operai nel dicembre 2007, sono diventate definitive.
La procura generale di Torino ha emesso stamane gli ordini di carcerazione per i quattro per i quali ieri sera la Corte di Cassazione ha confermato la sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Torino.
Le condanne sono sei: la pena più alta è quella di 9 anni e 8 mesi inflitta all’ad Harald Espenhahn, quella più bassa, di 6 anni e 3 mesi, per i manager Marco Pucci e Gerald Priegnitz.
Condannati inoltre gli altri dirigenti Daniele Moroni a 7 anni e 6 mesi, Raffaele Salerno a 7 anni e 2 mesi e Cosimo Cafueri a 6 anni e 8 mesi.
I quattro si sono già  presentati alle forze dell’ordine per la notifica del provvedimento e il successivo ingresso in carcere.
Marco Pucci e Daniele Moroni, dirigenti della Ast-Acciat Speciali Terni, si sono consegnati in questura a Terni poco dopo le 9,30 e, al termine delle formalità  di rito, sono stati condotti nel carcere ternano di Vocabolo Sabbione.
Anche il torinese Raffaele Salerno si è presentato al commissariato di Rivoli, alle porte del capoluogo piemontese, dove sono in corso le pratiche per il trasferimento in prigione.
Per i due imputati tedeschi si seguirà  una procedura differente. Il quarto, Cosimo Cafueri, si è costituito infine ai carabinieri della stazione di Castiglione Torinese.
Diversa invece la procedura per i due condannati tedeschi, Hespenhahn e Priegnitz. Per loro sarà  emesso un Mae (Mandato di cattura europeo) che, con tutta l’indispensabile documentazione che lo accompagna, sarà  messo a punto dalla procura generale di Torino.
Ad occuparsene, in seguito, sarà  l’autorità  giudiziaria tedesca. Un effetto del Mae è che se i due condannati lasciano il loro Paese possono essere arrestati immediatamente.
Questa mattina, proprio all’indomani della sentenza che chiude un travagliato e doloroso iter giudiziario durato oltre otto anni, le vittime della Thyssen sono state commemorate a Torino.
“La conferma della sentenza ha finalmente fatto giustizia” ha detto il sindaco Piero Fassino in occasione della tappa torinese del tour nazionale della sicurezza Anmil di Bruno Galvani, che con la sua carrozzina motorizzata sta girando l’Italia per sensibilizzare sui temi della sicurezza del lavoro.
“Il dramma accaduto a Torino nel 2007 ci ricorda che sono ancora troppe le vittime sul lavoro – ha sottolineato il primo cittadino -. Il lavoro da compiere per rendere sicuro e dignitoso il lavoro è ancora molto e grazie al tour dell’Anmil si sottolinea proprio l’importanza della sensibilizzazione, anche degli stessi lavoratori”. Il tour Anmil prosegue oggi al Salone del Libro e poi a Fossano, in ricordo per le vittime dell’incendio del Molino.

(da “La Repubblica”“)

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NIENTE MURO AL BRENNERO: SALVINI DOVRA’ USARE IL FILO SPINATO PER IL SUO GIARDINO DI CASA

Maggio 13th, 2016 Riccardo Fucile

L’AUSTRIA CAMBIA IDEA MENTRE I DATI SMENTISCONO GLI ALLARMI: GLI ARRIVI SULLE COSTE ITALIANE AD APRILE SONO CALATI DEL 50% RISPETTO AL 2015

Dopo mesi di tensioni tra Roma e Vienna passando per Bruxelles, come per incanto il muro al Brennero non c’è più.
Lo ha certificato il ministro dell’Interno Angelino Alfano che oggi ha incontrato il suo omologo Wolfgang Sobotka al valico italo-austriaco.
“Ci siamo voluti incontrare qui al Brennero, dove doveva sorgere un muro e una rete che non ci sarà “, dice il titolare del Viminale.
E anche i siti dei giornali austriaci, per esempio il più diffuso il Kronen Zeitung, certificano lo stesso risultato: niente reti, per ora.
La scelta di Vienna di sospendere la recinzione al Brennero è anche conseguenza del vuoto di potere creatosi dalle dimissioni del Cancelliere Werner Faymann, travolto dalle polemiche dopo la vittoria del leader della destra nazionalista Norbert Hofer al primo turno delle presidenziali. E poi certo ci sono le pressioni della Commissione Ue, di Berlino, il rafforzamento dei controlli in Italia.
Roma comunque ‘beneficia’ della tregua. Che durerà  almeno fino al secondo turno delle presidenziali in Austria, il 22 maggio.
Sarà  poi il nuovo presidente eletto ad affidare l’incarico di formare un governo. E tra le possibilità  c’è anche che il prossimo premier sia il leader del partito di appartenenza di Hofer, il Partito della libertà  austriaco (Fpà¶). Cioè Heinz-Christian Strache, il leader dell’ultradestra che di recente ha attaccato Matteo Renzi e Angela Merkel definendoli “scafisti di Stato”. Evidentemente ogni decisione sul Brennero toccherà  al prossimo governo austriaco.
Ma la retromarcia sul muro e la scelta di fermarsi solo ad un rafforzamento dei controlli di frontiera è scattata anche per altri fattori, non del tutto scollegati dal futuro politico dell’Austria.
Per ipotesi: quello di Strache sarebbe il primo governo di ultradestra in Europa. Roba da far tremare i polsi a tutte le Cancellerie europee, già  preoccupate per il referendum sulla Brexit in Gran Bretagna.
E’ anche per questo che, dopo mesi di silenzio sulla questione Brennero, anche Berlino batte un colpo a favore di Roma.
Lo ha fatto la Cancelliera Merkel una settimana fa nel vertice con Renzi a Palazzo Chigi. E oggi lo fa il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble. “I trafficanti troveranno nuove rotte — dice Schauble in un’intervista all’Handelsblatt – E noi dovremo mostrare solidarietà  all’Italia. L’Austria dovrebbe sostenere l’Italia, invece di stabilire al Brennero, una delle frontiere più intrise di significato emotivo d’Europa, nuovi controlli”.
Detto fatto. Complice anche la Commissione Europea che ha negato la richiesta austriaca di includere il Brennero tra le frontiere interessate alla sospensione di Schengen per altri sei mesi, sospensione chiesta da sei paesi tra cui Austria e Germania e accordata da Bruxelles.
Vienna però riconosce a Roma anche i maggiori sforzi nei controlli alla frontiera.
Con Alfano, Sobotka parla di “scambio di dati eccellenti: il numero di migranti illegali dall’Italia è ormai pari a zero”.
E va da sè che la retromarcia sul Brennero è scattata anche per via dei costi altissimi che la sospensione di Schengen comporta per l’economia delle comunità  di fronteria.
Questo finora. A Roma intanto accolgono con soddisfazione i dati di Frontex, secondo cui gli arrivi di aprile sulle nostre coste dal Mediterraneo Centrale sono diminuiti del 50 per cento rispetto all’anno scorso e del 13 per cento rispetto a marzo.
Anche se gli 8.370 arrivati in aprile sono molti di più dei circa 2.700 sbarcati in Grecia nello stesso periodo.
E’ la prima volta che gli sbarchi in Italia superano quelli in Grecia dall’inizio dell’emergenza dalla Siria. Segno che l’accordo tra Ue e Turchia, conclude Frontex, funziona.
Ma resta la preoccupazione per la rotta da Egitto e Libia. Lo ammette anche il premier: “In Italia non c’è emergenza, ma la situazione va monitorata… Basta un’emergenza in Libia…”, ha spiegato ieri a ‘Porta a Porta’. I mille migranti salvati ieri nel Canale di Sicilia dalla Guardia Costiera arrivavano dall’Egitto, per dire.
Non a caso l’Africa è al centro del ‘migration compact’ presentato dall’Italia all’Ue, sul tavolo del Consiglio Europeo a fine giugno. Non a caso l’Italia sta tentando di ricucire i rapporti con il Cairo, tesi per via dell’omicidio Regeni.
In Italia, spiega Flavio Di Giacomo, portavoce in Italia dell’Organizzazione internazionale migranti (Oim), “i migranti arrivano in gran parte dalla Libia e si tratta di africani occidentali, del Corno d’Africa e del Sudan.
Dall’Egitto c’è un aumento del 10% di arrivi rispetto al 2015 che però non è collegato alla chiusura della rotta balcanica ma si tratta di persone che provengono dall’Africa orientale, dalla Somalia, dal Sudan e dall’Eritrea…”.

(da “Huffingtonpost”)

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L’EX ASSESSORE INNOCENTE QUERELA DI BATTISTA E GLI CHIEDE UN MILIONE DI EURO DI DANNI: ORA C’E’ DA RIDERE

Maggio 13th, 2016 Riccardo Fucile

LO AVEVA CITATO IN TV COME CONDANNATO PER CORRUZIONE, MA IN REALTA’ CIONI E’ STATO ASSOLTO CON SENTENZA DEFINITIVA IN CASSAZIONE

La piovra si ritorce contro il Movimento 5 Stelle.
Graziano Cioni, ex assessore Pd alla Sicurezza di Firenze, è stato assolto da pochi giorni dalla Corte di Cassazione dall’accusa di corruzione perchè “il fatto non sussiste”.
Ma il suo nome figura, come lui stesso denuncia sulla sua bacheca Facebook, nella “piovra” rilanciata da Beppe Grillo sul suo blog che mette in fila tutti gli esponenti del Pd coinvolti in inchieste della magistratura.
L’immagine è apparsa anche alle spalle del deputato grillino Alessandro Di Battista durante il suo intervento alla trasmissione Piazza Pulita: “Io in bella vista risulto condannato ad un anno per corruzione”, denuncia Cioni. “No, non ci sto!. Non mi sono ancora ripreso dall’effetto Sentenza della Cassazione di venerdi 6 maggio, con la quale si chiude un incubo durato otto anni, che il lunedi successivo, in una trasmissione della 7, ben a conoscenza della sentenza , il deputato Alessandro Di Battista, mostra un manifesto con una piovra rossa che avvolge l’Italia , dal quale io in bella vista risulto condannato ad un anno per corruzione”.
L’immagine non era aggiornata con l’assoluzione in terzo grado di Cioni che ora va all’attacco: “Ho incaricato l’avvocato Pasquale De Luca di depositare querela nei confronti di Di Battista, il responsabile del blog di Grillo e la 7 per “diffamazione aggravata” per quanto di rilevanza penale, come civile. Chiedo ad Alessandro Di Battista di rinunciare all’immunità  parlamentare e di assumersi le sue responsabilità “. Secondo quanto riporta il Corriere fiorentino, l’ex assessore avrebbe chiesto un risarcimento di un milione di euro.

(da “Huffingtonpost“)

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FASSINA FUORIGIOCO: IL TAR CONFERMA L’ESCLUSIONE DELLA LISTA A ROMA

Maggio 13th, 2016 Riccardo Fucile

ORA A “SINISTRA PER ROMA” RESTA SOLO IL RICORSO AL CONSIGLIO DI STATO

E’ confermata l’esclusione della lista Sinistra per Roma Fassina Sindaco dalle elezioni amministrative del 5 giugno.
Lo ha deciso il Tar del Lazio con una sentenza con la quale ha respinto il ricorso della lista.
L’ex viceministro dell’Economia presenterà  ora un nuovo ricorso al Consiglio di Stato che avrà  l’ultima parola sugli errori di compilazione nelle sue liste che ne avevano causato l’esclusione dalla corsa al Campidoglio.
“Apprendiamo con rammarico la sentenza del Tar del Lazio che esclude le nostre liste dalla competizione elettorale a Roma. Non ci fermiamo qui. Siamo convinti delle nostre ragioni e ricorreremo al Consiglio di Stato” la prima reazione di Fassina.
Raggi e Giachetti incassano.

(da agenzie)

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LA STRATEGIA DI PIZZAROTTI: ANDARE AVANTI, PRONTO ALLO SCONTRO FINALE

Maggio 13th, 2016 Riccardo Fucile

LA GIUNTA DI PARMA COMPATTA CON IL SINDACO TROPPO INDIPENDENTE PER PIACERE AI GRAN BURATTINAI DEL MOVIMENTO

Il sindaco ribelle va fino in fondo. E ha una strategia: se finora è stato lui a cercare loro, adesso dovranno essere loro a cercare lui.
Altrimenti lo scontro si chiuderà  in modo brutale, probabilmente con il primo cittadino espulso e addio alla guida, quella da dove tutto è nato, del primo Comune capoluogo a 5 stelle in Italia.
In che contesto? Quello di un Movimento che a un mese dalle amministrative apparirebbe double face: difensore dell’ortodosso sindaco di Livorno Nogarin e affossatore dello scomodo parmigiano.
Federico Pizzarotti è lucido, incazzato, e aspetta.
Non intende fare altro dopo la notizia della sua sospensione. Perchè d’altronde cosa vuol dire “sospensione di un sindaco?”.
“E’ un atteggiamento irresponsabile, non ci sono delle regole chiare su questo. Che farà  il direttorio, andrà  a gusto? A questo punto aspetto, non so, che mi mandino un’altra mail anonima per capire cosa devo fare” dice stizzito.
E’ probabile che per lui valga una regola già  applicabile in altri casi: 10 giorni di tempo per chiarirsi con i vertici del MoVimento, altrimenti sarà  fuori.
A Pizzarotti il non allineato, quello che pensa di testa sua, che non piace a Grillo, a Roma e non piaceva a Casaleggio, sembra non importargliene molto di quel che decideranno Di Maio e company. Ha “a cuore solo Parma”.
Tira dritto, dice di avere la coscienza a posto, anche su questa storia dell’avviso di garanzia che i vertici pentastellati hanno usato “come scusa per sospendermi”.
La tesi romana è che Pizzarotti doveva avvertire, la sua è che con i rapporti Parma-Roma-Milano interrotti da mesi lui ha agito correttamente.
Una tesi che il sindaco ribadisce da mesi e che ora “sbatte” in prima pagina. La sua, quella di Facebook. Pubblica decine di sms fra lui e Di Maio, lui e Fico. Solo che lui scrive e il direttorio non risponde. Lamenti inascoltati.
“Io ho avuto un profilo adeguato. Da nessuna parte c’era scritto cosa bisognava fare. Noi abbiamo dato disponibilità  alla magistratura. Il procedimento da tenere era questo, non la spettacolarizzazione, pubblicare documenti o delle cose. Non siamo tutti nel circo mediatico” dichiara con una piccata punturina indirizzata a Nogarin, l’altro sindaco 5 stelle indagato, quello che ha pubblicato i documenti su Facebook, quello che Grillo ha subito chiamato per offrirgli difesa ed aiuto
E allora conscio di “non aver sbagliato” l’informatico che esattamente quattro anni fa, sostenuto da Beppe e votato dai parmigiani fu eletto sindaco, adesso non si dimette affatto.
“Se temo un’espulsione? Chiedetelo a loro. Parma va avanti. Continuiamo a governare per il bene della città  con senso di responsabilità . Non c’è nessuna crisi, sia come giunta che come consiglieri siamo tutti allineati” ripete a testa alta
E’ stato il simbolo del avvenire in politica del Movimento 5 stelle, eletto ben prima che Di Maio, Di Battista, Fico o i Crimi di turno mettessero piede in Parlamento. Eppure oggi è tacciato come un appestato, uno a che, dice lui, non viene nemmeno dato il diritto di replica.
“Lo sapete, sono stato avvisato alle 14.57 della sospensione. Alle 15.01 c’era già  il post online. Il diritto di replica lo si da a tutti. Mi hanno dato solo quattro minuti per fare qualcosa? Assurdo, è tutta una scusa”.
La strategia da adottare, ora che “non c’è rispetto”, che ha perso la fiducia “in alcune persone del MoVimento” (vedi Di Maio l'”irresponsabile”), è quella dell’attesa.
Se avesse avuto un espulsione scritta fra le mani e non una semplice mail (“il mondo reale non è Facebook”) probabilmente l’avrebbe stracciata in attesa di conoscere la replica del direttorio.
In fondo è questo che intende fare nella delicata partita a scacchi di Parma ducale in corso a un solo mese dalle comunali di Roma: temporeggiare e vedere come si comporterà  il MoVimento.
Davvero lo butteranno fuori alla vigilia della sfida della Raggi?
Davvero lo cacceranno del tutto solo per non aver voluto girare dei documenti a una mail anonima, lui che lamenta di non aver ricevuto neanche una telefonata?
Davvero non contano le migliaia di attivisti che lo sostengono e gli esprimono solidarietà , quelli che per cui “crede ancora nelle basi di M5s”?
Da Roma sono sul serio pronti a far cadere una delle loro giunte ancor prima di un rinvio a giudizio?
Interrogativi che troveranno presto una risposta e se dovesse andar male Pizzarotti ha già  pronta un’opzione tutta sua, ritornare “cittadino”, o meglio, contadino.
Come anticipato ieri da Huffpost e confermato dal sindaco stesso se la sua avventura politica dovesse finire sta pensando di aprire una fattoria con la moglie, lontano dalle polemiche, da regole “ad personam”, da quella “totale mancanza di rispetto che non mi merito. Che Parma non si merita”.

(da “Huffingtonpost”)

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DIETRO LA CACCIATA DI PIZZAROTTI LA PRESSIONE DEI FALCHI, COSI’ E’ NATA LA NORMA AD PERSONAM

Maggio 13th, 2016 Riccardo Fucile

LUNGHE ORE DI PRESSING DEGLI ORTODOSSI E DELLA COMUNICAZIONE CHE SI INVENTANO UN PROVVEDIMENTO NON PREVISTO DALLO STATUTO

L’Epurazione, perchè tale è nella sostanza, per ritrovare l’equilibrio politico. L’Epurazione come valium per il placare il nervosismo interno.
Perchè da ieri, da quando è esploso il caso Pizzarotti, Beppe Grillo è stato subissato di mail, telefonate. Anche dei parlamentari, anzi soprattutto dei parlamentari alla Morra, i falchi, puri, ortodossi in nome dell’“abbiamo sempre detto che ci si dimette per un avviso di garanzia”.
Lo diceva anche Luigi Di Maio, nuovo leader e aspirante candidato premier.
Sulla rete rimbalza la sua intervista a alla Stampa in cui invoca le dimissioni anche di fronte a un avviso di garanzia per abuso d’ufficio, per non parlare della richiesta di dimissioni ad Alfano, quando esce la notizia che è indagato — per abuso d’ufficio — per il trasferimento del prefetto di Enna.
C’è questo fuoco sotto la cenere del caso Pizzarotti.
La richiesta (da parte dei parlamentari) di un incontro con Grillo. “Non la reggiamo, così non la reggiamo” ripetevano i comunicatori pentastellati. “Non possiamo assumere una posizione poco chiara”.
Per un giorno hanno provato a imbastire una linea per uscire dal fuoco di fila del Pd. E per trovare una coerenza tra la copertura dei sindaci indagati e mesi in cui, sugli avversari politici, qualunque reato — tanto abuso d’ufficio, tanto concorso esterno, senza distinzione — è stato caricato come una condanna preventiva, buona per proteste, sfiducie parlamentari, campagne o manganellate mediatiche.
Attività  molto redditizia in termini di consenso. E allora: vale la pena scaricare questa Santa Barbara giustizialista in nome della difesa di Pizzarotti?
Già  Nogarin è stato difficile da reggere, però andava fatto perchè “ortodosso”. Pizzarotti no, è l’eretico anche con una certa consistenza di consenso.
Con lui i rapporti sono inesistenti da mesi, almeno dallo scorso autunno, di reciproca insofferenza, da “nemici”. Sono di allora gli ultimi contatti. Poi, il gelo.
Nasce da qui la “svolta”, con la decisione di “sospendere” Piazzarotti, maturata nei contatti tra Milano e Genova.
Attenzione, Grillo spiega che non per l’avviso di garanzia viene “sospeso” Piazzarotti ma perchè non ha rispettato il codice della trasparenza, rifiutandosi di mandare i documenti giudiziari richiesti dai vertici del Movimento.
Peraltro dopo aver tenuto per sè il segreto di essere indagato, questo sì a differenza del ligio Nogarin che la notizia l’ha diramata per primo.
Una norma, non presente nello statuto, ad personam che consente a Nogarin di rimanere in sella e di condannare Pizzarotti.
Ad personam, perchè nello statuto non è prevista l’istituto della “sospensione” nè per un avviso di garanzia nè per trasparenza, virtù della quale non brilla neanche il candidato sindaco di Roma Virginia Raggi, che ha omesso di rendere noto il suo praticantato da Previti.
Chi ha la memoria più robusta non può non notare che la sospensione rappresenta un unicum nel mondo pentastellato.
Prima funzionava che Casaleggio decideva l’espulsione, che poi veniva ratificata dal mitico web. Stavolta, via web, è stata direttamente consegnata la sentenza senza avviso preventivo.
E non è sbagliato, parlando con fonti informate, dire che — in fondo — il Direttorio non aspettava altro per liquidare Pizzarotti, vissuto come un fastidioso corpo estraneo nel Movimento.
A monte della scelta c’è una convinzione granitica. E cioè che, nell’elettorato dei 5Stelle, sarebbe stato difficile spiegare il perchè un avviso di garanzia non porta alle dimissioni, non la cacciata di fatto.
E in parecchi ricordano i precedenti: “Dopo le espulsioni non abbiamo mai perso voti, anzi”. Insomma, come diceva Giuseppe Stalin, “il Partito, epurandosi, si rafforza”.

(da “Huffingtonpost“)

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SOSPENSIONE PIZZAROTTI DIVIDE IL WEB: “DUE PESI E DUE MISURE CON NOGARIN”

Maggio 13th, 2016 Riccardo Fucile

IL MURO DEL PIANTO: GLI ELETTORI CINQUESTELLE DIVISI TRA CHI E’ D’ACCORDO E CHI NON CONDIVIDE LA DECISIONE DI GRILLO

Sulla sospensione di Federico Pizzarotti decisa dai 5Stelle, la Rete non è compatta. Commenta, giudica, litiga sul blog del fondatore, e si divide. E gli utenti danno un primo colpo al Movimento che ora rischia di implodere dall’interno.
Il post si intitola “Pizzarotti sospeso dal MoVimento 5 Stelle: la trasparenza è il primo dovere” e tra i tag all’articolo, le parole abuso d’ufficio, avviso di garanzia, M5S, MoVimento 5 Stelle, nomine, Parma, Pizzarotti, Teatro Regio.
E’ l’annuncio della punizione del sindaco M5S di Parma, ‘colpevole’ per il Movimento di mancanza di trasparenza sull’avviso di garanzia ricevuto tre mesi fa e reso pubblico solo ieri.
Ma i commenti aperti agli utenti aumentano ogni minuto.
“Non sono a conoscenza dei fatti, premetto. Però questa sospensione ‘suona’ male” scrive un utente.
Alle 16 sono già  un centinaio, di cui uno su 3 è contrario alla decisione. “Quello di Grillo è un comportamento sbagliato (userei anche parole piຠforti) che sembra del tutto pretestuoso per togliersi dalle scatole una voce critica (ma tante volte a ragione)”, aggiunge Massimo B.
“Grillo ma perchè in prossimità  delle elezioni non ti fai i cavolacci tuoi e vai due mesi a bora bora e lasci fare ad altri? Ma sempre bordelli 1 mese prima di votare? Lo fai apposta? Io sono stufo.. seguo.. faccio donazioni.. litigo tutti i giorni per difendere un idea e te rovini tutto con un click?” dice chiaro Fabrizio, che si firma anche come “sostenitore stremato”.
E un altro chiede: “La sospensione di Pizzarotti chi l’ha decisa? La Rete?”
“Quando si tocca il fondo si può sempre scavare, caro Movimento. Pizzarotti è l’unica cosa discreta che avete prodotto da che esistete, e ovviamente non potevate sopportarlo” protesta un attivista 5 Stelle.
E un altro aggiunge: “Non vedevate l’ora… con questa decisione vi siete scavati la fossa per sempre. Amen”.
E ancora: “Sinceramente la scusa che lui lo sapeva prima di voi mi sembra una scusa grossa come una casa, non è per niente credibile, sarebbe stato meglio aspettare le elezioni del 5 giugno e poi eventualmente sospenderlo”.
Ma c’è chi condivide e anzi chiede il pugno duro anche contro l’altro sindaco indagato, quello di Livorno, Filippo Nogarin. “Io sospenderei anche l’altro, a dire il vero. Non possiamo arretrare di un millimetro sulla questione morale, o avranno vinto i vecchi partiti” attacca un attivista. E un altro concorda: “Sì, ora tocca al sindaco di Livorno essere sospeso e all’ assessore. Prima di tutto la coerenza”.

Katia Riccardi
(da “La Repubblica”)

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