Maggio 26th, 2016 Riccardo Fucile
ILLEGITTIMO CHIEDERE UN ESBORSO EXTRA RISPETTO AGLI 80 EURO GIA’ PAGATI… ORA LA PLATEA INTERESSATA AL RIMBORSO POTREBBE ESSERE DI UN MILIONE DI STRANIERI
Una sentenza del Tar cancella la tassa sugli immigrati. O meglio il contributo extra deciso dal governo
Berlusconi, un mese prima della sua caduta nel 2011, sui permessi di soggiorno.
Il decreto ministeriale fu firmato il 6 ottobre di quell’anno da Tremonti e Maroni, all’epoca titolari dell’Economia e dell’Interno.
E stabiliva un balzello aggiuntivo al costo base da 80 a 200 euro a seconda della lunghezza del permesso: 80 euro per quelli di durata inferiore o pari all’anno, 100 euro per una durata sopra all’anno e inferiore o pari a due anni, 200 euro per il lungo periodo.
Ebbene dopo il ricorso della Cgil nazionale e del patronato Inca Cgil – che hanno impugnato quel decreto nel febbraio 2012 – il Tar del Lazio si è finalmente espresso, il 24 maggio scorso.
Dicendo una cosa chiara: il contributo extra non è dovuto perchè illegittimo.
Per lo stesso motivo già messo nero su bianco dalla Corte di Giustizia Ue con sentenza del 2 settembre 2015: perchè è in contrasto con la normativa che prevede l’integrazione dei cittadini extracomunitari e perchè supera qualsiasi esborso chiesto dalla pubblica amministrazione italiana per documenti similari, come la carta di identità .
Il governo Monti aveva promesso di cancellare il balzello (e aveva creato anche un ministro ad hoc per l’integrazione Riccardi), ma poi non se n’è fatto nulla.
I rimborsi.
E dunque cosa succede oggi? Superata l’incredulità , dopo il tam tam partito sui social alla velocità della luce, molti immigrati si accingono a chiedere il rimborso.
“Abbiamo già raccolto 50mila domande e preparato le prime cause pilota da inoltrare al giudice ordinario”, racconta Morena Piccinini, presidente Inca Cgil. Ma quanto è ampia la platea degli interessati?
“Stimiamo si possa arrivare a 1 milione di immigrati regolari che in questi quattro anni hanno pagato molti soldi, non dovuti. Alcune famiglie hanno sborsato anche 2 mila euro in un anno, visto che spesso si tratta di nuclei numerosi e considerato pure che i permessi vengono concessi per durate brevi e poi rinnovati anche più volte nei dodici mesi, ogni volta gravati dal contributo”.
Se così fosse, l’esborso dell’erario non sarebbe cosa da poco.
Tra l’altro, la metà di questo gettito aggiuntivo va ad alimentare il Fondo rimpatri, istituito sempre dal decreto del 2011.
Con l’effetto paradossale degli immigrati regolari che di fatto finanziano il rimpatrio dei colleghi irregolari.
Anche con la cancellazione del balzello però, il permesso di soggiorno non sarà gratis. Continuerà a costare circa 80 euro.
Di questi, 30 euro e 46 centesimi rappresentano il contributo al poligrafico per la stampa, 30 euro vanno alle Poste (i pagamenti avvengono ai loro sportelli), 16 euro rappresentano la marca da bollo
Valentina Conte
(da “La Repubblica”)
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Maggio 26th, 2016 Riccardo Fucile
IN CINQUE NON HANNO PAGATO LE MULTE ARRETRATE… ORA IL RISCOSSORE GLI TAGLIA L’ASSEGNO
Sono una Casta, ma non per Equitalia.
Di fronte al Grande esattore pure i consiglieri regionali diventano comuni mortali.
Con i debiti da saldare e gli agguerriti creditori da placare.
In Calabria, evidentemente, i lauti stipendi degli eletti — che attualmente guadagnano dagli 8 ai 9mila euro al mese — non erano così alti da permettere loro di pagare le cartelle esattoriali per tempo.
E ora Equitalia ha pensato bene di scalfire il totem per eccellenza dei privilegi dei politici: il vitalizio. Che, tra molti pregi, ha il fastidioso difetto di non essere occultabile. È pubblico e i creditori possono aggredirlo rivolgendosi all’ente di riferimento, senza che i diretti interessati possano opporsi in alcun modo. Così è stato, infatti.
Negli ultimi due mesi, ben cinque ex consiglieri regionali calabresi hanno subìto il pignoramento della loro pensione speciale, in molti casi maturata dopo solo pochi anni di lavoro a Palazzo Campanella, sede del parlamentino regionale.
Gli omissis
I loro nomi sono riservati, coperti da una sfilza di omissis. Vige la privacy, ma non sulle cifre.
Ecco quindi che nelle disposizioni del Consiglio calabrese compare l’esatto ammontare dei debiti degli ex onorevoli. Uno di loro dovrà corrispondere per intero circa 31mila euro, attraverso una piccola trattenuta di 1/7 sull’assegno mensile, pari a 690 euro.
Non un grande sacrificio, conti alla mano, dal momento che il già consigliere in questione incamera un vitalizio di quasi 5mila euro al mese.
Meno complessa la situazione finanziaria degli altri quattro politici finiti nelle maglie di Equitalia.
Uno di loro dovrà estinguere, da qui ai prossimi anni, un debito di 17mila euro (ne guadagna 4.831 ogni 30 giorni); un altro sarà costretto a percepire una pensione decurtata fino a raggiungere gli 11mila (4.063). Equitalia non perdona.
Il vitalizio
Attualmente la Regione Calabria ha sul groppone il vitalizio di 138 ex consiglieri regionali. Niente a che fare con le pensioni normali. I politici di lungo corso, quelli che hanno occupato gli scranni di Palazzo Campanella per più legislature, arrivano a intascare un assegno superiore ai 7mila euro al mese.
È il caso dell’ex vicepresidente della giunta regionale e tra i più importanti esponenti del Pd regionale, Nicola Adamo (7.490 euro), del già europarlamentare Mario Pirillo (7.505) o anche dell’attuale consigliere per le questioni sanitarie del governatore Oliverio, Franco Pacenza (7.208).
Le meteore
Nemmeno le meteore se la passano male: chi in Consiglio c’è stato per soli 5 anni può comunque contare su un assegno non inferiore ai 2.200 euro.
Da ricevere per sempre e senza prescrizioni. Il vitalizio, infatti, è cumulabile, e chi ha continuato la propria carriera politica in altre istituzioni, dal Parlamento a Bruxelles, quando sarà il momento potrà percepire due pensioni, entrambe dorate.
Sarà così anche per Oliverio, che al termine del mandato porterà a casa l’assegno regionale oltre a quello maturato durante gli anni trascorsi alla Camera.
Sono gli ultimi fortunati. Nella scorsa legislatura il vitalizio è stato cancellato.
I consiglieri regionali in carica non lo percepiranno. E, a quel punto, Equitalia dovrà trovare altre strade per ottenere i suoi crediti.
Pietro Bellantoni
(da “La Stampa”)
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Maggio 26th, 2016 Riccardo Fucile
GLI ATTI RESTANO VALIDI MA ORA I CONSIGLIERI DI FORZA ITALIA E LEGA DOVRANNO RESTITUIRE MILIONI DI EURO… LA DENUNCIA DEI RADICALI HA PORTATO ALLA SENTENZA DEL CONSIGLIO DI STATO
La notizia è passata sotto silenzio, eppure è clamorosa: le elezioni regionali lombarde del 2010 sono
state azzerate dal Consiglio di Stato.
A causa delle firme false con cui era stato presentato il listino di Roberto Formigoni. Restano validi gli atti politici e amministrativi, ma ora i radicali di Marco Cappato chiedono indietro i soldi a Formigoni e ai consiglieri di Forza Italia e Lega.
Milioni di euro: le spese per la tornata elettorale, le indennità , le diarie, i vitalizi, le indennità di fine mandato, i rimborsi spese, i trattamenti di missione, le erogazioni per i gruppi consiliari, i rimborsi elettorali e, infine, il danno d’immagine subito dall’istituzione regionale, oltre alle spese legali sostenute dalla Regione per la difesa in giudizio.
Cappato, che con Lorenzo Lipparini denunciò Formigoni e i suoi per le firme false già prima delle elezioni del 2010, ora aspetta che la Corte di conti tiri le conseguenze economiche di quelle elezioni invalidate dal Consiglio di Stato nel 2015.
“Noi l’avevamo detto un mese prima delle urne”, ricorda Cappato (oggi candidato sindaco a Milano), “che le liste erano state presentate in modo del tutto illegale. Un mucchio di firme erano state fatte dalla stessa mano. Non ci hanno ascoltato. Cinque anni dopo, la giustizia amministrativa ci ha dato ragione e così pure il tribunale penale, che nel 2014 ha condannato in primo grado 5 persone responsabili di aver presentato liste con firme false. Così oggi è ufficiale: 10 milioni di italiani, in Lombardia, hanno votato per elezioni dichiarate nulle a causa delle firme false. Adesso devono pagare”.
Molti politici, di destra e di sinistra, sostengono che i radicali si appassionano ai cavilli giuridici. “Non sono cavilli”, replica Cappato. “La politica è rispetto delle regole. La certezza del processo elettorale è la precondizione della democrazia. Le regole non vanno interpretate, vanno applicate con il massimo rigore. E devono valere per tutti. Formigoni ci disse più o meno: ‘Che cosa volete voi? Io ho preso il 60 per cento dei voti e voi radicali neanche uno’. Come il Marchese del Grillo: ‘Io sono io e voi…’. Ma le regole devono essere uguali per tutti, devono valere anche per il più potente”.
Senza guardare se chi non rispetta le regole è di destra o di sinistra. “Certo, noi Radicali abbiamo chiesto il rispetto delle regole da parte della destra in Regione, ma anche della sinistra in Comune, a proposito dell’ineleggibilità di Giuseppe Sala”.
Nell’esposto-denuncia alla Procura della Corte dei conti, Cappato e Lipparini chiedono anche la restituzione delle spese legali sostenute dalla Regione nelle cause amministrative e civili contro i loro ricorsi.
“Sì, perchè Formigoni ha fatto pagare la Regione, ma si difendeva come candidato, non come presidente, dunque non poteva farlo a spese dell’istituzione”.
Gianni Barbacetto
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 26th, 2016 Riccardo Fucile
LA VICENDA ITALCITRUS SI CHIUDE CON LA CONDANNA DELL’EX PRESIDENTE DELLA REGIONE PER DANNO ERARIALE
Nel 2009 il reato fu dichiarato prescritto. La Corte dei Conti, invece, andò avanti e ieri è arrivata la sentenza definitiva della Cassazione che ha condannato l’ex governatore della Calabria Giuseppe Scopelliti per danno erariale: dovrà risarcire la pubblica amministrazione con 300mila euro.
La vicenda è quella dell’ex Italcitrus, un vecchio stabilimento per la trasformazione di agrumi che il Comune di Reggio, quando Scopelliti era sindaco, acquistò nel 2004 dall’imprenditore Emidio Francesco Falcone.
Due milioni e mezzo di euro per un capannone abbandonato e pieno di amianto dove Scopelliti voleva realizzare una sede Rai.
Erano gli anni della Reggio “da bere”, di un Comune capace di impegnare milioni di euro in feste e spettacoli.
Pagato il proprietario dell’ex Italcitrus, il Comune non riconvertì mai quei terreni e quel capannone. Non ci fu un utilizzo proficuo per la collettività , nonostante la necessità dell’acquisto fosse stata motivata per ospitare un fantomatico centro della Rai che non ha mai visto la luce.
Per i magistrati, quella di Scopelliti era risultata “l’azione trainante in tutta l’operazione”.
In primo grado l’ex governatore era stato condannato dalla Corte dei Conti della Calabria, nel 2009, a risarcire il danno con 697.511 euro perchè i giudici contabili avevano ritenuto che fosse stato corrisposto “un prezzo largamente superiore” al valore del bene immobiliare, oltre al fatto che era stato acquistato un bene “inutile rispetto all’interesse pubblico”.
In secondo grado nel 2014, invece, la Corte dei Conti sezione centrale aveva ridotto l’entità del risarcimento a 300mila euro dopo aver eliminato la prima voce di addebito per via “dell’incertezza del reale valore di mercato del complesso immobiliare, alla luce delle diverse stime espresse in più perizie”, e lasciando fermo invece il secondo motivo di addebito relativo alla inutilità dell’acquisto.
Per questo motivo era stata messa sotto ipoteca la casa coniugale di Scopelliti.
La vicenda dell’ex Italcitrus era scoppiata nel 2007, durante le elezioni comunali vinte dall’esponente di centrodestra.
All’epoca si era candidato a sindaco anche l’imprenditore Eduardo Lamberti Castronuovo, oggi assessore provinciale alla Cultura e alla Legalità .
Proprio Lamberti Castronuovo aveva sollevato la polemica sull’acquisto inopportuno dell’ex stabilimento di agrumi ed era stato querelato per diffamazione per aver inviato, durante la campagna elettorale, un opuscolo sulla vicenda a casa dei cittadini.
Lucio Musolino
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 26th, 2016 Riccardo Fucile
SENZA MANUTENZIONE “E’ TUTTA COLPA DEL TUBO”
«Comodo, no? Il tubo non può essere portato in tribunale. E allora diciamo che è tutta colpa del tubo e
la cattiva coscienza nazionale è salva. Una vecchia storia».
Ride amaro Franco Siccardi, docente di ingegneria idraulica a Genova e presidente della fondazione Cima (centro internazionale monitoraggio ambientale).
A guardare le foto di Firenze c’è il rischio di cadere in uno di quei «pezzi facili» di cui è piena la letteratura sull’Italia che va sott’acqua – per cause naturali e incuria umana, spesso per entrambe.
E allora diciamo subito che non ci troviamo in Sicilia, Calabria e Campania, dove da vent’anni non viene applicata la legge sul servizio idrico.
Non possiamo prendercela con un carrozzone pubblico di politici trombati da additare alla facile indignazione.
Non si può almanaccare sul profondo Sud che negli ultimi quindici anni non è riuscito a spendere 3,2 miliardi disponibili per nuovi depuratori.
Non siamo in quel grande pezzo d’Italia (40% della popolazione e 20% dei Comuni) che non depura gli scarichi fognari, tanto da meritarsi dall’Unione Europea una multa di 300 milioni l’anno.
«La Toscana – spiega Mauro Grassi, capo della task force di Palazzo Chigi sul servizio idrico – è all’avanguardia in Italia da ogni punto di vista: aziende, tariffe, riscossione, investimenti».
PUBBLICO E PRIVATI
Il servizio è gestito da Publiacqua, azienda costituita da 46 Comuni nel 2000 e nella quale, dieci anni fa, sono entrati al 40% colossi privati come Acea (Caltagirone-Comune di Roma), Suez Environnement (francese, numero 2 al mondo nel settore) e Monte dei Paschi.
Publiacqua rivendica performance che la collocano al top nel panorama nazionale: 60 euro pro capite di investimenti annui (la media nazionale è 35 e nei casi peggiori si scende a 15, nel Nord Europa si sale a 100), finanziate con tariffe adeguate (le più care d’Italia: troppo, sostengono i critici) e riscosse con efficienza, mentre gran parte del Paese registra tariffe «politiche» e tassi di morosità del 50% (al Sud anche oltre il 70%) tollerati per quieto vivere.
In questo contesto di efficienza aziendale, è sufficiente dire che «si è rotto un vecchio tubo», come sostiene la vulgata che si è diffusa ieri?
Il tubo che si è rotto ha il diametro di 70 centimetri, «dunque fa parte della condotta principale che gira attorno alla città umbertina, non lontano dall’acquedotto», dice Renzo Rosso, docente di costruzioni idrauliche al Politecnico di Milano e in passato a Firenze.
Dopo l’alluvione del 1966, tutti i tubi furono cambiati per il forte inquinamento prodotto dalla distruzione delle vasche di nafta.
Il tubo è di ghisa grigia, materiale molto diffuso all’epoca, ora desueto e sostituito da ghisa sferoidale (meno soggetta a corrosione), acciaio, plastica.
A quasi cinquant’anni un tubo di ghisa è vecchio al punto da rompersi così?
«No», dice Francesco Laio, che insegna ingegneria dell’ambiente al Politecnico di Torino. «I cedimenti dei metalli sono rari e si verificano presto. L’invecchiamento della ghisa esiste ma non tale da compromettere le caratteristiche strutturali. Ci possono essere incrostazioni o perdite dai giunti, ma una rottura sarebbe sorprendente».
TROPPI ANNI O POCHI?
Gli esperti concordano: non esiste una regola automatica che associa una certa età alla vetustà di una condotta.
La ghisa può resistere anche alcuni decenni in più, ma ad alcune condizioni. Prima: verifica e, se possibile, limitazione delle sollecitazioni meccaniche, che patisce. Una condotta sotto una strada trafficata rischia molto di più. Per dirla con la cruda metafora del professor Rosso: «Se poggi il piede sulla pancia di un bimbo non succede niente, se ci salti sopra ripetutamente lo ammazzi».
La seconda condizione è la manutenzione. E qui c’è l’altra voragine, fiorentina e nazionale, in un Paese che investe 1,8 miliardi l’anno nel sistema idrico, mentre ne servirebbero sei.
Dice il professor Siccardi: «Cercare le perdite è un servizio molto utile e antico, ma sempre meno praticato. Di notte gli operai degli acquedotti non devono dormire, ma girare le città come rabdomanti, con un sensore che evidenzia dove ci sono perdite. Quando si trovano, si rompe la strada e si tappa il buco. Se non lo fai, ti ritrovi a intervenire con le auto sprofondate».
Publiacqua monitora attraverso la pressione dell’acqua, senza controlli precisi e localizzati.
Ma così le piccole perdite non emergono e possono persistere indisturbate. Questo potrebbe essere accaduto sul Lungarno, dove la sperimentazione di un nuovo e più preciso sistema di sensori non è ancora arrivato.
La foto che evidenzia una vegetazione sull’argine più fitta e rigogliosa proprio nel punto della voragine non è decisiva, ma rende verosimile l’ipotesi di una perdita occulta e ignorata, non rilevata dai misuratori di portata per l’entità esigua ma tale da provocare, nel tempo, il collasso del materiale su cui era posato il tubo e la rottura fatale. Se scoperta in tempo da un operaio con un sensore, sarebbe stata risolta facilmente.
Anche così, nell’avanguardia delle performance, sprofonda l’Italia.
Giuseppe Salvaggiulo
(da “La Stampa”)
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Maggio 26th, 2016 Riccardo Fucile
OTTAVO GIORNO DI PROTESTA, GOVERNO NEL CAOS… VALLS: “MODIFICHE POSSIBILI”
Ottavo giorno di mobilitazione, il blocco delle raffinerie e dei depositi di carburante, da ieri lo sciopero anche in 19 centrali nucleari.
La riforma del lavoro rischia di paralizzare la Francia per le proteste dei lavoratori e dei sindacati. Così ora il governo va apparentemente in ordine sparso.
Da una parte c’è il premier Manuel Valls che a Bmf-Tv dice che se il ritiro della riforma “non è possibile”, ammette però che “possiamo sempre apportare delle modifiche, dei miglioramenti”: esclude modifiche all’articolo 2, il punto più controverso perchè prevede di far prevalere gli accordi aziendali su quelli di categoria per ferie e orari di lavoro.
E dall’altra parte c’è il ministro delle Finanze Michel Sapin, intervistato a una radio, che sostiene il contrario: “Forse bisognerà ritoccare l’articolo 2 su alcuni punti”.
Una situazione di imbarazzo dalla quale lo stesso Valls, ancora in diretta, è uscito ribadendo che “non toccheremo l’articolo 2″.
Il premier francese ha evocato la possibilità di “modifiche” e “miglioramenti”. Ma non ci sarà nessun ritiro della riforma. “Ritirare la riforma significherebbe impossibilità di governare — ha detto il capo del governo socialista — Questo Paese muore dell’impossibilità di riformarsi“.
Valls ha definito “irresponsabile” l’azione della Cgt, il principale sindacato francese alla guida delle proteste, garantendo che il governo continuerà nelle opere di sgombero delle istallazioni petrolifere e industriali bloccate dalle proteste.
Alla domanda se si potrà ricorrere a misure di precettazione in caso di forza maggiore, il primo ministro ha spiegato che “tutte le possibilità sono sul tavolo”.
Secondo Valls il progetto di legge verrà approvato quest’estate e non si può scartare la possibilità di ricorrere al voto di fiducia, proprio a causa delle spaccature interne al partito socialista. “Come si può pensare che io voglia minare il modello sociale francese?”.
Due giorni fa la Cgt aveva lanciato un appello al personale di Edf — il colosso energetico della Francia — a bloccare o rallentare la produzione nelle centrali nucleari, oggi, in occasione di un’ennesima mobilitazione.
“Ma siamo responsabili: non lasceremo l’Europa al buio”, assicura un sindacalista. Quanto alle raffinerie e ai depositi di carburante, il presidente Franà§ois Hollande ha garantito che “sarà fatto tutto il possibile per garantire l’approvvigionamento” di benzina.
“Il governo non ritirerà la riforma del lavoro. Il sindacato non detta le leggi di questo Paese” aveva rincarato Valls, sottolineando a chiare lettere che l’esecutivo non cederà al “ricatto”.
Secondo un sondaggio realizzato dall’Istituto Elabe per Bfm-Tv, 7 francesi su dieci vorrebbero il ritiro della contestata legge “per evitare la paralisi”.
Fino a ieri le immagini degli automobilisti in fila davanti ai benzinai per il terrore di rimanere a secco hanno dominato media e canali all news.
Intanto si moltiplicano gli interventi delle forze dell’ordine contro le barricate.
Ieri, all’alba, è avvenuto un nuovo assalto della police nationale a un deposito strategico bloccato da circa 80 militanti della Cgt a Douchy-les-Mines, nel nord del Paese. Una ventina di blindati con agenti in assetto antisommossa sono stati mobilitati per l’operazione, la terza del genere da due giorni.
Quasi contemporaneamente, i manifestanti hanno bloccato il Ponte di Normandia, che collega Le Havre — porto dove i blocchi si moltiplicano da giorni — a Honfleur.
La situazione è tesa, la penuria di carburante, dopo Nantes, Rennes e Le Havre, si avverte anche a Parigi.
Francis Duseux, presidente dell’Unione industrie petrolifere, sostiene che da due giorni sono intaccati gli stock di riserva.
Ai microfoni di Rmc, Duseux ha parlato di “situazione tesa” alla quale “contribuiscono anche i consumatori”. I quali, presi dal panico di restare a secco, hanno aumentato i consumi medi di tre-cinque volte.
Attualmente un benzinaio su tre lamenta una penuria parziale o totale, incluso a Parigi, dove c’è chi è rimasto anche un’ora in fila per fare il pieno.
Al caos benzina si aggiunge anche lo sciopero di due giorni indetto dai ferrovieri della Sncf, che incroceranno le braccia anche dal 31 maggio.
Atteso invece per il 2 giugno lo sciopero “illimitato” di metro e bus parigini (gestiti dalla Ratp), a cui seguirà dal giorno dopo quello dell’aviazione civile.
Il tutto a pochi giorni dal fischio d’inizio dell’Euro 2016.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 26th, 2016 Riccardo Fucile
VIA VIRUS, IN BILICO BALLARO’, UNA SERATA IN MENO PER PORTA A PORTA
Talk show completamente reinventati. Più vicini a quello che gli addetti ai lavori chiamano
“infotainment” che all’informazione pura.
Più brevi, magari divisi in una prima e una seconda serata molto diverse tra loro.
Sono questi i progetti della nuova Rai, quella che – il 28 giugno – presenterà la rivoluzione dei palinsesti.
A cambiare molto saranno soprattutto Rai2 e Rai3.
Rai1 preferisce affidarsi alla tradizione: rimane il salotto bianco di Bruno Vespa, anche se con una seconda serata in meno (saranno tre invece di quattro).
Rimangono i programmi che l'”infotainment” lo fanno già , da Uno Mattina a La Vita in diretta.
Sulla terza rete arriva invece un programma di approfondimento di mezz’ora, tra le otto e le nove di sera. Una sorta di Otto e mezzo in salsa Rai o anche – dice chi ha la memoria più lunga – un ritorno alla tradizione di cui facevano parte Il fatto di Enzo Biagi o La cartolina di Andrea Barbato.
Le novità sono in mano a Ilaria Dallatana e Daria Bignardi.
Chiamate da Campo Dall’Orto a ridisegnare Rai2 e Rai3 con mission molto diverse: la prima deve guardare ai giovani e sperimentare il più possibile.
È quello che ha annunciato lei stessa quando – confermando l’addio al Virus di Nicola Porro – ha detto che al suo posto ci sarà un programma che parte dalla vita vissuta.
E che quindi, sulla sua rete, i talk scomparirano.
La seconda ha il compito di trovare un nuovo modo di raccontare la realtà . Meno vintage, come ha detto lei stessa al primo giorno a viale Mazzini.
L’unico talk politico di Rai3 è Ballarò, ed è quello che rischia. “È un format che ha fatto il suo tempo”, dice chi lavora ai nuovi progetti.
E qui cominciano le incertezze. Perchè l’idea che tenta Antonio Campo Dall’Orto e Daria Bignardi è quella di abbandonare perfino il marchio per sostituirlo con qualcosa di completamente diverso.
Il problema non è la competizione con il Di Martedì di Giovanni Floris, che ha battuto l’anno scorso e che nella media di quest’anno supera sia per share che per spettatori.
Il punto è creare qualcosa che si smarchi e richiami un altro pubblico: tra i nomi più accreditati per condurre il nuovo format c’è Pif. Che non è solo un intrattenitore di Mtv, ma anche un regista e un autore impegnato, come ha dimostrato nel film La mafia uccide solo d’estate.
Massimo Giannini quest’anno è stato più volte attaccato dai parlamentari del Pd di fede renziana. Accusato di dare troppo spazio all’opposizione dei 5Stelle, di fare servizi troppo duri con il governo, di aver rappresentato troppo criticamente l’affaire Banca Etruria e il coinvolgimento del padre del ministro Maria Elena Boschi.
Ma non è detto che l’epilogo sia un addio alla Rai. Il direttore editoriale Carlo Verdelli è dalla sua parte. E i vertici non hanno dimostrato ostilità nei confronti del suo lavoro e della sua squadra.
A Rai3 ci saranno delle seconde serate di approfondimento giornalistico, una di queste potrebbe essergli offerta da Daria Bignardi già nei prossimi giorni.
L’ultima parola spetta però ad Antonio Campo Dall’Orto. Tutte le proposte dei direttori di rete passerano dal suo tavolo. Così come accadrà per i telegiornali, cui pure lavorerà la struttura di Carlo Verdelli.
La prima nomina dovrebbe essere quella del vicedirettore del Tg1 Fabrizio Ferragni a RaiParlamento. Le altre arriveranno a fine giugno, massimo inizio luglio.
Con Mario Orfeo pronto a restare e gli altri ad andar via. In tempo per la campagna referendaria sulle riforme.
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica”)
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Maggio 26th, 2016 Riccardo Fucile
SONO L’ORGOGLIO DELLA NOSTRA MARINA, HANNO SALVATO CENTINAIA DI PROFUGHI DOPO CHE IL BARCONE SI ERA ROVESCIATO: “LA SALVAGUARDIA DELLA VITA UMANA E’ SACRA”
Anche su una linea satellitare, la voce del capitano Francesco Iavazzo tradisce l’orgoglio per il suo
equipaggio.
Il comandante del pattugliatore d’altura “Bettica” e i suoi uomini hanno appena concluso la giornata della missione Mare Sicuro con un bilancio non comune: 540 vite strappate al Mediterraneo, una nuova prova della solidarietà italiana verso i più sfortunati.
Comandante, com’è andata? Come avete intercettato la barca dei migranti?
«Il comando ci aveva avvertito molto presto, indicandoci il punto dove fare rotta. Abbiamo intercettato la barca attorno alle 10».
E che cosa le si è presentato davanti?
«Un peschereccio di tredici metri, chiaramente troppo affollato».
Quante persone si possono caricare su una barca del genere?
«Non so quanto sia normale, so che da quella barca abbiamo recuperato 432 persone, cioè 341 uomini, 48 donne e 43 minori. Una decina erano bambini piccolissimi, di pochi mesi. In più, abbiamo recuperato cinque salme, anche se non posso escludere che ci siano altri annegati. Più tardi, da un gommone, ne abbiamo recuperate altre 108».
Com’è avvenuta l’operazione?
«La situazione richiedeva un intervento rapido. Abbiamo calato in mare i nostri gommoni, attrezzati di motori a idrogetto proprio per situazioni come questa, così da non correre il rischio che le eliche possano ferire le persone in mare. Prima di tutto abbiamo distribuito salvagenti, poi abbiamo cominciato il trasbordo».
Chi partecipava al salvataggio?
«In situazioni come questa ognuno fa la sua parte, abbiamo personale molto qualificato e anche l’assistenza di una ostetrica esterna ».
Che si fa quando le persone arrivano a bordo?
«Li rifocilliamo, con il classico tè caldo e la coperta. Ma ancora più importante è lo screening sanitario, in caso di necessità possiamo anche evacuare via elicottero chi avesse bisogno di cure urgenti».
Poi però la barca si è rovesciata. Come mai?
«Avevamo già recuperate 240 persone, tutte le donne e i bambini, ma quelli che erano rimasti sulla barca avevano paura, non stavano fermi. Il barcone rollava, lo spostamento di peso a bordo lo rendeva ancora più instabile. E alla fine si è capovolto».
Che cosa avete fatto allora?
«Ho fatto avvicinare la nave il più possibile, a un centinaio di metri, mentre i gommoni continuavano il lavoro di recupero. Dalla nave abbiamo buttato giù qualsiasi cosa galleggiasse, salvagenti individuali o collettivi, funi. Alcuni marinai si sono buttati fra le onde per aiutare i profughi, ne hanno preso qualcuno per i capelli. E a bordo soccorrevamo chi aveva bevuto, magari dandogli l’ossigeno».
Come stanno adesso i profughi?
«Abbastanza bene, direi. Nella tragedia, abbiamo la piccola consolazione di aver salvato tutti i bambini. Ora sono lì, contenti, con in mano gli orsacchiotti che i miei marinai hanno tirato fuori chissà da dove. Ho visto una bambina piccolissima che ne stringeva uno bianco più grande di lei».
È in grado di dire la provenienza dei migranti?
«La barca era salpata con tutta probabilità dalla Libia. I passeggeri, a giudicare dall’aspetto, sembrano maghrebini o siriani. Ma a bordo non abbiamo un mediatore culturale, comunicare non è facile».
Dove li portate?
«Siamo diretti verso la Sicilia, a porto Empedocle ».
E i suoi marinai, che bilancio fanno della giornata?
«Il lavoro dei militari, dei marinai specialmente, non si fa pensando al contratto. E in mare la salvaguardia della vita umana è qualcosa di sacro».
(da “La Repubblica“)
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Maggio 26th, 2016 Riccardo Fucile
INDUBBIO SUCCESSO DI RENZI: “CON NOI IL 2 GIUGNO”… PER LA DURATA DEL PROCEDIMENTO ARBITRALE I DUE MARO’ RESTERANNO IN ITALIA IN ATTESA DELLA SENTENZA
La Corte Suprema indiana ha accettato di rendere immediatamente esecutivo l’ordine del Tribunale arbitrale internazionale dell’Aja di far rientrare in Italia il fuciliere di Marina Salvatore Girone per tutta la durata del procedimento arbitrale. Lo ha deciso una ‘sezione feriale’ della Corte di New Delhi riunitasi oggi.
“Confermiamo la nostra amicizia per l’India, il suo popolo, il suo governo. E diamo il benvenuto al marò Girone che sarà con noi il 2 giugno”, ha scritto subito dopo la notizia il premier Matteo Renzi in un tweet.
Stessa cosa ha fatto il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni: “Girone torna in italia. Premiato impegno governo con sostegno Parlamento. Sempre al lavoro per affermare ragioni dei nostri due fucilieri”, ha scritto su Twitter
Anche la ministra della Difesa, Roberta Pinotti, ha affidato alla Rete la sua soddisfazione: “La Corte suprema indiana ha deciso: finalmente il marò Girone potrà tornare a casa. L’ho sentito al telefono, siamo felici e soddisfatti”, mentre il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ha commentato: “È una giornata di grande soddisfazione, il governo questa volta ha fatto le cose per bene”. E lancia una frecciata al precedente esecutivo: il risultato, dice “è anche la prova, e non ci vuole uno scienziato per comprenderlo, che visto che tutto si è risolto, le cose adesso sono state fatte meglio di come erano state fatte prima”.
Subito a casa. Girone potrà fin dai prossimi giorni tornare in patria e sarà accompagnato dal generale Carmine Masiello, consigliere militare di Palazzo Chigi e dall’ambasciatore italiano in India, Lorenzo Angeloni.
La conferma dei tempi rpidi arriva dall’avvocato Diljeet Titus, che guida il team legale indiano, dall’uscita dell’udienza della Corte Suprema a New Delhi.”Già oggi depositeremo alla Corte un nuovo undertaking (garanzia scritta firmata dall’ambasciatore a nome del governo italiano) – ha spiegato – e poi domani avvieremo le pratiche per il rimpatrio”.
Le procedure prevedono in particolare che i legali di marò si rechino all’Ufficio per la registrazione degli stranieri (Frro) per chiedere il permesso di residenza e il visto in uscita.
Il governo indiano dovrà quindi informare le autorità aeroportuali di New Delhi (Migrazioni e Polizia) della decisione che autorizza l’espatrio di Girone.
Moglie modifica stato su WhatsApp.
“Felicissima!!!Finalmente insieme!!”. Così Vania Ardito, moglie di Girone, ha modificato il proprio stato su WhatsApp, dopo la notizia. Al suo stato Vania Ardito aggiunge anche la emoticon di una famiglia: un uomo, una donna e due bambini, proprio come il proprio nucleo famigliare.
La soddisfazione del governo.
Grande la soddisfazione della Farnesina, che negli ultimi giorni aveva intensificato il pressing, affinche i tempi del ritorno fossero brevi .
Italia e India, dopo una lunga trattativa che ha visto anche momenti di tensione, “hanno cooperato nelle ultime settimane per definire le condizioni e le modalità del rientro e della permanenza nel nostro Paese del marò, in pendenza della procedura arbitrale sul caso della Enrica Lexie.
Il governo, nell’attesa di accogliere finalmente in patria Girone, rinnova l’impegno a conformarsi alle condizioni e modalità stabilite dalla Corte Suprema indiana”, si legge in una nota del ministero degli Esteri.
“La decisione odierna è un risultato importante che riconosce l’impegno intrapreso dal governo italiano con il ricorso all`arbitrato internazionale per far valere le ragioni dei nostri due fucilieri di Marina. Con lo stesso impegno l’Italia si presenterà ai prossimi passaggi previsti dal procedimento arbitrale”, prosegue la nota.
Garanzia scritta.
La decisione della Corte Suprema non è, però, senza condizioni: i giudici hanno chiesto ai legali del fuciliere di depositare una nuova garanzia scritta dell’Italia in cui ci si impegna a far rientrare il marò entro un mese dall’eventuale decisione favorevole all’India sulla giurisdizione da parte del tribunale arbitrale dell’Aja.
La svolta.
Il 29 aprile scorso il tribunale arbitrale dell’Aja aveva autorizzato il rientro in Italia del fuciliere della Marina fino alla conclusione del procedimento arbitrale, avviato dal governo, sulla vicenda dei due marò (Girone, appunto, e Massimiliano Latorre, già in Italia con un permesso speciale per gravi motivi di salute, a cui è stato concesso a fine aprile da un tribunale indiano di restare in patria almeno fino al 30 settembre) accusati dall’india di aver ucciso due pescatori ala largo delle sue coste nel 2012.
La compagna di Latorre, Paola Moschetti, riferisce la gioia del marò per le sorti del cololega: “Massimiliano è felice, anche ieri su Facebook, nel post pubblicato in occasione del suo compleanno, aveva ribadito il grande desiderio che Girone rientrasse in Italia”.
Le reazioni.
“Finalmente la notizia che attendevamo da quattro anni. La tua Puglia ti aspetta Salvatore!”, ha scritto su Twitter il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano.
Come lui, anche il sindaco di Bari non vede l’ora di riabbracciare il fuciliere: “È una bella giornata. Ti aspettiamo Salvatore. Qui c’è il sole”, ha scritto Antonio Decaro.
(da “La Repubblica”)
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