Giugno 8th, 2016 Riccardo Fucile
LE 1.100 LISTE CIVICHE CHE HANNO FATTO ELEGGERE UN SINDACO
Pd e M5s non si troveranno mai d’accordo su chi ha vinto le elezioni amministrative di domenica. 
In oltre 1100 Comuni, infatti, a vincere è stato un candidato di una lista civica. Magari camuffata, la cui ispirazione (di destra o di sinistra) è chiara fin dal nome e dal simbolo: “Civita Democratica” con i colori del Pd, “Forza Civita” con l’azzurro libertà ”.
Liste civiche finte, magari, ma che confondono i contorni già poco chiari di un Paese quasi balcanizzato, nel quale la situazione politica di ciascuno delle 1342 città e paesi che sono andati al voto cambia già rispetto al Comune confinante.
Ilfattoquotidiano.it, con tutte le difficoltà del caso che danno diritto a un minuscolo margine d’errore, ha cercato di dare una carta d’identità alle varie amministrazioni che si insedieranno già dopo il primo turno, sia pure dentro un quadro dipinto quasi con il puntinismo
Lo scontro Pd-M5s: “Abbiamo vinto noi”, “Macchè”
Sei italiani su 10, tra quelli intervistati in un sondaggio dell’istituto Piepoli per la Stampa, il vincitore delle Comunali è stato il Movimento Cinque Stelle.
Beppe Grillo e Lorenzo Guerini litigano sui voti assoluti.
Secondo il leader dei Cinquestelle, il Movimento ha raccolto 956.552 voti e quindi è il primo partito davanti al Pd che ne avrebbe 953.674.
Il vicesegretario del Pd risponde l’istituto Cattaneo ma limitandosi “ai Comuni capoluogo e superiori”: “Il Partito democratico prende 940.348 voti, mentre il M5s 866.793″.
Sempre per Grillo i Comuni con un sindaco del Pd sono “appena 18″, mentre Matteo Renzi ha rivendicato che “al primo turno abbiamo portato a casa quasi mille sindaci”. Nonostante la diversità di periodi e situazioni Istituto Cattaneo e Ipr Marketing hanno cercato di disegnare almeno i flussi di voto rispetto alle Politiche 2013 (quelle della non vittoria di Bersani) e alle Europee 2014 (quelle del 40 per cento del Pd). L’aggravante ulteriore è che i Cinquestelle hanno presentato candidati sindaco solo in un quinto dei Comuni.
Il Paese sbriciolato nelle fazioni infinite
Ma ci sono due aspetti che rendono impossibile mettere d’accordo Pd e M5s (e tutti gli altri) su come sono andate le elezioni comunali.
Primo, le Comunali 2016 compongono un sistema dipinto quasi con il puntinismo, dove ciascuno delle 1342 città o paesi presenta una situazione diversa da quello confinante.
Una specie di balcanizzazione dovuta no solo alla tripolarizzazione del sistema politico nazionale (Pd, M5s, centrodestra), ma anche alle alleanze variabili a livello locale soprattutto per la litigiosità delle coalizioni di centrodestra e centrosinistra e la disinvoltura delle alleanze di alcune forze politiche.
Ilfattoquotidiano.it ha contato 28 combinazioni diverse negli oltre 120 ballottaggi (126) che chiuderanno la tornata elettorale il 19 giugno: Pd-M5s, Pd-centrodestra, centrosinistra-centrodestra, centrosinistra-M5s fino alle più improbabili come Psi contro Sel (a Monserrato in Sardegna), Udc e Sel insieme contro una lista civica (San Giorgio Ionico in Puglia), Fratelli d’Italia contro Forza Italia (Isernia, Molise). E poi M5s contro liste civiche, Lega Nord contro liste civiche, Pd contro liste civiche, centrodestra o centrosinistra contro liste civiche.
L’esercito sterminato delle liste civiche
Già , le liste civiche: ecco il secondo punto. In oltre 1100 casi (1105 su 1342) non è stato un candidato dichiaratamente sostenuto dai partiti nazionali a diventare sindaco. Di molte di quelle liste è chiara l’ispirazione: “Insieme per Civita”, “Civita democratica”, “Unione per Civita” da una parte, “Forza Civita”, “Fratelli di Civita”, “Civita Libera” dall’altra. Ma non esce fuori nè il nome del Pd nè quello di Forza Italia.
Si tratta di una prassi che non hanno invece nè il Movimento Cinque Stelle nè la Lega Nord che anche nei paesi più piccoli — se non minuscoli — propongono i nomi del loro partiti in modo dichiarato.
Quindi ilfattoquotidiano.it ha scelto questo metodo: assegnare le vittorie a chi ha avuto davvero il simbolo in campo. La presidente della commissione Antimafia Rosy Bindi aveva spiegato prima delle elezioni che “è la politica che ora deve metterci la faccia. I partiti nazionali non hanno esibito i propri simboli, si sono ‘nascosti’ nelle liste civiche, a volte anche in modo innaturale, con centrodestra e centrosinistra che si sono trovati insieme”.
In certi casi – come quello di Gaggio Montano, raccontato dal fatto.it – può esserci dietro uno spirito di comunità , in molti altri il rischio è quello paventato dalla Bindi cioè che le liste “mascherate” possano essere un varco per chi ha intenzioni meno nobili. Resta da capire se sia per coincidenza oppure no che tutti gli impresentabili di questa tornata elettorale, indicati dall’Antimafia, erano in liste civiche.
Le liste civiche del Pd
Per questo ora il Pd si arrabbia e rivendica per sè successi che sulla carta non ci sono, ma nelle urne — in potenza — magari sì.
A Milano, per dire, la lista Noi, Milano, la più vicina al candidato a sindaco Beppe Sala, ha raccolto 38mila voti, oltre il 7 per cento, ed è inevitabile che in un appuntamento elettorale diverso (come le Politiche) quei voti prendano la direzione del Pd.
Lo stesso può valere per il 4 per cento e i 15mila voti di Per Fassino a Torino o l’altro 4 per cento e 48mila voti di RomatornaRoma — la lista di Giachetti — che peraltro non raddrizzano il crollo del Pd nella Capitale.
E lo stesso — e di più — avviene al livello di paesi piccoli, un’abitudine che hanno anche i partiti delle destre.
L’esempio plastico è quello di Salerno, dove il partito ha deciso di non presentare il proprio simbolo inserendo i candidati in due liste civiche che “tradizionalmente” hanno sostenuto l’era quasi geologica di Vincenzo De Luca e che ora hanno sparato sulla poltrona di sindaco Vincenzo Napoli.
In tutto Progressisti per Salerno e Salerno per i giovani hanno preso il 38 per cento dei voti, cioè 28mila voti. A essere fiscali, insomma, sarebbe la vittoria numero 1106 delle liste civiche.
Ma in questo caso appare chiaro che non si può non parlare di una vittoria del Pd.
Per il resto il Partito democratico ha eletto sindaci in altri 17 Comuni: Francavilla in Abruzzo, Ripacandida e San Chirico Raparo in Basilicata, Cassano allo Ionio, Filadelfia e Spezzano della Sila in Calabria, Capua, San Sebastiano al Vesuvio e Villaricca in Campania, Malnate in Lombardia, Rimini in Romagna, Muggia nella Venezia Giulia, Chiusi in Toscana, Città di Castello in Umbria, Barrafranca, Calascibetta e Terrasini in Sicilia.
Poi però ci sono altre 10 città o paesi che il Pd ha conquistato al primo turno dentro una coalizione di centrosinistra, quella conosciuta fino all’avvento di Matteo Renzi come capo del partito. La vecchia Unione, insomma, o Italia Bene Comune ha vinto a Grottole in Basilicata, Felino e San Martino in Rio in Emilia, Norma in Lazio, Cassano D’Adda e Dairago in Lombardia, Montignoso in Toscana, San Pancrazio Salentino in Puglia, Cagliari e Capoterra in Sardegna.
In Lombardia i sindaci leghisti al primo turno sono stati 14, in Veneto i successi del Carroccio sono stati invece 10, a cui vanno aggiunte le bandierine fissate in Friuli, Liguria e Piemonte. Il totale è 27.
Il centrodestra unito, dunque, vince in 38 Comuni, 23 dei quali in Lombardia, a sottolineare come il Carroccio non abbia sfondato, abbia ancora difficoltà a Milano (dove viene doppiata da Forza Italia) e nel resto della provincia.
Gli altri successi del centrodestra in assetto compatto sono stati in Calabria (1), Emilia Romagna (5, da Finale Emilia a Busseto passando per 3 paesi del Piacentino), Friuli Venezia Giulia (2), Liguria (1), Marche (1) e Veneto (5, tra queste Montebelluna). Sempre in quest’area politica, ma con successi solitari, si segnalano i casi dell’Udc che elegge un suo candidato a Carbonate in Lombardia, di Fratelli d’Italia che fa lo stesso a Rosazza in Piemonte, di Fare! di Flavio Tosi ad Arcole in Veneto e di Forza Italia ad Albignasego, sempre in Veneto.
I ballottaggi: il Pd ha 69 match point, il M5s 20
Infine il Movimento Cinque Stelle, questo è già noto, ha conquistato al primo turno 4 Comuni: Fossombrone nelle Marche, Dorgali in Sardegna, Grammichele in Sicilia e Vigonovo in Veneto.
Poi c’è tutta la partita dei ballottaggi che va oltre le sfide delle sei città capoluogo di Regione che non hanno ancora eletto il primo cittadino (Torino, Milano, Trieste, Bologna, Roma e Napoli).
Nelle sfide finali il Pd compare 69 volte, il M5s 20, il centrosinistra 14, il centrodestra oltre 40 e poi in solitaria la Lega Nord 13 volte, Forza Italia 6, Sel, Sinistra Italiana e le altre innumerevoli denominazioni di quest’area politica 8 volte, l’Udc e il centro 6, il Psi e i Fratelli d’Italia 3 volte.
Inciso: il fatto che la coalizione di centrosinistra sia presente solo 14 volte e quella del centrodestra oltre 40, a fronte di una presenza massiccia dei democratici e relativamente modesta della Lega, la dice lunga sulla diversità di assetto delle alleanze (e del loro stato di salute) tra l’area intorno al Pd e quella di Fi-Lega-Fdi.
Civiche fino in fondo
In 37 Comuni al ballottaggio andrà una lista civica e in 8 casi si tratterà di uno scontro tra civiche.
Curiosità , in 3 paesi sotto i 15mila abitanti si dovrà votare di nuovo in un ballottaggio perchè al primo turno è finita in parità : a Civita D’Antonio (Abruzzo) è terminata 351-351, a Ortucchio (sempre Abruzzo) 636 pari, a Casina (Emilia Romagna) 1164 pari tra due civiche.
In caso di ulteriore parità sarà eletto il più anziano. In 5 Comuni, infine, arriverà il commissario perchè si è presentata una sola lista e non è stato raggiunto il quorum di votanti del 50 per cento: Fraine in Abruzzo, Petrizzi in Calabria, Nimis in Friuli, Cicagna in Liguria, Fornovo San Giovanni in Lombardia.
Diego Pretini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 8th, 2016 Riccardo Fucile
ORA NON SONO PIU’ CONTRARI… RAGGI: “VALUTEREMO”, DI BATTISTA: “NON CI OPPORREMO ALL’ITER”…E ANCHE IL NUOVO STADIO DIVENTA “UN PROGETTO IMPORTANTE”
“Un referendum sulle Olimpiadi? Questo lo valuteremo”. Sono concilianti i toni di Virginia Raggi, la candidata del M5s in corsa per il Campidoglio, sul tema della candidatura di Roma ai Giochi del 2024, soprattutto all’indomani della presa di posizione di Totti che ieri nel corso di un’intervista si era schierato apertamente a favore.
L’avvocatessa pentastellata ospite di Agorà ribadisce però che in tre mesi di campagna elettorale “non c’è mai stato un romano che mi abbia chiesto quale sia la mia idea sulle Olimpiadi” e che “oggi occorre pensare all’ordinario: i trasporti, i rifiuti, le scuole e gli impianti sportivi comunali che cadono a pezzi. Poi si potra’ pensare allo straordinario come le Olimpiadi”.
E sempre in tema di sport ha aggiunto: “lo stadio della Roma è un progetto molto importante, così come sarebbe auspicabile uno stadio della Lazio. Purchè rispettino i limiti di legge”.
Una battuta anche sulla composizione della giunta comunale, in caso di vittoria: “la presenteremo in blocco la settimana prossima”. Sui nomi circolati sui giornali in questi giorni, infine, ha commentato: “non li confermo nè li smentisco”.
E’ corso ai ripari anche Alessandro Di Battista: «L’iter delle Olimpiadi è già iniziato e noi non lo interromperemo – ha precisato ieri ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo, su La7 – anche se non è ancora successo che Roma abbia vinto la candidatura».
Insomma dal No al Ni, pronti a dire Si.
(da agenzie)
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Giugno 8th, 2016 Riccardo Fucile
“FALSO CHE I MIGRANTI RUBANO LAVORO AI GIOVANI”… “GLI IMMIGRATI VERSANO OGNI ANNO ALL’INPS 8 MILIARDI E NE RICEVONO 3″…. “GRAZIE A QUELLI CHE NON RISCUOTERANNO MAI LA PENSIONE, CONTRIBUISCONO ALL’1% DEL PIL NAZIONALE”
Una riforma del sistema pensionistico lunga 40 anni, vitalizi e pensioni d’oro, scarsa informazione e
mancanza di un vero programma nazionale di lotta alla povertà . Il presidente dell’Inps Tito Boeri, nel colloquio con Tonia Mastrobuoni al Festival di Repubblica delle idee, spara a zero sul sistema pensionistico italiano e sulle riforme che si susseguono ciclicamente per tamponare le iniquità emerse dopo la legge Dini del 1995, col passaggio dal modello retributivo a quello contributivo.
Una riforma, come sottolinea Mastrobuoni, indispensabile per rendere il sistema più sostenibile, visto il miglioramento dell’aspettativa di vita e al tempo stesso l’uscita dal mondo del lavoro molto presto.
“La precarizzazione del lavoro, la diminuzione del tasso di sostituzione, vitalizi e pensioni d’oro, rendono questo sistema solido ma iniquo” sottolinea la giornalista. “Come fare per renderlo meno iniquo?”.
Una riforma lunga 40 anni.
Boeri non ha la bacchetta magica per risolvere in tempi brevi il problema ma l’analisi è spietata: “Il passaggio dal calcolo della pensione basato sulla contribuzione e non sulla retribuzione a fine carriera è avvenuto con una riforma, quella del 1995, che ha richiesto una transizione troppo lunga che terminerà nel 2032 (40 anni) mentre in Svezia, dove è stata fatta una riforma dello stesso tipo ci sono voluti solo 10 anni”.
In questo lasso di tempo sono stati necessari aggiustamenti automatici, leggi, “uno stillicidio”, lo definisce Boeri.
“Non solo, la riforma ha portato a una situazione di stridente iniquità sociale, di constrasto, con categorie che godono di un trattamento pensionistico ad hoc, per effetto di scelte politiche e della maggiore forza di alcuni contratti collettivi nazionali. Abbiamo già sottolineato come prefetti, militari, lavoratori del settore dei trasporti e delle telecomunicazioni godano di trattamenti migliori”.
La preoccupazione di Boeri è che questo sistema, se non ci si mette mano, crei non solo una iniquità finanziaria ed economica ma soprattutto sociale, perchè il sistema pensionistico si fonda su un patto generazionale in cui i giovani pagano le pensioni a chi esce dal mondo del lavoro.
“Se il sistema viene avvertito come iniquo non regge” continua il numero uno dell’Inps. “Ridurre di poco le pensioni più alte può aiutare a ridurre questa iniquità “.
L’informazione mancata.
Boeri punta il dito contro l’assoluta mancanza di informazione in un passaggio così delicato e fondamentale nella vita degli italiani come quello di 20 anni fa.
“C’è stato un motivo politico per cui non è stata fatta una campagna informativa perchè se le persone si fossero rese conto che il vecchio sistema era più generoso, non avrebbero votato la forza politica al potere in quel momento e che ha reso possibile l’entrata in vigore della nuova legge”.
Ma Boeri non si arrende: “Ci siamo resi conto di questa mancanza di consapevolezza con l’invio delle tanto criticate buste arancioni: la gente ha scarsa consapevolezza del sistema pensionistico, perciò vorremmo fare ora quella campagna che doveva essere fatta venti anni fa”.
I vitalizi col contributivo valgono la metà .
Un argomento scottante quello delle buste arancioni, su cui Boeri è voluto tornare, riprendendo anche la polemica scoppiata a seguito della sua affermazione sui vitalizi dei parlamentari che per essere giusti, sulla base dei contributi versati, dovrebbero essere dimezzati.
“Chi parla male delle buste arancioni non le ha mai ricevute e mai le riceverà perchè si tratta di politici, il cui trattamento pensionistico non è gestito dall’Inps. Siamo stati criticati perchè abbiamo affermato che i vitalizi, sulla base dei nostri calcoli basati sul modello contributivo, varrebbero la metà . A chiederci il nostro parere è stata la commissione parlamentare: per noi i politici si sono concessi trattamenti pensionistici più generosi di qualsiasi altra categoria lavorativa”.
Il presidente dell’istituto si è anche reso disponibile a certificare il calcolo delle pensioni dei parlamentari, invitandoli a farne richiesta: “Non è venuto nessuno!” ha detto Boeri, scatenando un applauso. Dimezzando i vitalizi ci sarebbe un risparmio per le casse dello Stato di 200 milioni di euro l’anno, pari all’ammontare dei sussidi ai disoccupati erogati nel 2015.
Manca piano anti-povertà .
Il sostegno ai disoccupati, soprattutto over 55 e giovani, e la mancanza di un concreto piano contro la povertà sono i tasti dolenti del welfare italiano. “Si parla di pensioni minime troppo basse ma prima di dirlo bisogna considerare il reddito complessivo lordo e da quando vengono percepite” spiega Boeri, che per spiegare meglio la situazione fa notare che negli anni della crisi il numero di persone povere è aumentato nella fascia d’età 55-65 anni e tra i giovani, mentre è rimasto stabile tra gli over 65.
“Il vero dramma è quello degli esodati che non possono contare su uno zoccolo duro di protezione dalla perdita del lavoro. Per far fronte a questo problema avevamo proposto al governo l’introduzione nel disegno di legge delega per il contrasto alla povertà di un reddito minimo per le famiglie con un 55enne che ha perso il lavoro. Sembrava di essere sulla strada buona ma dall’inizio dell’anno a oggi è ancora tutto fermo, per cui sto diventando scettico che il progetto venga realizzato”.
Mastrobuoni sottolinea come in Italia sia parli poco di povertà , soprattutto rispetto ad altri Paesi europei.
“Da noi solo il 3% dei trasferimenti inidirizzati al sociale è destinato al 10% della popolazione più povera” spiega Boeri. “In Europa siamo rimasti i soli a non avere un vero piano di contrasto alla povertà , persino la Grecia ne ha uno. In Italia ci sono solo iniziative di singoli Comuni ma questo non basta, serve una legge. Noi ci siamo candidati a gestirlo ma è dal centro che deve venire il finanziamento”.
I migranti sono una risorsa.
La giornalista lo incalza con domande che riguardano un tema di grande attualità , quello dei migranti e la strumentalizzazione che le destre populiste in Italia e in Europa ne fanno in termini di ricaduta sociale e lavorativa: “La destra cavalca la tesi del turismo sociale, cioè che i migranti approfittano del sistema dei Paesi in cui arrivano, è vero?”
Per Boeri, dati alla mano, si tratta di una percezione sbagliata: “Gli immigrati versano ogni anno nelle casse della sicurezza sociale dell’Inps 8 miliardi e ne ricevono 3, quindi il saldo per noi è più che positivo, non è vero che drenano le nostre risorse. Anzi. Spesso versano i contributi ma per una serie di motivi poi non riscuotono la pensione per cui il loro ‘dono’, perchè di questo si tratta, è pari a un punto del pil”.
Per l’economista favorire la mobilità dei giovani e dei migranti in Europa, soprattutto ora che la forbice delle differenze occupazionali tra un Paese e l’altro si è allargata, sarebbe la soluzione per riportare in equilibrio il mondo del lavoro.
“Invece al contrario si stanno alzando barriere” commenta Boeri. “Abbiamo anche proposto di creare in Europa un numero unico di sicurezza sociale, come avviene negli Stati Uniti, in modo da poter controllare che chi riceve sussidi di disoccupazione in un Paese non lavori in un altro, e in tal caso, togliere il sussidio. Questo sarebbe un primo importante passo verso la libera circolazione dei lavoratori”.
E sulla possibilità della gestione del sussidio di disoccupazione a livello europeo Boeri si dice scettico: “Sarebbe un sogno, bisogna essere realistici. Però si potrebbe inserire un meccanismo per cui se un Paese attua delle riforme indicate dalla Ue possa poi avere accesso all’estensione del tempo di fruizione del sussidio durante le crisi economiche, come avviene già in alcuni Stati Usa”.
I migranti non tolgono lavoro ai giovani.
Boeri invita tutti a usare il simulatore dell’Inps per il calcolo della pensione, a partire dai giovani che devono dimenticare il modello dei genitori: “Oggi è importante quanto si versa all’inizio e non quanto si guadagna alla fine della carriera” dice il presidente Inps. “Purtroppo i dati sulla disoccupazione e sull’emigrazione giovanile non sono incoraggianti. Preoccupante è anche il fatto che spesso laureati italiani invece di restare qui preferiscono andare a Londra a fare i camerieri perchè così guadagnano di più che a fare i ricercatori in Italia. Questo è uno spreco di risorse e competenze. Nè il problema si risolve con l’aiuto economico della famiglia. Occorre cambiare le regole di ingresso nel mondo del lavoro e assicurare una maggiore mobilità in Italia”.
E smentisce l’idea che i migranti tolgano lavoro ai giovani: “Le tensioni all’ingresso si possono verificare ma nei lavori meno qualificati e non è il caso dei giovani, che invece sono qualificati. Semmai il problema è quello dell’integrazione sociale che va gestito. I giovani hanno avuto problemi nel 2011 quando la legge Fornero ha imposto alle imprese il blocco all’uscita: da uno studio che abbiamo fatto nelle aziende con il blocco delle uscite dei lavoratori non si sono assunti giovani, al contrario di quelle in cui invece i blocchi non ci sono stati”.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 8th, 2016 Riccardo Fucile
UN’ORDINANZA DEL TRIBUNALE DI MILANO RIAPRE LA POSSIBILITA’ DI ACCOGLIENZA
Sei povero? Hai diritto a essere accolto in Italia. Cita la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo il giudice del Tribunale di Milano Federico Salmeri a sostegno dell’ordinanza con cui concede a un ventiquattrenne del Gambia il permesso di soggiorno in virtù della protezione umanitaria.
Permesso che era stato rifiutato dalla Commissione territoriale. «Ogni individuo ha il diritto a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, alle cure mediche e ai servizi sociali essenziali».
Un principio tanto semplice quanto rivoluzionario: la povertà è condizione sufficiente a restare, alla stregua di guerre e persecuzioni
Un’ordinanza che da Milano rimbalza tra gli operatori umanitari di Lampedusa, offrendo uno spiraglio ai cosiddetti migranti economici, per i quali finora sono fioccati i respingimenti.
Cosa di cui il giudice (della prima sezione civile) è pienamente consapevole.
Non importa – scrive – che quest’interpretazione apra al rischio di un riconoscimento di massa della protezione umanitaria.
«Si badi infatti – spiega – che il riconoscimento di un diritto fondamentale non può dipendere dal numero di soggetti cui quel diritto viene riconosciuto. Per sua natura, un diritto universale non è a numero chiuso»
Così il giovane gambiano ha diritto a restare in Italia regolarmente. Anche se il tribunale non ha creduto alla storia che lui ha raccontato, quella di essere perseguitato nel suo Paese per motivi politici, in quanto militante del partito antigovernativo Udp. Però, obietta il giudice, anche se il ragazzo non è a rischio per la guerra, è a rischio per la fame.
Proprio in virtù di questo, Salmeri non gli riconosce nè lo status di rifugiato (rivolto a chi subisce atti di persecuzione per motivi di razza, religione, nazionalità , appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinione politica) nè lo status di protezione sussidiaria, che si concede a chi – rientrando nel proprio Paese – rischi di essere condannato a morte, torturato o coinvolto in una guerra.
No, quel giovane deve essere accolto semplicemente perchè in Gambia c’è una povertà tale da esporlo a una condizione di «vulnerabilità », parola citata in diverse pronunce della Corte di Cassazione: l’aspettativa di vita è di 59,4 anni (in Italia 82), il Pil pro capite di 1600 dollari (in Italia 35 mila), esiste una «stagione della fame» che dura ogni anno da due a quattro mesi.
E chi, tra i disperati sui barconi non è vulnerabile? Quale madre incinta? Quale padre senza cibo da dare ai figli? Quale bambino solo?
Il fatto stesso che si mettano in viaggio, dice il giudice, dimostra che non hanno altra possibilità .
«Apparirebbe infatti contraddittoria e inverosimile – obietta il giudice – la scelta del ricorrente di percorrere un viaggio così tanto lungo, incerto e rischioso per la propria vita, se nel Paese di origine godesse di condizioni di vita sopra la soglia di accettabilità ».
Il rimpatrio? «Lo porrebbe in una situazione di estrema difficoltà economica e sociale, imponendogli condizioni di vita del tutto inadeguate, in spregio agli obblighi di solidarietà nazionale e internazionale».
Laura Anello
(da “La Stampa”)
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