Giugno 14th, 2016 Riccardo Fucile
“OGGI I POLITICI MOSSI SOLO DA INTERESSI PERSONALI”…”ATTORNO A SILVIO SOLO PECORE CON LE ZANNE”… “OGGI CI SONO FINTI LEADER FATTI SOLO DI TV E INTERNET”
“Un amico, un generoso: supererà l’intervento senza problemi, ne sono sicuro”. Umberto Bossi andrà appena possibile a trovare Silvio Berlusconi, dopo l’operazione al cuore per la sostituzione della valvola aortica.
In un’intervista al Fatto Quotidiano l’ex leader della Lega Nord critica duramente il cerchio magico che circonda Berlusconi e ne sottolinea l’unicità sul fronte politico.
“Non esiste l’erede di Berlusconi. Non lo è neanche Renzi, perchè non ha l’umanità di Silvio nè la passione per ciò che fa, questi di oggi hanno solo interessi personali” […] “In politica il testimone non si passa, si cede a chi lo conquista con i voti e i numeri, non con sotterfugi di Palazzo. Oggi ci sono solo finti leader, fatti solo di tv e Internet”. […] Noi ci credevamo e c’eravamo arrivati lottando. Oggi ci sono comparse miracolate, ex cortigiani, pecore che hanno morsicato la mano a chi gli ha dato da mangiare. Pecore”.
Bossi ricorda cosa è accaduto in casa sua, nella Lega.
“Io sapevo di andare a morire politicamente, ma sapevo anche che chi arrivava non avrebbe fatto una fine migliore” […] “Speravo però che gli ideali della Lega venissero salvati”.
Bossi rivendica che sia lui che Berlusconi erano mossi da “ideali”, oggi non è così.
“Usano il potere solo a fini personali e infatti stanno insieme tra Pd ed ex forzisti, alfaniani, persino i traditori della Lega si sono venduti e il Pd li compra pure: è ridicolo. Tutto per spartirsi la torta, ma la gente non ama la prepotenza nè sentirsi presa in giro”.
Matteo Renzi non è stato eletto, ma è a Palazzo Chigi.
“Con un inciucetto. E a parte le parole, i risultati mi pare che siano pessimi. È una nemesi: la sinistra ha fatto fuori la Dc con i magistrati, ora la Dc per rinascere sta uccidendo la sinistra”.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 14th, 2016 Riccardo Fucile
DALLE BATTUTE SULLA LEADERSHIP ALLE LITI INTERNE AL PARTITO
I figli di Berlusconi, in un momento come questo, avrebbero preferito derubricare la questione a
«sgradevole inconveniente», di cui nemmeno curarsi, se non fosse che il padre non ha mai smesso di leggere i giornali e ancora ieri si è fatto portare nella stanza di ospedale le agenzie di stampa, dalle quali è emerso l’ennesimo, collettivo e grottesco accapigliamento.
La protezione
Perciò i figli, impegnati a proteggere il genitore e a garantirgli un clima il più possibile sereno, non hanno retto dinnanzi alla reazione indispettita del familiare, sottoposto a un’ulteriore dose di stress che avrebbero voluto risparmiargli, vittima – ai loro occhi – di premure interessate, di parole e azioni involontariamente infauste, che in qualche frangente hanno anche suscitato l’ilarità del Cavaliere, per via della sua scaramanzia.
Per esempio, appellarsi a Mattarella perchè lo nomini senatore a vita – come ha fatto ieri la Biancofiore – sarà stato un sincero gesto d’affetto, ma contestualizzare la richiesta «alla vigilia di un così delicato intervento» trasmette una tetra sensazione. Come il rosario di preghiera che era stato organizzato per ieri sera – cioè prima dell’operazione di Berlusconi – tra i parlamentari azzurri, pronti ad aderire all’iniziativa pensata dai colleghi Squeri e Palmieri.
L’idea, certamente nobile, era stata lanciata via whatsapp nella chat forzista: deputati e senatori avrebbero potuto partecipare dividendosi tra la basilica di Sant’Agostino a Roma e la cappella del San Raffaele a Milano.
Dev’essere successo qualcosa, o deve essere intervenuto qualcuno, se «per esigenze logistiche» il «momento di raccoglimento» non solo è stato spostato al pomeriggio di oggi – cioè dopo l’operazione di Berlusconi – ma a Milano è stato spostato anche come sede: la famiglia era stata chiara a non volere assembramenti nell’ospedale del padre.
Protagonismo
Per quanto sia giustificabile voler restare vicini al proprio leader, non sembrano giustificabili per i figli il «protagonismo» e il «cattivo gusto», così come la sola impressione che davanti al letto di un uomo sofferente il conflitto non si fermi, quasi a testimoniare che è iniziata la disputa per una spartizione.
Perciò non è bastato ieri il tentativo del governatore Toti, pronto a ribadire che il Cavaliere è il capo «che ci governa con polso fermo», e pronto a sostenere che le ricostruzioni giornalistiche dove si parla di scontri dentro Forza Italia «sono prive di fondamento».
Tempo qualche ora e sulle agenzie è andata in scena la rissa en plein air.
Da una parte la Savino ha trovato «irrispettoso che qualcuno avanzi pretese o si permetta di mettere in discussione la leadership di Berlusconi».
Dall’altra la Ravetto ha bollato come «squallidi personaggi quanti, nel mio stesso partito, hanno tentato di strumentalizzare alcune mie dichiarazioni» a favore della Gelmini. E se la De Girolamo ha spiegato a Forza Italia che Forza italia «non ha bisogno di un leader» e che «sarebbe preferibile un atteggiamento di prudente silenzio in attesa dell’interno di Berlusconi», Brunetta – invece di glissare – ha risposto a una domanda sul partito «che è monarchico ma non può essere ereditario», evocando così la vecchia storia sulla discesa in campo di Marina Berlusconi.
Il cerchio magico
Per i figli del Cavaliere, al Cavaliere in questa fase non è risparmiato nulla, a fronte di una vicenda dolorosa che è anzitutto privata, sebbene riguardi un uomo pubblico come il padre.
Perciò sono infastiditi, dal blocco del Sud e dal fronte del Nord, finito anch’esso nel mirino di famiglia dopo il cerchio magico, dalla Rossi fino alla Bergamini, passando per la segreteria di Roma gestita dalla Ardesi e lambendo chi non ha impedito viaggi faticosi a Berlusconi come quello ad Aversa.
Da ieri sera però la famiglia tiene fuori dalla porta gli schiamazzi di un partito su cui pende la profezia di Rotondi, fedele alleato del Cavaliere e che a suo tempo fu testimone del declino del suo vecchio partito, la Dc: «I sintomi sono gli stessi. Ormai siamo entrati in un altro mondo. Perciò farei notare agli aspiranti successori di Berlusconi che Forza Italia senza lui in campo valgono quanto valeva il Ccd di Casini. Preghino quindi per la sua salute, se non per amor di lui almeno per amore di se stessi. E tacciano invece di agitarsi, perchè fossi un figlio di Silvio mi incazzerei».
Appunto.
Francesco Verderami
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 14th, 2016 Riccardo Fucile
NESSUN LEGGE IMPEDISCE PERSINO A LORO L’ACQUISTO DI ARMI D’ASSALTO
E’ durissimo il capo della polizia di New York, Bill Bratton. “L’idea che abbiamo una lista nera sui terroristi e una lista no-fly e che qualcuno su quelle liste possa comprare un’arma, è il livello più alto di follia”.
“Si dovrà capire – ha aggiunto Bratton – se c’era qualcosa nelle indagini dell’FBI che avrebbe potuto impedire a Omar Mateen di acquistare delle armi. Ma non ho molte speranze, ovviamente gli Stati Uniti hanno oggi troppa paura della NRA (National Rifle Association, la lobby dei produttori di armi)”.
Con il passare delle ore, e l’approfondirsi dell’indagine attorno al massacro di Orlando, stanno anche emergendo dubbi e domande su come Mateen, che era finito sotto i radar dell’FBI come possibile sospetto di terrorismo, abbia potuto acquistare tranquillamente le armi che gli hanno permesso di uccidere 49 persone e ferirne più di 50.
Il capo della polizia di New York, un energico sostenitore del gun control, ha dato voce proprio a questi dubbi.
Mateen è stato interrogato dall’FBI in tre occasioni: due volte nel 2013, una nel 2014. Si sospettava fosse un elemento in via di radicalizzazione. Nel 2014, Mateen aveva detto di essere in contatto con Moner Mohammad Abusalha, un americano che si è fatto saltare in aria in Siria e che nel passato era vicino di casa di Mateen.
In tutte e tre le occasioni l’FBI non ha trovato elementi sufficienti a incriminare l’uomo; o a metterlo in stato di sorveglianza. Mateen ha quindi potuto comprare, legalmente, le armi che gli sono servite per la strage.
Si tratta di una pistola a 9 mm e di un fucile d’assalto AR-15, acquistati da un regolare rivenditore circa una settimana prima del massacro.
Mateen era d’altra parte in possesso di porto d’armi e, in più, di una licenza come guardia di sicurezza (aveva anche lavorato come guardia al tribunale di Port St Lucie, dove viveva).
“Non era una persona sottoposta a restrizioni. Poteva entrare legalmente da un rivenditore di armi e acquistare quello che voleva. Lo ha fatto”, ha spiegato il portavoce del Bureau of Alcohol, Tobacco and Firearms, l’agenzia che si occupa del controllo sulle armi.
Anche nel caso in cui Mateen fosse stato condannato per reati che hanno a che fare con l’odio etnico e di genere (chi ha conosciuto Mateen dice che l’uomo si lasciava spesso andare a insulti e minacce di morte contro gay e neri), avrebbe comunque potuto comprare un’arma.
In molti Stati americani, e tra questi c’è anche la Florida, chi viene riconosciuto colpevole di questo tipo di crimini può comunque acquistare un’arma.
La libertà di entrare in possesso di un fucile o di una pistola, anche nel caso di soggetti pericolosi o sospettati di legami con il terrorismo, è comunque ancora più vasta.
Lo scorso dicembre il Senato non ha raggiunto i voti necessari per approvare una misura che avrebbe proibito ai sospetti di terrorismo di comprare armi.
In linea di principio, quindi, anche una persona sospetta di terrorismo deve poter godere del diritto riconosciuto dal Secondo Emendamento (o meglio, da una particolare interpretazione di esso).
A questi dettagli se ne aggiunge un altro importante. Mateen si è servito, per compiere la sua strage, di un fucile d’assalto AR-15.
Si tratta della stessa arma usata in una serie di recenti stragi: quella al cinema di Aurora, Colorado, la notte della prima di Batman; quella del 2012 alla Sandy Hook Elementary School di Newton, Connecticut, dove furono ucciso venti bambini e sei educatori; quella più recente di San Bernardino, dove una giovane coppia di coniugi ha ucciso 14 persone in un centro di servizi sociali.
Il fucile è di facile uso e ha una straordinaria potenza di fuoco: non sorprende dunque che abbia, ogni volta, causato così tanti morti.
Quello che sorprende è che un’arma così terribile possa essere acquistata da privati cittadini nei rivenditori autorizzati (in Florida non c’è nemmeno bisogno del porto d’armi; basta semplicemente sottoporsi a tre giorni di background checks).
Il dibattito su come Mateen si sia potuto procurare senza problemi armi così sofisticate si intreccia in queste ore alla discussione politica: con una divaricazione sempre più forte tra democratici e repubblicani.
Dopo le dichiarazioni a caldo di ieri, la Clinton è tornata oggi sulla vicenda, con un’intervista a NBC’s Today. “Quante tragedie di massa dobbiamo ancora attraversare?” si è chiesta la candidata democratica alla Casa Bianca. Il fatto è, ha aggiunto, che “dobbiamo togliere dalle strade queste armi da guerra”.
Roberto Festa
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 14th, 2016 Riccardo Fucile
SE VINCE SALA FARA’ LA CONSULENTE PER I RAPPORTI INTERNAZIONALI
Emma Bonino dice sì alla proposta del candidato di centrosinistra a Milano, Beppe Sala, di averla come
consigliera per la politica internazionale.
“In questo momento è in corso in Europa uno scontro vero tra europeisti e nazionalisti – spiega Bonino motivando il suo sì – e mi pare che questo scontro sia avvertibile anche in Italia, dove a livello nazionale c’è da battere un’alleanza di fondo, sostanziale, tra l’euroscetticismo di Salvini e quello di Grillo. Per questo credo sia importante che le più grandi città italiane diano un messaggio di apertura, in chiave federalista-europea, laica, capace di governare con l’inclusione anche fenomeni difficili come ad esempio quelli migratori. Quindi da questo punto di vista non solo sono disponibile, ma sono anche interessata a collaborare con tutti coloro che si pongono questo obiettivo, pur essendo una tendenza a oggi minoritaria”.
In un’intervista a Repubblica Sala, pensando al ruolo da offrire alla Bonino in caso di vittoria, ha spiegato: “Diventerà la mia principarle consigliera per la politica internazionale”.
Nella stessa intervista, il candidato spiegava anche di volere in squadra anche Linus (“ha una grande conoscenza dei giovani, può fare tanto per la creatività , gli eventi su cui Milano deve continuare a puntare, lo sport” ad esempio) e Ambrosoli (“può dare una mano sulla partecipazione, le regole, sulla Città metropolitana e il rafforzamento dei Municipi”).
“L’apertura non è solamente commerciale o economica, ma riguarda città aperte agli scambi culturali, universitari – prosegue l’esponente radicale – e da questo punto di vista credo che Sala abbia intenzione di fare un buon lavoro. Per cui se ritiene utili i miei consigli io, senza oneri operativi, sono più che interessata a questa battaglia culturale tra chiusura e apertura, tra ritorni indietro e sguardi sul futuro, nella capacità di governare anche fenomeni difficili e senza populismi e illusioni. Da questo punto di vista mi interessa collaborare e credo che interessi a tutti gli europeisti non dare un messaggio di grandi città italiane chiuse in se stesse o comunque con questo tipo di sentimento”.
Emma Bonino parla dell’apparentamento che i Radicali hanno chiesto a Sala pensando a convergenze su temi come il “piano di riconversione degli immobili sfitti e invenduti in alloggi sociali senza consumo di suolo, alla questione dei Navigli e alla questione della partecipazione dei cittadini ai referendum. Quello che a me preme e interessa è di dare questo segnale di una città che vuole continuare ad essere aperta in chiave federalista europea, in chiave laica e di inclusione e non invece di esclusione o semplicemente di chiusura, che sono quanto mai inutili e soprattutto illusorie”.
(da agenzie)
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Giugno 14th, 2016 Riccardo Fucile
PER LA BOSCHI IL RISPARMIO SAREBBE DI 80 MILIONI, IN REALTA’ E’ SOLO DI 46
C’era da aspettarselo, ma forse non così in anticipo sui tempi.
Mentre tre deputati di Sinistra Italiana lanciano una proposta di legge per rendere pignorabili diarie e indennità dei parlamentari abrogando una norma del 1965, mettendosi così in sintonia con l’umore dei tempi, a quattro mesi dal referendum ecco già scodellata con tanto di numeri e dettagli una polemica sul vero risparmio per i costi della politica del nuovo Senato che uscirà dalla riforma.
A testimoniare il tentativo di arginare l’argomento principe del governo che tanta presa può avere sul fronte dell’antipolitica.
Il primo tempo l’altro giorno in aula, quando Sinistra Italiana ha chiesto conto e ragione al governo del miliardo di risparmi sbandierato a titolo previsionale. Questione poi ripresa da un senatore solitamente molto occhiuto nei riguardi del governo, come il forzista Lucio Malan.
Che fa le pulci ai conti della Boschi, che nel question time alla Camera citava appunto un minor costo di quasi mezzo miliardo di euro grazie alla sua riforma, dopo il taglio di un terzo dei parlamentari eletti e pagati dallo stato.
Ecco le minute fornite invece da Malan sul suo sito web, voce per voce.
La ministra citava una riduzione del 33 per cento del costo delle indennità con un risparmio di circa 80 milioni.
Ebbene, in realtà calcolando le tasse non riscosse, il risparmio sarebbe dimezzato, sostiene Malan.
«Questo perchè la sostituzione dei 315 senatori elettivi con i 100 regionali comporterebbe un risparmio netto di circa 26 milioni al netto dell’Irpef che oggi pagano sui loro emolumenti. E altri 20 milioni verrebbero dalla riduzione dei rimborsi al netto delle imposte minime che gravano sulle spese che li originano».
E poi, scrive Malan, ai 100 senatori “regionali” occorrerebbe in ogni caso pagare la diaria.
Senza dire che “una parte dei rimborsi è spesa per collaboratori dei senatori, dove l’incidenza dei contributi e delle imposte è molto alta”, il che comporterebbe un mancato gettito per lo Stato.
Dunque dagli 80 milioni vantati dal ministro si passa a 46, sostiene il senatore azzurro.
Che contesta pure il risparmio citato dalla Boschi di 70 milioni sui rimborsi ai Gruppi e alle commissioni, «poichè queste voci pesano oggi per 26 milioni sul bilancio del Senato. Si può ottimisticamente pensare a un risparmio del 50% dell’attuale spesa, cioè 13 milioni».
Carlo Bertini
(da “la Stampa“)
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