Giugno 15th, 2016 Riccardo Fucile
“LA REPUBBLICA” ATTACCA, D’ALEMA SMENTISCE, IL QUOTIDIANO CONFERMA LA FRASE, MA NON FORNISCE ALCUNA PROVA … PER D’ALEMA CI SONO MANDANTI PER L’ARTICOLO DE “LA REPUBBLICA”
“Pur di mandare via Renzi, sono disposto a votare Lucifero, figuriamoci se mi tiro indietro davanti alla candidata grillina di Roma Virginia Raggi“.
A pronunciare questa frase, secondo Repubblica, sarebbe stato il dem ed ex presidente del Consiglio Massimo D’Alema che starebbe anche lavorando per i comitati del No alle riforme e alla “rinascita della sinistra riformista” con il governatore Michele Emiliano come “sostituto credibile di Renzi”.
Un retroscena pubblicato in prima pagina a firma Goffredo De Marchis, che ha subito scatenato gli attacchi del Pd (“Sfasciare tutto non serve a niente”) e che è stato smentito ufficialmente in mattinata dalla portavoce di D’Alema: “Frasi false, frutto della fantasia del cronista e della volontà dei suoi mandanti”.
A negare tutta la ricostruzione è stato anche lo stesso presidente della Puglia: “Non ci siamo mai incontrati”. Il quotidiano ha però confermato la propria versione: “L’articolo riporta fedelmente quanto ci è stato raccontato da numerose fonti. Parlare di mandanti esterni è grottesco”.
Il primo a commentare su Twitter era stato il presidente del partito Matteo Orfini: “Spero che smentisca al più presto. E che venga a darci una mano in questi ultimi giorni di campagna”.
Poi a Radio Capital è intervenuta la vicesegretaria Pd Debora Serracchiani: “Siamo di fronte a questioni personali. Sfasciare tutto non serve”.
Sul fronte di D’Alema l’impressione è che ci sia “un vero e proprio dolo” contro l’ex segretario dei Ds: “Supponiamo abbia un’origine nella sede non diciamo del taverniere fiorentino ma certamente nel suo entourage”, si legge ne la Velina Rossa di Pasquale Laurito, molto vicino all’ex segretario dei Ds negli anni della sua premiership.
“E’ in corso un gioco politico che dura da molte settimane, D’Alema non ha voluto commentare i risultati delle Comunali proprio per non essere trascinato in un gioco assurdo: un modo per fare caciara e intestare ad altri il prevedibile insuccesso del Pd alle amministrative. Se D’Alema è stato rottamato dal taverniere fiorentino perchè gli si attribuisce tanta rilevanza politica? Chi è causa del suo mal, pianga se stesso”.
Nell’articolo di Repubblica si parla dettagliatamente di diversi incontri, nonchè di contatti in Puglia, in particolare con il presidente Pd della Regione Emiliano, e a Roma, dove l’ex ministro Massimo Bray e l’ex sindaco Ignazio Marino sarebbero tra i “più assidui interlocutori” di D’Alema.
Secondo il retroscena di Goffredo De Marchis, l’obiettivo di D’Alema è quello di indebolire il segretario Pd e due sono le tappe nella sua testa: i ballottaggi a Roma e Milano e il referendum costituzionale di ottobre prossimo.
L’ex presidente del Consiglio sta lavorando alla ricostruzione di una sinistra riformista e per questo già nei prossimi giorni ufficializzerà il suo impegno per il “no” alla riforma della Costituzione.
D’Alema non si aggregherà ai comitati già esistenti perchè, in quanto ex presidente della Bicamerale, non è d’accordo con chi dice “che la Carta non si tocca a prescindere”.
Ma al tempo stesso condanna il provvedimento del governo Renzi per la “deriva autoritaria” che secondo lui comporta.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 15th, 2016 Riccardo Fucile
IERI L’ARRESTO DI 29 PERSONE PER SPACCIO DI DROGA
Momenti di tensione oggi, durante la puntata di Agorà , su Raitre. Sara Mariani, inviata del programma in
collegamento dal quartiere di Roma Tor Bella Monaca (dove ieri un’operazione di polizia ha portato all’arresto di 29 persone), è stata costretta in diretta a spegnere il microfono e la telecamera.
“Cosa ci fai qua? Vattene o ti uccidiamo”. Così uno sconosciuto ha apostrofato l’inviata di Agorà , costretta ad allontanarsi in macchina.
Ora Sara Mariani è nella caserma dei Carabinieri della zona.
Il direttore editoriale dell’offerta informativa Rai Carlo Verdelli ha telefonato alla giornalista di Agorà Sara Mariani minacciata di morte questa mattina a Roma durante il collegamento in diretta da un quartiere della periferia romana con la trasmissione di Rai3 condotta da Gerardo Greco.
Verdelli ha espresso a Sara Mariani vicinanza e solidarietà sua personale e dell’Azienda sottolineando la gravità dell’accaduto e complimentandosi per la professionalità dimostrata dalla collega che da buona giornalista è andata sul posto, affrontando una situazione di rischio, per raccontare il più da vicino possibile una storia di cronaca.
Il direttore si è augurato che gli autori della minaccia possano essere al più presto identificati dalle forze dell’ordine e assicurati alla giustizia.
La Rai continuerà naturalmente a seguire questa realtà , segnata ieri da 29 arresti per un’operazione anti droga, senza cedere ad alcuna intimidazione.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 15th, 2016 Riccardo Fucile
LA SUA PRESENZA CONTESTATA DALLA COMUNITA’ GAY: “LA LEGA NON HA MAI DIFESO I NOSTRI DIRITTI, ORA CHE CONTANO I VOTI SI PRESENTA, DOVREBBE VERGOGNARSI”… LA EX ZECCA ROSSA PROVA L’ENNESIMO VOLTAFACCIA
Anche a Bologna, come in altre città d’Italia, la comunità lgbt si è ritrovata per commemorare le vittime della strage di Orlando.
Al presidio, organizzato davanti al monumento che ricorda gli omosessuali perseguitati dal nazifascismo, hanno partecipato centinaia di persone, inclusi i candidati sindaco Virginio Merola del Pd, e Lucia Borgonzoni della Lega Nord. Proprio la presenza di quest’ultima ha dato vita a parecchie polemiche: la sua solidarietà , a pochi giorni dal ballottaggio, è stata considerata una squallida mossa pre-voto e una strumentalizzazione della manifestazione in chiave anti islam.
Un ragazzo presente l’ha contestata apertamente. “La sua presenza è una provocazione — le ha detto avvicinandola nella folla — lei usa i temi lgbt solo per attaccare l’Islam, e il suo partito in Italia non ha mai difeso i nostri diritti. E’ qui a far campagna elettorale”.
Anche per il presidente dell’Arcigay di Bologna Vincenzo Branà , che con la leghista non si è nemmeno incrociato, si è trattato “senza dubbio” di una manovra elettorale. “Nessun rappresentante della Lega è mai venuto a qualche nostra manifestazione, nè qui, nè in altre città d’Italia” ha sottolineato.
E poi ha aggiunto: “Sicuramente durante il ballottaggio per pochi voti si farebbe di tutto. Ma ognuno ha un giudizio a cui rispondere, e quel giudizio si chiama coscienza”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 15th, 2016 Riccardo Fucile
“E’ STATO AUTORIZZATO E ALCUNI INVESTIMENTI SONO GIA’ STATI FATTI”… OPERA A CARICO COMPLETO DEI PRIVATI E 400 MILIONI DI LAVORI DI URBANIZZAZIONE A FAVORE DEL COMUNE
Se la prossima Giunta di Roma Capitale farà passi indietro sul progetto dello Stadio della Roma nell’area di
Tor di Valle andrà incontro ad azioni legali e richieste di risarcimento milionarie.
E’ un’extrema ratio che al momento, dice Mauro Baldissoni, direttore generale dell’As Roma, non viene presa in considerazione, chiunque sarà il vincitore del ballottaggio di domenica prossima nella Capitale tra Virginia Raggi e Roberto Giachetti.
Ma che comunque non viene esclusa quando gli vengono fatte notare le perplessità espresse da esponenti del Movimento 5 Stelle e dalla candidata Raggi sul progetto del nuovo Stadio della Roma fortemente voluto dal presidente James Pallotta.
“È un buon progetto e sono sicuro che chiunque lo conosca bene non possa che sostenerlo”, aggiunge Baldissoni.
“Come peraltro già dicono di fare tutti i candidati, in modalità diverse. Ora siamo in una fase amministrativa del progetto, in cui le valutazioni sono solo di tipo tecnico. Non spetta al futuro sindaco fare valutazioni politiche, se vorrà assumersi la responsabilità di opporsi al progetto – ma lo ritengo improbabile – dovrà assumersi anche i costi, visto che è stato autorizzato e molti investimenti sono stati già fatti”.
Costi che superano “i 100 milioni di euro”, mette in chiaro Baldissoni nella sede della società di comunicazione e consulenza Comin&Partners, dove insieme a Giovanni Marroccoli, (Operations & Managing Director-Italy di Lend Lease) e Simone Contasta (Responsabile Progetto Tor di Valle – Parsitalia Real Estate), ha presentato ai giornalisti il progetto definitivo appena consegnato. “Ci sono una serie di qualità progettuali mai viste a Roma, non si tratta di una lottizzazione, non è quel tipo di progetto”, assicura Contasta.
Sullo stadio della Roma la candidata sindaco del Movimento 5 Stelle Virginia Raggi ha assunto una posizione più cauta rispetto a quella presa sulle Olimpiadi di Roma 2024 intorno alle quali sta ruotando lo scontro politico pre-ballottaggio, ma comunque controversa e foriera di preoccupazioni per gli investitori: “Lo stadio si può fare se rispetta la legge e il Piano regolatore. Ma prima vogliamo ripristinare la legalità che a Roma manca. Al momento il progetto definitivo non è stato integralmente depositato, aspettiamo le carte”, ha dichiarato Raggi il 10 giugno.
Toni più morbidi rispetto a quelli usati a marzo scorso, quando aveva espresso forti dubbi sulla scelta del sito fatta dalla società sportiva: “Da sempre sullo stadio abbiamo espresso il nostro più totale favore, ma non può essere costruito in quell’area. Invitiamo a individuare un altro sito”.
E’ un capitolo delicato quello dell’area indicata dalla As Roma per l’edificazione del nuovo Colosseo del calcio e delle opere connesse.
“Non si può dire ‘lì no’ perchè la scelta del sito è stata fatta con lunghe procedure seguendo le indicazioni di due giunte comunali, quella di Marino e quella di Alemanno”, dice Baldissoni.
E’ una replica nemmeno tanto velata a Virginia Raggi che sempre a marzo non escludeva l’ipotesi di ritirare la delibera di pubblica utilità dello stadio nella zona di Tor di Valle: “Magari la ritiriamo e lo facciamo da un altra parte”.
In un’intervista a Radio Radio la grillina avvertiva: “Tor Di Valle allo stato attuale appare una operazione speculativa, alla quale noi ci opponiamo” perchè “prevede un milione di metri cubi di cemento di cui solo il 14 per cento è stadio. Il resto sono uffici e centri commerciali. Nel quadrante sud est ci sono delle aree che si prestano al progetto, Tor Vergata sembrerebbe”.
Tuttavia, le parole della Raggi di pochi giorni fa (“aspettiamo le carte”) vengono lette come un segnale di distensione rispetto alla posizione inizialmente oltranzista. Posizione cavalcata però anche da altri esponenti vicini al Movimento 5 Stelle.
In primis dal “candidato” assessore M5S all’Urbanistica e al Patrimonio Paolo Berdini che pochi giorni fa su Radio Radicale ha accusato l’amministrazione uscente di non aver svolto una efficace regia pubblica “perchè il progetto del nuovo Stadio comporta un miliardo di euro di mancato incasso”.
Soldi che potrebbero essere spesi, secondo Berdini, per altre opere.
L’uscita di Berdini ha innescato la reazione di Giovanni Caudo, ex assessore all’Urbanistica con Marino, che in un post su Facebook ha replicato che “non c’è nessun miliardo di mancato incasso di oneri per il Comune, semmai il contrario”, difendendo l’operato della giunta Marino che “ha invece condizionato il sì al progetto dello Stadio alla realizzazione di opere pubbliche extra (quindi oltre quelle previste dagli standard di legge) per circa 200 milioni di euro”.
L’urbanista Berdini, dato per certo come assessore in un’eventuale giunta M5S, ha da molto tempo espresso rilievi sul progetto Tor di Valle: già un anno e mezzo fa criticava la scelta del sito: “Nessuna legge vietava che il sindaco Marino imponesse di costruire lo stadio in un altro quadrante della città , dove gli oneri di urbanizzazione dovuti per legge e i maggiori oneri dovuti alla contrattazione urbanistica, avrebbero prodotto un beneficio più ampio per l’intera popolazione romana”, scriveva Berdini in un suo blog sul FattoQuotidiano.it .
“E’ un progetto interamente finanziato dai privati che ha un valore di 1,7 miliardi di euro, di cui più di 400 milioni spesi per opere pubbliche”, ha dichiarato Contasta.
“Si tratta di circa il 30% delle risorse stanziate che va in lavori di compensazione traducendosi in benefici per la collettività . Una percentuale in linea con quella europea”.
Sono diversi gli interventi infrastrutturali previsti dal progetto: ponte carrabile sul Tevere e viadotto di approccio, svincolo dell’autostrada Roma-Fiumicino, riunificazione e messa in sicurezza della via Ostiense, ponte ciclopedonale della Magliana, prolungamento di tre chilometri della linea B della metropolitana a Tor di Valle con ponte che si andrà ad affiancare alla linea della Roma-Lido, la messa in sicurezza del Fosso del Vallerano (al di fuori del perimetro dell’area di intervento ma a rischio allagamento)
Gli attori in campo hanno quindi messo sul tavolo tutti i punti di forza del progetto che dovrebbe trasformarsi in realtà in vista della stagione calcistica 2019/2020. “Abbiamo scelto un’area, Tor di Valle, già prevista come edificabile: il nostro intervento sarà di riqualificazione urbana di una zona degradata che andrà ad unire due quadranti della città “, dice Contasta.
Ma la scelta del quadrante, per ora, resta il punto più divisivo tra le posizioni assunte dai due candidati al ballottaggio.
Di certo c’è l’appoggio di Roberto Giachetti: “Il posto dove fare lo stadio della Roma lo scelgono i privati. E’ un intervento tutto privato che lascerebbe 400 milioni di opere di urbanizzazione. Possiamo dire sì o no, non possiamo dire lo facciamo da un’altra parte. Il Consiglio comunale ha già preso una decisione e M5S ha votato contro”, ha detto il candidato Pd dal palco di Unindustria.
Ma bisognerà aspettare il risultato dei ballottaggi per capire come si muoverà la futura giunta. “Sono convinto che nessuno possa immaginare di rinunciare a questo progetto. Non abbiamo incontrato i candidati ma sicuramente vedremo il nuovo sindaco dopo che sarà eletto”, ha detto Baldissoni.
Resta sul tavolo l’incognita Raggi, se venisse eletta sindaco di Roma: in tal caso, qualora nel Movimento 5 Stelle dovesse prevalere la linea dura sullo Stadio di Tor di Valle, la prima cittadina della Capitale sa già di dover fare i conti con una richiesta di risarcimento danni per milioni di euro.
È avvisata.
(da “Huffingtonpost“)
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Giugno 15th, 2016 Riccardo Fucile
DAL 2004 SI SONO PERSE 66.000 MATRICOLE… UNICI IN EUROPA A TAGLIARE RISORSE E BORSE DI STUDIO DURANTE LA CRISI
Nel Sud Italia si laurea meno del 20% dei giovani, numeri che in Puglia e Sicilia si fermano al 14%, esattamente quanto l’Indonesia e il Sudafrica.
Per capire la malattia che ha svuotato le aule universitarie in tutto il Paese si può partire da tante angolazioni: la crisi, il lavoro che langue, lo scarso appeal delle lauree tradizionali o l’affermarsi di corsi alternativi più professionalizzanti. Tutto vale.
Ma quello che forse ha pesato di più è il decennale disimpegno dello Stato.
Negli ultimi anni tutti i premi Nobel per l’economia hanno insistito su un concetto: per uscire dalla crisi senza le ossa rotte bisogna investire in istruzione.
Bene, è esattamente quello che l’Italia non ha fatto.
Dal 2008, anno di inizio della crisi economica globale, il nostro Paese ha ridotto il finanziamento pubblico alle università , che otto anni fa era di oltre 6 miliardi, del 22,5%. In Germania è cresciuto del 23%.
Contemporaneamente, in Italia, sono crollate le immatricolazioni: dal 2004 si sono perse 66 mila matricole, circa il 20% in meno, di fronte al quale quel +1,6% registrato dal rapporto Anvur quest’anno è ben poca cosa.
Un diplomato su due non continua gli studi. E non è soltanto colpa della demografia, perchè al netto della scarsa natalità , la quota di matricole 19enni è passata dal 57% al 46%.
In questo viaggio tra gli atenei italiani, La Stampa ha provato a ricostruire le cause di un declino che per qualcuno assomiglia molto a una premorte.
Meno borse di studio
Le oltre trenta università che hanno risposto al nostro giornale confermano l’emorragia di iscrizioni al primo anno, con qualche eccezione concentrata nel triangolo di 200 chilometri che va da Venezia a Bologna a Milano con estensione a Torino, Trento e Udine.
Quali sono, allora, i motivi di questa fuga? Miopia dei governi, sacche di resistenza nelle accademie sempre più distanti da un mondo scosso da innovazioni continue, baronie e piccinerie burocratiche, sfiducia crescente delle famiglie verso il tradizionale pezzo di carta in un momento in cui le spese vanno razionalizzate e lo Stato non ti dà una mano per far studiare i tuoi figli.
«Ma a incidere di più è stato il combinato disposto di crisi economica e aumento delle tasse universitarie che in Italia è stato il più alto d’Europa».
Gianfranco Viesti, ordinario di Economia a Bari, è l’autore de «L’Università in declino», indagine pubblicata quest’anno con la Fondazione Res.
Partendo dal Sud, Viesti ha approfondito le ragioni di quel dato che definisce «catastrofico» che ci inchioda all’ultimo posto in Europa per numero di laureati: il 23,9% degli under 34 contro una media Ue del 37%. Anche la Romania fa meglio di noi (25%). Con queste cifre l’Italia, impossibilitata a raggiungere entro il 2020 l’obiettivo europeo del 40% di laureati, ha dovuto ridimensionare il traguardo al 26%. È l’ammissione di un fallimento
«L’Italia ha fatto il contrario di quello che andava fatto – continua Viesti – aumentando le tasse mentre tagliava risorse al diritto allo studio». Ne sa qualcosa Lorenzo Guastalli, classe 1991, studente di ingegneria a Pisa che da un anno all’altro si è visto scippare la borsa di studio.
Colpa del nuovo Isee, l’ indice della situazione economica familiare che dal 2015 include nel calcolo anche il patrimonio immobiliare.
«Mio padre è cassintegrato, mia madre non lavora. Però hanno rivalutato il nostro appartamento manco fosse una casa di lusso. E così ho perso la borsa di studio, anche se il mio Isee è rimasto bassissimo, ben sotto la soglia richiesta dei 20 mila euro».
Lorenzo viene da Piombino, città ammaccata dalla recessione, e per lo Stato la sua casa lo rende magicamente ricco: «Ho perso soldi, mensa e alloggio.
Adesso abito in una doppia, a 200 euro al mese. Qualcosa mi dà mio padre, ma per mantenermi faccio ripetizioni. Ovviamente in nero».
Dopo le proteste, qualche mese fa gli studenti sono riusciti a ottenere le variazione delle soglie Isee ed Ispe per permettere a molti più studenti di rientrare nei requisiti. Come Lorenzo altri 30 mila hanno perso la borsa di studio. Qualcuno non ha resistito, però, come ha fatto lui, e ha abbandonato gli studi.
Le Regioni e i soldi
In Italia esiste anche una strana figura di studente che è l’«idoneo non beneficiario».
Sono il 25% dei meritevoli che però non percepiscono un euro.
In Sicilia e in altre regioni del Sud la proporzione è ribaltata: tre aventi diritto su quattro non ottengono la borsa. Mentre in altre regioni il 100% degli idonei incassa il dovuto.
A garantire il diritto allo studio dovrebbero essere gli appositi enti, che invece dalla Sardegna alla Sicilia alle Marche vengono continuamente investiti da inchieste giudiziarie e commissariamenti.
«In Puglia l’ente non ha erogato molte borse perchè non ha ricevuto fondi dalla Regione», spiega Silvia Savino, rappresentante degli studenti a Bari che racconta di studentesse pronte a lasciare se non avranno aiuti.
Il diritto allo studio in Italia è sempre meno un diritto. Ed è il punto debole del sistema. L’impoverimento progressivo delle famiglie non ha avuto compensazioni per tutelare la crescita culturale dei figli: borse di studio, alloggi, mensa, trasporti e servizi allo studente. Dall’inizio della crisi molti Paesi europei hanno potenziato le risorse destinate agli studenti bravi ma privi di mezzi, l’Italia no.
Da noi i borsisti sono scesi del 9%, in Spagna sono aumentati del 55%, in Francia del 36%, in Germania del 32%. In Italia solo il 12% beneficia della borsa. In Francia è il 25,6%.
E pensare che tra chi riceve la borsa c’è un tasso di abbandono (altissimo in Italia: 45%) del 13% in meno di chi non la riceve.
Così il mito della meritocrazia si va a far friggere? «Qualunque politica legata al merito non può essere immaginata senza una base che dà a tutti le stesse opportunità » dice Francesco Ubertini, rettore dell’Università di Bologna.
I principali colpevoli del naufragio del diritto allo studio costituzionalmente garantito sono le Regioni a cui è affidato dalla Carta.
Ma la causa è anche un meccanismo folle che produce paradossi su paradossi.
Dei 510 milioni di euro stanziati, 233 milioni vengono dalla tassa regionale pagata al momento dell’iscrizione dagli stessi studenti. È già la prima stortura.
«Il 42% in media delle risorse per il diritto allo studio proviene dalle tasche degli studenti. Non è un controsenso?» chiede Alberto Campailla, leader del coordinamento universitario Link.
In realtà , essendo in teoria un sistema perequativo, sarebbe una tassa pagata da chi ha reddito più alto a favore dei più bisognosi.
Ma le percentuali confermano che l’università è sostenuta da sempre meno risorse pubbliche. Anche perchè l’Italia dal 2005 ha aumentato le tasse universitarie del 50%, passando da una media di 736,91 euro a 1.112 euro.
Ma le contraddizioni non finiscono qui. L’altra parte del diritto allo studio la pagano le Regioni con stanziamenti propri. E così ognuno fa come gli pare.
La Campania governata da Stefano Caldoro è stata costretta dai giudici a restituire agli studenti i soldi dovuti che aveva dirottato in altri capitoli di spesa.
Neanche un mese fa la Regione Sicilia, invece, ha provato a spostare quelle risorse sulle riserve naturali. «I governatori rispondono a logiche politiche: perchè spendere soldi per gli studenti se non porta nessun consenso politico?» dice Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli.
La terza parte di risorse, infine, viene da un fondo integrativo dello Stato (162 milioni di euro).
Il meccanismo di ripartizione funziona così: le Regioni che assegnano più borse ottengono fondi statali maggiori. Ciò innesca un circolo vizioso per cui alle regioni del Sud, più deboli, vanno meno risorse che a quelle del Nord.
Il sistema amplifica le differenze invece di ridurle. Ecco perchè gli esperti chiedono che il diritto allo studio venga gestito a livello centrale. E non solo loro. Il sottosegretario all’Istruzione Davide Faraone ci ha provato in occasione della riforma costituzionale suscitando l’ira dei governatori: «Sono favorite le università più forti, e i soldi vanno dove ce n’è meno bisogno. Mentre la situazione di Isole e Sud è devastante».
Non sarà un caso se le ultime ricerche fotografano una realtà in cui le immatricolazioni calano soprattutto tra i diplomati degli istituti tecnici e professionali che alle spalle hanno famiglie economicamente più svantaggiate.
Stesso discorso a livello geografico. Meno matricole nelle isole e al Sud. La sola università di Catania le ha dimezzate. In questi anni a essere aumentata è invece la mobilità lungo lo Stivale: un quinto dei diplomati meridionali si iscrivono in facoltà del Centro Nord.
Anche perchè al Nord il diritto allo studio è garantito davvero. Le Regioni pagano, le borse di studio ci sono, mensa e alloggi pure, i trasporti funzionano.
A Bari, Antonio Uricchio, rettore di uno degli atenei con il più basso indice di valutazione, è sconfortato: «Questa università dovrebbe svolgere un ruolo sociale in un territorio difficile e invece non solo ha meno entrate ma riceve pure meno risorse attraverso meccanismi di ridistribuzione all’inverso».
Così ci si arrangia e Uricchio per non perdere numeri e per acquisire uno spessore internazionale è andato a Tirana a cercare studenti e intese: «Ormai l’Albania è la nostra seconda casa».
Ogni ateneo, però, ha i suoi problemi. Anche i migliori. A Bologna Ubertini è alle prese con i mille vincoli della burocrazia: «Ve ne racconto uno su tutti: avendo lo stesso tetto dei ministeri per le auto di servizio, i docenti di agraria non possono girare le nostre aziende. Un’altra? Per ogni contratto di lavoro devo aspettare l’ok della Corte dei Conti che arriva dopo due mesi. Come si fa così a competere con le migliori università straniere? E poi ci si lamenta se i privati non investono da noi».
Sfiducia sugli sbocchi
Se l’università soffre, la mobilità sociale si blocca: «Già era ridotta in Italia, il forte calo delle immatricolazioni al Sud peggiora le cose» spiega Francesco Ferrante, docente alla Luiss e pro-rettore al Job placement a Cassino.
Ferrante parla di «fattori culturali e barriere psicologiche»: gli italiani, «soprattutto nelle famiglie meno istruite, sembrano non credere più nell’università come strumento di avanzamento sociale». E di ricerca del lavoro.
«Si è innescato un sentimento di delusione» concorda Gavosto. Persino tra chi è laureato. Luca Franco Cardinali è un ingegnere di Ancona. La figlia Melissa sta terminando l’istituto biologico sanitario: «E’ brava, ma non so se è utile iscriverla all’università , troppo lunga e troppo teorica. Con mia moglie stiamo pensando di farle fare un corso di traduzione simultanea».
Delusione e sfiducia sono sentimenti alimentati dalla disoccupazione crescente certo, ma anche dalle scarse politiche di orientamento e dalla difficoltà delle università di tenersi al passo con la velocità di tecnologie che divorano ogni novità e creano nuovi mestieri. Secondo Ubertini, bisogna affrontare il nuovo mondo con astuzia: «Stiamo vivendo la quarta rivoluzione industriale, quella digitale. La formazione professionalizzante è l’unica risposta concreta per l’ingresso in un mercato del lavoro che ogni giorno è diverso dal giorno precedente».
Giacomo Galeazzi e Ilario Lombardo
(da “La Stampa”)
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Giugno 15th, 2016 Riccardo Fucile
A LILLE TIFOSI INGLESI E GALLESI UMILIANO E IRRIDONO QUATTRO PICCOLI RIFUGIATI
Dopo gli incidenti che hanno caratterizzato la fase iniziale degli Europei in Francia, in particolare gli scontri
tra hooligans e polizia a Marsiglia, i tifosi inglesi sono nuovamente protagonisti di un episodio vergognoso.
Uniti ai sostenitori del Galles, lanciano monetine e irridono quattro bambini, che stando alle descrizioni di un video caricato sul web sarebbero dei piccoli rifugiati. Un episodio che ricorda quanto avvenuto nel marzo scorso a Madrid, quando ultras ubriachi del Psv – in trasferta per una partita di Champions – lanciarono euro ad alcune mendicanti, in segno di scherno, dai tavolini di un bar.
Per non parlare dell’episodio che vide protagonisti alcuni teppisti dello Sparta Praga che a Roma urinarono su una mendicante.
Se questi Paesi fossero governati da persone perbene, i rispettivi governi dovrebbero in primo luogo chiedere scusa all’opinione pubblica mondiale per il fatto di mandare in giro per l’Europa questa feccia umana.
In secondo luogo dovrebbero vietare che escano dai confini nazionale.
Fermo restando che i Paesi dove compiono questi atti dovrebbero imbarcarli a forza su una carretta del mare quanto le acque sono agitate e confidare che il buon Dio provveda.
(da agenzie)
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Giugno 15th, 2016 Riccardo Fucile
“LA RETE E’ UNA PALESTRA DI VIGLIACCHERIA PERCHE’ GARANTISCE L’ANONIMATO”: LO STUDIO REALIZZATO DA TRE UNIVERSITA’
Tweet che odiano le donne, gli immigrati, gli omosessuali. Ovvero lo specchio dei fatti di cronaca che ci hanno accompagnato nell’ultimo anno e che si ritrovano, nella sintesi di 140 caratteri, nella «Mappa dell’Intolleranza», progetto voluto dall’associazione «Vox» sui diritti civili e realizzato da tre università italiane (Bari, Roma, Milano), presentato alla Statale di Milano.
«Negri, terroni, puttane, culattoni, ritardati…». Il lessico che viaggia in rete si sa, è greve e contrabbandato spesso per ironia e goliardia.
Ma, come nota Silvia Brena, giornalista e animatrice di Vox, «una parola scagliata come una pietra, avvelena le menti, distorce i pensieri». E alla fine può tradursi in azione.
In questa particolare classifica, stilata lavorando su 66 parole sensibili in relazione a due milioni e 659 mila 879 tweet rilevati tra agosto 2015 e febbraio 2016, si parte dall’odio per le donne (284.634 tweet), segue quello per i migranti (38.100) e trova al terzo posto gli omosessuali (35.207) il cui picco d’insulti si verifica ad un’apparizione di Valerio Scanu al festival di Sanremo che stringe un microfono arcobaleno.
Seguono distaccati di oltre diecimila messaggi, gli islamici, i disabili, gli ebrei.
Non è un caso dunque che al primo posto tra le categorie di gran lunga più odiate (oltre 200 mila tweet di distacco rispetto agli altri), ci siano le donne e che il picco di insulti contro di loro, uno «sciame digitale» viene definito, si sia registrato tra agosto e settembre scorsi, quando in Italia in appena due mesi sono state uccise ben 14 donne. «La rete è una palestra di vigliaccheria perchè garantisce l’anonimato e bisogna stare attenti al sorgere di patologie, a deliri di onnipotenza» avverte Vittorio Lingiardi, della Facoltà di Medicina e Psicologia della Sapienza di Roma.
Il «tweet» diventa pietra, possibilità di lapidazione.
«La Mappa dell’Intolleranza 2, dimostra ancora una volta l’esistenza radicata nel nostro Paese di una resistenza “sociale” alla tolleranza e all’accettazione del diverso», spiega la costituzionalista Marilisa D’Amico.
Perchè i tweet? «Perchè sono brevi e quindi selezionano le parole e descrivono chi le sceglie», spiega Silvia Brena.
Come dire che quando la sintesi ci costringe a una selezione, esprimiamo il nostro essere profondo con poche immagini.
Le regioni in testa alla classifica sono Lombardia e Lazio, seguiti dalla «rossa» Umbria.
Virtuose invece le più piccole, Basilicata, Molise, Val d’Aosta.
Paolo Colonnello
(da “la Stampa”)
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Giugno 14th, 2016 Riccardo Fucile
IL CIRCO ATTORNO A LUI NON SI FERMA NEANCHE OGGI…LA FAMIGLIA SPINGE PER UN RITIRO DALLE SCENE PER SALUTE E DECORO
Il circo non si ferma neanche davanti alla sala operatoria. 
Di tutte le finestre del San Raffaele, Francesca Pascale sceglie quella a favore di telecamera per farsi vedere, addolorata, con la lacrima ben in vista.
Il circo non si ferma, ma i domatori hanno già avvolto Silvio Berlusconi con una sorta di programma di protezione, per un futuro in cui nulla sarà come prima.
Perchè è vero che l’intervento è andato bene, anzi meglio delle aspettative.
Ma ora, la “difesa della salute” di cui parla Marina è l’unica bussola, attorno a cui far ruotare tutto, dallo stile di vita all’impegno politico.
L’intervento è andato bene, nel senso che è durato il tempo previsto, quattro ore, e non si sono verificate complicanze legate al recente scompenso cardico, nè imprevisti.
Il che dimostra, come dicono quelli attorno, che “la fibra di Silvio ha una capacità di resistenza in più”.
E questo consente di guardare con fiducia a una ripresa comunque molto impegnativa. Difficile, anzi impossibile che l’ex premier possa uscire prima del 15-20 luglio dal San Raffaele, perchè dopo la settimana di terapia intensiva, se tutto va bene, c’è il periodo della riabilitazione, per far riprendere al cuore funzionalità e compenso.
È una fase molto delicata, in cui la presenza al San Raffaele è d’obbligo, sia per la necessità di costanti controlli radiologici e strumentali sia perchè ogni spostamento rischia di essere faticoso e controproducente.
“Tornerà più determinato di prima” dicono i parlamentari più vicini, che ne conoscono l’indole e quasi rimuovono la cartella clinica, nel circo che non si ferma.
I domatori però, nel senso della famiglia allargata, sanno che nulla tornerà come prima e hanno già isolato la stanza, dove prima dell’intervento è stata pressochè respinta Maria Rosaria Rossi, che ha offerto le sue dimissioni da tesoriere del partito: “Se il problema sono io, sono pronta a lasciare questo incarico”.
Le “badanti”, l’asse del Nord, le trame, i questuanti e gli adoranti: tutti rumori di fronte ai quali la famiglia ha chiuso la porta, e non solo quella della stanza al San Raffaele.
Perchè è chiaro che l’indole di Berlusconi è quella di chi, in qualche modo, proverà a tornare. Ma il modo assomiglia più a una presenza onoraria che a una presenza sul campo, che potrebbe compromettere salute e decoro, cuore e immagine pubblica.
In questi giorni i figli hanno approfondito molto con i medici il quadro entro cui potrà Berlusconi potrà tornare operativo, senza entrare in una situazione di rischio.
E se era immaginabile che sarà impossibile vederlo di nuovo come un leone come fu nell’arena di Santoro, il quadro sconsiglia anche duelli più blandi, trasmissioni che comportino uno stress in onda ma anche nella preparazione, comizi e bagni di folla.
È una fase di oscuramento che, certamente, durerà fino a settembre, nei due-tre mesi di recupero, ma anche dopo, nelle intenzioni della famiglia.
Certo, non si può passare dal pieno al vuoto in modo brusco e traumatico. Ed è immaginabile che, dopo le prime settimane, qualche comunicato stampa per rassicurare l’esterno sarà scritto.
Ma la sua presenza sarà , da costante, molto più occasionale. Soprattutto in pubblico.
Oltre alla salute, c’è il decoro, drammaticamente appassito nell’era delle badanti. Marina, che si muove da “capofamiglia affettivo”, ruolo riconosciuto anche dai figli di Veronica, è rimasta molto contrariata dall’immagine del padre portato in giro come una macchietta, che da un improbabile palco di Ostia racconta una barzelletta sul “carciofo” non proprio elegante o, in giro con la Pascale al seggio, fa battute sui “preservativi” con un gruppo di ragazzotti.
Ecco, togliere Berlusconi dal circo che pure ha alimentato, per indole, per scelta, per paura di uscire di scena o per esorcizzare il tempo che passa.
Questa è la ferma decisione dei figli, per la prima volta davvero determinati ad essere in campo con tutto il peso del loro ruolo.
Ora la necessità è più forte della volontà : “Al massimo — sussurra una fonte di primo livello dell’azienda – potrà fare il presidente onorario, del Milan e del partito, ma nulla di più”.
E c’è un motivo se la politica è tutta nelle mani di Gianni Letta, dopo giorni in cui al San Raffaele hanno osservato, con grande disappunto, tutti i “proci” che si agitano nell’Itaca del centrodestra: Toti e il famoso asse del Nord, Parisi un po’ sogna di fare il federatore, Fitto che ha ricominciato a parlare con Romani, Zaia e Maroni.
Il motivo è una constatazione e un programma, per i prossimi mesi. La constatazione è che è difficile pensare che dove non è riuscito oggi, ovvero a fare il federatore, Berlusconi possa riuscire in futuro: “E dunque — prosegue la fonte — bisogna essere realisti. Con Berlusconi fuori fino a settembre e non più in campo in futuro se non episodicamente, si deve evitare che ci infilino due righe che ci ammazzano in qualche decreto”.
Il circo attorno si muove ignaro di quel che sarà , quando in tardo pomeriggio inizia un surreale ufficio di presidenza, per approvare il bilancio: “Io — sbotta la De Girolamo con qualche collega — non ci vado. Ma vi pare possibile fare una riunione il giorno che si opera Berlusconi?”.
Inizia un periodo di vuoto, tra l’inconsapevolezza dei più, l’attivismo dei “proci”, la fideistica litania del “tornerà in campo più forte di prima”.
In serata, alla basilica di Sant’Agostino, un gruppo di parlamentari si danno appuntamento per recitare un rosario.
(da “Huffingtonpost“)
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Giugno 14th, 2016 Riccardo Fucile
LA PROPOSTA DEL GOVERNO SULLA FLESSIBILITA’
I lavoratori over 63, progressivamente quelli nati tra il 1951 e il 1955, potranno andare in pensione con tre anni di anticipo grazie a un prestito, da restituire a banche e fondi pensioni con gli interessi nell’arco di 20 anni, senza “penalizzazioni previdenziali” ma con taglio sull’assegno che potrebbe arrivare fino al 15%.
Così Tommaso Nannicini e il ministro Giuliano Poletti hanno presentato l’Ape, ovvero il meccanismo di flessibilità in uscita, nell’incontro con i sindacati che si è tenuto al ministero del Lavoro.
Un racconto che sembra aver convinto Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo.
La rassicurazione del braccio destro di Renzi che il meccanismo pensato dal governo non preveda “penalizzazioni” sulle pensioni viene vissuta come una prima vittoria Cgil, Cisl e Uil.
Una risposta a una delle loro rivendicazioni. “Non possiamo trascurare — ha detto ad esempio Camusso al termine dell’incontro al ministero, durato quasi quattro ore – che ci siano delle novità positive, ovvero il fatto che non ci siano penalizzazioni. Ma è ancora troppo poco per dire che siamo in una fase di conclusione delle nostre valutazioni. Speriamo che il confronto continui e produca dei risultati”.
Analizzando quanto illustrato dal governo, in realtà chi sceglierà di lasciare il lavoro prima del tempo avrà una penalizzazione sull’assegno pensionistico.
Nannicini sottolinea che non si tratta di una “penalizzazione previdenziale” ma comunque la rata di ammortamento, ovvero la rata che si dovrà restituire a banche, assicurazioni o fondi pensioni che presteranno al lavoratore i soldi per andare in pensione con tre anni di anticipo, sarà essa stessa una penalizzazione.
Che potrà arrivare a incidere sull’assegno pensionistico fino al 15% del totale.
Su un assegno da 1.500 euro al mese, ad esempio, la decurtazione per venti anni sarebbe di 225 euro.
Un taglio che non sarà uguale per tutti però, perchè degli sgravi fiscali potranno far aumentare l’assegno ad esempio al disoccupato di lunga durata o a chi ha redditi bassi, riducendolo invece per “chi sceglie individualmente” e per motivi personale di andare in pensione in anticipo.
Questo meccanismo delle detrazioni, ha spiegato Nannicini, avrà una fase sperimentale di tre anni per i nati dal 1951 al 1955.
Come funzionerà nel concreto l’Ape?
Mario, che ha 63 anni, potrà richiedere di andare subito in pensione, fino a tre anni di anticipo, accendendo un prestito, erogato da banche, assicurazioni e fondi pensioni e garantito dall’Inps.
Un prestito da restituire in 20 anni con rate (comprensive di capitale e interessi) che potranno arrivare fino al 15% dell’assegno pensionistico: dovrebbe essere la stessa Inps a trattenere i soldi dall’assegno e girarli poi agli istituti.
Se Mario avrà scelto volontariamente per motivi personali di abbandonare il lavoro, probabilmente avrà un assegno per 20 anni decurtato del 15%.
Se invece è un disoccupato di lungo corso, o con un reddito basso avrà accesso a detrazioni fiscali che porteranno al quasi azzeramento della decurtazione.
L’anticipo pensionistico sarà gestito dall’Inps cui – nell’ipotesi di Palazzo Chigi – spetterà l’onere di creare il rapporto con gli enti finanziari che erogheranno l’anticipo netto della pensione ai lavoratori che certificheranno la richiesta di pensionamento anticipato.
Se altre misure sulla flessibilità in uscita sarebbero costate 10 miliardi, ha spiegato Nannicini, l’Ape permetterà al governo di dare una risposta a sindacati e lavoratori spendendo meno di un decimo delle risorse. Visto che i soldi ce li metteranno banche e fondi pensioni.
(da “Huffingtonpost”)
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