Luglio 1st, 2016 Riccardo Fucile
DECINE DI INGLESI ORIGINARI DELL’ITALIA HANNO FATTA DOMANDA: “QUESTA SOCIETA’ HA PERSO I SUOI VALORI, CHE BELLE LE VOSTRE FAMIGLIE”
«Sono prima di tutto un italiano, il sangue che scorre nelle mie vene è italiano. Poi sono europeo».
Pasqualino Risi è nato in Gran Bretagna ma è figlio di immigranti italiani arrivati da San Vittore del Lazio dopo la guerra.
È uno dei circa settanta britannici che, delusi dalla Brexit, si sono rivolti ai consolati italiani per richiedere il passaporto del nostro Paese.
Alcuni di loro hanno radici italiane forti, altri meno; alcuni hanno viaggiato in Italia e parlano un po’ la lingua; altri no.
Per tutti un passaporto italiano è una porta verso quell’Europa da cui si sentono esclusi contro la loro volontà .
PASQUALINO «PACKA» RISI
Cinquantacinque anni, dirigente di una struttura sanitaria pubblica, Pasqualino vive a North Luffenham, piccolo villaggio nelle Midlands dove lo zio è stato prigioniero di guerra durante la Seconda Guerra Mondiale.
Dopo il conflitto, i genitori, Pietro e Margherita, si sono stabiliti lì con tre figli; altri tre, tra cui Pasqualino, sono nati in Gran Bretagna.
«Per me l’Italia viene sempre prima di tutto: Olimpiadi, rugby, calcio, sono un patriota», dice Pasqualino.
«Ma il problema è che il patriottismo dei britannici ha preso il sopravvento sui benefici dell’Europa. Loro sono un’isola, non si considerano parte dell’Europa».
E, aggiunge, il valore della solidarietà si è perso: «Questa è la cosa triste, è diventata una società dove si guarda solo a se stessi».
L’ospedale in cui lavora, racconta, chiuderebbe se non ci fossero gli immigrati dall’Est europeo. Pasqualino, sposato con una francese, si sentirà sempre europeo. «Non siamo tutti come Nigel Farage – dice -. S’immagina cosa sarebbe l’Europa se le persone restassero nei loro confini nazionali?».
DAVID SANTORO
David Santoro è di Birmingham ma va ogni anno a Mira, un villaggio vicino a Venezia: e da lì che suo papà Maurizio si è trasferito negli anni Sessanta per stare insieme alla donna, Susan, che amava e con cui ha costruito una famiglia.
David, 29 anni, funzionario all’Università di Birmingham, vuole mantenere un legame con l’Europa.
Si sente britannico ma anche europeo. «Ho sempre e solo conosciuto una Gran Bretagna all’interno dell’Unione europea, lavoro in un ambiente in cui vedo i benefici di una società multiculturale. La Brexit è stata uno choc. Mi ha spinto a fare questo passo che avrei dovuto fare prima».
Dell’Italia ama soprattutto la passione per la famiglia: «I miei parenti in Italia vivono tutti vicini, quest’idea di comunità è una cosa bellissima», dice.
Teme il clima d’incertezza generato dalla Brexit, non solo nel mondo dell’accademia. Sua moglie, che è inglese ma ha origini irlandesi, potrebbe cercare un secondo passaporto.
KEVIN MUNDY
Kevin Mundy vive a Bristol, ma è stato educato come un italiano in un piccolo villaggio del Somerset, Wells, da sua mamma Olga, per trent’anni assistente di reparto in un ospedale locale.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, Wells, diecimila anime, ospitava un campo di prigionia; dopo il conflitto, alcuni italiani sono rimasti, lavorando nei campi e integrandosi con la comunità locale, altri sono arrivati più tardi, magari per raggiungere la famiglia. Come il caso di Olga, arrivata da Trivento, vicino Campobasso.
«Abbiamo sempre festeggiato Natale e Pasqua con i miei parenti italiani. Devo aver avuto almeno quattordici anni quando ho celebrato il mio primo Natale inglese», racconta Kevin, assistente sociale di 34 anni.
Sulla collina c’era perfino una statua di Romolo e Remo. Kevin ha votato convintamente contro la Brexit, non solo per i rischi all’economia ma per la sua identità di europeo: «È stata una decisione del cuore», dice.
Alessandra Rizzo
(da “La Stampa”)
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Luglio 1st, 2016 Riccardo Fucile
L’ASSESSORE AL BILANCIO HA UNA CONDANNA A 2 ANNI E 8 MESI
Dalla Procura a Palazzo dei Bruzi. Dalle stanze dei pm che lo hanno sentito per tre ore come persona informata sui fatti nell’inchiesta sugli appalti alle ditte “amiche”, al Comune di Cosenza dove ha annunciato la sua nuova giunta.
Il sindaco Mario Occhiuto (Forza Italia), appena rieletto, ieri si è dovuto barcamenare tra l’indagine a carico del suo ex capo di gabinetto Carmine Potestio e di alcuni dirigenti comunali e la conferenza stampa in cui ha presentato la sua squadra.
Dopo aver vinto al primo turno il 5 giugno, Occhiuto ha fatto i conti con tutti quelli che lo hanno sostenuto: da Sgarbi a Padre Fedele passando per il suo ex vicesindaco condannato tre mesi fa.
Ancora prima dell’annuncio ufficiale Vittorio Sgarbi postava su Facebook le foto del suo ufficio di assessore alla Cultura, al centro storico e alla bellezza.
Ma Sgarbi non è l’unico esterno.
Occhiuto ha chiamato anche Matilde Spadafora, la madre di Roberta Lanzino uccisa 28 anni fa senza che ci sia ancora un colpevole. A lei, le deleghe alla Scuola e al contrasto della violenza di genere.
Tra gli assessori, anche Padre Fedele Bisceglia, frate “ultrà ” del Cosenza, assolto definitivamente dall’accusa di violenza sessuale.
La deputata e coordinatrice regionale forzista Jole Santelli sarà il vicesindaco, con le deleghe alla Programmazione dei fondi europei.
Spazio, infine, anche per Luciano Vigna già vicesindaco di Occhiuto, nominato al Bilancio.
A marzo Vigna è stato condannato a 2 anni e 8 mesi nell’inchiesta sulla società “Tesi” che, stando agli inquirenti, avrebbe provocato passività per poco meno di 5 milioni di euro attraverso operazioni ritenute illecite.
Lucio Musolino
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 1st, 2016 Riccardo Fucile
M5S 32,3%, PD 30,2%, LEGA 11,8%, FORZA ITALIA 11,5%, SI 5,4%, FDI 2,7%, NCD 2,5%… VUOLE RESTARE IN EUROPA IL 66%, VUOLE USCIRNE SOLO IL 26%
Le recenti elezioni amministrative hanno lasciato il segno, anche sul piano politico nazionale. 
Il recente sondaggio condotto da Demos per l’Atlante Politico di Repubblica lo conferma. Infatti, secondo gli italiani (intervistati) alle amministrative di giugno c’è un solo vincitore. Il M5S.
L’unico partito a essersi rafforzato in ambito nazionale (lo pensa circa l’80 per cento). Mentre gli altri si sono indeboliti. Più di tutti, il Pd di Renzi. Le stime elettorali riflettono queste valutazioni.
In caso di elezioni politiche, infatti, Demos attribuisce al M5S oltre il 32% dei voti validi. Circa 5 in più, rispetto alla precedente rilevazione, condotta in aprile.
Mentre il Pd si attesta poco oltre il 30%. Stabile, rispetto ai mesi scorsi.
Dietro queste due forze politiche c’è quasi il vuoto. Lega e Forza Italia non raggiungono il 12%. Anche se si coalizzassero, “costretti” dalle regole dell’Italicum, avrebbero poche possibilità (ad essere prudenti) di arrivare al ballottaggio.
Su queste basi, si rafforzerebbe ulteriormente il M5S, ma, soprattutto, si ridisegnerebbe il sistema dei rapporti di forza fra soggetti politici.
Il tripolarismo imperfetto, emerso nel voto amministrativo, in ambito nazionale si ridurrebbe a un bipartitismo.
Infatti, il Pd di Renzi e il M5S, insieme, intercetterebbero quasi i due terzi dei voti. Mentre il rimanente terzo degli elettori appare diviso e frammentato.
Il M5S, peraltro, in caso di ballottaggio vincerebbe largamente. Come, d’altronde, è avvenuto, alle amministrative, nei comuni maggiori dove il M5S, è riuscito ad arrivare al secondo turno, riuscendo ad affermarsi praticamente dovunque. In 19 comuni maggiori su 20. Tra i quali, anzitutto, Roma e Torino.
Il M5S, infatti, oggi appare il principale canale per raccogliere il dissenso contro i partiti “tradizionali”. Ma, soprattutto, di intercettare il voto “anti-renziano” dall’intero arco politico. In particolare al centro e a destra.
Infatti, secondo il sondaggio, il M5S, in caso di ballottaggio, prevarrebbe di quasi 10 punti sul Pd (54,7 a 45,3).
Mentre nel confronto con i Forza-leghisti non ci sarebbe storia. Quasi 20 punti di distacco.
Si spiegano anche — soprattutto — così le crescenti perplessità , nella maggioranza, verso l’Italicum, la legge elettorale approvata da questo governo. Che entra in vigore proprio oggi.
Riproduce, per molti versi, il dispositivo adottato per l’elezione dei sindaci. Con effetti sicuramente poco gradevoli e graditi per il PdR. E il suo leader.
Peraltro, echeggiando la nota definizione di Giorgio Galli, emerge un bipartitismo “meno” imperfetto di qualche tempo fa.
Quando il M5S si proponeva come un’opposizione, ma non come un’alternativa. Appariva, cioè, un collettore e un contenitore del risentimento. Ma senza speranza. Senza possibilità di governare. Perchè non veniva votato per questa ragione.
Dopo le elezioni amministrative di giugno, però, le opinioni degli elettori, al proposito, sembrano cambiate. Oggi, infatti, quasi due elettori su tre considerano il M5S in grado di governare le città dove si è affermato.
Mentre la maggioranza non lo ritiene ancora una forza di governo a livello nazionale. Tuttavia gli orientamenti stanno cambiando, anche sotto questo profilo.
Visto che oltre 4 elettori su 10 pensano che il M5S sarebbe in grado di governare il Paese. Ancora una minoranza. Ma larga. Cresciuta di oltre 10 punti negli ultimi mesi.
La polarizzazione politica, che emerge a livello elettorale, si riflette anche sul piano della “fiducia” personale.
Beppe Grillo, infatti, raggiunge — quasi — Renzi. Mentre Di Maio lo supera. E De Magistris, rieletto sindaco di Napoli senza problemi, lo affianca.
Segno che anche a sinistra esiste un’area di dissenso nei confronti del premier. Tuttavia, nonostante i deludenti risultati delle amministrative, la fiducia personale verso Renzi, negli ultimi mesi, resta stabile. Intorno al 40%. E il consenso nei confronti del suo governo cresce di qualche punto. Fino al 42%,
Probabilmente, per due ordini di ragioni. La prima, di natura politica interna, riflette la tensione bipolare, alimentata dalla sfida antipolitica del M5s. Che polarizza i consensi e i dissensi intorno ai due protagonisti: il M5s e Renzi.
D’altra parte, vi sono altri fattori, che attraggono l’opinione pubblica intorno al governo. Di natura prevalentemente esterna. La domanda di sicurezza, in primo luogo. Alimentata dall’immigrazione, che continua a generare preoccupazione. Poi, la questione europea, drammatizzata dalla Brexit.
Gran parte degli italiani ne teme gli effetti. E per questo si assiste a una crescita di consensi verso la UE. E a un aumento del sostegno all’euro.
Si tratta del riflesso di tendenze note. Fra gli italiani, infatti, anche in passato il timore dei possibili effetti dell’uscita dalla UE e dall’euro prevaleva largamente sull’insoddisfazione nei confronti di entrambe le istituzioni.
Oggi che questa prospettiva non è più così ipotetica e che la costruzione europea scricchiola in modo preoccupante, il sentimento euro-peista si rafforza. Per reazione. Se venisse proposto anche in Italia un referendum Ità¦xit, sull’uscita del nostro Paese dall’Unione europea, secondo il sondaggio di Demos, i due terzi degli elettori italiani voterebbero contro. Cioè, per rimanere nella Ue.
Solo fra gli elettori della Lega la maggioranza voterebbe per uscire. Tutti gli altri, compresi quelli del M5S, sceglierebbero di rimanere “uniti”. Per prudenza, perchè non si sa mai…
Il clima di tensione internazionale, l’instabilità europea, l’insicurezza interna, dunque, sembrano rafforzare, in qualche misura, anche il sostegno al governo nazionale.
A chi lo guida. Nonostante tutto. Magari per reazione alle “minacce” che provengono dall’esterno. Ma anche perchè, di fronte al bipolarismo tra politica e anti-politica, in questa fase il richiamo della “politica” diventa più forte. Più credibile.
D’altronde, in tempi tanto incerti, aggiungere altri motivi di incertezza: suscita ulteriore incertezza.
E il richiamo del “nuovo ad ogni costo”, almeno quando si tratta del governo nazionale, diventa meno attraente.
Sul mercato politico, molti preferiscono, per prudenza, affidarsi al semi-nuovo. Almeno per adesso. Domani è un altro giorno. Si vedrà .
(da “La Repubblica”)
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