Destra di Popolo.net

APPENDINO IN CONFUSIONE, PRIMA TAGLIA IL WI-FI “PERCHE’ TEME PER LA SALUTE”, POI SI CORREGGE: “MAI DETTO CHE E’ NOCIVO”

Luglio 21st, 2016 Riccardo Fucile

SCOPPIA LA POLEMICA SUL WEB

La sindaca Chiara Appendino non aspira soltanto a mettere a dieta i torinesi incoraggiando l’alimentazione “vegetariana e vegana su tutto il territorio cittadino”. Prospetta anche di spegnere gli impianti wi-fi, che considera potenzialmente pericolosi per la salute.
E intende farlo a cominciare dalle scuole, “riducendo il tempo e la quantità  delle emissioni in modo che sia garantita la connettività  per lo stretto necessario”.
C’è scritto così a pagina 23 del programma di governo che la prossima settimana passerà  in consiglio comunale per l’approvazione.
Subito dopo la pubblicazione della notizia su Repubblica la prima cittadina con un tweet si è affrettata a chiarire il concetto: “Si tratta di eliminare le emissioni superflue riducendo tempo e/o quantità  delle emissioni in modo che sia garantita la connettività . Non ho mai detto – ha aggiunto – che il wi-fi è nocivo”.
La polemica infuria sul web, vanno all’attacco soprattutto gli ex assessori pd della giunta Fassino Enzo Lavolta e Claudio Lubatti. Stefano Lorusso, il senatore Stefano Esposito e molti altri.
Tuttavia nelle 62 pagine del documento si sottolinea anche che ai Cinque Stelle, da sempre accaniti fautori della rete, sta “a cuore lo sviluppo dei sistemi di connessione “, ma anche “l’ambiente e la salute” dei cittadini.
Un altro cavallo di battaglia grillino si fa così strada nel programma che la nuova amministrazione riserverà  ai torinesi.
Solo pochi mesi fa, a gennaio, aveva fatto discutere il caso del sindaco grillino di Borgofranco di Ivrea, Livio Tola, che aveva deciso di staccare i routers nelle scuole del paese, ritenendoli dannosi per i bimbi.
La stessa situazione si ripropone nel capoluogo, dove la nuova giunta comunale annuncia: “Seguiremo tutti i principi di precauzione relativi alle onde generate da ogni impianto di emissione, ancor di più se queste apparecchiature si trovano all’interno di edifici scolastici”.
E aggiunge: “Chiederemo, in concerto con le altre amministrazioni pubbliche, di ridurre le emissioni in modo che sia garantita la connettività  per lo stretto necessario”. Un enunciato fa anche intendere che la proposta possa essere estesa anche ai privati, non solo alle scuole e agli edifici pubblici: “Ove sarà  possibile – c’è scritto nel documento – chiederemo di ridurre il numero di singoli impianti o emittenti, riducendole al numero strettamente a garantire la connettività  dei dispositivi mobili”.
L’assessora all’Ambiente, Stefania Giannuzzi, già  investita dal vortice di polemiche sul progetto della “vegan city”, conferma che la questione Wi-Fi è all’ordine del giorno, ma preferisce non scendere troppo nei particolari: “Sono azioni – afferma – che dovremo valutare in maniera articolata”.
Come questo si tenga con un’altra, ponderosa parte di programma, dove a proposito dell’attrazione di nuove imprese si propone di “costruire un sistema Wi-Fi a banda larga su tutta la città , attraverso l’installazione di routers e antenne dedicate all’utilizzo da parte di cittadini e imprese” resta un mistero.certo, la crociata contro il Wi-Fi o quella per la promozione della dieta vegan non sono le uniche proposte singolari contenute nel programma della sindaca Appendino. Ce n’è un’altra, per esempio, che prevede l’abbattimento delle “barriere anti- uccelli”, introducendo nei regolamenti comunali delle “prescrizioni sulle caratteristiche di costruzione dei palazzi per limitare i danni ai volatili dovuti alle collisioni con le vetrate”.
Senza parlare, poi, della volontà  di “realizzare colombaie in alcune aree verdi per fornire una alimentazione adeguata ai piccioni “.
Subito sul web sono cominciate le polemiche e le ironie (“Torniamo alla Sip”) anche di esponenti dell’opposizione e di semplici cittadini.

(da “La Repubblica”)

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INFERMIERI, MANCANO 47.000 ADDETTI: “MASSACRATI DAGLI STRAORDINARI E PAGATI SEMPRE MENO”

Luglio 21st, 2016 Riccardo Fucile

IN CINQUE ANNI PERSI 7.500 ADDETTI, CON UN CALO DEL 2,2% DELLA FORZA LAVORO

Pochi, massacrati dagli straordinari e pagati sempre meno.
Questa la fotografia degli infermieri italiani scattata da Ipasvi, la federazione nazionale dei professionisti del settore.
Secondo un rapporto stilato dall’associazione, servono 47mila persone per raggiungere un “numero minimo necessario ottimale per garantire subito l’efficienza del territorio”. Anche perchè, sottolinea la federazione, meno infermieri e straordinari troppo pesanti significa un maggiore tasso di mortalità  negli ospedali.
Dal 2009 al 2014, infatti, il Servizio sanitario nazionale ha perso circa 7.500 addetti, con un calo del 2,21% della forza lavoro.
Nel dettaglio, la contrazione maggiore in valori assoluti si registra in Campania con 2.102 infermieri in meno, seguita dal Lazio con -1.893 e dalla Calabria a -1.444. Ma in percentuale, spiega il rapporto, il primato spetta alla Calabria che perde il 16,31% dei suoi infermieri in cinque anni.
La scarsità  di addetti diventa evidente anche anche in rapporto al numero di pazienti. In media, in Italia un infermiere si occupa di 12 pazienti, mentre in alcune Regioni si arriva anche a un rapporto di 1 a 18.
Cifre a dir poco lontane dall’obiettivo indicato dalla federazione di un infermiere ogni 6 pazienti.
“Studi internazionali hanno dimostrato che la mortalità  aumenta con il diminuire degli organici infermieristici — commenta Barbara Mangiacavalli, presidente Ipasvi — e in particolare un minor carico di pazienti per singolo infermiere permette la riduzione della mortalità  dei pazienti del — 20%, se si portano da 10 a 6 i pazienti totali affidati a un singolo infermiere”.
Ma la salute dei pazienti, secondo la federazione, è messa a rischio anche dalla quantità  di straordinari che devono fare gli infermieri italiani.
Nel 2014, questa voce è in aumento in quasi tutte le Regioni rispetto a tre anni prima. “Le punte maggiori si hanno nel primo gruppo in Campania e nel Lazio, dove lo straordinario copre il 4,5% della retribuzione media e in Calabria (4%)”, fa notare il rapporto.
“La ridotta vigilanza può portare a errori clinici che possono compromettere il benessere del paziente — aggiunge la presidente Mangiacavalli — In uno studio relativo alle ore di lavoro degli infermieri per la sicurezza del paziente, i rischi di errori e gli errori sono aumentati quando gli infermieri hanno svolto turni straordinari oltre le 12 ore, incrementando 3 volte il rischio di cadere in errore e più del doppio il rischio di incorrere in un quasi-errore”.
E a fronte del maggiore impegno degli infermieri, le loro buste paga si assottigliano con il passare degli anni. Dal 2011 al 2014 le retribuzioni si sono ridotte di circa 70 euro all’anno a testa.
A trascinare verso il basso il dato è la Liguria (-664 euro), il Friuli Venezia Giulia (-419 euro) e la Puglia (-310 euro).
“A fronte di questa situazione al limite — afferma il Movimento 5 Stelle in una nota — l’azione messa in campo dal governo e dal ministro della Salute in particolare, è stata — prosegue la nota -costante e chiara: prosecuzione dei tagli nel comparto sanità , blocco del turnover, mancato adeguamento alla normativa europea sull’orario di lavoro del personale medico sanitario. Chi cerca risposte adeguate rispetto ai problemi del comparto andando a bussare alla porta di questo esecutivo sta solo perdendo tempo”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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UNIONI CIVILI, VIA LIBERA DEL CONSIGLIO DI STATO AL DECRETO

Luglio 21st, 2016 Riccardo Fucile

IL PROVVEDIMENTO PONTE CONSENTE LA CELEBRAZIONE DELLE PRIME UNIONI IN ATTESA DEI DECRETI ATTUATIVI

Parere favorevole del Consiglio di Stato al decreto sui registri per le unioni civili.
Il nodo di eventuali obiezione di coscienza dei sindaci è superata dal fatto che il testo parla di ufficiale di Stato civile la cui platea è molto ampia, è stato spiegato in conferenza stampa.
“Con il parere sul decreto Unioni Civili stamane il Consiglio di Stato accende la luce su un diritto. Un provvedimento” quello sulle Unioni Civili “di cui vi era assoluta urgenza che, con il nostro parere, oggi può essere adottato immediatamente”, ha affermato il presidente della sezione Atti Normativi del Consiglio di Stato, Franco Frattini.
Il decreto ‘ponte’ permetterà  la celebrazione delle prime unioni civili in attesa dei decreti attuativi.
Stamane i giudici amministrativi hanno adottato il   parere sul dpcm, trasmesso alcuni giorni fa dalla Presidenza del Consiglio, che regola il regime transitorio di trascrizione delle unioni civili nei registri dello Stato civile.
Se il governo si muovesse subito, continua Frattini, “ragionevolmente prima di Ferragosto” potranno essere celebrate le prime unioni gay in Italia. “Noi auspichiamo – continua Frattini- che il governo faccia presto. Si tratta di un provvedimento di cui c’era assolutamente urgenza e che con il nostro parete oggi può essere eseguito immediatamente e consente a chi ha già  presentato domanda ai comuni di avviare il procedimento”.

(da “La Repubblica”)

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LA STRAGE DI NIZZA POTEVA ESSERE EVITATA? A BLOCCARE IL TRAFFICO SOLO UN’AUTO DEI VIGILI

Luglio 21st, 2016 Riccardo Fucile

IN FRANCIA ACCUSE ALLE FORZE DI POLIZIA DOCUMENTATE DA FOTO

Dopo il cordoglio, a una settimana dall’eccidio di Nizza, scocca l’ora delle polemiche. Ma siamo proprio sicuri, come ribadito a più riprese dal premier Manuel Valls, che le forze dell’ordine non abbiano alcuna responsabilità  su quanto accaduto ?
Che una diversa organizzazione di quella terribile serata non avrebbe potuto impedire la strage?
Le rivelazioni, giovedì mattina, del quotidiano Libèration, iniziano a incrinare diverse certezze.
La sera del 14 luglio a bloccare il traffico all’inizio della zona pedonale sulla Promenade des Anglais c’era solo un’auto della polizia municipale e due agenti, che vennero presi alla sprovvista dall’arrivo del tir di Mohamed Lahouaiej Bouhlel: è quanto si legge stamani sul quotidiano.
Il terrorista era salito con il Tir sull’ampio marciapiede per farsi varco, evitando alcune barriere metalliche sistemate sulla carreggiata.
La prefettura locale aveva indicato, subito dopo la strage, che il controllo di tutta l’area, quella sera di festa e fuochi d’artificio, era stata affidata «nei punti maggiormente sensibili alla polizia nazionale, rafforzata dalla presenza di agenti municipali».
Ma Libèration pubblica una foto e fa riferimento a diverse testimonianze, secondo le quali lì, all’angolo con il boulevard Gambetta, c’erano solo due agenti, che, in ogni caso, con i loro revolver .38 Special (sei colpi, calibro 7,65 millimetri) avrebbero potuto fare ben poco contro l’attentatore, a parte colpirlo lateralmente, ma con un’abilità  e una prontezza di riflessi davvero incredibili.
Stamani Bernard Cazeneuve, il ministro degli Interni, ha già  reagito alle rivelazioni, indicando che la polizia nazionale era comunque presente su altri punti della Promenade e, infatti, più tardi saranno alcuni rappresentanti del corpo ad abbattere l’attentatore.
Ma sono rassicurazioni che non convincono totalmente: perchè lasciare quel punto così importante, l’inizio della zona pedonale, al controllo di soli due agenti?
Intanto, interviene anche Patrick Mortigliengo, presidente della Federazione degli autotrasportatori della regione delle Alpi Marittime, quella di Nizza.
Ha ricordato che sulla Promenade des Anglais «è vietato totalmente il traffico dei camion, 24 ore su 24. E questo a partire da un decreto municipale del 29 settembre 2014».
Non vi possono accedere veicoli con una capacità  superiore alle 3,5 tonnellate. Lahouaiej Bouhlel, con quello che aveva noleggiato, di ben 19 tonnellate, non solo ha guidato fino a lì la sera del 14 luglio, ma vi è andato anche più volte in precedenza e in pieno giorno, assolutamente indisturbato, come testimonia il sistema di videosorveglianza della città , probabilmente per accertarsi come agire quella terribile sera.
È vero che al divieto esistono alcune deroghe, come i traslochi o consegne ai negozi, ristoranti e hotel della zona.
Ma come mai il franco-tunisino non è stato controllato?
Tanto più che, come indicato da Mortigliengo, «il suo non era un camion frigo», come invece indicato dal procuratore Franà§ois Molins.
«I camion frigo hanno motori di raffreddamento molto grandi, facilmente riconoscibili, piazzati sopra la cabina — ha indicato Mortigliengo -, che non sono visibili su quello dell’attentatore».
Insomma, a maggior ragione il suo Tir avrebbe dovuto destare seri dubbi.

Leonardo Martinelli
(da “La Stampa”)

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L’IDENTITA’ COMUNE DI LUPI SOLITARI E ASSASSINI FEROCI

Luglio 21st, 2016 Riccardo Fucile

IL BUIO NON E’ OLTRE LA SIEPE, IL BUIO E’ DENTRO LA SIEPE

Due notizie, come prima impressione, slegate.
A Roma un giovane viene condannato per aver indotto, lentamente, la sua compagna al suicidio. Maltrattandola ed assuefacendola ad avere disprezzo di sè.
A Nizza un giovane, ispirandosi alla ideologia del terrorismo, uccide almeno 84 persone. Comunque, sapendo e ignorando di trovare la propria morte.
I commenti psicoanalitici, psicologici e psichiatrici convergono.
Nel primo caso: personalità  dominanti e manipolatrici scaricano le loro problematiche su personalità  dipendenti e pronte al collasso.
Dentro queste relazioni, il suicidio diventa l’unica soluzione, quando l’omicidio per difesa non è pensabile. Ma esiste un induttore.
Nel secondo caso: personalità  marginali che già  vivono ai confini del loro stesso mondo, vengono raccolte da un messaggio fortissimo.
Trovando una identificazione magnetica, nel Paradiso, di una doppia morte omicida e suicida. Ma esiste un mandante.
Sono due situazioni umane lontanissime fra di loro. Una sembra del tutto privata. L’altra irrompe subito come pubblica. Ma sono ambedue testimonianze della nostra attualità .
Una realtà  di nuove solitudini dentro una rete di immagini globalizzate.
Ma l’inevitabile selfie è fatto per guardarsi, tante volte, da soli. Forse possiamo pensare ad un punto di contatto, dove scatta un corto circuito in qualche modo similare.
La contrapposizione tra omicidio e suicidio non è sempre vera; qualche volta è assoluta; qualche volta è oggettivamente confusa; molto spesso esiste una saldatura profonda tra spinta omicida e spinta suicida.
Nell’omicida esiste una qualche consapevolezza suicida. Nel suicida esiste anche una fantasia omicida.
Ognuno di noi è legato alla propria ombra. Ognuno di noi cerca di mettere l’immagine di sè nell’altro. Ma per riuscirci dovrebbe anche assumere le emozioni dell’altro dentro di sè.
Con una antica scena paradigmatica: lo scontro fra Caino ed Abele racconta, anche, questa storia. Caino ed Abele oltre che fratelli sono anche la stessa persona. Abele dalla nascita è in attesa della propria morte. Con il suo stesso nome che vuol dire soffio o vuotezza.
In qualche modo provoca Caino imitandolo e determinando così la sua perdita di esclusività , la sua esclusione e la sua implosione.
Caino sente di non essere una vera persona, perchè sente di aver perso la capacità  di donare e di scambiare doni. Nel momento in cui cerca di superare la propria umiliazione, uccide il suo Doppio e, diventando il primo omicida, sa di fuggire verso la propria morte.
Credo che queste considerazioni debbano essere ripensate, per avere un risvolto pratico, educativo e preventivo.
Le proposte di intervento politico nelle diverse aree e dimensioni conservano la loro necessaria validità . Ma debbono essere inserite in una strategia culturale adeguata ed innovativa.
Dobbiamo iniziare prendendo atto che da quasi un quarto di secolo stiamo assistendo a due fenomeni: l’aumento degli omicidi/suicidi nel privato; l’esplosione di un nuovo spettacolare suicidio/omicidio ideologico.
Ambedue i fenomeni hanno una nuovissima capacità  di contagio reciproco, che dobbiamo considerare con maggiore attenzione.
Ambedue i fenomeni trovano la loro forza in un selfie immaginario e globalizzato. Ma pur sempre anestetizzante e solitario.
Ci sono altre due differenze fra questi nuovi suicidi e quelli delle persone melanconiche.
Primo: il dolore. I suicidi/omicidi non hanno alcuna consapevolezza del dolore altrui perchè non hanno una vera consapevolezza del proprio dolore.
Secondo: il rispetto. I suicidi/omicidi non hanno alcun rispetto della vita altrui perchè non hanno alcun rispetto della vita propria.
In particolare: il suicida spettacolare non ha rispetto perchè vive soltanto nella propria ombra. E cerca un sole accecante e mortale.
Abbiamo individuato due diversi tipi di omicida/suicida.
Il lupo solitario spettacolare che accetta di suicidarsi per poter uccidere qualcuno che non conosce. Il borderline implosivo che per potersi suicidare pretende di portare con sè qualcuno che crede di conoscere.
Esaminarli uno di fronte all’altro può aiutarci a capire come una rappresentazione ideale, e/o l’assoluta non rappresentazione della morte, possono nell’attualità  favorire in alcune persone una fuga distruttiva da una vita vuota.
Dobbiamo imparare a lavorare su questi temi.
Il buio non è al di là  della siepe. Il buio è dentro la siepe.

Gavriel Levi
Università  La Sapienza di Roma
(da “La Stampa“)

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MAROCCHINO DIFENDE DONNA AGGREDITA DA UN CANE, IL PROPRIETARIO ITALIANO LO INSULTA E LO ACCOLTELLA: LA FOGNA RAZZISTA HA TROVATO UN ALTRO MITO DA DIFENDERE

Luglio 21st, 2016 Riccardo Fucile

IL GIOVANE E’ GRAVE, L’ASSALITORE ARRESTATO PER TENTATO OMICIDIO

È ricoverato in gravi condizioni all’ospedale San Giacomo di Novi il ventunenne marocchino A.A., accoltellato l’altra sera nel centro di Serravalle Scrivia, mentre cercava di soccorrere un’anziana aggredita da un dobermann.
È stato arrestato con l’accusa di tentato omicidio il proprietario dell’animale, Andrea Verganesi, 39 anni, residente a Serravalle, operaio di una ditta di Capriata d’Orba, personaggio già  conosciuto dalle forze dell’ordine locali.
L’episodio si è svolto in piazza Bosio, poco prima delle 20.
Verganesi stava passeggiando tenendo al guinzaglio il cane che ha iniziato ad abbaiare verso la donna che stava riposando su una panchina.
Impaurita, questa si è alzata per andarsene, quando il dobermann le si è scagliato contro, gettandola a terra.
In sua difesa è intervenuto il giovane marocchino, il quale, dopo aver aiutato la signora a rialzarsi, si è rivolto a Verganesi semplicemente ammonendolo di tener legato meglio il cane, per evitare altri spiacevoli incidenti.
Per tutta risposta, l’italiano ha legato il cane alla panchina e ha estratto dal marsupio un coltello.
Si è fatto incontro al marocchino, prima minacciandolo e offendendolo, infine sferrandogli un fendente al basso ventre, sotto gli occhi di numerosi testimoni atterriti. L’italiano è stato poi arrestato per tentato omicidio.

Gino Fortunato
(da “La Stampa”)

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M5S, LA CACCIATA DEL DISSENSO: 800 TRA ESPULSI ED EMARGINATI

Luglio 20th, 2016 Riccardo Fucile

ALMENO 500 SBATTUTI FUORI PRIMA DEL REGOLAMENTO NULLO… A ROMA ORMAI SOLO 300 ATTIVISTI… E A NAPOLI SI PREPARA UN’AZIONE LEGALE COLLETTIVA

«Nel M5S ci sono almeno 500 persone sbattute fuori prima di un certo regolamento e comitato d’appello… o procedura minima di facciata».
L’uomo che fornisce queste cifre sa molto di tutta la storia delle origini del Movimento cinque stelle.
Si chiama Ernesto Tinazzi, è il fondatore del meet up 878, uno dei meet up storici – e anche uno dei più discussi e attaccati dai media mainstream.
L’«878» era una lista, laziale, di 511 aderenti, la gran parte dei quali superortodossi e convinti del progetto delle origini di Grillo e Casaleggio, al punto che a Milano le analisi di Tinazzi erano ascoltate con attenzione.
Era considerato un influencer. La sua truppa, forte e anche capace di intimorire assai nelle dinamiche social. Quindi apprezzatissimo da Casaleggio.
Poi accadde qualcosa. Dissero ai due fondatori che Tinazzi si stava facendo un suo simbolo – cosa non vera – fatto sta che la Casaleggio diffidò tutto il meet up.
Subìto questo trattamento, Tinazzi avrebbe potuto organizzare azioni roboanti, cause persino di gruppo. Non lo ha fatto. Parentesi: dal suo meet up sono venuti tantissimi deputati e senatori, ora lieti nel vortice della vita romana. Ruocco, Taverna, Di Battista sono stati da loro assai sostenuti.
Ne avrebbe di cose da raccontare, Tinazzi.
A questi 500 vanno sommati gli «espulsi» in senso tecnico, almeno altri 300 in tutta Italia che (dopo il varo del Regolamento del 23 dicembre 2014, ora dichiarato «nullo» dal Tribunale) hanno ricevuto una mail con una comunicazione.
Prima di quella data le espulsioni avvenivano con un post scriptum sul blog, spesso anche senza: un bel giorno il militante si svegliava e si trovava «cliccato», disattivato dal server della Casaleggio.
Al massimo con una lettera di diffida all’uso del simbolo. Questa carica degli 800 delinea i contorni di una gigantesca cacciata del dissenso, per una forza di un paese democratico; una cacciata di cui per la prima volta siamo in grado di determinare con precisione l’entità .
Trentasei espulsi a Napoli, una trentina a Roma, almeno 50 espulsi in Emilia – tra cui i casi storici di Favia e Salsi, o quello recente di Lorenzo Andraghetti, reo di aver tentato di sfidare Massimo Bugani, prescelto dalla Casaleggio – una decina in Calabria, dove l’uomo forte è Nicola Morra, e dopo le espulsioni il Movimento è precipitato al 4%.
Ieri Federico Pizzarotti (per ora solo «sospeso») ha scritto ormai spazientito a Grillo, consapevole ormai di avere armi giuridiche assai forti: «Il tempo dell’attesa è finito. Se non dovessero arrivare in tempi brevi risposte sulla mia situazione, interpreterò l’atteggiamento per quello che è: la chiara volontà  di arrivare a una rottura senza neppure il coraggio di assumersene la responsabilità . Pretendiamo chiarezza, l’indifferenza non rende piccolo chi la subisce, ma chi la attua».
A Napoli doveva esser candidato alle regionali Angelo Ferrillo, un militante storico della Terra dei fuochi.
Fu espulso con accuse pretestuose. Fece una lista civica (che appoggiò Caldoro). Ora annuncia di non voler affatto rientrare ma di voler «avviare un’azione legale collettiva» contro i responsabili: «Il M5S non è riformabile, nè dall’interno nè dall’esterno. È un partito azienda col potere di firma nelle mani di una sola persona e gestito in comproprietà  da una srl».
«Conquistano il consenso elettorale mediante il plagio o l’inganno e la menzogna», dice.
In tanti stanno catalizzando questa rivolta degli espulsi.
Roberto Motta a Roma riceve decine di telefonate. Idem l’avvocato Borrè.
Altri, sempre nella Capitale, ci dicono questo: «A Roma sono rimasti nel M5S in tutto 300 attivisti; se pensate che 200 sono stati assorbiti nei municipi capirete che la base non esiste più».
Il Movimento della partecipazione è diventato un partito degli eletti, senza più una vera e propria base.

Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)

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IL SENATO SILENZIA LE OLGETTINE. MA CHI HA SALVATO SILVIO?

Luglio 20th, 2016 Riccardo Fucile

M5S E PD SI ACCUSANO A VICENDA SUL VOTO SEGRETO

Chi ha salvato Silvio?
È questa la domanda che si fanno gli esponenti del Pd e del MoVimento 5 stelle, accusandosi reciprocamente, dopo che l’aula del Senato, con voto a scrutinio segreto, non ha dato l’autorizzazione all’utilizzo di intercettazioni telefoniche di Silvio Berlusconi.
Intercettazioni che avrebbero svelato i colloqui tra l’ex Cavaliere e alcune delle cosiddette Olgettine.
I voti favorevoli sono stati 120, i contrari 130 e 8 gli astenuti.
La giunta per le immunità  parlamentari aveva chiesto il via libera all’autorizzazione. In aula si sono subito scatenate le proteste del MoVimento 5 stelle che hanno spinto il presidente Pietro Grasso a sospendere la seduta.
Ma fuori dall’emiciclo, il Pd non le manda a dire e attacca i grillini. “Nei giorni scorsi – afferma il senatore Pd Francesco Russo – qualcuno aveva ipotizzato che, nascondendosi dietro il voto segreto, i senatori 5 stelle stessero preparando un’imboscata per salvare Silvio Berlusconi e scaricare la responsabilità  sul Partito Democratico”.
“Spero davvero che i colleghi grillini non abbiano in così breve tempo imparato i peggiori trucchi della Prima Repubblica – sottolinea l’esponente Pd – ma voglio notare che chi urla di più rischia di essere tra i principali indiziati. Ma soprattutto voglio sottolineare un dato inequivocabile. La somma dei voti espressi dal Partito Democratico (96) e dal Movimento 5 Stelle (24) è esattamente 120, il numero dei voti totali di chi si è espresso a favore della richiesta dei giudici di utilizzare le intercettazioni di Berlusconi”.
Anche il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del Pd, Luciano Pizzetti, afferma: “Le manovre sporche dei Cinque stelle salvano Berlusconi con il voto segreto. Come la Lega salvò Craxi nel 1992. Parlano di moralità  ma agiscono nell’ombra”.
Il capogruppo al Senato del MoVimento 5 stelle, Stefano Lucidi, accusa invece senza mezzi termini i democrat, denunciando la resurrezione del patto del Nazareno: “Il Pd con il voto segreto salva Berlusconi e prova a puntellare la sua sempre più scricchiolante maggioranza”.
Laconico il senatore di M5s, Nicola Morra, che su Twitter scrive: “Pd salva berlusconi e accusa il M5s. La prima gallina che canta ha fatto l’uovo”.

(da “Huffingtonpost“)

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CONGO, TUTTE LE BUGIE DEI LADRI DI BAMBINI

Luglio 20th, 2016 Riccardo Fucile

I MINORI NON ERANO ADOTTABILI PERCHE’ NON ERANO ORFANI, MA L’ASSOCIAZIONE ITALIANA AVEVA GIA’ INTASCATO I SOLDI DALLE FAMIGLIE… DA QUI LA MESSINSCENA DI UN RAPIMENTO DA PARTE DI INESISTENTI BANDE ARMATE

La butta sul ridere Marco Griffini, 69 anni, presidente dell’associazione Aibi di San Giuliano Milanese. «Una domanda mi assilla e non mi fa dormire: ma poi il motorino è stato recuperato?», chiede dalla sua pagina Twitter.
Scrive la domanda dopo aver letto su “l’Espresso” l’inchiesta sulle adozioni di bambini sottratti ai loro genitori in Africa e su altre presunte irregolarità  che coinvolgono la sua organizzazione. È la più potente in Italia, con sponsor fin dentro il Parlamento.
Ma è un sarcasmo cinico quello del presidente-padrone, fondatore dell’ente cattolico autorizzato dallo Stato: perchè il proprietario di quel motorino, Raymond Tulinabo, ex affidatario dei bimbi destinati ad Aibi nella regione orientale del Congo, è stato fatto arrestare con una falsa accusa dal partner locale dell’associazione milanese, il presidente del Tribunale dei minori di Goma, Charles Wilfrid Sumaili.
E una volta in carcere, come ritorsione è stato più volte torturato.
La colpa di Tulinabo: aver portato al sicuro al di fuori del controllo di Aibi e del giudice quattro bambini adottati da famiglie italiane.
Un trasferimento deciso a Roma in collaborazione con le autorità  congolesi per presunte gravi difformità  dell’ente di Griffini nelle procedure di adozione: a cominciare dalle bugie raccontate a quattro coppie italiane sul rapimento dei loro figli, in attesa di partire per l’Italia.
È il seguito del film horror, questa volta visto con gli occhi delle mamme e dei papà  italiani che aspettano i loro piccoli. Mesi di lacrime e paura. L’attesa straziante di una notizia.
Fino a scoprire che la storia del sequestro dei quattro bimbi è una messinscena. Pianificata in Congo. E condivisa dai vertici di Aibi, nonostante le carte dimostrino che a San Giuliano Milanese da fine marzo 2014 siano al corrente che la verità  è un’altra.
Anche questo emerge dalle segnalazioni inviate alla Commissione per le adozioni internazionali, l’autorità  di controllo della Presidenza del Consiglio che sta indagando: quei bimbi non sono orfani, non sono mai stati rapiti. Sono semplicemente tornati dai loro genitori.
Ma su questo segreto viene costruita l’incredibile trama che per due anni protegge i ladri di bambini: la rete congolese che con la scusa di far studiare i piccoli, li ha sottratti alle loro povere famiglie.
Lo scrive in un rapporto interno lo stesso rappresentante legale di Aibi a Goma, l’avvocato Martin Musavuli: «Le bimbe erano state prese per ragioni di studio». Insomma, non c’è niente da ridere. In quei giorni di fine aprile 2014 basterebbe essere sinceri con i genitori in Italia, che tra l’altro hanno pagato migliaia di euro ad Aibi per le pratiche di adozione. E avviare una verifica, in sintonia con la Commissione di controllo di Palazzo Chigi.
Basterebbe insomma ammettere che Mirindi, 6 anni, assegnata a una coppia in provincia di Brescia, Melanie, 10 anni, destinata a Cosenza, il piccolo Aimè, 6 anni, a Roma e Nicole, stessa età , a Casorate Primo nel Pavese, non possono essere adottati: perchè, contrariamente a quanto dichiarato nelle sentenze, i loro genitori naturali li reclamano.
L’avvocato Musavuli e l’assistente sociale di Aibi, Oscar Tembo, scoprono infatti che i bimbi, prelevati da un orfanotrofio a Goma il 7 marzo 2014, sono tornati a casa. Di Melanie, Mirindi e Aimè rintracciano i familiari. Melanie la vedono addirittura di persona.
E lei, per paura di essere riportata in istituto, si nasconde. Sapere che i bambini sono comunque al sicuro sarebbe un bene anche per le famiglie adottive che li attendono in Italia.
Invece sentite cosa accade.
Quanti collaborano con Aibi e sono al corrente della delicata questione raccontano a “l’Espresso” che mamme e papà , ignari di tutto, vengono convocati soltanto nell’ultima decade di aprile. Cioè un mese e mezzo dopo la scomparsa dei piccoli dall’orfanotrofio.
È il caso di una coppia di Roma contattata per telefono da Aibi. Chiamano il padre e gli chiedono di presentarsi con la moglie il giorno dopo, il 24 aprile, nell’ufficio dell’associazione nella capitale. Spiegano che riceveranno una comunicazione urgente su Aimè, il loro bimbo.
Verrà  data in videoconferenza da Valentina Griffini, la figlia del presidente, responsabile per le attività  all’estero. I genitori non hanno mai abbracciato Aimè. Ma è solo un dettaglio fisico. L’amore non ha confini. L’hanno visto in fotografia, gli hanno parlato al telefono.
Dal 15 agosto 2013, giorno della sentenza di adozione in Congo, Aimè è loro figlio a tutti gli effetti. E su di loro gravano tutti i doveri della potestà  genitoriale. Compresa la protezione.
L’operatrice che telefona al padre è invece tra i dipendenti di Aibi che a metà  marzo hanno ricevuto il primo rapporto da Goma dell’avvocato Musavuli.
Già  in quel resoconto il rappresentante congolese dell’associazione di Griffini avverte che i bambini sono tornati in famiglia.
E aggiunge: alla direttrice dell’orfanotrofio, Bènèdicte Masika, «è stata fatta la domanda del perchè non abbia mai anticipato la situazione, in modo da evitare ad Aibi di pagare le spese di mantenimento per quei bambini che hanno i genitori.
E lei ha risposto che all’inizio non conosceva il legame di parentela. Quando l’ha saputo, purtroppo, la procedura di adozione era quasi alla fine. Ed era dunque troppo tardi».
L’operatrice di Aibi però non rivela al padre di Aimè il contenuto del rapporto arrivato via email da Goma. E nella conversazione con lei, il papà  ovviamente si preoccupa. Pretende di sapere la ragione della convocazione. La donna risponde che non è possibile parlarne al telefono. Per la delicatezza del tema, bisogna aspettare la videoconferenza. Panico. Il papà  insiste. Lo tranquillizzano dicendo che il motivo non è comunque un problema di salute.
Il pomeriggio del 24 aprile alcuni colleghi di Aibi nella sede milanese vedono la stessa operatrice e Valentina Griffini sedute alla scrivania, davanti alla telecamera e allo schermo collegato con l’ufficio romano.
Il padre e la madre del piccolo adottato in Congo si siedono accanto a un’impiegata e alla psicologa di Aibi. Il loro volto è pallido. La voce di Valentina Griffini comunica senza troppi giri di parole che sei bambini dell’orfanotrofio “Spd” di Goma sono stati rapiti. Tra loro c’è Aimè.
In realtà  i bimbi scomparsi sono nove, non sei. La figlia di Marco Griffini ha ricevuto via email lo stesso report che il suo rappresentante legale a Goma ha mandato agli altri operatori.
Da responsabile dell’attività  all’estero, non può non averlo letto. Perfino lei, però, sostiene la finzione dell’assalto. Parlano di un gruppo armato.
Raccontano che la notizia è stata data in ritardo perchè le autorità  locali hanno chiesto qualche settimana per avviare le indagini.
Gli operatori di Aibi spiegano alla coppia che potrebbe essere stato un attacco di alcune bande di guerriglieri dell’Uganda, poichè è la prima volta che in Congo vengono presi di mira i bambini.
Prima di chiudere il collegamento viene proposta la possibilità  di adottare un nuovo piccolo al posto di Aimè: grazie alle conoscenze che Aibi ha con il giudice del Tribunale dei minori di Goma, il presidente che farà  arrestare Raymond Tulinabo, poi torturato in prigione.
Dalla sede milanese dei Griffini dicono sia persona rispettabilissima e stimata. Chiedono anche la massima riservatezza, perchè non tutte le coppie coinvolte sono state ancora informate.
La madre italiana di Aimè esplode in un pianto inconsolabile. Il padre guarda impietrito verso l’obiettivo della telecamera. Fino a quando nella sede milanese qualcuno si alza e, con il collegamento, spegne anche la loro espressione di dolore. Passa un’intera settimana senza nessun nuovo contatto risolutivo. A fine aprile la coppia informa il ministero degli Esteri. La mamma e il papà  del piccolo sollecitano un altro incontro con Aibi.
Vorrebbero parlare di persona con Valentina Griffini. Non riescono. L’appuntamento dell’8 maggio è una seduta con la psicologa su come affrontare il dolore: basterebbe raccontare la verità  e il carico psicologico sarebbe molto meno pesante. Ma nemmeno la psicologa conosce i retroscena.
Qualche giorno dopo Valentina Griffini al telefono fornisce le ultime novità .
Racconta di sei uomini armati. Sono arrivati davanti all’orfanotrofio su un’auto di cui non si conosce la targa. Hanno attaccato l’istituto di mattina, a fine marzo.
Perfino il giorno dell’assalto è diverso da quello della scomparsa dei piccoli ospiti.
Il gruppo armato ha quindi preso i sei bambini ed è scappato con loro sulla stessa macchina. Sì, dodici persone su una sola auto.
La Griffini sostiene che grazie agli ottimi contatti con la polizia, le indagini proseguiranno fino a quando lo vorranno i genitori italiani. Il 13 maggio però, sempre secondo quanto raccontano alcuni collaboratori di Aibi, nella sede milanese scoppia una grana.
Qualcuno da Roma informa Valentina Griffini o suo padre che la coppia ha avvertito il ministero degli Esteri. È in arrivo una richiesta di chiarimento. E Valentina chiama i genitori di Aimè che disperati attendono novità . Ma non dà  notizie del bambino. Li rimprovera. Sostiene che a causa della segnalazione al ministero, Aibi dovrà  uscire allo scoperto con le istituzioni.
In particolare, con la Commissione per le adozioni internazionali. E questo potrebbe mettere in pericolo la soluzione del caso e tutte le adozioni in Congo.
Eppure Aibi avrebbe dovuto avvertire immediatamente l’autorità  di controllo della Presidenza del Consiglio.
I genitori adottivi di Aimè insistono nel voler vedere qualcosa di scritto sul rapimento del bimbo: i verbali di polizia, oppure i rapporti interni dell’associazione. Lo chiedono agli operatori dell’ufficio romano. Ma al telefono dalla sede milanese Valentina Griffini prende tempo. E ripete che senza la segnalazione al ministero degli Esteri e quindi alla Commissione per le adozioni, tutta la procedura sarebbe stata gestita con più facilità .
Se ne vanno altre due settimane e il 17 giugno la figlia del presidente di Aibi, sempre al telefono, rivela al papà  italiano di Aimè che a Goma l’inchiesta verrà  probabilmente chiusa. Invece è già  archiviata da una settimana: dal 10 giugno 2014, come conferma il rapporto della polizia locale.
È comunque un’indagine surreale. Nel senso che viene formalmente aperta il 31 marzo, ventiquattro giorni dopo il fatto, quando la direttrice dell’orfanotrofio mette a verbale la storia dell’assalto armato da parte di uomini non identificati. E smentisce così la sua precedente denuncia in cui, il giorno dopo la scomparsa dei bambini tra i quali i quattro italiani, accusava quattro persone, con nomi e cognomi.
La versione inventata il 31 marzo aiuta a risolvere la lite documentata nelle carte tra l’avvocato di Aibi, che minaccia di denunciare la direttrice dell’orfanotrofio per frode, e lei che propone di chiedere un prestito in banca, per rimborsare l’associazione italiana delle spese sostenute con i bambini rientrati in famiglia.
La questione arriva fino alla sede milanese. Lo si legge in un report interno già  a metà  marzo, quando viene scritta la seguente nota: «Sulle problematiche sorte presso il centro Spd, abbiamo ricevuto da parte di Eddy il report di Martin con le valutazioni di Oscar. Pensiamo che organizzare un incontro tra Martin, Oscar e la direttrice sia importante e necessario per mettere chiarezza in merito alla situazione dei bambini spariti e le loro vere famiglie d’origine».
Eddy Zamperlin è il rappresentante italiano di Aibi, inviato per l’occasione a Goma. Martin è l’avvocato Musavuli. E Oscar Tembo, l’assistente sociale a Goma dell’associazione di Griffini.
Così il primo aprile la comoda messinscena del sequestro viene sottoscritta da tutti i protagonisti al termine di una riunione nella sede locale di Aibi: ci sono l’avvocato Musavuli, la direttrice, il presidente del Tribunale dei minori e Zamperlin.
Anche lui, come la collega Filomena Giovinazzo, ha già  ricevuto via email i resoconti di Musavuli che aggiornano Aibi sulla reale storia dei bambini. Nessuno di loro però dirà  mai la verità  ai genitori di Melanie, Mirindi e Nicole.
E nemmeno alla mamma e al papà  di Aimè. Quando molto tempo dopo vengono a sapere da funzionari della Presidenza del Consiglio che i bambini stanno bene, liberano l’angoscia in un pianto incontenibile. I piccoli sono salvi. Ma loro, se vogliono adottare un altro bimbo, hanno perso anni preziosi. Di quei giorni di terrore restano come affreschi le comunicazioni interne di Aibi.
«Capiamo la difficoltà  nell’individuare due sorelline che rispondano ai criteri di Melanie e Amini», è scritto nel report numero 2014 del 19 maggio di due anni fa, quasi un mese dopo la comunicazione della scomparsa alle coppie italiane: «La bimba che ci proponi purtroppo è troppo piccola. Come età  dobbiamo almeno essere su quella delle due bimbe sbinate».
Sbinate: contrario di abbinate ai genitori. Amini, 9 anni, è stata assegnata a una famiglia di Cosenza con Melanie. Nella sentenza di adozione le fanno risultare sorelle germane, ma non lo sono.
Infatti Melanie torna dalla sua mamma. Amini resta in istituto. E lì viene dimenticata. Trovare bambini che si assomiglino è un’attività  di Aibi. Lo si legge in un altro report con le comunicazioni dalla sede centrale: «Come procede la ricerca di due sorelline in sostituzione delle sorelline Issa?»

Fabrizio Gatti
(da “L’Espresso”)

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