Novembre 15th, 2016 Riccardo Fucile
IL MURO AL CONFINE COSTEREBBE 10 MILIARDI DEI CONTRIBUENTI, SE LO PAGHI LUI… INESISTENTE LA CORRELAZIONE TRA IMMIGRAZIONI E AUMENTO DEI CRIMINI, IN PERCENTUALE DELINQUONO LA META’ RISPETTO AI BIANCHI AMERICANI… PER GESTIRE IL MURO SERVIREBBERO 40.000 PERSONE
“Quello che faremo è buttare fuori dal Paese o incarcerare le persone che sono criminali o hanno precedenti criminali, membri di gang, trafficanti di droga”.
Lo dice Donald Trump alla Cbs, tornando su uno punti chiave del suo programma: l’immigrazione.
Gli stranieri da espellere o incarcerare sono 2-3 milioni, dice.
Barack Obama tra il 2009 e il 2015 ne ha rimpatriati 2,5 milioni, un record nella storia americana. Ma il progetto di Trump va oltre.
Per fermare nuovi ingressi, vuole completare il muro tra Stati Uniti e Messico.
Già nel 2006 era stato promulgato il Secure Fence Act, un dispositivo che approvava la realizzazione di una barriera in alcuni punti caldi del confine: votò a favore anche Hillary Clinton. Trump vuole completare l’opera.
I problemi, però, sono diversi: i costi esorbitanti e un effetto deterrente non assicurato al 100%.
In più, chi ha mostrato il maggior interesse per l’appalto finora sono state aziende straniere. E se la recinzione sarà un vero e proprio muro in cemento, la più titolata ad aggiudicarsi la gara per il materiale è, ironia della sorte, la multinazionale messicana Cemex Sab.
Immigrato uguale criminale?
La quota di immigrati irregolari responsabile di reati è ben distante dai milioni indicati di Trump.
Parola del Department of Homalend Security, il dipartimento della sicurezza nazionale.
Lo cita, nel 2009, il Center for immigration studies: i “clandestini” nelle patrie galere americane sono 221mila persone.
Nel 2012 il Congresso ha pubblicato un rapporto in cui sosteneva che nel 2010 ci fossero 178mila stranieri irregolari sul suolo americano con precedenti penali alle spalle.
Nemmeno svuotando di colpo le 1.719 prigioni statali, le 102 carceri federali, i 942 istituti detentivi per minori e i 3.283 penitenziari di contea Trump raggiungerebbe 3 milioni di persone da “buttare fuori”.
In tutto, nel 2016, la popolazione carceraria è di 2,3 milioni (di cui uno su cinque è straniero), spiega la ong Prison Policy Institute.
Al 31 dicembre 2014, ultimo dato disponibile, il Bureau of Justice Statistics rilevava 1,5 milioni di persone.
Quanto agli irregolari complessivi, dal 2009 sono stabilmente 11,1 milioni, secondo uno studio del Pew Research Center pubblicato lo scorso 9 novembre.
Oltre la metà sono ispanici, soprattutto messicani. Si tratta del 3,5% della popolazione, come storicamente è sempre successo negli States, dopo una punta del 4% toccata nel 2007 (George W. Bush presidente).
Nel programma di Trump, la “grande cacciata” si basa sul nesso immigrazione-criminalità .
Gli stranieri alzano il tasso di criminalità nel Paese? No, secondo l’Immigration Policy Center.
Dal 1990 al 2013 il numero di stranieri residenti negli States è passato da 3,5 milioni a 11 milioni. Eppure, nello stesso periodo, l’Fbi ha rilevato un decremento del tasso di crimini violenti del 48%.
Secondo uno studio del 2010 della American Community Survey (ACS), l’1,6% degli immigrati maschi tra i 18 e i 39 anni commette un crimine, contro il 3,3% degli americani per cittadinanza.
I costi del muro
Per fermare “l’invasione”, Donald Trump punta su un muro che divida Stati Uniti e Messico.
Il confine terrestre è di 3.145 chilometri e finora la parte costruita è lunga all’incirca mille chilometri.
Completare l’opera (anche se Trump ha detto che potrebbe accettare il compromesso di mettere la rete in alcuni tratti) costerebbe almeno 10 miliardi di dollari, a cui si aggiungono i costi di manutenzione (tra i 16 e i 70 milioni) e i 40mila dipendenti per la sua gestione.
L’uso dei droni per la sorveglianza, nella solo Arizona, aggiunge al conto 750 milioni di dollari.
Un’esagerazione: nel 2009, il Government Accountability Office stimava tra i 2,8 e i 3,9 milioni di dollari per miglio. Ingestibile persino per i repubblicani, che dall’elezione di Trump lavorano a soluzioni alternative.
Non sono gli unici: il gruppo di architetti e urbanisti The Third Mind Foundation ha inaugurato un premio per chi si riesce ad immaginare una frontiera diversa dal muro attuale, considerato troppo caro.
Raccoglie le proposte nel sito “Building the border wall?”.
Chi ci guadagna sono gli “stranieri”
In questa querelle sul muro c’è qualcuno che ci guadagna. E non poco.
Due aziende israeliane, ad esempio, da sempre specializzate nella realizzazione di muri. La Megal Security System Ltd ha realizzato la colata di cemento e filo spinato che divide Israele dalla Striscia di Gaza. Ha sempre mostrato il suo interesse per il progetto di Donald Trump ed è bastata la sua elezione a farle fare un salto in Borsa del 6%, il 9 novembre.
L’altra azienda israeliana è la Elbit System, specializzata in componenti tecnologiche per i sistemi di difesa.
Ha già ottenuto tra il 2010 e il 2014 circa 5,86 milioni in appalti, di cui circa un milione (finora) inerenti alla costruzione del muro.
Per questo ha investito circa 80mila euro in finanziamenti diretti e altri 250 in lobbying, soprattutto verso i Repubblicani. Trump escluso, visto che stando al sito OpenSecrets.org il presidente ha preso solo 70 dollari, contro i 15.500 versati per la campagna della deputata texana — Stato di confine — Kay Granger.
Una fetta della torta spetta anche ai messicani. Bloomberg cita, a luglio, un rapporto dello studio di analisi finanziaria Sanford C. Bernstein & Co., che stima in oltre 7 milioni di metri cubi il cemento necessario per realizzare l’opera.
Al prezzo corrente, un appalto da almeno 700 milioni di dollari. E i più titolati per accaparrarselo sarebbero i messicani della Cemex Sab.
Di americano, per la costruzione del muro, chi resta?
Le ultime tracce risalgono al 2005, quando la Boeing corporation si prese un miliardo di dollari per la costruzione del “muro virtuale”, la barriera elettronica.
Nel 2011 l’appalto venne ritirato: “Sarebbe stato un fallimento”, fu la motivazione addotta dal governo.
Lorenzo Bagnoli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 15th, 2016 Riccardo Fucile
L’ANNUNCIO DEL SOTTOSEGRETARIO GOZI E’ UNO SCHIAFFO A ORBAN E COMPAGNI DI MERENDE
L’Italia ha “confermato la riserva”, ovvero ha sostanzialmente posto il veto, alla proposta di
compromesso fatta dalla Presidenza slovacca per la revisione di mid-term del bilancio pluriennale della Ue e che il governo non considera accettabile perchè mancano garanzie per l’aumento di risorse “a favore delle nostre priorità “: immigrazione, sicurezza, disoccupazione giovanile o programmi per la ricerca.
Lo ha annunciato il sottosegretario Sandro Gozi a margine del Consiglio Affari Generali a Bruxelles.
“Eravamo pronti ad approvare la proposta della Commissione, ma la proposta di compromesso fatta dalla presidenza slovacca non è coerente con le ambizioni Ue”, ha spiegato Gozi.
Non si tratta di un veto, perchè quella di oggi non è la sede di decisione sulla revisione, ma di una “riserva” che, di fatto, blocca il provvedimento.
(da agenzie)
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Novembre 15th, 2016 Riccardo Fucile
HA FATTO I NOMI DEI PRESENTI E DI CHI RICOPIO’ DUEMILA FIRME, IN ACCORDO CON IL LEADER SICILIANO CANCELLERI
Alla fine Claudia La Rocca ha davvero parlato.
La deputata regionale siciliana del MoVimento 5 Stelle ha vuotato il sacco sulla storia delle firme false a Palermo nel 2012 e definitivamente messo nei guai in primo luogo Claudia Mannino e Samantha Busalacchi.
Non solo: anche un altro esponente del M5S locale, attivista all’epoca dei fatti, ha ammesso le proprie responsabilità ma senza fare i nomi degli altri che lo hanno aiutato.
Entrambi sono passati da testimoni dei fatti a indagati, come racconta oggi la Stampa:
Claudia La Rocca, 35 anni, non ha atteso la convocazione dei magistrati: c’è andata lei spontaneamente. Con un avvocato al seguito, pronto ad entrare in scena non appena la sua posizione si fosse complicata. Come in effetti è avvenuto: quando la giovane esponente del M5S ha ammesso di avere partecipato a quei momenti di isteria collettiva, nella notte che precedette la presentazione della lista, il procuratore aggiunto Bernardo Petralia e il sostituto Claudia Ferrari l’hanno fermata, avvisandola che da quel momento si doveva considerare indagata e che poteva avvalersi della facoltà di non rispondere.
Lei però ha scelto di andare avanti, così come ha detto di aver concordato col proprio gruppo, che fa capo a Cancelleri, per fare chiarezza: assistita dall’avvocato Valerio D’Antoni, ha fatto i nomi dei presenti e di coloro che, per rimediare all’errore nel luogo di nascita di uno dei candidati, ricopiarono circa duemila firme.
Un clima di omertà incredibile ha avvolto questa vicenda, venuta fuori a tre anni di distanza, dopo l’archiviazione di una prima indagine, grazie all’attivista Vincenzo Pintagro e ai servizi televisivi delle Iene.
Lo stesso Pintagro, che fu solo testimone, aveva fatto i primi nomi, indicando anche la La Rocca. Un altro esponente dei Cinque Stelle, convocato dai pm, ha parlato delle proprie responsabilità , senza indicare altri: è finito pure lui sotto inchiesta.
Oggi intanto il procuratore Francesco Lo Voi, l’aggiunto Dino Petralia e la pm Claudia Ferrari si riuniranno per decidere le prossime attività investigative.
Dopo l’esame a sommarie informazioni di una serie di testimoni e gli interrogatori di due attivisti che avrebbero ammesso i falsi, tirando in ballo altri esponenti del movimento coinvolti, dovrebbero essere disposti, per la prossima settimana, gli interrogati degli altri indagati.
La Procura ipotizza il reato previsto dall’articolo 90, secondo comma, del Testo Unico 570 del 1960 che punisce con la reclusione da due a cinque anni, tra l’altro, “chiunque forma falsamente, in tutto o in parte, liste di elettori o di candidati od altri atti dal presente Testo Unico destinati alle operazioni elettorali, o altera uno di tali atti veri oppure sostituisce, sopprime o distrugge in tutto o in parte uno degli atti medesimi”. “Chiunque fa uso di uno dei detti atti falsificato, alterato o sostituito, — recita la legge — è punito con la stessa pena, ancorchè non abbia concorso nella consumazione del fatto”. Ecco perchè anche il candidato sindaco Riccardo Nuti detto (all’epoca) Il Grillo e i candidati consiglieri sono a rischio, posto che andrà dimostrato che questi ultimi sapessero della falsificazione delle firme.
Ieri intanto il capogruppo M5S all’Assemblea regionale siciliana, Giancarlo Cancelleri, nel corso di un forum dell’agenzia di stampa Italpress ha detto che il M5S si prepara a sanzionare i responsabili: «Non faremo sconti a nessuno. Se c’è qualcuno che ha sbagliato sarà messo alla porta. Il Movimento e’ parte lesa. Stiamo collaborando con la procura, vediamo cosa uscirà fuori».
Non solo: Cancelleri è tornato a promettere la candidatura a Palermo: “Faremo certamente una lista, è impensabile che il Movimento Cinque Stelle non partecipi alle prossime elezioni comunali del capoluogo siciliano. Ci saremo assolutamente”.
Due affermazioni che andranno verificate.
Nei confronti degli interessati si parla di sanzioni come la sospensione o un “congelamento”, mentre se si accertassero responsabilità potrebbero arrivare sanzioni vere e proprie.
La vicenda quindi con tutta probabilità sarà l’occasione per mettere alla prova il nuovo regolamento del MoVimento 5 Stelle, entrato in vigore dal 28 ottobre 2016.
Il regolamento prevede una prima decisione del collegio dei probiviri, che deve ascoltare gli interessati, e poi una seconda, su eventuale richiesta degli interessati, da parte del comitato di appello.
Il comitato di appello è attualmente composto da Roberta Lombardi, Vito Crimi e Giancarlo Cancelleri.
In ogni caso prima dovrebbe esserci il giudizio dei probiviri.
Ma c’è un piccolo problema: pur essendo stato annunciato all’epoca, il voto sui probiviri (che servono “a fare da paravento a Grillo”) non è mai stato effettuato nè ne sono stati comunicati i risultati.
Prima quindi dovrà essere risolto questo problema, anche se probabilmente qualcuno lo derubricherebbe a roba da azzeccagarbugli. Di certo non può decidere Grillo da solo perchè questo violerebbe il regolamento entrato in vigore nemmeno quindici giorni fa.
In più i grillini, prima di affrontare le comunarie, dovranno risolvere un altro problema: chi è la talpa del MoVimento 5 Stelle?
La storia è venuta fuori grazie all’elenco con le firme false inviato alla trasmissione tv di Mediaset, a Luigi Di Maio via mail e alla procura di Palermo. Ma niente è accaduto per caso: chi si è mosso lo ha fatto con il chiaro intento di danneggiare i parlamentari “romani” e la loro “corrente” in occasione delle comunarie di Palermo.
Per questo in tutto questo bailamme rimane ancora aperta la domanda: chi ha materialmente inviato i fogli che stanno mandando a puttane le Comunarie e il M5S a Palermo?
E visto che un documento del genere non può non essere posseduto da un “interno” al gruppo che forse già era interno nel 2012, quale convenienza ne ha avuto o ne avrà ?
(da “Nextquotidiano”)
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Novembre 15th, 2016 Riccardo Fucile
LE POSSIBILI INTERPRETAZIONI DI UN MANIFESTO CINQUESTELLE
Come se già non bastasse l’immensa confusione che regna sul referendum costituzionale del 4
dicembre il MoVimento 5 Stelle ha deciso di lanciare in questi giorni i suoi manifesti elettorali a favore del No.
Uno di questi è quello “presentato” ieri da Roberta Lombardi l’altro è quello dietro al quale è orgogliosamente in posa il cittadino portavoce deputato Carlo Sibilia che sembra paragonare chi voterà No al referendum ad un asino.
Gli asini del No contro gli asini del Sì
L’intento non è chiarissimo almeno non da subito. Perchè se il manifesto con l’agnellino è accompagnato da una didascalia che recita “da cittadini ad agnellini?” che esplicita il significato dell’immagine, ovvero che se vincesse il Sì i cittadini perderebbero parte del loro potere e diventerebbero più mansueti, questo dell’asino sembra davvero fuori bersaglio.
Chi rappresenta l’asino, l’elettore che vota Sì? Il cittadino che si trasforma in un mulo se passa il referendum?
Oppure l’asino in felpa bianca con cappuccio rappresenta la ka$ta e l’establishment (i poteri forti in felpa…)?
Qualcosa non torna, perchè alla fin fine sembra proprio che gli asini siano quelli che voteranno No, ovvero proprio quelli a cui è rivolto il manifesto elettorale del Movimento.
L’impressione è data soprattutto dal fatto che la foto dell’asino in felpa è immediatamente sotto lo slogan (con inutile hashtag) #IODICONO e quindi sembra che a dire No sia proprio l’asino.
Un manifesto come questo dovrebbe essere chiaro fin da subito e non lasciare spazio a interpretazioni fantasiose.
Anche un altro dei manifesti della serie è decisamente più leggibile quindi forse a rendere più problematica la ricezione del manifesto con l’asino ci si mette proprio il fatto di aver scelto un animale che si presta a questa ambiguità interpretativa.
Nella mente dei creativi del MoVimento l’idea era quella di impedire che la riforma una volta approvata non possa più essere modificata per parecchio tempo e quindi non ci sia modo di rimediare all’esito di una eventuale vittoria del Sì.
Ma questa ambiguità di fondo non aiuta a comunicare il messaggio del MoVimento.
A margine c’è anche la questione, non proprio “carina”, di dire che chi vota Sì è un asino, siamo ben distanti dal “coglioni” detto da Berlusconi agli elettori del centro sinistra ma la direzione è chiara, ed è la stessa.
Il manifesto è stato preso di mira anche dalla pagina Social Media Epic Fails che ha fatto appunto notare come all’inizio sembra proprio che si stia dicendo che gli elettori del No sono asini.
Impossibile poi non pensare a Pinocchio e agli asinelli del libro di Collodi.
E visto che tra quelli che sostengono il Sì al referendum c’è Roberto Benigni il pensiero corre al Pinocchio di Benigni.
Non è che i creativi del MoVimento hanno voluto prendere allegramente per il culo Benigni, quello che per anni ha difeso la Costituzione più bella del Mondo e ora fa campagna elettorale per Renzi?
Sarebbe davvero un colpo di genio, ma purtroppo non è così.
(da “Nextquotidiano”)
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Novembre 15th, 2016 Riccardo Fucile
A GIORNI UNA MISSIVA DEL PREMIER PER INVITARE A VOTARE SI’
Una lettera alle famiglie italiane a poche settimane dal voto sul referendum. Che Matteo Renzi indirizzerà e firmerà come segretario del Pd. Per presentare le ragioni del Sì.
Dovrebbe arrivare nel fine settimana o al massimo all’inizio della prossima per spiegare nel dettaglio il contenuto della riforma Boschi, facendo intendere che il ddl costituzionale vuol dire cambiamento, il No invece equivale a restare nella palude.
La strategia per il rush finale messa in piedi a Palazzo Chigi prevede di blindare militanti ed elettori del Pd, utilizzando gli elenchi di coloro che hanno votato alle primarie, per convincere indecisi e chi nel Pd segue la minoranza a votare per il Sì. Abbandonando Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani impegnati attivamente per far vincere il No. “Sarebbe una forzatura, del resto è assurdo il tono che sta usando in questi giorni il presidente del Consiglio”, commenta il bersaniano Zoggia. Spiega oggi sul Corriere Maria Teresa Meli, cantrice ufficiale del renzismo a via Solferino:
Già , perchè, come spiega ai suoi, il premier è convinto che «la maggioranza silenziosa sia portata a scegliere la stabilità ». Sono quelli che vorrebbero restare a casa che Renzi vuole portare al voto. Ed è per questo motivo che oggi e domani sarà in Sicilia, patria dell’astensionismo. Ma la «maggioranza silenziosa» è anche quella che non si esprime nei sondaggi e che, magari, ha già deciso di votare per il Sì, solo che non lo dice: «Un po’ come avveniva per la Dc — spiega David Ermini — quando la gente intervistata si vergognava di votare per lo scudocrociato»
Dunque, il premier non rinuncia a giocarsi tutte le carte.
E benchè non dica più apertamente che si dimetterà in caso di vittoria dei No, lo lascia intendere chiaramente quando spiega: «Non sono qui per vivacchiare, ma per cambiare. Preferisco morire da Renzi che vivere da “galleggiatore”».
I suoi interlocutori sono molteplici. La «maggioranza silenziosa» che, «soprattutto al Nord», «teme gli effetti controproducenti dell’instabilità ». Gli elettori «che puntano al cambiamento» e che il premier vuole portare dalla sua.
Ma il messaggio del premier che non vuole galleggiare e preferisce «morire da Renzi» è indirizzato anche gli attori politici, che vorrebbero che il premier rimanesse al suo posto pure in caso di sconfitta
Berlusconi, che ha fatto sapere di essere pronto a collaborare con il governo per varare una legge elettorale proporzionale, Alfano, che ha detto che Renzi dovrebbe restare comunque, e alcuni esponenti del Pd, sia di minoranza che di maggioranza, che la pensano come il ministro dell’Interno. A tutti loro Renzi invia il suo messaggio.
Al quale va aggiunta una postilla non esplicitata: quei Sì, saranno quanti saranno, Renzi li considererà quasi tutti “roba sua”.
E perciò, in caso di vittoria, li farà pesare al tavolo delle trattative per la modifica dell’Italicum. Far passare «un proporzionale che non garantisca la governabilità non sarà perciò possibile». Sono avvisati tutti. Anche gli alleati del Nuovo centrodestra.
O i bersaniani, che potrebbero veder anticipare il Congresso del Pd «per il chiarimento dovuto».
Intanto l’opposizione va all’attacco anche per la partecipazione in solitaria del premier a “Che tempo che fa”, sull’uso dell’elicottero di Stato fatto da palazzo Chigi per la campagna referendaria.
Ma il duello è ancora tra Massimo D’Alema e Renzi. “Se vince il Sì l’Italia cambia, altrimenti tornano quelli di prima che hanno già sprecato le loro occasioni, qualcuno di questi, se gli avessimo dato una poltrona europea, non farebbe polemica, non possiamo basarci sul risentimento”, attacca il premier, ricordando che si riducono sprechi e tempi delle decisioni politiche. Oltre che i costi.
“Con 80.000 leggi siamo uno dei paesi al mondo più prolifici, quando leggo che ci vuole una riforma per fare più rapidamente le leggi, mi spavento, quante ne vogliono fare? Il vero problema dell’Italia sarebbe fare meno leggi ma meglio”, ribatte da Genova D’Alema.
(da agenzie)
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Novembre 15th, 2016 Riccardo Fucile
CON LA SUA AZIONE HA FATTO METTERE SOTTO INCHIESTA MARK ZUCKERBERG PER INCITAMENTO ALL’ODIO RAZZIALE IN GERMANIA
Mentre qualcuno si chiede se Facebook non sia da ritenere, in parte, responsabile di aver diffuso
notizie false su Hillary Clinton, favorendo l’elezione di Trump, il social network ha ben altri problemi nel Vecchio Continente.
Mark Zuckerberg, la responsabile delle operazioni Sheryl Sandberg, il capo della policy europea Richard Allan e altri top manager di Facebook sono sotto inchiesta in Germania per il reato di incitamento all’odio razziale.
L’accusa è quella di non aver agito in maniera efficace contro la diffusione di contenuti razzisti, xenofobi e antisemiti sulle bacheche e nei gruppi del social network.
Le indagini preliminari avviate dalla procura di Monaco dovranno determinare se l’omesso controllo dei contenuti razzisti segnalati dagli utenti possa configurarsi come reato.
L’azienda non vuole commentare l’indagine nel merito. Un portavoce ci ha tuttavia riferito che «le accuse sono infondate e non vi è stata alcuna violazione della legge tedesca da parte di Facebook o dei suoi dipendenti. Non c’è spazio per l’odio su Facebook. Altre indagini simili sono già state archiviate in passato».
L’avvocato Chan-jo Jun, autore della denuncia che ha innescato l’indagine, non è d’accordo: secondo lui Facebook, pur avendo le possibilità di agire più efficacemente, non sta facendo abbastanza per rispettare le leggi tedesche.
Pochi mesi fa, durante la sua visita a Berlino, Mark Zuckerberg aveva rivelato che in Germania lavora un team di 200 persone per filtrare contenuti razzisti. Cosa pensa di questa iniziativa?
Facebook è sempre stata in grado di rispondere velocemente ma con una scarsa qualità . Questo aspetto non è migliorato in maniera significativa. Quando a settembre abbiamo segnalato contenuti che ritenevamo illegali, meno del 15% è stato rimosso alla prima notifica. Giusto di recente ho segnalato un’inserzione pubblicitaria per un negozio online di marijuana, una per lo shop di armi illegali Migrantenschrek (letteralmente “scacciamigranti”, è un ecommerce russo in lingua tedesca che vende scacciacani e altre armi a salve, nda) e un gruppo a favore dell’incesto. Nessuno di essi viola gli Standard della comunità .
È un problema di policy interne, quindi, o secondo lei c’è di più?
Quando il Policy Manager di Facebook Richard Allan è stato messo di fronte alla cancellazione dei contenuti sbagliati da parte del team di controllo, ha detto che i responsabili avrebbero meritato il licenziamento. Io credo invece che il lavoro venga svolto secondo le direttive e che siano proprio queste ultime a richiedere una revisione. Quando ho chiesto a un avvocato di Facebook perchè i suoi clienti continuassero a pubblicare contenuti evidentemente illegali, la sua risposta è stata: “Non sempre seguono le nostre raccomandazioni”. Facebook non è impossibilitata a soddisfare le richieste, semplicemente non lo vuole fare.
Quindi i metodi usati da Menlo Park per filtrare i contenuti illegali sarebbero volontariamente fallati?
Sì. È chiaramente una scelta del management di Facebook, che in Turchia soddisfa le richieste più assurde delle autorità , mentre in Germania no.
Secondo lei perchè?
Il motivo è che non c’è stata sufficiente pressione contro l’azienda in Germania. Il Ministro della Giustizia, Heiko Maas, sta ancora offrendo un periodo di adeguamento per apportare cambiamenti volontari alle pratiche di controllo dei contenuti illegali.
I risultati di uno studio condotto dai ricercatori del ministero della Giustizia tedesco mostrano che Facebook cancella in media solo il 47% dei contenuti razzisti segnalati dagli utenti. Twitter, contro cui tuttavia non è in corso alcuna indagine, ha ottemperato alle richieste solo nell’1% dei casi. Perchè prendersela solo con Facebook?
Ci siamo concentrati su Facebook perchè non abbiamo abbastanza risorse per provare a perseguire anche Twitter e Google. E va considerato che l’impatto di Facebook è largamente superiore: si ricordi che movimenti xenofobi come Pegida sono emersi da gruppi Facebook.
Qualche giorno fa il Guardasigilli parlava di ulteriori controlli da condurre nei prossimi mesi. Poi però è arrivata la notizia dell’indagine della Procura di Monaco. Come mai questo improvviso giro di vite?
Nulla di improvviso. Appena resosi conto che i risultati del suo studio non erano soddisfacenti, Maas ha fatto sapere che gli sforzi fatti per limitare i contenuti illegali non stavano rispettando le promesse delle aziende. Va considerato che lo stesso ministro è sotto pressione, perchè altri politici come Volker Kauder (CDU) e Winfried Bausback (CSU) stanno perdendo la pazienza.
Perchè avete denunciato Mark Zuckerberg, un cittadino americano, per reati potenzialmente commessi in Germania da una filiale della sua azienda?
Quando non è chiaro chi sia la persona responsabile di un reato all’interno di un’azienda è pratica comune partire dal CEO per poi scendere lungo la scala gerarchica. Lo stesso principio è stato applicato nei casi contro Volkswagen e Deutsche Bank. Non abbiamo fatto il nome solo di Zuckerberg ma anche di altre figure rilevanti, come Siobhan Cummiskey, che è una semplice Policy Manager ma ha spiegato il lavoro di Facebook alla stampa lo scorso anno. Altri manager vivono e lavorano in Germania, così come i 200 dipendenti del team di Berlino.
Si può tracciare un parallelo fra questo caso e quello di Diego Dzodan, il manager di Menlo Park arrestato in Brasile dopo che l’azienda aveva rifiutato di decifrare i messaggi Whatsapp di un sospettato in un caso d’omicidio?
Non credo, non per il caso attuale. Per un incensurato la carcerazione è improbabile, se prova di aver agito in buona fede. Se tuttavia le pratiche illegali continueranno, non escludo che in futuro degli arresti siano possibili. Per il favoreggiamento all’odio razziale la legge prevede fino a cinque anni di carcere. Sarebbe tuttavia considerato un atto estremamente ostile e non credo che il sistema giudiziario tedesco potrebbe svincolarsi dalle eventuali implicazioni politiche.
Pensa che questo caso possa diventare un precedente a livello internazionale?
Non sarebbe legalmente vincolante per altri Paesi, ovviamente, tuttavia è un ottimo caso di studio per rispondere alla domanda “possiamo costringere Facebook ad adattarsi alle leggi locali?”. Se la Germania avrà la meglio, sono sicuro che altre nazioni seguiranno l’esempio. Una denuncia analoga alla nostra è già stata depositata in Austria la scorsa settimana.
Cosa dovrebbe fare Facebook per liberarsi dalle attuali accuse?
Semplicemente rispettare la legge tedesca. Ebay e Amazon hanno adeguato il proprio business model alle regole dei paesi in cui operano. Non c’è nessuna ragione per cui Facebook non possa fare lo stesso.
Andrea Nepori
(da “La Stampa”)
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Novembre 15th, 2016 Riccardo Fucile
IMPOSSIBILE L’ATTIVAZIONE DELL’ART 50 A MARZO… LE DIVISIONI NEL GOVERNO: 500 PROGETTI DA ANALIZZARE
Londra non ha “un piano” sulla Brexit nè un accordo sulla “exit strategy”.
Lo rivela un documento segreto ottenuto dal Times e citato oggi da Reuters e BBC. Secondo la nota, scritta il 7 novembre da un consulente del governo e chiamata ‘Brexit Update’ a causa delle forti divisioni tra i ministri di Theresa May “ci vorranno altri sei mesi” prima di mettere a punto un piano, il che rende praticamente impossibile l’attivazione del famoso articolo 50 a marzo, come annunciato dalla May.
Nel governo della May ci sarebbero, secondo il documento, due schieramenti.
Da un parte il ministro degli Esteri Boris Johnson con il ministro per la Brexit David Davis e il ministro per il Commercio internazionale Liam Fox.
Dall’altra il Cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond con il ministro del Commercio Greg Clark.
Ogni ministero, scrive il Times, ha sviluppato un piano per fronteggiare le conseguenze della Brexit, anche nel caso “dello scenario peggiore”. Ma quello che manca è un “piano del governo” e una “strategia complessiva per negoziare l’uscita” della Gran Bretagna dall’Unione europea.
Ci sarebbero, secondo il documento, cinquecento progetti da analizzare e ci vorrebbero 30mila persone da mettere al lavoro per i piani operativi: Theresa May aveva Mpromesso di far scattare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, che fa partire il timer di due anni di trattative per lasciare l’UE, entro la fine di marzo, ma finora poco o nulla si sa dei suoi progetti per il futuro rapporto della Gran Bretagna con l’Europa.
I problemi di organizzazione fanno il paio con quelli legali: qualche tempo fa l’Alta Corte di Londra ha stabilito che il Parlamento britannico debba esprimersi sull’avvio o meno della procedura di uscita dalla Unione Europea.
Questo significa che il governo del premier Theresa May non potrà presentare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, che avvia il divorzio di un Paese, senza il via libera del Parlamento.
È probabile ora che il governo faccia ricorso contro la decisione. “Il principio fondamentale della costituzione del Regno Unito è che il Parlamento è sovrano”, ha detto il giudice dell’Alta corte, Lord Thomas of Cwmgiedd, nel leggere il verdetto. Come sottolineano i media britannici, non solo si tratta di una forte umiliazione per il governo di Theresa May ma questo di sicuro avrà ripercussioni sui tempi della Brexit, rallentandola.
Secondo il Guardian, non è comunque la fine di questo storico caso legale, che vedrà la sua conclusione molto probabilmente di fronte alla Corte suprema, che già si starebbe preparando per dibatterlo.
(da agenzie)
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Novembre 15th, 2016 Riccardo Fucile
“NON FINIRA’ IL MANDATO, VI SARA’ L’IMPEACHMENT: FARA’ QUALCOSA PER FAVORIRE I SUOI AFFARI O METTERA’ IN PERICOLO LA SICUREZZA NAZIONALE E IL SUO PARTITO LO SCARICHERA'”
La stragrande maggioranza degli osservatori aveva predetto (sbagliando) la sconfitta di Donald
Trump alle elezioni presidenziali americane. Si erano levate soltanto poche voci a fare da uccelli del malaugurio.Ed avevano ragione.
Mentre i media (convinti dai sondaggi) davano già per scontata la vittoria di Hillary Clinton, Allan Lichtman, uno storico americano, prevedeva il contrario, proprio come il regista Micheal Moore.
Il professore ha creato “un sistema” di previsione dei voti americani basandosi su quelle che lui stesso definisce “chiavi”, studiate sulla totalità delle elezioni presidenziali tra il 1860 e il 1980.
Il suo metodo sembra infallibile, dal momento che non si è mai sbagliato dal 1984.
Oggi, Allan Lichtman si spinge oltre.
Venerdì 11 novembre, lo storico ha fatto una nuova previsione al Washington Post: “Sono piuttosto sicuro che Trump darà dei motivi per richiedere una procedura di impeachment: forse farà qualcosa che metterà in pericolo la sicurezza nazionale, o forse qualcosa che potrebbe favorirlo economicamente”.
Procedura che, secondo Lichtman, avrà inizio proprio all’interno del partito del presidente eletto: “I repubblicani non vogliono Trump come presidente, perchè non possono controllarlo. È imprevedibile”, ha dichiarato al giornale spiegando di non aver basato questa previsione sul suo “sistema” , ma sulla sua intuizione.
Secondo il professore, i pezzi grossi del partito avrebbero preferito il vice-presidente Mike Pence, più “tranquillo” e “controllabile”.
Ancora una volta, Allan Lichtman e Micheal Moore sono d’accordo.
Il documentarista che aveva previsto la vittoria del miliardario, in un articolo pubblicato su su Huffington Post, ritiene che gli americani “Non resisteranno quattro anni con Donald Trump”.
“Quando sei così narcisista, al punto da pensare che tutto ruoti intorno a te, finisci con l’infrangere la legge, forse anche senza volerlo. Infrangerà la legge perchè pensa soltanto al suo tornaconto personale”, ha gridato Michael Moore su MSNBC.
Il regista, alla guida della mobilitazione contro il nuovo presidente, ha invitato la gente a scendere in strada e manifestare fino alle dimissioni di Trump dalla carica di presidente.
Un appello che sembra stia dando i suoi frutti, dal momento che il movimento non dà segni di cedimento quattro giorni dopo la vittoria del miliardario.
La destituzione è prevista dalla Costituzione americana del 1787. Così all’articolo II, sezione 4: “II Presidente, il Vicepresidente e tutti i titolari di cariche pubbliche negli Stati Uniti saranno destituiti dal loro ufficio qualora, in seguito a accusa mossa dalla Camera, risultino colpevoli di tradimento, di corruzione o di altri gravi reati”.
Per far sì che la procedura venga portata a termine, è necessario che due terzi dei senatori votino a favore della destituzione.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 15th, 2016 Riccardo Fucile
LE DISEGUAGLIANZE DERIVANO DA QUESTO PER IL 65% DEGLI ITALIANI, SOLO DOPO VENGONO LE RELAZIONI CLIENTELARI E LE POLITICHE ECONOMICHE… OGNI TANTO QUALCUNO CI RIPORTA ALLA REALTA’ DEI VERI PROBLEMI DEL NOSTRO PAESE
Elusione fiscale ed evasione sono i nemici numero uno degli italiani.
Lo dimostrano i numeri di un sondaggio effettuato da Oxfam Italia in collaborazione con Demopolis.
Non sono i soli guai dell’Italia, ma certo in quella che è l’epoca della globalizzazione, che ha aumentato a dismisura le diseguaglianze sociali, gli italiani vedono come fumo negli occhi la possibilità di eludere il fisco, parcheggiando la ricchezza nei paradisi fiscali .
Se poi li si interroga sui paradisi fiscali, la risosta è bulgara: l’85% degli intervistati chiede più trasparenza perchè chi li frequenta sottrae risorse alla collettività , dunque allo Stato.
Iniquo anche il sistema fiscale italiano, la pensa così l’80% degli intervistati.
Il sondaggio, presentato alla Camera dei deputati, ha indagato su un tema che è tutti i giorni sui giornali e si vede a occhio nudo camminando nelle strade.
Le diseguaglianze sono il frutto di una globalizzazione selvaggia che, se ha aumentato la ricchezza a livello globale, lo ha fatto in modo disordinato e ingiusto.
Paesi come il Brasile hanno distribuito la ricchezza in modo più equo, altri, soprattutto in Occidente, hanno visto crescere le diseguaglianze.
Il risultato finale è che l’1% della popolazione mondiale possiede oggi più del restante 99%.
E di questo nuovo feudalesimo gli italiani se ne sono accorti eccome, tant’è che per il 61% le diseguaglianze sono aumentate anche in Italia.
La prima causa, secondo gli intervistati, risiede nell’evasione e nell’elusione fiscale (è così per il 65% degli italiani), più di quanto venga attribuito alle relazioni politiche e clientelari (64%) e alle politiche economiche e fiscali (60%).
Più della metà degli italiani poi punta il dito contro i grandi patrimoni, che andrebbero tassati di più secondo il 56% degli intervistati.
Così come il 66% è convinto che le multinazionali che operano in Italia andrebbero tassate di più e il 69% dichiara che anche le grandi imprese italiane sono fiscalmente avvantaggiate rispetto alla piccole e medie.
“Il nostro Paese – spiega Elisa Bacciotti, direttrice campagne Oxfam Italia – è fatto per lo più di piccole e medie imprese, che ormai sono in concorrenza con multinazionali o grandi corporation che godono di vantaggi fiscali, eludono il fisco e dunque vincono su quelle piccole e medie aziende che già hanno i loro problemi, di accesso al credito per esempio. L’elusione dà vita in pratica a una concorrenza sleale”.
Ma dove si manifestano le diseguaglianze in Italia?
Nei redditi (76%), nel patrimonio (63%), e nelle opportunità di ingresso nel mondo del lavoro (60%).
E per più della metà degli intervistati (54%) è nell’accesso ai servizi sanitari che ormai si vedono le differenze di “classe”, come dimostrato più volte dal Censis, per cui sempre più italiani smettono di curarsi. Non solo.
Per il 67% del campione, l’accesso ai servizi di base (sanità e scuola) è sì garantito in Italia, ma con livelli e qualità differenti.
Insomma non tutte le scuole sono uguali nè tutti gli ospedali o ambulatori offrono identiche prestazioni.
Di fronte a tutte queste iniquità e al crescere delle diseguaglianze che stanno uccidendo la classe media e sporfondando nell’indigenza i più deboli, per gli italiani è prioritario e urgente affrontare due temi al più presto: mettere in atto politiche per ridurre le diseguaglianze e contrastare l’elusione fiscale.
Così come sanzionare chi mette i suoi soldi sotto gli ombrelli dei Paradisi fiscali (83%).
Che l grandi corporation siano un problema per gli italiani è evidente, ma si dividono più o meno a metà su un punto: se sia meglio far pagare più tasse alle multinazionali per aumentare le entrate dello Stato e dunque diminuire le diseguaglainze o al contrario ridurre il carico fiscale per attirare investimenti. Un dubbio che attraversa non solo gli italiani.
Argomenti che sono già nell’agenda europea, tanto che tra poco anche l’Italia sarà chiamata a recepire la quarta direttiva Ue in materia di riciclaggio .
“Lo farà – commenta Elisa Bacciotti – ma nel farlo noi chiediamo che vengano apportate alcune modifiche che migliorino il testo. Il punto è sulla trasparenza e sull’accessibilità ai dati per tutti, i giornalisti per esempio. Perchè escluderli? Basta pensare al caso dei Panama Papers. Non solo. Questa trasparenza va estesa a tutti coloro che potrebbero fare elusione, come i trust, le fondazioni, le società di comodo”. Oxfam Italia oggi consegnerà al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Sandro Gozi, 340mila firme , di cui almeno 10.000 raccolte in Italia.
Fanno parte della campagna contro i Paradisi fiscali portata avanti dall’Organizzazione i tutto il mondo. Che continua.
Barbara Ardù
(da “La Repubblica”)
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