Febbraio 15th, 2017 Riccardo Fucile
LA TESI DELL’ACCUSA: PER AIUTARE IL RE DELLE SLOT AVREBBE PERCEPITO TRA IL 2008 E IL 2015 OLTRE 4 MILIONI DI EURO
Un presunto «accordo» per aiutare il re italiano delle slot machine Francesco Corallo. È l’accusa che pende su Gianfranco Fini, quando rivestiva la carica di vice presidente del Consiglio.
Tra il 2008 e il 2015 nei conti correnti a lui indirettamente riconducibili sarebbero finiti circa 4 milioni 200mila euro erogati dall’imprenditore, titolare della concessione dei Monopoli di Stato.
L’accusa è di riciclaggio, ipotesi con la quale la Guardia di finanza del Servizio centrale di investigazione sulla criminalità organizzata (Scico) ha compiuto una perquisizione domiciliare nelle abitazioni di proprietà dell’ex vice presidente del Consiglio.
I suoi legami di parentela con la famiglia Tulliani e i rapporti opachi con Corallo, già arrestato a dicembre scorso, lo catapultano nell’inchiesta nata dall’ormai noto scandalo della «casa di Montecarlo».
Stando alle ipotesi preliminari del sostituto procuratore di Roma, Barbara Sargenti, Fini sarebbe stato il reale destinatario del denaro (ma lui si difende: «È un atto dovuto, fiducia nei magistrati»).
Una presunta corruzione, dunque, non contestata in quanto il reato sarebbe ormai caduto in prescrizione.
Tuttavia il magistrato ritiene che i flussi di denaro – sottratti illecitamente anche dal Preu, il prelievo erariale unico e la tassazione sulle vincite delle slot machines di Corallo – sarebbero stati traghettati all’estero attraverso una galassia di società offshore, per poi finire su conti correnti direttamente intestati a società riconducibili alla moglie di Fini, Elisabetta Tulliani, al fratello e al padre di lei, Giancarlo e Sergio, cui ieri sono stati sequestrati svariati beni immobili.
Per la Procura quel vorticoso giro di denaro, parte del quale utilizzato per l’acquisto dell’appartamento a Montecarlo, già di proprietà di Alleanza Nazionale, avrebbe avuto un unico scopo: ripagare Fini del suo interessamento politico verso le iniziative imprenditoriali di Corallo.
Stando ad Amedeo Laboccetta, ex componente del consiglio direttivo del Pdl e rappresentante della concessionaria italiana del Gruppo Corallo, «all’epoca in cui Fini conobbe Corallo» questi si aggiudicò la «concessione italiana per l’attivazione e la conduzione operativa della rete, per la gestione del gioco lecito».
Laboccetta, riassume la Procura, racconta che Fini «aveva conosciuto Corallo proprio per il suo tramite in occasione di un viaggio vacanza nell’estate del 2004, sull’isola di Saint Martin».
Negli atti si legge che «Fini suggellò con Corallo un’intesa che è stata utile ad Atlantis/Bplus (di Corallo, ndr) nello svolgimento dei rapporti con l’Amministrazione dei Monopoli.
Lo stesso Laboccetta si rivolse al segretario di Fini, onorevole Francesco Proietti Cosimi, allorchè nell’aprile del 2005 Atlantis (di Corallo, ndr) ebbe problemi con l’Amministrazione. (…) Fu proprio Proietti Cosimi che risolse il problema con Giorgio Tino, all’epoca direttore dei Monopoli».
(da “il Sole24Ore”)
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Febbraio 15th, 2017 Riccardo Fucile
IL VOTO SULLE SLOT, CORALLO ALLA FESTA DI COMPLEANNO DELLA FIGLIA DI FINI, LA VACANZA GRATIS AI CARAIBI
“Sembra singolare che in un partito dall’accentuata connotazione gerarchica, il Segretario ignorasse
l’esistenza delle vicende di un gruppo industriale che si preparava all’accesso, a livello nazionale, e all’esito di una gara bandita da un Governo di cui egli era parte, al lucrosissimo settore del gioco legale“.
È la riflessione del gip di Roma Simonetta D’Alessandro che si può leggere nel decreto di sequestro di beni della famiglia Tulliani — per un valore di 5 milioni di euro — sulla genesi dei rapporti tra Gianfranco Fini e Francesco Corallo, il re delle slot arrestato lo scorso dicembre insieme all’ex deputato Amedeo Laboccetta.
Rapporti che si sono riverberati sulla famiglia di Elisabetta Tulliani moglie dell’ex presidente della Camera indagato per riciclaggio nell’inchiesta sulla casa di Montecarlo.
Anzi, secondo il giudice, i Tulliani divennero soci di Corallo perchè l’imprenditore — il cui nome era comparso nell’inchiesta su prestiti facili della Bpm di Massimo Ponzellini — puntava in alto, a livello istituzionale.
“Corallo crea in capo ad interlocutori che non conosceva se non per i loro rapporti con Fini e Laboccetta, i Tulliani, una cospicua disponibilità immobiliare e finanziare”.
Corallo alla festa di compleanno della figlia di Fini a Montecitorio
Il giudice, analizzando la richiesta della Procura di Roma, fissa alcuni punti che sembrano cozzare con le dichiarazioni dell’ex vicepremier sull’inconsapevolezza degli affari della compagna.
Il primo è che fu proprio Fini a far entrare in contatto il dominus della concessionaria dei Monopoli di Stato per videopoker e slot machine e la famiglia Tulliani.
Ed è il rapporto tra Fini e Corallo — indagato per un’evasione da centinaia di milioni e figlio di Gaetano, ritenuto il cassiere del clan Santapaola — che per il giudice è alla base del patrimonio dei Tulliani: quantificato in 7 milioni di euro.
Una “contiguità ” durata almeno fino al 2009 e che ha visto l’imprenditore partecipare anche al compleanno della prima figlia di Fini e Tulliani nell’appartamento privato dell’allora presidente della Camera dei deputati: “Un festeggiamento privato” cui “parteciparono pochi parenti, qualche personaggio politico, compagno di partito nonchè Francesco Corallo e la sua compagna.
A quel tempo — sottolinea il giudice riportando le affermazioni di Laboccetta — Giancarlo ed Elisabetta Tulliani avevano già beneficiato di molto denaro da Francesco Corallo, che aveva disposto, tramite Baetsen (director di una delle società offshore), il duplice acquisto dell’appartamento di Montecarlo di proprietà di Alleanza nazionale, di cui erano divenuti proprietari occulti”.
La vacanza ai Caraibi per 14 persone e Fini pagata dal re delle slo
E sarebbe proprio quel rapporto trai Tulliani e Fini ad aver spinto Corallo, “il titolare di un’impresa colossale”, a fare operazioni finanziarie e immobiliari assolutamente in perdita, tra cui l’acquisto della ormai famosa casa di Montecarlo, con i Tulliani, “una famiglia della piccolissima borghesia romana”.
Molto prima però secondo il racconto messo a verbale da Laboccetta, Fini insieme ad altre 14 persone fu ospite di Corallo nel 2004: l’imprenditore pagò la vacanza nell’isola caraibica di Saint Martin a tutti.
L’incontro con Fini portò fortuna a Corallo perchè poi, su sollecitazione di Laboccetta, “Proietti Cosimi (ex braccio destro di Fini, ndr) era intervenuto presso il direttore dei Monopoli per revocare una diffida a Corallo nel 2005”.
Un intervento che Laboccetta definì “un’intesa” tra Corallo e Fini. Due anni dopo lo stesso ex segretario di An “aveva chiesto a Labocetta che Corallo acquisisse un immobile di cui era intermediario Giancarlo Tulliani, che lo stesso Labocetta definisce fatiscente”.
Quell’affare non si fece, ma andò in porto invece quello che riguardava i circa 70 metri quadri in Boulevard Princesse Charlotte 14.
L’imprenditore si attivò per diventare socio dei Tullian
“Quale era l’interesse di Corallo a coltivare così intensamente i Tulliani” e a fare con loro “considerevoli affari?”.
Il giudice risponde che è “riduttivo credere che la vicenda si sostanzi nell’acquisto della casa di Montecarlo”. La questione, piuttosto, “è molto più ampia” e “stupisce davvero che un imprenditore del calibro e delle dimensioni di Corallo si attivi senza risparmio di risorse, economiche, tecniche, finanziarie, per diventare socio dei Tulliani”.
La chiave di lettura la offre nell’interrogatorio proprio Labocetta. E dopo tutte queste sollecitazioni”, prosegue il gip, Corallo si attiva, pagando la casa di Montecarlo ed eseguendo una serie di bonifici alle società off shore dei Tulliani.
Circa due milioni che sarebbero serviti per consentire ai familiari di Fini, secondo la ricostruzione della procura, di acquistare un pacchetto azionario pari al 10% delle società dello stesso Corallo.
La prova di tutto ciò, gli investigatori la trovano nel pc di Giancarlo Tulliani nella perquisizione di dicembre 2016.
“Un affare inusitato — scrive il giudice — connotato da sproporzione tra le somme e il valore dell’acquisizione”. Insomma fu l’imprenditore a mettere mano al portafoglio perchè la piccola famiglia borghese romana entrasse in affari con lui: “Ed è in sintesi Corallo che paga per consentire ai Tulliani — ritiene il giudice per le indagini preliminari — l’acquisizione di quota della sua impresa”.
Il progetto societario decade, ma nel 2009 Corallo fa un ulteriore bonifico di 2,4 milioni sul conto di Sergio Tulliani, “un impiegato dell’Enel in pensione non molto credibile come lobbysta”.
Perchè? Il giudice per le indagini preliminari avanza una spiegazione: il versamento è infatti successivo all’abbandono del progetto di società “ma antecedente al decreto 78/2009 che ha offerto cospicui vantaggi a Corallo, offrendogli la possibilità di offrire in pegno i diritti sulle Vtl ed ottenere un finanziamento per Atlantis/Bplus di 150 milioni“.
Di tutto questo, sostengono gli inquirenti, i Tulliani “erano consapevoli”. Tanto che “quando Corallo esce di scena, svaniscono le società off shore e le movimentazioni transcontinentali” e iniziano “operazioni che lasciano tracce grossolane: il padre effettua bonifici alla figlia o al figlio, consente al figlio operazioni di reimpiego titoli, i due fratelli vendono l’alloggio di Montecarlo già provento di riciclaggio, ripartendosi i proventi, appena in tempo per ricadere in pieno regime di incriminazione per autoriciclaggio“.
Ed ancora: “Le operazioni sono da persona fisica a persona fisica” e non si intravedono menti finanziarie raffinate; “i contegni, basici, rispondono a bisogni primari: la casa per sè, la casa da affittare. Cessate le aspirazioni internazionali, si delinea la piccola delinquenza finanziaria routinier”.
Indagini faranno luce su impresa Corallo e addentellati istituzionali
A conti fatti, secondo gli inquirenti, il patrimonio della famiglia Tulliani, padre e i due figli, supera i sette milioni di euro, “e la contiguità con Corallo…capace di un danno all’Erario di centinaia e centinaia di milioni si è protratta a far data dal loro rapporto con l’on. Gianfranco Fini, prima Vice — Presidente del Consiglio dei Ministri, poi Presidente della Camera dei deputati (2007), fino al 2009.
La vicenda trascende di molto — ragiona il giudice — il suo valore economico, assume rilievo nazionale — e non solo — posto che Corallo, rinviato a giudizio nel 2012 a Milano per associazione per delinquere, in relazione a un credito di 150.000.000,00 di euro elargitogli dalla Banca Popolare di Milano, è figlio di Gaetano Corallo, uomo di Nitta Santapaolo nella Sicilia occidentale, e già condannato — con Ilario Legnaro — per il tentativo di acquisizione del Casino’ di Saint Vincent”.
L’imprenditore “ha negato assolutamente la sussistenza di rapporti con il padre e le indagini faranno luce — scrive il giudice — su quali antecedenti d’esperienza egli potesse contare per mettere in piedi — in circa tre mesi — un’impresa concessionaria di gioco legale, e organizzare intorno ai suoi profitti un riciclaggio internazionale e transcontinentale della durata di dodici anni. Ed anche — se ci sono stati — su quali addentellati istituzionali abbiano vanificato il controllo, qualunque genere di controllo sulla vicenda in parola, per dodici anni”.
Giovanna Trinchella
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 15th, 2017 Riccardo Fucile
SI SCANDALIZZANO SOLO SE LA VITTIMA E’ LA RAGGI, SALVO FARE DI PEGGIO CONTRO LE AVVERSARIE POLITICHE
Qualche giorno fa tutto l’arco parlamentare ha criticato il quotidiano Libero per il titolo sessista su Virginia Raggi.
Il quotidiano di Feltri ha cercato di difendersi spiegando che aveva già utilizzato quel titolo in passato durante il cosiddetto Rubygate senza che nessuno dicesse nulla.
In molti invece hanno fatto notare come gli attivisti del partito della Raggi siano soliti indulgere in insulti sessisti quando sono rivolti verso le donne della parte politica avversa.
La nuova vittima è la deputata del PD Alessia Morani che in uno dei meme gentisti viene definita “escort” ovvero prostituta.
A segnalare l’episodio è la stessa Morani via Facebook e Twitter in un post dove fa anche il nome del presunto autore degli insulti, un attivista Cinque Stelle di nome Antonio Donnarumma.
Dal momento che — proprio come la Raggi — la Morani di professione fa l’avvocato l’attacco è totalmente gratuito e immotivato.
La questione è leggermente diversa da quella della sindaca di Roma ma solo perchè la persona che ha creato il “meme” non dirige una testata giornalistica ma ha solo un profilo Facebook come tanti.
La sostanza però è la stessa: la parlamentare (così come ad esempio Laura Boldrini o Maria Elena Boschi prima di lei) viene presa di mira perchè donna e perchè parlamentare di un altro partito. Non che sia la prima volta che è oggetto di insulti.
Ma questa volta la Morani chiede che Grillo dica qualcosa ai suoi perchè è indubbio che il Capo Politico del MoVimento abbia giocato un ruolo fondamentale nel dare la stura a questa gara al commento diffamatorio e all’insulto sessista.
Morani ha anche postato una delle tante di Donnarumma con i vari big del MoVimento, ma è chiaro che la prova fotografica non prova alcuna corresponsabilità materiale dei vari Di Maio, Taverna, Raggi e altri che si sono fatti un selfie con l’attivista così come lo fanno con tutti (e ovviamente non si può pretendere che facciano il terzo grado a tutti prima di farsi le foto).
Qualche tempo fa la Morani aveva denunciato di aver ricevuto minacce di morte via Facebook da alcuni utenti che invece che criticare nel merito la sua azione politica e le sue posizioni sulla questione dell’immigrazione avevano preferito farle sapere quello che “si sarebbe meritata”.
Quest’ultimo “meme” di propaganda contro la deputata Dem ha iniziato a circolare il sette febbraio ed è stato diffuso anche da altri attivisti e simpatizzanti del M5S, alcune sono donne che evidentemente non si rendono conto che l’immagine non solo è un’offesa alla Morani ma anche a tutte le donne.
Perchè se oggi è consentito dalle regole non scritte della propaganda pentastellata insultare una donna del Partito Democratico domani potrebbe essere il turno di una donna del MoVimento che esprime opinioni sgradite alla maggioranza.
Evidentemente andare a chiedere l’intervento delle “femministe” o della Boldrini è giustificato solo quando si insulta Virginia Raggi.
Per tutto il resto c’è libertà d’azione.
E l’unico responsabile dell’istituzionalizzazione dell’insulto sessista è proprio il Capo Politico del MoVimento, ma lui — sapete — è un comico.
(da “NextQuotidiano“)
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Febbraio 15th, 2017 Riccardo Fucile
“E’ STATO CASALEGGIO A SCEGLIERE IL DIRETTORE GENERALE DELL’AZIENDA RIFIUTI”
«Berdini avrebbe dovuto lasciare immediatamente: quello che ha detto è imbarazzante e falso. La
sindaca non è fragile, inadeguata e senza personalità , come i dissennati comunicatori del Movimento la fanno apparire. Ho assistito a telefonate con i vertici in cui troncava la conversazione dicendo: “La sindaca sono io”».
Certe volte la chiama «la Raggi». Altre «la sindaca». «Fino a Natale era solo Virginia. C’era forte sintonia. Poi il suo commissariamento s’è compiuto. Mi pare provata. Se potessi le direi: sii te stessa, slegati. I romani hanno votato te, non Casaleggio». A due mesi dalle dimissioni da assessore all’ambiente per l’avviso di garanzia, la versione di Paola Muraro.
Il vostro primo incontro?
«Prima del ballottaggio. Dopo un’ora mi avvertì: lei sarà triturata, se la sente?».
È stata triturata?
«Da subito. Cominciarono a uscire calunnie politiche ai miei danni. Per esempio che ero pro inceneritori. Falso, non me ne sono mai occupata. Sono specializzata in impianti di compostaggio».
Da dove provenivano?
«Dal sottobosco di pseudoambientalisti che gravitano attorno al Movimento e aspirano a laute consulenze. Se non li foraggi, ti scatenano contro il web. Ho chiuso il rubinetto, era un fiume di soldi, e l’ho pagato sulla mia pelle».
Com’è andata esattamente la vicenda delle sue dimissioni?
«Quando ho informato la sindaca dell’avviso di garanzia, lei ha convocato i consiglieri comunali dicendo: “Ti autosospendi, chiarisci e torni”. Ma il segretario generale diceva che l’autosospensione non era possibile. Virginia era contraria alle dimissioni e i consiglieri mi difendevano ma i vertici, Grillo e Casaleggio, erano irremovibili. L’imbarazzo era evidente tanto che io sono andata via. Nella notte la Raggi ha postato il video in cui dava la notizia delle dimissioni».
È rimasta delusa?
«L’intesa era che dopo l’interrogatorio, viste le carte, sarei tornata in giunta. L’indomani mi arrivavano messaggi di solidarietà da consiglieri, assessori, parlamentari come Di Battista che stimo e ha leadership. In realtà il successore era già pronto. Dopo qualche giorno la sindaca mi ha richiamato. Faticava a trovare le parole: “Paola, non posso reggere”. Io l’ho interrotta: “Virginia, ho capito”. Dopo qualche ora ha nominato il nuovo assessore».
Ci ha ripensato?
«Mi sono dimessa per fedeltà ai dettami del Movimento. In realtà l’avviso di garanzia era l’atteso escamotage per farmi fuori».
Rifarebbe tutto?
«Non offrirei le dimissioni, li costringerei a cacciarmi».
Condivideva il programma M5S?
«A parte qualche bizzarria come quelle sul riciclo dei pannolini, totalmente. E ho provato ad applicarlo. Senza di me, è stato tradito».
Che cosa intende?
«C’è all’opera un gruppo trasversale di affaristi dentro e fuori il Movimento. L’ho capito dall’interno. Un’esperienza che mi ha aperto gli occhi. Per questo dico agli attivisti 5 Stelle: io ho fatto da scudo umano, voi svegliatevi prima che sia tardi».
Perchè, a suo giudizio, volevano farla fuori?
«C’è stato un grande scontro. Per tre volte gli assessori alle aziende partecipate mi hanno presentato un progetto di partnership con Acea. Io l’ho sempre rispedito al mittente».
Perchè?
«Premetto che è un vecchio piano studiato da diversi anni dalle amministrazioni precedenti. Prevede nuovi impianti su terreni di Acea e non di Ama. Questo è il vero business. Altro che rifiuti zero. Su questo la mia posizione divergeva da quella di Colomban».
Lui che rispondeva?
«Colomban è capace e pratico, non lascia molto spazio. Diceva di avere un filo diretto con Grillo che chiamava “Beppe” e con i parlamentari nazionali. In realtà non ha nulla di grillino. In una riunione mi disse: “Non si governa con l’utopia”».
Lei che cosa pensava?
«Che Roma non può essere governata da avvocati liguri e manager lombardi e veneti, che non sanno dov’è Centocelle, quali sono i parchi o com’è difficile la raccolta differenziata a Tor Bella Monaca».
Che c’entrano gli avvocati?
«La nomina del direttore generale dell’Ama, l’azienda rifiuti della Capitale, fu fatta da Casaleggio attraverso tale avvocato Lanzalone, che in pieno agosto si presentò a una riunione con una lista di candidati. Bina, il prescelto, veniva dall’azienda di Voghera, non proprio una metropoli, dove faceva appena il 30% di differenziata. Gli telefonammo che era in spiaggia. E’ inadeguato perchè proveniente da una realtà pari a un quartiere di Roma, spiegai. Fui zittita».
Perchè Bina è importante?
«Quando è arrivato a Roma, ha confessato di non aver nemmeno letto il programma del M5S. Aveva un compitino da fare non proprio in linea col programma Raggi. Ho capito che gli obiettivi erano diversi».
Quali sono questi obiettivi?
«Lo stipendio di Romeo e la nomina di Marra sono specchietti per le allodole. Parliamo di qualche decina di migliaia di euro. Il business dei rifiuti a Roma vale miliardi. Acea può diventare la multiutility più grande d’Europa. Quello che destra e sinistra non sono riusciti a realizzare, potrebbero farlo i grillini».
La Raggi ne è consapevole?
«Fino a un certo punto avevo la sua copertura totale. In simbiosi, nelle sabbie mobili. Poi si è dovuta piegare. Penso che se ne sia resa conto».
Lei sapeva delle chat dei “quattro amici al bar”?
«Le chat erano molte. Un giorno Virginia disse: “Basta, non riesco a star dietro a tutte”».
Che orizzonte ha la Raggi?
«Dipende dalla capacità di liberarsi da lacci e lacciuoli che le hanno imposto dall’esterno».
(da “La Stampa”)
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Febbraio 15th, 2017 Riccardo Fucile
DI MAIO CHIAMA IN CAUSA LA PROCURA PER NON AVER GARANTITO NULLA SULLA CORRETTEZZA DI MARRA
Rendendo pubblico un sms inviato a Raggi il 10 agosto 2016 e di cui, con la sindaca, era il solo in possesso, Luigi Di Maio prova a rovesciare il tavolo convinto di dimostrare, senza fornire alcuna prova, di essere vittima di una persecuzione odiosa.
Perchè consumata da “Repubblica” attraverso la consapevole manipolazione dei fatti (vale a dire con un lavoro “selettivo” delle chat che in quell’estate dello scorso anno decisero del destino di Raffaele Marra).
Ma la mossa, oltre a calunniare questo giornale e ad animare un sabba di odio online alimentato per l’intera giornata dal sito del Fatto Quotidiano, è una toppa peggiore del buco.
Che non smentisce quanto falsamente sostenuto domenica scorsa dallo stesso Di Maio nell’intervista televisiva a Lucia Annunziata («Ho incontrato Marra una sola volta. Per cacciarlo»).
Che conferma i suoi giudizi di allora sull’«integrità » dello stesso Marra («È un servitore dello Stato») e sulla necessità di non sentirsi «umiliato» per lo screening cui era sottoposto al pari di ogni uomo che godeva della sua fiducia.
Che, di più, introduce nella vicenda un nuovo dettaglio che, questa volta, obbliga la Procura della Repubblica a smentirlo e smaschera come tale un’altra furbizia.
Per poter separare il proprio destino politico da quello della Raggi, Di Maio è infatti costretto, a posteriori, a riscrivere la storia di quei giorni di agosto del 2016, facendo dire ai suoi sms con la Raggi quello che quegli sms non dicono.
Ma, soprattutto, quello che un comunicato della Procura e quanto accaduto nelle settimane successive al 10 agosto smentiscono.
Il vicepresidente della Camera, in sostanza, dice infatti due cose.
Che i suoi sms inediti con la Raggi dimostrerebbero come avesse espresso l’intenzione che Marra venisse allontanato dal gabinetto del sindaco e come il suo destino fosse stato legato al “responso” chiesto al procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, sulla “pulizia” dell’uomo.
Ebbene, la Procura della Repubblica, in una nota ufficiale, svela come, il 12 agosto, la risposta sollecitata dal Campidoglio sul conto di Marra fosse stata del tutto neutra. «Venne comunicato – scrive – che nei confronti di Marra non vi erano iscrizioni suscettibili di comunicazioni. Formula che comprende sia il caso che non vi siano provvedimenti pendenti, sia che risultino procedimenti coperti da segreto investigativo ».
È un fatto, dunque, che non solo il 10 agosto 2016 Raffaele Marra fosse ancora nel posto da cui, a dire di Di Maio, era stato cacciato 35 giorni prima (il 6 luglio).
Ma che, dal 12 agosto in avanti, il tentativo di legare il destino di Marra alle comunicazioni del Procuratore della Repubblica è un paravento inservibile.
A meno, come accadrà , di spendere dentro e fuori il Movimento il senso di quella comunicazione (che abbiamo visto essere neutra) facendole dire dell’altro.
Vale a dire, che, sul conto di Marra, “nulla risultava”
Si dirà : eppure, come documentano ancora gli sms con la Raggi, il “pensiero” di Di Maio era che Marra non dovesse restare nel gabinetto della sindaca.
Dunque, l’errore nel perseverare sarebbe stato solo e soltanto della sindaca.
Ma, anche in questo caso, i fatti e gli stessi sms con la Raggi, smentiscono quell’asserita intenzione.
Il 10 agosto 2016, Di Maio, prendendo tempo, rinvia infatti ogni decisione sostenendo – testualmente – che, a valle delle comunicazioni di Pignatone, «deciderete», «decideremo ».
È un plurale che indica una decisione che verrà infatti presa in quel mese di agosto e di cui non risultano dissociazioni dello stesso Di Maio, responsabile degli enti locali del M5S.
Marra resterà infatti vice-capo di gabinetto con il sacrificio (tra il 31 agosto e l’1 settembre) dei suoi due nemici in Giunta: l’allora capo di gabinetto Carla Raineri e l’allora assessore al bilancio Marcello Minenna.
Di più, a settembre, dopo l’inchiesta con cui il settimanale l’Espresso, a firma Emiliano Fittipaldi (anche di lui Di Maio ha chiesto il processo disciplinare all’Ordine), svela la vicenda della casa di Marra acquistata a prezzo di favore dal costruttore Scarpellini (circostanza che lo porterà in carcere il 16 dicembre successivo per corruzione), Marra viene promosso a capo del Personale del Campidoglio.
Un incarico nevralgico nella vita dell’amministrazione.
Benedetto da una narrazione, allora, come oggi, identica a se stessa, per la quale arriva in soccorso Marco Travaglio, direttore del Fatto, che scrive: «Marra invece è incensurato, e questo forse è il problema: però il Messaggero assicura che, siccome comprò casa dal costruttore Scarpellini allo stesso prezzo stimato da una perizia della banca Barclays che gli erogò il mutuo, senza mai firmare un atto riguardante Scarpellini (all’epoca si occupava di incremento delle razze equine), “la Procura sembra voler fare chiarezza”. Ergo, è il mostro di Lochness ».
Sappiamo come è andata.
(da “la Repubblica”)
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Febbraio 15th, 2017 Riccardo Fucile
DIFESO DA DI MAIO SOLO PERCHE’ HA INDOSSATO LA DIVISA DELLA GDF
Lasciando da parte verità e bugie, nell’sms di Luigi Di Maio sui guai di Raffaele Marra c’è una frase
che colpisce: «Lui è un servitore dello Stato».
Il vicepresidente della Camera usa questa definizione per spiegare a Virginia Raggi che Marra non è un politico di carriera, ma solo un funzionario del Comune, ed essendo stato un ufficiale della Finanza dovrebbe sapere bene che spirito di sacrificio e la capacità di abnegazione fanno parte del bagaglio di chi è appunto, «un servitore dello Stato».
Ora, facciamo finta che il giovane deputato pentastellato oltre a non leggere le mail non leggesse neanche i settimanali, e dunque gli fosse sfuggita l’inchiesta che l’Espresso aveva pubblicato due mesi prima di quel suo sms.
Un’inchiesta nella quale si dimostrava che quando era capo del dipartimento Patrimonio e Casa, Marra aveva acquistato dal costruttore Scarpellini un attico di 165 metri quadri con uno “sconto” di mezzo milione, esattamente quell’affare che poi è costato a entrambi l’arresto per corruzione.
Facciamo finta che non sapesse nulla dei servigi resi da Marra non allo Stato ma ad Alemanno e a Polverini, occupandosi di galoppo o di mobilio a seconda del politico da servire (sempre con spirito di sacrificio e capacità di abnegazione, si capisce).
Facciamo finta. Ma definire uno come Marra «servitore dello Stato» solo perchè ha vestito la divisa della guardia di finanza (altrimenti sarebbe, in quanto funzionario del Campidoglio, solo un «servitore del Comune») vuol dire non conoscere il significato di quell’espressione.
Che non equivale affatto a «dipendente pubblico».
Servitore dello Stato è chi ha contribuito alla sua nascita. Chi ha preso le armi per difendere la democrazia e la libertà . Chi ha dato la vita per far rispettare la legge. Servitori dello Stato sono stati Cavour e De Gasperi, il maresciallo Diaz e Massimo D’Azeglio, il governatore Baffi e il presidente Ciampi.
Servitori dello Stato erano poliziotti come Boris Giuliano, magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, giuristi come Massimo D’Antona, avvocati come Giorgio Ambrosoli, uomini che per lo Stato hanno dato la vita.
Non basta aver indossato la divisa, per meritare questo titolo.
Certo, Raffaele Marra è stato un servitore: ma non dello Stato.
Sebastiano Messina
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 14th, 2017 Riccardo Fucile
DALLA CHAT NON EMERGE PER NULLA CHE DI MAIO AVREBBE INTIMATO A MARRA DI LASCIARE IL POSTO, SEMMAI L’OPPOSTO: LUI LO ASCOLTA E ASPETTA PIGNATONE… DUE GIORNI DOPO (IL 12 AGOSTO) ARRIVA LA RISPOSTA SIBILLINA DEL PROCURATORE DI ROMA, MA MARRA RESTA FINO A DICEMBRE, QUANDO VIENE ARRESTATO: CHE HA FATTO DI MAIO IN QUESTI 4 MESI PER CACCIARLO? NULLA
Il Corriere della Sera, La Repubblica e Il Messaggero replicano colpo su colpo assicurando di essere in grado di documentare che il procuratore di Roma Pignatone aveva poi risposto il 12 agosto osservando che non c’erano notizie che “potessero essere comunicate” sul conto di Raffaele Marra.
“Una risposta sibillina, ma non assolutoria, nel rispetto del segreto sulle indagini in corso. Nonostante questo, Marra è rimasto al suo posto ed è stato addirittura promosso da vicecapo di gabinetto a capo del personale dell’intero Comune, mantenendo la carica fino al momento dell’arresto per corruzione nello scorso dicembre”, fa notare La Repubblica.
“Il blog di Grillo – continua La Repubblica — spiega la definizione di ‘servitore dello Stato’ con cui Di Maio indica Marra con ‘il fatto che Marra era della Guardia di finanza’.
Va ricordato che Marra ha lasciato la Guardia di finanza da più di dieci anni.
Da allora ha lavorato come direttore dell’Unire guidata all’epoca da Franco Panzironi, lo stretto collaboratore di Gianni Alemanno arrestato nella retata di Mafia Capitale del dicembre 2014. Poi è entrato al Comune di Roma con lo stesso Alemanno, che dal 2015 è sotto processo per corruzione e finanziamento illecito”.
In conclusione, “questi sono i fatti, ma Grillo continua ad attaccarci con una propaganda delirante e pericolosa, che diffonde nel Paese un clima di odio”.
Il Messaggero fa notare che “con quel messaggio, lo scorso 10 agosto, Virginia Raggi intendeva tranquillizzare Marra trasferendogli le considerazioni di Luigi Di Maio che, da una parte lo definiva ‘un servitore dello Stato’ e dall’altra segnalava alla stessa Raggi l’opportunità di conoscerne la posizione giudiziaria e il suo convincimento sul fatto che Marra non potesse restare nel Gabinetto in Campidoglio”.
“Per una sua scelta – osserva Il Messaggero – Virginia Raggi decise di inoltrare a Marra solo la parte ‘positiva’ del messaggio di Di Maio, per dargli l’impressione che la fiducia fosse incondizionata”.
(da agenzie)
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Febbraio 14th, 2017 Riccardo Fucile
IL PRANZO DI BERSANI COI SUOI, LE TELEFONATE DALLE FEDERAZIONI
La scissione è servita. Ristorante Mario, via della Vite, pieno centro di Roma. Cucina toscana, vino
rosso al centro del tavolo.
Attorno, a ora di pranzo, si siedono Pier Luigi Bersani, Roberto Speranza, Nico Stumpo, Davide Zoggia, Massimo Paolucci.
Il ragionamento condiviso, nel primo lunghissimo giorno di quello che pare un lungo addio al Pd, è: “Se non accade niente di serio, domenica non andiamo all’assemblea del Pd”. La scissione, appunto. La tappa successiva: nuovi gruppi parlamentari.
Qualche abboccamento c’è stato. Tra i commensali c’è chi ha sentito Orlando, dopo la direzione: “Ha detto Andrea che anche nella maggioranza ci sono molti pieni di dubbi”.
C’è chi ha sentito Franceschini: “Sta provando a dare segnali su un congresso a maggio, per far vedere che non si vota a giugno”.
Tutti gli scenari sono sul tavolo, con annesse variabili. A partire dalla variabile Orlando, il protagonista di uno smarcamento alla direzione.
Qualche tempo fa, gli era stato suggerito da Bersani di non entrare nel governo, dopo la vittoria del no, come segnale di “discontinuità ”.
Il che avrebbe aperto un dialogo in vista del congresso. Ora pare complicata, perchè il guardasigilli è contrariato, molto contrariato, ma ha parecchi dei suoi che lo frenano. È chiaro che una sua candidatura sarebbe un fatto nuovo, perchè apre una frattura nella maggioranza che sostiene Renzi.
Al momento l’ipotesi non c’è. C’è un po’ di gioco sulle date, giorno più giorno meno, nulla di più. Bersani, tornato col piglio del segretario, ha tagliato corto: nulla di serio, perchè settimana più, settimana meno, non cambia la questione di fondo. E cioè che si apra una discussione politica sul futuro del paese, sul governo, sulla legge elettorale, sul partito. È solo un modo per spostare il plebiscito dai primi giorni della primavera a primavera inoltrata: “In questa situazione — è l’analisi condivisa — il Pd diventa il partito di Renzi e noi facciamo un’altra cosa senza perdite di tempo. Un pezzo del nostro popolo la scissione l’ha già fatta”.
Un’altra cosa in tempi brevi, senza partecipare al congresso.
L’idea, se non si apre una trattativa vera, è di partecipare sabato all’iniziativa di Enrico Rossi, a Roma, quartiere Testaccio, ed annunciare lì la non partecipazione all’assemblea del Pd di domenica.
Lì Bersani e Emiliano dichiareranno la “presa d’atto” che c’è una chiusura di fronte alla richiesta di un altro percorso. Poi, i gruppi parlamentari. Parecchi sono i parlamentari perplessi, timorosi: “Ma se nasce un altro gruppo, come fa a durare il governo?”; altri si chiedono: “Come spieghiamo alla nostra gente che rompiamo sul calendario”.
Pare il dilemma del prigioniero: se partecipiamo al congresso, è finita, perchè è chiaro dagli articoli molto informati sull’ex premier quale sia lo spirito con cui si predispone al congresso (li seppellirò con le loro regole); se usciamo abbiamo un problema a spiegarlo.
In questa dinamica, contrariamente a parecchie rappresentazioni, Bersani è particolarmente determinato.
Non è un caso che è tornato a dichiarare in prima persona, con frasi forti, determinate. Eccolo attraversare il Transatlantico, col parlamentare torinese Giacomo Portas, che ha una lista I Moderati e parecchi voti in Piemonte: “Guarda che ci sono le condizioni per fare noi il centrosinistra vero. Mica andiamo a fare una roba minoritaria”.
Poi si ferma di fronte ai cronisti: “Non siamo un gregge, è impossibile andare avanti così. Io voglio bene al Pd, fino a quando è il Pd, ma se diventa il PdR, il partito di Renzi, non gli voglio più bene”.
E ancora: “Non so se andremo domenica all’assemblea”. Posizione pubblica che lascia aperta la via di una trattativa, qualora Renzi volesse, ma che in caso contrario significa: siamo pronti.
Pronti a fare un nuovo partito. Questa è la seconda parte della discussione. Dopo il “quando”, il “che cosa”. E il che cosa non è una cosa rossa, minoritaria e di testimonianza, ma una costituente di centrosinistra, ulivista, con i moderati dentro.
Da far nascere prima delle amministrative, con l’obiettivo poi di raccogliere dopo i cocci del Pd.
Insomma, un’Opa sullo scontento che c’è in giro nel partito, dopo anni di renzismo. Torino, Roma, Napoli. Il cellulare di Stumpo ha ripreso a suonare come quando era responsabile dell’organizzazione della Ditta.
Dice un big: “Renzi ha fatto due errori. Ha sottovalutato Bersani e la sua capacità di rottura scambiando buon senso con arrendevolezza, e pensando che prevalessero i vecchi rancori comunisti tra lui e D’Alema. Ha pensato che Rossi non si sarebbe candidato. Ha sottovalutato Emiliano”.
Ora la scissione è servita. Quattro giorni per evitarla.
Altrimenti sarà annunciata sabato, a Testaccio, core di Roma.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 14th, 2017 Riccardo Fucile
L’ASSESSORE SI E’ DIMESSO: “DOVEVAMO RIPORTARE LEGALITA’ E TRASPARENZA, SI CONTINUA SULLA STRADA DELL’URBANISTICA CONTRATTATA CHE HA FATTO IMMENSI DANNI ALLA CITTA'”… E I GRILLINI RINNEGANO LE PROMESSE ELETTORALI: OK ALLO STADIO
Non ha aspettato che Virginia Raggi portasse a termine l’annunciata due diligence sul suo lavoro e
sciogliesse la “riserva”.
Poco dopo l’incontro tenuto nel pomeriggio in Campidoglio sullo stadio della Roma, che ha fatto segnare un deciso passa in avanti verso la realizzazione del progetto, Paolo Berdini ha lasciato la giunta a 5 stelle rassegnando le sue “dimissioni irrevocabili“.
“Era mia intenzione servire la città mettendo a disposizione competenze e idee. Prendo atto che sono venute a mancare le condizioni per poter proseguire il mio lavoro. Mentre le periferie sprofondano in degrado senza fine e aumenta l’emergenza abitativa, l’unica preoccupazione sembra essere lo stadio della Roma“, scrive l’assessore all’Urbanistica nella nota in cui dà l’addio definitivo alla giunta M5S che dal 20 giugno 2016 guida l’amministrazione capitolina.
Al centro della frizione durata mesi tra Berdini e i 5 stelle c’è il progetto del nuovo impianto sportivo per il quale l’As Roma ha con il Campidoglio un accordo che risale al 2014: da una parte l’assessore all’Urbanistica, che chiedeva forti tagli alla parte commerciale del progetto in mancanza dei quali aveva sempre espresso una posizione contraria alla costruzione del nuovo impianto; dall’altro la giunta, intenzionata a costruire la struttura nell’area dell’ex ippodromo di Tor di Valle seppur dicendosi disponibile ad aprire una discussione sulla riduzione delle cubature.
Oggetto del contendere il faraonico progetto della società di James Pallotta cui la giunta guidata da Ignazio Marino aveva dato il proprio assenso perchè ritenuto “di interesse pubblico” e che il 3 marzo, a meno di colpi di scena, riceverà l’ok definitivo anche dall’amministrazione a 5 stelle.
Alla quale l’assessore dimissionario rivolge ora il suo j’accuse: “Dovevamo riportare la città nella piena legalità e trasparenza delle decisioni urbanistiche, invece si continua sulla strada dell’urbanistica contrattata, che come è noto, ha provocato immensi danni a Roma“.
La certezza che l’addio fosse una mera questione di tempo era arrivata il 13 febbraio, quando Il Fatto Quotidiano pubblicava la lettera con la quale Berdini diceva la sua sul caso delle dichiarazioni attribuitegli da La Stampa riguardo alla sindaca Raggi.
Il punto 10 della missiva annunciava in maniera inequivocabile ciò che poi è avvenuto: “Oggi, il M5S, se vuole, ha la grande opportunità di continuare l’azione fin qui intrapresa per far cambiare passo a Roma. Lo stadio di Tor di Valle è il banco di prova per fermare blocchi di potere che da sempre difendono la speculazione fondiaria e finanziaria a scapito dei diritti dei cittadini. Se la Raggi vuole fare questa battaglia mi troverà al suo fianco. In caso contrario, le mie dimissioni sono già sul suo tavolo”. Tradotto: io la faccia sullo stadio da un milione di metri cubi di cemento non la metto, o si tagliano le cubature o me ne vado. E così è stato.
L’intesa fra i presenti al tavolo riunito questo pomeriggio in Campidoglio (il capogruppo M5S, Paolo Ferrara, il presidente dell’Aula, Marcello De Vito, la presidente della commissione Urbanistica, Donatella Iorio da una parte; il direttore generale giallorosso Mauro Baldissoni e il costruttore Luca Parnasi dall’altra) è stata raggiunta.
Un idillio fra società e comune che attende solo il sigillo di Virginia Raggi. Che avoca a sè le deleghe all’Urbanistica e Infrastrutture e cui rimane il problema di trovare il nome adatto per sostituire il terzo assessore in 7 mesi.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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