Febbraio 9th, 2017 Riccardo Fucile
“PER NON FARE ACCORDI COL PD DOPO LE ELEZIONI”… PERCHE’ FARLO CON GRILLO SAREBBE LECITO? …. E IN OGNI CASO LA CLAUSOLA SAREBBE CARTA STRACCIA SENZA VALORE
«Per Fratelli d’Italia le condizioni di un’alleanza sono chiare: vogliamo una clausola anti-inciucio con la quale tutti quelli che partecipano si impegnano a non fare accordi con il PD dopo le elezioni».
La presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni ha dettato le sue condizioni al centrodestra: tra queste c’è anche un’interessante clausola anti-inciucio.
«Vogliamo elezioni primarie per scegliere il portabandiera candidato premier e vogliamo proposte chiare su temi centrali come il rapporto con un’Europa che ci strozza».
Con chi ce l’ha la leader di Fratelli d’Italia?
Giorgia, semplicemente, ha annusato l’aria che tira: tutti i giornali parlano di un ritorno di Forza Italia nei sondaggi e della possibilità di un centrodestra che vada unito alle elezioni. Ma anche della possibilità che poi in Parlamento Forza Italia vari una Grande Coalizione con il Partito Democratico per ottenere i voti necessari per il varo della fiducia. Prendendo così il taxi di FdI e Lega per poi scaricarli all’entrata della Camera e del Senato.
Da qui l’ideona della clausola anti-inciucio.
Che però, visto che in Italia vige il divieto di mandato imperativo, anche se firmata non avrebbe alcun valore effettivo.
Poi sarebbe interessante sapere se, nell’ottica della Meloni, la clausola varrebbe anche nei confronti di Lega e Fdi nel caso volessero allearsi con Grillo, una volta presi i voti dall’elettore di centrodestra.
Ma su questo la Meloni non pare avere nulla da dire.
(da agenzie)
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Febbraio 9th, 2017 Riccardo Fucile
E’ IL COORDINATORE DI UN MEETUP SICILIANO
Qualche giorno fa il senatore M5S Michele Giarrusso in un’interrogazione urgente al Ministro
dell’Interno Minniti chiedeva di avviare dei controlli a Castelvetrano (Trapani): “Fino a quando la mafia e la politica andranno a braccetto, non si vedrà un filo di luce“, aveva dichiarato il senatore Cinque Stelle dopo il sequestro di beni per un valore pari a cinque milioni di euro a Marco ed Enrico Adamo, imprenditori attivi nella politica locale di Castelvetrano finiti sotto indagine perchè ritenuti molto vicini a Matteo Messina Denaro, il boss della mafia latitante che è originario proprio del paese in provincia di Trapani.
Il comune rischia lo scioglimento per mafia e il commissariamento e Giarrusso chiedeva l’intervento immediato dello Stato “per liberare Castelvetrano dalla mafia e dalla sporca politica che tiene i cittadini schiavi del sistema” e forse non immaginava di dover guardare anche all’interno del MoVimento 5 Stelle di Castelvetrano e del limitrofo comune di Partanna.
Stando a quanto riporta il quotidiano locale Tp24.it nell’ambito di un’inchiesta su una truffa -la cui entità ammonta a quasi sette milioni di euro — ai danni di Regione, Unione europea e Patto Territoriale “Valle del Belice” sulla quale sta indagando la Procura di Marsala risulterebbe coinvolto il coordinatore del Meetup dei Cinque Stelle di Partanna Gaspare Secchia.
L’accusa contesta alle nove persone coinvolte e a tre società il reato di truffa aggravata in concorso per il conseguimento di erogazioni pubbliche in merito alla realizzazione di un complesso alberghiero a Marinella di Selinunte ed i fatti contestati si riferiscono al periodo 2008-2009.
In particolare a Secchia, che era il perito incaricato della contabilità tecnica è contestato anche il reato di falso in atto pubblico.
Accuse pesanti non solo perchè Secchia è un attivista del MoVimento ma anche perchè a fine gennaio si era fatto promotore di un incontro sulla legalità al quale avevano preso parte i senatori Giarrusso, Vincenzo Maurizio Santangelo e l’europarlamentare Ignazio Corrao e anche rappresentanti delle associazioni antimafia come Libera.
La reazione di Secchia è indicativa del nervosismo del MoVimento riguardo a certe situazioni e alla posizione che gli attivisti devono assumere alla luce del nuovo codice etico recentemente approvato, almeno stando alle dichiarazioni rilasciate a Tp24.it:
Raccontate balle e non ascoltate gli interessati ma solo cosa dice la Procura. E poi vorrei capire come mai vi occupate ora di questo processo che è in corso da anni. Voi giornalisti siete stati telecomandati dopo il successo della nostra iniziativa contro la mafia.
Inoltre Secchia fa sapere che “Dieci minuti dopo aver letto l’articolo mi sono dimesso dal meet up, e comunque sono candidabile perchè non c’è nessuna condanna e il nuovo regolamento prevede che io possa candidarmi”.
Ed è vero che — regolamento alla mano — è candidabile, ma il fatto che Secchia si sia dimesso dal meet up solo dopo che la notizia era stata pubblicata dal quotidiano online la dice lunga visto e considerato che — come ha detto — il processo è in corso da anni e che il Giornale di Sicilia aveva fatto il suo nome già il 31 gennaio mentre l’articolo di Tp24.it è di questa mattina.
Il fatto che sia ancora candidabile per le regole del MoVimento non rappresenta certo un problema nemmeno per chi non fa parte del M5S, il fatto invece la cosa sia stata taciuta fino a quando “i giornalisti telecomandati” ne hanno parlato la dice invece lunga sul valore della trasparenza.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 9th, 2017 Riccardo Fucile
PERCHE’ HANNO PAURA? PERCHE LI CONOSCE TROPPO BENE
Stamattina era prevista anche la presenza di Paolo Becchi a L’Aria che tira su La7, dove doveva svolgersi un dibattito con Mario Michele Giarrusso del MoVimento 5 Stelle ed altri.
Ma purtroppo la comparsata di Becchi è stata annullata all’ultimo momento.
Perchè? A spiegarcelo è lo stesso professore: la comunicazione del M5S ha chiesto al programma di non far svolgere confronti tra i suoi esponenti e Becchi; per questo il programma ha preferito cancellare l’intervento dell’ex ideologo che poi si è distanziato dai grillini.
«Anche ad Agorà è successa una cosa simile, quando era ospite Giorgio Sorial: ma in quel caso la mia entrata nel dibattito è coincisa con l’uscita del deputato e quindi almeno nell’occasione le apparenze si sono salvate. Invece a L’Aria che tira hanno preferito evitare qualsiasi attrito con la comunicazione M5S…».
E come mai la comunicazione del M5S ha paura di Paolo Becchi?
Il professore ha un’idea tutta sua sulla questione: «Non è vero che le televisioni sono contro il M5S; la verità è che loro vanno e scelgono con chi confrontarsi, mentre i conduttori glielo permettono. E cercano di evitare gli ospiti che potrebbero metterli in difficoltà . Io non me la prendo con il direttore del programma ma con il fatto che c’è chi si fa le regole del gioco su misura; dovrebbero accettarsi di confrontarsi con tutti. Come mai siamo arrivati al punto che se Becchi è invitato in un programma televisivo l’Ufficio di comunicazione dice ‘Noi veniamo ma a patto che ritiriate Becchi’? Questo è il dato di fatto».
E infine: «Questa cosa poi non succede solo a me, succede anche ad altri su cui c’è un veto. Non dobbiamo venire a stretto contatto. Poi spiace vedere in tv il direttore del Corriere Fontana con Di Battista. Perchè non facciamo Di Battista contro Becchi o Di Maio contro Becchi?».
Perchè, secondo lei? «Perchè finirebbero sconfitti, visto che io sono nel MoVimento dalle origini e posso elencare tutte le cose in contrasto con quello che il M5S era dalle origine. Per questo li potrei mettere in difficoltà e mi temono».
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 9th, 2017 Riccardo Fucile
LEGGE ELETTORALE, DEPOSITATA LA SENTENZA DELLA CONSULTA SULL’ITALICUM
Il premio di maggioranza del 40 per cento non è irragionevole. Il ballottaggio è da cancellare perchè
non garantisce la rappresentatività .
E ora comunque servirà una legge elettorale che assicuri maggioranze parlamentare omogenee. Sono i punti principali delle motivazioni della Corte Costituzionale sull’Italicum, dopo la pronuncia di incostituzionalità parziale del 31 gennaio scorso. Le motivazioni sono raccolte in 99 pagine.
Del giudizio è stato relatore il giudice Nicolò Zanon. La sentenza è firmata dal presidente della Corte, Paolo Grossi.
La Consulta, si legge tra l’altro, “non può esimersi dal sottolineare che l’esito del referendum ex art. 138 Cost. del 4 dicembre 2016 ha confermato un assetto costituzionale basato sulla parità di posizione e funzioni delle due Camere elettive”, è la premessa. In tale contesto, prosegue la Corte, la Costituzione “se non impone al legislatore di introdurre, per i due rami del Parlamento, sistemi elettorali identici, tuttavia esige che, al fine di non compromettere il corretto funzionamento della forma di governo parlamentare, i sistemi adottati, pur se differenti, non devono ostacolare, all’esito delle elezioni, la formazione di maggioranze parlamentari omogenee”.
Quanto all’incostituzionalità del ballottaggio la motivazione è “non comprimere eccessivamente il carattere rappresentativo dell’assemblea elettiva e l’eguaglianza del voto“.
La Consulta spiega nelle motivazioni che con l’Italicum “una lista può accedere al turno di ballottaggio anche avendo conseguito al primo turno un consenso esiguo, e ciononostante ottenere il premio, vedendo più che raddoppiati i seggi che avrebbe conseguito sulla base dei voti ottenuti al primo turno. Le disposizioni censurate riproducono così, seppure al turno di ballottaggio, un effetto distorsivo analogo a quello che questa Corte aveva individuato nella sentenza n.1 del 2014, in relazione alla legislazione elettorale previgente”.
Tradotto: l’effetto distorsivo del premio di maggioranza ottenuto al ballottaggio (al quale si può accedere con qualsiasi percentuale) è uguale a quello che regolava il premio del Porcellum censurato tre anni fa.
Per la Corte costituzionale, dunque, “ben può il legislatore innestare un premio di maggioranza in un sistema elettorale ispirato al criterio del riparto proporzionale di seggi, purchè tale meccanismo premiale non sia foriero di un’eccessiva sovrarappresentazione della lista di maggioranza relativa”.
In questo caso, però, la Corte ravvisa una “lesione” della Costituzione per le “concrete modalità dell’attribuzione del premio attraverso il turno di ballottaggio” laddove “prefigura stringenti condizioni che rendono inevitabile la conquista della maggioranza assoluta dei voti validamente espressi da parte della lista vincente”.
Capitolo pluricandidature, anche queste cancellate dalla sentenza: “L’assenza nella disposizione censurata di un criterio oggettivo, rispettoso della volontà degli elettori e idoneo a determinare la scelta del capolista eletto in più collegi, è in contraddizione manifesta con la logica dell’indicazione personale dell’eletto da parte dell’elettore”. La Corte ha individuato come criterio da applicare quello del sorteggio, “che restituisce, com’è indispensabile, una normativa elettorale di risulta anche per questa parte immediatamente applicabile all’esito della pronuncia”.
“Ma appartiene con evidenza alla responsabilità del legislatore sostituire tale criterio con altra più adeguata regola, rispettosa della volontà degli elettori”, avverte la Corte.
Infine i capilista bloccati che molti (tra questi M5s e sinistra Pd) vorrebbero eliminare perchè farebbero di una quota di parlamentari un gruppo di nominati. Il sistema dei capilista bloccati previsto dall’Italicum è legittimo, dice la Corte Costituzionale, in quanto l’elettore ha comunque la possibilità di scegliere i candidati nell’ambito di liste brevi ed esprimendo fino a due preferenze.
“Mentre lede la libertà del voto un sistema elettorale con liste bloccate e lunghe di candidati, nel quale è in radice esclusa, per la totalità degli eletti, qualunque indicazione di consenso degli elettori, appartiene al legislatore — spiegano i giudici della Consulta — discrezionalità nella scelta della più opportuna disciplina per la composizione delle liste e per l’indicazione delle modalità attraverso le quali prevedere che gli elettori esprimano il proprio sostegno ai candidati”.
“Alla luce di tali premesse”, le norme contenute nell’Italicum “non determinano una lesione della libertà del voto dell’elettore, presidiata dall’articolo 48, secondo comma, della Costituzione.
Il sistema elettorale previsto” dalla legge all’esame della Corte “si discosta da quello previgente per tre aspetti essenziali: le liste sono presentate in cento collegi plurinominali di dimensioni ridotte, e sono dunque formate da un numero assai inferiore di candidati; l’unico candidato bloccato è il capolista, il cui nome compare sulla scheda elettorale (ciò che valorizza la sua preventiva conoscibilità da parte degli elettori); l’elettore può, infine, esprimere sino a due preferenze, per candidati di sesso diverso tra quelli che non sono capilista”
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 9th, 2017 Riccardo Fucile
“LAVORO DI CITTADINANZA E POI SUSSIDI GARANTITI AI POVERI”: COSTO PREVISTO 10 MILIARDI
Tutto si può dire di Berlusconi, tranne che non sapesse dove cercare i voti.
Fiutava la rivolta fiscale, e subito proponeva meno tasse per tutti.
Gli raccontavano degli anziani in crisi, e dal cilindro estraeva l’aumento delle pensioni.
Aveva perfino allettato i proprietari di cani e gatti, che sono milioni.
Adesso il Cav ha scoperto che il nuovo giacimento elettorale saranno i poveri. Statistiche alla mano (gliele sforna quasi tutte la sondaggista Alessandra Ghisleri), gli italiani in difficoltà sfiorano i 14 milioni.
Una volta votavano a sinistra, ma stanno perdendo fiducia e a riportarli all’ovile – così ragiona il Cav – non basteranno i 1700 milioni stanziati dal governo Renzi: si butteranno con Grillo .
Ecco perchè l’ex premier si è convertito a un’idea che in altri tempi avrebbe bollato come «comunista»: il reddito minimo garantito.
Cioè uno standard al di sotto del quale lo Stato metterà riparo. Come funziona in fondo nel resto d’Europa, eccezion fatta per la Grecia.
Addirittura in Finlandia verranno distribuiti 560 euro al mese a 2 mila disoccupati, che continueranno a percepire il sussidio perfino se troveranno lavoro.
L’avanzata dei populismi porta ovunque a rimodellare il welfare. Solo che Berlusconi punta a strafare.
I «banchi alimentari»
Ha messo al lavoro Renato Brunetta, l’unico dei suoi che davvero se ne intende, specie da quando l’altro prof, Giulio Tremonti, è diventato «maitre à penser» di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni.
Domani, al massimo venerdì, saranno pronte le «slide» da proiettare ad Arcore. Dovevano restare un segreto.
Ma Silvio non sta nella pelle, dunque ne ha già parlato ai frequentatori di Villa San Martino.
La sua intuizione consiste nel «segmentare» le povertà .
Sei «over 65»? Tiriamo su la pensione. Hai figli? Semplice, aumentiamo gli assegni familiari. E fin qui, nulla di stupefacente.
Gli effetti speciali riguardano anzitutto chi è a livello di sussistenza, i veri affamati. Per loro ha concepito l’idea dei «banchi alimentari», cioè associazioni di volontari che distribuiscano gratis le eccedenze della grande distribuzione. In cambio della merce semi-scaduta, i supermercati non dovrebbero pagarci su l’Iva.
Ma il vero colpo in gestazione riguarda i disoccupati.
La proposta riecheggerà nel nome quella grillina del «reddito di cittadinanza». Si chiamerà «lavoro di cittadinanza», e consisterà nel garantire per legge un’occupazione di 3 mesi a tutti quanti ne faranno domanda.
Questi 3 mesi di lavoro daranno diritto a trascorrerne altrettanti con l’indennità di disoccupazione, e così via.
La metafora di Berlusconi (e di Brunetta) è che «ai giovani disoccupati Grillo vuole regalare un pesce, noi invece vogliamo insegnare loro a pescare e a diventare autosufficienti».
C’è ovviamente un piccolo problema: il costo stratosferico. Che nella stima del Cav si aggira sui 10 miliardi annui.
Ma figurarsi se l’uomo si arrende per così poco. Andrà presto in tivù e prometterà di estirpare in soli tre anni la povertà in Italia, coronando alla sua maniera il sogno di Carlo Marx.
Ugo Magri
(da “La Stampa”)
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Febbraio 9th, 2017 Riccardo Fucile
IN UNA DISCARICA ROMANA LA PROCURA DI NAPOLI HA SEQUESTRATO DOCUMENTI DELL’IMMOBILIARISTA… LE NUMEROSE INTERCETTAZIONI TRA ROMEO E L’EX AN E FLI
Incontrava gente nel suo ufficio per parlare di affari e appalti. Poi ad un certo punto abbassava il
tono della voce e scriveva iniziali e cifre su alcuni pezzetti di carta. Pizzini che venivano subito distrutti e buttati nell’immondizia.
Da lì finivano nei cassonetti della spazzatura e quindi in una discarica comunale di Roma. Ed è proprio tra i rifiuti di quella discarica capitolina che gli investigatori hanno trovato quello che potrebbe essere una sorta di diario delle tangenti di Alfredo Romeo.
Solo alcuni degli elementi acquisiti dopo la perquisizione ordinata dalla procura di Napoli negli uffici e nell’abitazione dell’immobiliarista.
Romeo è l’imprenditore al centro dell’affaire Consip, una presunta corruzione su un appalto da 2,7 miliardi di euro, vicenda per la quale sono indagati per rivelazione del segreto d’ufficio e favoreggiamento il ministro Luca Lotti e il comandante generale dei Carabinieri Tullio Del Sette.
L’indagine a carico del braccio destro di Matteo Renzi e di Del Sette è finita per competenza alla procura di Roma.
I pm napoletani Henry John Woodcock e Celestina Carrano invece continuano a indagare su presunti episodi di corruzione collegati ad appalti del gruppo Romeo per le pulizie dell’ospedale Cardarelli di Napoli, e al ruolo di dirigenti e funzionari del capoluogo campano che avrebbero favorito gli interessi dell’immobiliarista, ricevendone in cambio — secondo l’accusa — favori e soggiorni alberghieri.
Il decreto di perquisizione eseguito dalla Finanza di Napoli, dal Ros di Napoli e dal Noe di Roma per Romeo e altre due persone ipotizza i reati di concorso esterno in associazione camorristica (per l’assunzione nella ditta di pulizie impiegata nel Cardarelli di soggetti ritenuti vicini ai clan della zona collinare di Napoli), associazione a delinquere e corruzione.
I pm hanno deciso di perquisire, alla ricerca di tracce documentali e finanziarie, dopo aver ascoltato per mesi le conversazioni tra Romeo e uno dei suoi più stretti collaboratori, l’ex parlamentare di An Italo Bocchino.
Intercettazioni telefoniche e anche ambientali grazie a un virus spia Trojan installato sui cellulari di Romeo e Bocchino.
Conversazioni che, si legge nel decreto, “hanno consentito di acquisire un ponderoso materiale investigativo ed elementi utili per ricostruire quello che si può definire il sistema Romeo ispirato alla corruzione generalizzata e sistematica, alla consumazione sistematica di reati contro la pubblica amministrazione e di reati tributari funzionali alla creazione delle riserve di denaro in nero utilizzate da Romeo per pagare le tangenti”.
Il “ponderoso materiale investigativo” è rappresentato anche dai “pizzini” in cui l’imprenditore indicava la “causale” di tangenti.
I foglietti, che erano stati stracciati e buttati nella spazzatura, sono stati recuperati in una discarica comunale a Roma, dove finivano insieme agli altri rifiuti smaltiti dall’ufficio romano dell’immobiliarista in via Pallacorda.
È intercettando quei locali che gli inquirenti si accorgono di un curioso particolare: nel corso dei colloqui nel suo ufficio Romeo aveva “l’abitudine di abbassare il tono della voce e di scrivere di suo pugno su pezzetti di carta i nomi (iniziali) delle persone e dei destinatari delle tangenti, nonchè l’importo e la causale” passando poi il pezzetto di carta al suo interlocutore “conferendo dunque anche forma scritta alle transazioni illecite”.
È in questo modo che per l’accusa l’imprenditore ha creato una sorta di diario della corruzione.
E poco importa se quei foglietti di carta con iniziali e cifre venissero poi strappati e gettati nell’immondizia. “Tali fogli di carta (in alcuni casi anche strappati) — si legge nel decreto di perquisizione — sono stati tutti recuperati, acquisiti e ricostruiti dalla polizia giudiziaria, dunque, ha avuto la possibilità di confrontare e di sovrapporre le risultanze delle intercettazioni ambientali (già di per se chiare e preziose) con quanto contestualmente scritto di pugno dallo stesso Romeo nel contesto delle conversazioni medesime”.
Il risultato investigativo raggiunto è stato definito dai magistrati “davvero unico”.
Tra l’altro dall’indagine su Romeo emerge anche il ruolo Bocchino, diventato suo consulente dopo aver seguito Gianfranco Fini nella sfortunata esperienza di Futuro e Libertà .
I pm fanno riferimento a “fluviali colloqui” tra l’imprenditore e l’ex colonnello di An durante i quali i due hanno “passato in rassegna e descritto con dovizia di particolari le modalità con le quali hanno approcciato e gestito svariate gare d’appalto in tutta Italia (da Palermo a Napoli, dalla Basilicata a Roma), facendo nomi e cognomi dei soggetti della ‘cosa pubblica’ con la quale hanno intrattenuto rapporti”.
Bocchino, si legge nel decreto di perquisizione, avrebbe dato indicazioni a Romeo su “quando e come pagare” e su come “compiacere i rappresentanti della cosa pubblica”.
Vincenzo Iurillo e Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 9th, 2017 Riccardo Fucile
L’EX ASSESSORE ALL’AMBIENTE SI DICE “AMARAGGIATA E DELUSA” DALLA GIUNTA GRILLINA: “LE DECISIONI ARRIVANO DAI VERTICI DEL M5S ESTERNI AL COMUNE”
“È una guerra tra bande, non lavorano per Roma”.
Lo afferma l’ex assessora all’Ambiente al Comune di Roma Paola Muraro in un’intervista al quotidiano Il Messaggero a meno di due mesi dalle sue dimissioni dopo essere stata raggiunta da un avviso di garanzia.
“Sono delusa ed amareggiata – aggiunge – non rivoterei Virginia. Resterei a casa”.
Intanto c’è ancora fermento sul caso dell’assessore all’Urbanistica Paolo Berdini, finito nella bufera per un’intervista alla Stampa in cui esprimeva duri giudizi su Virginia Raggi (ascolta l’audio) e che ieri ha rimesso il suo mandato nelle mani della sindaca che ha respinto le dimissioni con riserva.
Il capogruppo del M5s in Campidoglio, Paolo Ferrara in mattinata ha spiegato: “Non abbiamo ancora incontrato l’assessore Berdini. Ieri ha avuto un colloquio con la sindaca per un chiarimento, ma prima di esprimerci dovremo confrontarci anche noi con lui”.
A chi gli chiedeva se la ‘riserva’ è una conferma a tempo Ferrara ha risposto: “No, semplicemente dobbiamo incontrarci per chiarire e capire come andare avanti”.
Sulla vicenda Berdini si è espressa anche Muraro che nell’intervista ha spiegato che: “sono cose che Berdini ha sempre detto, anche in giunta davanti a tutti. Pure di me parlò in quei toni, so che chiese le mie dimissioni se fossi stata indagata. Ma poi si è scusato”.
Secondo l’ex assessora “in questa giunta manca coerenza. Mancano soprattutto delle risposte a chi ha votato Cinquestelle. Prima avevamo un programma che era considerato come un vangelo. Ora non mi sembra che sia più così. Quando ero assessore con il cosidetto Raggio magico non avevo molti contatti – continua Muraro – Questo gruppetto di fedelissimi aveva fatto la campagna elettorale con la sindaca. Si erano creati rapporti effettivamente molto stretti. E la sindaca si è appoggiata a loro. Alla fine è stato un errore. Alla luce di questi fatti anche io non so più con chi ho parlato. Sa, a Roma si fa fatica a capire di chi ci si può fidare…”.
“Io ho dato le dimissioni – conclude l’ex assessora perchè la mia vita non la lascio fare a brandelli da un gruppo di consiglieri e di politici. Loro si aspettavano le mie dimissioni ed io le ho date. Sono stata coerente. Oggi penso che le avrebbero dovute respingere come hanno fatto con Berdini – continua Muraro – ma non dipendeva nemmeno più dai consiglieri ma da altri: dai vertici del Movimento e dipendere dai vertici che non ho mai conosciuto, non è una bella cosa”.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 9th, 2017 Riccardo Fucile
RIMOSSO L’OSTACOLO DELL’ASSESSORE AMBIENTALISTA, VIA LIBERA DEI GRILLINI AI PALAZZINARI
A dispetto delle dichiarazioni della sindaca, che rimandano la decisione alla prossima conferenza dei
servizi, l’accordo sulle cubature del maxi-impianto è stato già trovato, e tradisce non solo le posizioni dell’assessore all’Urbanistica, ma anche il programma elettorale dell’allora candidata cinquestelle che proprio sul “no” alle cubature extra aveva combattuto una delle sue battaglie più dure.
Il patto, secondo quanto ricostruisce oggi una fonte diretta che ha seguito le questioni finanziarie dell’operazione, è stato siglato dopo Natale nel corso di un incontro tra l’assessore allo Sport ed ex-vice sindaco Daniele Frongia e il costruttore Parnasi.
L’imprenditore sarebbe uscito da quella riunione non solo rinfrancato, ma tenendo stretto nella tasca un accordo di massima sulle cubature dell’area commerciale, la carne viva dell’intera operazione stadio.
Ed ecco i termini dell’accordo: il progetto iniziale prevedeva per il business park 900mila metri cubi, una cifra impossibile secondo Berdini che chiedeva un taglio di almeno il 60%, abbattendo così la cubatura a 330mila.
A questa offerta la As Roma e il costruttore hanno risposto rilanciando: non 900mila, non 330mila, ma 600mila.
Proprio questo impasse si è inserita la contrattazione finale tra l’ex-vice sindaco e Parnasi per chiudere con una riduzione di un ulteriore 10% rispetto a quei 600mila.
Troppo poco per l’assessore all’Urbanistica che considera il patto un via libera alla speculazione firmato proprio da chi aveva promesso di combatterle.
Inizia così un gioco al massacro, una partita combattuta sul filo dei nervi tra Berdini che vorrebbe obbligare la sindaca e la giunta a prendere una posizione ufficiale sullo stadio e Virginia Raggi che svicola mantenendo una posizione attendista, rilanciata nei giorni scorsi con l’ultimo rinvio, quello alla conferenza dei servizi del prossimo 3 marzo.
Sulla partita ballano miliardi e quando gli affari si mischiano alla politica, gli animi si accendono.
A nulla infatti sono valse le proposte alternative presentate dall’assessore all’Urbanistica. Una di queste, la Romanina, con vantaggi enormi rispetto a Tor di Valle, a partire dalla vicinanza con il grande raccordo anulare e dalla possibilità di raggiungerla allungando la linea metropolitana di una sola stazione.
E non è bastato a far cambiare idea ai 5Stelle neanche il rischio idrogeologico e le possibili esondazioni del Tevere che il Comune ha risolto, con Marino, prevedendo l’istallazione di un sistema di pompe idrauliche perenni.
L’amore è cieco e questo spiega la scelta di Tor di Valle che diventa così il più fitto crocevia di interessi: quasi 3 miliardi da investire per la costruzione dell’intero complesso, un’area commerciale che, una volta messa sul mercato, potrebbe valere 2 miliardi e lo sguardo attento di Unicredit che da Parnasi deve avere indietro una montagna di quattrini.
La partita a scacchi non finisce qui, ma l’ultima mossa viene rimandata al 3 marzo, quando la sindaca scoprirà le sue carte e il “rientrato” Berdini dirà addio sbattendo una volta per tutte la porta.
(da “la Stampa”)
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Febbraio 9th, 2017 Riccardo Fucile
SI SONO LIBERATI DELL’ASSESSORE ANTI-PALAZZINARI
La pazienza è finita.
La già traballante e originale formula delle «dimissioni respinte con riserva», con cui la sindaca Virginia Raggi aveva congedato l’assessore all’Urbanistica Paolo Berdini nel pomeriggio, tenendolo appeso a un filo, non regge l’urto della pubblicazione dell’audio del colloquio avuto dallo stesso assessore con La Stampa.
L’addio a Berdini non può essere rimandato. La «riserva» sulle dimissioni, così, dura solo qualche ora.
La più breve, forse, della storia politica italiana. È l’epilogo di una giornata iniziata con le reazioni di Berdini ad alcune emittenti radiofoniche, dopo aver letto il colloquio, pubblicato ieri da questo giornale, che lo vede protagonista di alcune frasi poco lusinghiere nei confronti della Raggi e dell’amministrazione capitolina.
Poco dopo, però, arriva il momento delle spiegazioni da dare alla diretta interessata, in Campidoglio. Berdini viene chiamato per una riunione a porte chiuse che durerà alcune ore.
Lo accolgono il vicesindaco Luca Bergamo e la Raggi. Nelle ore precedenti, mentre Berdini rilasciava le sue interviste, la sindaca ha avuto modo di sfogarsi.
La riunione di emergenza convocata a Palazzo Senatorio con alcuni consiglieri di maggioranza e il resto degli assessori si è tramutata ben presto in un processo in contumacia.
I più infuriati, per l’ennesimo inciampo, sono i consiglieri. All’assessore si imputa una distanza mai colmata con la linea politica del Movimento e con le pratiche, interne ai Cinque stelle, di condivisione delle scelte.
Ora però, terminata la riunione, la Raggi ha di fronte l’uomo che l’ha definita «impreparata strutturalmente» e invece di irritarsi, si mostra gelida. Lui, racconterà più tardi la stessa Raggi ai cronisti, «si è presentato con la cenere in capo e i ceci sotto le ginocchia».
Alla prima riunione assiste anche il vicesindaco Bergamo, per avere il quadro della situazione. Ben presto, però, i due rimangono da soli.
E Berdini è mortificato: «Ti chiedo scusa, sono stato un co…ne», ha ripetuto – riferiscono dal Campidoglio – più volte alla sindaca.
Poi, messo alle strette, avrebbe ammesso tutto ciò che aveva smentito pubblicamente in mattinata.
«Sai come sono i giornalisti. Mi ha preso così e io mi sono prestato alle sue domande per dare soddisfazione all’interlocutore». Lei, dopo essersi consultata con Beppe Grillo, ha la soluzione già pronta, senza trattative.
«Non voglio che dai le dimissioni perchè ci sono troppe cose importanti per la città — avrebbe spiegato Raggi a Berdini. – E poi sembrerebbe una vendetta».
La «riserva» sulle dimissioni, come spiegano fonti interne alla giunta, si sarebbe tradotta in un addio trascinato nel tempo e comunque ineluttabile.
I rapporti ormai deteriorati con i consiglieri capitolini e con gli altri assessorati non hanno aiutato e, anzi, svelano la formula usata per tenerlo in piedi: «Tutti in giunta dicono che non collabori. D’ora in poi, voglio essere informata anche sui piani di zona e sui lavori pubblici, non solo sullo stadio della Roma», avrebbe imposto Raggi a Berdini.
Questo è il colpo più duro, prima del Ko definitivo, per l’assessore che sulla sua autonomia aveva costruito una roccaforte, gestendo liberamente numerosi dossier delicati.
Ma il patto, che segue la resa di Berdini, è sancito.
Quando i due escono, a distanza di qualche minuto l’uno dall’altra, i volti sono segnati dalla stanchezza. E per un attimo, nella capitale d’Italia già commissariata politicamente dai vertici del Movimento, si è assistito ad un sotto-commissariamento dell’assessorato di Berdini.
Un’operazione matrioska che, alla fine della tarantella, portava allora e porta anche adesso sempre a Genova.
Prima nella decisione misericordiosa di salvarlo, poi nella volontà di staccare la spina. La ricerca del prossimo assessore, a Milano, è già iniziata.
Federico Capurso
(da “La Stampa”)
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