Destra di Popolo.net

FINALMENTE ARRIVANO LE SANZIONI PER UNGHERIA, POLONIA E REPUBBLICA CECA

Giugno 13th, 2017 Riccardo Fucile

PRENDONO 25 MILIARDI DALLA UE E NON ACCETTANO NEANCHE UN PROFUGO DI QUELLI ARRIVATI IN ITALIA E GRECIA

La Commissione europea ha deciso di lanciare le procedure di infrazione per Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca per i mancati ricollocamenti dei profughi da Italia e Grecia.
Ad annunciare i provvedimenti è il commissario Ue Dimitris Avramopoulos, nel presentare la relazione di giugno sullo stato di attuazione delle ‘relocation’.
“Dispiace constatare che nonostante i ripetuti appelli, Ungheria, Rep. Ceca e Polonia” non abbiano ancora agito. “Spero che” questi tre Paesi “possano riconsiderare la loro posizione e iniziare a “contribuire in un modo giusto”, afferma Avramopoulos, spiegando che la Commissione Ue in quel caso potrebbe anche riconsiderare la propria decisione. “Speriamo che lo spirito europeo prevalga”, auspica.
“Questi tre Paesi non hanno fatto niente per oltre un anno”, avverte Avramopoulos. In particolare “l’Ungheria, non ha mai fatto niente – aggiunge -. La Polonia si è offerta di accogliere nel 2015 e poi non ha fatto altro. La Repubblica Ceca non ha più ricollocato dall’agosto 2016”.
Il commissario ha ricordato i numerosi appelli rivolti ai Paesi affinchè ricollocassero. “Ora è tempo di passare all’azione”, avverte Avramopoulos “anche se non sono l’uomo più contento”. Mercoledì sarà  pubblicato il pacchetto mensile delle infrazioni.
Una prima replica all’Unione europea arriva dal ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto, che in Parlamento ha detto che si tratta di un “puro ricatto e un atto antieuropeo” da parte della Commissione europea voler sanzionare i Paesi che non hanno rispettato gli impegni sulla ricollocazione dei migranti.
Va ricordato che Polonia, Ungheria e Rep. Ceca , nel rapporto tra quello che versano alla Ue e quello che ricevono, sono in attivo di ben 25 miliardi.
Grazie ai contributi europei hanno sistemato le loro finanze alla faccia dei Paesi più grandi e non hanno neanche il pudore di accettare una minima quota nella ricollocazione dei profughi.
In altri tempi li avrebbero cacciati dalla Ue a calci in culo, visto che sono entrati solo per averne vantaggi senza rispettarne i doveri.
Considerato che il piano prevedeva per il 2016 il ricollocamento di 160.000 profughi, se fosse stato rispettato l’impegno almeno 60.000 di quelli sbarcati in Italia oggi   sarebbero altrove.
Inoltre la Commissione europea chiede all’Italia di compiere “maggiori sforzi per assicurare il ricollocamento di tutti i richiedenti asilo candidabili”. Si legge nella tredicesima relazione sulle ‘relocation’ pubblicata da Bruxelles.
“È cruciale che l’Italia acceleri i suoi sforzi per centralizzare le procedure di ricollocamento in pochi centri”, si afferma, spiegando anche che il fatto che “i profughi candidabili vengono distribuiti su tutto il territorio italiano complica il processo”.

(da agenzie)

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FIAMMA NEGRINI, LA PRIMA ELETTA DEI FASCI ITALIANI DEL LAVORO, L’IPOCRISIA DELLA SINISTRA E IL SILENZIO DELLA DESTRA

Giugno 13th, 2017 Riccardo Fucile

LA LISTA NEOFASCISTA CHE ENTRA NEL CONSIGLIO COMUNALE DI SERMIDE…MINNITI INTERVIENE, A DIFFERENZA DI QUANDO DEVE PERSEGUIRE I RAZZISTI

Con 334 voti Fiamma Negrini candidata sindaco della lista Fasci Italiani del Lavoro è stata eletta al Consiglio comunale di Sermide e Felonica in provincia di Mantova.
La Negrini, vent’anni e diplomata in ragioneria, ha conquistato il 10,41% dei voti.
Nel simbolo del partito fa bella mostra un fascio littorio e il movimento coordinato da Claudio Negrini — padre della neoeletta — si richiama apertamente alla dottrina fascista del   programma di San Sepolcro del 1919 ed al Manifesto di Verona del 1943.
Che il partito dei Fasci Italiani del Lavoro sia di chiara ispirazione neofascista non è un mistero. È scritto nero su bianco sul sito del partito dove gli aderenti al Movimento Fasci italiani del Lavoro negano «l’asserita estraneità  e avversione maggioritaria del popolo italiano verso il regime politico denominato “fascista”».
Insomma, se l’Italia repubblicana rifiuta il fascismo i Fasci Italiani del Lavoro si rifanno a quella repubblichina. I manifesti politici del Fascismo e il testamento di Mussolini fanno bella mostra tra i documenti di riferimento del partito.
Se quelli sono i riferimenti, nulla a che vedere con la sedicente destra borghese e reazionaria attuale italica.
Non è nemmeno la prima volta che i Fasci Italiani del Lavoro si presentano alle amministrative di Sermide. Il partito dei Negrini ha partecipato per la prima volta alle elezioni nel 2002. All’epoca il candidato Sindaco era Claudio Negrini che al Corriere della Sera si diceva «orgoglioso di essere fascista» e   «orgoglioso di non aver mai rinnegato Benito Mussolini».
Nel 1994 Negrini aveva provato a presentare un’altra lista dal nome «Fascismo e Libertà » che però era stata bloccata dalla Commissione elettorale di Mantova.
Dopo le elezioni del 2002 il partito neofascista mantovano si è presentato alle amministrative di Sermide anche nel 2007 e nel 2012. Il tutto senza che nessuno dicesse nulla, perchè i Fasci Italiani del Lavoro non avevano brillato alle elezioni.
Non appena Repubblica ha diffuso la notizia che in un paese di poco meno di ottomila abitanti la candidata di un partito neofascista è stata eletta in Consiglio comunale è scoppiato “lo scandalo”, tutti a stracciarsi le vesti, con Minniti che ha rimosso il funzionario che avrebbe dovuto respingere la lista.
In base alle norme vigenti, è evidente che la presenza di un partito apertamente neofascista ad una consultazione elettorale è in aperto contrasto con le leggi Scelba e Mancino.
Ma ci chiediamo una cosa: perchè vi accanite contro la   ventenna ragioniera Fiamma Negrini che non ha certo istigato nessuno all’odio razziale e non avete dimostrato lo stesso zelo verso quei leader politici che ogni giorno infestano web e media, facendo veicolare parole d’ordine razziste, sanzionabili dalla legge Mancino, e sulle quali chiudete occhi e orecchie?
O è più facile fare un po’ di sceneggiata di sdegno su una piccola lista di provincia che sanzionare certe   associazioni a delinquere che postulano l’affogamento dei disperati   nel Mediterraneo?
Forti coi deboli e deboli coi forti, come sempre.
E omertosi sui reati veri di istigazione all’odio razziale.

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DAVVERO IL M5S E’ IL PRIMO PARTITO IN ITALIA?

Giugno 13th, 2017 Riccardo Fucile

IN REALTA’ I NUMERI DELLE AMMINISTRATIVE RACCONTANO UNA COSA DIVERSA

L’analisi della sconfitta del M5S alle amministrative 2017 non è facile. Beppe Grillo la nega e dimentica Palermo, Genova e soprattutto Parma.
Luigi Di Maio invece si consola con le importanti vittorie di Serego e Parzanica.
Danilo Toninelli a Matrix e Alfonso Bonafede a Piazza Pulita invece se la prendono con le schede elettorali.
Tutto per dimostrare che se non ci fossero le coalizioni e se il PD non si nascondesse dietro le liste civiche il M5S avrebbe vinto. Ed in ogni caso il MoVimento è ancora il primo partito.
La tesi è che i 5 Stelle la faccia ce la mettono mentre i vecchi partiti hanno preferito mandare avanti le liste civiche.
In questo modo gli elettori non hanno capito chi stavano votando e invece che dare il voto al M5S lo hanno dato al PD o al Centrodestra.
Il che ovviamente è ridicolo perchè gli elettori sanno bene chi stanno votando. E la strategia pentastellata di far passare il sistema delle coalizioni come una specie di truffa, di accozzaglia messa in piedi per far perdere il M5S è poco più di una patetica scusa.
Se davvero basta far “scomparire” i partiti per sconfiggere il M5S significa che il partito di Grillo può giocarsi solo una carta: quella dell’alternativa ai “vecchi partiti”. Annullata quella per gli elettori non ci sarebbe alcun motivo per votare il M5S.
D’altra parte è vero che durante questa tornata elettorale Matteo Renzi ha evitato esporsi in prima persona a fianco dei candidati sindaci.
Probabilmente Renzi ha imparato che personalizzare il voto non è la strategia migliore. Nelle piazze delle città  italiane però si sono visti diversi ministri del governo Gentiloni.
L’offensiva pentastellata contro le schede elettorali però non ha ragion d’essere. Quando gli elettori hanno scelto un sindaco del M5S lo hanno fatto anche se gli altri partiti si erano coalizzati. Il punto è che il sistema elettorale delle amministrative tende a favorire chi si presenta in coalizione. Non è una truffa: è la democrazia
L’analisi del flussi elettorali: il M5S non è il primo partito
Un aspetto che i 5 Stelle invece non affrontano è quello della qualità  della loro proposta. Non basta dire — come fa Toninelli — che loro ci mettono la faccia. Anche perchè dipende da che faccia ci metti e come lo fai.
Prendiamo il caso di Parma dove il M5S aveva vinto nel 2012. Bastano due comizi (di fronte a poco pubblico) per dire che ci hanno messo la faccia? Chiaramente no. Il fatto è che molto spesso i candidati del M5S sono stati impalpabili ed evanescenti.
Metterci la faccia non equivale — come vogliono far credere Toninelli e Bonafede — a mettere il simbolo della lista o del partito. Un simbolo, che è bene ricordarlo, nel caso del MoVimento fa pensare al faccione di Beppe Grillo, Capo Politico del partito.
I numeri poi raccontano tutta un’altra storia.
Il M5S non è il primo partito e in certi casi nemmeno il secondo.
L’analisi condotta da YouTrend sul voto delle Amministrative 2017 mostra ad esempio che al Nord il primo partito rimane il PD con la Lega Nord che ottiene un discreto risultato (ma rispetto a quello del lontano 2012).
La lista del Partito Democratico — considerata da sola — è il primo partito nei 145 comuni superiori al voto domenica.
L’Istituto Cattaneo parla invece di successo del Centrodestra e “tenuta” del Centrosinistra mentre il M5S esce ridimensionato da questa tornata elettorale e torna ai livelli del 2012. Secondo Marco Valbruzzi il M5S — a livello locale — risulta congelato   e incapace di estendersi nei comuni.
L’analisi di Rinaldo Vignati sui flussi elettorali in cinque città  (Alessandria, La Spezia, Padova, Piacenza e Pistoia) l’Istituto Cattaneo ha rilevato che generalmente il bacino elettorale del 5 Stelle si disperde in molte direzioni diverse e prevalentemente verso l’astensione.
Un dato che dovrebbe preoccupare i dirigenti del partito che si vantava di aver riportato gli italiani al voto. *
La fuga verso il non voto è ancora più marcata a Parma dove il 14,5% dell’elettorato passa dal partito di Grillo all’astensione mentre il 4,8% dell’elettorato del M5S ha votato Pizzarotti (Effetto Parma).

(da “NexQuotidiano”)

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IDEA PD: CANDIDARE PIETRO GRASSO A GOVERNATORE DELLA SICILIA

Giugno 13th, 2017 Riccardo Fucile

MOLLARE CROCETTA E PUNTARE SUL PRESIDENTE DEL SENATO

Mentre le urne in Sicilia sono ancora calde avanza una candidatura prorompente: quella del presidente del Senato Pietro Grasso alla Regione.
Dopo il disastro di Crocetta il Partito Democratico sta spingendo per un cambio di cavallo che avrebbe del clamoroso e che potrebbe arginare la finora irresistibile ascesa (nei sondaggi) di Giancarlo Cancelleri, che ha però subito una battuta d’arresto con l’appoggio a Ugo Forello, che alla fine a Palermo non è riuscito nemmeno a raggiungere il ballottaggio.
Grasso avrebbe il pregio di replicare il “modello Orlando”, riconfermato al primo turno, a Palazzo d’Orleans e potrebbe riuscire a mettere insieme una coalizione da Sinistra Italiana agli alfaniani.
L’operazione è complicata, scrive oggi Mario Ajello sul Messaggero, perchè Grasso si candiderebbe solo se glielo chiedesse Mattarella ma il capo dello Stato, si sa, è molto lontano dalla politica politicante nè ha intenzione di schierarsi.
Repubblica Palermo invece ha informazioni diverse:
«Soltanto con un candidato e un progetto simile possiamo mettere insieme Sinistra italiana, Orlando, i Centristi e gli alfaniani», diceva il responsabile dei dem Fausto Raciti parlottando con alcuni deputati. E il candidato che ha in mente Raciti, e che a Roma sostiene Orfini, è il presidente del Senato Grasso. Un nome che piace a Orlando, che vuole presentare sue liste alle regionali, ai Centristi di D’Alia e che metterebbe tutti d’accordo, anche chi ha aspirazioni di candidatura personale come Giuseppe Lupo.
Da Palazzo Madama trapela la disponibilità  di Grasso quanto meno a discutere l’argomento di una sua candidatura a governatore in Sicilia.
E l’allontanarsi delle elezioni nazionali rende più praticabile questa strada, sia per lo stesso Grasso sia per il Pd: in via del Nazareno però la decisione finale spetterà  al segretario Matteo Renzi, che non è in rapporti idilliaci con il presidente del Senato, anche se ha parlato di un’ipotesi Grasso in Sicilia con il leader di Sinistra italiana Nicola Fratoianni durante i colloqui sulla legge elettorale.
Si prospetta una sfida all’ultimo voto a Palazzo d’Orleans?

(da “NextQuotidiano”)

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FRANCESCO BENIGNO NON SI DA’ PACE PER LE SUE 156 PREFERENZE

Giugno 13th, 2017 Riccardo Fucile

E’ LA STAR DI “MERY PER   SEMPRE” DI MARCO RISI, E’ SCESO IN CAMPO A PALERMO PER IL CANDIDATO DI CENTRODESTRA FERRANDELLI… “MI ASPETTAVO 3.000 VOTI”

A conti fatti, scrive Benigno sulla sua pagina Facebook, visto che in famiglia sono 13 fratelli, tutti sposati e con almeno due figli maggiorenni l’attore è stato votato solo da famigliari e amici.
Inaccettabile visto che la pagina ha 70 mila fan (di cui 30 mila di Palermo) e che lui è un personaggio famoso.
Ma come è stato possibile, a tifare per lui c’erano “i grandi mercati di Palermo” e i “commercianti esperti storici di politica” avevano scommesso che avrebbe preso almeno tremila voti.
Lo strazio di Benigno aumenta quando scopre che “alcuni comuni candidati” hanno preso più voti di lui. Come è possibile che una persona “comune” prenda più voti di un attore famoso? È un scandalo!
La risposta è semplice: Benigno è stato fregato perchè troppo scomodo. Per questo fa sapere che fra due giorni presenterà  ricorso.
Nel frattempo da ogni post di Benigno trasudano rabbia e delusione. Chi l’avrebbe mai detto che la politica avrebbe potuto essere una cosa così difficile.
Eppure ci riescono pure “le persone comuni”.

(da “NextQuotidiano”)

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LA RAGGI SI METTE LA CAMICIA VERDE E ORDINA LA CARICA: “BASTA PROFUGHI A ROMA, TROPPI COSTI SOCIALI”

Giugno 13th, 2017 Riccardo Fucile

INCAPACE A GOVERNARE, INVECE DI GESTIRE L’EMERGENZA CREANDO CENTRI DI ASSISTENZA COME FANNO NEI PAESI CIVILI, SI APPELLA AL PREFETTO AFFINCHE’ QUESTI ESSERI UMANI VENGANO “SCARICATI” ALTROVE… E GRILLO SI PREOCCUPA DEI MENDICANTI: PER CACCIARLI, OVVIO, NON CERTO PER SCUCIRE UN EURO DEI SUOI

La Sindaca di Roma Virginia Raggi, vista la “forte presenza migratoria e il continuo flusso di cittadini stranieri” ha richiesto al Ministero dell’Interno “una moratoria sui nuovi arrivi” nella Capitale.
Questo il contenuto di una lettera firmata dalla sindaca e inviata al Prefetto di Roma Paola Basilone. “Trovo impossibile, oltre che rischioso, ipotizzare ulteriori strutture di accoglienza, peraltro di rilevante impatto e consistenza numerica sul territorio comunale”, si legge nella lettera.
Forse la sindaca non ha ben chiaro che è stata eletta e viene pagata per affrontare e risolvere il problemi e le emergenze, non per lavarsene le mani, scaricandoli su altre amministrazioni.
Un Comune al centro della bufera, incapace di coordinare gli arrivi, lasciando allo sbando quelli del Baobab, senza una minima rete di centro di accoglienza, con intere zone (vedi Termini) lasciate nel degrado assoluto.
Altri sindaci muovono il culo, individuano location, stipulano convenzioni, si coordinano con il mondo del volontariato, non dormono “da in piedi” come la Giunta romana.
Nella lettera la sindaca sottolinea la necessità  di considerare l’elevata “pressione migratoria cui è sottoposta Roma: per tali motivi, questa amministrazione, in considerazione degli elevati flussi di migranti non censiti, auspica che le valutazioni sulle dislocazioni di nuovi insediamenti tengano conto della evidente pressione migratoria cui è sottoposta Roma Capitale e delle possibili devastanti conseguenze in termini di costi sociali “, conclude la lettera.
Per la serie Ponzio Pilato in camicia leghista.
Esilarante poi il controcanto neoleghista del miliardario di Sant’Ilario che dalla villa scrive sul blog: «Stop. Questa storia si chiude qua. Ora a Roma si cambia musica. Chiusura dei campi rom, censimento di tutte le aree abusive e le tendopoli. Chi chiede soldi in metropolitana è fuori. In più sarà  aumentata la vigilanza nelle metro contro i borseggiatori».
Demagogia allo stato puro: il problema dei rom (che trattiamo nell’articolo qua sotto) è giuridicamente ben più complesso per poterlo ridurre a questa sequela di cazzate e di balle stratosferiche.
Fa morire dal morire dal ridere quel concetto ripetuto “è fuori”: fuori da che?
Se poi si riferisse ai “fuori di testa”, allora il discorso si farebbe interessante, visto quanti ne circolano anche tra i nostri politici

(da agenzie).

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TUTTE LE BALLE DEL M5S SUL PIANO ROM DI VIRGINIA RAGGI

Giugno 13th, 2017 Riccardo Fucile

DIETRO LA DEMAGOGIA DI GRILLO CHE SUL BLOG FA ANNUNCI CONTRO I CAMPI ROM, LA NECESSITA’ DI OCCULTARE LA VERITA: IL CAPOLAVORO DELLA RAGGI PORTERA’ AL MASSIMO ALL’USCITA DI 60 PERSONE DA DUE CAMPI NEL 2023

Il MoVimento 5 Stelle prova a spiegare il senso del piano per il “superamento dei Campi Rom”. Lo stesso piano che una settimana fa Grillo aveva definito un “capolavoro” e che — come abbiamo spiegato qui — tanto capolavoro non è. Oggi sul Blog un post a firma del M5S promette di dire “tutta la verità  sui campi Rom” ma c’è ancora parecchia strada da fare.
Il blog viene in soccorso del M5S per fornire le nuove linee guida da ripetere. Il M5S scrive che la giunta Raggi è la prima amministrazione a porre fine al sistema dei campi. In realtà  non è vero che i campi saranno chiusi ma che viene avviato un percorso che porterà  alla fine dei campi Rom. Che al di là  dei giochi di parole significa che i campi Rom ci saranno ancora quando finirà  la consiliatura.
La strada scelta dal M5S è la stessa indicata da Ignazio Marino: “smantellare i campi e creare le condizioni affinchè l’emergenza non si ripresenti fra qualche anno”.
Ed infatti è grazie alla delibera 350 del 28 ottobre 2015 che la Raggi può contare sui fondi europei per dare corso al progetto “senza chiedere un euro ai romani”.
Questo però il M5S non lo dice parla di 3,8 milioni di euro ottenuti “grazie a un bando che abbiamo vinto”. E sembra che a vincere il bando sia stato il M5S, non il Comune di Roma su input dell’allora sindaco Marino.
Anzi, il M5S dà  la colpa della situazione a tutte le amministrazioni precedenti, compresa quella guidata da Ignazio Marino. Quando si dice l’onestà  intellettuale
Quanti campi verranno chiusi con il Piano Raggi? Nessuno.
Ma nel pezzo sul Blog il MoVimento scrive che   “i campi della Monachina e La Barbuta verranno chiusi” e addirittura lascia intendere che qualcosa sia già  stato fatto quando scrive “parliamo di 700 persone che risiedevano qui”.
In realtà  quelle 700 persone risiedono ancora nei due campi. E probabilmente continueranno a farlo perchè il Piano dai due campi usciranno 11 famiglie (circa 60 persone) per una spesa a famiglia pari a 345.454 euro ed una spesa procapite superiore ai 63.000 euro.
A Roma nei campi vivono 6.000 persone (1.500 nuclei familiari).
Quindi nel 2023, se tutto andrà  come previsto, i due campi (due degli 8 insediamenti della Capitale) saranno ancora lì. Con sessanta persone in meno.
Il tutto mentre il Comune dovrà  trovare — entro il 30 giugno — una sistemazione per le 120 famiglie che attualmente risiedono nell’area del Camping River gestito dalla Isola Verde Onlus.
La convenzione con l’ente gestore è scaduta e il nuovo campo a Roma Nord (per 400 persone) è stato giudicato inidoneo.
Che fine faranno quelle famiglie? L’Amministrazione comunale vorrebbero chiudere il Camping River ma l’Associazione Nazione Rom denuncia che è arrivata una proposta per trasferirle al campo de La Barbuta.
Ovvero proprio uno dei campi che secondo Il M5S spariranno grazie al piano Raggi. Ma se la matematica non è un’opinione far uscire (nel 2023) sessanta persone e fare entrare oggi 120 famiglie non farà  altro che aumentare (e non diminuire) la popolazione dei campi.
Curiosamente di questo strano gioco delle tre carte con i Rom sul blog di Grillo non c’è traccia.
Il M5S preferisce rassicurare i cittadini sul fatto che è falso che ai rom saranno assegnate case popolari. Finalmente una cosa vera.
Al contrario di quanto prevede il Piano Nazionale di Inclusione (in ottemperanza alle varie direttive europee) il Comune infatti parla di “reperimento attraverso il mercato immobiliare privato” di abitazioni per chi può sostenere le spese.
Oppure di “reperimento di alloggi attraverso l’Associazionismo” per i nuclei familiari in situazione di particolare fragilità .
Questi ultimi però dovrebbero avere diritto di accedere alle graduatorie per gli alloggi popolari.

(da “NextQuotidiano”)

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L’OPERAIO PAGATO CON I VOUCHER CHE HA PERSO TRE DITA

Giugno 13th, 2017 Riccardo Fucile

COSTRETTO A FARE CAUSA PER OTTENERE IL RICONOSCIMENTO DEI PROPRI DIRITTI : LAVORAVA ANCHE 17 ORE AL GIORNO E IL DATORE DI LAVORO PAGAVA SOLO 5,5 EURO DEI 7,5 INDICATI PER LEGGE

Mentre lo scorso settembre lavorava ed era pagato con i voucher in una piccola azienda metalmeccanica modenese, la Nuova Maini di Bastiglia, si è gravemente infortunato: ha perso tre dita della mano destra, attorno a una pressa.
Adesso, a suo favore, il sindacato, al fianco di un pool di avvocati, farà  causa per ottenere da un giudice il riconoscimento sia dell’illegittimità  del lavoro tramite i discussi buoni e sia del rapporto dello stesso rapporto di lavoro dipendente dal 2015. È la Cgil, a Modena, a rilanciare la battaglia nazionale contro i voucher (sabato a Roma l’annunciata manifestazione) impegnandosi nella tutela di un caso territoriale specifico.
La vicenda in ballo “emblematica”, è il ritornello oggi in conferenza stampa alla Camera del lavoro di piazza della Cittadella, è quella del giovane operaio di origine albanese Mykhaylo Nesterenko.
Gli avvocati che si stanno dedicando alla sua storia (Ernesto Giliani, Annalisa Bova, Fabrizio Fiorini, Gabriella Cassibba, Yuri Trovato e Laura Caputo) spiegano che chiederanno al giudice del lavoro di pronunciarsi sulla richiesta di “regolarizzazione piena” di Nesterenko: quindi, non con la formula dell’apprendistato tramite la quale l’azienda ha ‘regolarizzato’ il lavoratore alla direzione territoriale del lavoro (il 19 settembre scorso, appena tre giorni prima dell’infortunio, anche se il giovane operaio dice di non avere mai firmato).
In sostanza, ora si chiede al Tribunale il riconoscimento della prestazione di lavoro subordinato a tempo indeterminato.
E questo visto che Nesterenko, nell’ordine, lavorava secondo un orario da operaio (ma anche 17 ore al giorno), era in condizione di subordinazione gerarchica rispetto al datore di lavoro, era inserito nelle modalità  operative dell’azienda, riceveva una retribuzione mensile.
Sull’aspetto della retribuzione mensile, segnalano in particolare Cgil (presente Claudio Riso per la segreteria locale) e avvocati, sarebbe emerso che la titolare aziendale scambiava per il lavoratore i voucher in tabaccheria e per ogni voucher “non versava neanche l’intera quota di 7,5 euro, ma solo 5,5”.
Dunque, la stessa Cgil rileva che “questa causa di lavoro è molto importante”, vista la battaglia contro i voucher che il sindacato ha condotto in questi ultimi due anni.
Del resto, mentre per il risarcimento biologico, morale ed esistenziale collegato all’infortunio sul lavoro di Nesterenko (se sarà  provata la responsabilità  del datore di lavoro) si procede con una causa penale a parte (avvocato Virgili), per la Cgil “è altrettanto importante portare avanti la causa di lavoro contro l’abuso dei voucher, che ha rappresentato l’estrema precarizzazione dei rapporti di lavoro, la mancanza di diritti e tutele” ma anche “di qualsiasi formazione, sostituendo i normali contratti di lavoro dipendente”, accusano Riso e colleghi.

(da agenzie)

argomento: Lavoro | Commenta »

GIOVANI, IMMIGRATI, LAUREATI, MOTIVATISSIMI: ADIARA E LA CARICA DEI FEDELISSIMI DI MACRON

Giugno 13th, 2017 Riccardo Fucile

SENEGALESE, LAUREATO, HA 49 ANNI, PUO’ ESSERE ELETTO DEPUTATO DOPO AVER   ELIMINATO L’EX MINISTRA DI MITTERAND… CONTA IL MERITO, NON IL COLORE DELLA PELLE

A Aubervilliers, periferia nord di Parigi (palazzoni e tanti immigrati), da sempre fedele bastione della gauche, ne hanno visti tanti di candidati catapultati dal centro città , socialisti e benpensanti, che andavano avanti e indietro con macchina e autista. Ma un marcantonio così, di origini senegalesi e in tasca il diploma per eccellenza dell’èlite francese (quello dell’Ena), proprio mai.
Lui è Alexandre Aidara, 49 anni, e in uno dei palazzoni di Aubervilliers, ci è venuto a vivere davvero. Sta in un modesto appartamento tappezzato di manifesti con Emmanuel Macron.
Aidara è stato consigliere del ministro della Giustizia, Christiane Taubira, finchè lei ha abbandonato il suo posto, nel gennaio 2016, ormai in rotta con Hollande.
È rimasto a lavorare a quel dicastero, «in una sede non lontana da qui. E ci sono venuto a vivere: mica ho paura di un quartiere popolare».
Ha iniziato a guardare con simpatia al messaggio «positivo e ottimistico» di Macron. Si è iscritto a En Marche ! e pochi mesi fa gli hanno proposto la candidatura, «che non ho accettato subito: ho un lavoro, una carriera, non ho bisogno di fare politica».
Ma i macronisti non potevano lasciarsi sfuggire un’occasione del genere. Avevano ragione: lui domenica scorsa è balzato in pole position al primo turno delle legislative con il 27,32%. Domenica prossima se la vedrà  con un candidato della France insoumise. Ma intanto ha buttato fuori dalla corsa Elisabeth Guigou, mitica ministra già  ai tempi di Franà§ois Mitterrand, che qui aveva il suo collegio da una vita, praticamente rieletta automaticamente.
Dietro le larghe spalle di Alexandre (che ha praticato anche la boxe), ci sono già  varie vite.
Quella di un ragazzino, figlio di un maestro, costantemente primo della classe, a Louga, cittadina persa nell’ovest del Senegal. A 18 anni vinse una borsa di studio per studiare matematica a Strasburgo.
Poi ha superato il concorso per entrare a Cèntrale, «grande ècole» d’ingegneria, altro tempio dell’èlite.
Sono seguiti dieci anni a lavorare nel privato. Finchè testardo, dopo che era riuscito a diventare francese, ha provato l’Ena. E ha vinto il concorso, inanellando una serie di incarichi ad alto livello in vari ministeri.
Cosa ci fa ad Aubervilliers ? «Voglio diventare un modello per i giovani».
Capisce i problemi di questi figli d’immigrati. Con loro parla della «discriminazione di cui sono stato vittima anch’io. E non sono un paranoico. Ma quando a 18 anni non ti fanno entrare in una discoteca o alla fine di Cèntrale, nonostante i voti alti, fai fatica a trovare uno stage, ti fai qualche domanda».
Aidara assomiglia ad altri candidati di En marche !, in questa voglia di rivincita. Come un terzetto a Parigi: Pierre Person, 28 anni, provinciale di Nancy, consulente per l’amministrazione pubblica. O Laetitia Avia, anche lei di origini africane, dalla banlieue sbarcata nella prestigiosa Sciences-Po, poi avvocato d’affari d’assalto.
O Mounir Majoubi, 33 anni, figlio di due marocchini (un imbianchino e la mamma che pulisce a ore), diventato startupper di successo e oggi ministro dell’Economia digitale.
E probabile deputato al ballottaggio di domenica prossima. Alexandre non ha dubbi: «Se ce l’abbiamo fatta noi, ce la possono fare tutti».

(da “La Stampa”)

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