Luglio 24th, 2017 Riccardo Fucile
FINANZIAMENTO PUBBLICO AI PARTITI, CONDANNATI PER TRUFFA BOSSI E BELSITO: DUE ANNI E MEZZO AL SENATUR, 4 ANNI E 10 MESI ALL’EX TESORIERE
Due anni e sei mesi di reclusione a Umberto Bossi, l’ex leader della Lega Nord, e quattro anni e dieci mesi a Francesco Belsito, l’ex tesoriere, con l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni: è questa la condanna per truffa ai danni dello Stato pronunciata dal tribunale di Genova, giudici Marina Orsini, Cristina Dagnino e Daniela Faraggi, pubblico ministero Paola Caleri.
La vicenda riguarda l’utilizzo dei soldi del finanziamento pubblico ai partiti destinati alla Lega Nord, 48 milioni di euro, che secondo la sentenza sono stati impiegati per fini propri.
Ora i fondi dovranno essere restituiti a Camera e Senato e il giudice ha disposto che i soldi vengano confiscati alla Lega.
Per l’accusa, nel periodo tra il 2008 e il 2010 sarebbero stati presentati rendiconti irregolari al Parlamento per ottenere indebitamente fondi pubblici che sarebbero stati usati, in gran parte, per spese personali della famiglia Bossi.
Per Belsito è la quarta condanna nel giro di poche settimane.
A inizio luglio i giudici milanesi avevano condannato l’ex tesoriere a due anni e sei mesi, il senatur a due anni e tre mesi e il figlio Renzo Bossi a un anno e sei mesi per le spese sostenute dalla famiglia Bossi con i fondi pubblici. Il pm aveva chiesto la condanna a quattro anni per Bossi e quattro e mezzo per Belsito.
Condannati anche i tre ex revisori contabili del partito Diego Sanavio, Antonio Turci e Stefano Aldovisi (rispettivamente a due anni e otto mesi, due anni e otto mesi e un anno e nove mesi) e i due imprenditori Paolo Scala e Stefano Bonet (cinque anni ciascuno). Tutti sono accusati di truffa.
L’inchiesta era deflagrata nel 2012 e aveva portato alle dimissioni di Bossi e dei suoi collaboratori. Belsito e i due imprenditori sono accusati anche di riciclaggio perchè avrebbero portato oltre confine, a Cipro e in Tanzania, parte dei soldi illecitamente ottenuti.
(da agenzie)
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Luglio 24th, 2017 Riccardo Fucile
E’ QUESTA L’IDENTITA’ ITALICA CHE DOBBIAMO PRESERVARE, CERTO…C’E’ IL RISCHIO CHE SE ARRIVA QUALCHE AFRICANO QUESTI SOGGETTI POSSANO CIVILIZZARSI
Massimo Bigmassy Domenici è un DJ disabile che ieri ha denunciato di essere stato malmenato durante
una festa di piazza a Posterla, frazione del Comune di Fosdinovo, in provincia di Massa e Carrara.
La sua storia è raccontata oggi anche dalla cronaca di Massa de Il Tirreno.
Domenici aveva organizzato con un’amica una serata di karaoke a Posterla, borgo della lunigiana dove ogni anno si organizza una festa per la battitura del grano.
Lui ha un’emiplegia sinistra, ovvero una paralisi dovuta o a lesioni organiche delle vie motrici intracerebrali o a meccanismo psicogeno. Verso la fine della serata è scoppiata una rissa tra ragazzi ubriachi nella piazza e qualcuno ha cominciato a tirare acqua sulla sua strumentazione. Allora lui ha chiesto di smetterla. Quello che è successo dopo ha dell’incredibile:
Uno mi ha tirato un pugno mentre ero girato. Un signore mi tende la mano per alzarmi. Gli do la mano e lui con l’altra mi sferra un altro pugno. Ho un’emorragia nasale. Dopo il pugno prendo il cellulare per chiamare l’ambulanza, ma gli abitanti del paesino mi intimano di non farlo perchè se si sparge la notizia dell’aggressione gli bloccano i lavori di restauro alla loro beneamata chiesa…
Mentre perdo sangue e sequestrato da questi trogloditi una signora mi dice di non chiamare l’ambulanza ma di andare nella cappella della chiesa a pregare. Alla fine riesco a raggiungere la macchina, comincio a scendere il monte mentre loro mi seguono con un auto ed evitare che andassi a denunciarli… sempre per proteggere la loro chiesa.
Domenici racconta che dopo essere riuscito a tornare in automobile (ne guida una con comandi dedicati per la sua disabilità ) insieme alla sua amica ha visto che alcuni di loro continuavano a seguirli, probabilmente per accertarsi che i due non andassero a sporgere denuncia.
Dopo averli seminati, l’uomo si è recato al pronto soccorso dove è stato visitato: i medici gli hanno riscontrato un trauma facciale con frattura delle ossa proprie del naso e una diagnosi di venti giorni.
Lui riporta anche la testimonianza della sua amica sulle fasi più concitate dell’episodio:
Tutti si mettono davanti formando uno scudo umano tra me e lui, volevo andare da big ma non me lo permettevano.. vedevo solo che c’era del sangue e avevo paura per lui. non sapevano cosa gli avessero fatto e se si sarebbero fermati o lo avrebbero pestato a bestia.. io urlo vedo che gli tolgono gli aggressori da dosso e gli danno il ghiaccio, un pò mi rincuoro ma non potevo comunque andare da lui.. si formano due gruppi i soccorritori del big e quelli che mi circondano imponendomi con la minaccia di “mettere via quel telefono”; niente sbirri, niente ambulanze era l’unica regola da seguire x uscire da quel paese maledetto e covo di matti.. dico di essere obbligata a chiamare il 118 perchè big prende dei farmaci potenti e ha dei gravi disturbi di salute, per la sua sicurezza era indispensabile.. un vecchio pelato, grasso e brutto mi avvicina le mani al viso, e mi parla bocca a bocca mentre ero contro il muro, puzzava di vino marcio, avevo il suo alito in bocca, mi dice ” tu non chiami nessuno e di qui non te ne vai, vi veniamo a prendere a casa”.. io ho un malore da spavento, avevo capito che non potevamo telefonare, andarcene in auto e non mi facevano andare da big.. poi chiedo di poter andare in bagno fingendo di stare molto male, me lo concedono ma senza la mia borsa.. dico “mi servono gli assorbenti xfavore”, l’unico sobrio tra loro mi porta in bagno..aspettando fuori..riesco a portare la borsa col telef, mi chiudo a chiave nel cesso e il cell non prende, e la batteria era quasi a terra, diceva solo emergenza ma non mi faceva chiamare nemmeno i pubblici servizi di aiuto..
La pagina Facebook di Posterla si è riempita di commenti che stigmatizzano non tanto l’episodio della rissa ma quanto accaduto dopo, quando gli altri presenti hanno impedito che venissero chiamate ambulanza e polizia: «L’Italia va a rotoli per colpa di persone come voi! Dovete solo vergognarvi! Rimanere a guardare mentre degli stronzi picchiano un povero ragazzo disabile», scrive Lucia; «Una persona (oltretutto disabile) è stata aggredita e picchiata al karaoke e poi gli è stato chiesto da più abitanti del paese di non chiamare le forze dell’ordine perchè avrebbero rischiato di perdere i fondi per la chiesa del paese. Questo la dice lunga sull’ipocrisia dei credenti (mi auguro che un giorno non possa più esistere nessuna religione che a mio parere sono il male peggiore del mondo). Fossi in voi cercherei gli artefici di tale gesto e gli darei una punizione esemplare altrimenti siete tutti dei complici omertosi», aggiunge Elisabetta.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 24th, 2017 Riccardo Fucile
SONO I DEBITI DELLA CAMPAGNA REFERENDARIA
Wanda Marra sul Fatto Quotidiano racconta oggi che il Partito Democratico deve ancora pagare i fornitori per la campagna referendaria. La cifra precisa è di 7 milioni e 767mila euro, come si evince dai bilanci del partito
Il partito deve ancora pagare i fornitori della campagna referendaria: non pochi spiccioli, ma quasi 8 milioni di euro (per essere precisi 7 milioni e 767mila).
La campagnaperil Sì è costata ben 14 milioni di euro, se si mettono insieme i quasi 12 milioni a bilancio nel 2016 e i circa 2 milioni spesi dai gruppi di Camera e Senato (come scritto dal Fatto quotidiano). Un salasso fallimentare che ha messo il partito in una situazione di non ritorno, con 9 milioni e mezzo di rosso. E una serie di debiti ancora da saldare.
A fine 2016 —secondo il rendiconto chiuso alla fine dell’anno —il Pd aveva 4, 607 milioni di debiti con i fornitori da pagare entro fine 2017 (l’anno prima erano solo 837mila).
A questi, vanno aggiunti altri 3,160 milioni: il Pd sostiene che li pagherà nel 2018 “se”sarà raggiunto l’accordo con i fornitori. Che potrebbero chiedere anche di pagare subito, non un anno dopo.
Al conto si aggiungono i 9 milioni di rosso in bilancio già certificati per il 2016 e gli annunci di cassa integrazione per i 184 dipendenti che lavorano per il partito.
In questo clima non stupisce il fatto che in molti credano che Renzi stia pensando di liquidare il Pd così com’è e di dar vita a qualcosa di diverso: uno scenario sempre smentito ufficialmente dal segretario e dai suoi fedelissimi, ma che potrebbe essere l’ultima ratio in una situazione ormai irrecuperabile.
Il tema economico e quello politico vanno insieme: comunque vada, ci saranno le elezioni nei primi mesi del 2018. Come farà un partito ridotto in questo modo ad affrontare le spese e le tensioni politiche di una campagna elettorale?
(da agenzie)
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Luglio 24th, 2017 Riccardo Fucile
C’E’ CHI INCOLPA I GIORNALI, CHI ASSOLVE LA SINDACA, DIMENTICANDO CHE ACEA E’ UNA CONTROLLATA DEL COMUNE
Virginia Raggi è ancora alla ricerca di qualche anima pia che le dia consiglio su come risolvere il
problema dell’acqua a Roma.
ACEA sta studiando un piano di razionamento delle risorse idriche a Roma. Oggi la Raggi in un’intervista al Messaggero ha dichiarato che “è inaccettabile che oltre un milione e mezzo di romani rimangano senz’acqua”.
La sindaca dimentica però un dettaglio importante: ACEA è una partecipata del Comune di Roma che ne detiene il 52% e nomina il consiglio d’amministrazione della società .
Il consorzio Acea Ato 2 — la controllata di Acea Spa che gestisce il servizio idrico nella Capitale — è per il 96,46% è di proprietà di Acea mentre il restante 3,54% è del Comune di Roma.
Qualche settimana fa è circolata la voce che il Comune di Roma volesse vendere la sua quota di Acea Ato 2. Ma come ha spiegato il consigliere comunale M5S Giuliano Pacetti il Consiglio Comunale ha approvato una mozione con la quale chiede di mantenere la partecipazione pubblica nella controllata di ACEA.
La quota di partecipazione, spiegava Pacetti assicura a Roma Capitale “una funzione di controllo e garanzia”.
Come ha ribadito la consigliera M5S Annalisa Bernabei il Comune intende “mantenere la possibilità di avere voce in capitolo nell’azienda che gestisce l’acqua per Roma e provincia”.
Insomma il Comune di Roma, anche se Raggi sembra averlo dimenticato, ha tutti gli strumenti per controllare e governare la distribuzione delle risorse idriche nella Capitale.
Non è quindi ACEA da sola che decide se aumentare o diminuire le captazioni dal lago di Bracciano e non è nemmeno ACEA da sola a stabilire la chiusura dei nasoni o il piano di razionamento dell’acqua.
Non è un mistero che nel M5S ci siano poi deputati che vogliono che Acea Ato 2 diventi completamente pubblica.
È il caso di Federica Daga, che da sempre conduce una battaglia per l’acqua pubblica. In un’intervista a Fanpage l’onorevole pentastellata ha stigmatizzato la chiusura dei nasoni dicendo che “non è un bell’evento quello di vedersi il nasone chiuso”.
Al momento il piano di chiusura — che procede al ritmo di 30 nasoni al giorno — ha interessato quasi 200 fontanelle.
Ma la Daga ha aggiunto che quella della chiusura delle storiche fontanelle romane non è un provvedimento preso dall’amministrazione comunale. Eppure a firmare l’ordinanza che ha dato l’avvio al piano di chiusura dei nasoni è stata proprio la sindaca. Quella che nomina i componenti del CdA di ACEA.
La stessa che disse che i nasoni chiusi erano “solo una decina” e che sarebbero stati riaperti con i rubinetti.
Per la Daga però la colpa è tutta di ACEA, di nuovo qualcosa non torna nella narrazione a 5 Stelle sull’acqua pubblica.
O il Comune possiede la maggioranza di ACEA, e quindi controlla anche la controllata del servizio idrico, oppure no.
E nel primo caso non si capisce come ACEA possa fare autonomamente delle scelte senza consultare l’azionista di riferimento, che a Roma è rappresentato dalla sindaca Virginia Raggi.
Sorprende anche che ora che la Regione ha ordinato di sospendere le captazioni dal lago di Bracciano (la deputata ricordava anche il rischio di incorrere in una procedura d’infrazione europea se si fosse continuato) l’onorevole Daga non sia più tornata ad occuparsi dell’argomento.
C’è infine la consigliera regionale Gaia Pernarella che ritiene che dietro tutto il clamore mediatico sulla crisi idrica di Roma ci sia un piano per attaccare il M5S.
La prova? Ci sono comuni in Lazio dove l’acqua è razionata già da due mesi. Ma nessuno ne parla! Perchè? Probabilmente perchè il fatto che la Capitale d’Italia rimanga senza acqua e lasci a secco un milione e mezzo di abitanti fa più notizia.
C’è poco da stupirsi, il fatto che ad Aquapendente (VT) e in altri comuni della provincia di Viterbo e di Latina l’emergenza idrica abbia richiesto ai sindaci di prendere provvedimenti drastici non significa che a Roma la situazione sia emergenziale per incolpare il M5S.
Al governo della Capitale avrebbe potuto esserci un altro sindaco e il problema probabilmente si sarebbe presentato lo stesso. Ma a Roma governa la Raggi, che il 23 giugno ha annunciato di aver preso in mano la situazione per fare fronte al calo del livello dell’acqua del lago di Bracciano.
In che modo? La sindaca ha firmato la classica ordinanza estiva che vietava di lavare le auto e irrigare i giardini.
Un provvedimento che — spiegava la Raggi — “regola l’uso dell’acqua potabile proveniente dalla rete idrica comunale gestita da Acea Ato 2”. Perchè a quanto pare a Roma e nel Lazio i 5 Stelle sono in grado di regolare l’attività di ACEA e della sua controllata a giorni alterni.
E così si arriva alla necessità di pubblicare i consigli ai romani dell’Assessora all’Ambiente Pinuccia Montanari che spiega come risparmiare acqua mangiando meno bistecche.
Perchè per le misure strutturali, quelle che risolvono i problemi, c’è sempre tempo. Ma siamo sicuri che il vento stia cambiando?
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 24th, 2017 Riccardo Fucile
OTTERREBBE TRA 160 E 180 DEPUTATI, PER QUESTO LE DEROGHE ALLE TRE LEGISLATURE SARANNO RIDOTTE ALL’OSSO
In base ai sondaggi, se si votasse oggi il Partito Democratico avrebbe cento deputati in meno alla Camera con l’Italicum rivisto dalla Corte Costituzionale e nessun partito raggiungerebbe il 40% dei voti previsto per il premio di maggioranza: quindi i seggi a Montecitorio sarebbero spartiti con un proporzionale puro che porterebbe il PD ad ottenere tra i 160 e i 180 deputati.
Con cento e passa parlamentari in meno (se si scende al 25% gli eletti sarebbero circa 140, col 23% più o meno centoventi), Tommaso Labate spiega che le deroghe per chi ha fatto più di tre legislature saranno ridotte all’osso così come le candidature della società civile:
Nel Pd, i sicuri di un posto alla Camera saranno i 100 capilista. Il primo eletto con le preferenze scatterà in più di metà dei collegi, un altro solo nelle regioni rosse. In caso di pluricandidatura, se la legge non cambia, l’eletto in più collegi non potrà scegliere a chi regalare il posto. Ci sarà , sentenza della Consulta alla mano, un sorteggio. La dea bendata, insomma, si siede al tavolo delle candidature,là dove il destino, una sua parte in commedia, la recitava anche in passato.
Nel 2013, segretario Bersani, Paolo Gentiloni era a un passo dall’esclusione dalle liste. Lo recuperò nella sua quota, insieme a Michele Anzaldi ed Ermete Realacci, l’allora leader della minoranza, Matteo Renzi. E oggi ne ha preso il posto a Palazzo Chigi.
Non erano stati così fortunati, cinque anni prima, nè Ciriaco De Mita nè Sergio Mattarella, che non ottennero la deroga dal Pd. Poco male.
Il primo combatte ancora con tenacia, e fa il sindaco a Nusco. Il secondo, com’è noto, è presidente della Repubblica.
(da “NextQuotidiano“)
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Luglio 24th, 2017 Riccardo Fucile
INCREDIBILE: LE PRESCRIZIONI DELLA COMMISSIONE NON PREVEDEVANO IL DIVIETO ALLA VENDITA DELLE BOTTIGLIE DI VETRO… MANCAVANO ANCHE INDICAZIONI SU COME FILTRARE LE ENTRATE
Le prescrizioni della Commissione provinciale di vigilanza su Piazza San Carlo non prevedevano
il divieto alla vendita delle bottiglie di vetro.
Il particolare, raccontato oggi da Paolo Griseri su Repubblica Torino, emerge dal racconto di Maurizio Rafaiani, tenente in congedo dei carabinieri e presidente dell’associazione di protezione civile dei militari in pensione.
E rischia di mettere in discussione ulteriormente la catena di responsabilità che ha portato al disastro con l’attacco di panico collettivo su cui la procura di Torino ancora indaga.
In questi giorni i giornali hanno riportato i verbali della commissione comunale di inchiesta sul 3 giugno, dai quali si evince, ad esempio, che non c’è stato alcun controllo sul garage sotterraneo, dove un volontario ha visto due pulmini che potevano contenere le bottiglie di vetro poi portate in piazza. Ma non si racconta solo questo:
Dai lavori della commissione emerge una nuova verità : le prescrizioni della Commissione provinciale di vigilanza, i famosi diciannove punti che dovevano essere rispettati per ottenere il via libera alla manifestazione, non prevedevano il divieto alla vendita delle bottiglie di vetro. Così come non c’è un punto specifico su come effettuare il filtraggio agli ingressi della piazza. «Ricordo che nel piano era prevista la sorveglianza degli accessi», dice Giorgio Villani della Commissione provinciale di vigilanza.
Ma quando i commissari gli chiedono di produrre il documento, Villani non sa indicare di preciso dove si trovi e risponde in modo generico: «Quella del filtraggio era una questione di cui abbiamo parlato» in commissione. Rafaiani, che quel giorno si trovava in piazza, spiega invece che non c’era filtraggio all’uscita del parcheggio sotterraneo.
E aggiunge anzi un particolare inquietante: «Quando siamo andati a chiudere gli accessi alle 14 purtroppo in piazza c’era già gente. E questo è stato il problema più grosso». Perchè è evidente che chi era arrivato il mattino presto da fuori Torino e si era sistemato davanti allo schermo alle 8, non sarebbe stato contento di uscire per bonificare la piazza.
La Stampa invece racconta che in un passaggio delle carte della Commissione Comunale si parla anche delle ondate di panico che hanno scatenato l’ecatombe di feriti e alla fine hanno fatto una vittima.
E si sostiene che una non fosse fortuita:
È in quel momento che tra gli spettatori, per la prima volta, si è scatenata la paura. «Quando è scoppiato l’evento io ero vicino alla prima ondata, che è partita dal lato di via Lagrange, all’altezza della discesa verso il parcheggio. Io e un uomo della celere abbiamo visto la gente saltare: erano appollaiati sulla ringhiera della discesa. Un attimo prima abbiamo sentito un rumore sordo. Probabilmente a qualcuno è caduta una bottiglia nel buco. Non credo l’abbiano fatto apposta».
Gli effetti, però, sono stati subito evidenti. «Saltando giù hanno iniziato a spingere. Noi ci siamo messi sotto alle volte. La folla ci ha portato via per metri. Abbiamo protetto due anziani con un bambino, mentre passava l’onda. Il poliziotto è rimasto lì, io e un vigile del fuoco siamo andati al cavallo. C’era gente a terra».
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 24th, 2017 Riccardo Fucile
SABRINA ANSELMO: “C’ERANO TUTTI, TRANNE LEI”… “VOGLIONO CACCIARMI DAL MOVIMENTO PERCHE’ HO DIFESO IL LAGO”
«La Raggi? Alle riunioni sul lago di Bracciano non è mai venuta».
Sabrina Anselmo è la sindaca, M5S, di Anguillara Sabazia, uno dei tre comuni lacustri assieme a Bracciano e Trevignano che formano, con Roma Capitale, il Consorzio del lago.
Anselmo è una grillina convinta, ambientalista, e sta facendo da molto tempo una battaglia affinchè Acea e il Comune di Roma (che ne detiene il 51%) stoppino le captazioni di acqua dal lago.
In coincidenza con questa battaglia, è spuntata giovedì una lettera anonima spedita in comune che ricorda una vicenda cui fin qui i vertici M5S non avevano prestato attenzione: Anselmo omise nel suo curriculum di candidata di aver subito una condanna per calunnia nove anni fa.
La pena fu condonata e estinta per indulto, non compare sul casellario giudiziale, ma ora la storia è stata fatta tornare a galla, e il M5S ha motivo per espellerla. «È fango contro di me».
È un pretesto? Il vero motivo per cui vogliono espellerla è lo scontro con Roma sul lago di Bracciano?
«Sì, è inutile negarlo. E non le nascondo che non è il primo che fa questa riflessione. I fatti parlano chiaro. Pago la battaglia per fermare le captazioni di acqua dal lago, battaglia che ho fatto assieme agli altri due sindaci del lago».
Acea cosa ha risposto a questa richiesta?
«Intanto Acea non ci ha mai fornito i dati reali».
Parlano di un mero 8% dei prelievi dal lago. Questo però non quadra con l’ira di Paolo Saccani, il presidente di Acea Ato 2, per lo stop imposto da Zingaretti. Saccani parla di «atto abnorme e illegittimo». Ma perchè Acea è così adirata per lo stop?
«È quello che gli abbiamo detto anche noi. Solo che Acea non ci ha mai dato i dati; il monitoraggio ce l’hanno solo loro. Anche Zingaretti, che stimo per ciò che ha fatto, glieli chiede, nell’ordinanza. Perchè Acea parla sempre solo di “media di captazione”? Non c’è chiarezza. Anche noi abbiamo scienziati e geologi. Acea dice che il lago sarebbe solo trenta centimetri sotto, in realtà lo zero idrometrico va calcolato in riferimento al fiume Arrone: il lago è sotto di 1 metro e 70».
Sul disastro ecologico le chiederò dopo. Quali sono esattamente i passi che avete fatto? Da quando, e in quali sedi, denunciate il disastro, che ormai è arrivato?
«Da novembre abbiamo allertato i tavoli con i rappresentanti di Acea sul territorio. Poi a marzo sono cominciate le riunioni periodiche in regione. Gli attori c’erano tutti, Acea, la Regione, l’unico sempre assente è stato la Città Metropolitana, che non si è mai presentata»
Stiamo parlando della Raggi? Non è mai venuta?
«Non ho problemi a dirlo».
Scusi, ma perchè non veniva? E comunque, siete dello stesso partito, lei non l’ha avvisata direttamente del disastro?
«Sì. Io ho avuto occasione di parlarle in un paio di occasioni di quello che stava succedendo sul lago. La situazione era visibile, c’erano anche le foto. L’ho invitata a venire a vedere con i suoi occhi».
E lei non è mai venuta?
«Se è venuta, io non l’ho mai saputo. Non so se la cosa sia stata presa sottogamba, o se sia stata delegata Acea a gestire la situazione. Fatto sta che è stata gestita malissimo. Se da novembre si fossero presi i provvedimenti giusti, magari si sarebbero salvati quei 40 centimetri che a noi avrebbero fatto la differenza. Questo non prendere mai in considerazione la realtà dei fatti mi amareggia. Acea a volte è venuta ai tavoli anche con arroganza».
Raggi cosa le disse quando ne parlaste?
«Disse che conosceva bene il problema, che si sarebbe attivata per risolverlo. Capisco perfettamente che un sindaco sale su un treno in corsa. Però un piano più tempestivo non avrebbe portato a questi risultati».
Voi avete fatto anche un esposto alla procura di Civitavecchia per disastro ambientale.
«Sì, abbiamo chiesto alla Procura di aprire un’indagine per accertare le responsabilità . L’acqua sta finendo. Sta morendo un’alga rara, che abbiamo salvato per miracolo espiantandola in un laboratorio. C’è l’ipotesi di disastro ambientale, e archeologico».
Sindaco, lei sarà espulsa dal M5S?
«Io non mi tiro indietro. Dovessi scontrarmi con tutto e tutti. Ero entrata nel Movimento proprio per fare battaglie come questa per l’ambiente»”.
(da “La Stampa”)
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Luglio 24th, 2017 Riccardo Fucile
CRISI IDRICA E SPRECHI, LA DENUNCIA DEI CONSUMATORI: “OGNI FAMIGLIA PAGA 95 EURO IN BOLLETTA A CAUSA DELL’INEFFICIENZA”
L’acqua è un bene comune e un diritto primario essenziale. A parole. 
Nei fatti, secondo le associazioni a tutela dei consumatori, gli sprechi e le inefficienze della rete idrica di Roma hanno portato nel corso degli anni a un considerevole aumento nelle bollette dei romani.
Nella capitale la dispersione di acqua nei quasi seimila chilometri di tubature e condutture che si snodano sotto la città , è in media del 45%: secondo il Codacons ogni anno questo spreco si traduce in bolletta in un costo di 95 euro per abitante: non poco rispetto alla tariffe attuali, che in media, secondo l’associazione di viale Mazzini, sono di 300 euro all’anno per una famiglia di quattro persone.
L’aumento negli ultimi anni è continuo e riguarda tutta la regione: rispetto a dieci anni fa, nel Lazio le tariffe sono aumentate del 75%.
Secondo l’ultimo dossier di Cittadinanzattiva pubblicato nel 2016, a Roma l’aumento della bollette è del 57,8%: nel 2007 la tariffa media annuale era di 192 euro ma il boom c’è stato dal 2013 al 2015, quando è aumentata di oltre l’11%. Fino ad arrivare agli attuali 300 euro all’anno.
A non essere aumentati, in base ai calcoli del Codacons, sono però gli investimenti per risanare le tubature e le condutture sotto il suolo di Roma: a Roma un cittadino paga in media in bolletta 36 euro all’anno per interventi di riparazione e rifacimento sulla rete idrica.
Nei paesi del nord Europa, gli investimenti rappresentano 90 euro. È pur vero che Acea, società quotata in Borsa con un capitale sociale di oltre un miliardo e partecipata al 51% dal Comune di Roma, ha speso 500 milioni negli ultimi quattro anni per mettere in sicurezza la rete fognaria e ha inaugurato il nuovo sito completando la digitalizzazione dell’azienda; inoltre nelle ultime settimane è corsa ai ripari anche sulle infrastrutture idriche e ha messo a punto un piano per limitare le perdite di acqua e riparare tubature e condutture, soprattutto nelle zone critiche sotto il centro e nei quartieri lungo il Raccordo. Secondo le stime dell’azienda di piazzale Ostiense, l’obiettivo è di completare i lavori entro la fine dell’anno.
Eppure negli ultimi anni gli sprechi di acqua sono aumentati: secondo l’ultimo dossier di Cittadinanzattiva sulla base di un calcolo di Legambiente, a Roma la dispersione di acqua nelle tubature di Acea era di appena il 25% nel 2007, poi è salita al 35% nel 2013 e adesso è arrivata al 45%.
In sostanza l’emergenza idrica viene da lontano; la siccità di quest’anno ha fatto il resto, riducendo la capacità delle fonti di approvvigionamento di Roma e portando allo stop dei prelievi di acqua dal lago di Bracciano, che peraltro è un bacino idrico chiuso, privo di affluenti. In altri termini, se non piove non si alimenta da solo e infatti è sceso di oltre 35 cm sotto il livello minimo consentito.
Il timore, con l’avvio del piano di razionamento dell’acqua a Roma, è un altro, come segnala il Codacons: “Ci potrebbe essere il rischio concreto di speculazioni e comportamenti errati da parte di esercenti e cittadini – spiega in una nota l’associazione guidata da Carlo Rienzi – già oggi abbiamo registrato il tentativo di alcuni utenti che hanno provveduto a rifornirsi di acqua presso le fontanelle in funzione nei quartieri centrali della città “.
Le conseguenze potrebbero essere pesanti anche per le tasche dei romani: “il taglio delle forniture – prosegue il Codacons – spingerebbe in su l’acquisto dell’acqua in bottiglia con possibili ricarichi dei prezzi al dettaglio soprattutto nei piccoli esercizi commerciali. I rincari – conclude l’associazione – potrebbero partire lentamente per poi arrivare ad aumenti del 20% se il razionamento dovesse prolungare”.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 24th, 2017 Riccardo Fucile
LA RIVOLTA POPOLARE FERMA UNA LEGGE LIBERTICIDA CHE AVREBBE APERTO LA STRADA A UNA DITTATURA… L’82% DEI GIOVANI POLACCHI CONTRO IL GOVERNO E PER I VALORI EUROPEI
Colpo di scena a Varsavia e vittoria della società civile e delle proteste, soprattutto giovanili, contro le leggi del governo nazionalconservatore che detiene la maggioranza assoluta.
Inaspettatamente, il giovane capo dello Stato Andrzej Duda, che pure aveva vinto le elezioni presidenziali come candidato del PiS (il partito di governo) ha deciso di porre il veto alle leggi sulla Corte suprema e sul Consiglio nazionale della magistratura.
Leggi che – secondo le opposizioni europeiste, il movimento giovanile, la società civile e anche secondo i moniti della Commissione europea – mettevano a rischio gravissimo l’autonomia del potere giudiziario, violando quindi un valore costitutivo della democrazia e dei Trattati dell’Unione europea. Della quale la Polonia è il più importante membro orientale.
È la prima sconfitta per il PiS e per il suo leader storico, il popolare Jaroslaw Kaczynski, dall’arrivo al potere con le libere elezioni del 25 ottobre 2015.
È stato il presidente in persona, disinnescando l’escalation della tensione, ad annunciare in una conferenza stampa la decisione di non firmare le due leggi, e quindi di accogliere la richiesta dei dimostranti, della società civile, della Ue.
Ha aggiunto di non essere stato consultato prima dell’approvazione in Parlamento e ha contestato che secondo le nuove leggi i giudici dovrebbero essere indicati dal ministro della Giustizia, che già ha superpoteri ricoprendo anche la carica di Procuratore generale.
Il mio ufficio, ha precisato il capo dello Stato, preparerà un nuovo progetto di legge in due mesi.
Egli ha anche lanciato, per la prima volta da quando il PiS è al potere, un appello alla pace sociale. Rivolgendosi sia alle forze di governo guidate da Kaczynski sia alle opposizioni, al Comitato di difesa della democrazia (organizzazione dei cittadini che da mesi organizza grandi manifestazioni contro ogni svolta autocratica in tutti i weekend) e ai movimenti giovanili europeisti, Duda ha invitato alla responsabilità e alla saggezza. Perchè “lo Stato dove regna l’inquietudine e dove è in corso una guerra politica non si può sviluppare”, ammonendo poi che “il potere si rifiuta alle elezioni, non in piazza”.
Comunque, egli ha continuato contestando duramente Kaczynski per la prima volta, “il sistema giudiziario polacco non ha bisogno di una riorganizzazione progonda, deve prima di tutto garantire senso di sicurezza. E nessun cambiamento del sistema legale dovrebbe aprire fratture tra società e Stato, dunque ho dovuto prendere la mia decisione dopo che le modifiche proposte hanno suscitato reazioni cosà sentite da molti cittadini”.
Le dimostrazioni contro l’abrogazione de facto dell’indipendenza di Consulta e magistratura erano cresciute nel weekend scorso con cortei in ben cento città , e ieri sera con una spettacolare “marcia delle candeline” davanti al palazzo presidenziale. Sabato a Danzica si era unito alla protesta anche il padre della rivoluzione democratica non violenta che nel 1989 con l’aiuto di Giovanni Paolo II e di Gorbaciov aprà la strada al crollo del Muro di Berlino e alla fine del cosiddetto “Impero del Male” sovietico.
Il fatto nuovo della forte ondata di protesta è la forte partecipazione giovanile: secondo i sondaggi 82 giovani polacchi su cento sono contro le scelte e la politica dell’attuale governo e rifiutano uno scontro con la Ue e una negazione dei valori europei.
(da agenzie)
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