Luglio 16th, 2017 Riccardo Fucile
INTERVISTA ALLA VITTIMA DELLO STUPRO DI PARMA DA PARTE DI TRE GIOVANI ANTIFASCISTI DEL CENTRO SOCIALE RAP
“Le ragazze sono state le peggiori. Mi hanno coperto d’insulti per aver denunciato gli stupri”:
questo ricorda Claudia (il nome è di fantasia), mantovana 25enne, reduce dal processo che ha portato alla condanna dei suoi stupratori.
La violenza, avvenuta quella terribile notte del 12 settembre di sette anni fa, quando fu violentata e filmata dai “compagni” nella sede della Rete antifascista di Parma nel giorno dell’anniversario della cacciata delle squadracce di Italo Balbo dallo storico quartiere Oltretorrente, è un ricordo che brucia ancora nella sua mente ma che solo adesso ha trovato il coraggio di tirare fuori.
Gli autori dello stupro, Francesco Concari, 30 anni, Francesco Cavalca, 26, e Valerio Pucci, 25, sono stati condannati a 4 anni e otto mesi i primi due e a 4 anni il terzo.
Il pm Giuseppe Amara ne aveva chiesti nove, ma i giudici non hanno concesso le aggravanti. Al dimezzamento della pena ha contribuito anche il risarcimento di 21 mila euro accettato dalla parte lesa.
A Repubblica la giovane ha raccontato la vicenda.
Cosa successe quella sera?
“Conoscevo da qualche tempo Concari. Non stavamo insieme, ma ci frequentavamo come militanti dei centri sociali. Quella sera dovevo vedermi con lui e partecipare alla festa per l’anniversario delle Barricate. A un certo punto, con una scusa, mi ha chiesto di accompagnarlo nella sede della Rete antifascista in via Testi e lì è iniziato tutto”.
C’erano altre persone oltre a Cavalca e Pucci?
“C’erano anche altri. Mi fa rabbia che non siano stati puniti per il semplice fatto che nel filmato non compaiono. Solo quei tre, il resto del gruppo l’ha fatta franca. Del resto io ero incosciente. Non so cosa mi abbiano dato. Vedevo male e cose strane, non sentivo niente di decifrabile. Nel video si vede che sembro morta”.
Quel video le è toccato di vederlo. Ha detto che l’ha fatta stare male come un secondo stupro, è così?
“Per tre ore l’hanno proiettato come alla moviola con tanto di fermo immagine. Gli avvocati difensori volevano dimostrare che ero consenziente e disquisivano sui movimenti del braccio, della gamba… È stato terribile, mi sono sentita male malgrado il sostegno del mio avvocato Alessandro Ferrari. In un certo senso mi ha dato più dolore della violenza. In quei momenti, come ho detto, ero incosciente, ma quelle scene che vedevo per la prima volta mi hanno tramortita”
Nel caso di Claudia c’è l’aggravante dell’omertà : anche le ragazze hanno taciuto.
“Sono state le peggiori. Mi hanno coperto d’insulti perchè ho denunciato dandomi dell’infame per aver fatto entrare gli sbirri dentro ai centri sociali. Hanno persino messo in giro la voce che mi ero messa con i fascisti e che andavo in giro con quelli di Casa-Pound. Penso che chi difende questa gente sia anche peggio degli stupratori. E poi io non ho denunciato nessuno. Volevo tutelare i miei genitori ed ero imbarazzata per una violenza che mi era piombata addosso da parte dei “compagni”. I carabinieri sono arrivati a loro perchè hanno visto il filmato sul telefonino”.
Ha provato a parlare con le “compagne”?
“Sì, ma è stato impossibile. In risposta mi sono arrivati insulti. Mi hanno apostrofato per strada con il nomignolo ingiurioso che faceva da leitmotiv a quel video. Per tre anni ho vissuto isolata. Continuavano a dirmi che avevo denunciato i “compagni”, ma se anche fosse stato ne avrei avuto ben donde”
Claudia si è detta delusa per la sentenza, dato che si aspettava una condanna più severa.
“Speravo che dessero loro i nove anni chiesti dal pm. Sono comunque soddisfatta di aver avuto giustizia e che abbiano riconosciuto la colpevolezza. Questo non toglie il peso di quello che è successo, ma mi consente di riprendere a vivere dopo anni passati col pensiero del processo”.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 16th, 2017 Riccardo Fucile
RAZZISTI IN LUTTO, NESSUN BRANCO DI NEGRI ASSATANATI… TANTO NESSUNO RISPONDE MAI PER AVER DIFFUSO UNA NOTIZIA FALSA
“Nessuna denuncia. La capotreno ha chiesto i titoli di viaggio ad un gruppo di extracomunitari sul convoglio Porto Torres Sassari. C’è stata una discussione, seppur accesa perchè qualcuno non aveva il biglietto. La dipendente ha poi proseguito nel suo lavoro e ha chiesto alla Polizia Ferroviaria, come da prassi, l’identificazione dei responsabili, com’è avvenuto”.
E’ la spiegazione di Trenitalia Sardegna, che, tramite l’ufficio stampa, ricostruisce l’episodio della presunta aggressione ad una capotreno da parte di un gruppo di extracomunitari sul convoglio Porto Torres-Sassari.
Stessa ricostruzione fatta dalla Questura di Sassari che ha spiegato il fatto: non risulta che sia stata presentata alcuna denuncia o querela agli uffici di polizia sassaresi.
Gli otto nigeriani sono stati tutti identificati e al momento nessuno di loro risulta gravato da provvedimenti di espulsione o allontanamento dal territorio dello Stato. Sempre secondo quanto si apprende dalla Questura nessuna donna si è presentata al posto fisso di polizia dell’ospedale di Sassari per denunciare aggressioni in merito.
La notizia era stata data con grande enfasi dal sindacato Fit Cisl, secondo cui la capotreno era stata aggredita fisciamente e palpeggiata da alcuni giovani nigeriani sprovvisti di biglietto.
Trenitalia oggi precisa in primo luogo che la donna non ha ancora presentato alcuna denuncia. Quindi riporta quanto ricostruito sentendo la stessa protagonista: si è trattato di una aggressione verbale, un diverbio. La capotreno stava controllando i biglietti quando ha raggiunto il gruppo di stranieri, circa una decina di persone, molti dei quali erano sprovvisti del titolo di viaggio; solo alcuni si sarebbero agitati, iniziando a inveire contro la donna e in queste fasi concitate, la capotreno sarebbe stata sfiorata su un braccio o su una gamba. Nessun palpeggiamento quindi, fa presente Trenitalia riferendosi alla ricostruzione fornita dai sindacati.
La donna è poi andata in cabina dal macchinista e ha avvertito, come avviene sempre in queste occasioni, la Polizia ferroviaria affinchè provedesse all’identificazione dei passeggeri sprovvisti di biglietto. Aggiunge Trenitalia CHE non è stata presentata alcuna denuncia e che la capotreno non si è fatta visitare in ospedale.
Nessun branco di negri assatanati quindi, la notizia è servita solo a montare un caso utile alla fogna razzista sempre a piede libero.
(da agenzie)
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Luglio 16th, 2017 Riccardo Fucile
INUTILE DAL PUNTO DI VISTA PROCEDURALE E COSTITUZIONALE E NON E’ CHIARO QUALI COMPETENZE LE DUE REGIONI VORREBBERO ATTRIBUIRSI
Il prossimo 22 ottobre si terranno due referendum identici in Lombardia e Veneto. Si tratta di
un’operazione squisitamente politica, i cui confini spaziano tra la ricerca di un forte mandato popolare nei confronti del governo centrale e l’anticipo della campagna elettorale per le prossime elezioni regionali, almeno in Lombardia.
In ogni caso, un’operazione inutile dal punto di vista procedurale e costituzionale e che anzi rischia di confondere i cittadini sulle reali possibilità che le regioni hanno di ottenere maggiore autonomia.
Il riferimento normativo è l’articolo 116 della Costituzione, che dopo la riforma del 2001 prevede al comma 3: “Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei principi di cui all’articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la regione interessata”.
Come si legge, non si fa menzione di alcun referendum.
Anzi, la decisione finale è presa dal parlamento con maggioranza qualificata, quindi da un organo nazionale.
È però evidente che una richiesta di questo tipo, se accompagnata da un forte mandato popolare, potrebbe aumentare le chance delle regioni di ottenere qualcosa.
Già : ma “qualcosa” cosa?
I referendum non lo specificano: si fa riferimento a “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”.
Quindi?
Maggiori competenze in tutte le materie possibili (cioè quelle concorrenti o alcune tra quelle di competenza statale)? O solo in alcune? E con quali risorse?
La Costituzione non prevede un aumento dell’autonomia fiscale per finanziare le competenze trasferite, che quindi potrebbero esserlo solo da eventuali maggiori trasferimenti da parte del governo. Insomma, verrà chiesto ai cittadini se la regione dovrebbe gestire più attività , senza chiarire quali.
E se il testo del referendum veneto si limita al virgolettato sopra riportato, quello lombardo, pur ripetendo la stessa identica frase, la inserisce in un contesto che rende il testo più cauto ed elaborato ma in fin dei conti ancor meno chiaro.
Insomma, autonomisti nei proclami ma prudenti nella forma, per paura dell’elettorato di sinistra (o della Corte costituzionale).
Certo, va anche detto che si tratta di una storia già vista.
Nel lontano 2007, la giunta lombarda di centrodestra riuscì ad approvare, quasi all’unanimità , una legge per richiedere maggiori competenze, sempre in base all’art. 116; quella legge non ottenne alcun risultato, benchè dal 2008 al governo ci fosse una maggioranza del tutto omogenea a quella che guidava la Lombardia.
E che dire del Veneto, che ha alle spalle un tentativo di referendum sonoramente bocciato dalla Corte costituzionale?
Il rischio quindi che il tutto si concluda con un nulla di fatto è reale.
La riforma costituzionale bocciata nel dicembre 2016 — quella sì — avrebbe potuto facilitare il processo.
Ma è ormai tardi e inutile riparlarne.
Quanto ci costa il giochino dei governatori?
Le stime dei costi dei referendum lombardo-veneti oscillano tra 30 e 50 milioni di euro. Non sono noccioline ma l’argomento sui costi del voto è sempre scivoloso.
O accettiamo il fatto che non sempre il ricorso alle urne è una bella cosa — ma allora dobbiamo stabilire un criterio che sia il meno discrezionale possibile su quale voto sia degno e su quale non lo sia — oppure accettiamo che votare è sempre un bene.
Però costa, e quindi che il voto sia tradizionale o elettronico, che sia o economico o richieda un sacco di soldi, facciamocene una ragione.
Qualcuno ha poi dubbi su come andrà a finire? Sembra ovvio che vincerà il “Sì”: perchè mai non vorremmo avere più autonomia se non vengono indicati i costi per ottenerla? Tuttavia, la storia recente ci ricorda che consultazioni elettorali del tutto facoltative (Brexit, elezione anticipate nel Regno Unito, referendum costituzionale in Italia), ma pensate per aumentare il potere di chi governava, hanno dato un risultato certamente diverso dalle aspettative.
(da “La Voce.info”)
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Luglio 16th, 2017 Riccardo Fucile
“STRESSANTE LAVORARE CINQUE ORE DI FILA”… MA A ROMA LAVORANO 950 ORE L’ANNO (COME A NAPOLI), A MILANO 1250 ORE
Gianluca Tonelli è il macchinista accusato di non aver arrestato la corsa della metropolitana a Termini mentre Natalya Garkovich veniva trascinata sulla banchina a Termini: è stato indagato per lesioni.
Repubblica Roma racconta oggi che la commissione interna d’inchiesta dell’ATAC lo sentirà nelle prossime ore. Allo stesso iter, negli uffici di via Prenestina, sarà sottoposto anche il resto del personale in servizio al momento dell’incidente.
Poi Gianluca Tonelli dovrà essere sentito dalla magistratura. L’accusa nei suoi confronti è quella di lesioni personali colpose.
Nel filmato che ha pubblicato il Corriere della Sera e fornito dalle telecamere di sorveglianza della metro, si vede lui che ferma il treno e apre le porte, e subito dopo apre un contenitore e comincia a prendere alcune forchettate di cibo, dando un’occhiata ogni tanto allo specchietto retrovisore.
Lo fa anche prima di far ripartire il convoglio.
Ma Tonelli non si accorge che la Garkovich è rimasta attaccata all’ultimo vagone e viene trascinata sulla banchina.
Era possibile vederla a così tanta distanza? E perchè i passeggeri a bordo hanno raccontato di aver azionato le leve d’allarme quando il treno fiancheggiava ancora la banchina della stazione senza risultati
Intanto Lorenzo De Cicco sul Messaggero di oggi racconta che i macchinisti colleghi di Tonelli non hanno dubbi sull’accaduto:
Sui social e nelle chat interne rilanciano l’hashtag #iostocolmacchinista. Un sindacato addirittura vuole legare a un improbabile «diritto della pausa pranzo» (esiste davvero?) lo sciopero di giovedì prossimo, il 20 luglio, che era stato proclamato ufficialmente per chiedere «più sicurezza».
«Ma sicurezza — dice Claudio De Francesco, segretario della Faisa Confail — è anche assicurare la pausa pranzo ai macchinisti», che secondo il sindacalista oggi sarebbero troppo «stressati» dal fatto di lavorare per cinque (cinque…) ore di fila nella metro A e per quattro ore e mezza nella metro B.
In realtà i macchinisti romani erano tra quelli che passavano meno ore sui treni fino a un paio d’anni fa.
In un anno guidavano in media appena 736 ore.
Con un provvedimento varato dall’ex giunta di Ignazio Marino, le ore sono state portate a 950, in linea con quanto succede nel metrò di Napoli, masi tratta di un numero ancora lontanissimo dalla media di Milano, dove invece i macchinisti restano in cabina per 1.200 ore l’anno.
Oltre il 25% in più dei colleghi di Roma.
Nelle immagini si vede che la donna, ultima a entrare nell’ultimo vagone, ha un ripensamento ed esce. Ma il treno riparte mentre il braccio o la busta che tiene e quindi la mano restano incastrate tra le porte.
I passeggeri sulla banchina, increduli, cercano di aiutarla e di fare segni al conducente correndo verso la cabina ma il treno riparte e la donna agita l’altro braccio fino a che si piega sulle ginocchia col treno che la trascina.
Un altro video riprende, invece, più da vicino la cabina del conducente della metro che fermo in stazione controlla più volte nello specchio retrovisore le persone che salgono e scendono prima di ripartire mentre porta più volte qualcosa alla bocca, sembra mangiare.
Poi guarda lo specchio retrovisore, due volte, chiude le porte e riparte, mentre la donna, incastrata, viene trascinata.
All’interno del vagone i passeggeri cercano di intervenire, azionano il freno d’emergenza ma il convoglio non si ferma.
Verrà poi spiegato che su quel tipo di vettura l’allarme non blocca la corsa. Ma le leve non azionano nemmeno l’apertura delle porte.
L’ultimo tentativo riesce a far socchiudere la porta permettendo a Natalya di liberarsi, cadendo dal vagone. Il treno si fermerà solo alla stazione successiva, Cavour, dove il macchinista si renderà conto di quanto accaduto, la linea verrà interrotta e la donna verrà portata in ospedale, in gravi condizioni per varie fratture ma non in pericolo di vita.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 16th, 2017 Riccardo Fucile
LA PARANOIA DEGLI “ASSEMBRAMENTI DOVE POTREBBERO INFILTRARSI SPACCIATORI”… I GENOVESI ORMAI VEDONO PIU’ “SPACCIATORI DI FUMO” IN CERTI POLITICI.. QUELLI CHE SPACCIANO DROGA NON HANNO BISOGNO DEL WI-FI GRATUITO
“Togliere il wi fi dopo le 19 per evitare “assembramenti” nel Centro storico significa darla
vinta al degrado. È come se avessero chiuso i parcheggi al Porto antico perchè c’erano i posteggiatori abusivi. Il nuovo sindaco dice che Genova deve diventare la capitale del Mediterraneo, allora non possiamo arretrare su queste cose».
Enrico Alletto è il presidente dell’associazione Open Genova che ha portato il Wi fi libero nel parco della Lanterna e si batte per una città più amichevole verso il mondo digitale.
L’altro giorno, dopo aver letto della stramba idea dell’assessore alla sicurezza Stefano Garassino di “spegnere” il wi fi nel centro storico dopo le 19 per “evitare assembramenti di migranti dove possano infiltrarsi gli spacciatori”, ha fatto un salto sulla sedia.
“Il degrado non è certo colpa del wi-fi, una città moderna non può chiudere dei servizi che servono a turisti e genovesi. Ci sono soluzioni tecniche praticabili, si può inserire un limite di tempo per le connessioni in alcune zone, oppure monitorare chi si connette ripetutamente dagli stessi hotspot, anche ad uso delle forze dell’ordine, ma non vediamo il problema”.
Le sperimentazioni e i progetti per il “Wi Fi libero”a Genova sono state varie, negli anni. Esperienze che si sono evolute con la normativa in merito.
Oggi la rete “FreeWiFiGenova” è estesa su oltre 114 hot spot urbani, tra locali pubblici, piazze, aree attrezzate e biblioteche.
Una rete molto diffusa in centro storico (soprattutto intorno a via Garibaldi e piazza Banchi), ma con hotspot anche a Principe, Molassana, Nervi e Pegli.
«Tra gli obiettivi del servizio c’è il miglioramento dell’accessibilità delle informazioni per cittadini e turisti, nell’ottica di una complessiva valorizzazione delle risorse cittadine», si legge sul sito del Comune.
Ci si deve registrare su un portale inserendo nome, cognome, email e numero di telefono. La password per l’accesso viene inviata via sms ed è valida per tutti i punti di collegamento, la navigazione è gratuita per un massimo di 300 MB giornalieri senza limiti orari sulla rete Internet.
L’autenticazione nel Comune di Genova è garantita dalla collaborazione con la ditta Guglielmo Srl (la stessa che opera nel parco della Lanterna).
Ci sono poi decine di altre reti “open” sparse sul territorio, alcune con limitazioni al traffico altre vincolate a offerte commerciali.
La “sorpresa” è che il wi fi libero nel centro di Genova funziona bene, ma è segnalato malissimo e mancante in alcuni dei punti più turistici (come piazza San Lorenzo).
Il SecoloXIX ha fatto una prova sul campo: ci siamo collegati in piazza De Ferrari con uno smartphone. Il browser, una volta realizzata l’autenticazione, si connette alla homepage del Comune di Genova.
Ma le applicazioni più diffuse, da Facebook a Whatsapp, funzionano senza problemi.
La connessione è rimasta attiva durante la passeggiata per via Garibaldi, via della Maddalena, piazza Lavagna, piazza delle Vigne e piazza Banchi.
Al Porto antico, invece, la rete “FreeGenova” risultava assente. L’abbiamo recuperata, salendo per via san Lorenzo, solo in piazza Matteotti.
L’unico cartello che indicava la presenza del wi fi gratuito, però, l’abbiamo incontrato solo in largo Pertini, vicino alla statua di Garibaldi.
(da “Il Secolo XIX”)
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Luglio 16th, 2017 Riccardo Fucile
A CIVITAVECCHIA SECONDO IL CINQUESTELLE LA ROSA NEI BAR CI SONO TROPPI “NEGRI”… MA SE SPACCIANO, COME SOSTIENE, PERCHE’ UN EX ISPETTORE DELLA POLIZIA COME LUI NON CHIAMA LA QUESTURA?
Rolando La Rosa, consigliere comunale a Civitavecchia e Ispettore Capo di Polizia in quiescenza, è diventato ieri un piccolo caso nella cittadina laziale per questo status scritto su Facebook:
“Nei bar è sempre più difficile trovare gente bianca. Masse sterminati di niger che bivaccano al bar, bevono, chattano, si drogano e vendono droga. Uno schifo totale e una situazione ormai fuori controllo
Il presidente dell’Autorità Portuale di Civitavecchia non si è opposto alla scelta del Governo ed ora saranno guai seri per tutti
Francesco Maria Di Majo sta uccidendo pian piano l’economia di un Porto che, in questi ultimi vent’anni, l’ha fatto diventare un modello, un gioiello da imitare”.
La Rosa si riferisce alla vicenda dell’hotspot provvisorio che il ministero dell’Interno vuole aprire a Civitavecchia per alleggerire la pressione su quelli del Sud.
Il post, nel frattempo scomparso dal gruppo movimentocinquestellecivitavecchia, il consigliere lancia giustamente un allarme doloroso: come si farà a entrare in un bar d’ora in poi se è pieno di gente non bianca?
Ricordiamo per inciso all’ex poliziotto che se è cosi certo che in quei bar “i negri” sono dediti allo spaccio, sarebbe suo dovere chiamare i suoi ex datori di lavoro, come sicuramente avrà fatto quando era in servizio.
Usa così tra i cittadini modello, non ci si volta dall’altra parte.
Se poi non fosse vero e il suo fosse solo una “suggestione”, sarebbe ancora più grave da parte di un amministratore della città diffondere notizie false.
Veda lui.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 16th, 2017 Riccardo Fucile
LA VIOLENZA A UNA MILITANTE DELLA RETE ANTIFASCISTA DI VIA TESTI AD OPERA DI TRE ANTAGONISTI IMBARAZZA LA SINISTRA… TRA OMERTA’ E SQUALLIDI GIUSTIFICAZIONISTI BORGHESI
Tre condanne per un totale di 13 anni e 4 mesi di carcere sono state comminate ieri dal
tribunale di Parma nei confronti di tre uomini per aver stuprato una ragazza di 18 anni nella sede della “Raf”, la Rete antifascista di via Testi, a Parma.
Racconta Repubblica in un articolo a firma di Valerio Valesi:
Ieri sera i tre, Francesco Cavalca, 26 anni, Francesco Concari, 30 anni e Valerio Pucci, 25 anni, sono stati condannati dal Tribunale di Parma che li ha riconosciuti colpevoli.
Per Cavalca e Concari 4 anni e otto mesi, 4, invece, per Pucci. A carico dei tre, finiti agli arresti domiciliari nel 2015, il pm Giuseppe Amara aveva chiesto 9 anni, ma i giudici non hanno riconosciuto alcune aggravanti dimezzando la pena.
Per tutti, però, è scattata l’interdizione dai pubblici uffici frequentati da minorenni e il risarcimento per la parte civile di 21 mila euro.
Ma la storia che accompagna questa vicenda è davvero raccapricciante.
La ragazza, presumibilmente dopo essere stata drogata, fu violentata per una notte e lasciata come uno straccio su un tavolo di legno fino al mattino dove si svegliò nuda e in preda al terrore.
Per la vergogna, per tutelare la famiglia e per lo sconcerto di aver subito un oltraggio dai “compagni”, Claudia non dice niente. E nemmeno dicono niente gli altri componenti della Rete antifascista cercando di seppellire sotto una spessa coltre di omertà l’accaduto
Tutto questo accade nel 2010. Tre anni dopo, grazie a un video, i nodi vengono al pettine:
Non dicono una parola nemmeno le “compagne” e tutta quella parte della galassia antagonista che, anzi, reagisce emarginando Claudia.
L’orrore viene a galla casualmente solo a partire dalla fine di agosto del 2013, quando scoppia una bomba nei pressi di una sede di “CasaPound” e i carabinieri si mettono ad indagare tra i gruppi di anarchici e antagonisti.
Interrogano anche Claudia, che precisa di essere ormai lontana da quel mondo.
Ma i militari sequestrano alcuni cellulari dei militanti e da un vecchio Nokia esce fuori il filmato dello stupro.
Sequenze terribili dove la ragazza è abusata più volte mentre qualcuno riprende.
Le indagini individuano gli autori dello stupro e per Claudia comincia un altro incubo. Il gruppo della Rete antifascista difende gli stupratori, accusa la vittima d’essere una “infame” per aver coinvolto gli “sbirri” nella vicenda ed esercita pressioni nel tentativo di indurla ad alleggerire le accuse.
Un atteggiamento schifoso per chiunque lo metta in atto, da cui nessuno ha preso le distanze, a dimostrazione che anche a sinistra la strada da compiere verso la civlità è ancora lunga.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 16th, 2017 Riccardo Fucile
MEGLIO OCCUPARSI DELLA VENDITA DI UNA CASA DELLA CURIA CHE DELLA “SPIAGGIA FASCISTA”: “SONO 27 ANNI CHE ARRICCHIAMO IL CURATORE FALLIMENTARE”
Oggi il vescovo di Chioggia Tessarolo rilascia un’intervista al Messaggero in cui ribadisce la sua difesa del fascio da operetta Scarpa con argomenti davvero comici.
Il primo è davvero eccezionale: secondo il prete la giustizia italiana dovrebbe occuparsi degli affari giudiziari riguardo le proprietà della Chiesa (dandole evidentemente ragione, anche se qui non lo dice) invece che dei reati:
Eccellenza, però i cartelli che inneggiavano al fascismo, all’ordine e alla disciplina, le immagini di Mussolini e i richiami alle camere a gas,c’erano.
«Gianni Scarpa lo conosciamo da tempo. Usa forme eccentriche, ma siamo lontani dall’aver trasformato quell’arenile in un covo di fascisti o di strumento per la ricostituzione del Partito fascista…»
Davvero sono solo esagerazioni di un eccentrico?
«Viviamo in un mondo di grande confusione,di cose che non funzionano; e discutono leggi come quella sull’apologia di fascismo… Come se non ci fosse altro da fare per i magistrati. Noi di Chioggia ne sappiamo qualcosa».
Sarebbe a dire?
«Sono 27 anni, dico ventisette anni, che aspettiamo che si risolva una vicenda che ci vede impegnati nella vendita di una casa a Feltre. Risultato? Stiamo arricchendo il curatore fallimentare da anni e la soluzione giudiziaria non arriva. E intanto in quella spiaggia…Prefetto, questura, Digos, magistrati, poliziotti!».
Ora, a parte che il vescovo di Chioggia confonde la giustizia civile con quella penale, è quantomeno curioso che secondo Tessarolo sia prioritario che la chiesa venda una casa a Feltre
Così come è incredibile che il vescovo si stupisca del coinvolgemento del prefetto quando è la prefettura l’istituzione deputata alle ordinanze e la Digos che deve indagare su reati di questo genere.
L’ignoranza delle regole base su come funziona lo stato italiano dimostra che il vescovo forse farebbe meglio a stare zitto. E invece lui continua:
Quindi, tanto rumore per nulla?
«Punta Canna non è mai stato un luogo di elaborazione politica. Battute di pessimo gusto sì, tante. Da condannare. Ma è stato messo su un bel cancan».
Eccellenza, come andrà a finire?
«Non ne verrà fuori un granchè. Si toglieranno i cartelli. Punto a capo. Continuerà a lavorarci la moglie e tutto questo chiasso finirà . Sa, mi hanno scritto alcuni parrocchiani…»
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 16th, 2017 Riccardo Fucile
ORDINI DELL’ARMA E DEI V.D.F. PER GLI “ASSORBITI”, DIRAMATI IN PIENA EMERGENZA
Resta alta l’attenzione anche in Sicilia, ad esser minacciato per ore è stato il centro di Sciacca,
con palazzine sgomberate. Idem a Gioia Tauro, in Calabria.
Brucia, soprattutto il Sud, mentre vengono diffusi ordini di servizio di carabinieri e vigili del fuoco — dove sono stati ripartiti gli ex forestali in conseguenza della legge Madia — diramati alla vigilia della grande emergenza.
È del 7 luglio l’ordine del generale dell’Arma Antonio Ricciardi sulle “procedure operative per gli interventi nel caso di incendi boschivi”: “Competenze esclusive dei vigili del fuoco per lo spegnimento degli incendi”, è permesso ai carabinieri ex forestali “soffocare ‘piccoli fuochi’ solo se muniti di mezzi idonei allo scopo e di adeguati dispositivi di protezione individuale”.
È raccomandato, però, di svolgere “attività di prevenzione del fenomeno degli incendi boschivi”.
Negli stessi giorni i comandi provinciali dei vigili del fuoco diramavano note sull’impiego “del personale ex Corpo forestale dello Stato”: “La Direzione regionale — si legge, ad esempio, nella nota del comando di Rieti datata 11 luglio — ha disposto che non avendo i competenti Uffici del Dipartimento fornito indicazioni circa l’utilizzo del personale in oggetto quale componente delle squadre di Aib (anti-incendio boschivo), si deve ritenere che non è possibile utilizzare tali professionalità ”.
Tutto questo significa che, tra i 6400 ex forestali passati ai carabinieri e tra i 360 ai vigili del fuoco, anche quelli che avevano nel Corpo forestale le funzioni di Dos (Direttore operativo spegnimento), cioè le professionalità più qualificate nel coordinamento e nella gestione dell’emergenza, non possono operare servizi di anti-incendio boschivo.
Sembra una barzelletta: il carabiniere ex forestale, non potendo intervenire, telefona per segnalare l’incendio di un bosco al suo ex collega passato ai vigili del fuoco, trovando un altro professionista “disattivato”, con le mani legate da un’asfissiante burocrazia espressa all’ennesima potenza.
Il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti ha provato a giustificare il cortocircuito in questo modo: “Noi vogliamo che i carabinieri siano impegnati nelle indagini”.
Il sindacato Usb dei vigili del fuoco ribatte che “quella dei divieti di operare contro gli incendi in piena emergenza nazionale è una perla, solo l’ultimo misfatto”, come accusa il coordinatore Costantino Saporito.
Nel frattempo il fuoco non aspetta e patrimoni nazionali vengono cancellati per sempre dalla faccia della terra.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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