Luglio 5th, 2017 Riccardo Fucile
L’APPELLO ALL’ITALIA CIVILE, UNITA CHE RENDE GIUSTIZIA E DIGNITA’ A TUTTI I SUOI FIGLI
Siamo gli #italianisenzacittadinanza, un milione di vite sospese in attesa di questo diritto,
movimento che dà voce i tutti i bambini e giovani nati e/o cresciuti in Italia, ma non riconosciuti figli di questo Paese.
La battaglia di civiltà che stiamo portando avanti che speriamo possa culminare con l’approvazione della Riforma sulla Cittadinanza, la quale ultimamente è stata al centro del dibattito politico.
Siamo più di un milione di italiani non riconosciuti che attendono di uscire dal limbo della nostra società . Sono quasi due anni che attendiamo l’approvazione della riforma, ostacolata da ostruzionismi e scarsa volontà politica.
Non vogliamo più continuare a subire restando indifferenti, vogliamo lanciare un forte segnale che porti la nostra politica a guardare in faccia una realtà ben consolidata e ad avere il coraggio di cambiare l’attuale legge.
Peraltro si tratterebbe di un’integrazione della normativa vigente, e non un’eccelsa riforma o rivoluzione come spesso descrivono per distorcere la realtà dei fatti, e strumentalizzare la questione al fine di “tirare voti” in favore o contro, in questo clima di eterna propaganda.
Questa riforma è buon senso e civiltà , che adegua la legge alle attuali istanze sociali, grazie all’introduzione dello Ius Soli temperato e allo Ius Culturae.
Pertanto ci appelliamo a tutti voi affinchè possiate unirvi nella nostra lotta che è anche battaglia di tutti per un’Italia civile, unita, che rende giustizia e dignità a tutti i suoi figli. Chiunque può aderire alla nostra petizione di civiltà . Oltre 40mila italiani hanno già firmato!
Questo è un’ulteriore strumento per far valere la nostra causa e i diritti delle seconde generazioni in Italia, diritti di italiani di fatto.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 5th, 2017 Riccardo Fucile
“L’ESPRESSO” E’ TORNATO NELLE CAMPAGNE DEL RAGUSANO DOVE DUE ANNI FA AVEVA SCOPERTO LE CONDIZIONI DI VITA DI CENTINAIA DI DONNE DELL’EST IMPIEGATE NELL’AGRICOLTURA… E LA REALTA’ E’ ANCORA PEGGIORATA
«Se il fenomeno non esiste, allora molti bambini sono nati per opera dello Spirito Santo…». Don Beniamino Sacco è il parroco che per primo parlò dello sfruttamento sessuale delle romene nelle campagne del ragusano. Oggi risponde con questa amara battuta a quelli che ancora negano.
Due anni fa L’Espresso denunciò quell’orrore . Intervennero i governi di Romania e Italia. La commissione per i Diritti umani del Senato avviò un’indagine conoscitiva. Dieci deputati presentarono due diverse interrogazioni parlamentari. La Prefettura convocò Procura, sindaci e forze dell’ordine.
Seguirono retate, tavoli di lavoro e convegni istituzionali. Tutti presero impegni solenni.
Siamo tornati a Vittoria, in provincia di Ragusa. E abbiamo trovato una realtà se possibile peggiorata. «Chi ha sbagliato deve pagare», ci dice il nuovo sindaco, Giovanni Moscato. Ma ribadisce che «non ci sono denunce».
«Se pretendiamo di valutare la gravità del fenomeno dal numero delle denunce delle donne romene significa che abbiamo deciso di non aggredirlo. Nessuna di loro, in assenza di alternative lavorative e vivendo in una condizione di totale segregazione fisica e sociale, andrà coi suoi piedi a sporgere denuncia», spiega Alessandra Sciurba, ricercatrice universitaria.
I dati dell’Asp di Ragusa sono angoscianti. Il numero di interruzioni di gravidanza di romene è spaventoso. Costante negli anni. Centoundici nel 2016, 119 nel 2015. Rappresentano il 19 per cento del totale della provincia.
Il dato è enormemente superiore rispetto a quello delle italiane. Ed è sottostimato: c’è chi ricorre a metodi artigianali, chi torna in Romania ad abortire. Numeri che sono la spia di un’emergenza mai finita.
I “festini agricoli” anche su Facebook
«Alla prima marcia antimafia, trent’anni fa, eravamo io e il mio cane. All’ultima c’era tutto il quartiere», racconta don Beniamino. Siamo nel rione Forcone di Vittoria, cubi di cemento e mattoni forati: la storica roccaforte della criminalità locale.
La sua parrocchia è un simbolo di resistenza. All’improvviso, però, confessa di essere stanco. Stanco di sentirsi dire «chi te lo fa fare», di ascoltare che «le romene se la vanno a cercare». Oggi il territorio si è chiuso a riccio. «Senza generalizzare, ci sono frange della nostra realtà economica dove tutto è consentito», spiega.
C’è ancora chi nega i “festini agricoli”. Ormai le foto si trovano su Facebook.
Tra teli di plastica e rifiuti tossici sono nate inquietanti discoteche romene in piena campagna.
Le immagini mostrano donne seminude e improbabili dj che vengono dall’Est. Poi ci sono i festini dei padroni locali. «Si riuniscono più persone, si mangia, si beve, si fa del sesso», spiega don Beniamino. «La donna di turno deve fare buon viso a cattivo gioco. Tante romene sono lavoratrici con alle spalle situazioni difficili, spesso devono mantenere i figli in Italia o in Romania. Ma la promessa di dieci euro in più diventa una mortificazione».
«Ho visto donne che in una prima fase sono estremamente consapevoli dell’ingiustizia che stanno subendo», dice la ricercatrice Sciurba. «È una decisione che mai nessuna donna dovrebbe essere costretta a prendere: annullare sè stessa per dare un futuro ai figli. In una seconda fase subentra spesso una sorta di adattamento alla brutalità ».
«I romeni sono tanti ma non sono una vera comunità », spiega don Beniamino. «Non hanno punti di riferimento o luoghi d’incontro».
Anche il sindacato parla del deterioramento all’interno della comunità romena: «Abbiamo segnali preoccupanti. Sta crescendo un caporalato degli alloggi, dei trasporti e dell’intermediazione lavorativa usato anche da grandi aziende», denuncia Peppe Scifo della Cgil.
Sabato pomeriggio il piazzale dei supermercati si riempie di donne che dalle campagne vanno a comprare tutto il necessario per la settimana. Con passaggi di fortuna o pagando un tassista improvvisato, escono dall’isolamento. Per qualche ora.
Anche la Caritas racconta la segregazione vissuta dai lavoratori delle campagne: «Vivono in baracche, garage, magazzini per gli attrezzi e vecchie gabbie adattate ad abitazione, coperte di plastica o eternit. La presenza umana è rivelata solo dai fili per stendere il bucato o dalle antenne satellitari».
Sono case messe loro a disposizione all’interno delle proprietà agricole. Vivendo lì, si fa anche vigilanza notturna. Un’altra prestazione lavorativa con beffa: l’affitto viene detratto dal salario.
«Ci sarà un’esplosione», profetizza Don Beniamino. Si riferisce al contrasto tra la violenza diffusa sul territorio e il silenzio delle comunità .
In poche settimane, da febbraio in poi, tutti sono stati colpiti: romeni, tunisini, italiani. Lo scorso febbraio fiamme alte annunciavano l’incendio di quattro tir nei pressi del mercato ortofrutticolo. È il più grande del Meridione e quindi anche al centro degli appetiti mafiosi, specialmente per quanto riguarda trasporti e imballaggi. Poteva finire in tragedia. Dentro un camion c’era l’autista, che se l’è cavata con gravi ustioni.
Ad aprile, in contrada Pozzo Bollente, hanno trovato un cadavere in una discarica col cranio fracassato. Era un tunisino ucciso da due lavoratori romeni.
Le vittime avevano venduto autonomamente nove cassette di fagiolini per recuperare le giornate lavorative non pagate.
Una violenta lite aveva risolto la questione, conclusa con un primo colpo di spranga di ferro alla testa e un secondo mortale. Sempre ad aprile, un capannone che produceva materiali di plastica per confezionare gli ortaggi è stato incendiato.
Questo clima di follia collettiva non ha risparmiato neppure la Caritas. Il centro di Marina di Acate, presidio a sostegno dei lavoratori, è stato vandalizzato all’inizio di marzo dopo una trasmissione radiofonica. Il tema? Le agromafie.
Suleyman prende la bicicletta e torna verso il Cas (Centro di Accoglienza Straordinaria), una sigla ormai nota in Sicilia.
È lì che sta nascendo un nuovo caporalato. Il Cas può essere un piccolo albergo, un posto per anziani, un casolare nel nulla. Qui i migranti attendono la risposta alla richiesta d’asilo che hanno presentato. I più fortunati aspettano un anno, chi presenta ricorso può doverne attendere anche quattro.
In un centro sperduto nelle campagne incontriamo persone molto diverse tra loro.
C’è chi è sopravvissuto al Mediterraneo, chi ha perso l’equilibrio mentale dopo le torture subite in Libia.
Tutti vogliono mandare i soldi a casa. Nelle campagne si prende quello che offrono i caporali. I numeri non sono enormi – si parla di un centinaio di persone – e hanno abbassato ulteriormente il costo del lavoro. «Tanto hai da mangiare e da dormire», dicono i padroni.
Se qualche anno fa i tunisini sindacalizzati prendevano cinquanta euro al giorno, oggi siamo arrivati a sette o dieci con gli africani in attesa d’asilo. A fine giornata, c’è gente pagata con una manciata di monete.
«Purtroppo anche quelli che lavorano onestamente sono stati mortificati», dice don Beniamino. «Conosco chi ha subito blitz con trenta agenti. Senza che sia stato trovato niente». Abbiamo ascoltato anche la voce degli imprenditori ragusani. Non accettano generalizzazioni. Ribadiscono che la situazione è disperata. Aziende fallite, aste giudiziarie e code alla mensa parrocchiale.
Alcuni provano a competere con l’ipertecnologia. Serre idroponiche, cioè piante irrigate con una soluzione nutritiva e suolo sostituito con lana di roccia. Sostanze chimiche che irrorano le coltivazioni. Semi selezionati nei laboratori di genetica israeliani per inventare prodotti adatti al gusto del consumatore nordeuropeo (forma, colore, grado zuccherino).
Qualcuno punta a vendere un immaginario (il sole, il Mediterraneo, il buon vivere) e la qualità del prodotto. C’è un’impresa che per evidenziare la propria eticità e marcare la differenza scrive sul sito aziendale: «Abbiamo solo lavoratori italiani».
Ma, dal sindaco all’ultimo produttore, tutti puntano il dito sulla differenza di prezzo tra la serra e il bancone del supermercato. «Negli ultimi anni il nostro prodotto è stato venduto a trenta o quaranta centesimi al chilo e nei banconi dei supermercati lo trovavamo anche a otto euro», denuncia Giovanni Moscato, peraltro anche lui vittima di intimidazioni.
Eletto da pochi mesi, è un giovane avvocato proveniente da Fratelli d’Italia. È il primo sindaco anticomunista a Vittoria, già cuore rosso della Sicilia. Ha iniziato una piccola rivoluzione, imponendo il controllo degli accessi al mercato ortofrutticolo. Prima entrava chiunque. Moscato ci accoglie nel palazzo barocco del Municipio parlando degli enormi interessi che vanno dalle cooperative fino alla Lidl.
Ci sono vicende che sembrano dargli ragione. Nel 2012, l’imprenditore Maurizio Ciaculli ha scoperto una confezione di melanzane, probabilmente spagnole, sul bancone di un supermercato. Erano impacchettate col suo marchio, ma non erano prodotte dalla sua azienda. Meravigliato, ha denunciato la frode. Soltanto lo scorso febbraio si è tenuta un’udienza. Ma le minacce sono arrivate subito. Un’auto bruciata, biglietti intimidatori e un gatto morto davanti casa.
(da “L’Espresso”)
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Luglio 5th, 2017 Riccardo Fucile
LA CAMERA RESTITUISCE ASSEGNO E ARRETRATI A TRE EX DEPUTATI, LO PREVEDE IL REGOLAMENTO QUANDO IL TRIBUNALE CONCEDE IL RAVVEDIMENTO
Gianstefano Frigerio lo deve sapere: non tutto è perduto. Magari si tratterà di aspettare
qualche anno, ma la sentenza di riabilitazione prima o poi arriverà . E allora il vitalizio da 2.200 euro netti al mese che il Parlamento gli ha revocato ieri, dopo l’ultima condanna definitiva a tre anni e 4 mesi per le tangenti dell’Expo 2015 che ha patteggiato a fine 2014, tornerà a correre. Con tanto di arretrati.
Per avere conferma, chiedere ai tre che si sono visti restituire l’assegno mentre la Camera lo toglieva all’ex collettore delle tangenti Dc che fu in seguito ascoltato consigliere di Silvio Berlusconi.
Massimo Abbatangelo, per esempio. Deputato missino per quattro legislature fu accusato della strage del rapido 904 del 23 dicembre 1984, quando sedeva a Montecitorio ormai da cinque anni.
Da questa gravissima imputazione venne assolto dalla Corte d’Assise di Firenze in appello nel 1994, dopo che in primo grado aveva preso l’ergastolo. Ma si beccò comunque sei anni per detenzione di esplosivo: e il conto la Camera glielo ha presentato nel 2015.
Il 9 luglio di due anni fa l’ufficio di presidenza di Montecitorio gli ha revocato un vitalizio che secondo i dati rivelati da Primo Di Nicola sull’Espresso ammontava nel 2013 a 4.676 euro netti al mese.
A ben ventuno anni di distanza dalla condanna e anche dopo ventuno anni di assegni: i vecchi regolamenti stabilivano infatti che un deputato con quattro legislature alle spalle potesse incassare senza limiti di età . E allora Abbatangelo, che si presentò con Alleanza nazionale alle politiche del 1994 per la quinta volta risultando però il primo dei non eletti, non aveva che 51 anni.
Due primavere di astinenza e adesso per lui torna il vitalizio, nel frattempo pure lievitato a 5.600 euro: il 27 gennaio 2016 ha presentato istanza di riabilitazione, che gli è stata ovviamente concessa, e la sanzione è improvvisamente evaporata. E insieme al vitalizio, tornano anche gli arretrati. Il conto è facile.
Basta moltiplicare 5.600 per 17: tanti sono i mesi trascorsi dalla domanda presentata al tribunale di sorveglianza alla decisione presa ieri dall’ufficio di presidenza della Camera.
Per l’ex democristiano Giuseppe Astone, che si era visto anch’egli revocare nel luglio 2015 il vitalizio cresciuto oggi fino a 5.200 euro netti al mese (causa una condanna a 5 anni e 10 mesi) gli arretrati ammontano invece a circa metà , considerato che la domanda di riabilitazione è partita solo il 4 ottobre 2016.
Mentre il terzo ex onorevole al quale è stato ieri restituito il vitalizio, Massimo De Carolis (condanna a 2 anni e 8 mesi), si dovrà accontentare di una somma prossima ai 40 mila euro: l’assegno al quale ha nuovamente diritto è nel suo caso di poco superiore a 3.000 euro netti mensili, e l’istanza al tribunale è del 16 maggio 2016.
Le regole parlano chiaro: l’assegno viene tolto ai parlamentari condannati in via definitiva a pene di oltre due anni. Ma lo stesso regolamento che il Parlamento ha approvato nel maggio del 2015 prevede una via d’uscita che lo rende di fatto inutile.
Il comma 3 dell’articolo 1 dice che le “disposizioni non si applicano qualora sia intervenuta riabilitazione in base agli articoli 683 del codice di procedura penale, 178 e 179 del codice penale”.
È un istituto, questo, previsto dal nostro sistema giudiziario, con il quale a fine pena il tribunale di sorveglianza può certificare il “ravvedimento” del condannato.
Una certificazione raramente negata a qualcuno: figuriamoci a chi ha occupato per anni un seggio in Parlamento. Il che però finisce per rappresentare una sanatoria generalizzata.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 5th, 2017 Riccardo Fucile
“L’HANNO CHIESTO I PROPRIETARI”…MA L’AMMINISTRATRICE NEGA
Quel cartello riapre una ferita che si pensava dimenticata. Come quella città che sessant’anni fa appendeva ai muri gli annunci per affittare gli appartamenti a tutti, ad esclusione dei meridionali.
Cancellata: dalla sua storia e dallo sviluppo di una Torino che oggi è volta, con orgoglio, all’accoglienza e al dialogo con chi cerca un futuro migliore. Fino a ieri. Quando in corso Regina Margherita 205, sulla facciata di un palazzo signorile anni Cinquanta, è stato scovato un cartello, affisso qualche settimana precedente, con l’offerta immobiliare dove la parola «Affittasi alloggio» è stata un’altra volta associata ad una clausola che fa inorridire: «solo a persone non straniere». Riportando alla memoria un passato che sembrava accantonato.
LE TELEFONATE DI CHIARIMENTO
Il cartello non è passato inosservato è ed è stato staccato nel pomeriggio dopo le telefonate di chiarimento. «Quando l’ho visto ho provato a chiedere inutilmente spiegazioni a quel numero. Sarà che sono calabrese e studentessa di migrazioni, ma è una vergogna», dice Rita Sanzi, cronista freelance.
Sensazione condivisa con chi abita nello stabile. Elegante portone di legno, androne in marmo con un mosaico con l’iscrizione «salve» che, evidentemente, non è per tutti. Come conferma la signora Florina, in visita ad un’amica che risiede al piano terra, che racconta: «Ad una mia connazionale, con un lavoro e i documenti, ho inviato l’annuncio perchè sapevo che cercava casa. Ma le hanno ripetuto che non vogliono stranieri».
IL PARADOSSO
Un paradosso per questo palazzo che ha un citofono che sembra un mappamondo. La metà dei nomi richiamano l’Est Europa, poi ci sono due cinesi e i nomi di famiglie maghrebine. «Sono quelli del secondo piano che sono fuggiti senza risanare il debito. Qui, ogni anno, c’è qualcuno che fa così», dice una signora che abita qualche piano più in su.
Ma al di là delle recriminazioni, il palazzo è la fotografia del quartiere di San Donato. Ex borgo operaio dove un quinto dei residenti non è italiano, percentuale più alta della media cittadina. «È stata una mia idea per evitare che venissi contattato a qualsiasi ora da persone straniere, interessate all’alloggio, a cui la proprietà non intende affittare», spiega Livio, giovane agente dell’agenzia immobiliare di Moncalieri a cui si è rivolta la proprietà del palazzo. –
Ua spiegazione rinnegata dall’amministratrice della stabile, Fulvia Salvatico. «Ci sono state difficoltà con alcuni inquilini stranieri che si sono rivolti anche ai centri sociali per evitare lo sfratto, ma il problema della morosità non ha nazionalità . E non ci siamo mai sognati di chiedere di non affittare agli stranieri».
Anche perchè i paradossi sono dietro l’angolo, come svela l’inquilino al piano terra, Carlo Gazzola, 80 anni, ex operaio della Fiat che abita da 35 anni in corso Regina. «La proprietaria è una signora italiana nata negli Usa». Immigrata pure lei in una città che non voleva gli stranieri.
(da “La Stampa”)
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Luglio 5th, 2017 Riccardo Fucile
UN SINDACO INDEGNO CHE NON HA NEANCHE LA DIGNITA’ DI DIMETTERSI
Metti un branco di minorenni che per mesi stupra una ragazza di 15 anni, tieni conto che
il sentimento diffuso nel paese di Pimonte è quello di non parlare davanti alle telecamere (con un atteggiamento che evoca una sorta di comprensione di massa), quindi, aggiungi che viene registrato il sindaco del luogo, il quale definisce il crimine come una “bambinata” e, ti ritroverai dritto dritto nel belpaese del machismo più sfrontato e solidale con i “poveri” ragazzini violentatori.
Ci penseranno, speriamo presto, i giudici ad emettere le sentenze. Quello che non è possibile è la complicità , la comprensione per il tentativo paternalista di Michele Palummo, che appunto cerca di derubricare ciò che è accaduto, come fatto compiuto da minorenni che non si rendevano conto, magari buoni figli di famiglia.
Per la ragazza stuprata nemmeno una parola di solidarietà , un accenno, che dire, almeno di pietà .
Nulla, lei è, come dalla notte dei tempi, non la vittima, ma la tentazione peccaminosa in cui sono caduti i dodici innocenti.
Il dominio sul corpo delle donne, l’assalto sessuale, lo sfregio della vergogna che ricade tutto sulla vittima (che infatti scappa via dal paese per rifugiarsi in Germania con i genitori), si ripetono da millenni, sotto gli occhi della comunità dei maschi compiacenti, delle madri e mogli ammutolite dalla sottomissione, dalle istituzioni rappresentate da Palummo, che hanno già pronunciato l’assoluzione.
La legge, se i fatti saranno accertati e provati, speriamo sia applicata con rigore, ma rimane che dal profondo Sud, come dal profondo Nord italico, il messaggio è chiaro: i maschi continuano a sentirsi autorizzati a uccidere, violentare, perseguitare le donne.
Il sindaco ha deciso da che parte stare, interpretando il suo ruolo del buon padre di famiglia degli stupratori, quindi di complice morale della violenza sulle donne. un uomo del genere non dovrebbe rappresentare lo Stato in quel paese.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 5th, 2017 Riccardo Fucile
NEI PRIMI DIECI PAESI AL MONDO PER FLUSSO DI MIGRANTI NEANCHE UNO E’ IN EUROPA
Vorrei dire qualcosa a tutti coloro che in queste ore si scaldano commentando la questione-migranti in Italia. A tutti coloro che paventano l’invasione, a tutti quelli che parlano dell’esodo e dell’africanizzazione dell’Europa. Fesserie.
A me sembra che abbiate perso la testa se pensate che il problema dell’Italia siano i migranti.
Vi state facendo manipolare per il misero tornaconto di qualcuno che soffia sul fuoco della crisi per creare un’indebita saldatura tra la questione sociale e la questione migratoria.
Intanto, le questioni tecnico-giuridiche: l’idea di chiudere i porti è una sesquipedale idiozia partorita dalla mente di qualche mentecatto che ignora per esempio che l’Italia negli ultimi anni è già stata sanzionata, e per ben due volte, per la violazione del principio di diritto internazionale del non-refoulement, ovvero il divieto di respingimento.
Il divieto è sancito dall’art. 33 della Convenzione (cosiddetta ‘di Ginevra’) sullo Statuto dei rifugiati del 1951, che afferma: “Nessuno Stato contraente potrà espellere o respingere — in nessun modo — un rifugiato verso le frontiere dei luoghi ove la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a causa della sua razza, religione, nazionalità , appartenenza ad una determinata categoria sociale o delle sue opinioni politiche”.
Ora, siccome lo statuto di rifugiato viene conferito a seguito di procedure che lo accertino, esso non può essere conferito in mare da parte di entità militari o di altro genere che intercettino le imbarcazioni.
La condanna dell’Italia estendeva questo principio al respingimento in mare, negando il diritto di un mero ‘divieto di accesso’ collettivo nei confronti dei migranti da parte dello Stato.
In effetti l’Italia fu condannata dalla Corte europea dei Diritti umani non solo per violazione dell’art. 3 della Convenzione europea sui Diritti umani (“nessuno può essere sottoposto a tortura o a trattamenti inumani e degradanti”) ma anche per aver infranto l’art. 13, che prevede il diritto a un ‘ricorso effettivo’, cosa negata ai migranti respinti nel caso in questione.
Dunque anche qualora si esercitasse un vaglio direttamente in mare, occorrerebbe che il richiedente asilo fosse messo nelle condizioni di ricorrere nel caso di un rifiuto della sua domanda di accoglienza.
E finchè non si sa se il soggetto soccorso voglia fare domanda di asilo o no, la sua condizione è una condizione particolarmente delicata e soggetta a protezione internazionale.
Ci sarebbe, in subordine, la questione della tutela ‘sussidiaria’, quando — pur non ricorrendo le condizioni per concedere lo status di rifugiato — il soggetto correrebbe il rischio di un ‘danno grave’ tornando nel proprio paese.
E questo, sommariamente, quanto alle questioni di diritto.
Ma il punto riguarda la propaganda circa la presunta ‘invasione’: l’Europa tutta è una briciola di ciò che si muove nel mondo.
Tra i primi 10 paesi per flusso di migranti non c’è neanche un paese europeo.
Se nel 2015 erano state 63,9 milioni le persone sotto mandato Unhcr a spostarsi, nel 2016 la cifra è arrivata a oltre 67 milioni.
I paesi in via di sviluppo ospitano oltre l’86% delle persone sotto mandato Unhcr, mentre 4,2 milioni di persone hanno ottenuto lo status di rifugiato presso i paesi meno sviluppati del globo.
Si dirà : i migranti non sono tutti richiedenti asilo. Vero: ma i rifugiati sono comunque oltre 16 milioni, e gli apolidi quasi 4.
Venendo all’Europa, il numero di migranti giunti via mare è calato, mentre è cresciuto quello dei dispersi e dei morti.
La via del Mediterraneo centrale, sostanzialmente dalla Libia, nel 2015 ha prodotto un flusso di 144.000 persone, mentre quella dei Balcani occidentali ha visto transitare 667.150 persone e quella del Mediterraneo orientale (verso la Grecia e in minor misura Bulgaria e Cipro) 726.000.
Nel 2015 gli Stati che hanno subito il maggiore flusso erano la Turchia (oltre 2,5 milioni di persone, numero cresciuto nel 2016), poi Pakistan, Libano e così via.
Alla fine dello stesso anno, la densità di rifugiati per 1.000 abitanti era di 183 in Libano, e i primi paesi europei erano Svezia (17) e Malta (17).
E qual è il continente maggiormente interessato ai flussi migratori in entrata? Proprio l’Africa.
L’Europa sarà una comunità politica quando deciderà di ridiscutere Dublino, ovvero quell’accordo che ‘incastra’ il migrante al primo paese in cui approda.
Per fare gli europei occorrerà che i cittadini non si lascino abbindolare dalle sirene dei leader xenofobi nazionali.
Francescomaria Tedesco
giurista
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 5th, 2017 Riccardo Fucile
VIENNA PROVA A RICUCIRE: “LA COOPERAZIONE E’ MOLTO BUONA”
Solo un malinteso. L”Austria cerca di ricucire con l’Italia dopo la crisi esplosa a seguito
dell’annuncio dell’invio di militari e blindati al confine del Brennero per bloccare il flusso di migranti dallo Stivale.
“Non stiamo dispiegando blindati al Brennero e posso sottolineare ancora una volta che la cooperazione con l’Italia è veramente buona”, ha detto il cancelliere austriaco Christian Kern in una conferenza stampa a Vienna, durante la quale ha bollato come un “malinteso” la crisi esplosa ieri con l’Italia.
Tra l’altro, ha aggiunto Kern, che ha parlato con al fianco il ministro della Difesa Hans Peter Doskozil, responsabile delle affermazioni contestate ed a seguito delle quali la Farnesina ha convocato ieri l’ambasciatore austriaco a Roma, “in questo momento non ci sono indicazioni secondo cui le autorità italiane non sono in controllo della situazione” al confine.
“Bisogna chiarire i malintesi come quelli che sono evidentemente emersi con l’Italia”, ha detto il cancelliere. I controlli al Brennero, ha spiegato Kern, ci saranno solo in caso di un incremento del numero di migranti in arrivo, ma non c’è alcun bisogno particolare in questo momento.
“Non stiamo dispiegando i carri armati al Brennero – ha sottolineato Kern – e posso sottolineare che la cooperazione con l’Italia è veramente buona”.
(da agenzie)
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Luglio 5th, 2017 Riccardo Fucile
DOPO AVER VOTATO CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE DI AMIU, ORA IL CENTRODESTRA SI ACCORGE CHE SERVONO 13 MILIONI PERCHE’ AMIU RESTI PUBBLICA, FINIRA’ PER TAGLIARE LE SPESE SOCIALI… POI SI INALBERA PERCHE’ VUOLE IL NOME PER ESTESO NELLA MAIL
Una sfuriata con i dirigenti che gli spiegavano come non fosse così semplice trovare e dirottare 13 milioni per l’Amiu, poi un “cazziatone” all’ufficio informatico perchè alle otto di mattina non c’era un tecnico di turno, quindi l’accesa discussione per ottenere il cambio di una mail ritenuta inappropriata (l’attuale mbucci da sostituire con marco.bucci) e infine la “battaglia del mattino” con i funzionari e le segretarie per le pratiche da firmare.
L’era leghista in via Garibaldi è iniziata con un clima decisamente caldo. Addirittura bollente per quanto riguarda uno degli scogli principali che si trova a dover affrontare la nuova amministrazione: Amiu. O per meglio dire, i 13 milioni che servono a contenere al 6,8% l’aumento della bolletta Tari, cioè quel gruzzoletto che avrebbe dovuto portare in dote Iren (a dire il vero le banche) ma che la mancata fusione, avvenuta in un crescendo di tensione, defezioni e polemiche in seno alla maggioranza dell’ex sindaco Marco Doria, ha ricollocato sulle spalle di Tursi.
Bucci ha chiesto con decisione che i 13 milioni saltino fuori ma i dirigenti gli hanno spiegato che la coperta è corta, i miracoli non si possono fare e che togliere qualche milione al sociale o alle strade non è una scelta tecnica ma politica.
Lo zio d’America si è preso qualche giorno per meglio capire la situazione. Ma non c’è molto tempo e le decisioni devono essere prese, anche per tener fede all’impegno della campagna elettorale sul mantenimento di Amiu in mani pubbliche.
Nessun rinvio ma intervento immediato ha invece preteso per un problema assai meno grave di Amiu. Il neo sindaco si è imbufalito per la mail istituzionale “mbucci”.
Gli informatici hanno provato a spiegargli che è uno standard in uso da anni e che cambiare potrebbe comportare confusione nella ricezione e nei destinatari, ma Bucci è stato irremovibile. La sua mail è stata aggiornata a “marco.bucci” e così accadrà per tutti gli assessori.
Incidentalmente il sindaco, ha scoperto che l’entrata in servizio dei tecnici informatici è elastica, la questione è stata oggetto di un’altra telefonata piuttosto accesa al termine della quale Bucci ha ottenuto la presenza di un informatico fin dall’apertura degli uffici
Il primo cittadino non ha poi nascosto la propria contrarietà nel dover firmare le cosiddette carte della burocrazia quotidiana.
Ha preteso che per ognuna gli venisse fornita la norma di legge che lo obbligava a firmare. Dopo averle pazientemente lette ha proceduto, ma il tutto si è svolto in un clima non esattamente idilliaco.
L’arroganza al potere.
(da agenzie)
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Luglio 5th, 2017 Riccardo Fucile
SPETTACOLARE MARCIA INDIETRO DEL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE COMMERCIO DELLA GIUNTA RAGGI… CONTINUA IL MONOPOLIO DEI TREDICINE
Il vento è tornato a cambiare a Roma. Il problema è che non soffia nella direzione sperata
dagli elettori del MoVimento 5 Stelle. O almeno non di tutti.
Perchè ieri dopo le proteste degli ambulanti contro il nuovo regolamento del commercio della Capitale il M5S ha promesso sostanziali modifiche per tutelare l’attività di quelli che qualcuno definisce “mutandari”.
Ma anche gli ambulanti hanno un peso, soprattutto dal punto di vista elettorale, e quindi meglio tenerseli buoni.
Ecco così che dopo che i bancarellari lunedì hanno paralizzato il traffico romano per protesta la maggioranza a 5 Stelle interviene per modificare l’odiata delibera 30/2017.
Da un anno il MoVimento 5 Stelle ci racconta che sta lavorando per cambiare radicalmente la città .
E se c’è qualcosa che non va ovviamente è colpa “di quelli che sono venuti prima”. Ma cambiare Roma significa anche scontrarsi con le varie lobby, i gruppi di potere nei confronti dei quali il M5S ha sempre detto di non essere succube.
Per cambiare Roma bisogna prendere decisioni che, giocoforza, scontenteranno qualcuno. Ma il MoVimento questo non lo sa o non lo vuole fare.
L’ennesima dimostrazione ce la dà Andrea Coia, presidente della commissione Commercio e relatore del nuovo regolamento.
Ieri in Aula Giulio Cesare Coia ha presentato una mozione per modificare il regolamento approdato in Aula a fine maggio al grido di “più regole” e “no al monopolio” e approvato a inizio giugno.
Ieri invece il MoVimento tenuto conto della crisi economica che ha avuto un impatto negativo anche sul commercio ambulante e visto che a Roma “si fa così da decenni” ha chiesto di modificare il regolamento laddove recepisce la direttiva Bolkenstein, ovvero nella parte in cui si scrive che le licenze e le autorizzazioni per i posteggi a rotazione dovranno decadere il 31/12/2018 per essere messe sul mercato con un bando pubblico.
Non c’è che dire, un bel passo indietro rispetto a quanto scritto dal consigliere Enrico Stefà no che qualche tempo fa spiegava che “La Bolkestein probabilmente è l’unico modo serio di fare i bandi a Roma” e che il M5S non avrebbe mantenuto lo stesso numero di licenze per gli ambulanti.
Curiosamente le associazioni di categoria (ovvero gli ambulanti) hanno dichiarato di non essere state ascoltate in commissione Commercio durante i lavori per la stesura del regolamento che ora Coia vorrebbe modificare.
Apre Confesercenti a Confimpre dichiararono di aver sì preso parte alle riunioni di Commissione ma che queste non erano “specifiche sull’argomento del nuovo regolamento”. A dirlo fu proprio il re dei bancarellari romani Alfiero Tredicine. Il Tempo invece riferiva che Anva Confesercenti abbandonò la commissione quando il presidente Coia disse che non avrebbe concesso la possibilità di parola alle rappresentanze sindacali.
L’aspetto paradossale della vicenda è che il nuovo regolamento del Commercio andava già a tutelare — e molto — gli ambulanti consentendo loro di occupare spazi sulle vie e sui marciapiedi della Capitale.
All’epoca Coia si era difeso dicendo che in realtà il regolamento avrebbe migliorato la situazione contrastando i monopoli e che non era assolutamente vero che il regolamento avrebbe salvato i Tredicine. Anzi, per il M5S esisteva invece un “asse Pd Tredicine”.
Ma sul Messaggero di oggi Coia spiega che la commissione ha commesso un errore che avrebbe avuto l’effetto di penalizzare il settore delle rotazioni impedendo loro di partecipare ai bandi. Il movito? Era notte: «Abbiamo chiuso gli emendamenti al testo molto tardi era notte».
Quindi non solo il nuovo regolamento non diminuisce il numero delle bancarelle, non solo continuerà a favorire i soliti noti premiando l’anzianità di servizio su piazza (al massimo 100 punti su 250).
Il nuovo regolamento, così emendato come vorrebbe Andrea Coia non cambierà di una virgola la situazione delle postazioni ambulanti poste fuori dall’area mercatale. Insomma a Roma continueremo a vedere bancarelle di magliette o pentole ad ogni angolo di strada.
Evidentemente è così che il MoVimento intende cambiare le cose e scardinare i vecchi interessi economici e politici. E poco importa se la Capitale rimane un suq a cielo aperto.
(da “NextQuotidiano”)
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