Luglio 2nd, 2017 Riccardo Fucile
“AL NORD LA ‘NDRANGHETA E’ ORMAI INFILTRATA NELL’EDILIZIA, NON SONO NEL COMMERCIO ALL’INGROSSO DELLA DROGA”… “A DIFFERENZA DELLA CAMORRA HA REGOLE FERREE E PRECISE”
Procuratore Gratteri, qual è lo stato di salute della ‘ndrangheta al Nord?
«Buona direi. In Piemonte è abbastanza diffusa, anche per motivi storici. Mi riferisco agli Anni Settanta, con una preminenza nel 1975. Sono gli anni in cui le inchieste della procura di Torino assestarono un colpo mortale al clan dei catanesi, provocando un vuoto criminale sul territorio. Vuoto subito colmato dalla ‘ndrangheta che ha potuto espandersi e costruire i suoi “locali”, cioè le strutture criminali di base. Questo trend si è mantenuto inalterato».
Una presenza sfuggente?
«La ‘ndrangheta si manifesta in modi diversi. Certo prima sparava di più».
È più imprenditoriale.
«Oggi le famiglie si dedicano di più agli affari, fanno investimenti. Comprano e vendono alberghi, ristoranti, negozi. Si dedicano al riciclaggio dei profitti del narcotraffico».
La droga resta il core business.
«Sono i detentori della vendita all’ingrosso. Il dettaglio lo lasciano ai nigeriani e ad altri. La ‘ndrangheta ha quasi il monopolio. Da decenni vende cocaina a Cosa Nostra e alla Camorra. Da sempre i grandi importatori di cocaina sono gli ‘ndranghetisti della zona ionica e della fascia tirrenica».
Perchè questa specializzazione?
«In quelle zone la ‘ndrangheta, a partire dagli Anni Settanta e Ottanta, si era specializzata nei sequestri di persona. Molti avvenuti in Piemonte e in Lombardia. Con i soldi dei riscatti costruivano case e compravano belle auto. Il resto è finito investito in cocaina».
E poi si è sviluppato il business del mattone, con il boom dell’edilizia. L’altra faccia dei clan?
«Nel mondo dell’edilizia le ‘ndrine sono sempre state molto presenti: offrendo manodopera a basso costo, garantendo lo smaltimento dei rifiuti, rifornendo cemento depotenziato. Gli imprenditori del Nord che si sono adeguati, oggi non possono dire di non sapere o di non aver capito. Spiego: se per anni i tuoi fornitori ti offrono un materiale a 100 e i nuovi arrivati te lo danno a 60, c’è qualcosa che non va. È evidente».
Alla fine il gioco si fa pericoloso.
«I nuovi “partner” in genere entrano in società con quote di minoranza, poi finiscono per comandare, per prendere in mano l’azienda».
Molte inchieste hanno svelato l’esistenza di rituali di affiliazione più o meno stravaganti. Tutto ciò non è un po’ ridicolo?
«Tutt’altro. I rituali sono fondamentali. Sarebbe sciocco ritenerli arcaici e superati. Il rito è l’ortodossia, un punto di forza. Le regole sono l’elemento cardine che affascina tutti i sodali. Un collante che permette a tutti di rimanere avviluppati all’organizzazione. È il suo perpetuarsi. Sono le regole a renderla più forte rispetto ad altre strutture criminali».
In che senso?
«La Camorra è sempre più simile al gangsterismo: agisce senza controllo. Non ha disciplina. La Camorra è la prima mafia sorta in Italia ma sarà la prima a finire perchè al suo interno non c’è più rigore. Nella ‘ndrangheta no: qui le regole sono forma e sostanza. I rituali consentono di entrare a farne parte, di scalarne le gerarchie, ottenendo quelle che in gergo si chiamano “doti superiori”. L’inosservanza delle regole fa scattare le sanzioni».
Di che genere?
«Sono varie. Non è detto che sia sempre la morte. Basta arrivare in ritardo ad un appuntamento perchè sia comminata una sanzione, per mancanza di rispetto. Si può essere degradati, esclusi dalle riunioni che contano, sospesi».
Sembra una giustizia efficiente.
«C’è un solo grado di giudizio e le sentenze sono immediatamente esecutive».
Come si inseriscono le faide?
«Sono fasi autodistruttive tra blocchi di famiglie. Sono violazioni. Le faide sono momenti di instabilità . Ecco perchè le famiglie cercano di superarle con i matrimoni. Nel matrimonio si suggella la pace con il sangue dei giovani rampolli».
Suona come una cosa medievale, in realtà la ‘ndrangheta guarda al futuro.
«È un’organizzazione vivace, capace di costanti mutamenti. Si muove con il mutare della società , cammina con noi, non è un’entità estranea. Si nutre di consensi e sfrutta le nostre relazioni per esistere».
Qual è l’identikit delle giovani leve?
«I figli di ‘ndrangheta sono colti, laureati, fanno gli avvocati, i medici, gli ingegneri. Sono nella pubblica amministrazione. Ma rispondono sempre alle stesse regole. A quel metodo mafioso che non possono rinnegare».
Malgrado questa espansione radicale, si può ancora scardinare?
«Ci proviamo con tutte le forze».
(da “La Stampa”)
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Luglio 2nd, 2017 Riccardo Fucile
VISTO CHE UNA COALIZIONE DI SINISTRA NON AVREBBE UNA MAGGIORANZA ORLANDO CON CHI VOGLIA ALLEARSI NON LO DICE, SIAMO ALLE BATTUTE IN LIBERTA’
Un referendum fra gli elettori del Pd per pronunciarsi sulla “inquietante” ipotesi di una nuova
legislatura di larghe intese con Silvio Berlusconi.
A chiederla è il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, nel corso dell’intervista con Maria Latella su Sky Tg24.
“Dovremmo chiedere ai nostri elettori cosa ne pensano di un’alleanza di altri cinque anni con Berlusconi, senza neanche la prospettiva delle riforme. A me sembra una prospettiva inquietante. Anche Renzi ha detto che la prospettiva non è l’alleanza con Berlusconi – assicura Orlando – ma penso che dovremmo attivare il meccanismo del referendum che è previsto dallo statuto ma non è mai stato utilizzato perchè non c’è un regolamento che lo disciplini. Noi intanto abbiamo chiesto di predisporre questo regolamento, poi pensiamo che sia giusto chiamare i nostri elettori, come facciamo per le primarie, anche a pronunciarsi su questioni di merito”.
Orlando farebbe un referendum anche in altri casi? Perchè visto che allo stato attuale un “nuovo Ulivo” la maggioranza non l’avrebbe o stesso, dovrebbe spiegare con chi si dovrebbe alleare il Pd. Con il M5S ? Sempre dover aver consultato gli iscritti? Certo che a sinistra non mancano le uscite estemporanee.
Le reazioni sui due fronti.
“L’unico governo con Berlusconi il Pd l’ha fatto con Bersani segretario e Orlando era nel gruppo dirigente: non ricordo come andò quella volta il referendum tra gli iscritti” afferma il coordinatore del Pd Lorenzo Guerini, interpellato dall’Ansa.
“Siamo alternativi a Forza Italia, non è all’ordine del giorno nè in programma un’alleanza con Berlusconi, lavoriamo per essere autosufficienti e per giungere con un Pd che si fa centrosinistra largo il 40%. Orlando sarà sicuramente impegnato con noi in questa battaglia” gli fa eco il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato.
Orlando si trova a svolgere un ruolo di pontiere fra Renzi e Pisapia.
Critico con la linea della maggioranza del Pd, ma anche con la strada di chi è uscito dal partito per intraprendere un nuovo percorso.
Oggi Roberto Speranza lo critica, difendo che “Orlando non può stare con il piede in due staffe”. Il ministro è però convinto che sia possibile far convergere le due strade. “Non vedo una contrapposizione” spiega, “se stiamo ai contenuti e si riesce ad andare oltre le contrapposizioni personali e le questioni politicistiche, ci sono le condizioni per ricomporre il centrosinistra attorno ai problemi delle persone e dei lavoratori”. Orlando osserva inoltre “toni diversi fra Pisapia e Bersani” nei confronti di Matteo Renzi.
“Non mi aspetto che due soggetti che partono verso una ricucitura abbiano da subito un’armonia, c’è tanto da fare, ma i problemi vanno messi da parte davanti al rischio di una vittoria della destra”. Il Pd da solo “non fa più il 40%”, c’è “un elettorato di sinistra che non è andato a votare a queste elezioni amministrative e noi dobbiamo chiederci perchè”.
Il 6 luglio Orlando non potrà essere presente alla Direzione Pd per “impegni europei”, ma “ci faremo sentire”, assicura.
“Chiediamo di modificare la legge elettorale, non ci rassegniamo al proporzionale”. Inoltre “costruire la coalizione di centrosinistra mettendo insieme forze che oggi si guardano con diffidenza, è un passaggio inevitabile per ricomporre un popolo e mettere al centro l’uguaglianza sociale”.
Un passaggio su Romano Prodi: “non solo può fare il Vinavil, ma può aiutare sui contenuti. Su temi come l’Europa, le diseguaglianze, il mondo che cambia, può essere il riferimento del centrosinistra largo e plurale che vogliamo ricostruire”.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 2nd, 2017 Riccardo Fucile
SCONCERTO DELLA BASE CINQUESTELLE PER LA RICHIESTA DI LAVORO AL CENTRODESTRA DEL LORO CANDIDATO SINDACO: “FODERARO E’ UN PIRLA. HA FATTO UNA COSA GRAVE E INACCETTABILE”
Il telefono dei grillini lombardi ieri è squillato tutto il giorno. Dalla base dei militanti ai coordinatori regionali.
Parole infuocate dopo la notizia sullo scambio di e-mail tra il candidato sindaco del M5S a Sesto San Giovanni, Antonio Foderaro, che in piena campagna elettorale si è rivolto per un lavoro in Regione all’avversario di centrodestra Roberto Di Stefano, uscito poi vincitore al ballottaggio come nuovo sindaco della ex Stalingrado d’Italia.
Il più arrabbiato per la figuraccia è Stefano Buffagni, consigliere regionale e “front man” dei grillini in Lombardia: «Foderaro è un pirla e pure ingenuo. Mette in difficoltà tutti nel Movimento, soprattutto chi non lo conosce. È una cosa grave e inaccettabile quello che ha fatto. Non sappiamo che fare di fronte ad uno di noi che chiede un posto in Regione facendo leva sulla sua posizione».
Ingenuità o tranello politico? Come immaginare di trovare un posto di lavoro nell’information technology in una controllata di Regione Lombardia mandando semplicemente una e-mail a una seconda linea di Forza Italia e alla moglie tuttofare Silvia Sardone, che può vantare il titolo di segretaria dei berlusconiani a Sesto San Giovanni?
La coppia Di Stefano-Sardone preferisce non rispondere, anche se il malumore in casa degli azzurri è palpabile per questo passo falso a giunta ancora ai blocchi di partenza.
Il protagonista di questo pasticcio, Antonio Foderaro, affida invece alla sua pagina Facebook la difesa: «Tutto questo teorema di fantapolitica nasce da un curriculum vitae inviato per posta elettronica con una breve descrizione del mio profilo professionale. Tanto è bastato per certificare uno scambio illecito di voti e favori. Non pensavamo si arrivasse tanto. Probabilmente qualcuno vuole delegittimare il Movimento 5 stelle, che fa della trasparenza e della legalità i suoi valori fondanti. Sicuramente è stata una sciocchezza mandare il mio cv sotto quella forma. Un peccato di ingenuità . In ogni caso, ho già messo a disposizione del Movimento 5 Stelle le mie dimissioni».
Non una parola sul fatto che di solito in Regione bisognerebbe accedere per concorso e non su raccomandazione.
Ora i fari sono puntati sulle dimissioni, una scelta che spetta ai 40 militanti sestesi che lunedì sera si ritroveranno per parlare dell’affaire Foderaro.
Sul caso ci va giù duro anche l’ex sindaco di centro sinistra Monica Chittò, ancora con l’amaro in bocca per la bruciante sconfitta: «Sono sbalordita per questo scambio di e-mail. È un caso di inopportunità che in politica ha un peso: ritengo molto grave che un candidato sindaco si metta a trattare per le questioni personali durante il ballottaggio. Ancora più grave da chi dà lezioni di moralità e onestà e si è imposto come una forza anti-sistema».
(da “La Stampa”)
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Luglio 2nd, 2017 Riccardo Fucile
DALLA LOMBARDIA ALLA PUGLIA, FINO ALLA CALABRIA: AMMINISTRATORI E ISCRITTI HANNO LASCIATO IL PARTITO DOPO IL VOTO
Due consiglieri regionali in Lombardia, 103 tra amministratori e militanti in Puglia, 42 tra
iscritti e rappresentanti locali in Liguria, 9 tra consiglieri comunali e iscritti a Firenze, uno a Modena e ben 300 in Calabria: il Partito Democratico soffre un’emorragia di iscritti “di peso” che nelle ultime settimane hanno annunciato il ciaone al PD per andarsene in massima parte dentro Articolo Uno — MDP, il movimento di Bersani.
Ma non solo, racconta oggi il Corriere della Sera che dedica un’infografica al fenomeno: a Lerici, in provincia di La Spezia, hanno semplicemente abbandonato il partito e anche la corrente di Andrea Orlando che li invitava alla battaglia interna.
In Puglia invece alla fine sono stati 103, tra cui l’ex segretario provinciale Salvatore Piconese e una lunga lista di sindaci ed ex sindaci della zona. §
A Bagno a Ripoli, cintura fiorentina (alle ultime primarie un plebiscito per il segretario, superato l’82%), venerdì in 9, tra cui due consiglieri e il presidente dell’assemblea comunale, hanno restituito la tessera perchè «il partito è ormai al servizio del leader, non il leader al servizio del partito». E nella diaspora si vedono anche i big:
Martedì al Consiglio regionale della Lombardia è stata annunciata l’uscita dal gruppo Pd di Massimo D’Avolio e Onorio Rosati, che è diventato coordinatore per Milano di Mdp. E mentre in Campania sarebbe in atto un corteggiamento serrato dell’«altra sinistra» all’eterno Antonio Bassolino, in Abruzzo si aspettano le mosse future del potente assessore regionale Donato Di Matteo.
Insofferenza non solo di vecchi militanti, ma anche delle nuove generazioni.
A Reggio Calabria l’ex segretario provinciale e 300 iscritti dei Giovani democratici hanno salutato il Pd e aderito a Mdp.
«È stata trasformata una comunità politica in un popolo di tifosi – ha spiegato Alex Tripodi –. Abbiamo cercato fino all’ultimo di rimanere nel partito per il quale abbiamo speso una parte della nostra vita. Non accettiamo la mutazione genetica per la quale il Pd si èinesorabilmente e drammaticamente trasformato in un partito a vocazione personale, in cui a predominare è l’idea del capo».
(da agenzie)
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Luglio 2nd, 2017 Riccardo Fucile
LA TESORIERA REGIONALE ALLE PRESE CON UTENZE TELEFONICHE, CONTI CORRENTI SCOPERTI, FUNZIONARI STIPENDIATI, SEI IMPIEGATI, UN AUTISTA E UN’AUTO BLU
Nelle Marche il Partito Democratico litiga per i soldi e per l’autista. I protagonisti sono la deputata Alessia Morani e il segretario regionale Francesco Comi.
Quest’ultimo, dopo la richiesta di congresso locale da parte della deputata condita da allusioni piuttosto estreme («Vorrei sapere cosa fate con i nostri soldi»), parte all’attacco della Morani: «L’unica abusiva è lei che deve 10600 euro al PD Marche».
La Morani su Facebook si arrabbia per l’allusione preannunciando querele e spiega di aver dato soldi al PD provinciale per aiutarlo in un momento di difficoltà economica:
A parte lo squallore della risposta dovuta all’incapacità di rispondere in termini politici (ma questo è purtroppo noto) vorrei che si sapesse che secondo le indicazioni del Pd Marche i parlamentari avrebbero dovuto versare 30.000€ per la candidatura come contributo per la campagna elettorale e 12.000 € per l’attività politica regionale.
Io ho versato 30.000€ al Pd Marche mentre ho scelto di versare per l’attività politica 24.000 € al Pd provinciale per aiutare la mia federazione in un momento di difficoltà economica. E il Pd regionale lo sa. Quindi ho versato esattamente il doppio. È tutto documentato poichè l’ho fatto a mezzo bonifico.
Ma a questo punto entra in scena la tesoriera marchigiana Giorgia Sampaoli, che contesta la ricostruzione della Morani e parla di diverse utenze telefoniche, più conti correnti (uno con scoperto di 20milaeuro),funzionari stipendiati oltre a sei impiegati (che aspettavano soldi da 4/5 mesi) e un autista. Collaborazione da circa 1000 euro, che la tesoriera subentrata non rinnova. E c’era anche l’auto blu: un’Alfa 159 station wagon diesel che il segretario Comi fa subito vendere.
Si è quindi concordato di accettare un piano di rateizzazione per il versamento dei 30.000 euro e ad oggi la Senatrice Fabbri ha integralmente saldato l’impegno e contribuisce come gli altri con il versamento mensile, l’On. Marchetti versa mensilmente quota parte del contributo una tantum e la quota mensile, l’On. Morani seguiva le stesse abitudini di Marchetti, salvo poi interrompere i versamenti a febbraio 2017, sostenendo che la somma versata, di poco inferiore a 30.000 euro complessivi, fosse idonea a coprire il versamento dell’una tantum di 30.000 euro ed invitando la tesoreria a chiedere i soldi alla federazione pesarese alla quale ha versato oltre 24.000 di contributo.
In merito alla contribuzione dell’On. Morani alla Federazione di appartenenza, c’è sicuramente da renderle grande merito, così come ai parlamentari pesaresi Marchetti e Fabbri, tuttavia i parlamentari eletti nella Regione Marche per essere in regola con le erogazioni liberali, a prescindere dalle loro contribuzioni alle federazioni o alle realtà territoriali minori, debbono aver versato ad oggi al PD Marche 40.300 euro, euro 30.000 assunti con l’impegno pre-elettorale ed € 200 quale contribuzione mensile.
Quasi tutti i Consiglieri ed i Parlamentari versano una quota aggiuntiva e volontaria, oltre quella versata al regionale, ai Circoli o alle loro Federazioni di appartenenza, ci auguriamo pertanto che l’On. Morani provveda quanto prima a mettersi in regola con i pagamenti contribuendo, come i propri colleghi, a risanare il debito che sia io che il Segretario abbiamo trovato.
Ma soprattutto la Sampaoli contesta la questione dei soldi dati dalla Morani,che si presenta nei commenti per replicarle: «In questo post, quindi, trovo la conferma di quanto ho affermato e cioè che tra Pd Regionale e provinciale ho versato 54.000€ (che sono 12.000€ in più rispetto al dovuto). Pertanto definirmi abusiva è una grande offesa e menzogna. Attendo, invece, risposte sul piano politico, non dalla tesoriera naturalmente». La Sampaoli controreplica: «Cara Alessia, per essere in regola con i contributi al pd regionale, come i tuoi colleghi, mancano un po’ più di 10.000 euro, come ti ho scritto. Quanto hai versato alla tua federazione, per quanto encomiabile, è frutto dei vostri accordi e del vostro rapporto. La realtà regionale è una cosa quella del provinciale è altra». I
l bilancio 2015 del PD Marche si è chiuso con debiti per 515mila euro, portati a 485mila nel 2016 grazie ai contributi dei parlamentari.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 2nd, 2017 Riccardo Fucile
“MEGLIO RISCRIVERE I TRATTATI, NON E’ NECESSARIO USCIRE DALL’EURO”… DOPO IL DIETROFRONT DELLA LE PEN, ARRIVA ANCHE QUELLO DELLA BRUTTA COPIA ITALIANA
Giancarlo Giorgetti, deputato della Lega Nord, rilascia oggi un’intervista al Corriere della Sera
in cui dice che Silvio Berlusconi può guidare la transizione verso un nuovo centrodestra e pronuncia anche parole significative sulla politica economica del Carroccio e in particolare sull’uscita dall’euro che il leader Matteo Salvini ha proposto in questi anni ma che anche Marine Le Pen con il suo Front National sta pensando di abbandonare. Come vedremo, anche Giorgetti sembra aver fatto un passo indietro rispetto all’uscita unilaterale dall’euro. Prima però il deputato parla di centrodestra unito e legge elettorale:
«Gli elettori vogliono il centrodestra. Anche noi. Infatti,vogliamo che si presenti come centrodestra. Ma per farlo abbiamo bisogno di dire quali sono le alleanze. Per tanti parlare di maggioritario o proporzionale significa poco: la discriminante è tra chi vuole dire subito con chi giocherà e chi vuole fartelo sapere dopo. Credo sia più serio dirlo subito»
Come se ne esce?
«Non si capisce come ci si è entrati. Berlusconi dice che è il Pd a non volere il premio alla coalizione. Noi suggeriamo di tornare al Mattarellum, anche nel la versione che chiamano Rosatellum. Il Pd dovrebbe essere d’accordo, visto che l’ha proposta. A questo punto dovrebbe bastare un cenno di Berlusconi per tornare in commissione mercoledì e chiudere in un attimo. Il che dovrebbe far felice anche il capo dello Stato Mattarella».
Poi però Marco Cremonesi gli fa notare le distanze con Forza Italia sull’Europa e Giorgetti risponde che il partito non è “sciocco” ma che è possibile non uscire dall’euro purchè si riscriva Maastricht:
Voi volete uscire dall’Europa, Forza Italia no.
«Non siamo sciocchi,sappiamo bene che questo apre questioni delicate. Però occorre rivedere Maastricht in modo significativo. È nato in camera iperbarica, astratto, prima della globalizzazione. Dublino è nato prima delle guerre. La cosa giusta, non mi pare rivoluzionaria, è riscrivere i trattati: è possibile non uscire dall’euro purchè si riscriva Maastricht. Lei guardi il paradosso Draghi…».
E cioè?
«Il presidente della Bce piace proprio perchè opera ai confini estremi delle regole europee. Secondo i tedeschi, che lo fanno notare, lui queste regole le viola. Così come chi applaude al decreto banche: esalta il fatto che infranga le regole europee su concorrenza e antitrust».
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 2nd, 2017 Riccardo Fucile
ANTONIO FODERARO ERA IL CANDIDATO M5S A SESTO SAN GIOVANNI… DOPO ESSERE STATO ESCLUSO AL PRIMO TURNO, LA COMPROMETTENTE EMAIL AL CANDIDATO SINDACO CHE POI VINCERA’ LE ELEZIONI GRAZIE AI VOTI GRILLINI
Antonio Foderaro, candidato del M5S a Sesto San Giovanni di cui abbiamo parlato ieri per una email inviata al candidato del centrodestra con il suo curriculum dopo il primo turno per chiedergli un lavoro, annuncia su Facebook di aver messo a disposizione del MoVimento 5 Stelle le sue dimissioni.
Foderaro sostiene che:
Secondo il giornalista, il sottoscritto sarebbe riuscito a spostare quasi 4mila voti degli elettori del Movimento 5Stelle a favore del candidato del centrodestra, Roberto Di Stefano, in cambio della promessa di un aiuto nella ricerca per trovare lavoro.
Un curriculum inviato per posta elettronica con una breve descrizione del mio profilo professionale è bastato per certificare uno scambio illecito di voti e favori. Non pensavamo si arrivasse tanto.
In realtà però nell’articolo della Stampa non si sosteneva affatto che Foderaro avesse spostato voti verso il candidato di centrodestra.
«Quello che cerco è una posizione gestionale manageriale affine alle mia esperienza — scriveva Antonio Foderaro dal suo account di posta privata secondo quanto raccontava Ilario Lombardo — cioè in IT per privati che lavorano per la PA, come ad esempio Lispa o affini/ collegati in Lombardia (Csi-Piemonte in Piemonte è la corrispondente di Lispa), o anche Arca, su temi di appalti/bandi/ procurement/compliance».
La parte divertente della vicenda è che nel frattempo Foderaro sulla sua pagina Facebook denunciava “voci di accordi che vanno ben oltre Sesto San Giovanni” e si chiedeva “perchè non dichiararli trasparentemente?”, mentre dimenticava di informare della vicenda della mail il suo elettorato e i cittadini. In nome della trasparenzaquannocepare, come a Roma.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 2nd, 2017 Riccardo Fucile
NEL BRESCIANO GESTO D’INTIMIDAZIONE CONTRO LO STATO
Due molotov sono state lanciate all’interno di un albergo destinato ad ospitare profughi. 
È accaduto la notte scorsa a Vobarno, in provincia di Brescia all’interno dell’albergo, attualmente chiuso al pubblico, Eureka.
Importanti i danni alla struttura che sarebbe stata individuata per dare ospitalità a 35 richiedenti asilo. Sulla vicenda indagano i carabinieri.
È stato lo stesso titolare dell’ albergo di Vobarno, nel Bresciano, ad intervenire per spegnere le fiamme dopo il lancio di due molotov che hanno raggiunto il pian terreno dello stabile che dovrebbe ospitare profughi, essendo in questo momento una struttura già attrezzata e libera.
Secondo una prima ricostruzione dell’attentato, qualcuno nella notte ha sfondato una finestra dell’albergo con una mazza e ha gettato le molotov e una tanichetta di benzina all’interno. Gli autori del gesto sarebbero almeno due.
Nonostante questo, al momento, come ha assicurato Valerio Ponchiardi, titolare dell’hotel Eureka spaventato per quella che ritiene un’intimidazione, non è “ancora stato siglato alcun accordo con la Prefettura per dare ospitalità a coloro che hanno richiesto asilo” e che, come ha spiegato lo stesso prefetto Annunziato Vardè, in molti sono attesi nelle prossime ore anche nel bresciano.
Sul caso indaga, accanto ai carabinieri, la Digos della Questura di Brescia.
(da agenzie)
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Luglio 2nd, 2017 Riccardo Fucile
IL CONCERTO DEI RECORD E’ UNA EMOZIONE INTENSA… TRE ORE DI MUSICA, QUARANTA BRANI: “BENVENUTI NELLA LEGGENDA”
Il colpo d’occhio è impressionante. Il Modena Park è una colossale arena per 220.000 anime rock, e l’annuncio della partenza arriva con le note altisonanti e kubrickiane di Also sprach Zarathustra, un sole rovente che passa sugli schermi e precede l’arrivo in scena del Blasco, giacca gialla e cappellos curo, su un palco che sembra un transatlantico, larghissimo, alto come un palazzo, esplosivo.
La scossa arriva dalle prime note di Colpa d’Alfredo, quel pezzo scritto tanti anni fa, e che raccontava le dissavventure notturne di un ragazzo, e lo faceva col linguaggio vero, quello parlato, quello della strada, come nessuno aveva fatto prima. Era la rivoluzione di Vasco. Ma gli accordi sono potenti, è il segno rock che illumina la serata.
Seguono l’acidità di Alibi, e il riconoscimento collettivo di Blasco Rossi, quello che definisce il popolo che è accorso in massa a festeggiare i quarant’anni di musica del Komandante.
La combriccola del Blasco è diventata una massa enorme. E prima di cantare il pezzo Vasco dà il benvenuto: “Siete stati controllati? Benvenuti nella leggenda, in una festa epocale”.
“Questo è un richiamo tribale” dice Vasco, che di queste cose se ne intende, e parte Bollicine, potente, ironica, sprezzante, un dileggio di tutto il mondo degli inganni, della pubblicità , dei trucchi con cui ci vogliono fregare, a cui contrapporre ferocia, sarcasmo, arte del disinganno, le parole del commercio rivoltate contro il commercio stesso: “chi non vespa più e si fa le pere” canta, ironizzando su vecchi slogan.
Vasco si diverte, si vede, vuole godersi fino in fondo la festa, ride, prende per il culo quando dice che “la coca cola se la porta a scuola” è un attore consumato, allude, sbeffeggia, ma è subito capace di fare sul serio, di cambiare registro in pochi secondi e blandire il lato più tenero e malinconico della enorme platea con uno degli inni più amati, la dolente e disperata Ogni Volta, una di quelle canzoni semplici e perfette, nate tra notti stralunate e albe ghiacciate, melodie in cui la gente può riversare il proprio bagaglio di emozioni, per intero.
E per continuare su tenerezza, memorie, fragilità , chiama sul palco Gaetano Curreri, che fu tra i primi a credere nel giovane talento di Vasco e che con lui ha continuato a scrivere, di tanto in tanto. Evocano insieme Anima fragile, dopo che Curreri al piano ha ricordato antichi frammenti di canzoni.
Il palco è una macchina perfetta, un ideale Luna Park del rock, una girandola di immagini enormi e sparate che amplificano il volto del Komandante, ma esaltano anche i dettagli del lessico rock: chitarre, microfoni, mani che scorrono su tastiere, i legni della batteria, e Vasco questo Luna Park lo sfrutta fino in fondo, incita il pubblico, lo fa ballare, ricorda gli anni Ottanta, (“avete caldo? Avete la febbre, avete la febbre del sabato sera…”).
È il momento di ballare e parte con Una splendida giornata, poi cambia bruscamente e ripesca un pezzo “scorrettissimo” come Ieri ho sgozzato mio figlio (“per sbaglio, credevo fosse un coniglio”) che nelle sue scalette è apparso pochissimo, e infine celebra il trionfo dell’edonismo, del piacere puro, col già noto Delusa medley, quattro o cinque canzoni mescolate in una fantasia sfrenata di rock’n’roll. Sul godimento non c’è da fare sconti, mai.
Appare sul palco Maurizio Solieri che per tanti anni è stato il chitarrista di Vasco. La gente al buio diventa una massa di piccole luci trasformando il parco in un giardino di luminescenze, mentre Vasco si illanguisce nel sogno di Vivere una favola.
C’è posto anche per la satira, affettuosa per carità . Se il senatore Giovanardi, che oltretutto è di Modena e vive a Modena, si è permesso di ipotizzare catastrofiche calate di droga in occasione del concerto, tanto per rinverdire il Nantas Salvataggio che anni fa metteva in guardia i ragazzi dai “viaggi” di Vasco Rossi, allora si prende l’ilarità del pubblico quando Vasco invita tutti a darsi uno schiaffettino sul posteriore immaginando chissà chi.
Passano Non mi va, Cosa vuoi da me, Siamo soli, la più fresca Come nelle favole, si riprende fiato, ma giusto in tempo per cedere alla commozione di Vivere che diventa l’occasione struggente per ringraziare i fan, quando gli schermi mandano quattrocento scelti contributi visivi arrivati dal pubblico, un collage di dediche, passioni, ricordi, storie condivise, le tracce di quell’inesplicabile e fortissimo legame che tiene insieme la folla e il suo idolo.
Sono innocente è una delle sintesi perfette di Vasco: “sono innocente, ma non mi fido…”, detto dal più grande dei rocker, ma anche quello che è stato più attaccato, discusso, e una volta, non dimentichiamolo, perfino messo in galera.
Polemica? Neanche tanto. C’è subito dopo Rewind, l’inno del Vasco gaudente che ci invita a prenderci la vita, a godere, a non soffrire di bigotti sensi di colpa. “Fammi godere” urla e con lui gode il pubblico, con reggiseni che volano e seni nudi esibiti davanti alle telecamere.
Difficile immaginare che una situazione del genere possa prevedere anche l’idea stessa di intimità . Eppure nei grandi appuntamenti rock succede, di rado ma succede, e anche il megaconcerto di Vasco, l’unico per quest’anno, il raduno della leggenda, la serata dei record, non poteva non concedersi questo privilegio.
Arriva dopo Liberi liberi, con un Medley acustico nel quale come per miracolo sembra parlare a uno ad uno dei presenti, in modo più intimo, per l’appunto. L’enorme schermo aiuta, stringe sulla faccia di Vasco, mostra a tutti il suo sguardo, ingrandito, svelato, ognuno può verificare la sincerità dell’eroe, la qualità del suo coraggio, la validità della delega che gli ha concesso e la misura canzone dopo canzone: Il tempo crea eroi, Una canzone per te, Va bene va bene, Senza parole, Stupendo.
Se poi arriva il momento per il definitivo collaudo, per dimostrare la tenuta rock di tutto l’allestimento allora c’è un pezzo che sembra fatto apposta.
Si intitola Gli spari sopra, minaccioso, sferzante, un monito ai potenti: “se la guerra cominciamo a farla noi…”. Anche se di guerra qui, com’è giusto, non c’è neanche l’ombra. Anzi, è tutta energia che va verso un solo fine, l’esaltazione del momento, della condivisione, della incredibile possibilità di fare festa in 220.000.
La gente non è stanca, anche se una bella fetta di pubblico è qui da giorni, i primi ventimila sono entrati già ieri sera, molti hanno sopportato il caldo per una intera giornata, ma è niente di fronte alla carica che arriva dal palco, con il metallo liquido di Sballi ravvicinati e quando dice “centomila mani verso il cielo” corregge sogghignando: “quattrocentoquarantamila”.
Ed è il momento di ribadire una delle idee fisse di Vasco: “Non dobbiamo avere paura, non ci faranno cambiare le nostre abitudini, non ci chiuderanno in casa con la paura” urla nel consenso generale.
Si avvicina la mezzanotte e si comincia a percepire l’aria del gran finale. Dopo C’è chi dice no, l’ennesimo invito alla disobbedienza, e Un mondo migliore, quintessenza del candore alla Vasco Rossi, quando si fa domande semplici e si da risposte altrettanto semplici, la macchina si mette in pausa.
C’è silenzio per qualche minuto, l’aria è fresca, attraversta da brusii, odori, anzi aromi, si parla con i vicini, poi il palco si accende nuovamente per proporre I soliti, guarda caso dedicata ai presenti, con le telecamere che alle spalle del protagonista mostrano la folla, una delle tappe di quella sequenza che attraversa tutto il concerto come una scaletta nella scaletta, i pezzi dell’identità del popolo di Vasco, a partire dalla combriccola del Blasco Rossi, che diventa “noi siamo i soliti”, le canzoni che invece di “io” o “tu” usano il “noi”, un’idea che, dopo Sally e Un senso, esplode definitivamente nell’apoteosi di Siamo solo noi, che usa magistralmente uno dei riff più classici del rock ma raccoglie da trent’anni e più quella sensazione di estraneità che si prova quando non ci si riconosce in istituzioni e certezze, quando sentiamo di essere quelli non adatti, non conformi, non inseriti, non vincenti.
Idea ribattutta nella pienezza di Vita spericolata, che funziona sempre, che tutti vogliono cantare, che tutti sanno a memoria e aspettano alla fine del concerto.
In coda sulle ultime note del brano l’omaggio straziante all’amico chitarrista Massimo Riva.
Il vero finale è e deve essere sempre Albachiara, da quando Vasco una volta che pensava di non cantarla si rese conto che la gente non aveva alcuna intenzione di andarsene.
Da allora la canta sempre, alla fine, ma questa volta a Modena suona come la carezza definitiva, un saluto struggente all’orizzonte che nella notte è diventato lunghissimo, senza fine.
(da “La Repubblica”)
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