Agosto 30th, 2017 Riccardo Fucile
ARRIVERA’ A 500.000 NUCLEI FAMILIARI PER UN MASSIMO DI 490 EURO, MA I POVERI IN ITALIA SONO MOLTO DI PIU’
Ieri il governo Gentiloni ha definitivamente approvato il reddito di inclusione: dal primo dicembre prossimo 500 mila famiglie in difficoltà potranno fare domanda all’Inps per ottenere, dal primo gennaio 2018, un assegno mensile – caricato sulla carta acquisti – che va da 188 a quasi 490 euro , a seconda dei requisiti, per un periodo massimo di 18 mesi, rinnovabile dopo uno stop di 6 mesi.
Il reddito di inclusione, una goccia nel mare della povertà italiana, è nato grazie al riordino, da parte del governo, delle prestazioni di natura assistenziale con il rimpiazzo di due strumenti esistenti: Sia e Asdi.
Le risorse stanziate sono circa 2 miliardi all’anno dal 2018.
Come fa notare Luciano Cerasa sul Fatto, il governo ha rimesso sul piatto della lotta alla povertà gli stessi 1,7 miliardi stanziati dalla legge di Bilancio 2017 per il 2018 per strumenti finanziati dal 2016.
I beneficiari vanno individuati tra le famiglie con figli minorenni, figli con disabilità (anche maggiorenni), donne in gravidanza, disoccupati con almeno 55 anni, che hanno un Isee non superiore a 6 mila euro, un valore del reddito entro i 3 mila euro, un patrimonio immobiliare mai sopra i 20 mila euro (esclusa la prima casa) e in banca non più di 10 mila euro in depositi e conti correnti (ridotti a 8 mila euro per la coppia e a 6 mila euro per la persona sola).
Questi quattro requisiti economici devono essere presenti tutti congiuntamente.
Come funziona il reddito di inclusione e a chi spetta
Per ottenere l’aiuto economico bisogna aderire ad un progetto personalizzato per uscire dalla povertà , che preveda partecipazione sociale (ad esempio, per la frequenza scolastica) e reinserimento lavorativo.
La domanda per ottenere il REI deve essere presentata, a partire dal primo dicembre prossimo, presso i punti di accesso che verranno organizzati dai singoli Comuni.
Il Comune raccoglie la domanda, verifica i requisiti di cittadinanza e residenza e la invia all’Inps entro 10 giorni lavorativi.
L’Inps risponde poi entro 5 giorni. E, in caso di esito positivo sui requisiti, riconosce il beneficio.
Basta confrontare i dati dell’Istat per capire che il REI non è in grado di coprire nemmeno la metà delle persone in condizione di povertà assoluta.
Per tacere dei 2 milioni 734 mila le famiglie in condizione di povertà relativa (con un’incidenza pari a 10,6% tra tutte le famiglie residenti), per un totale di 8 milioni 465 mila individui (pari al 14,0% dell’intera popolazione).
Il problema di fondo già sottolineato in altre occasioni però rimane: lo stanziamento del governo va a toccare soltanto una piccola parte di chi ne avrebbe la necessità .
In poche parole il REI non basta per la povertà in Italia.
Questo a dire il vero lo si sapeva già lo scorso anno (visto che i numeri sono stabili). Quello che invece si può dedurre dal rapporto 2017 dell’Istat è che se non si mette mano alla situazione di quel milione e 292mila minori che vivono in condizioni di povertà assoluta il rischio è quello di condannare a crescere in povertà una parte importante della società italiana del futuro.
(da agenzie)
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Agosto 30th, 2017 Riccardo Fucile
POSSIILE L’USCITA DAL GRUPPO M5S IN POLEMICA COI VERTICI NAZIONALI, ACCUSATI DI AVER PRELEVATO LEMMETTI COME AL CALCIOMERCATO PER CEDERLO ALLA RAGGI
Sembra incredibile vedendolo in fotografia, eppure a Livorno c’è chi è arrabbiato per l’arrivo di Gianni
Lemmetti a Roma.
Tre consiglieri comunali vogliono lasciare il gruppo comunale del MoVimento 5 Stelle e farne uno nuovo, in polemica con i vertici nazionali che hanno voluto lo spostamento di Lemmetti in Campidoglio. Si tatta di Alessio Batini, Walter Sarais ed Edoardo Marchetti. E non sarebbero i soli.
Dei tre a manifestare apertamente il suo dissenso è Alessio Batini, che ne parla al Corriere della Sera: «Non si sacrifica Livorno che è piccola per salvare Roma che è grande. Qui bisogna chiarire le cose, altrimenti…».
«Se non si chiariscono le cose non si rimargina questa ferita gravissima e io non ho più fiducia nel movimento nazionale. Personalmente continuerò a dare fiducia alla giunta di Nogarin, magari in un altro gruppo. Mi metterò a disposizione del mio sindaco e saluterò Beppe Grillo».
Batini e Sarais sono stati sospesi dal M5S nazionale: il secondo ha ricevuto un decreto penale di condanna (al quale si è successivamente opposto) a una multa di 3750 euro per falso ideologico: ha accettato il mandato ma aveva un debito con la tassa dei rifiuti.
Batini invece non aveva pagato multe e ha chiesto la rateizzazione con Equitalia mentre era consigliere.
I due quindi hanno ricevuto la classica sospensione ad libitum di Beppe Grillo in base al nuovo regolamento del MoVimento 5 Stelle ma hanno deciso di non opporsi.
Oggi però minacciano l’addio garantendo, per ora, l’appoggio esterno a Nogarin.
Che all’inizio della consiliatura poteva contare su una solida maggioranza di 20 eletti e oggi ne ha 17, uno in meno dell’opposizione unita: nel dicembre del 2015 tre consiglieri, Giuseppe Grillotti, Alessandro Mazzacca e Sandra Pecoretti, furono espulsi perchè contrari all’ipotesi del concordato per la municipalizzata della nettezza urbana e formarono un nuovo gruppo.
Oggi il M5S Livorno non può permettersi nessuna defezione o va sotto in consiglio comunale.
Ieri tra l’altro in Campidoglio si è saputo che lo staff di Andrea Mazzillo andrà a lavorare all’assessorato alla casa con Rosalba Castiglione, mentre per il nuovo responsabile dei conti capitolini Gianni Lemmetti sarebbero in arrivo consulenti da Livorno, pronti a unirsi a quelli interni del Comune e a una serie di figure che verranno scelte dalla “maggioranza del M5S”.
Lo stesso Lemmetti ha detto di non sapere nulla delle difficoltà a Livorno per Filippo Nogarin perchè è a Roma e non segue la vicenda.
E in serata è andata in scena la riunione di maggioranza del M5S a Livorno. Si è discusso anche dell’ipotesi nuovo gruppo consiliare.
Per lasciare così andare avanti la giunta Nogarin fino alla fine del mandato. Anche se c’è chi, come i consigliere ex M5S Marco Valiani, pensa con un po’ di malignità che il sindaco potrebbe rinunciare a un bis per candidarsi in Parlamento.
Allora forse non tutto il male viene per nuocere.
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 30th, 2017 Riccardo Fucile
IL NUOVO REGOLAMENTO EDILIZIO DEL COMUNE GRILLINO E’ UNA SANATORIA MASCHERATA
Due giorni fa Giancarlo Cancelleri, Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio erano a Bagheria per l’ultima tappa del tour elettorale del M5S per le regionali siciliane.
Chi si aspettava che il MoVimento 5 Stelle chiarisse la sua posizione sugli abusi edilizi è rimasto deluso.
È il caso del coordinatore nazionale dei Verdi Angelo Bonelli che aveva auspicato che Di Maio prendesse le distanze dal regolamento approvato dall’amministrazione comunale di Bagheria, guidata dal sindaco pentastellato Patrizio Cinque.
Di Maio e Cancelleri non parlano di abusivismo a Bagheria
Intervistati da Repubblica Di Maio, Di Battista e Cancelleri hanno negato con forza di essere dalla parte degli abusivi parlando di attacchi strumentali e specificando che rispetto agli abusi il M5S valuterà “caso per caso”.
Di Maio ha rifiutato di rispondere alle domande di Bonelli e ha ribadito che “Bagheria è una città dove si abbattono le case dei mafiosi, si abbattono le ville a 150 metri dalla costa e si fa un regolamento sull’abusivismo“.
Stesso concetto espresso da Cancelleri che ha aggiunto che Patrizio Cinque “ha un occhio di riguardo per quei cittadini che stanno male” spiegando che il MoVimento 5 Stelle non vuole fare una battaglia ideologica ma una battaglia sul merito delle cose.
Bonelli replica alle accuse di voler strumentalizzare un regolamento a vantaggio della gente e contro i mafiosi dicendo che “Ad opera di quest’amministrazione non risultano demolizioni coattive entro la fascia dei 150 metri e anche le demolizioni indicate dallo stesso sindaco di Bagheria sono autodemolizioni ovvero abbattimenti realizzati da chi ha commesso l’abuso in totale circa tre”.
Riguardo alle case dei mafiosi Bonelli ricorda a Di Maio che “le case dei mafiosi non sono state abbattute come ad esempio quelle indicate nel servizio delle Iene di oltre un anno fa. Di Maio si faccia dare l’elenco delle case dei mafiosi abbattute e scoprirà una triste verità !”.
L’esposto in Procura per fermare la “sanatoria” del M5S
Nei giorni scorsi i Verdi avevano presentato un esposto alla Procura di Termini Imerese per chiedere di verificare l’esistenza di eventuali conflitti d’interesse dei componenti della giunta e della maggioranza a 5 Stelle che possiedono immobili abusivi costruiti secondo i Verdi anche in zone vincolate.
Nelle scorse settimane Cancelleri e Di Maio si erano prodigati a spiegare che il M5S sta dalla parte di chi commette abusi spinto dalla necessità .
L’abusivismo di necessità è, secondo la logica grillina, quello commesso da persone che non hanno la possibilità di accedere all’edilizia popolare. Ma è ovvio che per costruire una casa — anche se abusiva — si debbano sostenere dei costi e delle spese che chi è davvero in stato di necessità (leggi: indigente) non si può permettere.
A tagliare il nastro della nuova linea del M5S sugli abusi edilizi ci ha pensato proprio il sindaco Patrizio Cinque.
Il Consiglio comunale ha infatti approvato un regolamento edilizio nel quale si fanno ampie concessioni agli abusivi.
Ad esempio all’articolo 7 del nuovo regolamento all’articolo 7 viene prevista la concessione del diritto di abitazione a chi ha commesso l’abuso o per i suoi famigliari, sospendendo di fatto le demolizioni.
Una decisione che secondo Bonelli va in contrasto con una norma regionale che parla di diritto di abitazione solo per immobili costruiti prima del marzo 1992.
L’articolo 8bis del contestatissimo regolamento del Comune di Bagheria invece tratta il “diritto provvisorio di abitazione”.
In pratica il Comune può concedere ai titolari degli immobili costruiti in zone di inedificabilità assoluta la possibilità di rimanere in quell’immobile abusivo fino a quando l’amministrazione non troverà i soldi per la demolizione.
Bonelli ricorda che a Bagheria “ci sono ville abusive sul mare anche con piscina. Si sa che per realizzare la struttura grezza di una casa con uno scavo abusivo e le fondamenta come minimo si spendono 80 mila euro, ecco perchè non si può parlare di abusivismo di necessità ”.
Non proprio l’abusivismo della povera gente di cui parlava Cancelleri.
Il Comune può inoltre acquistare le proprietà abusive “per utilità pubblica” e poi rivenderle concedendo però un diritto di prelazione all’abusivo. In un post su Facebook del 13 agosto Cinque aveva difeso la sua scelta spiegando che Bagheria vuole garantire il diritto all’abitazione e che in quanto amministratore non voleva buttare i cittadini in mezzo ad una strada.
Luigi Di Maio “dimentica” però una vicenda che ha coinvolto in prima persona il sindaco di Bagheria e un suo assessore.
Nel febbraio 2016 l’assessore all’Urbanistica Luca Tripoli era stato costretto a dimettersi dopo che le Iene avevano rivelato che la sua abitazione era abusiva.
La famiglia di Tripoli ha trasformato un magazzino per gli attrezzi agricoli in villa di campagna la richiesta di sanatoria era stata già bocciata dall’ufficio tecnico.
Nel servizio Giulio Golia mostrava il sindaco e l’assessore che promettono di mostrare i documenti che regolarizzavano le case (rivelatisi poi inesistenti).
Successivamente venne fuori che anche la casa dei genitori di Cinque non era in regola.
Ma al contrario di quella dell’assessore Tripoli quella della famiglia del sindaco — contrariamente a quanto sostenuto da Cinque — la procedura di sanatoria era stata sospesa ma l’immobile non risultava sanato.
All’epoca, e in nome della trasparenza, Patrizio Cinque era scappato di fronte alla troupe delle Iene che era tornata a Bagheria una settimana dopo il primo servizio chiudendosi negli uffici del Comune fino a tarda notte.
Il riferimento alle case dei mafiosi abbattute invece riguarda la revoca in autotutela da parte del Comune del procedimento di sanatoria nei confronti di una villetta, costruita nella zona di inedificabilità assoluta, di proprietà del boss mafioso Carlo Guttadauro. L’immobile risultava “perfettamente in regola” perchè sanato grazie alla sanatoria del 2012 anche se rientrava nella fascia dei 150 metri dal mare.
Il sindaco a fine febbraio 2017 ha avviato la procedura di verifica dei profili di illiceità , la casa però è ancora lì.
È stato invece fatto abbattere un immobile di proprietà di un’altra famiglia mafiosa. O meglio, come ha spiegato lo stesso Patrizio Cinque: “la famiglia ha deciso dunque di auto-demolire i manufatti che quindi non sono stati acquisiti al patrimonio comunale”.
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 29th, 2017 Riccardo Fucile
PER PERMETTERE LA PASSERELLA DEL MEGALOMANE, CL GLI AFFITTA UNO STAND SULL’OLIVA TAGGIASCA AL MODICO PREZZO DI 80.000 EURINI… PER ANDARE ALLA FIERA DEL TURISMO DI LONDRA O BERLINO SI PAGANO SOLO 50.000 EURO… “SE NON AVESSE PAGATO, NON L’INVITAVANO”
La trasferta al Meeting di Cl di Rimini della Regione Liguria è costata 80.000 euro. “Presenza
istituzionale”, riporta la motivazione dell’impegno di spesa di Liguria Digitale, con un esito senza bando.
Per conto della Regione, Liguria Digitale ha pagato Evidentia Communication, la società “soggetta a direzione e coordinamento” della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli.
“Servizi di organizzazione fiere ed esposizioni” riporta ancora il codice giustificativo della spesa, di Liguria Digitale.
Proprio una settimana fa il presidente Giovanni Toti ha partecipato al Meeting di Cl a Rimini, inaugurando lo stand della Regione Liguria.
Non conoscendo le spese, qualcuno però nei corridoi della Regione aveva già sibilato che la missione istituzionale era molto politica e a spese dei cittadini liguri.
Ad accompagnare Toti alla kermesse di Cl, c’erano anche gli assessori alla Cultura, Ilaria Cavo e alla Protezione Civile, Giacomo Giampedrone, componevano così la delegazione che aveva presieduto l’inaugurazione dello stand.
C’erano stati comunicati e post sui social dello stesso Toti che ribadiva la necessità di rilanciare l’oliva taggiasca.
In molti però avevano già ravvisato nel debutto sul palco Cl una precisa consacrazione sullo scacchiere politico nazionale di un leader in pectore, Giovanni Toti, pronto per scaldare il motore alla vigilia dell’agone elettorale nazionale del prossimo anno e magari guidare il centrodestra.
Rimane però la spesa, sostenuta dai liguri, di 80.000 euro, versata da Liguria Digitale a Evidentia Communication che ha come rappresentante legale Giancarlo Ronzoni.
La stessa società cui, proprio un anno fa, il Miur, aveva versato 60.000 euro, suscitando un vespaio di polemiche, perchè erano stati usati soldi pubblici per pagare uno stand dedicato al ministero proprio all’interno del meeting di Cl.
I maligni dicono che allora Toti non può vantare certo ottimi rapporti con Cl, visto che il costo complessivo del suo stand è stato proprio “a prezzo pieno”.
È pur vero che in molti si sono chiesti perchè la piccola e non ricca Regione Liguria abbia deciso di investire una così importante cifra per uno stand al Meeting di Cl, una cifra addirittura superiore a quella di un ministero.
Altre regioni è pur vero hanno allestito e organizzato stand promozionali al Meeting.
Fanno notare gli addetti ai lavori che la partecipazione di una Regione a una fiera del turismo internazionale come quelle di Londra o di Berlino, con l’organizzazione di un importante stand, pesa sul bilancio, in media, per non più di 50.000 euro.
Le opposizioni attaccano: “Per alimentare la propria consacrazione politica, Toti apre il portafogli, ma lo fa utilizzando i soldi dei liguri. E così è stato anche per lo stand sull’oliva Taggiasca al Meeting di Cl di Rimini, costato 80 mila euro di soldi pubblici. Probabilmente senza quest’ escamotage al governatore sarebbe toccato restare a casa. E adesso Toti dovrebbe spiegare ai cittadini cosa c’entri la promozione delle olive liguri con la kermesse di Comunione e Liberazione».
E ancora: «È chiaro che più che a promuovere quest’importante prodotto della nostra terra il governatore ha tentato di pubblicizzare se stesso . Come sempre, del resto. Il fatto poi che Toti abbia utilizzato, per pagarsi la partecipazione al Meeting, i soldi di Liguria Digitale, trasformata dalla sua Giunta in un vero e proprio bancomat, è un fatto piuttosto grave. Toti è ossessionato dalla promozione della sua immagine come leader nazionale del centrodestra e visto che presumiamo abbia esaurito i fondi regionali destinati alla comunicazione, ha deciso di superare quel tetto utilizzando proprio l’azienda informatica della Regione, che sta facendo di tutto tranne che portare a termine la propria mission».
(da “La Repubblica“)
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Agosto 29th, 2017 Riccardo Fucile
GLI AUMENTI LORDI IN BUSTA PAGA DEL RINNOVO CONTRATTUALE ATTESO DA 8 ANNI FARANNO SCATTARE LA SOGLIA OLTRE LA QUALE NON SI HA PIU’ DIRITTO AGLI 80 EURO NETTI DI RENZI
Il governo ha stanziato nelle leggi di Stabilità risorse sufficienti per concedere agli statali aumenti complessivi a regime per 85 euro medi a lavoratore.
E in più Matteo Renzi, proprio alla vigilia del disastroso referendum costituzionale, aveva stipulato con i sindacati un accordo che garantiva un aumento «non inferiore a 85 euro medi» il 30 novembre.
Ma l’aumento in busta paga farebbe scattare per molti dei dipendenti del pubblico impiego — ben 363 mila di loro, quelli che guadagnano tra i 23 mila e i 26 mila euro annui, concentrati soprattutto nella sanità e negli enti locali — la cancellazione automatica del bonus degli 80 euro concesso a suo tempo dal governo.
Gli aumenti contrattuali, tra l’altro, sono lordi mentre il bonus da 80 euro è netto: i 363mila rischiano di andare addirittura a perderci.
La numero uno della Fp Cgil, Serena Sorrentino, mette in guardia: “non ci possono essere comparti penalizzati” per via degli 80 euro.
Si tratta di impedire che l’incremento medio previsto, pari a 85euro mensili, non intacchi il bonus per le platee che si trovano tra i 23 e i 26 mila euro di reddito annuo.
Facile a dirsi, ma difficile a farsi, visto che finirà proprio così.
Il rischio per le fasce in questione è di superare la soglia che dà diritto agli 80euro, a causa, paradossalmente, di un rinnovo contrattuale che il pubblico impiego attende da 8 anni.
Dopo aver atteso 8 anni molti lavoratori finiranno per avere una decurtazione in usta paga, invece che un aumento.
(da agenzie)
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Agosto 29th, 2017 Riccardo Fucile
LA MOGLIE ITALIANA CHE VUOLE SBARAZZARSI DEL MARITO MUSULMANO, L’ASPIRANTE INFORMATORE DEI SERVIZI, IL COMMERCIANTE CHE NON VUOLE PAGARE I DIPENDENTI… LA POLIZIA NON NE PUO’ PIU’ DI FALSE SEGNALAZIONE
Terrorista dell’Isis? No, una brava persona di religione musulmana, onesta e diffamata. 
In questi tempi cupi di vera emergenza terrorismo, le nostre forze di polizia sono investite da un’alluvione di denunce, chiamate, soffiate, richieste di indagini e controlli di ogni tipo.
Il fatto è che di fronte alle ondate di attentati che stanno colpendo tutta l’Europa, i nostri magistrati, carabinieri e poliziotti non possono permettersi di sottovalutare nessun indizio: quindi devono indagare anche su una massa crescente di segnalazioni che, alla fine, risultano infondate.
Molti falsi allarmi sono alimentati da cittadini in buona fede, preoccupati e impauriti, che cercano solo di aiutare le forze di sicurezza.
Ma fra le tante segnalazioni si nasconde anche una schiera di denuncianti in malafede. Inventori di finte piste. E sciacalli dell’emergenza jihadista. Che sfruttano la psicosi del terrorismo per organizzare vendette personali o lucrare su interessi privati.
Nelle caserme e nelle procure più impegnate, gli inquirenti cominciano a non poterne più. Per dimostrare che una denuncia è infondata, infatti, bisogna comunque dare il via a un’inchiesta.
Quindi: controllare e pedinare i soggetti segnalati, intercettare telefoni e comunicazioni su Internet, ricostruire contatti, viaggi, incontri. E indagare su piste che poi si rivelano false significa distogliere le forze, che non sono infinite, dai pericoli reali.
Se i poliziotti sono costretti a inseguire fantasmi, i veri terroristi rischiano di restare sconosciuti e liberi di uccidere.
Così, nelle nostre centrali antiterrorismo, iniziano a scattare le contromisure: chi segnala jihadisti inesistenti, nei casi di malafede comprovata, finisce sotto inchiesta. E la falsa denuncia si ritorce come un boomerang contro il denunciante.
L’Espresso ha raccolto una collezione di questi casi, scoprendo che esistono variegate categorie di utilizzatori dell’emergenza terrorismo.
Una vicenda che gli inquirenti considerano emblematica, anche perchè non è isolata, ha per protagonista una cittadina italiana che diversi anni fa ha sposato un immigrato di fede musulmana.
La coppia vive in provincia di Milano. Qualche mese fa, all’improvviso, lei denuncia lui: sostiene che è diventato integralista e fa discorsi esagitati sull’Isis.
Aggiunge che un giorno, insospettita, ha frugato di nascosto tra le sue carte dove avrebbe trovato foto di uomini armati. Di fronte a una moglie italiana che accusa il marito immigrato di jihadismo, i carabinieri del Ros sono naturalmente obbligati a muoversi.
Sicchè la vita del musulmano viene passata al setaccio. Ma con zero risultati. Anzi: tutto conferma che è un gran lavoratore, non è integralista, e quando viene intercettato parla dei terroristi come pazzi criminali che distorcono la religione islamica.
Inoltre non nasconde nessuna foto segreta di uomini armati. I carabinieri sentono puzza di bruciato e allora allargano l’indagine alla vita di coppia. Scoprendo che l’italiana non sopporta più il marito. Lo detesta. Progetta la separazione, vuole liberarsene.
Quindi l’accusa di terrorismo viene cestinata per totale assenza di indizi, mentre negli atti dell’inchiesta resta un unico dubbio, che riguarda proprio la moglie: è solo una visionaria o qualcuno le ha suggerito una falsa denuncia per spillare più soldi al marito (con il cosiddetto addebito per colpa) nella causa di divorzio?
Lo stesso interrogativo riguarda un’altra moglie italiana, che ha denunciato il marito tunisino.
Invece delle foto, questa volta, il preteso riscontro era un viaggio: partito per la Tunisia, lui sarebbe tornato cambiato, radicalizzato, jihadista insomma. In questo caso l’antiterrorismo ha perso meno tempo: l’accusa è franata in fretta.
Due procure lombarde hanno dovuto lavorare per mesi, invece, per smontare una fantomatica cellula dell’Isis con base in Brianza.
L’accusa in questo caso arriva da un piccolo imprenditore di origine maghrebina che vive da decenni in Lombardia, dove ha casa e lavoro.
Una fonte credibile, in apparenza, che denuncia le presunte confidenze di un gruppo di connazionali: sono almeno cinque, sostengono l’Isis, vogliono reclutare jihadisti, partire per la Siria e unirsi ai tagliagole del Califfato.
A Milano parte un’inchiesta approfondita. Che faticosamente ricostruisce la verità dei fatti: quei cinque musulmani non hanno niente a che fare col terrorismo. Sono tutti ex dipendenti o fornitori della ditta del denunciante.
Che non li ha pagati e deve loro un sacco di soldi. Di qui l’idea: farli arrestare o espellere tutti. E azzerare i suoi debiti.
Escluso il terrorismo, l’inchiesta emigra a Monza, dove ora l’ex denunciante è inquisito per calunnia, il più grave dei reati ipotizzabili in questo caso.
Altrettanto dannoso, per gli inquirenti, è stato l’effetto di una segnalazione ben congegnata da un cittadino lombardo di buona cultura, molto esperto di terrorismo, soprannominato “il professore”.
La sua denuncia manda in tilt l’antiterrorismo nei giorni della visita di Papa Francesco a Milano, quando l’allarme attentati era altissimo.
Mentre le forze di polizia sono in piena mobilitazione, “il professore”, che vanta conoscenze negli apparati di sicurezza, la spara grossa.
Racconta di aver saputo, tramite i suoi canali, che due maghrebine devono arrivare in macchina dalla Val d’Aosta, con altre presunte integraliste, per incontrare uomini arabi che nasconderebbero esplosivi.
Una segnalazione precisa: “il professore” fornisce anche la targa. L’auto arriva davvero a Milano con due maghrebine, accompagnate da due connazionali totalmente velate. La pista sembra reale. Nelle caserme è allarme rosso.
Degli uomini arabi però non si trova nessuna traccia. E tantomeno di esplosivi. Mentre le maghrebine non hanno alcun aggancio terroristico: sono musulmane normali, portano il velo per pudore, volevano solo vedere Milano.
L’inchiesta (condotta dagli stessi inquirenti che in questi mesi hanno arrestato veri jihadisti dell’Isis, intercettati mentre cercavano armi e ordigni per progetti stragisti tra Milano e Brescia) a quel punto si capovolge.
“Il professore” viene interrogato da magistrati esperti. Messo alle strette, confessa di essersi inventato tutto. Il movente? Voleva accreditarsi come informatore dei servizi. E magari incassare ricompense. Ora l’unico indagato è lui: rischia una condanna per simulazione di reato.
Nessuna accusa è stata invece contestata a un giovane giornalista del Sud Italia che, suo malgrado, ha fatto impazzire Digos e servizi segreti.
Nei mesi degli attentati a catena tra Parigi e Bruxelles, su Internet compaiono diversi profili di donne dell’Isis, armate di mitra, con nomi di battaglia che terminano con “Al Italiya”: jihadiste italiane, insomma, che parlano francese e rilanciano foto di guerra, messaggi stragisti e discussioni con terroristi della famigerata cellula di Molenbeek. Poliziotti e 007 ci arrivano per vie diverse.
E scoprono che dietro le jihadiste virtuali c’è un unico utente. Ma è solo un giornalista, che non ha mai voluto ingannare l’antiterrorismo: al contrario, i suoi profili erano trappole per attirare e smascherare i terroristi ancora ricercati. Solo che invece dei jihadisti hanno abboccato i servizi.
Pur creando frustrazione tra gli inquirenti, queste indagini non sono del tutto inutili: se conosciute, possono mostrare ai giovani accecati dalla propaganda jihadista come funziona una giustizia giusta.
Nei regimi sanguinari gli inquisitori lavorano per incastrare i sospettati a ogni costo, con torture e false prove.
In una democrazia, le inchieste servono anche a salvare gli innocenti. Di qualunque fede.
(da “L’Espresso”)
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Agosto 29th, 2017 Riccardo Fucile
IL LEADER ULTRAS-CRISTIANO TONY PERKLINS AVEVA GUIDATO UNA CROCIATA CONTRO GLI OMOSESSUALI
«Il Signore dà , il Signore toglie». Questa citazione dalla Bibbia (Giobbe 1:20-21) deve essere risuonata forte nella mente di Tony Perkins, esponente della destra cristiana anti gay in Louisiana.
Perchè proprio a lui – che aveva invocato il Signore affinchè inviasse un castigo divino per punire i gay – il Cielo ha riservato una punizione esemplare: distruggendo la sua casa in una alluvione di proporzioni bibliche.
No, non si tratta di quella che in questi giorni flagella in Texas: la notizia è di qualche giorno fa, ma come spesso accade nel web, il sito del quotidiano britannico Independent l’ha ripescata tra gli articoli «correlati» per affinità con le peripezie degli abitanti di Houston.
Si tratta, dunque, della seconda ondata di maltempo più grave che abbia colpito lo stato del Sud dai tempi dell’uragano Katrina ed è arrivata a metà agosto.
Ieri, peraltro, l’estendersi dell’uragano che ha colpito il Texas ha fatto scattare lo stato di emergenza anche in Lousiana.
Lo scorso 18 agosto, «il lobbista cristiano e controverso presidente del Family Research Council Tony Perkins è stato costretto dall’alluvione a fuggire da casa con la famiglia a bordo di una canoa».
Poco dopo, l’edificio è stato gravemente danneggiato dall’acqua e «il signor Perkins è stato costretto a subire “il volere di Dio”»: rifugiato in un camper.
Poco più di un anno fa, l’allora candidato presidenziale Ted Cruz lo aveva chiamato a far parte della sua squadra di consiglieri: più o meno all’epoca della presentazione di un disegno di legge dei Repubblicani del Nord Carolina che – come aveva scritto lo stesso Independent – avrebbe reso legale discriminare gay, lesbiche, bisessuali e transgender.
(da “il Corriere della Sera”)
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Agosto 29th, 2017 Riccardo Fucile
UNA GIORNALISTA CHE SCRIVE PER “IL GIORNALE” PUBBLICA SU FB LA FOTO DI UN ANNO E MEZZO FA DI 4 SPACCIATORI TUNISINI CHE NON C’ENTRANO UNA MAZZA… POI RIMUOVE LE FOTO
Chiara Giannini, giornalista che scrive per Il Giornale e Oggi e “ha un unico maestro: Oriana”, ha
pubblicato sulla sua pagina Facebook un post in cui indica “i 4 stupratori di Rimini” e scrive: “Belle faccine, sì. Se li vedete? Per me potreste iniziare a portarli in piazza, davanti agli italiani“.
C’è un dettaglio però. Come si nota a prima vista dal credit presente al centro dello scatto, quella foto è tratta da un articolo di Riminitoday pubblicato il 22 marzo 2016 nel quale si racconta dell’arresto di un gruppo di persone di nazionalità tunisina (e dell’accusa nei confronti di un egiziano nel frattempo espulso) che “rifornivano di eroina, cocaina e hashish i tossicodipendenti della città “.
Per gli inquirenti tre su quattro dello stupro di Rimini sarebbero magrebini ma ovviamente nessuno ne conosce ancora la nazionalità .
Tra i commenti, in mezzo a molti che si augurano varie punizioni corporali (e un commento su cinque nomina la Boldrini), c’è anche chi si è accorto che qualcosa non quadra: “Siamo sicuri non sia una bufala? Ansa e Corriere dicono che gli inquirenti sono ancora alla ricerca e questa sembra una foto di un vecchio comunicato di RiminiToday. Forse prima di creare false speranze, bisognerebbe verificare le proprie fonti…”.
Anche altre pagine Facebook hanno pubblicato la foto definendo i tizi arrestati nel marzo 2016 a Rimini come gli autori dello stupro di qualche giorno fa.
Anche se c’è invece chi — come la pagina “Noi poliziotti per sempre” — la smentisce
Alle ore 19: Il primo post che accusava i quattro della foto è stato tolto
Alle ore 19,33 Chiara Giannini pubblica su Facebook questo video in cui accusa “quelli di neXtQuotidiano” di averla diffamata.
Non ci dice però in che modo l’avremmo diffamata, visto che abbiamo riportato esclusivamente le sue parole.
Tra l’altro la Giannini sostiene che la deontologia professionale del giornalista non preveda di “attaccare un collega”. Ora, a parte che basterebbe aprire un giornale per notare attacchi su attacchi a “colleghi”, in ogni caso noi abbiamo scritto soltanto la verità .
La Giannini poi sostiene che abbiamo raccontato falsità riguardo il suo lavoro a Oggi, dicendo che lei lavora per il Giornale. Peccato che sia scritto sulla sua pagina Facebook e sul suo profilo Twitter
Infine, la Giannini dice che la foto le è stata data da una fonte che riteneva attendibile. Sarà , ma una fonte che non nota che sta girando una foto in cui si legge chiaro e tondo il credit “RiminiToday” ad occhio non sembra per niente attendibile.
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 29th, 2017 Riccardo Fucile
JESOLO, IL GIUDICE NON CONVALIDA IL FERMO DEL 25 ENNE MAROCCHINO ACCUSATO… DECISIVE ANCHE LE TELECAMERE: ERANO USCITI MANO NELLA MANO
Resta per ora ancora indagato per l’accusa di stupro ma è uscito dal carcere il giovane finito in manette dopo la denuncia di una giovane a Jesolo.
Il giudice non ha convalidato il fermo, accogliendo la tesi della difesa, che aveva anticipato alla stampa l’esistenza di un audio inviato via Whatsapp agli amici in cui si dimostrerebbe che la donna era consenziente.
I due giovani erano usciti dal locale «Il Muretto» mano nella mano, si erano allontanati e avevano percorso qualche centinaio di metri.
Dopo un po’ lui era rientrato e lei si era seduta all’ingresso. «Mi ha violentata», aveva detto alcune decine di minuti più tardi alle amiche.
Le immediate verifiche dei carabinieri sembravano aver inchiodato B.A., 25enne di origini marocchine e residente in provincia di Vicenza, fermato dalla sicurezza della discoteca «Il Muretto» di Jesolo e arrestato. Lui si era subito difeso: «Lei era consenziente».
A dimostrarlo c’era un audio registrato durante il rapporto sessuale. Un messaggio che il giovane avrebbe, poi, inviato via Whatsapp agli amici contenente espressioni di apprezzamento da parte della ragazza, una 17enne veronese.
Un messaggio che, però, nel suo cellulare non c’era. Lo aveva cancellato, forse, quando ha saputo che lei era minorenne (compirà 18 anni tra pochi giorni).
I fatti risalgono a sabato notte. «Le telecamere all’ingresso hanno immortalato la coppia che usciva tenendosi per mano intorno alle 2 — spiega Tito Pinton, gestore de «Il Muretto» -. Un’altra li ha ripresi mentre si allontanavano nel parcheggio a braccetto e si abbracciavano».
I due avevano percorso circa 300 metri nel parcheggio e sono rimasti all’esterno una mezz’oretta. Il rapporto, però, sarebbe avvenuto fuori dalla recinzione, nelle vicinanze di un fossato.
Il 25enne, in Italia da molti anni e in attesa della cittadinanza, vive ad Arzignano insieme alla famiglia ed è incensurato. Poco dopo sarebbe rientrato in discoteca da solo. «Lei, invece, si è seduta all’ingresso, è rimasta lì per circa mezz’ora» continua Pinton.
A confermarlo, le immagini registrate dalle telecamere.
La ragazza non aveva neppure voluto sporgere denuncia, terrorizzata anche dalla possibilità che i genitori venissero a sapere cos’era accaduto.
(da “il Corriere del Veneto”)
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