Agosto 8th, 2017 Riccardo Fucile
LUI STA A FARE FOTO DI NASCOSTO, MENTRE ESSERI UMANI MUOIONO IN MARE: ECCO A VOI SIMON WALD, IL RIFIUTO UMANO IDENTITARIO
Il trentenne tedesco alto, biondo, poliglotta, regala uno spettacolo quasi comico mentre,
sotto il rovente sole siciliano, scatta fotografie ad una nave ormeggiata cercando di evitare le occhiate sospettose dell’equipaggio.
“Il primo passo in questa missione è ottenere la documentazione e l’osservazione completa delle azioni di quelle ONG”, mi dice.
“Quelle ONG” sono associazioni umanitarie come SOS Mèditerranèe e Save the Children impegnate nelle operazioni di ricerca e salvataggio al largo della costa libica, la cui missione è salvare le vita dei migranti che attraversano il Mediterraneo.
A bordo dell’imbarcazione nell’obbiettivo di Wald, una nave di una ONG denominata Aquarius e pronta a salpare, tre persone guardano nella nostra direzione: una di loro solleva un walkie talkie.
“Credo stiano chiamando la polizia, meglio andare”, dice.
Lui sarebbe quello coraggioso.
Wald fa parte di Gènèration Identitaire, movimento che considera lo spostamento esteso ed ininterrotto dei migranti come una minaccia per l’identità degli europei, che se quest’ultima fosse rappresentata da gente come lui, potree essere auspicaile.
La nave C-Star ricordiamo che è stata trattenuta nel porto di Famagosta dopo che almeno 20 cittadini dello Sri-Lanka sono stati ritrovati a bordo e l’equipaggio e il proprietario della nave, Sven Tomas Egerstrom, sono apparsi in tribunale con l’accusa di aver preparato e fatto circolare documenti falsi.
Il movimento anti-estremista Hope not Hate si è dimostrato particolarmente attivo nel monitoraggio del gruppo etichettato come “un gruppo di estrema destra con un programma estremista e anti-islamico”, che lavora per “bloccare l’opera umanitaria e mettere a rischio la vita dei rifugiati”.
L’attenzione dei media e i vari contrattempi hanno fatto apparire la missione come un circo formato da soggetti più interessanti alle visualizzazioni su Youtbe che a salvare l’Europa.
Per Wald, la soluzione alla crisi dei migranti è semplice: “La risposta è facile: questi migranti devono smetterla di scappare dai loro paesi e ricostruire le loro nazioni, ma sono dei vigliacchi. Scappano, lasciano le loro famiglie, i loro amici, i genitori e i nonni.
Facile a dirsi per un tedesco benestante che indossa abiti sportivi di marca e che fa parte di una generazione che non ha mai visto un conflitto simile a quello che spinge questa gente a fuggire sulle coste europee, ma la sua logica viene messa in discussione su diversi piani.
In primis, se Defend Europe dovesse davvero riuscire a impedire le operazioni delle navi ONG, risponderebbe solo di un terzo dei soccorsi, come segnala l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), dal momento che i restanti sono effettuati dalle navi della Marina e della Guardia Costiera, e dalle imbarcazioni mercantili obbligate dalla legge internazionale a soccorrere le navi in difficoltà .
Inoltre, l’idea che i migranti siano “vigliacchi” appare assurda se si pensa a quanto sia pericoloso il viaggio, non solo per i rischi legati alla traversata del Mediterraneo ma anche per la minaccia costante di sequestri, torture e stupri che queste persone affrontano in una Libia senza leggi.
Infatti, a bordo dell’Aquarius HuffPost UK ha assistito al trasferimento di almeno otto corpi da un’altra nave di soccorso, mentre un uomo è stato colpito dalla polizia libica mentre tentava di salire su un gommone: tutto durante un solo giorno in mare.
A Catania Giorgia Linardi, ex operatrice di Medici Senza Frontiere, mi ha detto: “Quelli che riescono a mettersi in mare rappresentano una ristretta selezione di quanti hanno lasciato la loro casa”
“Alcuni sono bloccati in Libia, mentre altri muoiono lungo la strada — molti durante la traversata del deserto, ad esempio. È uno dei momenti più pericolosi del viaggio”.
Analogamente, anche l’idea di Defend Europe su cosa costituisca “l’identità ” europea e Africana e sul motivo per cui le due non possano mescolarsi, secondo loro, appare fin troppo approssimativa.
Il gruppo appare confuso sui risultati che intende raggiungere e fino ad ora non ha parlato di piani per il futuro —entrambi gli esponenti di Defend Europe con cui ho parlato sembravano titubanti all’idea di salpare, figurarsi di pensare al futuro.
Poi mi viene in mente un’altra cosa che Linardi mi ha detto il giorno prima.
“Difendere l’Europa da cosa? Da un ventiseienne che è stato torturato giorno e notte ed è fortunato a essere vivo, scheletrico, completamente vuoto e… semplicemente fottuto? Se questo è quello da cui devi difenderti… è abbastanza vergognoso”.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 8th, 2017 Riccardo Fucile
DIMOSTRANO DI AVERE LE PALLE, A DIFFERENZA DEL GOVERNO ITALIANO CHE LASCIA A PIEDE LIBERO ISTIGATORI ALL”ODIO RAZZIALE
La nave C-Star non farà scalo al porto di Zarzis.
Nella città tunisina dal quale nel 2011 partivano i barconi carichi di migranti diretti verso Lampedusa il Collettivo dell’Africa del Nord contro la nave razzista C-Star ha lanciato un appello alla mobilitazione immediata al porto “per impedire ogni tentativo di attracco e di rifornimento della nave anti-migranti e per mostrare loro il nostro disgusto nei confronti dei loro propositi e delle loro azioni”, si legge in un comunicato pubblicato in rete dal gruppo. L
Esultano gli attivisti del Collettivo che insieme all’Associazione di pescatori di Sfax hanno allertato del possibile arrivo della nave le autorità competenti e i colleghi dei porti di Sfax e Gabes.
Secondo le informazioni raccolte dal gruppo la nave potrebbe arrivare proprio a Sfax.
Particolarmente motivati i membri e il presidente dell’Associazione dei pescatori di Zarzis, Chamseddine Bourassine che ha riferito che chi aderisce alla protesta è impegnato da oltre 15 anni nel salvataggio di vite umane in mare ed è dunque contro il razzismo.
Per questo i pescatori hanno deciso che usciranno in mare con tre imbarcazioni ed effettuare un’azione di contrasto se la C-Star dovesse avvicinarsi al porto.
Pochi giorni fa il Collettivo, che riunisce attivisti di vari paesi della sponda Sud del Mediterraneo, aveva allertato gli attivisti a proposito del probabile arrivo della C-Star appellandosi “a tutti gli attori della società civile, a tutti i responsabili, a tutti i marittimi, i guardacoste, a tutti i portuali, a tutte le parti interessate in Tunisia, Algeria, Libia ed Egitto, affinchè si oppongano all’arrivo della nave C-Star in uno dei nostri porti, a impedire che entri nelle nostre acque territoriali e a rifiutarsi di trattare o comunicare con il suo equipaggio”.
La C-Star, si legge ancora nel comunicato, appoggia l’iniziativa Defend Europe per “monitorare e denunciare l’attività illecita delle navi delle Ong” impegnate nel soccorso di migranti e “fermare i criminali che fanno affari con i trafficanti di uomini”.
“Riportare i migranti verso le coste libiche dove già molti di loro sono detenuti in condizioni disumane e ostacolare le attività delle ong e le operazioni di soccorso, mettendo così a grave rischio chi si mette in viaggio e, naturalmente, assicurarsi una chiassosa campagna di comunicazione”.
“Rigiriamo contro di loro lo slogan dell’operazione “Defend Europe“: che se tornino a casa, qui non sono i benvenuti! In Egitto, in Grecia e anche in Sicilia, gruppi di cittadini/e antirazzisti/e hanno già debellato i tentativi d’approdo della C-Star e ridicolizzato la sua propaganda. Si stanno avvicinando alle coste tunisine, allora facciamo la stessa cosa qui! “Defend Europe” — go home!” Con questo slogan, si conclude il comunicato del Collettivo.
A quanto riferiscono fonti della Capitaneria locale e della Guardia nazionale la C-Star non avrebbe ancora chiesto il permesso di attraccare a Zarzis.
Gli attivisti, già numerosi sulla banchina si domandano a questo punto dove mai potrebbe attraccare la nave in questione.
Escluso il porto di Djerba, inadatto ad ospitare una nave di 40 metri circa resterebbero solo i porti di Gabes e Sfax.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 8th, 2017 Riccardo Fucile
TORTURE, SOVRAFFOLLAMENTO, MALNUTRIZIONE, MALATTIE: MA PER IL GOVERNO SONO CAZZI LORO
Ora, non sono più solo “merce” buona per ingrossare gli affari milionari dei trafficanti di
esseri umani. Ora, la massa di disperati che affolla la rotta mediterranea è diventata anche “merce” politica utilizzata dai signori della guerra libici, mascherati da improbabili statisti, per essere riconosciuti dall’Europa come i nuovi “Erdogan”.
Sono almeno dodici, a quanto risulta all’HuffPost attraverso l’incrocio di fonti vicine al parlamento di Tobruk e a quello di Tripoli, i centri di detenzione nei quali vengono ammassati, in condizioni disumane, decine di migliaia di persone, senza distinzioni di età e di sesso, che dall’Africa subsahariana hanno raggiunto il Paese nordafricano.
Che vi sia una collusione tra elementi, anche ai livelli più alti, della Guardia Costiera libica e le organizzazioni dedite al traffico di esseri umani, l’HuffPost lo aveva denunciato in tempi non sospetti, e ora questa collusione è confermata anche dalle accuse della Procura di Trapani.
Ma il punto di svolta, quello su cui si fatica ancora a ragionare, è che una tragedia umanitaria si sta trasformando in un’arma del fare politica nello Stato fallito, e tripartito, di Libia.
Le fonti che hanno parlato con HuffPost concordano nel ricostruire un quadro nel quale affari e politica s’intrecciano indissolubilmente, chiamando in causa tutti i principali attori che, armi alla mano, si muovono nel caos libico.
Una parte, almeno sette, di questi centri di detenzione si trovano sul territorio controllato da milizie-tribù che ancora hanno giurato fedeltà al governo di Accordo nazionale guidato da Fajez al-Serraj, il premier sostenuto dall’Italia e riconosciuto, a parole, dall’Onu.
Gli altri cinque centri si trovano, invece, sulla costa attorno a Sirte e ai confini tra la Libia e la Tunisia, dove ad operare sono milizie e tribù che hanno come riferimento l’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar e, nel deserto tra Libia e Tunisia, nella sporca partita ci sono anche milizie jihadiste legate all’Isis.
Una delle più agghiaccianti case dell’orrore si trova a Sabratha, uno dei porti clandestini d’imbarco dalla Libia verso l’occidente, circa 70 chilometri a ovest di Tripoli e meno di 100 dal confine con la Tunisia. I migranti vengono rinchiusi in questo casermone, costretti a subire per mesi la crudeltà dei trafficanti di essere umani.
Altri due famigerati centri di detenzione si trovano nella località di Zuwara,, mentre tre si trovano in località Tajura. Zuwara è la nota località di imbarco utilizzata dalle bande di trafficanti, si trova a ovest di Tripoli. Tajura è 30 chilometri a est della capitale libica. Uno scafista marocchino, tunisino o egiziano riceve tra i 20 e i 30 mila euro per un viaggio e se riesce a riportare indietro la barca viene pagato il doppio.
Se lo scafista è qualcuno dei paesi sub sahariani non riceve alcun pagamento ma può viaggiare gratis. Controllare i centri di detenzione è diventato un aspetto fondamentale della battaglia che vede contrapposti Tobruk e Tripoli, Haftar e Serraj, come, se non di più, del controllo delle aree dove sono presenti i più importanti centri petroliferi della Libia.
Il “modello turco” sta facendo scuola in Libia: il “Sultano di Ankara”, al secolo il presidente turco Recep Tayyp Erdogan, ha usato i quasi 3 milioni di profughi siriani come arma di ricatto nei confronti dell’Europa, ottenendo in cambio 6 miliardi di euro oltre che il silenzio complice rispetto alla “Grande purga” perseguita da Erdogan all’interno. Ankara ha garantito un “tappo” alla rotta balcanica, come voleva la Germania, e ora sia Haftar che Serraj intendono replicare quel modello sulla rotta mediterranea. I disperati intercettati in mare e rispediti indietro diventano così ostaggi nelle mani dei potentati “politici” di Cirenaica, Tripolitania e Fezzan, oltre che arricchire gli schiavisti del Terzo millennio.
Dall’inferno libico giungono altre testimonianze che danno conto di una situazione sempre più degradata: i centri di detenzione sono paragonabili a veri e propri lager, nei quali le persone sono costrette.
“Una realtà – spiega Oxfam – fatta di abusi, torture e detenzioni illegali vissuta dalla gran parte dei migranti arrivati in Libia per mano di milizie locali, trafficanti e bande criminali”, già denunciata a luglio da Oxfam insieme ai partner Borderline Sicilia e Medu (Medici per i Diritti Umani). “Persone che arrivano in Libia – paese che non prevede alcun sistema di richiesta di protezione internazionale – fuggendo dalla violenza perpetrata nei loro confronti per trovare solo altra violenza”.
“A voi amici miei che vi trovate dalle parti dell’Algeria e del Marocco. In Libia non si scherza adesso, amici miei, non cercate neanche di metterci piede. E’ disastroso, 80 morti in un massacro non più di una settimana fa. Uccidono i neri per nulla”.
Sono le parole scritte sul profilo facebook di un immigrato di origini camerunensi ospite di un centro di accoglienza del Centro Sud Italia, parole corredate da una serie di foto raccapriccianti: uomini di colore decapitati, altri con il cranio fracassato, o cadaveri avvolti in coperte.
Tutti, comunque, abbandonati in strada, in un quartiere di Tripoli: la mattanza, spiega la nostra fonte, sarebbe avvenuta nel quartiere Gargaresh.
Bande criminali in lotta per il controllo del traffico di droga e prostituzione avrebbero aperto una faida in cui sarebbe morto anche un agente di polizia. Per questo le forze di sicurezza all’indomani sarebbero arrivate sul posto per dare una lezione alle gang, coinvolgendo però molti migranti che lì vivono: “C’è un posto in quel quartiere che si chiama Chad, dove ogni mattina i neri si riuniscono per recarsi a lavoro. E’ lì che è avvenuta la strage. Sono arrivati coi veicoli blindati, armati fino ai denti, ed hanno massacrato persone innocenti”.
“Fino a che non ci sarà in Libia uno Stato di diritto e un sistema di asilo funzionante bisogna assolutamente sospendere ogni collaborazione con la Libia”, ribadisce Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.
La stessa Amnesty International non può entrare nel Paese: “Non ci sono le condizioni per una nostra presenza, nè dal punto di vista della sicurezza, nè dal punto di vista politico”, spiega Noury.
Nel frattempo, Amnesty sta raccogliendo centinaia di testimonianze di persone scappate dalla Libia e tutte raccontano storie di schiavitù, compravendita di esseri umani, violenze verso le donne, in particolare quelle cristiane: vengono interrogate sul Corano e, se non sanno rispondere, vengono torturate e stuprate.
Se hanno un crocifisso al collo la loro sorte è segnata. E poi ci sono anche i rapimenti a scopo di estorsione: non rilasciano fino a che la famiglia del sequestrato non paga il riscatto. “Queste sono le persone che hanno urgenza di partire dalla Libia e che i Paesi europei stanno invece cercando di bloccare là “.
Cartoline dall’inferno. “Quando arrivi in Libia, quello è il momento in cui inizia tutto, quando cominciano a picchiarti”, racconta Ahmed, 18 anni, proveniente dalla Somalia e arrivato in Libia nel novembre 2016 attraverso il Sudan. I trasportatori si rifiutavano di dare da bere e a volte sparavano a chi supplicava un goccio d’acqua, come è successo a un gruppo di siriani che stava morendo di sete. “Il primo siriano morto era un giovane, poteva avere 21 anni. Dopo ci hanno dato da bere ma nel frattempo era stato ucciso un altro siriano di 19 anni”.
I trasportatori hanno rubato gli oggetti personali dei due siriani morti e non hanno permesso di seppellirli. Paolos, 24 anni, un eritreo arrivato in Libia nell’aprile 2016 attraverso Sudan e Ciad, ha raccontato che i trasportatori hanno abbandonato un disabile nel deserto, poco dopo essere entrati in Libia diretti a Sabha. “Hanno gettato un uomo dal pick-up lasciandolo nel deserto. Era ancora vivo. Era un disabile”, racconta Paolos.
“Sono stato arrestato da una banda armata mentre stavo camminando per la strada a Tripoli”, racconta H.R., 30 anni dal Marocco: “Mi hanno portato in una prigione sotterranea e mi hanno detto di chiedere il riscatto alla mia famiglia. Mi hanno picchiato e ferito diverse volte con un coltello. Violentavano regolarmente gli uomini”.
“Un giorno, un gruppo di soldati è entrato nella nostra casa”, ricorda K.M., 27 anni, originaria della Costa d’Avorio. “Mi hanno picchiata e sono stata violentata davanti a mio fratello e mia figlia”. Ramya, un’eritrea di 22 anni, è stata stuprata più di una volta dai trafficanti che la tenevano prigioniera in un campo nei pressi di Ajdabya, nel nord-est della Libia, dove era entrata nel marzo 2015.
“Dopo aver bevuto alcool e fumato hashish, le guardie entravano e sceglievano le donne. Poi le portavano fuori. Loro cercavano di opporsi ma quando hai una pistola puntata alla testa, non hai altra scelta se vuoi sopravvivere. Mi hanno stuprata due o tre volte. Non volevo perdere la vita”.
Antoinette, 28 anni, proveniente dal Camerun, ha descritto i trafficanti che la tenevano prigioniera nel marzo di quest’anno: “Non gliene importa nulla se sei una donna o un bambino. Ci picchiano coi bastoni, sparano in aria per metterci paura… Avevo con me un bambino, forse per quello non mi hanno stuprata, ma l’hanno fatto alle donne incinte e a quelle che viaggiavano sole”.
“Abbiamo sentito storie di migranti che sono stati costretti a seppellire vivi degli amici perchè si erano fatti male e non potevano camminare e i trafficanti, non volendo fardelli, li hanno costretti a seppellire vive queste persone, chiaramente sotto la minaccia delle armi e i loro amici non hanno potuto fare altrimenti”, afferma Flavio Di Giacomo, portavoce dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim).
Storie di corpi cosparsi di benzina e dati alle fiamme. Bastonate sulle piante dei piedi fino a spaccarli. Lesioni alle gambe, alle braccia. Sevizie di ogni tipo. Cadaveri abbandonati come spazzatura per le strade.
“Noi dalla pelle nera, ci chiamano animali. E ci trattano da animali”, racconta un ragazzo eritreo di 16 anni che ha trascorso quasi un mese e mezzo in un centro di detenzione. Racconta don Mussie Zerai, presidente dell’Agenzia Habeshia per la cooperazione e lo sviluppo: “Sono centinaia i profughi tenuti in condizioni di schiavitù a Kufra”, dove “sono costretti ai lavori forzati da uomini armati, che li costringono a maneggiare armamenti pesanti, pulire carri armati, senza cibo ne’ con un comunicato denunciava le inumane condizioni dei centri di detenzione libici dove, arbitrariamente, sono rinchiusi migranti, rifugiati e richiedenti asilo.
La scarsa ventilazione, il sovraffollamento e il trattamento degradante agito nei centri di detenzione a Tripoli e Misurata stanno provocando malnutrizione, malattie della pelle e delle vie respiratorie oltre a gravi problemi di salute mentale.
“In 40 anni di carriera non ho mai visto un orrore simile”, ha affermato il procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini, facendo riferimento ai racconti di torture e violenze di cui è accusato Osman Matammud, ritenuto il presunto aguzzino di un campo di raccolta migranti in Libia.
Gli orrori peggiori, durante i quali molti perdono la vita, raccontano di torture atroci come la cosiddetta “falaka”, effettuata colpendo le piante dei piedi con fruste o oggetti simili, che provocano ferite talmente profonde da impedire alle persone di camminare. E.I. 28 anni, dalla Nigeria, ha ancora i segni di indurimento della pelle perchè è stato costretto a continuare il viaggio trascinandosi sulle ginocchia. Vanno per la maggiore anche la tortura da film horror nota come sospensione “da macelleria”, appesi con i piedi in alto e la testa in basso o costretti ad assumere altre posizioni stressanti (ammanettamento, in piedi per un tempo prolungato).
Cartoline dall’inferno. Cartoline dalla Libia, dove trafficanti, generali e premier si arricchiscono o usano “politicamente” i disperati della terra.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 8th, 2017 Riccardo Fucile
LA LETTERA DENUNCIA DI REGINA CATRAMBONE
Nonostante sia parte integrante della storia umana e appaia come una caratteristica insita del genere umano, adesso viene presentata come fosse una tragica novità .
Ogni giorno veniamo letteralmente inondati di notizie, più o meno veritiere, che affrontano il tema dei flussi migratori nel bacino del Mediterraneo.
Sono questi, infatti, quelli che ci riguardano più da vicino perchè vanno a toccare i nostri assetti socio-economici e destabilizzare le nostre politiche nazionali.
Senza andare troppo indietro nel tempo fino a risalire alle numerose dominazioni arrivate proprio dal Mar Mediterraneo, basta osservare gli ultimi decenni per capire che quanto stiamo vivendo oggi in termini di flussi migratori non è altro che la prevedibile intensificazione di una tendenza connaturata in quest’area geografica.
Il mare che separa Africa ed Europa da sempre unisce culture e civiltà diverse che nel corso dei secoli si sono arricchite reciprocamente.
Quel tratto di mare da sempre viene percorso in una direzione e nell’altra, con la differenza che fino ad oggi troppo spesso gli spostamenti verso l’Africa sono serviti a instaurare regimi odiosi e sfruttare le risorse locali, mentre quelli che provengono dal continente africano rappresentano l’ultima speranza per chi non riesce più a sopravvivere nel proprio paese di origine.
Per me e la mia famiglia il punto di svolta è arrivato nell’estate 2013 quando, solcando in vacanza proprio la rotta fra Lampedusa e Tunisia, abbiamo visto una giacca beige probabilmente appartenuta ad una persona che non era arrivata a toccare la terraferma. Come molti, sapevamo dei naufragi e degli sbarchi sulle coste italiane ed eravamo consapevoli di quanto stesse accadendo in mare.
Davanti a quell’evidenza, abbiamo toccato con mano la realtà . Non potevamo più ignorare che le persone continuassero a morire per salvarsi. Dovevamo agire e dovevamo farlo al più presto.
Proprio da Lampedusa Papa Francesco ci esortava a evitare la globalizzazione dell’indifferenza che ci rende ciechi e sordi al dolore dei nostri fratelli e sorelle meno fortunati. Pochi mesi dopo il terribile naufragio del 3 ottobre 2013 con le immagini dei corpi riversi sulla sabbia immacolata ci motivò ulteriormente, così come l’appello del ministro degli Interni che chiedeva a società civile e Stati membri dell’Ue di non abbandonare l’Italia di fronte alle sfide che l’aspettavano.
Nel frattempo fu avviata la missione militare e umanitaria Mare Nostrum, con cui avremmo collaborato fino al suo termine. Le persone morivano in mare e quindi avevamo bisogno di una nave con delle caratteristiche tali da garantire il salvataggio e il post-soccorso insieme al trasporto delle persone salvate sulla terraferma.
In Virginia, abbiamo trovato la Phoenix che ha subito vari rimessaggi per adattarla alla sua nuova missione ed equipaggiarla con tutto ciò che potesse servire per prestare assistenza, soccorso in mare e a bordo durante la traversata verso il porto di sbarco assegnato.
Convinti dell’uso positivo che si può fare della tecnologia, i droni sono diventati gli occhi del MOAS fino all’ottobre 2016, permettendoci di ampliare di diverse miglia la nostra visuale in area SAR e di condividere con l’MRCC di Roma i dettagli raccolti. Nella missione attualmente in corso partita ad aprile 2017, invece, stiamo usando un velivolo per il monitoraggio marittimo dotato della stessa tecnologia che ci fornisce un quadro più preciso sulla situazione in mare.
Abbiamo agito come società civile e come famiglia che non accetta la tragica ed inutile eventualità delle morti in mare. Sapevamo di agire per colmare una lacuna dovuta alla mancanza di politiche europee condivise ed efficaci.
Siamo stati felici di vedere che altre organizzazioni hanno poi seguito le nostre orme e abbiamo sperato che la nostra presenza in mare non fosse più necessaria perchè nessuno sarebbe più stato costretto ad affidarsi a trafficanti senza scrupoli per arrivare in Europa dopo viaggi infernali.
Purtroppo, non solo è aumentato il numero di persone ammassate su imbarcazioni fatiscenti insieme a quello di chi si trova bloccato in Libia fra violenze ed abusi, ma la solidarietà stessa sembra essere diventata un crimine. Dopo mesi di turpiloquio mediatico e venti xenofobi che si sono abbattuti contro le organizzazioni umanitarie attive in mare e a terra, le uniche vere vittime sono ancora una volta persone vulnerabili e disperate che continuano a soffrire e a morire a terra e in mare.
La migrazione fa parte della storia umana e noi adesso ci troviamo di fronte a un momento di svolta in cui dobbiamo scegliere cosa consegnare alle future generazioni e come essere ricordarti dalla storia.
Vogliamo essere ricordati come coloro che lasciavano morire persone in fuga da guerre e povertà estrema fra insulti o indifferenza?
O vogliamo riscoprire la nostra umanità condivisa e iniziare un percorso a lungo termine che sradichi le cause stesse degli attuali flussi migratori, intervenendo nei paesi d’origine e integrando dignitosamente chi già si trova in Europa?
Per noi di MOAS, nessuno merita di morire in mare e siamo orgogliosi di aver salvato oltre 40mila vite umane in 3 anni.
Regina Catrambone
co-fondatrice del Moas
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Agosto 8th, 2017 Riccardo Fucile
MA NONOSTANTE LE PROVE SI AGISCE SOLO CONTRO LA NAVE IUVENTA CHE RACCOGLIE I PROFUGHI, NON CONTRO CHI INCASSA TANGENTI PER SCORTARLI FINO ALLA NAVE DELLA ONG: SIAMO AL RIDICOLO
“Consegne concordate di migranti, caratterizzate dalla presenza passiva di motonavi della
Guardia Costiera Libica“.
Una situazione “di grave collusione tra singole unità della Guardia Costiera ed i trafficanti di esseri umani”.
Ovvero le organizzazioni libiche che gestiscono la tratta.
Nel provvedimento di sequestro della Iuventa, la nave della ong Jugend Rettet accusata dalla Procura di Trapani di connivenze con gli scafisti, emerge il ruolo di quella che su questa sponda del Mediterraneo viene comunemente definita “Guardia costiera libica”, ma che a osservarla sulle coste di Tripoli è una galassia di milizie prestate al mare espressione di singoli potentati locali.
Una realtà complessa in supporto della quale è partita la missione navale approvata il 2 agosto dal Parlamento italiano
Scortano le barche carichi di disperati fino alle navi delle ong, assistono ai trasbordi e poi se ne vanno senza intervenire, neanche quando imbarcazioni non identificate presenti nel luogo delle operazioni “sparano raffiche di mitra”.
Comportamenti rendicontati dai pm di Trapani nel decreto di sequestro della Iuventa: “Alle 6.15 del 18 giugno 2017 — scrivono i magistrati ricostruendo uno dei tre episodi contestati alla Jugend Rettet — una imbarcazione non identificata ed una motovedetta della Guardia Costiera Libica hanno scortato 3 barconi pieni di migranti nella zona di mare al largo della località di Zwara ove stazionava la Iuventa per poi allontanarsi immediatamente dopo l’inizio delle operazioni di imbarco dei migranti a bordo della motonave, modalità che dimostrano inequivocabilmente l’effettuazione di una vera e propria “consegna concordata” di migranti”.
“La Guardia Costiera Libica — scrivono ancora i magistrati — ha assistito passivamente al trasferimento a bordo della Iuventa senza mai intervenire per procedere all’identificazione ed al controllo delle imbarcazioni utilizzate dai trafficanti durante le successive fasi di rientro”.
Un caso isolato? No.
Anche il 26 giugno i guardacoste di Tripoli presente ad un evento Search and Rescue finito sotto la lente d’ingrandimento dei magistrati: “Alle ore 06.00 una imbarcazione piena di migranti è giunta in acque internazionali nei pressi delle motonavi Iuventa e Vos Hestia (la nave di Save The Children, ndr), seguita dopo pochi minuti da un gommone con tre soggetti a bordo muniti di apparato ricetrasmittenti; uno dei tre soggetti riferiva in lingua araba a personale della Vos Hestia l’imminente arrivo di “tanta gente”, circostanza che si realizzava dopo pochi minuti con l’arrivo di barconi e gommone con a bordo centinaia di migranti”.
“Alle successive ore 08.00 — si legge ancora — giungeva una nave della Guardia Costiera Libica che non effettuava alcun tipo di operazione“, proseguono pm.
Che parlano nel caso della Iuventa di “consegne concordate di migranti, precedute da contatti tra le parti e caratterizzate dalla presenza passiva di motonavi della Guardia Costiera Libica”.
Anche i racconti dei testimoni ritagliano per gli uomini di Tripoli il ruolo di controllori delle operazioni ritenute illecite dalla magistratura italiana.
Il 1° giugno 2017 Pietro Gallo — operatore della ditta di security al lavoro sulla Vos Hestia la cui denuncia ha dato avvio al procedimento penale — dichiara ai pm che il 5 maggio “nella zona dei soccorsi c’erano 11 imbarcazioni di migranti. Erano presenti altri assetti quali Aquarius e Iuventa. Anche in questo caso nel tratto di mare era presente la Guardia Costiera libica. Inoltre c’era una imbarcazione più grande, senza segni di riconoscimento, con due mitragliatrici, una poppa e una a prua, che ha sparato alcune raffiche di mitra senza uccidere nessuno”. E senza che i militari libici muovessero un dito.
A pagina 145 il gip opera una distinzione illuminante: scrivendo delle “imprudenti ed illecite modalità di gestione dei soccorsi da parte della Jugend Rettet“, ne sottolinea la pericolosità “in caso di incontri con motovedette della Guardia Costiera in acque territoriali libiche non colluse” con gli scafisti.
Sottolineando, quindi, che una parte degli uomini addestrati dall’Italia per contrastare i traffici ha collusioni con le organizzazioni che speculano sui viaggi della speranza.
Come spiegano i magistrati di Trapani il comportamento della Libyan Coast Guard?
Con poche, precise parole: “Una scelta incomprensibile se non nell’ottica di una situazione di grave collusione tra singole unità della Guardia Costiera ed i trafficanti di esseri umani”.
Sono pezzi deviati, “singole unità ”, scrivono i magistrati.
Ma, alla luce della missione navale votata il 2 agosto dal Parlamento che prevede che navi della Marina militare saranno presto impegnate in suo “supporto tecnico e logistico“, il Viminale farebbe bene a spiegare bene di cosa si parla quando si parla di “Guardia costiera libica”: spiegare, ad esempio, che solo sotto il governo di Fayez Al Sarraj ce ne sono almeno due, una che fa riferimento al ministero della Difesa e una che risponde al ministero dell’Interno.
E magari mettere in chiaro che quella di Tripoli con cui Roma stringe accordi in cambio di motovedette, addestramento e qualche centinaia di milioni di euro è una realtà in via di formazione: una galassia di milizie prestate al mare ma soprattutto al miglior offerente, espressioni di potentati locali che dalla caduta di Gheddafi sono in lotta tra di loro per il controllo di traffici illegali, quello dei migranti in primis.
Una realtà complessa che l’Italia sta cercando di trasformare in forza di sicurezza affidabile, ma che oggi tale non è.
Se ne deduce che la Guardia costiera libica che prende mazzette per favorire l’immigrazione clandestina deie profughi non commette reati perseguibili dalla magistratura italiana, la nave che fuori dalle acque territoriali che accoglie i profughi come dalle norme di soccorso internazionali invece compie un atto illecito.
Interessante tesi giurisprudenziale, non c’è che dire.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 8th, 2017 Riccardo Fucile
I MERCENARI DELLA SOCIETA’ DI SICUREZZA PRIVATA E LE PRESUNTE ANOMALIE DELLA NAVE DIETRO L’OPERAZIONE DELLA PROCURA DI TRAPANI, MA EMERGONO DEI FALSI
Un link lega l’indagine sulla nave Iuventa con l’operazione della destra europea “Defend Europe”. E’ il contatto tra la società di sicurezza privata Imi Security Service di Cristian Ricci — ovvero il gruppo di contractor che ha denunciato le “anomalie” della nave Iuventa, facendo aprire il fascicolo della Procura di Trapani – con l’ex ufficiale della Marina militare Gian Marco Concas, uno dei portavoce di Generazione identitaria.
Esperto di navigazione e skipper, Concas è stato definito come il “direttore tecnico” dell’operazione navale della rete europea anti migranti, che in queste ora sta muovendo la C-Star nella zona Search and Rescue (Ricerca e Salvataggio) davanti alle acque libiche.
E’ apparso in un video della fine di luglio leggendo un comunicato ufficiale di Generazione identitaria, dove l’organizzazione si rivolgeva — con tono di scherno — alle associazioni antirazziste, all’Arci e alla redazione di Famiglia cristiana.
Il nome di Concas è inserito nel gruppo social ufficiale della società che nell’ottobre dello scorso anno inviò prima all’Aise (servizio segreto militare) e poi alla squadra mobile di Trapani la segnalazione sui movimenti “sospetti” della nave dell’Ong tedesca, sequestrata lo scorso 2 agosto dal Gip di Trapani.
Il gruppo non è aperto al pubblico, è collegato al sito web ufficiale della Imi e prevede l’approvazione della richiesta di iscrizione da parte degli amministratori.
L’elenco degli iscritti è invece liberamente consultabile, e composto da diversi contractor, molti dei quali con esperienze militari attive nel curriculum.
In sostanza si tratta dello stesso contesto di provenienza della società di mercenari inglese che ha fornito a Generazione identitaria la nave C-Star, ora in arrivo sulle coste libiche.
Il Gip di Trapani, nel ricostruire l’origine dell’inchiesta sulla nave dell’Ong tedesca Jugend Rettet, riporta il contenuto delle dichiarazioni di due contractor legati alla società Imi: “In particolare, Montanino Lucio e Gallo Pietro, operatori a bordo della motonave “VOS HESTIA” (appartenente alla ONG “Save the Children”) assunti temporaneamente quali dipendenti dell’agenzia “IMI Security Service” e le cui dichiarazioni hanno dato origine al presente procedimento penale…”.
Sono loro che per primi segnalano “talune anomalie del servizio di search and rescue svolto ad opera della “IUVENTA” riguardante le fasi decisive del soccorso in mare, spesso effettuate proprio a ridosso delle coste libiche”.
Lo fanno nel corso di un interrogatorio il 14 ottobre dello scorso anno. Da quel momento la Procura di Trapani inizia ad indagare sulla Iuventa.
In realtà la prima segnalazione i due contractor la inviano ai servizi di sicurezza italiani: “Durante un soccorso datato 10 settembre 2016 abbiamo inoltre notato che (…) si allontanava un gommone, dirigendosi verso le coste libiche con a bordo solo due uomini. (…) Di questa circostanza redigevamo una relazione che inviavamo all’Aise (il servizio segreto competente per il territorio estero, ndr)”.
Dopo il primo interrogatorio i magistrati di Trapani decidono di intercettare i telefoni dei due contractor e del titolare della Imi Cristian Ricci.
Quest’ultimo in una intercettazione del 27 febbraio scorso mostra di conoscere alcuni dettagli dell’inchiesta in corso: “Sì, ho visto che c’è un procedimento, una specie di reato aperto, ho visto anche chi è il procuratore”.
Risponde Gallo: “Sì, sì, è un’indagine internazionale, non è soltanto localizzata”.
LA STRANA INTELLIGENCE DI DEFEND EUROPE
Quello che oggi sorprende è la convergenza tra quella prima denuncia e il piano di azione di Generazione identitaria. Sul profilo Facebook del gruppo il 3 agosto è stato pubblicato un post, mentre sulle pagine di tutti i giornali scoppiava mediaticamente l’inchiesta di Trapani: “Il lavoro di intelligence di Gian Marco Concas, capitano di #DefendEurope, sull’operato delle #ONG comincia a dare i suoi frutti”, scrivono gli attivisti della estrema destra europea.
“La C-Star deve ancora arrivare alla meta, ma abbiamo già colto la Open Arms e la Golfo Azzurro con le mani nel sacco mentre operano nelle acque territoriali libiche, come ben evidenziato dai dati distanziometrici”.
Al post sono allegati due screenshot che risalgono alla fine di luglio; uno in particolare ha aspetti curiosi, se non inquietanti.
Mostra il tracciato su carte marittime della nave Open Arms, che arrivano fino a ridosso della costa libica. La data riportata è quella del 23 luglio scorso.
Un tracciato molto simile — sempre relativo a una presunta presenza della nave della Ong Open arms davanti alla costa libica — era già stato pubblicato sull’account twitter dell’organizzazione con il 25 luglio.
Quel dato era però falso, come ha raccontato Famiglia Cristiana che ha raccolto la testimonianza diretta di Marine Traffic, l’hub digitale che raccoglie e pubblica i dati di navigazione. Il trasponder della nave Open Arms era stato manipolato, hanno confermato i tecnici, da ignoti hacker.
Alcuni esperti di sicurezza informatica consultati da Famiglia cristiana hanno spiegato che l’operazione è possibile e diffusa, soprattutto ai fini di frode delle assicurazioni. Non solo.
Gli stessi esperti hanno spiegato come attraverso appositi software sia fattibile un attacco più sofisticato, in grado di sabotare i sistemi di navigazione di una nave a distanza, simulando una comunicazione radio da autorità marittime.
Gian Marco Concas risulta, nella pagina Facebook della IMI Security, come mebro della IMI stessa. La pagina in questione di FB è di un gruppo chiuso, non ci si può iscrivere liberamente, ma per esserne accettati occorre il consenso dell’amministratore del gruppo.
Rispetto ai contatti tra la società di contractor IMI — riconducibile agli operatori che hanno avviato le indagini sulla Iuventa — e il “capitano” di Defend Europe specializzato in intelligence marittima Gian Marco Concas, Famiglia Cristiana ha cercato di contattare la società telefonicamente e via email, già il 4 agosto, prima della pubblicazione dell’articolo.
Avevamo chiesto se la IMI Group – direttamente o attraverso altri dipendenti – avesse o avesse avuto rapporti con Gian Marco Concas.
Una mail di risposta da parte di IMI Security è arrivata il 5 agosto, a firma di Cristian Ricci, nella quale scrive: “Non abbiamo mai avuto nessun tipo di rapporto collaborativo o di conoscenza diretta con la persona che ci indica”.
Nell’immagine in nostro possesso però c ‘è lo screenshot dei membri di IMI Security nella pagina Facebook.
(da “Famiglia Cristiana”)
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Agosto 8th, 2017 Riccardo Fucile
FINISCE IN CARCERE PER CORRUZIONE, ORA LA LEGA NON LO CONOSCE
Fondi neri, corruzione, appalti pilotati: è per queste accuse che la Guardia di Finanza ha
eseguito una ordinanza di custodia cautelare in carcere per il sindaco di Torre del Greco (Napoli), Ciro Borriello, e di altre cinque persone.
Si tratta dei rappresentanti della società Fratelli Balsamo Srl e di altri due imprenditori di Torre del Greco. Secondo l’accusa, le investigazioni “hanno rivelato un mercimonio della funzione pubblica svolta dal sindaco”.
In carcere sono finiti anche due imprenditori, Massimo e Antonio Balsamo.
Ai domiciliari vanno invece Ciro Balsamo, Francesco Poeti e Virgilio Poeti.
Secondo l’accusa, il sindaco avrebbe avvantaggiato la ditta Balsamo. Nello specifico le indagini hanno documentato che la società F.lli Balsamo, si legge in una nota della Procura di Torre Annunziata, ha “costituito mediante escamotages contabili, fondi neri di denaro contante, funzionali a ripagare lautamente gli atti contrari ai doveri di ufficio posti in essere dal primo cittadino”.
Tali somme “venivano consegnate al sindaco nel corso di incontri mensili in luoghi appartatati, privi di copertura di cellulari, mediante passaggi da un’auto all’altra”. Nonostante tutto questo, gli incontri sono stati integralmente documentati con video-riprese e intercettazioni ambientali.
Ciro Borriello, eletto con una coalizione di centrodestra, aveva manifestato simpatie “leghiste” nei mesi scorsi, quando aveva dichiarato che le frasi contro i napoletani e la secessione erano “solo folklore”, e aveva poi espresso contrarietà all’accoglienza dei trecento migranti in arrivo dal piano di riparto nazionale.
In pieno stile leghista. “Creeranno solo numerosi problemi a Torre del Greco — sottolineava all’epoca al Fatto e poi aggiungeva — in Nigeria non c’è alcuna guerra civile, i migranti che arrivano lo fanno perchè nel loro paese guadagnano 40 euro al mese e da noi invece basta restare pochi minuti fuori a un negozio per guadagnare la stessa cifra. Gli immigrati non ci portano di certo ricchezza, io credo che 35 euro al giorno sarebbero felici di averli anche i torresi. Devono restare a casa loro” concludeva.
Borriello si era anche dimesso il 29 luglio scorso per contrasti con la sua maggioranza durante il voto sull’assestamento di bilancio: «Non è possibile andare avanti in condizioni del genere. La politica in città è morta. Sono dispiaciuto per quanto è accaduto, ho però la coscienza a posto: so di aver lavorato per la crescita della città ». Dario Del Porto su Repubblica racconta che negli ultimi tempi Borriello aveva più volte annunciato di pensare ad una nuova candidatura alla Camera.
Per questo si era avvicinato sempre con maggiori insistenze alle posizioni della Lega Nord di Matteo Salvini (hanno fatto il giro d’Italia le sue foto con il leader leghista durante il comizio partenopeo, tenuto da Salvini nel Palacongressi della Mostra d’Oltremare).
Ma l’ufficio stampa della Lega ora fa sapere che “nonostante le richieste per entrare in Noi Con Salvini, questo signore non è mai entrato e non si è mai tesserato”.
(da agenzie).
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Agosto 8th, 2017 Riccardo Fucile
TOTI E LO ZIO D’AMERICA DESIGNANO LUCA BIZZARRI A CAPO DELLA MAGGIORE ISTITUZIONE CULTURALE CITTADINA
Luca Bizzarri è il nuovo presidente del Palazzo Ducale di Genova.
E’ arrivata la conferma della nomina dell’attore comico e presentatore alla guida della più importante istituzione culturale cittadina: “Sarà l’attore Luca Bizzarri il nuovo presidente della Fondazione Palazzo Ducale — fanno sapere dalla sede di De Ferrari — Il nome è stato indicato in maniera concorde dal Comune di Genova e da Regione Liguria ed è stato comunicato oggi al termine di un incontro a cui hanno preso parte il Presidente di Regione Liguria Giovanni Toti, l’assessore regionale allo Sviluppo Economico Edoardo Rixi e il sindaco di Genova Marco Bucci”.
“Ho detto sà, alla fine di mille pensieri, per un motivo soltanto: perchè sono genovese e qualsiasi genovese, davanti alla possibilità concreta di impegnarsi per la propria città , avrebbe detto si — ha scritto su Facebook il comico.
Probabilmente un genovese si sarebbe fatto un esame di coscienza circa le capacità di assumere un incarico verso il quale non ha alcuna esperienza e qualifica, ma evidentemente per Bizzarri questo conta poco.
Genovese, 46 anni, cresciuto tra il Teatro Stabile e il cabaret dei Cavalli Marci e arrivato ad essere (in coppia con Paolo Kessisoglu) tra i volti più noti della televisione italiana, l’incarico di Bizzarri è stato fortemente voluto dal governatore regionale Giovanni Toti ma anche sponsorizzato dalle assessore alla cultura in Regione e Comune, Ilaria Cavo (altro volto Mediaset sbarcato nelle istituzioni liguri) ed Elisa Serafini.
In puro asse Mediaset, come in altri casi.
.A parole ndipendente, in tv (da Mtv, Mediaset fino a La7 e Rai, dove in autunno andranno in onda i nuovi episodi della sit come cult “Camera Cafè”), in passato molto critico con le giunte di centrosinistra cittadine, la scelta di Bizzarri come successore di Luca Borzani rappresenta una discontinuità rispetto al passato.
“Siamo contenti di questa decisione — ha commentato il sindaco di Genova Bucci — non per la volontà di andare contro il passato ma per prendere quel che c’è di buono dal passato e soprattutto per fare qualcosa per il futuro anche in altre direzioni. Perchè la cultura è fatta di tante cose e noi vogliamo che questo siano tante offerte diverse per i genovesi e per i turisti”.
Come se la cultura fosse un prodotto da supermercato.
Preferito (anche e soprattutto per questioni economiche, la collaborazione del presidente del Ducale è gratuita per statuto) alle candidature di Vittorio Sgarbi e Carlo Freccero, a dare il via libera alla nomina di Bizzarri è stata anche e soprattutto una lunga trattativa politica tra le forze di maggioranza, e l’ok decisivo dell’assessore regionale Edoardo Rixi, per conto della Lega, fino all’ultimo la forza politica meno convinta di affidare all’attore la guida della Fondazione per la cultura.
“Avremmo preferito altri, con profili diversi, ma non ci opponiamo — aveva già fatto capire sabato scorso il segretario regionale leghista, che nel ruolo aveva proposto anche il professor Paolo Becchi — Anche perchè fare meglio di Luca Borzani sarà difficile, e da parte nostra verrà solo supportato”.
Si tratta di nomina “positiva” anche per il Pd, ormai in ppeino delirio qualunquista.
Raffaella Paita, capogruppo dem in Regione Liguria, spiega: “è una persona capace, fu il gruppo del Pd in Regione a proporlo come componente dell’Assemblea del Teatro Stabile, dove si è formato artisticamente”. E allora siamo a posto.
Insomma una grande coalizione che alla fine ha scelto la persona meno adatta, come se gestire Palazzo Ducale e le scelte culturali e artistiche fossero materia di un comico che non si è certo distinto finora in idee per la città , a parte aprire locali commerciali per fini legittimamente privati.
Ci sarà da ridere, almeno questo lato non mancherà , come sempre nella giunta dell Gabibbo bianco e dello zio d’America.
(da agenzie)
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