Aprile 24th, 2018 Riccardo Fucile
“SE IMPEDITE AI CLANDESTINI DI ARRIVARE IN FRANCIA RESTANO IN ITALIA” … DOPO LA RIDICOLA MISSIONE IN NAVE, I PATACCARI DELLO SPOT ORA ENTRANO IN COLLISIONE CON I SOVRANISTI NOSTRANI
Durante la campagna elettorale Giorgia Meloni — dopo essere andata a fare visita al primo ministro
ungherese Viktor Orbà¡n — ha commentato dicendo che «tra patrioti europei ci si intende subito alla grande». La Meloni però ha accuratamente evitato di dire che l’Ungheria, come gli altri Paesi del gruppo di Visegrad, non sta rispettando le quote europee sulla ripartizione dei richiedenti asilo.
Risultato: quelli che arrivano nel nostro Paese e potrebbero essere trasferiti altrove rimangono in Italia.
Nei giorni scorsi un altro gruppo di “patrioti”, quelli di Defend Europe, ha organizzato un’azione identitaria sul Colle della Scala dove ha allestito un presidio per impedire ai migranti di valicare il confine italo-francese
La missione “Alpi” di Defend Europe è la prosecuzione della fallimentare operazione marittima a bordo della C-Star andata in scena — tra mille polemiche e molti imbarazzi — quest’estate nel Mediterraneo Centrale.
Non contenti di non essere riusciti a difendere il confine meridionale dell’Europa gli “identitari” si sono così trasferiti su quello tra Italia e Francia.
A partecipare a questa missione, che ha fatto grande sfoggio di uomini e mezzi (con elicotteri e droni) che vengono benissimo nei videoclip ma che non ha prodotto alcun risultato concreto, c’erano patrioti francesi, inglesi e italiani.
La sezione italiana di Defend Europe si chiama Generazione Identitaria ed è composta da attivisti convinti che in questo periodo storico sia in atto un’invasione.
Niente di meglio quindi che allearsi con altri patrioti europei. Se non fosse che quella dell’internazionale sovranista è solo una favola, un mito, che non ha alcuna corrispondenza con la realtà .
Perchè i nazionalisti europei hanno lo stesso obiettivo — ovvero tenere alla larga lo straniero — ma interessi contrapposti.
Un patriota francese che difende il suo confine dall’invasione non ha alcun interesse ad aiutare l’Italia ad occuparsi di gestire i flussi migratori e dare accoglienza ai richiedenti asilo.
Generazione Indentitaria di fatto ha collaborato ad un’operazione volta a tenere i migranti all’interno dei nostri confini nazionali.
Nel comunicato Generazione Identitaria prova a spiegare il senso dell’operazione vista dal di qua del confine franco-italiano: «Bloccare le rotte dei clandestini, in questo caso tra la Francia e l’Italia, renderà impossibile per loro raggiungere il nord Europa, tolto questo incentivo, i clandestini non avranno più motivo di voler sbarcare sulle coste della nostra penisola».
Un concetto che ovviamente non ha alcuna attinenza con la realtà . Perchè se è vero che tra stare in Italia e andare in Germania i migranti probabilmente sceglieranno la seconda opzione, è anche vero che in mancanza di alternative migliori l’Italia resta pur sempre un paese del “Primo Mondo” decisamente più appetibile rispetto al paese d’origine per chi scappa dalla guerra, dalla fame, dalle persecuzioni religiose o semplicemente vuole tentare la fortuna in un paese ricco come il nostro dove ci sono più possibilità .
Molti sovranisti italiani si sono accorti che la favoletta del “bloccare i confini per togliere l’incentivo” non ha senso.
E sono arrabbiati con Generazione Identitaria che ha fatto il gioco dei francesi.
Molti ricordano che è stata la Francia a bombardare la Libia nel 2011 e a causare la caduta di Gheddafi (mentre Berlusconi, da bravo identitario, si era opposto).
Sempre la Francia la settimana scorsa ha partecipato ai raid della coalizione anglo-americana in Siria contro Assad.
Dopo due giorni passati a incollare lo stesso commento in tutte le risposte Generazione Identitaria si arrende: “con le frontiere chiuse dall’estero, il governo italiano sarà costretto ad adottare le misure necessarie“.
A parte il fatto che le Defend Europe ha chiuso un piccolo tratto della frontiera e solo temporaneamente questa è una risposta che ricorda un po’ quella del marito che punisce la moglie evirandosi.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 24th, 2018 Riccardo Fucile
LA EX M5S GRANCIO VOLEVA SEDERSI NEL POSTO IN CUI SEDEVA LA RAGGI QUANDO ERA ALL’OPPOSIZIONE, MA I GRILLINI DICONO CHE DOVE LA POSATO LE CHIAPPE VIRGINIA E’ PARAGONABILE AL N° 10 DI TOTTI E LA POLTRONA DEVE INTENDERSI RITIRATA E NON DISPONIBILE
Nei giorni scorsi la consigliera ex 5 Stelle Cristina Grancio, esclusa dal gruppo M5S in Campidoglio, aveva espresso la volontà di sedersi sullo scranno di Virginia Raggi quando era consigliera di opposizione nella scorsa consiliatura.
Oggi, prima dell’Assemblea capitolina straordinaria sulla crisi di ATAC che era stata convocata per le 13, la maggioranza ha messo ai voti e approvato con 25 favorevoli e 8 contrari una decisione presa dal M5S in conferenza dei capigruppo per vietare alla Grancio di sedersi su quello scranno, ma anche nell’intera ultima fila di poltrone della zona che nella scorsa consiliatura era riservata ai pentastellati.
Successivamente alcuni consiglieri di opposizione, tra cui Giulio Pelonzi (Pd), Svetlana Celli (Rtr) e Giorgia Meloni (Fdi), si sono alzati e hanno ‘scortato’ Grancio sullo scranno della contesa.
Il presidente dell’Aula, Marcello De Vito, è stato costretto a sospendere la seduta per diversi minuti, tra le proteste della minoranza, per ristabilire l’ordine.
“Non partecipiamo a questi giochetti indegni sulle poltrone, state ritardando il dibattito su Atac”, ha risposto il capogruppo M5S, Paolo Ferrara, nonostante sia stato il ‘promotore’ della decisione della capigruppo e aveva paragonato l’ex scranno della sindaca “alla maglia numero 10 di Totti: non si può dare a nessuno”.
Dulcis in fundo, il consigliere Angelo Diario, dopo che il M5S ha votato la decisione in Aula, ha accusato gli altri consiglieri di “battersi” sull’argomento dello scranno, cosa che aveva appena fatto il suo gruppo.
“Lei presidente De Vito continua a sottolineare che è la capigruppo che decide — ha detto la consigliera dem Valeria Baglio — ma è il M5s che decide: decide lei e il consigliere Ferrara, perchè in capigruppo avevamo espresso tutti contrarietà a questa decisione. Se ci sono scranni liberi, e un consigliere vuole sedere in quegli scranni liberi, non capiamo che problemi ci sono ad acconsentire. Voi state impedendo che la consigliera Cristina Grancio si sieda negli scranni che erano occupati dal M5s nel 2013. È una vergogna che ci costringiate a votare questa cosa. Siamo in democrazia, tutti gli eletti vanno trattati alla stessa maniera”.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 24th, 2018 Riccardo Fucile
STUDIO FONDAZIONE MORESSA: GLI ALUNNI STRANIERI SONO IL 9,4%, UN AUMENTO DEL 44% IN DIECI ANNI
Cresce il “popolo dello ius soli”, si moltiplicano le nazionalità tra i banchi di scuola. L’Italia si fa
sempre più multietnica.
Lo dicono i numeri, al di là dei ritardi della politica e dei vuoti legislativi. Oggi nel nostro Paese, un alunno su dieci è figlio di immigrati. Ma è un esercito di bambini senza cittadinanza.
Sono sempre di più infatti i ragazzi e le ragazze possibili beneficiari della mancata riforma dello ius soli: oggi sarebbero ben 825mila.
Gli alunni stranieri.
A fotografare i “nuovi italiani” è uno studio della Fondazione Leone Moressa. A partire dagli alunni stranieri, che nell’anno scolastico 2016-2017 sono 826.091, pari al 9,4% del totale.
Negli ultimi 10 anni, il loro numero è aumentato di ben il 44%, mentre quello degli italiani è diminuito del 5,7%.
L’incidenza dei figli di immigrati è più alta nelle scuole di grado inferiore: nella scuola dell’infanzia e nella primaria supera il 10%. Interessante notare i nati in Italia: mediamente il 61%, ma più numerosi nella scuola dell’infanzia (85%) e nella primaria (73%).
Quasi un alunno straniero ogni cinque proviene dalla Romania (19%). Seguono Albania e Marocco. Quarti si piazzano i ragazzi cinesi.
Il record di Prato
A livello provinciale, in termini assoluti le grandi città sono quelle con più alunni stranieri (Milano, Roma, Torino). Più significativa però l’incidenza sul totale: il massimo si registra a Prato dove uno studente ogni 4 è straniero.
In questa graduatoria rientrano quasi tutte le province della pianura padana, comprese tra Lombardia ed Emilia. A livello regionale, il maggior numero di alunni stranieri si concentra in Lombardia (208mila). Seguono Emilia Romagna e Veneto, con oltre 90mila ciascuno. In genere, quasi tutte le regioni del Centro-Nord presentano un’incidenza superiore all’11%, mentre alcune del Sud scendono sotto il 3%.
Gli “orfani” dello ius soli.
La scorsa legislatura si è conclusa senza che il Senato ratificasse la cosiddetta “riforma in materia di introduzione dello ius soli”, già approvata alla Camera nell’ottobre 2015.
La normativa italiana sulla cittadinanza rimane così una delle più rigide d’Europa, riconoscendo lo status di cittadino ai figli degli emigranti residenti all’estero, ma non ai figli degli immigrati nati in Italia.
La mancata riforma avrebbe ribaltato questo principio, concedendo il passaporto tricolore ai “nuovi italiani”.
La Fondazione Moressa già nel 2017 aveva calcolato i potenziali beneficiari della riforma in circa 800mila. Secondo i dati 2018, quella stessa riforma avrebbe oggi un impatto maggiore: 825mila minori beneficiari immediati, più circa 58mila nuovi beneficiari ogni anno.
(da “La Repubblica“)
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Aprile 24th, 2018 Riccardo Fucile
“RIVEDENDO IL VIDEO MI SONO SENTITO UNA NULLITA’, NON CHIAMATEMI BULLO, TUTTA LA CLASSE SI COMPORTAVA COSI'”
Iniziano a fioccare provvedimenti per i 6 studenti bulli dell’ITC “Francesco Carrara” di Lucca che hanno offeso e minacciato in classe il professore di italiano e storia.
Tre saranno bocciati, due rientreranno a scuola a fine maggio e uno tra 15 giorni, sostenendo le prove di fine anno in maniera regolare
Nella puntata de Le Iene di domenica, l’inviato Andrea Agresti ha intervistato uno dei colpevoli.
A riportare significativi stralci dell’intervista è Il Tirreno.
“Quando ho visto il video mi sono sentito una nullità . Avevo l’aria di chi vuole fare il bullo, ma io bullo non lo sono.”
Un colloquio di un paio di minuti, quello consumatosi davanti alle telecamere di Italia 1, nel quale il giovane è sembrato pentito e vittima di influenze da branco.
“Mi dicevano “dai, fai casino, tanto verrai bocciato”. Mi incitavano ad andare avanti […] Ho sbagliato scuola. Ho chiesto di trasferirmi ma ormai non potevo più cambiare e allora sono rimasto lì. Sapendo che comunque sarei stato bocciato. Tutta la classe si comportava così. Ce ne erano veramente pochi che non lo facevano. Ed è stato così fin dall’inizio dell’anno.
Insomma, l’episodio incriminato non sarebbe stato un fatto eccezionale, bensì frutto di una malsana quotidianità .
“Cose come queste succedevano quotidianamente. Ci comportavamo male anche con altri professori, ma con questo ce ne siamo approfittati.”
Ora il ragazzo dice di voler chiedere scusa e di avere paura. Paura delle minacce che arrivano via internet.
Su Instagram persone di quarant’anni mi mandano messaggi come “Viene a Lucca, a fare il grosso, che ti si ammazza”. Ora i miei genitori hanno paura e non mi fanno uscire. Al massimo posso andare al campino a giocare a pallone.”
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 24th, 2018 Riccardo Fucile
PD SPACCATO, LUNEDI’ LA CONTA IN DIREZIONE… SE QUESTO E’ UNO STATISTA CHE GUARDA ALL’INTERESSE DEL PAESE SIAMO ALLA FRUTTA… L’ITALIA IN BALIA DI TRE MEGALOMANI
No all’accordo con il M5s. E’ questa la linea che i renziani porteranno in direzione nazionale,
organo che verrà convocato probabilmente lunedì prossimo.
Il segretario dimissionario del Pd, Matteo Renzi, oggi è nel suo studio a Palazzo Giustiniani. Era lì quando i quattro delegati del Pd, Maurizio Martina, Matteo Orfini, Andrea Marcucci e Graziano Delrio, hanno incontrato il presidente della Camera Roberto Fico, incaricato dal Quirinale di esplorare la possibilità di una maggioranza di governo nel perimetro Pd-M5s.
Renzi in prima persona ha deciso di non parlare in questi giorni. Manda avanti i suoi, compatti a dire di no. Il partito è spaccato. La direzione si annuncia come resa dei conti interna tra i renziani e i ‘dialoganti’, l’area che va da Dario Franceschini a Maurizio Martina, favorevoli invece ad aprire il tavolo del confronto con i pentastellati.
Del resto, la scelta di chiedere tempo a Fico e convocare la direzione è l’unica via d’uscita in mancanza di accordo interno.
Arriva a monte di discussioni interne funeste: i quattro delegati del Pd sono arrivati dal presidente della Camera senza una posizione comune. Eppure ne hanno discusso fino all’ultimo, in una riunione al Nazareno, finita poco prima del loro incontro con la seconda carica dello Stato, incontro iniziato alle 14.30 e durato circa 45 minuti. Addirittura non sono nemmeno arrivati insieme, che sarebbe cosa normale vista la breve passeggiata dal Nazareno a Montecitorio. Niente.
A quasi due mesi dal voto del 4 marzo, nel Pd si avvicina il momento cruciale: la conta in direzione tra due linee diverse.
I renziani tengono sul no. Che non vuol dire Aventino per sempre. Significa semplicemente che le condizioni per un accordo politico con il M5s non ci sono.
La posizione potrebbe scongelarsi solo di fronte ad un altro schema, un eventuale appello alla responsabilità da parte di Sergio Mattarella o una proposta di governo da parte dello stesso presidente della Repubblica. Potrebbe.
Intanto nell’incontro con Fico, i quattro Dem nemmeno sono arrivati al punto dolente, cioè la premiership di Luigi Di Maio, indigesta a tutti nel Pd.
Si sono fermati prima e hanno chiesto tempo: ma questo non vuol dire che i renziani si preparano a dire sì. Anzi.
Davanti ai giornalisti, nella sala di Montecitorio che ospitò chi aveva scelto l’Aventino contro il fascismo dopo l’omicidio Matteotti, Martina si mantiene sul vago.
“Abbiamo ricordato i nostri cento punti di programma elettorale, ma la direzione approfondirà un possibile percorso con il M5s”.
Un partito spaccato non può permettersi di più, se non rimandare la discussione alla sede deputata: cioè la direzione, l’organo che il 5 marzo scorso ha votato all’unanimità la linea dell’Aventino.
E per Martina è già una sconfitta il fatto di non aver potuto porre a Fico i tre punti di programma lanciati la scorsa settimana: allargare il reddito di inclusione, misure per le famiglie e per il lavoro.
No, per i renziani i punti restano cento, quelli del programma elettorale. Messa così, il confronto inizia in salita, ammesso che inizi.
Dice il capogruppo al Senato Marcucci: “Se il mandato sarà quello di verificare le carte del M5s, saranno i 100 punti del programma del Pd a stabilire le basi di partenza della discussione”.
Tradotto: “Partiamo da distanze molto marcate​ proprio sui temi, oltre che sul concetto della democrazia. A meno che i Cinque stelle non cambino idea sul jobs act, sugli 80 euro, sulle riforme, i punti di contatto sono pochi e superficiali”.
“Non trovo un solo punto di contatto tra noi e loro, abbiamo programmi incompatibili a partire da lavoro, scuola e salute. Troppe cose ci dividono, le distanze sono incolmabili”, dice Alessia Morani, deputata renziana del Pd che stamane alla buvette, di fronte agli occhi increduli dei presenti, si è imbattuta in una discussione accesa con Francesco Boccia, deputato dell’area Emiliano, favorevole al dialogo con il M5s fin dalla notte della debacle elettorale.
Insomma, il Pd si avvia alla conta finale. I renziani sono convinti di avere ancora la maggioranza in direzione.
Il mandato di Fico si avvia al fallimento.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 24th, 2018 Riccardo Fucile
MARTINA APRE A UN’INTESA SU ALCUNI PUNTI PROGRAMMATICI, CADE IL GELO TRA GRILLINI E PD
“Se i 5Stelle confermano la fine di qualsiasi tentativo di un accordo con la Lega, siamo disponibili a valutare questo nuovo e importante scenario”. Apertura di Maurizio Martina a un’eventuale collaborazione con gli M5s per provare a formare il nuovo governo.
La via per provare a “scongelare” il partito passa anche da una chiamata corale: “Ci impegniamo ad approfondire questo percorso di novità con tutto il partito, coinvolgendo in primo luogo i nostri gruppi dirigenti. E la direzione nazionale deve essere chiamata a valutare ed eventualmente deliberare un percorso nuovo”.
Decisivo, dunque, il passaggio in direzione. Il segretario reggente del Pd ha parlato al termine della consultazione con il presidente della Camera Roberto Fico, incaricato di sondare l’ipotesi di un governo M5S-Pd. Faccia a faccia durato poco meno di un’ora e finito alle 15,30. Alle 18, l’altro incontro istituzionale della giornata, con gli M5s.
Il segretario Martina ha detto anche altro, delineando i paletti dell’eventuale azione comune: “Abbiamo ribadito al presidente Fico che l’asse di riferimento fondamentale gira attorno ai 100 punti del programma del Pd, e in particolare nelle tre sfide essenziali richiamate durante le consultazioni al Quirinale”, quindi “l’Italia è chiamata a scegliere se contribuire a un stagione europeista o se ripiegare sul sovranismo. Noi siamo per un lavoro deciso perchè l’Italia contribuisca, assieme alla Francia e alla Germania, a una nuova agenda europea; il rinnovamento della democrazia, al di là della deriva plebiscitaria; le politiche del lavoro e di contrasto alla povertà e alle diseguaglianze” rispettando “gli equilibri di finanza pubblica”.
Insomma, ha concluso Martina, “siamo ad un passaggio di fase potenziale, aspettiamo ora delle vere risposte su questi temi fondamentali”.
Nella delegazione dem oltre al segretario reggente, Maurizio Martina, il presidente del Pd, Matteo Orfini, e i capigruppo Andrea Marcucci e Graziano Delrio. Marcucci, capogruppo al Senato, e Orfini, presidente del partito, renziani, avevano più volte manifestato perplessità sul dialogo con M5s; Martina aveva chiesto un dialogo, ma senza ambiguità , mentre il ministro Delrio – considerato un renziano moderato – non aveva chiuso a priori: nei giorni scorsi aveva anche auspicato un referendum tra gli iscritti sulle possibili soluzioni di governo.
Prima dell’incontro con Fico, si erano tutti riuniti al Nazareno: un vertice che alcune fonti dem raccontano assai vivace. Marcucci e Orfini avrebbero sostenuto la necessità di tenere una linea più cauta e ferma, mentre il segretario Martina caldeggiava l’apertura al dialogo con i Cinque stelle, a patto della chiusura del forno con la Lega.
Alla fine, con Delrio e Guerini mediatori, si è giunti a una sintesi su tre punti: stop chiaro al “forno” tra M5s e Lega, far partire la discussione dai cento punti del programma elettorale del Pd (che vuol dire non ‘abiurare’ quanto fatto dai governi di Renzi e Gentiloni) e far passare la scelta con un voto della direzione Pd.
Direzione di cui si ipotizzano anche i possibili giorni di convocazione: mercoledì 2 maggio o, più presto, il 30 aprile.
In mattinata si era espresso anche il ministro uscente dello Sviluppo economico Carlo Calenda,con una battuta: “Vedo il serio rischio che il Pd sia troppo antisistema per allearsi con M5s attuale”, aveva scritto su Twitter.
Sul fronte cinquestelle, è stato Emilio Carelli, ospite di Agorà , a tenere aperto il “forno” con il Pd: “È imprenscindibile la figura di Renzi, perchè Renzi è una figura ancora importante come leader del Partito democratico. Salvini in questi giorni si è autoescluso”.
E sottolinea che il M5s non è disposto “ad ammucchiate, a governi di larghissime intese. Noi puntiamo ad un governo politico che governi il Paese”.
Ancora più esplicito il deputato grillino Carlo Sibilia: “Archiviata l’esperienza Salvini che ha preso la sua decisione di restare legato a Berlusconi, ora credo che non ci siano più impedimenti per far avviare un governo M5s-Pd. I nostri programmi hanno diversi punti di contatto”.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 24th, 2018 Riccardo Fucile
LA FIGLIA DI PAOLO: “LE ISTITUZIONI COINVOLTE AL MASSIMO LIVELLO”
Il primo pensiero di Fiammetta Borsellino, dopo aver saputo delle condanne per il generale
Antonio Subranni e per gli altri, è stato per la madre Agnese Piraino, scomparsa nel 2013 dopo una lunga malattia.
Sua madre riferì ai pm quel che suo padre le aveva detto poco prima di morire sul comandante del Ros Angelo Subranni: che era punciuto, cioè in qualche modo legato alla mafia.
Allora fu attaccata duramente e poi Subranni fu prosciolto a Caltanissetta per concorso esterno in associazione mafiosa. Ora è stato condannato per la Trattativa a 12 anni.
Mia madre raccontò ai magistrati solo quello che mio padre le aveva detto. Fece il suo dovere ma fu attaccata duramente. Mi fa fatica anche ricordare.
Il generale Subranni, 80 anni, nel 1992 era il capo del Ros. Venerdì scorso è stato considerato colpevole di avere veicolato con il generale Mario Mori e il colonnello Giuseppe De Donno, la minaccia della mafia allo Stato. Sua madre potrebbe essere stata ritenuta attendibile?
Bisogna aspettare le motivazioni però ricordo le parole di Subranni. Disse che mia madre era malata di alzheimer e non era vero. Nè lui nè gli avvocati nè alcuni commentatori ebbero la minima forma di rispetto verso di lei.
Questa sentenza è importante?
Certo che è importante. Attesta il coinvolgimento a un altissimo livello di soggetti dello Stato con comportamenti che hanno esposto mio padre davanti alla mafia quale bersaglio da eliminare.
Pensa che ci possa essere stata una relazione tra la trattativa avviata dal Ros dei carabinieri dopo la strage di Capaci e la strage di via D’Amelio il 19 luglio 1992?
C’è un intero capitolo del processo Borsellino quater dedicato alla Trattativa come possibile movente dell’accelerazione dell’uccisione di papà . Non sono solo io a pensarlo.
Pensa che suo padre sia stato eliminato perchè era un ostacolo per il dialogo tra pezzi dello Stato e la mafia?
Certamente Totò Riina era determinato a uccidere mio padre, ma penso che l’accelerazione sia stata utile anche per altri apparati non appartenenti a Cosa Nostra che avevano interesse a eliminarlo. Il depistaggio, che è ormai acclarato, delle indagini sulla strage di via D’Amelio, potrebbe essere letto come la continuazione di un modo di operare che si intravede già nella Trattativa. E poi rimane il grande dubbio sulla sparizione dell’agenda rossa. Non dimentichiamo che a prendere la borsa di mio padre, il 19 luglio in via D’Amelio, sono state sempre persone appartenenti ai carabinieri.
La Procura di Caltanissetta sta valutando se sia il caso di riaprire le indagini sulle stragi del 1992 e sui “mandanti esterni” alla mafia. Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi sono già indagati a Firenze per le intercettazioni in carcere del boss Graviano. Secondo i pm e la Dia di Palermo, Graviano in carcere parlerebbe di qualcuno che gli ha chiesto una “cortesia” e in quel contesto nominerebbe Berlusconi. La condanna di Dell’Utri potrebbe spingere a riaprire l’inchiesta anche a Caltanissetta?
La sentenza sulla Trattativa condanna Dell’Utri perchè avrebbe avuto un ruolo nei riguardi del governo Berlusconi nel 1994 e anche io ho letto le intercettazioni in carcere di Giuseppe Graviano che sembra fare riferimenti a Dell’Utri e Berlusconi. Anche su questo punto penso che debbano essere fatte tutte le verifiche del caso. Penso che dopo tanto tempo è stato sistemato solo un primo tassello. È importante ma deve essere letto insieme agli altri per comprendere il quadro complessivo. Certo una cosa è sicura: lo Stato esce a pezzi da questa sentenza.
La sentenza fotografa uno Stato che ha trattato con la mafia, però a fare la foto oggi c’è uno Stato che ha avuto il coraggio di fare un processo difficile…
C’è uno Stato che ha fatto il proprio dovere. Questo processo non è una cosa strana. In uno Stato normale, fondato sul principio di legalità , questa sentenza dovrebbe essere considerata normale.
Un grande esperto di diritto penale come il professor Fiandaca ha sostenuto che i carabinieri del Ros, anche se avessero cercato il contatto con la mafia per far cessare le stragi, potrebbero avere agito nell’ambito del lecito se non addirittura del “doveroso”. Lei che ne pensa?
Non credo affatto che questo modo di porsi rispetto alla mafia sia lecito. Uomini come mio padre ritenevano di doversi opporre alla mafia fermamente. Non avrebbe mai accettato una cosa simile.
Dopo la lettura del verdetto, il procuratore Vittorio Teresi ha dedicato questa sentenza a Paolo Borsellino e a Giovanni Falcone.
Sono morti per il loro alto senso di fedeltà allo Stato, si meritavano questo e altro. Però questa sentenza è un punto di partenza, non di arrivo. Mi auguro che i magistrati continuino a lavorare per giungere a una verità non solo storica ma anche giudiziaria. Non ci voleva una sentenza per capire che questi comportamenti erano riprovevoli moralmente. Questa sentenza è il primo passo per stabilire che sono anche reati gravi.
(da agenzie)
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Aprile 24th, 2018 Riccardo Fucile
RICORDANO “TOTO’TRUFFA”, QUANDO IL PRINCIPE DE CURTIS TENTAVA DI VENDERE LA FONTANA DI TREVI A QUALCHE SPROVVEDUTO
Sullo schermo della politica italiana stanno scorrendo con una certa accelerazione le immagini di coda del non propriamente apprezzato remake di un classico della comicità napoletana.
Quel “Totòtruffa 62”, in cui il principe Antonio De Curtis (appunto, in arte Totò), con l’assistenza di Nino Taranto, tentava di vendere a qualche sprovveduto la fontana di Trevi.
D’altro canto, l’attuale aggiornamento della sceneggiatura prevede secondo me la virtualizzazione del “pacco”: non più storici marmi, bensì quel papello di pura astrazione, denominato “contratto”, che per un mesetto l’imperturbabile Luigi Di Maio, avendo come spalla un amministrativista dal nome improbabile e probabilmente d’arte (Giacinto Della Cananea, presumibile rivisitazione di Don Vincenzo ‘o Fenomeno in “Operazione San Gennaro”), ha tentato di rifilare indifferentemente a destra e sinistra; a Matteo Salvini e Maurizio Martina.
Nella migliore tradizione magliara che risale all’Italietta del dopoguerra.
Operazione largamente pasticciata, che non ha mai subornato i diretti destinatari; ma per qualche tempo seduceva alcuni commentatori fiduciosi nel “nuovo che avanza, a prescindere”.
Oltre la folla in diminuzione (Molise docet) dei credenti, altrettanto “a prescindere”, nelle doti taumaturgiche del re travicello piovuto nello stagno pentastellato per volere del Giove biteste Grillo-Casaleggio; virato a manichino.
Già la scelta del primo destinatario della profferta appariva temeraria, al limite del contro natura, se solo ci si fosse liberati dalla fregola di fare l’affare ad ogni costo. Magari analizzando l’effettivo campo del gioco politico rinunciando alle cavatine dei consulenti accademici che officiano il pensiero benpensante; dal bocco-nume milanese e romano (Luiss), ai campus tipo Cepu.
Partendo degli evidenti flussi elettorali che hanno accompagnato il 4 marzo scorso i successi molto relativi dei non-vincitori (che pure si sono proclamati tali): se il M5S cresce intercettando una larga messe di voti in libera uscita dall’ectoplasma Pd renziano, come non scorgere che l’avanzata della Lega è in larga parte dovuta alla cannibalizzazione dell’estrema destra neofascista; con in testa CasaPound, a lungo corteggiata da Matteo Salvini e poi prosciugata.
Come poteva sperare il manichino travicello di coniugare la strategia leghista, di colonizzazione dello spazio politico fortemente orientata a destra, con il vecchio trucco, su cui Ugo La Malfa campò per anni (ma in una posizione subalterna a Dc e Pci), della “politica dei contenuti”?
Il non confezionabile paccone in cui si pretendeva di mettere insieme flat tax e reddito di cittadinanza. “Le grandi cose” di cui fino all’ultimo ha cinguettato Di Maio.
Nel frattempo si provava a rilanciare l’offerta aggiungendo nella confezione in vendita anche una mercanzia dell’antica manifattura Andreotti, sopravvissuta ai terremoti della Prima Repubblica: l’infausta teoria dei “due forni”, apoteosi (a propria insaputa?) del più smaccato cinismo.
Tanto che non ha torto l’ologramma del segretario pro tempore dei democratici quando chiede sommessamente al pazzariello in giostra di porre fine alla girandola imbonitoria. E scegliere un destinatario dell’offerta.
Ora dobbiamo prepararci alla proiezione di un altro film.
Forse qualche spezzone di “Miseria e nobiltà ” (1954), in cui Roberto Fico nella parte di Felice Sciosciammocca si propone quale sensale di un matrimonio in cui nessuno crede.
Una farsa destinata a finire, non si sa bene se in riso o in pianto. Con il passaggio all’inevitabile sceneggiatura affidata per disperazione al presidente Mattarella; e a un governo di suoi precettati.
Questa volta con l’intera popolazione italiana quale protagonista.
L’ennesimo remake, anche in questo caso tratto dalla filmografia del principe De Curtis: “I tartassati” (1959).
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 24th, 2018 Riccardo Fucile
A FRONTE DELLO ZELO CON CUI VENGONO ELIMINATI DOPO POCHE ORE QUELLI DI SATIRA SU DI MAIO E SALVINI
“Serafino, sei il nostro angelo”. La gigantografia del boss Serafino Cordaro, assassinato nel 2013,
capo del clan monopolista dello spaccio di droga a Tor Bella Monaca campeggia su un muro di un palazzo del quartiere, un caseggiato per giunta di proprietà comunale.
Da cinque anni è lì. Tutti lo sanno, nessuno lo toglie.
Ventiquattro ore invece ha campato il murale dello street artist Tvboy che aveva ritratto Di Maio e Salvini in un bacio appassionato.
Solerti sbianchettatori comunali furono inviati a ripulire lo scandaloso e imbarazzante bacio disegnato appena dietro Montecitorio.
Si potrebbe dire, e magari è effettivamente così, che quando il potere costituito è preso di mira e sbeffeggiato, si difende e risponde in un battibaleno.
Io invece credo che la disparità di trattamento abbia una spiegazione ancora più profonda e grave: il quadro che inneggia al capo degli spacciatori è dentro una comunità di invisibili, è ai margini della Capitale, nelle larghe periferie che il potere proprio non vede, di cui non s’accorge.
Desta scandalo o polemica, si dibatte e si ragiona solo su ciò che sappiamo, che conosciamo. Che appare, quindi che è.
E le notizie che selezioniamo, i fatti di cui ci occupiamo sempre più hanno poco a che fare con gli interessi dei più, le gioie o le pene di chi sta lontano dall’obiettivo.
L’Italia non è divisa in due dalla politica ma dalla vista di chi la abita.
La società che appare, rimpicciolita quanto si voglia, e quella invisibile, sempre più larga, ma che fa fatica a esistere.
Il boss ha la sua gigantografia, ma sta nel suo territorio, e chi vive là e magari non spaccia, non ruba, sceglie la legalità , non ha altra possibilità che delegare la sua vita, la tutela dei propri diritti e anche delle sue speranze a chi sta di qua, che nemmeno si accorge di lui, l’invisibile.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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