Destra di Popolo.net

SUL CORPO DI PAMELA E’ STATO TROVATO IL DNA DI UNA PERSONA SCONOSCIUTA, SI RIAPRE IL CASO DELLA GIOVANE UCCISA A MACERATA

Aprile 21st, 2018 Riccardo Fucile

TRE I PROFILI GENETICI TROVATI: UNO E’ DELL’UNICO NIGERIANO FINORA ACCUSATO DI OMICIDIO, UNO DEL “FILANTROPO” TASSISTA ITALIANO CHE L’AVEVA PAGATA CON 5O EURO PER UN RAPPORTO SESSUALE IL GIORNO PRIMA, IL TERZO E’ DI UNO SCONOSCIUTO

Chi altro c’era nell’appartamento di via Spalato 124 a Macerata il 30 gennaio scorso quando venne uccisa e fatta a pezzi Pamela Mastropietro, la 18enne romana che si era allontanata il giorno prima dalla comunità  terapeutica Pars di Corridonia?
Il ritrovamento del Dna di una persona non coinvolta nell’inchiesta, certificato dagli accertamenti del Ris dei carabinieri di Roma depositati alla Procura di Macerata, fa sorgere il dubbio che il cerchio delle indagini non sia stato chiuso.
Tre sono i profili genetici trovati sul corpo della giovane: uno è di Innocent Oseghale, 29 anni, il nigeriano che abitava nell’appartamento di via Spalato, che accompagnò la giovane ad acquistare una dose di eroina e che poi salì in casa con lei; un secondo appartiene a un tassista – non indagato – che il 29 gennaio, il giorno prima del delitto, si era intrattenuto con la ragazza; il terzo è di una persona al momento non identificata.
Oseghale ha lasciato impronte in casa e su uno dei due trolley nei quali era stato trasportato a Pollenza il corpo fatto a pezzi di Pamela; avrebbe lasciato nell’appartamento mansardato anche un’impronta plantare sul sangue.
Nessuna traccia invece degli altri due arrestati – Desmond Lucky, 22 anni, e Lucky Awelima, 29 anni – e del quarto indagato 38enne: tutti erano stati coinvolti inizialmente in particolare in base a contatti e celle telefoniche.
.Ora, in particolare sui responsi degli accertamenti dei Ris, i difensori di Lucky e di Awelima si apprestano a dare battaglia: gli indagati hanno sempre sostenuto di essere estranei ai fatti.
Altri particolari filtrano sulle cause della morte della ragazza e sulle sue condizioni prima del decesso.
Secondo gli accertamenti tossicologici eseguiti dal prof. Rino Froldi, avrebbe assunto eroina – con ogni probabilità  non per endovena – nei giorni precedenti alla morte: la conclusione deriverebbe dalle tracce di morfina trovate in varie parti del corpo ma anche dall’analisi del capello.
I medici legali però escludono la morte per overdose, in virtù del livello di concentrazione dello stupefacente; attribuiscono la causa del decesso alle due lacerazioni all’altezza del fegato riscontrate sul cadavere, inferte con un coltello dalla lama di oltre 10 cm.
Anche su questa ricostruzione le difese non concordano e sono pronte a sfidare l’accusa, offrendo scenari alternativi.

(da “La Stampa”)

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L’AIDA A TUNISI: “INVESTIRE QUI SIGNIFICA FERMARE L’INTEGRALISMO”

Aprile 21st, 2018 Riccardo Fucile

INTERVISTA ALL’AMBASCIATORE ITALIANO : “PORTEREMO LA SCALA AD AL JEM, COSI’ SI AIUTA LA DEMOCRAZIA TUNISINA”

“Fare diplomazia è anche portare per una settimana l’Opera italiana in Tunisia. Perchè ciò significa lanciare un segnale forte che tocca l’immaginario collettivo. E che aiuta a consolidare il processo democratico in un Paese così cruciale per noi”.
A parlare è Lorenzo Fanara, neo ambasciatore italiano in Tunisia.
L’HP lo ha intervistato in occasione della consegna dei premi agli imprenditori italiani che si sono maggiormente contraddistinti nel fare impresa nel Paese nordafricano, costruendo opportunità  di lavoro e dando speranza a un popolo giovane e alla sua giovane democrazia, nata sull’onda della “rivoluzione jasmine”, sette anni fa.
L’ambasciatore Fanara è giustamente orgoglioso del lavoro fatto dal “sistema Italia” in Tunisia, un sistema che ha saputo tenere assieme pubblico e privato, progetti finanziati dalla nostra Cooperazione allo sviluppo , e realizzati da Ong internazionali che si sono avvalse del lavoro di personale tunisino, e al tempo stesso sostenere l’intervento di soggetti privati in campi strategici, a cominciare da quello delle infrastrutture.
“Le imprese italiane presenti sul territorio tunisino sono uno strumento, importante, di politica estera”: è questo il filo conduttore del nostro colloquio che ha come sfondo suggestivo Tabarka, la città  dei pescatori e dei coralli, affacciata sul Mediterraneo, ai confini tra la Tunisia e l’Algeria.
E il Mediterraneo visto da qui è ancora mare nostrum, luogo di contaminazione e di dialogo tra culture, popoli, civiltà . L’occasione è data dalla consegna dei premi agli imprenditori italiani maggiormente impegnati in Tunisia.
Una serata pienamente riuscita, quella organizzata dalla Camera di commercio italo-tunisina, a cui ha presenziato, per il governo italiano, la sottosegretaria al ministero dei Beni e delle Attività  Culturali e del Turismo Dorina Bianchi.
Signor Ambasciatore, cosa significa per l’Italia e la Tunisia la presenza di tante aziende italiane nel tessuto produttivo del Paese nordafricano?
“Significa investire sul futuro, sulla nostra sicurezza. Perchè senza sviluppo la sicurezza resta fragile. Portare lavoro in Tunisia significa cercare di colmare o quanto meno restringere quella faglia apertasi nel Mediterraneo, dentro la quale è cresciuto in questi anni l’integralismo, il jihadismo, un estremismo che ha cercato di far leva sul malessere sociale per ingrossare le proprie fila. Consegnare oggi questi premi alle imprese italiane in Tunisia significa riconoscere loro quel ruolo importante, per certi versi decisivo, che hanno avuto e stanno avendo per dare più forza alla giovane democrazia tunisina”.
Il “sistema Italia” agisce praticamente a 360 gradi in Tunisia. L’intervento in settori quali le infrastrutture o l’agricoltura è abbastanza conosciuto e apprezzato. Ma qual è, invece, l’ambito rimasto un po’ più in ombra, almeno dal punto di vista mediatico, di cui Lei si sente più fiero?
“Direi senz’altro i progetti culturali che abbiamo realizzato o che stiamo in procinto di portare a compimento. Abbiamo provato a pensare in grande, non per presunzione ma perchè convinti che questo sia il modo migliore, più incisivo per lanciare un messaggio forte interno ed esterno alla Tunisia. Mi riferisco a progetti di grande impatto, capaci di colpire l’immaginario collettivo..”.
Qualche esempio?
“Il prossimo 7 luglio, porteremo la Scala ad Al Jem, un anfiteatro romano a sud di Tunisi. Il 30 giugno e il 4 luglio porteremo l’Aida, nella sua completezza, ad Al Jem e a Tunisi, con un’altra compagnia che utilizzerà  anche personale tunisino. Non è stato semplice realizzare questi, come altri progetti culturali, ma il nostro impegno è stato supportato dalla convinzione che così facendo la Tunisia, anche con il contributo italiano, dimostra di essere in grado di accogliere tanti turisti valorizzando le proprie bellezze, il proprio patrimonio archeologico e puntando sulla cultura. I Tunisini sono un popolo giovane, orgoglioso, fiero della propria identità  culturale e nazionale, e sta cercando di costruire una normalità  che in questi anni gli integralisti in armi hanno cercato a più riprese di attentare. Ma la gente non si è piegata. Ha reagito, si è rimboccata le maniche, e noi abbiamo cercato di dare il nostro contributo. E di questo l’Italia dovrebbe andar fiera”.
In un Mediterraneo lacerato, in un Vicino Oriente marchiato da guerre ed esodi biblici, la Tunisia appare come l’unico modello che non è stato spazzato via dall’integralismo o dalle controrivoluzioni che hanno portato al potere generali e autocratico. Dal suo osservatorio speciale, lei è forse la persona più adatta per fare un quadro della situazione. Le chiedo: a distanza di sette anni, cosa è rimasto in vita di quelle istanze di libertà  che sono state alla base della “rivoluzione dei gelsomini”?
“Anzitutto è rimasta in vita la democrazia, e non è davvero poca cosa se solo alziamo lo sguardo a ciò che avviene in altri Paesi vicini, come la Libia. Certo, è una democrazia giovane, con tutte le sue contraddizioni e fragilità . Ma è una democrazia che si sta irrobustendo, che si è dimostrata capace di tenere assieme forze che in altri Paesi mediorientali si sono divise e scontrate, e la nuova Carta costituzionale sta a dimostrarlo. Ma una democrazia, per consolidarsi, ha bisogno di un forte radicamento nel territorio e di migliorare le condizioni di vita della popolazione. Per quanto ci riguarda, come ‘sistema-Italia’ abbiamo cercato di contribuire al rafforzamento delle istituzioni democratiche con risultati incoraggianti. Vede, lei è in Tunisia in un momento cruciale della vita pubblica del Paese: agli inizi di maggio, si svolgeranno le elezioni amministrative che, per certi versi, acquistano un significato ancora più importante delle elezioni legislative, perchè significa votare per eleggere le amministrazioni di centinaia di città  e villaggi. E questo vuol dire radicare nel territorio la democrazia, selezionare una nuova classe dirigente che si cimenta con i problemi di tutti i giorni e ad essi cerca di dare risposta Significa che in Tunisia, la democrazia sta mettendo le sue radici”.
E questo in controtendenza con ciò che sta segnando la Sponda Sud del Mediterraneo, costellata di Stati falliti, o da un caos armato che favorisce l’affermarsi delle milizie jihadiste o di organizzazioni criminali che fanno del traffico di esseri umani il loro “core business”.
“Il quadro complessivo desta preoccupazione, ma non deve farci abbassare la guardia ma, al contrario, moltiplicare il nostro impegno. In questi anni, nel Mediterraneo si è realizzata una faglia segnata dall’emergere del fanatismo integralista che ha cercato di allargare ulteriormente questa faglia. Il nostro impegno, ognuno per ciò che può e gli compete, è quello di colmare o quanto meno ridurre questa faglia. E, torno a insistere su questo punto, la cultura è uno strumento fondamentale, perchè produce conoscenza, e non solo posti di lavoro, perchè valorizza ciò che unisce e non crea muri di ostilità “.
Ambasciatore Fanara, lei sa che in Italia c’è chi sostiene che le spese per la Cooperazione allo sviluppo siano soldi sprecati, un lusso che non possiamo permetterci. Discorsi che non riecheggiano solo nei bar ma anche nelle aule parlamentari. Le chiedo. Se dovesse spiegare ai politici, oltre che all’opinione pubblica, perchè oggi investire in Tunisia è necessario, e non solo utile, quali argomenti userebbe?
“Investire in Tunisia è essenziale per la nostra stessa sicurezza, perchè la Tunisia è la nostra frontiera Sud. Ma la Tunisia è anche il Paese più vicino alla Libia e soffre della situazione in quel Paese. Non è un caso che gli integralisti abbiano cercato più volte di destabilizzare la Tunisia, perchè sanno bene che l’affermarsi di un modello di democrazia plurale, inclusiva, il consolidamento di uno stato di diritto nel Sud del Mediterraneo rappresenta un argine ad ogni deriva jihadista. Una Tunisia destabilizzata avrebbe inevitabilmente un impatto sulla nostra sicurezza e per governare al meglio i flussi migratori. Altro che soldi gettati via. Lo sanno bene le aziende italiane che hanno scommesso sulla Tunisia. Una scommessa vincente”.

(da “Huffingtonpost“)

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ADDIO A JUNIO, IL MENESTRELLO CHE RESTERA’ SEMPRE NEI NOSTRI CUORI

Aprile 21st, 2018 Riccardo Fucile

ANIMATORE DELLA “COMPAGNIA DELL’ANELLO”, IL GRUPPO MUSICALE COLONNA SONORA DI UNA GENERAZIONE DI MILITANTI

È morto Junio Guariento. Ha combattuto come un guerriero fino all’ultimo contro la bestia nera, un tumore al pancreas che lo ha consumato lentamente.
Dopo un lungo viaggio di dolore e speranza, più forte dell’Anello del potere di Sauron, Junio se n’è andato.
Sessantacinque anni compiuti a gennaio, animatore con Mario Bortoluzzi del gruppo di Musica Alternativa La Compagnia dell’Anello, dopo l’esperienza del Gruppo padovano di Protesta nazionale, è stata la colonna sonora di intere generazioni e un fratello per molti.
La canzone del lago (dedicata al nonno Alfredo Subrizi torturato e fucilato nella questura di Bergamo 29 aprile 1945 “per avere creduto in un uomo”), Terra di Thule,   Jan Palach, Alain Escoffier, Il costume del cervo bianco, Il domani appartiene a noi, diventato l’inno ufficiale del Fronte della Gioventù a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 e ancora oggi cantato da ragazzini, padri e nonni.
Al chiuso di una stanza, nei raduni intorno a un fuoco, nei cortei, ai Campi Hobbit le musicassette di Junio, quelle che si srotolavano e si riavvolgevano con una penna bic, erano immancabili, quasi un feticcio.
Al primo Campo Hobbit nel 1977 a Montesarchio il battesimo della Compagnia dell’Anello con Junio, Mario e Stefania Paternò autrice dei testi e per molti   anni sua moglie.
Poi l’ingresso del tastierista Fabio Giovannini e del percussionista Adolfo Morganti con i quali si presenta al terzo Campo Hobbit nel 1980.
Folk e Fantasy: un connubio felice per uscire dal ghetto e dire quello che gli altri non dicono («Abbiamo iniziato nel 1974 a scrivere canzoni per la nostra gente, perchè per i “fascisti” non cantava nessuno.
Cantavamo la nostra rabbia, l’ingiustizia, l’emarginazione, ma eravamo anche catturati dal desiderio di gettare in faccia al potere tutta l’ironia beffarda dei nostri 20 anni»). Nessun autocompiacimento.
Tanta voglia di esserci, di vivere il proprio tempo senza rinnegare e senza torcicollo. Tante le tappe di un viaggio a perdifiato, mai convenzionale: il concerto a Trieste   in memoria di Almerigo Grilz, il Quinto Raduno della Contea a Roma, la Festa nazionale del Fronte Della Gioventù ad Assisi.
Dall’83, anno in cui lascia il gruppo, Junio ritorna a esibirsi da solo in concerto nel 1991. All’ultimo Campo Hobbit ha duettato con il francese Jack Marchal.
Negli ultimi tempi (viveva tra Bologna e la Futa, in mezzo a caprioli e cinghiali, poiane e ghiri, «ma un paio di volte a settimana scendo nel mondo civilizzato») si era dedicato con estro e passione alla lavorazione artistica del legno.
«Il legno — diceva — le sue vene, la sua linfa. Le idee e i progetti che diventano fatti. La musica, l’arte che, nello stesso istante in cui ne godi, è gia passata».
«Ricordo ma non vivo di ricordi, ne creo di nuovi».
I funerali di Junio Guariento si svolgeranno martedì 24 aprile al Tempio Votivo di Verona — chiesa di fronte alla stazione — alle ore 15,30.

(da “il Secolo d’Italia”)

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SONDAGGIO PAGNONCELLI: M5S IN CALO DOPO IL RISCHIO INCIUCIO COI RAZZISTI, RISALE IL PD

Aprile 21st, 2018 Riccardo Fucile

M5S   33.5%, PD 19.5%,   LEGA 19,5%, FORZA ITALIA 12,9%, FDI 4,3% … IL CENTRODESTRA NON SI SCHIODA DAL 37,5%

Dopo SWG, anche Nando Pagnoncelli registra che le consultazioni infinite per il nuovo governo frenano il MoVimento 5 Stelle e Luigi Di Maio.
Secondo SWG lo stallo è imputato soprattutto al M5S (oltre che a Berlusconi), per IPSOS la popolarità  del grillino è in calo.
Un calo che è dovuto alla politica dei due forni, che giocoforza aliena la simpatia di una parte dell’elettorato visto che mette sullo stesso piano Lega e Partito Democratico (scontentando entrambi).
Per questo l’apprezzamento di Salvini è sostanzialmente stabile, segno che nonostante le difficoltà , è riuscito a non scontentare i propri sostenitori.
Di Maio segnala invece un decremento più significativo: il suo indice di apprezzamento era del 49 poco meno di un mese fa, oggi è sceso di sei punti collocandosi al 43, un punto sotto il leader della Lega, perdendo il primato.
Lo stesso meccanismo si riverbera sulle percentuali delle preferenze in caso di voto, con il MoVimento 5 Stelle in lievissimo calo mentre la Lega, per il meccanismo del carro del vincitore, cresce leggermente a discapito degli altri partiti del centrodesta.
In tutto ciò c’è anche da registrare un incremento delle percentuali riservate al Partito Democratico, mentre LeU è in calo e oggi non passerebbe la soglia del Rosatellum.

(da “NextQuotidiano“)

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SONDAGGIO IXE’: IL GOVERNO M5S-LEGA NON CONVINCE NEMMENO GLI ELETTORI GRILLINI E LEGHISTI, LO APPROVA SOLO IL 23% DEGLI ITALIANI E APPENA IL 38% DEI VOTANTI M5S-LEGA

Aprile 21st, 2018 Riccardo Fucile

IL 56% DEGLI ELETTORI PD VUOLE RESTARE ALL’OPPOSIZIONE

Alla luce dei risultati elettorali dello scorso 4 marzo, gli italiani investono i due principali ‘vincitori’ della responsabilità  di governare il Paese: quasi la metà  (47%) indica il M5S ed il 40% la Lega.
Tuttavia una maggioranza che vede queste due forze in coalizione, con l’eventuale apporto di altri partiti a supporto, non appare così popolare ed è auspicata solo dal 23% degli elettori.
Inoltre, tra quanti hanno votato ciascuno di questi due partiti, l’ipotesi di un governo sostenuto dall’altro vincitore ottiene un consenso minoritario.
Tra gli elettori del M5S (che convergono sul veto a Forza Italia, inclusa in coalizione solo dal 4%), il sostegno della Lega al futuro Governo ottiene il 40% delle indicazioni.
E viceversa, tra i leghisti, il 38% include il M5S nella coalizione auspicata.
Anche le opinioni dei cittadini, dunque, riflettono la situazione di stallo, emersa nelle consultazioni.
Passando nel campo degli ‘sconfitti’, si deve infine segnalare come una quota consistente di elettori dl PD (44%) ritiene che il proprio partito non debba stare fuori dai giochi. Per una volta quindi, sembra che elettorato e forze politiche si muovano in modo del tutto speculare.

(da agenzie)

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INCIUCIO M5S-LEGA, ALCUNI ECONOMISTI GRILLINI MOLLANO DI MAIO: “MAI CON I LEGHISTI”

Aprile 21st, 2018 Riccardo Fucile

I DUE SERVI DI PUTIN SI ACCORDANO PER LE POLTRONE, MA NON TUTTI SI SONO VENDUTI A UNA POTENZA STRANIERA

Nelle telefonate e nei messaggi di ieri tra i leader di Lega e M5S due sono i concetti fondamentali: no a un governo istituzionale e no ad accordi col Pd.
Sul secondo punto è Salvini a insistere maggiormente, ma Di Maio è consapevole che se si aprisse davvero il «forno» coi dem con un incarico esplorativo a Roberto Fico le sue chance di arrivare a palazzo Chigi andrebbero in picchiata.
E così si torna ai giorni subito dopo il voto del 4 marzo, all’asse Salvini-Di Maio per un governo che, nelle intenzioni dei leghisti, dovrebbe tenere dentro anche Fratelli d’Italia.
Guidato da chi? La partita è apertissima.
Senza Forza Italia, i numeri delle urne indicherebbero Di Maio. Ma in casa Lega si ragiona sul fatto che «finora abbiamo fatto un lavoro enorme per i cinque stelle. Se rompiamo con Berlusconi per fare un governo con loro, non possono pretendere palazzo Chigi».
La corsa per la presidenza del Consiglio è sostanzialmente a tre: Di Maio, Salvini e Giancarlo Giorgetti, il leghista bocconiano e filo atlantico, volto istituzionale e poco ruspante del Carroccio, assai più gradito al Quirinale rispetto al leader leghista.
Da questa casella discendono tutte le altre. In queste ore negli staff dei due leader si sta iniziando a ragionare sull’ossatura di una possibile squadra.
Se la premiership andasse a Di Maio, Salvini sarebbe vicepremier e ministro dell’Interno e Giorgetti andrebbe all’Economia.
Tra i leghisti si fanno i nomi dell’avvocato Giulia Bongiorno per la Giustizia, di Armando Siri (ispiratore della legge sulla flat tax) per lo Sviluppo Economico o i Trasporti, di Claudio Borghi per l’Agricoltura e dell’economista Alberto Bagnai per l’Istruzione.
Le caselle non sono state assegnate e di qui alla possibile formazione del governo giallo-verde potrebbero variare parecchio. Ma la squadra leghista non prescinde da questi nomi.
Anche in casa M5S ci sono nomi su cui non si discute. Uno di questi è Alfonso Bonafede, deputato fedelissimo del leader. Avvocato, anche per lui si parla della Giustizia.
Un altro nome forte è Vincenzo Spadafora, neodeputato, consigliere politico di Di Maio e regista della fase due del M5S, quella che ha portato «Luigino» ad accreditarsi come uomo di governo, da Cernobbio alle cancellerie internazionali.
Un altro nome in ascesa è Stefano Buffagni, commercialista a Milano, ex consigliere regionale della Lombardia.
Della squadra presentata da Di Maio alla vigilia del voto, decisamente connotata a sinistra, si salverebbe il professore e neo deputato Lorenzo Fioramonti (Sviluppo economico), che ha lasciato la cattedra in Sud Africa per candidarsi col M5S.
Non ha mai escluso l’asse con Salvini: «Anche nella Lega hanno capito che il reddito di cittadinanza non è una misura assistenziale, ma aiuterebbe a riconvertire il sistema produttivo», ha spiegato.
La delicatissima casella degli Esteri dovrebbe toccare al M5S o a un tecnico. L’atteggiamento filo Putin di Salvini sul caso Siria sconsiglia infatti al Quirinale di nominare un leghista.
Il nome indicato da Di Maio, la professoressa Emanuela Del Re, è sparito dai radar. La scelta potrebbe cadere sul segretario generale della Farnesina Elisabetta Belloni, scelta da Gentiloni e stimata dai grillini.
Altre figure della squadra M5S, come l’economista Andrea Roventini, appaiono poco inclini a partecipare a un governo con la Lega.
Stesso discorso dovrebbe valere per l’economista keynesiano Pasquale Tridico, nemico del Jobs Act e indicato per il ministero del Lavoro. Per la Sanità  in casa Cinque stelle corrono due medici: l’attuale capogruppo alla Camera Giulia Grillo e l’oncologo Armando Bertolazzi.

(da “La Stampa”)

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GELO DI MATTARELLA, NIENTE INCARICO A SALVINI, TOCCHERA’ A FICO

Aprile 21st, 2018 Riccardo Fucile

PESANO I TENTATIVI FALLITI E IL DELIRIO SOVRANISTA

La prossima mossa dev’essere ancora annunciata, ma salvo colpi di scena non è difficile da indovinare: dopo Elisabetta Casellati, il Capo dello Stato metterà  quasi certamente in campo Roberto Fico.
Si affiderà  al presidente (grillino) della Camera come «pendant» della presidente (berlusconiana) del Senato.
Il percorso logico sarà  lo stesso. All’esploratrice che ieri è tornata da lui per riferirgli, Sergio Mattarella aveva chiesto di verificare se esiste una possibile maggioranza tra centrodestra e M5S. La risposta è stata zero spiragli, al massimo qualche spunto di riflessione.
Fico sembra destinato a ricevere lo stesso mandato della sua dirimpettaia a Palazzo Madama, però speculare: a lui verrà  sollecitata un’esplorazione sulla sinistra.
Dovrà  tastare il polso al Pd e capire se i «Dem» resteranno in eterno sull’Aventino oppure con i Cinque stelle accetteranno perlomeno di sedersi a un tavolo programmatico.
In pratica, come Indiana Jones davanti a un geroglifico, Fico dovrà  decrittare il «codice Renzi» che, finora, è stato più enigmatico di una sfinge.
Non conta il perimetro
Il nuovo mandato arriverà  tra un paio di giorni, probabilmente lunedì. Ma nei partiti già  si sta almanaccando sul suo «perimetro»: Fico dovrà  davvero limitarsi a indagare sul secondo forno (il Pd) dopo che l’altro (il centrodestra) ha chiuso, oppure da Mattarella gli sarà  consentito di lanciare un ultimo ponte tra Di Maio e Salvini? Sembra questione di lana caprina e, per certi versi, lo è dal momento che nessuno vieta ai protagonisti di approfondire questa ipotesi senza bisogno di Fico.
Comunque sia, sul Colle il quesito non appassiona. Ogni tentativo di riportare in vita l’asse grillo-leghista viene considerato lassù con notevole freddezza, se non proprio gelo.
E non solo per le posizioni filo-russe di Salvini che hanno messo in allarme tutte le cancellerie europee.
Moniti come quelli piovuti dagli Stati Uniti durante la crisi siriana sarebbe difficili da ignorare. E se davvero Salvini farà  un comizio a Nizza il primo maggio con Marine Le Pen, si può immaginare come la prenderebbe l’attuale inquilino dell’Eliseo. Chiunque abbia la testa sulle spalle non può non valutare l’impatto internazionale di un eventuale governo a trazione sovranista.
E ci sarà  certamente un motivo se, dalle parti del Quirinale, nessuno prende sul serio il pressing di Salvini, che a gran voce pretende di essere incaricato.
Tra i consiglieri del Presidente, l’interrogativo è: a quale titolo Mattarella dovrebbe metterlo alla prova?
Se il leader della Lega volesse dar vita a un governo centrodestra-M5S, sarebbe addirittura il quarto tentativo in un mese dopo ben tre fallimenti, dunque somiglierebbe tanto a una scusa per perdere altro tempo.
Qualora invece Salvini rompesse definitivamente con Berlusconi, quella sì che sarebbe una novità  importante.
Secondo alcune fonti parlamentari, la trattativa per mettere su un governo Giallo-Verde sarebbe molto avanzata, e addirittura potrebbe maturare entro il weekend.
Ma perfino in quel caso la Lega peserebbe per il suo 17 per cento, al massimo potrebbe trascinare con sè la Meloni.
Dunque, a rigore, l’eventuale pre-incarico conseguente a un accordo tra Salvini e Di Maio andrebbe conferito non a Matteo, bensì a Luigi che, elettoralmente, pesa quasi il doppio.
Per convincere Mattarella a cambiare metro di giudizio, il capo politico dei Cinque stelle dovrebbe compiere un clamoroso passo indietro che però, al momento, non pare alle viste.
Ricostruzione smentita
Insomma, per quanto Salvini faccia la voce grossa, i suoi ultimatum non stanno facendo tremare i vetri del Quirinale. Vengono considerati parte del gioco politico. Altra cosa sono le bugie, le maldicenze, le «fake news» che abbondano in questa fase politica.
Per esempio, il tentativo di addossare alla Casellati le colpe del fallito accordo tra centrodestra e Cinque stelle. Oppure certe altre voci fuori controllo. A questo proposito, dal Quirinale giunge una netta smentita alla ricostruzione, raccolta dalla Stampa in ambienti leghisti qualificati, del colloquio che ebbe luogo nel corso delle consultazioni tra il Presidente della Repubblica e la delegazione della Lega, guidata dal suo leader.
Viene in particolare escluso che Mattarella abbia espresso opinioni circa la presenza o meno del Pd nel futuro governo. E chi conosce il riserbo del Presidente, non può nutrire dubbi a riguardo.

(da “La Stampa”)

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IN MOLISE DECIDE LO “STRANIERO”: UN ELETTORE SU QUATTRO E’ RESIDENTE ALL’ESTERO

Aprile 21st, 2018 Riccardo Fucile

DOMANI IL VOTO NELLA REGIONE, MA SI GUARDA AL GOVERNO

Sono 331.253 gli elettori molisani chiamati domani ad eleggere il Presidente della regione e il Consiglio regionale. I maschi sono 162.936, le femmine 168.317. Rilevante la percentuale di molisani all’estero: sono 78.361.
Le sezioni elettorali sono 394. I consiglieri regionali da eleggere sono 20. Verrà  eletto Presidente chi otterrà  il maggior numero di voti senza ballottaggio.
Alla coalizione del presidente eletto sono garantiti almeno 12 seggi, ma non può ottenerne più di 14.
Sono escluse dalla ripartizione dei seggi le coalizioni di liste e le liste non riunite in coalizione collegate ad un candidato alla presidenza della Giunta regionale che abbiano ottenuto meno del 10% dei voti validi. Lo sbarramento per le liste che fanno parte di una coalizione è al 3%.
I 4 candidati alla presidenza della Regione Molise sono: Andrea Greco (M5S), Donato Toma (Centrodestra), Carlo Veneziale (Centrosinistra) e Agostino Di Giacomo (Casapound).
L’elettore, ha ricordato nei giorni scorsi la Regione Molise, dovrà  presentarsi al seggio con un documento di identità  e la tessera elettorale: chi non ha la tessera o l’ha smarrita può richiederla all’ufficio elettorale del Comune di residenza.
L’elettore può votare un candidato presidente, votare una lista e il voto si estende al candidato presidente collegato, votare un candidato presidente e una delle liste collegate. Non è ammesso il voto disgiunto. L’elettore può esprimere una o due preferenze per i candidati a consigliere regionale della lista prescelta scrivendo il cognome oppure il nome e il cognome in caso di omonimia.
Se esprime due preferenze queste devono essere di genere diverso: per una donna e per un uomo o viceversa. In caso contrario la seconda preferenza è nulla e resta valida solo la prima.
Grande favorito della vigilia in Molise è il M5s, che il 4 marzo ha ottenuto alle politiche il 44,8% staccando il centrodestra (29,8%) e il centrosinistra (18,1%, mentre Leu si è fermato al 3,7%).

(da agenzie)

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ARRIVA IL PRIMO STIPENDIO PER I PARLAMENTARI, SCENE DI GIUBILO PER 14.000 EURINI

Aprile 21st, 2018 Riccardo Fucile

IL PRIMO ACCREDITO AGEVOLAERA’ LE TRATTATIVE: FRANCIA O SPAGNA PURCHE’ SE MAGNA

Un articolo di Gianluca Roselli per il Fatto Quotidiano oggi racconta come hanno preso i deputati e i senatori, specialmente quelli alla prima legislatura, l’arrivo del primo stipendio: un totale di 13mila euro perchè dentro c’è anche l’ultima settimana di marzo, suddivisi in 5767 per l’indennità , 3500 di diaria, 2090 di rimborso spese di mandato e 1650 come rimborsi forfettari:
Insomma, una bella cifra, specialmente per chi, con le precedenti attività , non si avvicinava lontanamente a numeri simili.
A fine mese arriverà  lo stipendio anche ai deputati, così suddiviso: circa 6.000 euro di indennità  (anche questa maggiorata), 3.500 euro di diaria, 3.690 euro per il rimborso dei collaboratori, più altre conteggi trimestrali e annuali per i trasferimenti dall’aeroporto e le spese telefoniche. Totale: circa 14 mila euro.
Denari che rendono difficile pensare a un ritorno al voto.
“A parole sono tutti disponibili a tornare alle urne, poi, quando si riceve il primo stipendio, le cose cambiano…” , sussurrava qualche giorno fa nel bel mezzo del Transatlantico di Montecitorio Luca D’Alessandro, ex forzista poi transitato in Ala di Denis Verdini e quindi non rieletto. Insomma, sono proprio i neo eletti che potrebbero trasformarsi nella fascia di garanzia per non tornare al voto.
Quel cuscinetto che si frappone tra la XVIII legislatura e le urne.
“Dopo il primo stipendio si fanno anche accordi Kamasutra…”, diceva qualche giorno fa la giornalista Luisella Costamagna in tv.
Ed è proprio sull’opposizione alle urne dei neo eletti che fanno affidamento i leader politici. In primis, Silvio Berlusconi. Il quale non ha mai negato che il suo schema preferito — un accordo tra centro destra e Pd — si può reggere in Parlamento sulla ricerca di voti nel gruppo misto e tra coloro che non vogliono tornare al voto.
E i contatti con i nuovi, possibili, responsabili sarebbero già  avviati.
“Quando vedono il primo stipendio, s’iniziano a intravedere alleanze e coalizioni di governo dove prima non cresceva nemmeno l’erba…”, scherzano, ma non troppo, i cronisti sui divanetti di Montecitorio in queste convulse giornate di consultazioni.

(da “NextQuotidiano”)

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