Maggio 22nd, 2019 Riccardo Fucile
20 ANNI MAROCCHINO, HAMED AMIN ERA IN ITALIA SENZA PERMESSO DI SOGGIORNO DA ALMENO 1 ANNO E TRE MESI, GIA’ ESPULSO E RIENTRATO, DIVERSE DENUNCE PER FURTO, AVEVA DANNEGGIATO PURE UNA CASERMA DEI CARABINIERI… SE FOSSE STATO RIMPATRIATO LE DUE VITTIME DI MIRANDOLA SAREBBERO ANCORA VIVE E IL MAROCCO E’ UNO DEI POCHI PAESI CHE ACCETTA I RIMPATRI SE QUALCUNO NON SI DIMENTICA DI FARLI
«Sono riusciti a imputarmi il fatto che non fosse stato espulso l’infame che a Modena ha
dato fuoco alla palazzina. La notizia sapete qual è? Che sarà espulso grazie al decreto Salvini, appurato che si era finto minorenne. Ma ripeto: io non rispondo»: Matteo Salvini è campione mondiale di cambio del discorso non da oggi, ma quello che fa oggi con Marco Cremonesi sul Corriere della Sera è un virtuosismo di rara furbizia.
Peccato che il giochino non gli riesca.
Perchè Hamed Amin, l’uomo che ha appiccato un incendio nella sede della polizia locale di Mirandola causando la morte di due persone, aveva un decreto di espulsione a suo carico e, racconta oggi Repubblica, nel suo vagabondare ha dato almeno cinque generalità diverse, l’ultima il 14 maggio a Roma, fermato alla stazione Termini assieme ad altri, identificato come cittadino algerino di vent’anni, in Italia da almeno un anno e 3 mesi, una volta accompagnato alla frontiera di Ventimiglia, rientrato da clandestino, vissuto per lo più a Roma e in provincia, molte denunce per furto, una per aver fatto danni in una caserma dei carabinieri della Capitale.
«Altro che aprire i porti! Azzerare l’immigrazione clandestina in Italia e in Europa è un dovere morale. A casa tutti!», aveva scritto il ministro in un tweet, scatenando le risposte del M5S: «Salvini dice che il caso Mirandola è il fallimento dei porti aperti, veramente è il fallimento, suo, dei rimpatri. Aveva una notifica di espulsione e Salvini non ne sapeva nulla. Assurdo che il ministro degli Interni non abbia contezza del proprio territorio, ma da quello che vediamo ha una buona contezza dei comizi e delle piazze»
Come Salvini ha dimenticato di espellere Hamed Amin
E Alessandra Ziniti su Repubblica nota che quel marocchino a casa dovrebbe già esserci da un pezzo perchè il provvedimento di espulsione ce l’aveva già .
E, però, (mai come in questo caso proverbio è più azzeccato) tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, quello che il Viminale non è riuscito a far riattraversare a questo immigrato che per altro proviene dal Marocco, uno dei pochi Paesi con i quali l’Italia ha un accordo per i rimpatri.
Chi è che tende a vantarsi delle espulsioni su Facebook quando gliene riesce una e scappa quando invece dovrebbe prendersi la responsabilità di averne fallita un’altra?Chi è quel mattacchione che non vedeva l’ora di potersi occupare di espulsioni “certe” ma poi quando è arrivato al governo si è dimenticato di farlo?
Spiega oggi Goffredo Buccini sul Corriere che l’Ispi rileva che il governo Conte, tra giugno 2018 e aprile 2019, ha fatto peggio del governo Gentiloni tra giugno 2017 e aprile 2018, scendendo da 6.293 a 5.969 rimpatri, con un calo del 5 per cento:
Salvini, prima delle elezioni del 4 marzo, aveva promesso di rispedire velocemente a casa 500 o 600 mila «invisibili», ovvero gli irregolari presenti sul nostro territorio (per effetto della pregressa mala accoglienza) secondo stime quasi coincidenti degli esperti, dall’autorevole fondazione Ismu sino alla Commissione sulle periferie.
Non riuscendo a rimpatriarne che una ventina al giorno (tempo previsto con questo ritmo: quasi un secolo) e trovandosi sotto il tiro dell’alleato-competitor Di Maio all’approssimarsi delle elezioni europee, il leader leghista aveva tentato di ridurne «d’ufficio» il numero, dichiarandone 90 mila, ma ricevendo correzioni un po’ da tutte le fonti accreditate in materia.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 22nd, 2019 Riccardo Fucile
LA MADRE SUPERIORE: “GLI ABBIAMO RICORDATO IL VANGELO”
Avevano scelto la frase del Vangelo ‘Lo avete fatto a me’ e l’hanno appesa esposta su dei lenzuoli come protesta contro le parole di Salvini.
Sono le suore clarisse del convento Santa Speranza di san Benedetto del Tronto e la madre superiora ha spiegato: “Ci è sembrato che fosse utile, in un momento così difficile e dai toni spesso violenti, richiamare quella che non è altro che una frase tratta dal Vangelo”
“Lo striscione di stoffa con la scritta ‘Lo avete fatto a me’ era stato affisso sulla cancellata del monastero già venerdì, come facciamo ogni venerdì prendendo spunto dalle parole del Vangelo e proponendole ogni settimana – spiega – Questa volta abbiamo scelto ‘Lo avete fatto a me’, riferito alla frase di Gesù in cui chiarisce appunto che ‘ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo dei miei fratelli più piccoli lo avete fatto a me’. Vuole essere un modo per contrapporre a certe prese di posizione politiche l’unica legge evangelica, quella dell’amore e della convivenza pacifica”.
La madre superiora delle suore di clausura ricorda che “Cristo stesso raccomandò che ciò che Lui diceva in un orecchio andava gridato dai tetti e dalle terrazze; la stessa frase scelta da noi è stata una guida per la vita e l’insegnamento di Madre Teresa di Calcutta. Noi non abbiamo ‘inventato’ nulla, abbiamo semplicemente richiamato alla memoria una frase del Vangelo e venerdì prossimo, come ogni venerdì, la toglieremo per sostituirla con un’altra frase evangelica”.
(da Globalist)
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Maggio 22nd, 2019 Riccardo Fucile
DUE COPPIE SI BACIANO PER PROTESTARE CONTRO GLI ATTEGGIAMENTI OMOFOBI DELLA LEGA
Non solo fischi, non solo grida, non solo selfie bombing. 
La protesta civile nei confronti di Matteo Salvini e della Lega aggiunge una nuova idea a quelle che si sono diffuse e portare a compimento negli ultimi mesi di continua e perenne campagna elettorale in giro per l’Italia.
In particolare al Sud — oggetto di ‘complimenti’ per anni da parte del Carroccio e del suo segretario — le iniziative sono state numerose.
L’ultima arriva da Bari, dove due coppie (due ragazze e due ragazzi) si sono fatti scattare una fotografia mentre si baciano, con alle spalle il palco della Lega. La protesta del bacio gay per contrastare l’omofobia diffusa di alcuni esponenti del Carroccio.
«Non serve aggiungere altro» ha scritto su Instagram Elsa, la ragazza che ha condiviso lo scatto di quel doppio bacio gay mentre intorno a loro la folla di leghisti e sostenitori di Matteo Salvini si era radunata per ascoltare l’intervento del leader del Carroccio. Una protesta silenziosa e fatta d’amore, come già accaduto a Caltanissetta con Gaia e Matilde protagoniste del selfie bombing condito con bacio saffico, il tutto al fianco del ministro dell’Interno. In quell’occasione le due ragazze hanno anche detto che il bodyguard del capo del Viminale è intervenuto per separarle.
Gli episodi di protesta civile contro la politica della Lega e di Matteo Salvini continuano a moltiplicarsi e si contraddistinguono per originalità . Senza insultare nessuno, senza minacciare nessuno.
Ognuno porta in piazza le proprie idee e decide di esprimerle come meglio crede, senza ricorrere ad atti esagerati che poi possono provocare violenza. In molti casi, però, anche questi innocui gesti vengono presi di mira, anche dalle forze dell’ordine stesso, come più volte denunciato in tutta Italia.
E, invece, gli striscioni e le fotografie sono il simbolo più puro di una contestazione civile e mai sopra le righe.
(da agenzie)
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Maggio 22nd, 2019 Riccardo Fucile
I RAZZISTI SI PRECIPITANO A COLLEGARSI E SOLO DOPO UN PO’ SI ACCORGONO DELLA GENIALE PRESA PER I FONDELLI: “RIPORTIAMOGLI A CASA L’ORO”
«Oh nooo». Deve esser stata questa la reazione — citando un vecchio striscione dei tifosi della Lazio — passata nelle menti delle migliaia di fan di Matteo Salvini e Giorgia Meloni quando si sono accorti di esser stati vittime della classica trollata da social.
I fieri difensori dei porti chiusi, delle acque territoriali italiane e del «prima gli italiani» erano accorsi su Facebook per vedere un video in cui erano state annunciate le immagini esclusive di un respingimento.
Il nome della pagina, Stop Barconi, ha aiutato a portare a termine questa presa in giro di cui ci si è resi conto solo a metà filmato.
In realtà tutto poteva esser comprensibile fin dal lancio di quel filmato sulla pagina Stop Barconi: «Attenzione, massima condivisione. Il video del respingimento in diretta censurato da Facebook. Blocco navale totale. Riportiamogli a casa l’oro».
La bava alla bocca, però, deve aver tradito gli ‘spettatori’ che non hanno dato importanza alla chiusura di quell’annuncio: «Riportiamogli a casa l’oro». E, infatti, il filmato mostra tutt’altro rispetto alle aspettative.
All’inizio si vede una nave scortata nel porto (quello di Trieste), ma non si tratta di un’imbarcazione di una Ong che ha salvato i migranti nel Mediterraneo, ma di una petroliera.
Ed è proprio su questo che gioca questa trollata che ha avuto come obiettivo quello di aprire una seria riflessione sui problemi reali e quelli che vengono fatti percepire per portare a casa manciate di voti (che sommati portano a formare un governo basato sulle paure della gente).
È l’Occidente che stupra, devasta e deruba il continente africano
In un comunicato ufficiale ripreso da Rolling Stone, l’autore del video di Stop Barconi — che non svela la sua identità — spiega nel dettaglio la sua idea (ben architettata e ben riuscita): «Durante la diretta veniva ‘simbolicamente’ respinta una petroliera filmata durante il suo ingresso nel porto di Trieste: non i ‘negri che stuprano, spacciano e rubano’ ma l’occidente che stupra, devasta e deruba il continente africano».
Insomma, ‘aiutiamoli a casa loro’ era il vecchio motto dell’Occidente che, però, ha preferito chiudersi a riccio perchè aumentare la paura è meno dispendioso (a livello economico, finanziario e petrolifero) rispetto ad andare in soccorso di chi è in difficoltà . E non per colpe sue.
(da “Giornalettismo”)
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Maggio 21st, 2019 Riccardo Fucile
COME UNA SERIE TV: LITIGI, RITOCCHI E UN PREMIER ATTESO AL QUIRINALE
Accendete un ipad o una smart tv, aprite Netflix e iniziate a cercare. 
Difficilmente troverete una serie più coinvolgente di quella che potete seguire osservando i nostri palazzi del potere.
§The Games of Cdm si arricchisce di una puntata interlocutoria ma non per questo meno appassionante. Partiamo dai titoli di testa. Un faccia a faccia prima del voto. Un confronto, un chiarimento, uno scambio di idee, una messa a punto. Solo sul decreto sicurezza bis, assicurano gli ambasciatori.
Ma vista la delicatezza del momento, è improbabile che il dialogo non si soffermi su altro. Nei prossimi giorni, forse già nelle prossime ore, Giuseppe Conte salirà al Quirinale. Dopo settimane passata di spiffero in spiffero nei corridoi del Palazzo, la contrarietà del Colle su molti aspetti del decreto sicurezza bis è deflagrata nella lunga notte del Consiglio dei ministri più pazzo del mondo.
Lo stesso premier, nella concitata discussione di lunedì notte, l’ha messa nel novero delle motivazioni che consigliano prudenza e riflessione prima dell’approvazione. Scatenando l’ira di Matteo Salvini.
Il leader della Lega ha sbattuto i pugni sul tavolo, ha voluto vedere le carte di quel che considera un bluff. Ma, soprattutto, ha insistito per passare all’incasso prima del voto. “Non gliene frega nulla di quel che verrà scritto nel testo — si confida un dirigente M5s — basta che gli dia uno scalpo da sbandierare a due giorni dal voto”.
Profetico: nemmeno tre ore dopo e la Lega si dice pronta a cedere sul punto più controverso. Ecco che sparisce qualunque tipo di sanzione legata al soccorso dei migranti, e le multe vengono legate alla violazione del divieto di ingresso nelle acque italiane. “Vediamo adesso che diconono”, dice gonglonate il vicepremier ai suoi.
La giornata vira. I 5 stelle, che in ogni caso quel testo lo vogliono rimandare a urne chiuse, si riorganizzano.
Diramano una nota in cui parlano di “decreto svuotato”, a microfoni spenti annunciano un no pasaran su tutta la linea.
Palazzo Chigi è gioco forza prudente. Il corpaccione della presidenza del Consiglio spiega che le nuove modifiche sono allo studio degli uffici, che gli occhi sono sempre puntati verso il Colle. Dissolvenza in nero.
La luce si riaccende su uno schermo di una delle tante redazioni italiane. Alle 18.56 il crocettato Ansa: “Conte al Quirinale”. Qualcosa si muove. O forse no: una telefonata e Palazzo Chigi smentisce: “Il presidente è qui, nella sua stanza”. Poco dopo l’agenzia rettifica.
Il clima è quel che in America etichetterebbero sotto la dicitura di drama-comedy. Da noi la definirebbero una situazione grave ma non seria.
Dalla presidenza del Consiglio non escludono nulla, nemmeno che il Cdm si possa effettivamente tenere in questa settimana. Ma la parola che si sente più pronunciare in ambienti di governo non usi a camicie verdi è: “Improbabile”.
Perchè, motivano, “Salvini che può fare, lo convoca lui?”. Nella morsa c’è Conte, che cammina sulle uova. Di un pre voto complicato. E di un post ancora di più.
La convinzione dei 5 stelle è che il Carroccio, incassato il risultato nelle urne, non voglia andare alle elezioni, ma puntare all’incasso. Come? Sostituendo l’avvocato del popolo italiano con un suo uomo alla guida dell’esecutivo.
Ma questa è la seconda stagione della serie. Appuntamento a lunedì mattina per la prima puntata: questa volta nessun drago, ma non mancheranno gli effetti speciali nè chi sputerà fuoco e fiamme.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 21st, 2019 Riccardo Fucile
MIRANDOLA MOSTRA IL PUNTO DEBOLE DEL SALVINISMO PROPRIO SUL SUO TERRENO: SICUREZZA E RIMPATRI
Dunque il giovane nordafricano che stanotte ha appiccato il fuoco a Mirandola doveva essere espulso. Era stato già fermato, l’ultima volta una settimana fa a Roma, e raggiunto da un foglio di via il 14 maggio. E invece circolava liberamente per l’Emilia. La sera prima era stato ricoverato all’ospedale di Mirandola, ma si è strappato la flebo dal braccio ed è fuggito.
Ed è stato trovato che girava, in stato di malessere, nei pressi della sede della Polizia che aveva bruciato proprio nel giorno in cui scadeva il suo decreto di espulsione.
Domanda: cosa ha dire il ministro Salvini? Su questo caso, ma non solo.
Perchè, questo è il punto dopo 11 mesi di governo: Mirandola stanotte, qualche settimana fa a Napoli Noemi finita in mezzo a una sparatoria, prima ancora l’assalto al pronto soccorso di Napoli, come non accade neanche durante le guerre, dove gli ospedali sono zona franca.
Questioni diverse, che però hanno un denominatore comune: c’è una evidente questione che riguarda la “sicurezza” e il controllo del territorio, col sangue della realtà che sporca la retorica del paese più sicuro rispetto agli anni scorsi governato col polso di ferro, con i reati in calo secondo i numeri citati dal ministro, opinabili secondo chi ha fatto i raffronti con gli anni precedenti.
Sia come sia, a parti invertite, di fronte alla sparatoria di Napoli, all’assalto dell’ospedale o al fuoco di Mirandola avrebbe detto ai suoi predecessori, anche con uno stile colorito che la sicurezza non si fa con le tabelle, ma a che fare con la percezione diffusa.
Mirandola mostra il punto debole del salvinismo proprio sul “suo” terreno: la sicurezza come luogo della percezione che si alimenta, costruisce e deforma, ma mai del governo. E della politica che, sul tema, agisce “a prescindere” dai risultati.
E allora eccolo il ministro pressochè latitante al Viminale, appena sale sul primo palco, o Ostuni, cavalcare il caso, con la prontezza del lupo che sente l’odore del sangue e il cinismo dell’impresario della paura che sogna un facile fatturato nelle urne di domenica: “Questo immigrato tornerà a casa sua a calci nel sedere, sul primo aereo. Un altro ha staccato a morsi un dito a un poliziotto. Anche questa risorsa importante tornerà a casa sul primo aereo utile. Poi mi dicono che non vanno chiusi i porti, tutti a casa”.
Come se fosse un ministro all’opposizione, sempre spettatore “a sua insaputa”, dei rimpatri mancati come delle navi che sbarcano in diretta da Giletti,evidentemente ancora non sa che sul “primo aereo” per essere rimpatriato non è stato messo, pochi giorni fa, perchè non c’era posto, insomma c’è stato un intoppo nel meccanismo dei rimpatri.
Informazioni che un uomo di governo dovrebbe chiedere agli uffici che frequenta più dei palchi e dei social prima di parlare.
E invece, come se non fosse responsabile della sicurezza nazionale, il ministro dell’Interno prova a cavalcare la questione, a pochi giorni dal voto, con l’istinto predatorio di chi sente, ancora una volta di affidarsi all’emozione collettiva.
Tranne poi tenersene lontano: da Mirandola, dalle dichiarazioni, una volta compreso che il caso investe anche le sue responsabilità , perchè col piromane di Mirandola brucia la retorica delle espulsioni facili e degli aerei per i rimpatri che decollano sempre in orario.
Non è banale quel che è successo stanotte. Due morti, venti feriti a seguito di un incendio, gli uffici della polizia avvolti dalle fiamme, col giovane nordafricano che, dinamica nient’affatto banale, era riuscito a entrare, mimettizzarsi con un berretto della polizia prima di appiccare il fuoco.
Come la linea dei “porti chiusi” crolla di fronte alle navi che, inevitabilmente attraccano, crolla su Mirandola la promesse dei rimpatri facili, su cui da un po’ il ministro “all’opposizione” ha smesso di dare i numeri.
E non ripete più ciò le parole scagliate contro il precedente governo che, come ben sa, aveva raggiunto il picco di efficienza sui rimpatri.
Quel ne “manderemo a casa 500mila”, numero scritto nella bibbia del Contratto è diventato “ne rimpatrieremo 90mila” dopo un anno di non governo, in cui i rimpatri forzati di stranieri sono stati inferiori agli stessi mesi degli anni precedenti, in tutti i mesi ad eccezione del novembre 2018.
E, in più, il ministro non ha chiuso i dieci nuovi accordi con i paesi di provenienza che aveva promesso a settembre dello scorso anno.
Quel che è accaduto a Mirandola è il paradigma di un anno di governo, dello iato tra annunci e realizzazioni. In un paese normale il ministro dell’Interno andrebbe in Parlamento a spiegare perchè, nonostante il decreto di espulsione, quel giovane nordafricano era ancora a piede libero, che cosa non ha funzionato, di chi è la responsabilità nell’ambito di una catena di comando che fa capo al Viminale.
E andrebbe in Parlamento non con lo spirito di chi cerca facili capri espiatori ma di chi si assume fino in fondo la responsabilità della sicurezza nazionale. Come se fosse un ministro dell’Interno.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 21st, 2019 Riccardo Fucile
COME IN ALTRI PAESI SOVRANISTI RESTRINGE LE LIBERTA’ INDIVIDUALI E APRE LA STRADA A UN REGIME DI POLIZIA… LA TRUFFA DELLE MODIFICHE PROPOSTE OGGI
Per il Viminale il testo è pronto e si aspetta solo la convocazione del Consiglio dei ministri,
dove verrà esaminato.
Per Di Maio, invece, prima di portare il provvedimento nella riunione di governo bisogna prima risolvere i dubbi. Che quindi ci sono ancora.
Sul Decreto Sicurezza bis, quindi, la partita è tutta da giocare, con l’ormai consueto botta e risposta tra alleati di governo a movimentarne l’iter burocratico. Da una parte la Lega accelera, dall’altra il Movimento 5 Stelle rallenta.
A metà pomeriggio, infatti, fonti del Viminale hanno fatto sapere che i tecnici del ministero hanno ultimato le limature al testo, “così da fugare qualsiasi perplessità e togliere alibi.
Tutto fatto, quindi? Macchè. A stretto giro è arrivata la frenata del vicepremier pentastellato Luigi Di Maio. “Per il decreto sicurezza so che c’è un’interlocuzione fra Palazzo Chigi e il Quirinale per eliminare alcuni dubbi di incostituzionalità . Prima di andare in cdm bisogna risolvere questi dubbi” ha detto il capo politico del M5s.
Da quanto si può leggere nell’ultima bozza disponibile del testo restano le multe alle navi che non rispettano le normative, ma sparisce il riferimento agli interventi di soccorso ai migranti.
Nella versione di ieri, invece, si prevedevano sanzioni (da 10mila a 50mila euro) per le navi che soccorrevano migranti violando le norme e le istruzioni “delle autorità responsabili dell’area in cui ha luogo l’operazione di soccorso”. Ora le sanzioni, di uguale importo, sono limitati a chi viola il divieto di ingresso nelle acque italiane.
Chiariamo il bluff di Salvini.
1) La Libia non è un porto sicuro, come certificato da tutti gli organismi internazionali, quindi è illegale “respingere” i migranti in Libia
2) La zona Sar libica di fatto non esiste, la Guardia Costiera libica è una associazione a delinquere che taglieggia i profughi, prende mazzette, non risponde neanche al telefono in caso di emergenze e riporta i disperati nei lager libici.
3) Aver tolto la multa a chi salva i migranti oltre a dimostrare il grado demenziale di chi vuole multare chi salva vite umane ( come se multassimo le ambulanze del 118) è ridicolo: a che titolo l’Italia potrebbe multare una Ong tedesca o spagnola che soccorre i migranti in Libia e poi li sbarca a Barcellona o a Malta? Nessuno, è solo un bluff
4) Ora il decreto parla di multare chi entra nelle acque territoriali italiane, come se fosse un reato salvare barconi alla deriva, roba da ricovero in manicomio giudiziario oltre che violazione delle leggi internazionali e del codice dalla navigazione.
5) Il ministro degli Interni avrebbe il potere assoluto di decidere chi può entrare nelle nostre acque territoriali e chi no, competenza da sempre del ministro dei Trasporti. Ci manca pure uno xenofobo che selezioni in base alla razza.
6) Se uno partecipa a un corteo “non autorizzato” da semplice cittadino, anche se non commette alcun reato, si becca una condanna a un anno di carcere
7) Se si trova nel mezzo di una carica della polizia, anche in maniera passiva (ovvero si prende pure due manganellate senza reagire) rischia fino a tre anni di carcere.
8 ) Viene tolta la competenza territoriale alla procura di Agrigento per trasferirla solo a quelle di Catania e Palermo, in modo da avere procure compiacenti.
Ci fermiamo qua per non annoiarvi.
E’ un decreto “sovranista” repressivo, degno dei modelli sovranisti: regimi autoritari e dittature.
Pensateci bene quando voterete domenica, è in gioco il futuro dell’Italia.
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Maggio 21st, 2019 Riccardo Fucile
ANDRA’ AL GRUPPO MISTO: “SONO STUFO DI SOPPORTARE ANGHERIE DA ESPONENTI DEL MIO PARTITO”… LA GIUNTA TOTI ORA RISCHIA
Giovanni De Paoli, consigliere regionale, esce dalla Lega. Lo ha annunciato questa mattina in aula in consiglio regionale spiegando : “Non sopporto l’arroganza con cui esponenti della Lega sventolano il rosario, non condivido certe scelte fatte in sanità , sono stufo di sopportare angherie da esponenti del mio partito”.
Andrà “per ora” nel gruppo misto. “Voterò con la maggioranza -dice-per l’amicizia che mi lega al grande presidente Toti”.
“Mentre io sono qui a difendere gli interessi dei cittadini della Val di Vara, alcuni esponenti della Lega sono in Val di Vara a distribuire santini elettorali con il simbolo della lista che è in contrapposizione con la mia”, ha detto ancora De Paoli, motivando le ragioni che lo hanno spinto a abbandonare il partito.
“Poichè ho sempre difeso i miei concittadini, le persone deboli, le persone che hanno bisogno, io lascio questo partito, se partito si può ancora chiamare e aderisco per il momento al Gruppo Misto”.
(da agenzie)
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Maggio 21st, 2019 Riccardo Fucile
“LA FONDAZIONE NUOVA ITALIA COME PORTAMONETE PER FINANZIARE SIA L’ATTIVITA’ POLITICA CHE IL SUO SOSTENTAMENTO ECONOMICO PERSONALE”
Non un presidio di garanzia e trasparenza, ma un palazzo che contribuiva alla formazione
di zone d’ombra. È quello che avveniva in Campidoglio quando Gianni Alemanno era sindaco. Almeno secondo i giudici della II sezione penale di Roma che hanno depositato le motivazioni della sentenza con cui hanno condannato l’ex sindaco a 6 anni per corruzione e finanziamento illecito.
Alemanno era stato condannato in una dei filoni della inchiesta Mondo di mezzo. “Il modulo organizzativo utilizzato dal sindaco Gianni Alemanno non è stato di certo un valido presidio a garanzia della trasparenza, dell’economicità ed efficienza nell’operato dell’Amministrazione comunale ma invece ha contribuito alla formazione di zone d’ombra idonee a ingenerare comportamenti distorsivi e illegittimi“, scrivono i magistrati nella sentenza di condanna.
La corte ha fatto una sorte di calcolo degli affari di Salvatore Buzzi durante la giunta di centrodestra.
Numeri che portano i giudici a scrivere: “La sindacatura di Alemanno è stata vantaggiosa per Buzzi: le tre cooperative si aggiudicarono appalti per 9,6 milioni di euro, 3,6 in più rispetto alla sindacatura di Veltroni”.
Tra Buzzi, Alemanno e Franco Panzironi, sostiene il tribunale, c’era un rapporto “su un piano di parità , tra collaborazione e convenienza reciproca. L’accordo corruttivo raggiunto da Salvatore Buzzi e Giovanni Alemanno con l’intermediazione di Franco Panzironi, contemplava dazioni di denaro e appoggio elettorale in cambio di una generica disponibilità dell’imputato a spendere la propria funzione di sindaco per la risoluzione delle problematiche vicende che hanno interessato le cooperative di Buzzi.
Tale meccanismo ha così garantito alle società coinvolte una continuità nella propria attività d’impresa attraverso l’assunzione del controllo su quote di mercato nel settore sociale, in quello delle politiche abitative e del verde pubblico, in pregiudizio dei principi sulla concorrenza”.
Secondo i giudici, però, “le emergenze probatorie acquisite sebbene diano piena contezza dell’esistenza di un progetto comune di Salvatore Buzzi e Massimo Carminati diretto a corrompere Alemanno e Franco Panzironi (ex amministratore delegato di Ama ndr), attraverso l’offerta oltre che di corresponsioni di denaro anche di altre utilità non descritte nell’imputazione (appoggio elettorale, procacciamento di voti, promessa di assunzione di una persona da parte delle cooperative gestite da Buzzi), non vi sono invece elementi di prova che dimostrino che Alemanno fosse consapevole del legame che univa Buzzi a Carminati e tanto meno che potesse avere contezza del sodalizio criminoso, riconducibile ai due”.
Nelle motivazioni i giudici affermano inoltre che “è possibile distinguere una prima fase, quella coincidente temporalmente con la sindacatura di Alemanno, in cui i rapporti dell’imprenditore Buzzi con il sindaco per prudenza sono stati mediati da Franco Panzironi e Antonio Lucarelli, e il periodo successivo in cui, cessata la carica ed assunta quella di consigliere di minoranza, l’imputato ha intrattenuto contatti diretti con Buzzi, palesando una disinvoltura indicativa di una pregressa e solida consuetudine di rapporti”. à
Parlando della Fondazione Nuova Italia, riconducibile ad Alemanno, i giudici scrivono che “ha rappresentato per l’imputato un ‘portamonete’ necessario per finanziare la propria attività politica nonchè un salvagente per assicurarsi un sostentamento economico personale una volta terminato il periodo della sua sindacatura”.
(da agenzie)
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