Giugno 25th, 2019 Riccardo Fucile
TRIFOLI NON AVEVA NEANCHE DIRITTO ALL’ASPETTATIVA
Il nuovo sindaco di Riace, Antonio Trifoli, non poteva essere eletto. Il borgo in provincia di Reggio
Calabria, noto in tutto il mondo per il suo sistema di accoglienza dei migranti quando il primo cittadino era Mimmo Lucano, poi coinvolto in diverse vicende giudiziarie, obbligato a vivere fuori dal paese e non eletto come consigliere comunale, sembra non trovare pace.
Trifoli, eletto con il 41% con una lista civica vicina alla Lega, tra cui figurava anche Claudio Falchi, il segretario della locale sezione di Noi con Salvini non avrebbe avuto i requisiti per diventare sindaco.
L’attuale primo cittadino, infatti, durante la campagna elettorale per le amministrative, era impiegato come dipendente comunale con il ruolo di ispettore della sicurezza del comune, cioè un agente di polizia municipale ovvero un vigile.
L’articolo 60 della D.Lgs. 18.08.2000, n. 267, il Testo Unico degli Enti Locali, stabilisce infatti che non sono eleggibili alla carica di sindaco tutta una serie di figure che hanno rapporti di collaborazione subordinata con le amministrazioni pubbliche fra cui, appunto, «i dipendenti del comune e della provincia».
Trifoli, come riporta La Repubblica, aveva un contratto a tempo determinato, ma ciò complicherebbe ulteriormente la questione.
La giunta comunale di Riace, con delibera n. 28 del 26 aprile 2019, aveva concesso a Trifoli l’aspettativa, non retribuita, per il periodo che andava dal 27 aprile al 31 maggio 2019, al fine di consentirgli la candidatura a Sindaco della cittadina.
Ma il neo sindaco, a questo punto sub iudice non avrebbe potuto avvalersi dell’istituto dell’aspettativa in quanto questo è previsto soltanto per i dipendenti pubblici a tempo indeterminato.
Trifoli, uscito vittorioso dalle urne, ora rischia di dover rinunciare alla carica: e Riace, dopo l’allontanamento e la sospensione di Lucano, di trovarsi, nuovamente, senza sindaco.
(da agenzie)
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Giugno 25th, 2019 Riccardo Fucile
LA MOSSA PER CONTRASTARE AL NORD IL MAGGIORDOMO LEGHISTA
Mariastella Gelmini è stata la prima a parlare del congresso di Forza Italia e ora, con il treno delle primarie azzurre instradato su un binario libero da Silvio Berlusconi, ha deciso di rompere gli indugi: «Io mi candido…».
La cornice di questa scelta – che prescinde dal passo in avanti già fatto da Giovanni Toti e da Mara Carfagna per scalare la leadership del partito – ha solidi appigli nell’asse geografico Milano-Brescia, tra i sindaci e i consiglieri regionali in Lombardia e nel Nord, nell’associazionismo non solo cattolico, nei ceti professionali e produttivi. Tanto da far dire a Mariastella Gelmini, presidente dei deputati di Forza Italia, che la sua «candidatura sarà rappresentata da una fotografia di gruppo e non dall’immagine di una sola persona». Di tutto questo il presidente Berlusconi è al corrente.
Presidente, alle primarie, dunque sarete almeno in tre: Toti, Carfagna e lei…
«Mi permetta però di inquadrare bene questa nuova fase che sta attraversando il partito. Il presidente Berlusconi ha inaugurato un nuovo corso e, con un grande gesto di generosità , ha reso contendibile il partito. Però, ora dobbiamo essera all’altezza della sfida lanciata da Berlusconi: il dibattito non deve essere autoreferenziale e incentrato sulla selezione della classe dirigente ma deve catturare l’attenzione degli elettori».
Dentro Forza Italia si parla poco di programmi?
«Dobbiamo ripartire dall’Italia che produce non da quella che aspetta il reddito di cittadinanza. Puntare sul ceto medio indebolito dalla crisi: no al salario minimo, sì al taglio del cuneo fiscale perchè Forza Italia rappresenta il paese che lavora e che fa impresa. Gli imprenditori, non solo al nord,sono stanchi di Di Maio che li chiama prenditori».
A proposito, è orgogliosa della squadra Fontana-Malagò-Sala-Zaia che ha strappato alla Svezia le olimpiadi invernali del 2026?
«Va dato atto che ha agito una grande squadra. Ha vinto la buona amministrazione: poche chiacchiere e fatti concreti».
Forza Italia, che sul territorio governa con la Lega, sarà sempre collocata nel centro destra?
«Sì perchè Berlusconi è il fondatore del centro destra. Ma non saremo la stampella della Lega, alla quale chiediamo pari dignità , nè strizzeremo l’occhio alla sinistra come facevano i vecchi partitini di centro. Tra la destra di Salvini e la sinistra di Zingaretti c’è uno spazio enorme e Forza Italia si deve attrezzare per una grande campagna di ascolto soprattutto per intercettare quei milioni di italiani che non vanno più a votare. E penso anche al mondo cattolico, ai valori della famiglia, alla crisi della natalità , al welfare per l’infanzia e le mamme…».
Però Forza Italia sembra presa più dalle beghe interne che dai programmi. Come è partito il nuovo board di cui anche lei fa parte, con Antonio Tajani e Anna Maria Bernini, insieme ai coordinatori Toti e Carfagna?
«Toti è partito con il piede sbagliato. Il board non è ancora stato convocato dal presidente Berlusconi e lui già si è mosso comportandosi da leader dimenticando che è un nominato, come tutti noi. Anche lui è un commissario a tempo e sarebbe surreale se Forza Italia passasse dai nominati di Berlusconi ai nominati da Toti».
Toti ha evitato una scissione,rimane nel partito.
«La scissione non avrebbe fatto bene al partito. Sono contenta del suo ritorno dopo averlo visto ai comizi della Meloni e di Salvini più che a quelli di Forza Italia».
Reggerà lo schema Giovanni Toti al Nord e Mara Carfagna al Sud?
«È corretto pensare di rappresentare tutti i territori ma non siamo nè Forza Nord nè Forza Sud. Siamo Forza Italia, un partito autenticamente nazionale».
Ora lei non rischia di apparire come terzo incomodo tra i due coordinatori indicati da Berlusconi?
«Il primo a chiedere primarie aperte è stato Toti. Magari alla fine saremo anche in 4 in 5: dobbiamo tornare ad essere inclusivi – riflettendo molto sugli elettori che hanno abbandonato Forza Italia – altrimenti non saremo mai più un partito del 15-20%».
Il tavolo delle regole di cui lei fa parte deve stabilire un percorso: congressi territoriali o primarie nazionali?
«Il percorso si vedrà , non entro nei tecnicismi. È sicuro però che la sfida dovrà essere collegiale: coinvolgendo sindaci, amministratori locali e parlamentari. Poi chi si vuole candidare alle primarie lo farà liberamente. E sarà un bene: più candidati vogliono dire più opzioni politiche».
Lei ci sarà , dunque.
«Il mio curriculum – consigliera comunale e regionale, coordinatrice in Lombardia, parlamentare – mi consente di farlo».
Che succede a Forza Italia in caso di voto anticipato?
«La nuova fase è partita. Non potevamo restare fermi dopo una prova elettorale non esaltante nonostante il grande successo personale del presidente Berlusconi».
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 25th, 2019 Riccardo Fucile
“GENTE CHE ASPETTA UNA CASA E UN LAVORO DA ANNI E RENZI PENSA DI FARE LE OLIMPIADI, RICOVERATELOOOOO”
Il Capitano fa l’ennesima giravolta social. “Vince l’ITALIA, vince lo sport! Viva i giochi olimpici e
paralimpici invernali del 2026”.
Matteo Salvini esulta su Facebook per l’assegnazione all’Italia delle Olimpiadi, che si terranno tra 7 anni a Milano e Cortina. Una vittoria per il Paese, ma soprattutto per la Lega che ha voluto fortemente che i giochi dei cinque cerchi si tenessero in due territori in cui la Lega è fortemente radicata.
Il segretario del Carroccio esulta per il “valore aggiunto” per l’Italia, per i “tanti” investimenti” e per i “20mila posti di lavoro” che verranno creati. Insomma una vittoria su tutta la linea.
Salvini che cinque anni fa, quando al governo c’era un altro Matteo che proponeva di riportare i giochi olimpici in Italia, non era poi così entusiasta dalla prospettiva di farli tenere in Italia. “Gente che in tutta Italia aspetta una casa e un lavoro da anni. E Renzi pensa di fare le OLIMPIADI!! Ricoveratelooooo”, scriveva su Facebook.
(da “Huffingtonpost“)
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Giugno 25th, 2019 Riccardo Fucile
ALTRO CHE OSPITARE PERSONE POVERE, QUESTI HANNO UNO STIPENDIO SICURO PAGATO CON SOLDI PUBBLICI… E CI VIVONO PURE I DIRIGENTI DI CASAPOUND
Il Messaggero oggi racconta che l’emergenza abitativa a Roma ha ormai superato i livelli di guardia, visto che ci sono dipendenti del Comune e della Regione che vivono nel palazzo occupato da Casapound a via Napoleone III.
E pazienza se le tartarughe sostenevano che a dormire nello stabile fosse gente che non aveva soldi per un alloggio mentre questi hanno uno stipendio sicuro pagato con soldi pubblici.
Agli atti dell’inchiesta della Corte dei conti sul mancato sgombero del palazzo sede di CasaPound in via Napoleone III, nel quartiere Esquilino di Roma, ci sono i reportage fotografici effettuati dalla Finanza il giorno del sopralluogo all’interno dell’immobile: immagini di 58 locali, 3 magazzini, 3 stanze di uso comune, 2 sale conferenze.
E c’è anche l’elenco degli occupanti — con dichiarazione dei redditi annessa — che evitando di pagare l’affitto per 16 anni hanno provocato un danno erariale alle casse pubbliche da 4,6 milioni di euro.
Dagli atti emerge che in via Napoleone III abita anche uno dei fondatori della formazione di estrema destra, Gianluca Iannone.
È dipendente della Mag Srl,società di cui la moglie ha il 50 per cento di quote e che «gestisce l’attività di ristorazione denominata Osteria Angelino dal 1899, in via Capo d’Africa», si legge nell’informativa delle Fiamme gialle.
Ha la residenza nel palazzo anche Alberto Palladino, detto “Zippo”, che era finito sotto processo per avere aggredito con spranghe e bastoni alcuni militanti del Pd che stavano affiggendo dei manifesti in via dei Prati Fiscali.
Ed ecco i dipendenti pubblici:
La verifica sui redditi — prosegue la Finanza- è stata effettuata «per riscontrare la presenza di situazioni di vulnerabilità , con riferimento agli occupanti che hanno stabilito la residenza anagrafica al civico numero 8 di via Napoleone III».
Dalle indagini è emerso che nella sede di CasaPound abitano il marito di una dipendente della Ragioneria Territoriale dello Stato, un dipendente della Laziocrea Spa, società in house della Regione Lazio, due dipendenti di Zètema Progetto Cultura, società in house del Comune di Roma, due dipendenti della Cotral, l’azienda di trasporto pubblico regionale, e una dipendente del Campidoglio.
«Gli accertamenti — chiosa la Finanza — contrastano con le affermazioni del comunicato diramato da Casa Pound e da Simone Di Stefano-leader del movimento — il 27 ottobre scorso», dopo il sopralluogo degli inquirenti.
Aveva dichiarato che in via Napoleone III erano ospitate 18 famiglie in stato di emergenza abitativa. Circostanza che, per gli investigatori, è smentita «dai redditi dichiarati».
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 25th, 2019 Riccardo Fucile
SEDICI ARRESTI, C’E’ IL BOSS DELLA ‘NDRANGHETA ARACRI
C’è Giuseppe Caruso, presidente del Consiglio comunale di Piacenza ed esponente politico locale
di Fratelli d’Italia, tra gli arrestati nella notte dalla squadra mobile, su ordine della Dda di Bologna, nell’operazione Grimilde.
Tra i sedici destinatari delle ordinanze di custodia cautelare emesse c’è anche il boss Francesco Grande Aracri, oltre ai figli Salvatore e Paolo. Francesco Grande Aracri, già condannato per associazione mafiosa, viveva a Brescello, in provincia di Reggio Emilia.
La maxi inchiesta segna un duro colpo alla ‘ndrangheta in Emilia: riguarda settantadue indagati e ha portato a cento perquisizioni e al sequestro di beni per diversi milioni di euro. Oltre 300 poliziotti sono entrati in azione nelle province di Bologna, Modena, Reggio Emilia, Parma, Piacenza e Crotone, per eseguire le misure ordinate dal Gip del capoluogo emiliano.
Al centro dell’inchiesta un clan della ‘ndrangheta radicato in Emilia Romagna e considerato, come nel sistema “Aemilia”, parte integrante della cosca dei cutresi.
Caruso, presidente del consiglio comunale di Piacenza, esponente politico piacentino di Fratelli d’Italia e funzionario dell’Agenzia delle Dogane, sarebbe parte integrante, secondo gli investigatori, dell’organizzazione criminale.
Secondo la Dda di Bologna (l’inchiesta è affidata al pm Beatrice Ronchi) il clan era attivo nel giro delle estorsioni, dell’usura e del riciclaggio che metteva in pratica grazie ad una fitta rete di insospettabili prestanome.
Nel corso della nottata i poliziotti hanno anche eseguito una serie di sequestri preventivi. I sigilli della Stato sono stati affissi ad una serie di società , ad attività commerciali e del campo della ristorazione, e a diversi conti correnti bancari.
(da agenzie)
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Giugno 25th, 2019 Riccardo Fucile
ATTENDE SOLO LA DECISIONE DEL TRIBUNALE DI STRASBURGO, LA SITUAZIONE A BORDO NON E’ PIU’ SOSTENIBILE
Ora siamo vicini allo scontro finale, bisogna solo aspettare cosa decideranno a Strasburgo.
“Io voglio entrare. Entro nelle acque italiane e li porto in salvo a Lampedusa. Sto aspettando cosa dirà la Corte europea dei diritti dell’uomo. Poi non avrò altra scelta che sbarcarli lì”.
Così Carola Rackete, la 31enne comandante tedesca della nave Sea Whatch 3. “So che c’è il rischio di essere multata e che la nave verrà sequestrata, ma io sono responsabile delle 42 persone che ho recuperato in mare e che non ce la fanno più – prosegue la capitana – La loro vita viene prima di qualsiasi gioco politico o incriminazione. Non bisognava arrivare a questo punto”.
“I migranti a bordo sono disperati. Qualcuno minaccia lo sciopero della fame, altri dicono di volersi buttare in mare o tagliarsi la pelle – racconta Rackete – Non ce la fanno più, si sentono in prigione. L’Italia mi costringe a tenerli ammassati sul ponte, con appena tre metri quadrati di spazio a testa. Ci sono anche tre minorenni, ragazzi di 11, 16 e 17 anni. Non stanno male, ma in Libia hanno subito abusi. Il 14 giugno ho fatto richiesta al Tribunale dei minorenni di Palermo perchè prendesse in carico il loro caso. Non mi ha risposto nessuno”.
“Secondo Salvini dovremmo andare in Olanda? E’ ridicolo, bisognerebbe circumnavigare l’Europa!”, sottolinea la comandante della Sea Watch, “Oltretutto anche l’Olanda non collabora, Malta ha negato l’autorizzazione e la Tunisia non ha una normativa che tuteli i rifugiati” aggiunge Rackete
“Come sono finita nel Mediterraneo a salvare i migranti? La mia vita è stata facile, ho potuto frequentare 3 università , a 23 anni mi sono laureata. Sono bianca, tedesca, nata in un Paese ricco e con il passaporto giusto. Quando me ne sono resa conto, ho sentito un obbligo morale di aiutare chi non aveva le mie stesse opportunità “, conclude Rackete.
(da Globalist)
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Giugno 24th, 2019 Riccardo Fucile
ESILARANTE AUTOGOL DI CAPITAN NUTELLA SULL’EVASIONE DEL BOSS DELLA ‘NDRANGHETA MORABITO: ATTACCA IL GOVERNO DI MONTEVIDEO QUANDO FAREBBE MEGLIO A GUARDARE A CASA PROPRIA
Un’evasione da film. Rocco Morabito, “Il Tamunga”, uno dei più pericolosi broker della droga che
la ‘ndrangheta abbia a disposizione è tornato ad essere un’ombra.
E’ evaso dal carcere di Montevideo, dove era detenuto in in attesa dell’esecuzione dell’estradizione, già deliberata dalla Corte d’Appello il 29 marzo scorso.
“È sconcertante e grave che un criminale come Rocco Morabito, sia riuscito a fuggire da una galera dell’Uruguay mentre era in attesa di essere estradato in Italia” — ha detto il ministro dell’Interno Matteo Salvini.
Insomma, oggi tocca al governo uruguagio essere bersaglio delle accuse di Capitan Nutella, come se fosse un Paese poco raccomandabile, se non corrotto.
Peccato che nelle stesse ore a Trapani, nell’Italia della sicurezza sovranista, un detenuto è evaso dal carcere di San Giuliano semplicemente scavalcando il muro di cinta.
Alle 15, gli agenti della polizia penitenziaria sono andati nel cortile dell’ora d’aria, per riportarlo in cella. Ma il detenuto non c’era più.
Leke Luca, 34 anni, in carcere per traffico di droga, è sparito dalla casa circondariale di Trapani. E’ evaso scavalcando il mura di cinta. Roba da acrobati, e non sarebbe la prima volta. E’ scattato subito l’allarme attorno al “San Giuliano”: pattuglie di polizia e carabinieri stanno eseguendo posti di blocco e battute.
Una cosa è certa, Leke Luca aveva già una condanna per evasione, non è nuovo a questo tipo di imprese acrobatiche.
Magari bastava tenerlo d’occhio e destinargli le stesse attenzioni che normalmente Salvini rivolge alle Ong.
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Giugno 24th, 2019 Riccardo Fucile
IL SILENZIO DI GRILLO E DI FICO, I VELENI SU DI BATTISTA
Lo ha fatto dopo la batosta del 26 maggio, lo ha rifatto in ordine sparso negli ultimi giorni, dopo i primi affondi di Alessandro Di Battista. Luigi Di Maio ha sentito tutti gli uomini al vertice del Movimento 5 stelle, ripetendo la domanda: “Sei con me? Andiamo avanti?”.
Una vera e propria chiamata a una responsabilità collettiva. Le risposte sono state tutte unanimi: “Andiamo avanti” ( e ci credo, sono in ballo stipendi mai visti)
Una telefonata è mancata tra i tanti (Beppe Grillo, Davide Casaleggio, Roberto Fico, i ministri quasi tutti) tra quelli che invece erano seduti al gran vertice del Mise: quella ad Alessandro Di Battista.
Chi ha sentito il capo politico M5s in queste ore lo racconta ancora furente. Per il gioco a nascondino con la Lega su conti e futura manovra. Per l’incapacità o probabilmente l’impossibilità di capire a che gioco stia giocando Matteo Salvini. E per il fronte interno che ribolle per le parole di Di Battista.
“Gli ho detto che fino al 20 luglio deve tenere un profilo basso, ma non lo sta facendo”, ha spiegato Di Maio ai suoi interlocutori.
Ecco, la fatidica data del 20 luglio. Quella genericamente individuata come ultima data utile per poter votare a settembre in caso di scioglimento delle Camere. Luca Carabetta, uomo che ha consuetudine con il leader, la mette giù morbida: “Tanti di noi per la prima volta sono in Parlamento, al governo non ci eravamo mai stati. È normale che siamo tutti contenti di lavorare, e di continuare a farlo per poter realizzare cose concrete”. Quando gli si parla del “partito del 20 luglio”, si mette a ridere e ripete: “C’è un paese da cambiare”.
Il punto è tutto lì: scavallare la data limite per andare alle urne a settembre, far chiudere la finestra del voto e poi ripartire. Non a tutti i costi, ma quasi.
È un partito che ha radici profonde nel corpaccione parlamentare, che affonda le radici nelle percentuali dimezzate, nelle proiezioni di seggi falcidiati. E nella regola del doppio mandato.
Sentite un uomo ai vertici del Movimento: “I peones potranno pure perdere il posto. Ma il messaggio di Alessandro, quando parla di deroga, parla ai capi cordata, a quelli che decidono, che organizzano le truppe”.
Sì, ma l’interesse qual è? “Un cambio di leadership, tornare a fare casino, ad avere una tribuna da cui poter attaccare senza avere in mano la responsabilità ”.
Così, dividendo il campo, c’è il partito del 20 luglio che butta acqua sul fuoco delle polemiche. E quello dei settembristi che scalcia, provando a creare l’incidente, le condizioni perchè tutto vada a scatafascio.
È da qui che scaturisce la rabbia del capo politico, impegnato a un gioco del gatto con il topo con Salvini. E subito sono partiti i veleni.
Raccontano che oggi a Di Battista venga rinfacciato di aver rifiutato la candidatura a sindaco di Roma, l’offerta di candidarsi capolista in tutte le circoscrizioni alle europee, di essere andato a rivendicare dal leader la necessità di uno stipendio, di un lavoro.
I soldi, sempre i soldi, eterno argomento di ritorno quando si vuole screditare l’avversario interno. Con i corollari di un’intellighenzia con Marco Travaglio, ormai visto come vero e proprio avversario gialloverde, degli emblematici silenzi sospetti di Beppe Grillo e Roberto Fico.
Un clima di veleni e sospetti. Gianluigi Paragone si sfila: “Domani esco con il mio libro, che parla del paese reale. Siete voi giornalisti romani che vedete solo il Palazzo, a Rovigo e Rovereto non glie ne importa nulla”.
Ma si scrolla di dosso i sospetti: “Non vedo nessuna possibilità di andare al voto. Nessuna. Spiegatemi chi è così matto da voler andare al voto”.
Poi saluta e schizza via, lui che è stato additato come il traditore.
Sentite Devide Tripiedi, pasdaran dimaiano: “Tradisce Luigi, come ha tradito la Lega”. Sono flebili le voci di chi accredita il dibattito interno, la legittimità delle idee di tutti, la discussione interna.
È in atto un violentissimo scontro interno, dagli esiti incerti. E, per dirla con Aldo Giannuli, che del Movimento ne sa qualcosa, Di Maio divide “chi gli dà ragione da quelli che hanno torto”.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 24th, 2019 Riccardo Fucile
BEN 1.100 SONO ARRIVATI DA SOLI E 700 A BORDO DELLA GUARDIA COSTIERA E DI NAVI DELLA MARINA ITALIANA
Dei 2.515 immigrati arrivati via mare in Italia nel 2019 le Ong ne hanno sbarcati solo 173,
praticamente il 7 per cento. Le uniche due navi umanitarie rimaste ad operare nel Mediterraneo, la Sea Watch 3 e la Mare Jonio di Mediterranea, sono riuscite ad approdare in porti italiani solo quattro volte, due a testa.
Cifre che confermano non solo come le Ong non costituiscano un fattore di attrazione per i trafficanti di uomini, ma soprattutto come gli scafisti abbiano già adeguato le loro strategie per continuare a rendere fruttuoso il business, da alcuni mesi rialimentato dai continui soccorsi di gommoni da parte della Guardia costiera libica: riporta indietro i migranti che finiscono per pagare più volte il viaggio.
A fronte del minimo storico di approdi da parte delle Ong, è in costante aumento il numero dei cosiddetti sbarchi fantasma.
Sono già 1.104 i migranti arrivati con barchini, da soli o trainati da navi madre come il peschereccio sequestrato sabato dalla Guardia di finanza, o con le barche a vela che arrivano sulle coste di Sicilia, Calabria e Puglia dalla Turchia.
Poco più di 700 infine le persone soccorse e sbarcate in porti italiani da navi della Guardia costiera e della Marina militare
Molto diversa dagli anni scorsi, conseguentemente, la mappa delle nazionalità delle persone che riescono ad arrivare in Italia: tunisini, pakistani e iracheni costituiscono più della metà degli immigrati giunti in Italia nella prima metà dell’anno. Gli africani sono meno di un quarto del totale.
(da agenzie)
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