Giugno 22nd, 2019 Riccardo Fucile
ORMAI E’ ISOLATO E HA PAURA DI TUTTI, MA MAI LA DIGNITA’ DI TOGLIERE IL DISTURBO DOPO AVER CONDOTTO IL MOVIMENTO AL DISASTRO TOTALE
Luigi Di Maio è triste, solitario, arrabbiato y final.
Lo racconta oggi Annalisa Cuzzocrea su Repubblica che spiega come il vicepremier e bisministro sia particolarmente arrabbiato per l’intervista che Casaleggio dovrebbe fare a Dibba stasera a Catania:
«Sta tentando di farla saltare», dice un esponente M5S di primo piano. «Si circonda di poche persone che gli danno ragione anche se picchia una bambina. E allontana spaventato tutti quelli che cercano di fargli vedere le cose».
Più d’una, tra le prime file del Movimento, parla di un «disastro totale». Di una riorganizzazione che tarda ad arrivare e di cui nessuno sa niente.
Di un clima di terrore generalizzato, dovuto proprio ai timori del capo: «Ha paura di Dibba, di Davide, di Beppe, di Conte, di Fico, di Raggi ed Appendino, manca solo Lino Toffolo!».
Dopo il 17 per cento delle europee, l’avanzata della Lega, la ricomparsa di Alessandro Di Battista, l’ammutinamento con la richiesta di maggiore condivisione di parte del gruppo parlamentare, il vicepremier M5S si sarebbe chiuso in un fortino immaginario, circondato da presunti nemici o aspiranti usurpatori.
Convinto che l’agenda alternativa di Roberto Fico da presidente della Camera sia il preludio di un tentato accordo con il Pd.
Offeso per la mancata disponibilità a lasciare gli incarichi da parte dei ministri Danilo Toninelli e Giulia Grillo.
Spaventato dalle parole di Di Battista a Otto e mezzo, vissute come il tentativo di far saltare tutto il prima possibile. A rimanergli accanto, in queste settimane, sono i fedelissimi della prima ora: il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, quello delle Riforme Riccardo Fraccaro, la portavoce e segretaria particolare Cristina Belotti.
Tutti gli altri, molti di quelli che affollavano le consuete cene del lunedì a piazza Campitelli, sono sospettati di cospirazione, di remare per sè, di essere pronti a tradire. Dall’Umbria, a domanda sulla proposta di Di Battista di non far valere il limite del doppio mandato in caso questa legislatura si concluda presto, Di Maio sferza: «Non lavoro perchè il governo cada tra 15 giorni, ma perchè duri altri 4 anni».
(da agenzie)
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Giugno 22nd, 2019 Riccardo Fucile
LA PROMUOVE SOLO IL 17,5%, LA RIVOTEREBBE APPENA IL 15,6%
Qual è il parere dei romani su Virginia Raggi dopo tre anni di governo della città ? 
Il 72,6% boccia quanto fatto dalla prima cittadina e solo il 17,5% lo promuove.
Il 60,8% di chi l’ha votata tre anni fa non lo rifarebbe. E oltre il 68% la considera “incapace”.
Solo il 5% non trova aspetti negativi nel suo operato, il 57% non riscontra nulla di positivo. Il Messaggero pubblica la pagella del Sindaco di Roma. Già alcuni giorni fa il quotidiano aveva attaccato duramente la Raggi.
Sono i numeri della «rilevazione scientifico-statistica» di Euromedia Research, un sondaggio nato con l’obiettivo di «raccogliere gli umori degli elettori di Roma, dai 18 anni in su, rilevando la percezione in merito all’operato della sindaca dopo tre anni di governo della città »
E se si ricandidasse?
I romani intervistati da Euromedia, non hanno dubbi: se si ripresentasse, il 76,5% non la voterebbe, solo il 15,6% sì.
Il dato forse più interessante arriva restringendo il campione, zoommando sulle risposte di “coloro che hanno votato Virginia Raggi nel 2016”.
Domanda: “Se Raggi si presentasse alle prossime elezioni comunali, lei la voterebbe?”. Il 60,8% ha risposto no, soltanto il 28,9% le darebbe fiducia di nuovo. Insomma, per due romani su tre che l’hanno scelta nella scalata trionfale al Campidoglio del 2016, basta così. Niente bis. Anzi: il 70,7% è convinto che Raggi debba dimettersi.
Il motivo? Il 68,6% dei romani intervistati la considera «incapace come sindaca di Roma», meno di un romano su cinque (il 19,8%) la giudica al contrario «capace» di governare la città . Il resto, l’11,6%, non si esprime.
E le passate amministrazioni? Altro refrain polemico da parte del Campidoglio di questi ultimi tre anni, per il 47,3% degli intervistati “Raggi è peggio dei predecessori”.
(da agenzie)
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Giugno 22nd, 2019 Riccardo Fucile
CONTESTATA AL SEN. PAZZAGLINI LA GESTIONE DI SEI DONAZIONI RICEVUTE PER I TERREMOTATI
Un episodio di peculato e cinque di abuso d’ufficio contestati dalla Procura di Macerata all’ex sindaco di Visso Giuliano Pazzaglini, senatore della Lega, in relazione a somme donate per il sisma e transitate da società private invece che dalle casse dell’amministrazione comunale.
Le accuse sono contenute nell’avviso di chiusura indagini fatto recapitare al senatore che ha sempre sostenuto l’assoluta regolarità del proprio operato. In relazione ai presunti casi di abuso d’ufficio, gli inquirenti sostengono che il sindaco avrebbe indotto le persone che donavano a non versare al Comune ma a società private per evitare lunghe procedure burocratiche.
L’addebito iniziale di peculato, per il quale erano stati sequestrati all’ex sindaco 10.300 euro, era di non aver messo nel bilancio comunale, ma di aver depositato sul proprio conto, la somma consegnata da un gruppo di motociclisti nel maggio 2017 per essere destinata a casette per i commercianti terremotati.
Pazzaglini si era difeso sostenendo il carattere fiduciario della donazione e la non necessità di farla transitare nelle casse comunali, per poi devolverle.
A questa accusa si sono aggiunti ora altri cinque episodi di a donazioni – la più ingente da 90mila euro – versate a due società , secondo la procura, connesse in qualche modo a Pazzaglini: gli inquirenti contestano l’abuso d’ufficio e, per una delle due società , in concorso con l’ex presidente della Croce rossa di Visso Giovanni Casoni che gestiva quella ditta
Gli indagati avranno 20 giorni di tempo per chiedere di essere sentiti e depositare memorie per chiarire la propria posizione. Poi il pm tirerà le conclusioni per l’eventuale richiesta di rinvio a giudizio o di archiviazione.
(da agenzie)
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Giugno 22nd, 2019 Riccardo Fucile
REGOLA NUMERO UNO: PRESENTARE UN CANDIDATO A CUI NON SI POSSA DIRE NO… REGOLA NUMERO DUE: PENSARE PRIMA AL PAESE E AL SUO PESO IN EUROPA … ALLA FINE, AL CONFRONTO DI QUESTA ARMATA BRANCALEONE AL GOVERNO, SIILVIO PARE UNO STATISTA
“Il governo punta ad un portafoglio economico importante – annuisce il presidente – e per
questo ha in mente un candidato molto qualificato”.
Dopo due ore di d’incontro col numero uno della Commissione incaricato, il premier ha detto di ambire a “un peso maggiore” per l’Italia in Europa. La designazione del candidato qualificato “potrà tranquillizzare i partner europei sulla fedeltà dell’Italia alla vocazione unitaria”.
I virgolettati che avete appena letto vengono da “la Stampa” e, prima di arrivare sino a questa pagina, hanno viaggiato nel tempo per 25 anni. Essi provano che non è cambiato molto in un quarto di secolo, se non in peggio.
Perchè già nel 1994, quando si arrivò a dover cambiare i vertici europei, l’Italia era guardata con sospetto, nessuno sapeva davvero cosa pensare del debuttante Silvio Berlusconi che negoziava a Bruxelles
Non si fidavano. Erano per preoccupati per la fragilissima liretta e per tenuta della nostra economia, debole e indebitata senza che nessuno potesse ancora dare la colpa all’euro (che non c’era).
“Non toccherò le pensioni”, prometteva il Cavaliere sulle colonne del nostro giornale. Anche se sotto, nella stessa pagina, il ministro del Tesoro Lamberto Dini avvertiva che “con questo sistema, non arriviamo al Duemila”.
Riassumiamo. Sfiducia verso l’Italia, e voglia di contare di più di un governo capace di esprimersi con almeno due voci. Già visto?
Se tanto ci dà tanto, siamo rovinati? Per nulla.
Allora Silvio Berlusconi, non senza incertezze, giocò bene la partita e vinse con la mossa del cavallo. Certo lo aiutarono le regole del gioco, differenti, ma ciò non toglie che fu un ottimo match.
In quel tempo, ogni paese della Comunità aveva diritto a due commissari, in genere provenienti da schieramenti politici differenti.
Il Cavaliere capì in fretta che una nomina “politica” non sarebbe andata lontana.
Per questo scelse Mario Monti, già professorone sebbene appena cinquantunenne, stimato al punto da essere stato invitato da Carlo Azeglio Ciampi ad essere il suo ministro del Bilancio, poltrona rifiutata perchè riteneva che le sue competenze non fossero all’altezza del compito.
Era un tecnico dal grande curriculum, uno di quelli a cui non si poteva dire di no. Ebbe il mercato Interno, portafoglio cruciale nei giorni della libera circolazione appena nata. Un successo, senza dubbio.
Per scegliere la seconda poltrona l’esecutivo forzista penò parecchio di più. Si parlò del ministro per le politiche comunitarie (si chiamavano così) Domenico Comino e dell’ex presidente della Consulta (nonchè ex eurodeputato) Antonio La Pergola. Alleanza Nazionale fece il nome di Romano Prodi che evitò la polpetta avvelenata.
In extremis, ma davvero all’ultimo momento, saltò fuori Emma Bonino, nome politico ma largamente considerato a livello internazionale.
Il ritardo la costrinse a un portafoglio tricefalo messo insieme alla bisogna, Consumatori, Aiuti Umanitari e Pesca, responsabilità solo in apparenza di secondo piano. Fece bene. Come Monti al mercato interno.
Potrebbe funzionare anche oggi. Il governo Conte potrebbe mettere sul tavolo un nome indiscutibile, un poco tecnico anche, uno di quelli su cui nessuno potrebbe avere da ridire. Sarebbe una scelta per l’Italia e non per la politica, davvero una mossa del cambiamento, anche se Berlusconi lo aveva già fatto. Ri-cambiamento, va bene lo stesso.
Garantire all’Italia di contare quanto può, e deve, è più importante di ogni cosa. Se servisse la mossa del cavallo, ancora, sarebbe il caso di compierla.
Chi? Niente nomi, non qui. Ma basta guardarsi intorno. I candidati non mancano. La voglia di fare il bene del paese, invece, non è detto sia predominante.
(da “La Stampa”)
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Giugno 22nd, 2019 Riccardo Fucile
RASCHIA IL FONDO DEL BARILE PENALIZZANDO FUTURI INVESTIMENTI
Prima Cassa Depositi e Prestiti, poi la Banca d’Italia. Il governo è alla disperata ricerca dei soldi per l’Europa e utilizza la tecnica del raschiamento del fondo del barile.
E la prima mossa riguarda autorità e partecipate: venerdì prossimo l’esecutivo, tramite il ministero dell’Economia, costringerà in assemblea Cdp a distribuire al Tesoro un extra-dividendo di 800 milioni, che andranno ad aggiungersi all’assegno di 1,3 miliardi già staccato a maggio.
Gli azionisti privati, ossia le Fondazioni bancarie, fanno notare che è la prima volta da quanto la Cassa è stata trasformata in società per azioni che viene distribuita la totalità del suo utile disponibile.
A questo punto delle due l’una: o l’operazione va considerata eccezionale, ma in questo caso i risparmi trovati saranno una tantum e difficilmente potranno essere accettati da Bruxelles; oppure verrà riproposta in futuro e allora non potrà non depotenziare l’attività stessa di Cdp, che è quella di finanziare progetti a lungo termine, come le grandi infrastrutture, e di promuovere lo sviluppo delle piccole e medie imprese.
In ogni caso, non basterà certo il contributo della Cassa a soddisfare le richieste europee. E così ecco entrare in gioco la Banca d’Italia. Il governo avrebbe l’intenzione di gettare sul tavolo di Bruxelles una parte consistente degli utili di Via Nazionale. È il marzo scorso quando il governatore Ignazio Visco segnala all’assemblea un utile netto di 6,24 miliardi.
Questo comporta (secondo lo statuto) che, distribuiti i dividendi ai soci (che hanno un limite), la parte di quegli utili che va allo Stato, più le imposte dovute, ammonti a quasi 7 miliardi, due in più rispetto all’anno precedente. La speranza governativa è che proprio questi 2 miliardi in più possano essere utilizzati ora in chiave anti-deficit.
Il governo ha comunque l’obbligo di rendicontare su Quota 100 e reddito di cittadinanza ma raccattare i soldi da qualche parte vorrebbe dire rinviare il redde rationem al 2020.
Spiega Luca Cifoni sul Messaggero:
Le distanza tra governo italiano e commissione europea dipende essenzialmente da due fattori: da una parte le previsioni economiche e finanziarie formulate da Bruxelles, meno favorevoli, dall’altra il calcolo del cosiddetto output gap, ovvero la differenza tra crescita potenziale ed effettiva, che misura la situazione ciclica di un Paese,riducendo così nei periodi di crisi l’aggiustamento richiesto. L’Italia ritiene di essere ancora in una situazione di difficoltà , e dunque di essere tenuta solo ad un miglioramento non superiore allo 0,3 per cento del Pil.
Secondo Bruxelles invece il nostro Paese si trova ormai in una situazione ciclica normale e dunque dovrebbe garantire uno sforzo maggiore, lo 0,6 per cento del Pil. Il tema dell’output gap è da tempo al centro del confronto tecnico tra Via Venti Settembre e la commissione, ma finora non è stato possibile modificare le regole di calcolo. Che dunque per il momento vanno applicate così.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 22nd, 2019 Riccardo Fucile
I DATI ELABORATI DAL WEO CONFERMANO CHE SIAMO “IL MALATO D’EUROPA”
Il sito How Much ha fatto della sua missione la diffusione online dei fondamentali economici
dei vari paesi. Recentemente ha prodotto una tabella in cui tutti i paesi del mondo sono arrangiati secondo una spirale progressiva: le varie tonalità di verde e di rosso simboleggiano il livello del loro debito in proporzione al Pil.
Questa tabella si basa sui dati stati elaborati dal World Economic Outlook il quale è parte dell’International Monetary Fund e dunque una delle fonti più autorevoli relativamente a questo genere di tematiche.
Il verde foresta indica un bassissimo livello di debito, inferiore al 10%, il verde smeraldo tra il 10 e il 19,9% ed infine il verde chiaro dal 20 al 49,9%.
Per quanto riguarda il rosso ci sono tre tonalità differenti che regolano il rapporto debito/Pil: il rosso chiaro simboleggia il 50-99,9%, il rosso scuro 100-199,9% ed infine l’amaranto oltre il 200%.
La scelta dei colori non è casuale: da sempre il verde è un colore rassicurante, mentre il rosso ci comunica pericolo o comunque una situazione a cui si dovrebbe prestare particolare attenzione. Lo scopo di questa tabella è proprio questo: far vedere graficamente il livello di debito detenuto dai vari paesi, soprattutto se colorati di rosso e dunque in possesso di un debito molto elevato in proporzione al Pil.
Un’alta proporzione debito/PIL è infatti foriera di conseguenze negative per le finanze di un paese; secondo la Fondazione Peter G. Peterson ci sono due problemi fondamentali: investimenti futuri a rischio e crescita economica in pericolo
La causa più profonda di questi due risultati negativi – che sono tali sia per lo stato nel suo complesso ma soprattutto per i singoli cittadini – è contenuta in due parole: interessi passivi (ovvero l’ammontare di interessi che un debitore paga su un’obbligazione per tutta la durata del debito).
Gli interessi passivi sono collegati al livello di debito di un paese: più debito si possiede e più gli investitori sono scettici riguardo alla probabilità che si sia in grado di ripagarlo in futuro.
Il crescente livello di interessi passivi che bisogna pagare inoltre determina il fatto che il budget di un paese sia letteralmente divorato da questi costi. I quali sottraggono risorse preziose per investimenti futuri essenziali per stimolare la crescita oltre che incrementare il benessere dei cittadini, come finanziare l’educazione, la ricerca scientifica o nuovi progetti infrastrutturali.
Dunque: il tutto si traduce in una crescita economica più bassa, il potenziale pericolo di una recessione e una sostanziale perdita di valore della borsa.
Per capire la portata di questo fenomeno ci si può concentrare sui quattro paesi con il più alto livello di rapporto debito/Pil del mondo tutti colorati di rosso acceso e concentrati nell’occhio del ciclone della tabella info grafica di HowMuch:
Giappone — 238%, Grecia — 182%, Barbados — 157%, Libano — 147%, Italia — 132%
La parola Grecia è oramai co-estensiva con crisi economica. Il motivo? Il suo altissimo livello di debito il quale è letteralmente esploso nel 2004 arrivando a toccare il 110% dopo aver ospitato le Olimpiadi costate la cifra esagerata di 11,6$ miliardi, secondo la timeline elaborata dal Council of Foreign Relations.
Da quel momento la Grecia entra in una spirale di crisi economica che la porta quasi sull’orlo del collasso finanziario nel 2012 seguita dall’introduzione di misure draconiane di austerity nel 2013. Il risultato: dal 2004 in avanti la crescita del Pil del paese ha toccato valori negativi del 4%, ovvero una crisi economica profonda.
Da anni l’Italia è considerata the sick man of Europe (‘il malato d’Europa’) – definizione elaborata da The Econonist. Ancora una volta la ragione principale è l’altissimo livello del debito in proporzione al Pil.
La timeline relativa al debito del nostro paese elaborata dal Wall Street Jounral mostra come il debito italiano compie un salto sostanziale tra il 1980 e 1994, passando dal 60% al 120%, rispettivamente (e si consideri che nel 1970 il nostro debito era sostanzialmente basso: meno del 35%).
Gli effetti negativi sulla crescita non hanno tardato ad arrivare: il nostro Pil annuale è stato letteralmente azzoppato da oltre il 6% nel 1970 a continui alti e bassi in cui gli alti sono stati meno del 2% e i bassi di molto inferiori al 2% (fonte: Trading Economics).
Il caso più eclatante non è però mediterraneo (cioè italiano o greco), ma piuttosto asiatico dato che coinvolge il Giappone. Nel paese del Sol Levante si è addirittura coniato un termine per indicare la crisi che inizia con l’esplosione del debito del paese: the lost decade (‘il decennio perduto’).
Questo termine si riferisce agli eventi che hanno seguito il picco della crescita economica del paese nei primi anni del 1990 (collegato al valore della borsa) e la crisi che è seguita. Per fare un esempio concreto, se nel 1990 la borsa giapponese valeva poco sotto i 39.000 punti, nel 2003 il suo valore si attestava intorno a 8.500 (oltre 30.000 punti in meno), come riporta MacroTrends.
Lo stesso discorso vale per la crescita annuale del PIL: da oltre il 3% intorno ai primi anni ’90 al cupissimo — 4% del 2009 (fonte: Trading Economics). Questi effetti sono da imputare all’altissimo livello del debito in proporzione al Pil: da poco oltre il 50% negli anni ’80 all’incredibile cifra di oltre il 200% nel 2009.
(da “Business Insider”)
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Giugno 22nd, 2019 Riccardo Fucile
LANDINI AL CORTEO PER IL SUD: “TASSO DI OCCUPAZIONE PIU’ BASSO D’EUROPA”
“Se il governo non dovesse starci a sentire non escludiamo nessuna iniziativa, neanche lo sciopero generale di tutte le categorie”. Da Reggio Calabria, dove i sindacati della Triplice si sono dati appuntamento oggi per chiedere lavoro, progetti e sviluppo per il Sud, il segretario della Cgil, Maurizio Landini lancia un messaggio chiaro al governo: sull’autonomia differenziata i lavoratori non staranno a guardare.
Tornati in riva allo Stretto a quasi 50 anni dai “treni per Reggio Calabria”del 72, quando gli operai del Nord arrivarono in massa nella città devastata dai Moti e presidiata dall’esercito per la Conferenza sul Mezzogiorno, i vertici delle organizzazioni sindacali insieme a quasi 25mila lavoratori sfilano per un centro storico che sembra quasi troppo piccolo per ospitarli tutti.
I temi sul piatto e scanditi con gli slogan sono gli stessi di 50 anni fa: la fame di lavoro, la necessità di trovare un’alternativa all’emigrazione come scelta obbligata con l’occupazione e lo sviluppo e non i sussidi, la lotta a sfruttamento e lavoro nero. In più c’è la sanità , affossata da un debito che ha spogliato gli ospedali di medici e infermieri, che neanche il decreto Calabria promette di riportare in servizio.
“Non è possibile che sia ancora necessario emigrare per curarsi. Non è possibile che in Italia ad ogni pioggia muoia qualcuno – dice la segretaria della Cisl, Annamaria Furlan – bisogna mettere in sicurezza e sbloccare i cantieri”. Ma quali non è dato sapere.
“È sotto gli occhi di tutti la contraddizione di chi ha raccontato che saremmo un Paese invaso e che i problemi si risolvono chiudendo i porti, senza rendersi conto però che i giovani, soprattutto del Mezzogiorno, se ne stanno andando”, ha detto ancora Landini. “Purtroppo – aggiunge Landini in merito alla fuga dei cervelli – questo è un modo per disperdere intelligenze e capacità a beneficio di altri Paesi più furbi che ne beneficiano”.
“C’è un arretramento di tutto il Paese rispetto all’Europa e non solo – continua il leader della Cgil – Per noi l’Italia va unita e non divisa. Basta con le logiche dell’autonomia differenziata, che aumentano ancora di più le disuguaglianze. C’è bisogno di fare investimenti sia in infrastrutture materiali ma anche in quelle sociali e serve una politica industriale”. “Il governo ascolti la piazza e chi la rappresenta”, conclude Landini.
“Noi stiamo cercando di impedire che i provvedimenti che il Parlamento approva su proposta del Governo producano ulteriori danni al Paese. Ogni volta poi si lamentano che non riusciamo a modificare gli errori che fanno”, afferma segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo.
Il Sud – aggiunge – è rimasto lettera morta per molti anni. Bisogna fare qualcosa. Le Regioni che non utilizzano i Fondi europei e di coesione sociale sono colpevoli e andrebbero commissariate”.
La segretaria generale della Cisl Annamaria Furlan focalizza invece la sua attenzione sulla sanità : “È necessario intervenire in favore del Sud affinchè si ponga fine a quello che sta sempre più diventando un gravissimo problema sociale: i cosiddetti ‘viaggi della speranza’ nel settore della sanità “. E poi attacca: “La flat tax è iniqua e penalizza il Sud”. E ancora: “Per le morti sul lavoro il governo fa cassa con il decreto crescita, diminuendo i contributi Inail che servono per la sicurezza, la prevenzione e il risarcimento degli infortuni”.
Quattro su cinque delle Regioni con il tasso di occupazione più basso in Europa sono nel Sud Italia con meno della metà delle persone tra i 20 e i 64 anni che ha un lavoro a fronte del 73,1% medio in Ue.
I dati Eurostat riferiti al 2018 sono impietosi con la regione peggiore in graduatoria che è la Mayotte (Regione d’oltremare francese che è in Africa vicino al Madacascar) con il 40,8% delle persone tra i 20 e i 64 anni al lavoro seguita dalla Sicilia con il 44,1%, la Campania con il 45,3%, la Calabria con il 45,6% e la Puglia con il 49,4%.
(da agenzie)
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Giugno 22nd, 2019 Riccardo Fucile
GIULIA SCHIFF ERA STATA ESPULSA DAL CORSO DOPO AVER DENUNCIATO GLI EPISODI, IL CONSIGLIO DI STATO LA RIAMMMETTE… IL PROCESSO PENALE E’ IN CORSO
Giulia Schiff, 20 anni di Mira, nel settembre scorso era stata espulsa dal 125°corso
dell’Aeronautica di Pozzuoli. La ragazza aveva denunciato di aver subito atti di nonnismo.
Ieri il Consiglio di Stato ha stabilito che il sergente Giulia Schiff deve essere reintegrata per completare il percorso formativo per diventare pilota. Il provvedimento ribalta quello cautelare del Tar del Lazio. L’allieva denunciò schiaffi, botte e frustate e un video confermò tutto.
Federica Sciarelli a Chi l’ha visto ha mostrato uno dei video che sono agli atti della denuncia che la procura militare di Roma ha ritenuto fondata: nella scena si vede la Schiff che viene colpita con un frustino sul sedere a più occasioni mentre grida, (gli altri ridono e incitano a colpire più forte), portata in spalla e infine la sua testa viene ripetutamente sbattuta contro quella che sembra l’ala di un velivolo, prima di essere buttata in piscina. Racconta oggi il Corriere:
Poi il bagno nella piscina del pinguino, gli applausi e le strette di mano. Da lì in poi – si lamenta Schiff –viene continuamente punita «per qualsiasi sciocchezza». Sino all’epilogo con l ‘espulsione che avviene il 6 settembre per «insufficiente attitudine militare».
Lei non l’accetta e non solo fa ricorso ai giudici amministrativi del Tar del Lazio ma sceglie di denunciare anche penalmente tutta la vicenda alla procura militare di Roma che apre un fascicolo. Nel registro degli indagati vengono iscritte persone. L’inchiesta è tuttora in corso.
(da agenzie)
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Giugno 21st, 2019 Riccardo Fucile
UNA FONTE PPE: “L’ITALIA NON SIEDE IN PRIMA FILA, MA NEMMENO AL POSTO DEI PASSEGGERI: STA NEL BAGAGLIAIO”
Fumata nera: tutto rinviato ad un nuovo vertice straordinario il 30 giugno e ai contatti informali tra i leader che in settimana saranno a Osaka in Giappone per il G20.
Il Consiglio europeo di giugno, che doveva decidere le nomine per i vertici dell’Unione nella nuova legislatura iniziata a maggio, si chiude con un fallimento.
Ma almeno serve a eliminare i nomi che per un mese hanno bloccato ogni discussione sulla presidenza della Commissione europea, la carica più delicata da cui discende il resto: la presidenza del Consiglio Ue, l’Alto rappresentante per la politica estera, la Bce.
Eliminati i capolista Manfred Weber del Ppe, il socialista Frans Timmermans, la liberale Marghrete Vestager. Eliminati però anche due nomi di peso come Michel Barnier e Angela Merkel. E ora, come è successo anche 5 anni fa, si pesca tra personalità di minore spessore cui affidare la guida delle istituzioni europee, scelta più ‘comoda’ per tutti i leader di Stato e di governo che non vogliono perdere potere nell’Unione.
Andiamo con ordine.
Via dal tavolo Manfred Weber, il capolista dei Popolari (Spitzenkandidat), bavarese, rappresentante della Csu che governa con la Cdu della Merkel in Germania, difeso fino all’ultimo da tutto il Ppe e — obtorto collo – dalla Cancelleria.
Non poteva fare altrimenti anche perchè alle europee la Csu è andata meglio della Cdu. Ma sul no a Weber ha vinto Emmanuel Macron, che dall’inizio cerca di rafforzare la sua leadership con il gioco delle nomine.
Il presidente francese ha affossato subito Weber. Con lui i Liberali del nuovo gruppo europeo Renew Europe (cioè Alde più gli eletti de La Republique en marche) e i socialisti.
Risultato: il primo giro di consultazioni del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk con gli altri leader europei all’Europa Building si conclue con nessuna maggioranza intorno a Weber.
E così è stato semplice eliminare dal tavolo anche gli altri due Spitzenkandidaten: il socialista Frans Timmermans e la Liberale Marghrete Vestager. Sul primo, sostenuto anche lui fino all’ultimo dalla sua famiglia politica, Tusk ha compiuto un altro giro di consultazioni: per bruciarlo, si sapeva che anche lui non aveva la maggioranza. E allora?
E’ da qui che inizia il vero risiko. Perchè con Weber cade anche Michel Barnier, il negoziatore europeo sulla Brexit, lunga esperienza nelle istituzioni europee nonchè al governo a Parigi, francese del Ppe ma sostenuto da Macron. I tedeschi si sono imputati: se si dice no a Weber, non si può accettare un francese.
Merkel è molto irritata per come è andata: irritata dal comportamento di Macron. Tra i due i rapporti sono al minimo storico delle relazioni da sempre forti tra Francia e Germania.
Raccontano fonti del Ppe, che la Cancelliera ha resistito fino all’ultimo per non incontrare faccia a faccia il presidente francese. Lo ha dovuto fare ieri con Tusk presente. Incontro a tre per un nulla di fatto.
E c’è un’altra cosa che lei non ha gradito: la scelta di Macron di buttare il nome della stessa Cancelliera nel risiko dei ‘top jobs’, come presidente della Commissione o del Consiglio. Lo lascia capire in conferenza stampa: “Non sono interessata a una carica europea e tutti dovrebbero tenere in conto le mie parole”. Punto.
I rapporti con Macron? “Ci rispettiamo. La Germania non farà scelte contro la Francia, confido che la Francia non ne farà contro la Germania”.
L’affare nomine è così aggrovigliato che ieri intorno alla mezzanotte, Tusk decidere di chiudere: è il segnale che si va verso un rinvio in extremis. E c’è poco tempo.
Fino al weekend prossimo, i leader sono impegnati al G20 in Giappone. Il 2 luglio si riunisce l’Europarlamento per eleggere il presidente: prima pedina di un gioco che i leader vogliono comunque controllare.
Urge decidere prima che il Parlamento faccia in autonomia. Anche perchè le elezioni di maggio hanno partorito un quadro frammentato: una maggioranza a tre o quattro, Ppe, socialisti, liberali e forse anche Verdi.
Ed è per questo che ora che il gioco si stringe, i primi tre tendono a eliminare il quarto nella speranza di risolvere la situazione e anche perchè nel Ppe c’è molta contrarietà ad un’alleanza con i Verdi (a partire da Forza Italia). Non c’è intesa su temi come i cambiamenti climatici, come testimonia anche l’ennesimo mancato accordo in Consiglio su questo argomento.
L’esclusione dei Verdi potrebbe essere l’altra ‘chicca’ di questo vertice. Ma ora starà a Tusk incontrare i leader dei gruppi in Parlamento per portarli alla conclusione che nemmeno loro sanno trovare una maggioranza sul presidente della Commissione (tutte le cariche europee devono passare dal voto dell’aula di Strasburgo).
Così in Parlamento non potranno ‘lamentarsi’ del fatto che i leader hanno fatto fuori tutti gli Spitzenkandidaten, cioè i capolista alle elezioni, candidati legittimati dalle urne a guidare le istituzioni.
Il presidente del Consiglio europeo ha già incontrato di nuovo oggi i capigruppo Weber (Ppe), Dacian Ciolos e Guy Verhofstadt di (Renew Europe), Philippe Lamberts (Verdi) e Iratxe Garcàa (S&D). Lunedì nuovo giro di incontri. E quando saranno conclusi con un altro nulla di fatto, parola di nuovo ai leader: tra Osaka e il vertice del 30 giugno.
Dunque chi guiderà la Commissione? Nella chiacchierata notturna al bar dell’hotel Amigò a Bruxelles tra Conte, Merkel, Macron e Bettel, di nomi ‘veri’ non ne sono usciti. In questa fase, nessuno li fa per non bruciarli. Ma si definisce l’indentikit del prossimo presidente della Commissione: sarà uno del Ppe.
Macron e il socialista Pedro Sanchez hanno chiesto ai Popolari di fare un nome alternativo a Weber. E ora gira il nome del premier croato Andrej Plenković o della presidente della Croazia Kolinda Grabar-Kitarović.
In ogni caso, si guarda a uno dei paesi dell’est. Una volta fatto il presidente della Commissione, la presidenza del Consiglio potrebbe andare al belga Charles Michel (amico di Macron) oppure all’olandese Mark Rutte (tra i più ‘falchi’ dell’Unione). Ai due Spitzenkandidaten eliminati, Weber e Timmermans, andrebbero le vice-presidenze della Commissione. Ma Sanchez chiede di più.
“I negoziati sono più complicati di cinque anni fa — dice il premier spagnolo — perchè siamo più famiglie politiche, ma per noi l’importante è che i socialdemocratici siano rappresentati in modo visibile nelle istituzioni comunitarie”. I socialisti e democratici considerano loro territorio anche l’Alto rappresentante per la politica estera, incarico finora affidato all’italiana Federica Mogherini. Ma puntano anche alla presidenza del Parlamento
Invece Macron non molla la Bce. I nomi: la francese Christine Lagarde, attualmente al fondo monetario, ma anche Francois Villeroy de Galhau, governatore della Banca di Francia, o Benoit Coeure, già membro del board esecutivo della Bce (per quest’ultimo c’è un problema di doppio mandato).
Però c’è chi guarda al nord: il finlandese Erkki Liikanen. Ad ogni modo, sembra chiaro, il governatore che prenderà il posto di Mario Draghi (che scade a fine novembre) non dovrà contraddire il suo ‘Whatever it takes’.
La maggioranza dei leader europei la pensa così. Il Quantitative easing alla fine ha fatto comodo a tutti: ha aiutato i paesi più in difficoltà per la crisi economica e rassicurato di conseguenza anche i falchi che in prima battuta lo aveva osteggiato. E’ per questo che oggi Draghi all’Eurosummit a Bruxelles incassa applausi.
Mentre non va avanti la corsa del falco tedesco Jens Weidmann per la Bce, nonostante le sue ultime conversioni su una linea meno rigorista: non ci crede nessuno. Su di lui Macron si diverte: “Sono molto felice che i membri che si sono opposti alle decisioni di Mario Draghi si siano convertiti, forse un po’ tardi…”.
Il no ad un falco alla Bce rompe di fatto l’isolamento dell’Italia, anche se Conte non lo dichiara esplicitamente per non urtare i tedeschi di cui ha bisogno per tentare di sventare la procedura per debito eccessivo.
Per il resto, il premier si augura la frammentazione del quadro politico dia maggiori possibilità all’Italia di giocare un qualche ruolo.
Per ora, Roma è marginale. “L’Italia non siede in prima fila, ma nemmeno al posto dei passeggeri: sta nel bagagliaio”, ci dice spietata una fonte del Ppe.
Conte intanto si augura che il prossimo presidente della Commissione metta mano alla riforma delle regole…”. E si diverte a pensare che esiste un modo per bloccare una nomina sgradita. “Bastano tre paesi che rappresentino almeno il 35 per cento della popolazione europea per formare una minoranza di blocco — ci dice chiacchierando con la stampa all’hotel Amigò – La Gran Bretagna si astiene, perchè in procinto di lasciare l’Ue, l’Italia ha 60 milioni di abitanti, ne basta un altro”.
In realtà , le regole Ue parlano di almeno 4 membri del consiglio che rappresentino oltre il 35 per cento della popolazione. Ma il senso di una trattativa difficile che chiunque può bloccare ci sta tutto.
“E’ più rapida l’elezione del Papa che riempire questi incarichi europei”, dice il primo ministro irlandese, Leo Varadkar. Parole sante, è il caso di dire.
Ma sembrerebbe che i leader non tireranno fuori dal cilindro le personalità forti di cui l’Unione avrebbe bisogno per rafforzarsi e riformarsi. Puntano invece su personalità di seconda o terza fascia: la migliore garanzia che gli Stati nazionali continueranno a esercitare la loro golden share sull’Unione, ognuno a seconda dei propri interessi e non di quelli comunitari.
(da “Huffingtonpost”)
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