Giugno 15th, 2019 Riccardo Fucile
IL PROCURATORE CAPO DI AGRIGENTO ALLA PRESENTAZIONE DI UN LIBRO SU DON PUGLISI… L’ALLIEVO DI BORSELLINO (LEGGETE BENE, INFAMI SEDICENTI DI DESTRA) PARLA IN ASSENZA DI AUTORITA’ E GIORNALI LOCALI: INIZIA L’ISOLAMENTO COME PER PAOLO E IL GENERALE DELLA CHIESA, A QUANDO IL TRITOLO?
“Questo è un avvertimento, la prossima volta, se continuerai a fare sbarcare gli immigrati,
passiamo ai fatti. Contro di te, e ai tuoi 3 figli”. La minaccia di facile lettura, seppure di quell’italiano approssimativo che tanto si usa di questi tempi, che si sente anche nella bocca di chi ricopre importanti incarichi politici e istituzionali, era arrivata qualche giorno prima direttamente sul tavolo del Procuratore della Repubblica di Agrigento, Patronaggio, il magistrato chiamato ad occuparsi delle tragedie e dei drammi e del tanto di orribile che accade al largo e lungo le coste siciliane, davanti Agrigento, a Lampedusa, nel Mediterraneo.
Luigi Patronaggio non ha mai parlato delle minacce, non ne ha avuto occasione. E quando entra nella libreria delle suore Paoline, nella centralissima via Atenea, ad Agrigento, per presentare “Il pastore di Brancaccio”, libro di Nino Fasullo su don Puglisi, non sa ancora che Salvini ha minacciato si marciare su Agrigento per chiedere conto e ragione proprio a Patronaggio del dissequestro delle navi che salvano vite umane nel Mediterraneo. “Basta dissequestri di navi o vado io a piedi in Procura, ad Agrigento”, ha appena detto il ministro dell’Interno mostrando il pugno duro alla Sea Watch3.
Questa volta la nave umanitaria ha salvato 58 vite, rifiutandosi di restituirle alla Libia dei lager, delle torture e delle violenze.
A dirgli delle parole di Salvini, della minaccia di voler marciare su Agrigento, a piedi (ignoto il metodo per superare, a piedi, lo Stretto) è un assessore del Comune di Agrigento, Riolo, uno dei venti, venticinque presenti all’incontro. Si, venti, venticinque, non di più.
Quasi del tutto assente la stampa, fatta eccezione per un paio di giornalisti, arrivati a dibattito largamente iniziato. Non la stampa locale, che questa mattina praticamente ignora l’incontro al quale ha partecipato Patronaggio, non la stampa nazionale, che avrebbe avuto l’occasione di intervistare il Procuratore, non la Rai.
Eppure tutti questa mattina, stampa locale, nazionale, Rai, di Salvini che intende marciare sulla Procura della Repubblica di Agrigento ne parlano, ma non del Procuratrore.
Eppure, Patronaggio ha tanta voglia di parlare, notano i pochi presenti. Il magistrato agrigentino definisce incostituzionali i provvedimenti di Salvini, chiede che i porti rimangano aperti. Lui da magistrato ha giurato sulla Costituzione e alla Costituzione rimarrà fedele. La Costituzione per un magistrato, il Vangelo per don Puglisi.
Patronaggio dopo le minacce, nel giorno della promessa del leader leghista di voler marciare su Agrigento, nel bel mezzo dell’ennesimo braccio di ferro nel Mediterraneo attorno a 58 vite umane, tutto questo non fa notizia.
Siamo nella centralissima via Atenea, in una città dove si sa tutto di quel che accade, dove da qui si passa più volte al giorno, anche solo per passeggiare. Niente. Niente anche per chi le notizie deve riconoscerle, trovarle, tranne che le parole di Patronaggio siano una di quelle notizie che potrebbero procurare fastidiose conseguenze agli editori, privati e pubblici.
“Dopo i fatti dei giorni scorsi, ovvero le minacce di morte giunte a Patronaggio, e dopo le ultime dichiarazioni del ministro Salvini proprio di questa mattina sull’operato della Procura di Agrigento – scrive su Facebook la giornalista Debora Randisi, moderatrice dell’incontro – è stato agghiacciante e triste registrare l’assenza della stampa agrigentina all’incontro che si è svolto in occasione della presentazione del libro di Nino Fasullo su Don Puglisi e la mafia. Lui, Patronaggio, che al tempo aveva condotto le indagini sulla morte di Don Pino Puglisi, c’era. I pochissimi giornalisti sono arrivati in ritardo e nessuno si è poi avvicinato per un’intervista… Lui era lì e ha rilasciato al piccolo pubblico presente delle dichiarazioni importanti – annota Debora Randisi – si è detto “imbarazzato” in riferimento alla situazione che l’Italia sta vivendo oggi e all’atteggiamento di questo governo nei confronti dell’accoglienza, dei porti chiusi, definendo “incostituzionali” le misure adottate dal Ministero dell’Interno. Ma ad ascoltare – aggiunge Debora Randisi – non c’erano nè il sindaco, nè i giornalisti, nè la città . La stampa agrigentina è morta – è l’amara considerazione finale – lo sapevo già , ma oggi ne abbiamo avuto la riprova netta e decisiva. E non ho parole. So solo che questo silenzio fa paura”.
“Sono stato il loro amico dell’ultima ora”, disse di se stesso Luigi Patronaggio parlando di Falcone e Borsellino. Quando Patronaggio fu nominato sostituto procuratore a Palermo ricevette la telefonata di Borsellino: ‘Cerca di veniri’. Il giudice che sarebbe stato ammazzato dalla mafia come l’amico Giovanni amava usare il dialetto siciliano. Era un suo tratto distintivo, la sicilianità . E lo è anche di Patronaggio che quando divenne procuratore ad Agrigento sottolineò che “questo è il posto di Pirandello e Sciascia” per ricordare che — i due scrittori erano stati maestri nel raccontarlo — il siciliano persino quando va allo sportello di un ufficio pubblico cerca l’amico.
Tanta mafia nelle sue indagini. E tante minacce in una vita blindata.
Patronaggio tirerà dritto. Non è magistrato che si fa condizionare.
(da Globalist)
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Giugno 15th, 2019 Riccardo Fucile
QUALCUNO NON HA ANCORA CAPITO CHE LA DEMOCRAZIA SI DIFENDE DI FRONTE AD ASSOCIAZIONI A DELINQUERE CON TUTTI I MEZZI
Succede oggi, in una mattina di questi roventi giorni di inizio estate. Mentre l’Italia si sveglia, la Sea Watch pendola davanti Lampedusa, con 53 migranti a bordo.
Salvini da terra sbraita che in Italia non entreranno: è una sensazione di deja-vu perenne, che viviamo ormai da un anno e passa.
Un’altra estate, altre navi, altri morti. La propaganda leghista ha necessariamente dovuto cambiare strategia: non si dice più che gli sbarchi sono diminuiti, perchè era evidente quanto fosse falso.
Ora si dice altro: si distorcono le accuse di inumanità fatte alla Lega e si rispediscono al mittente, ora le Ong sono ‘pirati’, trafficanti, assassini. I cattivi di questa storia di mare e sangue sono loro.
Ma la loro coscienza sporca non riesce a non emergere; d’altronde il ‘buonismo’, come loro chiamano la solidarietà , è come un muscolo, va addestrato. Non ci si improvvisa esseri umani.
Mentre quindi ci si prepara a una nuova giornata di deragliamenti politici e umani, l’account twitter della Sea Watch International pubblica delle foto: sono alcune immagini dei migranti a bordo della nave. Sono ragazzi sorridenti, in salute. C’è una donna con un bambino. Sembrano felici.
E chi voleva le lacrime come prova della sofferenza non si accontenta dei sorrisi di sollievo di chi è stato salvato dal mare. I negri devono piangere, devono supplicare per la misericordia dell’italico uomo bianco. Altrimenti non c’è gusto.
E quindi sotto il tweet si scatena il peggio dell’infamità sovranista.
Al di là degli insulti razzisti, cui abbiamo fatto tristemente il callo, la maggior parte asserisce di non credere a quelle storie che sono raccontate ogni giorno sulle atrocità dei lager libici. Eppure i video ci sono, le foto anche. Ma non crederci è più semplice.
È sempre più semplice non lasciare che la coscienza adombri le nostre giornate di sole. È più facile credere ai complotti per la conquista dell’Europa che al fatto che dall’altro lato del mare in migliaia sono detenuti in campi di concentramento.
Quali lager, si chiedono, ti permettono di avere una chitarra, come quella tenuta in mano da uno dei migranti in foto. E si ripete la stessa storiaccia dello smalto di Josefa, da cui è passato un anno.
L’idea che quella chitarra potesse trovarsi già a bordo della nave, proprio per momenti come questi, in cui si pendola davanti a un porto per giorni, in attesa di un segno umano dalla terraferma, non li sfiora nemmeno i sovranisti.
Perchè, ripeto, l’umanità non è qualcosa di innato. E per chi non l’ha mai praticata al di là dell’orticello di casa propria, può apparire inconcepibile un gesto di gentilezza. Deve esserci sotto qualcosa.
È lì che ho pensato che ormai il livello cui siamo arrivati è più basso di quello dei nazisti tedeschi: dopo la diffusione delle immagini dei lager libici, in molti hanno detto ‘non potremo dire che non sapevamo’. Il punto è che non lo vogliamo dire. Il punto è che ce ne freghiamo proprio.
Non c’è foto di torture, di sporcizia, di inumanità , non c’è racconto di violenza o di stupri che scalfisca il nostro animo di piombo.
Siamo immersi nella rabbia, una rabbia nociva che offusca la mente, siamo incapaci di provare la minima compassione. Siamo regrediti, subumani, peggio del peggio di qualunque sputazzante e sbeffeggiante popolino delle piazze medievali.
Questo cancro di disumanità infetterà la nostra estate per i mesi a venire e regalerà sempre più potere a chi insiste nel risolvere i problemi dando la colpa a qualcun altro, qualcuno di indefinito, che non può difendersi, parafulmine per la nostra frustrazione, per il nostro odio, per i nostri incubi di occidentali falliti.
(da Globalist)
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Giugno 15th, 2019 Riccardo Fucile
LA LIBIA E’ UN PORTO TALMENTE SICURO CHE NELLE STESSE ORE IN CUI SALVINI SPARAVA CAZZATE, IL NOSTRO AMBASCIATORE A TRIPOLI TRATTAVA CON IL GOVERNO LIBICO LE PROCEDURE PER IL RICOVERO DEI NOSTRI MILITARI FERITI IN STRUTTURE OSPEDALIERE ITALIANE
Ed eccoci all’ennesimo caso di una nave messa in mare da una organizzazione umanitaria, una
Ong, stavolta la tedesca “Sea Watch 3”, che con il suo carico di migranti naufragati e salvati nel Mediterraneo viene bloccata davanti a un porto italiano.
Un porto «chiuso» a esseri umani poveri e dalla pelle scura. Un caso che sollecita alcune riflessioni sull’abitudine a trattare il dramma dei salvataggi in mare solo mettendo in campo, in forma di slogan, le proprie opinioni e dimenticando i fatti.
Abbiamo di nuovo sentito definire la Libia «porto sicuro». Lo ha fatto il ministro dell’Interno italiano sui social e in tv. E sempre senza contraddittorio. La sua è un’opinione ampiamente smentita dai fatti, che sono argomenti testardi. Vediamoli.
La nave tedesca “Sea Watch 3” mercoledì scorso, pochi giorni dopo esser stata dissequestrata dalla Procura della Repubblica di Agrigento, ha salvato 53 migranti fuggiti dalla Libia in acque Sar libiche, cioè a 40 miglia dalla costa.
Poi, in ottemperanza al diritto del mare, ha chiesto e ottenuto l’intervento della Guardia costiera del Paese nordafricano capitanata, però, dal criminale internazionale Bija, cui il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha bloccato i conti correnti poco più di un anno fa (come “Avvenire” scrisse a suo tempo e ha confermato domenica scorsa).
Questo “galantuomo” è da tempo nel mirino delle Nazioni Unite perchè opera con la sua milizia privata come sorvegliante di centri petroliferi, ma anche come trafficante di uomini e contrabbandiere ad ampio raggio. Bija ha messo a disposizione del governo di Fayez al-Sarraj la sua forza militare per combattere le milizie del generale Khalifa Haftar e nel caos libico si è “riabilitato”.
Insomma, i fatti, non le opinioni dicono che il ministro Matteo Salvini che si vanta di combattere i trafficanti di esseri umani, curiosamente avrebbe voluto che la “Sea Watch 3” restituisse i migranti in fuga proprio a un boss di questo lurido traffico.
La “Sea Watch” si è rifiutata e si è messa alla ricerca del porto sicuro più vicino, cioè Lampedusa. Altro che «ciondolare in mezzo al mare», i tedeschi han tenuto la schiena diritta, e non si sono resi complici dei trafficanti.
La seconda riflessione riguarda la sorte degli stranieri bloccati nel presunto «porto sicuro» libico. La Libia è nel mezzo di una guerra civile.
Nelle stesse ore in cui il ministro Salvini ordinava alla “Sea Watch” di tornare in Libia «porto sicuro per i migranti», il nostro ambasciatore a Tripoli Buccino incontrava il premier al-Sarraj per parlare — secondo il sito “Libyan Observer” — delle procedure per curare i militari feriti negli attacchi a Tripoli negli ospedali italiani. Perchè lo ha fatto se la Libia è Paese «sicuro»? La contraddizione è clamorosa.
O forse non è sicuro per gli italiani e gli stessi libici, ma per i profughi africani sì?
Eppure, la sorte che attenderebbe quelli riportati in terra libica (secondo Msf sarebbero 10 mila in 12 mesi quelli recuperati dai guardacoste di al-Sarraj) è terribile: l’internamento in «campi di prigionia disumani nei quali avvengono orrori indicibili», stando alla definizione data dall’Onu. Centri governativi, finanziati da governi europei, certi sovraffollati, in condizioni igienico sanitarie men che precarie, dove tortura e abusi sono pratiche abituali, come abbiamo dimostrato più volte su questo giornale e come ribadito da numerosi organi di informazione internazionale. Solo a Tripoli ci sono circa 5 mila migranti in centri simili, per giunta esposti ai combattimenti, quindi in pericolo di vita. Altre decine di migliaia di persone sono in lager “privati” controllati solo dai loro padroni, in condizione che è impossibile immaginare migliori dei «disumani» campi governativi.
Infine, la Commissione europea ha dato ragione venerdì a Sea Watch 3 affermando per bocca di una portavoce che «tutte le navi con bandiera europea sono obbligate a rispettare il diritto internazionale e il diritto sulla ricerca e salvataggio in mare che comporta la necessità di portare delle persone in un posto o porto sicuro. La Commissione ha sempre detto che queste condizioni non si ritrovano in Libia».
La Libia «porto sicuro» è, poi, opinione smentita dallo stesso Salvini quando questi chiede l’intervento della Ue per mettere in sicurezza un porto libico.
Ma se il diritto internazionale parla chiaro, il decreto sicurezza bis entrato in vigore proprio venerdì offre il gancio politico per scatenare una nuova tempesta in mare sulla pelle di 53 disgraziati che indietro non possono tornare. Fino a quando non sarà dichiarato incostituzionale.
(da “Avvenire”)
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Giugno 15th, 2019 Riccardo Fucile
SALVINI FIRMA CARTA STRACCIA, LA ONG NON MOLLA, L’EUROPA “VIETATO RIPORTARLI IN LIBIA, E’ UN CRIMINE” … I RACCONTI ORRIBILI DI CHI E’ STATO SALVATO: “MI HANNO COSTRETTO A SEPPELLIRE DEI CADAVERI NEL CENTRO DI DETENZIONE PERCHE’ ARRIVAVANO DEGLI OSSERVATORI INTERNAZIONALI”
“Ho appena firmato il divieto di ingresso, transito e sosta alla nave Sea Watch 3 nelle acque italiane, come previsto dal nuovo Decreto Sicurezza. Ora il documento sarà alla firma dei colleghi ai Trasporti e alla Difesa“. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha annunciato così di aver subito attivato nei confronti della nave dell’ong tedesca con a bordo 52 migranti soccorsi dopo un naufragio al largo della Libia la procedura prevista dal Decreto Sicurezza bis. L
a legge firmata ieri dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella integra il Decreto Sicurezza già in vigore prevedendo multe da 10mila a 50mila euro per il comandante della nave che non rispetta il divieto di ingresso nelle acque territoriali.
“Riportando indietro queste persone commetterebbe un crimine per cui l’Italia è già stata condannata, ovvero quello del respingimento collettivo”, gli ha subito replicato l’ong.
La Sea Watch 3 si trova da due giorni in acque internazionali a 15 miglia dall’isola di Lampedusa dopo che mercoledì è intervenuta in soccorso di alcuni migranti le, tramite la portavoce dell’ong Giorgia Linardi, ha fatto sapere di non essere intenzionata a riportare i migranti in Libia perchè sarebbe un crimine come sancito dalle norme internazionali.
Intanto “il centro nazionale di coordinamento del soccorso in mare di Roma ha annunciato un controllo sanitario a bordo. Ci stiamo avvicinando alla posizione dell’incontro, in acque internazionali davanti a Lampedusa”, come ha annunciato la stessa ong in un tweet.
“Uno dei naufraghi ha raccontato di essere stato costretto a seppellire cadaveri per preparare il centro di detenzione alla visita di operatori esterni cercando di renderlo più presentabile. Questa è la Libia, il Paese in cui ci viene indicato di portare le persone soccorse: non lo faremo mai“, ha raccontato Giorgia Linardi spiegando che i naufraghi hanno subito “vessazioni inenarrabili durante i lunghi periodo di detenzione”.
“Anche il più piccolo dei minori non accompagnati, che ha solo 12 anni, è stato imprigionato senza un valido motivo. Un’altra persona — continua Linardi — ha raccontato di essere stata venduta, pare, peraltro, a un ufficiale del governo e di essere stato costretto a prestare manodopera gratuita: ha lavorato come servo per potersi comprare la libertà ed essere messo su un gommone”.
“Molte persone — aggiunge la portavoce di Sea Watch — raccontano di aver tentato di lasciare la Libia via mare più volte. Una persona addirittura ha riconosciuto nella motovedetta che è sopraggiunta dopo il soccorso la stessa che lo aveva già riportato indietro”.
Tutte le volte che i naufraghi sono ricondotti in Libia “vengono di nuovo imprigionati”. Alla vista della motovedetta libica “sono terrorizzati”.
“Un’altra persona — prosegue — ha raccontato che il familiare gli è stato ucciso davanti agli occhi con un colpo di kalashnikov, sempre in detenzione. Noi non riporteremo mai nessuno in un Paese dove alle persone è riservato questo trattamento — ammonisce Linardi -. Ci aspetteremmo che i nostri governi si impegnassero perchè questo non avvenga invece di alimentare la spirale del traffico permettendo che queste persone che tentano di scappare dalla Libia siano riportate indietro, torturate, seviziate. E se sopravvivono… di nuovo ributtate in mare per essere poi riportate indietro. Finchè non periscono”.
La questione, per la portavoce della Commissione Ue, Natasha Bertaud, si risolve in partenza: “Tutte le navi con bandiera europea devono seguire le regole internazionali e sulla ricerca e salvataggio in mare, che significa che devono portare le persone in un porto che sia sicuro. La Commissione ha sempre detto che queste condizioni non ci sono attualmente in Libia“.
Quanto allo sbarco, “in generale la Commissione non ha le competenze per decidere se e dove” può avvenire, rimarca Bertaud, “è una questione sotto la responsabilità del Centro nazionale di coordinamento di soccorso marittimo (Mrcc), che ha in carico le operazioni”.
(da agenzie)
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Giugno 15th, 2019 Riccardo Fucile
E’ LA CIFRA NECESSARIA PER EVITARE LA PROCEDURA DI INFRAZIONE
Per evitare la procedura di infrazione il governo italiano dovrà presentare entro una settimana un
piano per ripianare i buchi del 2018 e del 2019. Parola dell’Unione Europea, che quantifica in nove miliardi totali il computo da mettere sul piatto entro una settimana. Altrimenti l’Italia sarà colpita da una pesante procedura Ue sul debito che ne metterà sotto tutela la politica economica per almeno un lustro. Spiega oggi Repubblica:
È questo il messaggio che Giovanni Tria si è sentito recapitare dai partner europei nella due giorni di riunioni nel Lussemburgo.
«Dobbiamo raggiungere un deficit compensativo del mancato raggiungimento dell’obiettivo 2018», affermava il ministro a fine lavori. Frase apparentemente neutra, ma che invece rivela come la pazienza dei governi dell’Unione sia ormai esaurita. Troppa la spesa in deficit messa in campo o annunciata da Salvini e Di Maio, troppo forte la corsa al rialzo del debito tricolore.
Per evitare la procedura il governo non solo deve chiudere il buco del 2019, 3,5 miliardi, ma anche quello del 2018, ovvero altri 7 miliardi abbondanti. Con uno sconto legato alla flessibilità per il crollo del ponte Morandi e ai lavori contro il dissesto idrogeologico, un conto da nove miliardi, lo 0,5% del Pil. In altre parole, diverse delegazioni nazionali presenti nel Granducato spiegavano che per contenere il debito il governo deve portare il deficit a quel 2% concordato a dicembre (impegno non onorato) rispetto all’attuale 2,5% calcolato dalla Ue.
Almeno questo è il numero di partenza del negoziato, anche se le cifre potranno cambiare nel caso ci si dovesse avvicinare a un compromesso, al momento giudicato molto difficile vista l’inerzia dei gialloverdi.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 15th, 2019 Riccardo Fucile
SALVINI AVRA’ CONTATO MALE QUANDO STRILLAVA “LI VOGLIONO GLI ITALIANI”
Salvini farebbe bene a dare un’occhiata al sondaggio di Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera in cui gli strumenti per il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione vengono sonoramente bocciati proprio da quel popolo che a dire del leghista “li vuole”
Il 35% li giudica pericolosi perchè rischierebbero di diventare una sorta di moneta parallela vietata dai trattati Ue, il 24% li considera semplicemente inutili, mentre solo il 22% ritiene che siano utili per risolvere il problema del mancato pagamento di chi lavora con le amministrazioni pubbliche e il 19% non ha un parere in proposito.
Il consenso per questa possibile misura prevale solo tra gli elettori della maggioranza.
Il sondaggio evidenzia un paio di ambivalenze.
La prima riguarda la relazione con l’Ue: si considera inaccettabile una procedura di infrazione ma vogliamo evitare prove di forza propendendo per un atteggiamento cauto (siamo critici con l’Ue ma ci guardiamo bene dal volerne uscire).
La seconda attiene al rapporto tra la situazione economica non brillante e il consenso per il governo che non sembra pagar pegno (sebbene in calo di quattro punti, si mantiene su livelli elevati), smentendo il famoso slogan della campagna di Bill Clinton nel 1992 «It’s the economy, stupid!».
Non è un fatto nuovo in Italia, come ben sanno i leader del centrosinistra, sconfitto alle Politiche 2018 dopo aver governato in una fase nella quale il Paese dopo anni difficili ha ripreso a crescere.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 15th, 2019 Riccardo Fucile
SU 18 BECCATI A LAVORARE IN NERO BEN 5 INCASSAVANO ANCHE IL REDDITO DI CITTADINANZA
Su diciotto lavoratori trovati a lavorare a nero (quasi tutti nei cantieri edili del napoletano)
cinque sono stati beccati con la card in tasca: tutti che avevano deciso di sommare il salario illegale al sussidio comunque insufficiente a tirare avanti.
Lo racconta oggi il Mattino, che segnala come tutti abbiano giustificato il loro comportamento dicendo che il reddito di cittadinanza non basta loro per vivere.
Si è mossa la task force di cui fanno parte l’Inps, l’Ispettorato del lavoro e l’apposito nucleo dei carabinieri che, avvalendosi dell’anagrafe dell’istituto di previdenza, sono riusciti a stanare i primi furbetti del sussidio.
I lavoratori illegali adesso perderanno il beneficio. Ma non solo: sono stati segnalati all’autorità giudiziaria e dovranno rispondere penalmente del reato commesso che potrebbe essere anche quello di truffa ai danni dello Stato.
Paradossalmente, infatti, il dipendente dovrebbe dichiarare tutto il reddito anche se proveniente da un’attività irregolare.
Al datore di lavoro, invece, toccherà una sanzione amministrativa, mentre l’inps non solo provvederà alla revoca del beneficio, ma tenterà il recupero del denaro già versato. Impresa non certo facile visto che si tratta generalmente di nullatenenti.
(da agenzie)
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Giugno 15th, 2019 Riccardo Fucile
SI E’ SPENTO A 96 ANNI, LUNEDI’ LA CAMERA ARDENTE IN CAMPIDOGLIO
È morto nella sua casa a Roma Franco Zeffirelli. Sceneggiatore, attore, regista, aveva 96 anni. 
“Ciao maestro” si legge sul sito della fondazione che porta il suo nome: “Si è spento serenamente pochi minuti fa Franco Zeffirelli. Era nato a Firenze 96 anni fa. La scomparsa è avvenuta alla fine di una lunga malattia. Il maestro riposerà nel cimitero delle Porte Sante di Firenze”.
La camera ardente si terrà lunedì il Campidoglio: lo fanno sapere i figli Pippo e Luciano.
L’ultimo lavoro del regista, un sogno coltivato per oltre dieci anni, è stata la regia di una nuova Traviata che aprirà la stagione del Festival lirico all’Arena di Verona la prossima settimana, il 21 giugno. Ma il Maestro guardava già avanti, al nuovo progetto: un Rigoletto il cui debutto era previsto per il 17 settembre 2020 in Oman alla Royal Opera House di Muscat.
Il sodalizio con Visconti e quel rotolo sotto il braccio
Nato a Firenze il 12 febbraio 1923, il bambino Gianfranco Corsi Zeffirelli perse subito il padre, che non lo riconobbe, e la madre, che morì, quando aveva solo sei anni. Allevato da una coppia che lui chiamava zii ma che in realtà erano cugini del padre, il giovanissimo Franco ebbe una figura paterna nel suo istitutore, Giorgio La Pira, futuro padre della Costituente e amatissimo sindaco di Firenze negli anni 50.
Dopo un periodo in un istituto Zeffirelli frequentò l’Istituto delle Belle Arti fino a debuttare a teatro per Luchino Visconti. Il primo incontro con il grande regista lo ricordava così: “Venne a Firenze con la sua compagnia, mettevano in scena La via del tabacco, andai a partecipare a dei provini come attore, ma Visconti mi scartò per il mio accento toscano. Fu incuriosito però da un rotolo di miei disegni che mi portavo sempre appresso, mi chiese di vederli e mi assunse come assistente scenografo perchè lui non sapeva neppure tenere un pennello in mano”. Il primo grande lavoro che firmò furono le scenografie per la prima italiana di Un tram che si chiama desiderio di Tennesee Williams
Dal teatro al cinema sul set di due grandi opposti
Fu Luchino Visconti ad avvicinarlo al cinema portandolo sul set di due film, La terra trema e Senso, “una sorta di università del cinema” la definirà poi Zeffirelli. Insieme a Francesco Rosi ne fu aiuto regista.
Negli anni Cinquanta curò la regia di numerose opere teatrali (molto Shakespeare), mentre al cinema come autore finì per debuttare nel 1957 con la commedia giovanile Camping, un titolo che con il passare degli anni Zeffirelli finì per disconoscere.
Per gli anni Cinquanta e quasi tutti i Sessanta si dedicò completamente al teatro mettendo in scena La Cenerentola di Rossini e L’elisir d’amore di Donizzetti per La Scala, iniziando poi a lavorare all’estero al Covent Garden di Londra, al King’s Theater di Edimburgo
Shakespeare in sala
Alla fine degli anni Sessanta si impose nel panorama cinematografico internazionale con due trasposizioni per il grande schermo di opere di Shakespeare: La bisbetica domata (1967) con Elizabeth Taylor e Richard Burton e Romeo e Giulietta (1968) con gli abiti di Danilo Donati e la fotografia di Peppino De Santis, premiati con l’Oscar.
Il film del ’67 fu girato negli studi romani Dinocittà di Dino De Laurentiis e fu un grande successo di botteghino soprattutto negli Stati Uniti. Per interpretare la coppia shakespeariana Zeffirelli avrebbe voluto Loren e Mastroianni, ma infine fu contento della chimica della coppia esplosiva americana che ricordava così: “Una fatalità li aveva uniti: lei era la stella, lui portava la cultura. Stare con loro sul set fu un grande divertimento per tutti perchè riuscimmo a smontare il meccanismo dei capricci, se facevano qualcosa per sbalordire la troupe noi reagivamo ridendo invece che prendendocela”.
Romeo e Giulietta, versione per il grande schermo della messinscena teatrale di Zeffirelli per l’Old Vic di Londra, segnò la prima versione cinematografica in cui gli attori principali erano molto vicini all’età dei personaggi originali; durante le riprese Leonard Whiting (Romeo) aveva diciassette anni, Olivia Hussey (Giulietta) sedici.
Tra i titoli più amati di Zeffirelli, il film fu un enorme successo di pubblico in tutto il mondo (quasi 40 milioni di dollari d’incasso nei soli Stati Uniti).
Uscito nell’anno delle rivolte studentesche il film, nonostante la sontuosa veste estetica, racconta molto del tempo in cui fu girato in particolare per quel che riguarda la lotta fra il mondo giovanile e quello adulto che vorrebbe imbrigliare i due amanti in obblighi familiari e convenzioni.
Una sequenza d’amore in cui viene svelato il seno nudo della giovane Giulietta fece scandalo e fu condannata dalla censura tanto che in Inghilterra persino la protagonista non potè entrare in sala a vedere il suo stesso film poichè non aveva la maggiore età .
I Settanta spirituali e gli Ottanta teatrali
Gli anni Settanta furono un decennio particolarmente legato alla spiritualità per Zeffirelli che nel 1971 firmò Fratello sole, Sorella Luna dedicato alla figura di San Francesco e Santa Chiara e poi nel 1977 il kolossal tv su Gesù di Nazareth che venne poi programmato anche al cinema.
Tra questi due titoli Zeffirelli curò anche la regia televisiva dell’apertura dell’Anno Santo nel 1974. Poi, mentre proseguiva l’attività teatrale tra La Scala, il Met e l’Opera di Parigi, negli anni Ottanta Zeffirelli diresse La Traviata, l’Otello realizzandone dei veri e propri film e non teatro filmato.
Per quel che riguarda l’opera verdiana Zeffirelli utilizzò un mezzo propriamente cinematografico, il flashback, per raccontare la storia di Violetta trasformando in vera attrice di cinema la cantante greco-canadese Teresa Stratas accanto al tenore Placido Domingo nel ruolo di Alfredo.
Gli anni Ottanta si chiusero con un biopic dedicato al giovane Toscanini, decisamente meno riuscitoGli anni Novanta: l’Amleto di Gibson e il tè con Mussolini rispetto alle due opere per il grande schermo, si raccontavano i primi passi del più grande direttore d’orchestra italiano affidato all’attore americano C. Thomas Howell. Tra le curiosità del film la presenza di Elizabeth Taylor, che mancava dal grande schermo da una decina di anni, nel ruolo del soprano russo Nadina Bulichoff.
Gli anni Novanta: l’Amleto di Gibson e il tè con Mussolini
Mentre Kenneth Branagh iniziava il suo lavoro su Shakespeare realizzando Enrico V Zeffirelli decise di tornare a portare al cinema l’opera del Bardo e in particolare l’Amleto prima “che lo facesse lui”, come avrebbe poi ammesso lo stesso regista anni dopo. Per il suo Amleto Zeffirelli scelse la star australiana Mel Gibson e arrivò a Los Angeles con un montaggio di sue interpretazioni che gli suggerivano certe qualità che cercava per il personaggio, l’agente di Gibson aveva messo in guardia Zeffirelli sul fatto che difficilmente avrebbe accettato invece Gibson accettò immediatamente.
La lavorazione fu però faticosissima perchè, come racconterà poi il regista, “fu tutto il tempo in lotta con me perchè era in lotta con se stesso”.
Seguì Storia di una capinera con cui Zeffirelli ritrovò Verga che aveva scoperto grazie a Visconti sul set di La terra trema e poi Jane Eyre da Charlotte Bronte con la ventiquattrenne Charlotte Gainsbourg.
Con la sua autobiografia cinematografica, Un tè con Mussolini, Zeffirelli mescolò ricordi personali, vicende inventate e qualche cenno storico della Firenze degli anni Trenta per un affresco visto dal punto di vista di un ragazzino alter ego del regista, figlio illegittimo come lui di un mercante di stoffe e allevato da un gruppo di signore inglesi (tra cui Joan Plowright, Judi Dench e Maggie Smith).
Un progetto che il regista aveva sognato fin dall’inizio della sua carriera cinematografica e che riuscì a realizzare praticamente solo alla fine ottenendo, come quasi sempre, un successo maggiore in Inghilterra e Stati Uniti che in Italia.
Il film sulla Callas e quello mai fatto su Francesco e gli arabi
Nel 2001 Zeffirelli firmò il suo ultimo titolo per il cinema, mentre a teatro ha continuato a produrre allestimenti tra cui i Pagliacci per il Teatro Filarmonico di Verona o La Bohème per il Met di New York, dedicato alla sua grande amica Maria Callas, Callas Forever con Fanny Ardant. “Era una donna molto divertente, insieme ridevamo come matti e poi era un vero e proprio genio, un talento: ogni cosa che toccava diventava meravigliosa, voleva solo la perfezione” la ricordava.
Anni dopo aveva poi sentenziato: “Quel film è stato un errore dal punto di vista delle regole che governano il cinema commerciale. Non puoi evocare un personaggio straordinario senza mostrarlo nel momento più alto, io invece l’ho mostrata alla fine, quando non aveva più voce. Il pubblico voleva vedere Callas trionfare e non ha amato il film”.
Avrebbe voluto realizzare ancora un titolo a cui aveva lavorato molto in realtà e che più di una volta sembrava dover arrivare sul set nel giro di pochi mesi. Si sarebbe intitolato Tre fratelli da un soggetto scritto con Suso Cecchi D’Amico, voleva essere una sorta di seguito di Fratello Sole e sorella Luna.
Avrebbe raccontato la predicazione di Francesco tra gli arabi, il titolo veniva da una frase di Francesco che spezzando il pane con il sultano Al Malik e con l’ebreo Nathan dice: “Siamo tre fratelli, nutriamo le nostre anime con lo stesso pane”. Un film che probabilmente sarebbe piaciuto a papa Francesco a cui Zeffirelli ha dedicato un libro fotografico dal set del film su San Francesco.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 14th, 2019 Riccardo Fucile
LA TESTIMONIANZA DI UNA LAVORATRICE STAGIONALE NEGLI HOTEL DELLA ROMAGNA CI RACCONTA QUESTO MONDO DI ABUSI
Premetto che quello che scrivo non vale per tutti gli Hotel, ma per la maggior parte di essi sì, e
sono dinamiche vissute in prima persona e in differenti tipologie di alberghi, ed ovviamente esperienze di chi ha condiviso queste situazioni con me.
“Quindi siamo d’accordo? Saranno sette, otto ore al massimo, tutti i giorni, perchè purtroppo (purtroppo lo dicono solo gli albergatori più gentili, o quando intuiscono dalla tua espressione che stai figurando i mesi a venire dovendo lavorare sempre, giorno dopo giorno dopo giorno dopo giorno dopo giorno…) qui funziona così. Dappertutto sai? Non è che un altro hotel ti può dare il giorno libero”.
Mentre tu stai riflettendo su quando potrai rivedere i tuoi cari per mezza giornata, o più semplicemente la luce del sole, l’albergatore continua: “Non preoccuparti, noi siamo ben organizzati, il lavoro non è che sia poi così impegnativo”.
La tua perplessità non gli fa battere ciglio, l’atteggiamento anche in fase embrionale è infatti sempre quello di chi ti sta facendo un favore a darti un lavoro, come se non si trattasse di un normale scambio prestazione professionale – pagamento, ma di un atto di altruismo che viene condensato con uno scaltro rimando alla crisi, un arguta constatazione del fatto che sono in tanti a cercare lavoro e che ha come risultato questa morale: ti conviene accettare le condizioni proposte perchè sei un privilegiato se vieni assunto al posto di quei molti che si suppone siano in una presunta fila alla loro porta.
Atteggiamento che oltre a stimolarti un impeto di gratitudine immotivata, serve anche a giustificare l’entità del pagamento. Subdolo, sì, ma efficace.
I tre punti ricorrenti infatti quando si arriva a parlare di paga sono i seguenti: come accennato sopra, crisi, quindi stimolare il senso di colpa per aver scelto te per lavorare lasciando per strada chissà quanti altri disgraziati.
Punto due: l’esperienza. L’esperienza che tu possiedi infatti è inevitabilmente diversa da quella che necessitano in quell’Hotel, se sei cameriere ed hai già esperienza in strutture dello stesso livello, sicuramente il servizio viene fatto in modo completamente diverso, se sei cuoco e hai lavorato anche in hotel di pari categoria è certamente tutto un altro discorso nell’albergo di chi ti sta proponendo il lavoro. Allo stesso modo, se lavori in segreteria e conosci lo stesso programma utilizzato dall’azienda, non farti prendere da quell’iniziale entusiasmo: “Qui lo usiamo in maniera diversa”. Non solo, lavorare per noi ti qualifica. Hai già esperienza? Non importa, dopo aver lavorato qui puoi lavorare ovunque.
Questa tattica mascherata in un altro slancio di bontà che significa: non sei quello che cerchiamo, non sei preparata esattamente per le nostre esigenze, ma noi chiudiamo un occhio, perchè siamo caritatevoli e ti vogliamo fare lavorare, dopo aver lavorato nel nostro Hotel allora sì che saprai lavorare.
Il terzo immancabile argomento al momento della conversazione sulla paga, è, a mio avviso, il più ignobile di tutti. Il pianto dei soldi da parte dell’albergatore.
Non si lavora più come una volta, la stagione è corta, il cambiamento climatico incombe, non stiamo dentro nelle spese (ma continuiamo a farlo ogni anno perchè ci piace impoverirci), non dico che andiamo in perdita ma siamo a quel livello.
L’obiettivo è la tua empatia: dopo essersi reso ai tuoi occhi umano e debole,la carrellata delle difficoltà esposte ti predispone a una pacca sulla spalla col significato sottinteso di “ce la faremo”. E sei fregato.
La proposta del salario dopo tutte queste considerazioni è detta a voce anche spavalda, come facesse un eccezione per te ed arrivasse addirittura alla cifra che ti sta proponendo che nonostante il tentativo eseguito magistralmente e il tuo stato d’animo intortato è talmente ridicola che spalanchi comunque gli occhi pensando: “Sono due euro all’ora, non si può”.
L’hai sottovalutato, è pronto a questa reazione. Prima che tu possa parlare, passa al contrattacco: “Poi 50 euro in più, magari non in busta, se sei bravo… non è detta…poi c’è la possibilità di vitto e alloggio, in quel caso decurtiamo qualcosina altrimenti non andiamo in pari…”.
Se ti serve un lavoro e non hai mai fatto prima le stagioni in riviera, accetti con tanti dubbi. Se l’hai già fatta, perchè devi lavorare, accetti con la morte nel cuore. Saranno sette-otto ore. Sono dieci, dodici ore.
Il tuo lavoro non è così impegnativo. Il tuo lavoro sfianca, manca il personale, sei solo e devi coprire il lavoro di più persone, ogni giorno, per mesi.
Ufficialmente riposi un giorno a settimana, quello immaginario in cui vedi la luce e fai le lavatrici, in realtà sei costretto a stabilire un finto giorno libero, dichiarato ovviamente anche in busta paga, e la raccomandazione è che di fronte all’ispettorato del lavoro se sei presente il giorno che dovresti essere libero è per un esigenza improvvisa dell’azienda, ma tu di solito quel giorno riposi.
Vitto ed alloggio. Il vitto, non occorre dirlo, il più delle volte, è costituito da avanzi di avanzi. Stessi cibi ricucinati dallo stato liquido al solido all’aeriforme conditi con il grasso per poter essere commestibili. Poi dipende, chi ti toglie un euro se prendi un caffè dopo 10 ore che sei in piedi, chi acqua gratis in bottiglia quindi non del rubinetto, solo a dei reparti, quindi ad una sola parte di personale.
C’è anche chi semplicemente offre gli avanzi del giorno prima e in quel caso sei fortunato, anche a casa capita di mangiare cose del giorno prima, non che faccia per forza male.
L’alloggio stimola in me ricordi dolorosi, esseri umani dopo il lavoro massacrante stipati in cuccette nell’afa dei sottotetti ad agosto, e non vado oltre, mai visto qualcosa che assomigli a una sistemazione per i più dei lavoratori.
Il fatto è che è quell’avidità atavica che impedisce ai titolari di mettere per esempio tramite l’associazione alberghiera della cittadina di pertinenza una quota irrisoria per un impresa di quella portata, per affittare un vecchio stabile, una struttura modesta per i dipendenti.
Del resto è anche vero che avere la donna ai piani alle 23 che dorme in Hotel può sempre essere utile per rifare una camera all’ultimo e tentare di vendere una camera per una notte, così come una segretaria che per pranzare o cenare deve spostarsi all’interno dell’hotel si può convocare nella pausa per permettere all’altra turnante di mangiare, così che nessuno abbia una vera pausa. Solo due esempi.
La tua mansione è… tutto. Carenza di personale in ogni reparto. Le segretarie fanno il lavoro d’ufficio, il bar, la manutenzione, il back office, i conti, gestiscono fornitori e personale sempre in un turno da sole, e devono fare tutte le cose contemporaneamente, fino a che non fanno il caffè con il telefono e mostrano la camera al fornitore mentre scrivono alla mail di Booking.com che servono 4 chili di pane bianco per l’indomani.
Il cuoco corre. Carenza di personale significa se gli va di grazia ha un tuttofare che tra il lavare i piatti e le pentole, il parcheggiare le auto, dare l’intonaco e togliere la muffa gli taglia qualche verdura (ma non è detto, dipende dalle disgrazie della giornata).
E il cuoco corre. Sviene normalmente per secondo, i giorni prima di ferragosto, di solito dopo la donna ai piani di costituzione più esile che si sente mancare qualche settimana prima.
Le donne ai piani faticano perchè per carenza di personale devono pulire contemporaneamente un numero di stanze e poi di piatti che per rendere l’idea normalmente lo fanno con le lacrime agli occhi dalla fatica, e all’occorrenza diventano cameriere.
I camerieri lavorano dalle sei del mattino a mezzanotte circa, ristorati da due pause di un ora in cui possono buttarsi vestiti nelle loro brande. Giorno dopo giorno, ogni giorno.
Tfr, ferie, tredicisima, tutti fittizi figurano nella busta paga come parte della paga percepita. La paga, avendo letto delle cifre lontane dalla realtà queste giorni, è la seguente (ho lavorato in differenti hotel e dovevo archiviare i contratti, chiedere proroghe quando necessario ecc. qui prendiamo in considerazione un hotel di categoria media e per gli altri il parametro di riferimento è simile): Cameriere da 800 a 1100, se con molta esperienza o responsabile di sala può arrivare a dai 1400 ai 1800, solo se lavora da molti anni con la stessa azienda e ha stabilito un legame con una clientela abituale, c’è una per quanto rara possibilità che guadagni di più.
Cuochi: più sei giovane, più fai, meno ti pago. Sembra questa la logica per questo ambito. I cuochi più maturi, non arretrano dalle paghe dei tempi che furono, cioè quelle dignitose rispetto alle ore e all’impegno, forse anche perchè nel tempo hanno acquisito qualche sicurezza economica in più.
I giovani, anche se con esperienza, devono adattarsi perchè hanno bisogno ancor di più di lavorare, per potersi costruire una vita. In questo ambito l’escamotage è di non assumere, o sostituire quelli più navigati con persone più giovani. Un cuoco, per dodici o tredici ore tutti i giorni, e fare un lavoro fisicamente e psicologicamente pesantissimo, prende intorno ai 1800 o 2000 euro. Se fortunato, o con la minaccia di andarsene qualora i clienti siano abituali ed apprezzino la sua cucina, può percepire una cifra maggiore.
Donne ai piani, per dieci o dodici ore di lavoro fisico tutti i giorni, da 800 a 1000 euro. Ricevimento, quindi gestione di tutti i reparti e di tutta la responsabilità economica, dai 900 ai 1300. Se con esperienza e con clienti fidelizzati, questo aspetto è importante perchè nel caso che sia un hotel in cui i clienti sono abituali e quindi in confidenza con il personale, il titolare può decidere di aumentare un po’ la paga per assicurare lo stesso personale e trattamento al cliente che si ripresenta.
Ovviamente se l’hotel non punta sul ritorno degli stessi clienti non vale questo discorso, e sono tanti perchè il turismo fidelizzato è una realtà quasi estinta. Specifico che parlo in questi termini della riviera romagnola solo relativamente alla circoscritta realtà degli albergatori, e non riguarda affatto il buon spirito dei romagnoli in genere. Tutti sanno che funziona così.
Penso che accuserei i dipendenti dell’ispettorato del lavoro di una ottusità che non credo gli appartenga, penso che provino qualche volta a spaventare con delle multe ma che quando si chiudono le porte degli hotel alle spalle sanno di avere a che fare con un sistema malsano e una situazione più grande di loro.
Quale situazione è questa? Quella di ordinaria, implicita, accettata illegalità all’italiana. Se non lavori tu a queste condizioni, lo farà qualcun’altro.
Non sono una fan del reddito di cittadinanza e in generale dello Stato assistenziale, ma ritengo che almeno forse un buon risultato c’è stato ed è stato quello, mi auguro, di gettare un occhio di bue su un microcosmo lavorativo degradato, lavori forzati per arricchire i pochi, senza discutere della qualità della famigerata accoglienza romagnola e di quanto ci perde in credibilità stagione dopo stagione.
La cosa buffa è che quando si conclude la stagione, anche se involontariamente si fanno sfuggire che non si sono poi così impoveriti, buttano là delle cifre, magari chiacchierando tra loro, e tu sai che è la metà di quello che hanno realmente guadagnato. Lo sai perchè conosci le spese e le entrate, di tutti i tipi.
Concludo prendendo in prestito le parole di una lungimirante e geniale canzone: sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi a far promesse senza mantenerle mai se non per calcolo,il fine è solo l’utile, il mezzo ogni possibile, la posta in gioco è massima, l’imperativo è vincere e non far partecipare nessun altro nella logica del gioco la sola regola è esser scaltro, niente scrupoli o rispetto verso I propri simili. Perchè gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili.
(da “L’Espresso”)
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