Giugno 29th, 2019 Riccardo Fucile
IN TRE SETTIMANE IL CONSENSO PER IL GOVERNO CROLLA DI SETTE PUNTI, ORA E’ SOLO AL 45%…LA LEGA PERDE UN PUNTO, CALA ANCHE IL PD, RISALE FORZA ITALIA, STABILI GLI ALTRI
Sette punti in meno rispetto a tre settimane fa, ma soprattutto 23 in meno rispetto a luglio 2018.
Crolla il consenso per il governo che dal 68% di luglio 2018 passa al 45, per la prima volta sotto il 50%.
Sono i dati che emergono dal sondaggio Ipsos per il Corriere della Sera, che evidenziano anche importanti cedimenti per l’indice di gradimento del capo politico dei 5 Stelle Luigi Di Maio, che tocca il livello più basso dall’insediamento con 25 punti. Un anno fa era a 57. Scende anche Salvini che va sotto di 10 punti rispetto al picco di marzo 2018 e si ferma a 49, 4 punti in meno rispetto all’ultima rilevazione.
Più su di Salvini invece resta Conte (52 dai 69 di un anno fa), premiato per la sua capacità di tenuta tra i due alleati e il suo ruolo di mediazione in Europa.
Guardando invece ai partiti, rispetto alle Europee la Lega perde un punto (da 34,3 a 33,3) mentre i 5 Stelle aumentano dello 0,2 passando da 17,1 a 17,3.
I dem registrano un calo di 1,5 punti (da 22,7 a 21,2), Forza Italia sale dello 0,5 (da 8,8 a 9,3) mentre Fratelli d’Italia passa dal 6,5 al 6,7.
Cambia anche sensibilmente la posizione degli elettori di Lega e M5s rispetto all’alleato di governo. Cresce il malcontento dei leghisti verso il partito guidato da Di Maio, che cala da 81 a 33 perdendo così 48 punti. Giù anche Conte che passa da 90 a 57 (-33), mentre il governo scende di 22 punti rispetto a luglio 2018 e si ferma a 71. La fiducia in Salvini invece, per gli elettori voterebbero il Carroccio, passa da 93 a 97. Minore il malcontento dei 5 Stelle verso i partner di maggioranza: il malcontento verso Salvini è la metà rispetto a quello dei leghisti verso Di Maio e passa dal 70 al 44 (-26), mentre cala anche quello per il governo (da 95 a 84) e per Di Maio (da 90 a 76), mentre cresce di due punti il gradimento per il presidente del Consiglio, che passa da 90 a 92.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 29th, 2019 Riccardo Fucile
“LE ACCUSE CONTRO DI LEI SONO INFONDATE, LA GDF DOVEVA SCORTARLA NON OSTACOLARLA E LA MOTOVEDETTA DELLA GDF NON E’ UNA NAVE DA GUERRA, QUINDI IL REATO NON ESISTE”
Lui era una voce critica e per questo non si è trovato a suo agio tra i camerieri M5s che su Ong e
migranti sono come Salvini e hanno avallato tutte le norme liberticide che hanno criminalizzato chi salva vite umane
“Il comportamento di Carola Rackete, che approvo, è stato quello di una persona che ha piena consapevolezza del gravoso onere che incombe sul comandante di una nave soccorritrice di completare l’operazione di soccorso attraverso lo sbarco delle persone. Non è liberato dai propri obblighi finchè non porta a terra le persone, lo dicono le convenzioni internazionali che sono imperativi giuridici ed entrano nell’ordinamento a un livello superiore rispetto alle leggi ordinarie. Ecco perchè non c’è violazione di legge, tuttavia scriminate dalla sussistenza dello stato di necessità : a bordo c’è una emergenza, persone salvate dall’acqua che la nave deve portare in salvo”.
L’opinione di Gregorio De Falco, ex comandante della Guardia Costiera e attualmente senatore del Gruppo Misto, commentando il comportamento del comandante Rackete, arrestata dopo aver forzato l’alt della Guardia di Finanza ed esser attraccata al porto di Lampedusa speronando una motovedetta delle Fiamme Gialle.
“E’ stato fatto un paragone con il posto di blocco – continua De Falco – è una sciocchezza perchè il paragone corretto va fatto con l’ambulanza o con una macchina privata che debba portare un ferito in ospedale e, mostrando il fazzoletto bianco o suonando il clacson, deve ottenere la priorità sul traffico”.
“Fatti gli accertamenti da parte della Procura, dovrà tenersi conto del fatto che non ci sono gli estremi giuridici per tenere in stato di fermo la comandante Carola Rackete. Dovrà essere liberata per civiltà giuridica e umana”, ha aggiunto.
“L’arresto di Carola Rackete è stato fatto per non essersi fermata all’alt impartito da una nave da guerra ma la nave da guerra è altra cosa, è una nave militare che mostra i segni della nave militare e che è comandata da un ufficiale di Marina, cosa che non è il personale della Guardia di Finanza. Non ci sono gli estremi. La Sea Watch è un’ambulanza, non è tenuta a fermarsi, è un natante con a bordo un’emergenza. La nave militare avrebbe dovuto anzi scortarla a terra”.
E ha continuato: “Sea Watch non avrebbe potuto andare in altri porti, il più vicino è Lampedusa e non aveva alcun titolo a chiedere ad altri, sebbene lo abbia fatto. Ha atteso tutto quello che poteva attendere – continua De Falco – finchè non sono arrivati allo stremo; a quel punto il comandante ha detto basta ed è entrata per senso di responsabilità . E’ perverso un ordinamento che metta un uomo, o una donna in questo caso, di fronte a un dramma di questo tipo. Quella nave aveva un’emergenza e aspettava da troppo”.
(da agenzie)
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Giugno 29th, 2019 Riccardo Fucile
A GUIDARLI UNA CONDANNATA A TRE MESI PER NON AVER PAGATO I CONTRIBUTI AI DIPENDENTI, GRANDE ESEMPIO DI LEGALITA’
L’odio vomitato dal vivo, registrato e orgogliosamente esibito sui social. Nel mirino la comandante della Sea- Watch, Carola Rackete, al momento dello sbarco stanotte nel porto di Lampedusa.
Il video, postato su Facebook dalla Lega di Lampedusa, raccoglie gli insulti lanciati da diverse persone presenti sulla banchina nei confronti della capitana. A pubblicare sulla sua pagina Facebook il video con gli insulti è il senatore Pd Davide Faraone che era a bordo nella Sea Watch.
“Ciao crucca”, “spero che ti violentino sti negri, a quattro a quattro te lo devono infilare, ti piace il c… Nigru”, urlano dalla banchina del porto. Gridano e ridono. “Ciao mamma”, dicono davanti ai telefonini. Poi, mentre rackete scende dalla nave, si sentono distintamente fischi e insulti: “venduta, venduta” “le manette, le manette”, “zingara”, “cornuta, cornuta”, “criminali”. Subito dopo seguono risate, e ancora: “tossica”, “arrestiamola”, “ti devi vergognare”, “vattene in Olanda”.
(da agenzie)
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Giugno 29th, 2019 Riccardo Fucile
CHISSA’ COME MAI LE FORZE DELL’ORDINE NON SONO INTERVENUTI PER DENUNCIARE LA MANOVALANZA LEGHISTA CAPITANATA DA UNA CONDANNATA CHE INSULTAVA CAROLA
Speronamento alla motovedetta della Guardia di Finanza durante l’entrata della Sea Watch 3 nel
porto di Lampedusa? Basta guardare il video e si capisce che non esiste per chi ha un minimo di cognizione sul concetto di speronamento.
All’una di notte Carola Rackete ha acceso i motori della Sea Watch 3 ed ha fatto rotta verso l’isola: la motovedetta della Guardia di Finanza che in questi ultimi due giorni è sempre rimasta accanto alla nave della ong le ha intimato l’alt per tre volte senza risultato.
Quando è ormai evidente che la Sea Watch è entrata in porto, la motovedetta ha tentato di porsi tra la banchina e la nave per impedire l’attracco.
La motovedetta e la nave si sono toccate per un’istante, l’imbarcazione della Gdf è è riuscita a sfilarsi senza conseguenze per l’equipaggio.
All’Adn Kronos i finanzieri hanno raccontato di aver avuto paura: “La motovedetta di appena dodici metri aveva addosso quel bestione di acciaio di oltre 600 tonnellate, poteva finire male per gli uomini della Guardia di Finanza”.
Ma c’è chi fa notare che è stata piuttosto la motovedetta della Guardia di Finanza a rischiare troppo frapponendosi per impedire l’entrata della nave.
A parte che stavano eseguendo un ordine contro la legge internazionale e nazionale (e dovrebbero essere denunciati loro) se volevano impedire l’attracco della nave potevano salire a bordo, come si evince dal video bastava un piccolo salto ed erano a bordo.
Poi bastava aspettare senza tante sceneggiate che la nave ormeggiasse e successivamente contestare le infrazioni.
(da agenzie)
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Giugno 29th, 2019 Riccardo Fucile
L’ITALIA SI MOBILITA PER SUA LIBERAZIONE… SIAMO DIVENTATI LA VERGOGNA DEL MONDO…SEQUESTRATORI DI PERSONE A PIEDE LIBERO, EROI CIVILI IN MANETTE
Intorno all’1,50 la Sea Watch dopo 17 giorni in mare è attraccata al molo commerciale di Lampedusa. Ancora una volta è stata una mossa a sorpresa della capitana tedesca Carola Rackete a sbloccare la situazione. E’ entrata nel porto senza autorizzazione preventiva, invocando lo stato di necessità . L’aveva detto, lo ha fatto.
Dopo un’ora i finanzieri sono saliti a bordo ed hanno arrestato la capitana, portandola via con l’accusa di “resistenza o violenza contro nave da guerra”, un reato che prevede una pena da tre a dieci anni.
I finanzieri contestano anche il tentato naufragio a proposito della manovra di attracco, ma saranno i magistrati a decidere.
Secondo il deputato del Pd Gennaro Migliore, che è entrato nella caserma della Finanza, la capitana si trova nella stanza del comandante visto che la caserma non ha una cella di sicurezza. “Domani potrebbe essere trasferita in un carcere in Sicilia”. All’alba è arrivata l’autorizzazione e i 40 migranti sono scesi finalmente a terra e sono stati portati nel Centro di contrada Imbriacola.
Una motovedetta della Guardia di Finanza aveva provato ad ostacolare l’ingresso della Sea Watch nel porto, ma il tentativo è durato poco. Mentre la capitana manovrava la nave entrata di poppa la motovedetta si è spostata lungo la banchina e andava avanti e indietro cercando di impedire l’attracco. La nave, però, ha proseguito nella manovra di accostamento rischiando di schiacciare l’imbarcazione dei finanzieri.
“La comandante Carola non aveva altra scelta – dice Giorgia Linardi, portavoce di Sae Watch Italia – da 36 ore aveva dichiarato lo stato di necessità che le autorità italiane avevano ignorato”. “E’ stata una decisione disperata – dicono i legali della Ong tedesca Leonardo Marino e Alessandro Gamberini – per una situazione che era diventata disperata”.
Quando la capitana ha concluso la manovra si è affacciata sul ponte di comando ed è stata accolta da un lungo applauso di circa un centinaio di persone arrivate sul molo. Tra loro attivisti di Sea Watch, Pietro Bartolo medico dell’isola ed europarlamentare del Pd, don Carmelo parroco di Lampedusa, e le persone che avevano solidarizzato in questi giorni con la Sea Watch dormendo sul sagrato della chiesa. A bordo della nave c’erano anche 5 parlamentari italiani: Riccardo Magi di +Europa, Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana, Davide Faraone, Matteo Orfini e Graziano Delrio del Pd. Il capogruppo del Pd Delrio ha commentato: “Già ieri sera la capitana voleva entrare, ma le abbiamo chiesto di aspettare che il governo trovasse Paesi disponibili ad accogliere i migranti. Ora quegli accordi ci sono, ma nessuno ha dato l’autorizzazione allo sbarco. La situazione era diventata troppo critica, quindi la capitana Carola ha preso questa decisione”.
(da agenzie)
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Giugno 28th, 2019 Riccardo Fucile
NE DERIVA CHE SALVINI, INDICANDO TRIPOLI COME DESTINAZIONE ALLA SEA WATCH, HA COMMESSO UN REATO: ORA LA MAGISTRATURA AGISCA DI CONSEGUENZA (SE TROVA UNA CAROLA CON LE PALLE) E ARRESTI SALVINI
Una svolta politica arriva dal ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, che oggi rispondendo a
una domanda ha detto chiarmente che la Libia non è un porto sicuro: “La definizione di porto sicuro – ha detto il ministro – viene dalle convenzioni internazionali, queste condizioni per la Libia non ci sono. Non siamo noi a dirlo. So che da questo nascono varie precisazioni di carattere mediatico su convergenze di posizioni o meno, ma è un dato di fatto del diritto internazionale”.
Quindi il punto fermo è fissato (anche se risaputo): respingere i naufraghi in Libia è un reato.
Secondo punto fermo: la Sea Watch ha disobbedito a una direttiva illegale intimata da un catena di comando che sapeva di commettere un reato.
A capo di quella catena di comando c’era il ministro Salvini a cui va contestato il reato unitamente agli ufficiali e ai funzionari da indentificare.
Vista la reiteraziuone del reato che avrebbe indotto a un atto criminale con relative vittime innocenti va spiccato ordine di arresto per i responsabili, affinchè non ripetano lo stesso crimine.
Questo dice la legge.
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Giugno 28th, 2019 Riccardo Fucile
LA NAVE DELLA ONG SPAGNOLA DIRETTA VERSO LA LIBIA
Il dramma della Sea Watch è ancora in corso ma già all’orizzonte si vede il prossimo capitolo della propaganda estiva, ancora una volta sulla pelle dei disperati.
La Ong spagnola Proactiva Open Arms ha infatti twittato che la nave ha lasciato il porto di Napoli ed è diretta a sud.
“La Open Arms – spiega la Ong in un comunicato – ha lasciato le acque di fronte a Napoli diretta a Lampedusa, nel Mediterraneo Centrale. Vista la totale assenza di organizzazioni nella zona che possano documentare quello che sta accadendo e garantire un intervento rapido in caso di necessità , la nostra missione sarà quella di proteggere con la nostra presenza le persone in pericolo di vita, fin quando le autorità preposte non ci sostituiranno”
“Difenderemo i diritti umani in acque internazionali, solleciteremo chi avrebbe il compito di proteggere la vita e saremo pronti a intervenire in caso di necessità – prosegue la nota – . Soccorrere chi è in pericolo è un obbligo non un obiettivo. Abbiamo un impegno e un dovere morale, per questo navighiamo verso la frontiera più letale del pianeta”.
(da agenzie)
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Giugno 28th, 2019 Riccardo Fucile
“CHI GUIDA UN PARTITO CHE HA RUBATO 49 MILIONI AGLI ITALIANI NON SI PERMETTA DI DIFFAMARCI, ABBIAMO CREATO LEGALMENTE MIGLIAIA DI POSTI DI LAVORI, NON SIAMO SPIANTATI”
Gessica Berti, titolare di un Grow shop di Budrio, ha denunciato il ministro dell’Interno Salvini per
diffamazione dopo le sue frasi sui negozi che vendono derivati dalla canapa. “Non siamo degli spiantati o degli spacciatori, siamo degli imprenditori. Io sono una mamma, ho due lauree, ho vissuto e lavorato all’estero e sono tornata in Italia perchè credo in questo mercato e credo nel mio paese. Non vorrei dovermi ricredere”, ha spiegato a Fanpage.it.
“Come può permettersi un ministro che fa parte di un partito che ha rubato negli anni passati 49 milioni di euro, a diffamare una categoria che legalmente esiste, paga le tasse e ha garantito un introito di milioni di euro che si sono tradotti in tasse, economia e migliaia di posti di lavoro?”
E’ la domanda che mi fa a un certo punto della conversazione Gessica Berti, titolare di un grow shop di Budrio, che non è riuscita a mandare giù le esternazioni del ministro dell’Interno Salvini sulle attività commerciali che vendono prodotti derivati dalla canapa e lo ha querelato per diffamazione.
E il motivo non è nemmeno quello di avere un eventuale risarcimento, ma è una ragione politica: “Vogliamo avere l’attenzione dei media per poter spiegare che non siamo criminali, ma onesti commercianti e che le persone capiscano che cos’è veramente questa pianta. Poi, se riusciamo a costituirci come parte civile e saremo un po’ di persone, ben venga”
Il riferimento è al fatto che, dopo la denuncia, altri negozianti sono usciti allo scoperto e stanno denunciando il ministro a loro volta.
“Ho già i dati di altri negozianti che mi hanno inviato le copie delle querele che hanno fatto: in una mattina me ne sono arrivate 15, e ho iniziato a cercare dei referenti regionali per raccogliere tutti quelli che stanno procedendo in questa direzione”.
Tutto parte dal fatto che Salvini, in campagna elettorale per le elezioni europee, si era accanito contro i canapa shop dicendo che: “Stiamo lavorando per andare a verificare la giungla di cannabis e canapa shop che hanno aperto come funghi e che in un caso su due, in caso di controlli, si rivelano centri dello spaccio”, arrivando nei giorni successivi a dire che avrebbe fatto chiudere “uno a uno tutti negozi di canapa legale”, paragonandoli a luoghi di “diseducazione di massa”.
Affermazioni gravi e non supportate da nessun dato statistico reale che hanno portato Gessica Berti, che non solo ha ottenuto tutti i documenti per aprire la propria attività , a partire dalla Scia, ma paga anche tasse e Iva sui prodotti completamente legali che vende nel negozio Weedoteca, a reagire.
Più che la minaccia in sè, sono rimasta colpita dal fatto che un ministro della Repubblica italiana sia andato in televisione a dire che i canapa shop, dai quali lo Stato che lui rappresenta sta regolarmente prendendo le tasse, e che lo stesso stato ha regolarmente fatto aprire, vendono droga.
Come non si può dire che questo tipo di negozi fomentino l’uso di stupefacenti, al massimo è il contrario: facciamo anche prevenzione, nei confronti di ragazzini che entrano in negozio raccontando che fanno uso di eroina, cocaina, psicofarmaci dei genitori, senza nemmeno sapere ciò che stanno assumendo”.
Anche perchè da un recente studio pubblicato da ricercatori italiani che collaborano con l’Università di York e con l’Università degli Studi “Magna Graecia” di Catanzaro, è emerso che i negozi di cannabis light hanno fatto calare lo spaccio nelle zone in cui sono nati. Secondo la ricerca infatti la cannabis light avrebbe portato ad una riduzione dei sequestri del 14%, arrivando a far calare gli introiti per la criminalità che gestisce il fenomeno di una cifra compresa tra i 90 e i 170 milioni di euro l’anno. Quindi, a rigor di logica, se Salvini avesse voluto contrastare lo spaccio, avrebbe dovuto favorire l’aperture di questo genere di attività , non dichiarare di volerle chiudere.
Chi ha aperto un negozio di questo genere, l’ha fatto anteponendo la canapa al business”, sottolinea Gessica.
E a tutte le persone che sputano giudizi senza nemmeno essere mai entrati in un negozio di questo tipo spiega che: “Siamo un esercizio commerciale dove si trovano prodotti legali derivati dalla lavorazione della canapa industriale, dalle infiorescenze, passando per prodotti alimentari, cosmetica, tessile etc…”
Per Gessica questa denuncia: “Non è un atto di coraggio, ma un atto di coscienza, che è una cosa ben diversa. Dobbiamo far capire che non siamo degli spiantati o degli spacciatori, siamo degli imprenditori. Io sono una mamma, ho due lauree, ho vissuto e lavorato all’estero e sono tornata in Italia perchè credo in questo mercato e credo nel mio paese. Non vorrei dovermi ricredere”.
“Voglio che la gente, invece che pensare alla canapa con i vecchi dogmi che ci sono stati inculcati, inizi ad informarsi senza essere in balia della disinformazione. Il nostro è un grido di protesta, siamo qui per mano tutti uniti e nessuno può permettersi di diffamarci e passarla liscia”.
(da TPI)
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Giugno 28th, 2019 Riccardo Fucile
PARLANO DI CASTA E POI SI NASCONDONO DIETRO I PRIVILEGI
Alla fine ce l’ha fatta Barbara Lezzi. La ministra del Sud eviterà il processo per diffamazione grazie all’immunità per i parlamentari.
Il 25 giugno il giudice di pace della sezione penale di Bari, Matilde Tanzi ha accolto la richiesta dei legali della Lezzi che avevano rilevato l’insindacabilità parlamentare per alcune frasi pronunciate dall’allora senatrice pentastellata durante un incontro (nel 2016) con gli attivisti pugliesi all’indirizzo di Massimo Potenza.
Una volta venuto a conoscenza delle dichiarazioni della parlamentare pentastellata Potenza, che è un ex attivista del M5S, aveva sporto querela per diffamazione.
Ma il processo non era mai iniziato perchè la ministra Lezzi non si è mai presentata in udienza, giustificandosi con il legittimo impedimento.
Alla fine i legali della ministra avevano chiesto il non luogo a procedere in applicazione dell’articolo 68 della Costituzione che prevede appunto che «i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni».
Secondo gli avvocati della Lezzi le possibilità erano due: il proscioglimento dell’imputata perchè il fatto non costituisce reato o in alternativa il rinvio della decisione alla Giunta per le Autorizzazioni a Procedere del Senato.
A questo punto la parola passa ai legali del querelante.
Potenza su Facebook fa sapere che valuterà «se fare appello anche se mi basta aver fatto capire che aria tira nel 5stalle e chi sono i soggetti che per anni hanno tramato, attraverso giochi poco democratici (per usare un eufemismo), per tagliare le gambe agli attivisti che potevano contrastarli in quello che oggi è evidente a tutti».
Quello che è certo è che per ora la Lezzi è riuscita a scappare da un processo per un accusa non certo grave ricorrendo ad uno dei tanto odiati e contestati privilegi della Casta e facendosi scudo con l’immunità .
(da “NextQuotidiano”)
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