Agosto 24th, 2019 Riccardo Fucile
DOPO TRE ARRESTATI PER RAPPORTI CON LA ‘NDRANGHETA CI MANCAVA IN FDI UN ISTIGATORE ALLO STUPRO
C’è anche la gag con la presentatrice della serata sul palco. Loris Corradi, vicesindaco di
Roverè in provincia di Verona, ha partecipato a uno dei classici eventi estivi che si svolgono nei nostri comuni. E si è presentato ai cittadini con una maglietta rossa con su scritto un messaggio inequivocabile: sul fronte la maglietta presentava la frase «Se non puoi sedurle…», sul retro (e il vicesindaco di FdI lo ha mostrato su invito della presentatrice) compare il resto del motto: «…puoi sedarle».
Una frase sessista, che non si addice al rappresentante di un’istituzione. Loris Corradi fa parte di un’amministrazione a guida Lega.
Per questo, inizialmente, si era diffusa la notizia che fosse un membro del partito di Matteo Salvini. Invece, in serata, è arrivata una nota della Lega — condivisa anche sui canali social del Carroccio — in cui si specificava la provenienza politica del vicesindaco di Roverè — Fratelli d’Italia, appunto, di cui è stato anche coordinatore locale negli anni scorsi — e se ne prendevano le distanze
«Il vicesindaco di Roverè Veronese, Paese della Lessinia, Loris Corradi, non è tesserato Lega come invece è stato riportato erroneamente da alcune agenzie stampa e da alcuni quotidiani locali e nazionali, ma è un esponente di FdI di cui è anche è stato nominato coordinatore locale del partito nel 2018 — si legge nella nota -. Corradi non fa parte del mondo Lega e non ne conosce ideali e programmi”
Resta il fatto che a tutt’ora Corradi non è stato espulso da Fdi e neanche costretto a dimettersi dalla carica
(da agenzie)
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Agosto 24th, 2019 Riccardo Fucile
“CONTRARIA ALLA DEROGA AL SECONDO MANDATO”
“Ritengo che i nomi di primo piano di Pd e M5s non dovrebbero far parte di un eventuale nuovo governo. Potrebbero essere divisivi. Ora servono responsabilità e coraggio”. Roberta Lombardi, M5s favorevole all’accordo con i dem, colei che ridicolizzò Pier Luigi Bersani sei anni e passa fa con lo streaming, elegantemente consiglia a Di Maio (e Zingaretti) di non prendersi poltrone. In una intervista sul Fatto analizza saggiamente la situazione.
“La nostra gente ha mostrato sempre di avere senso pratico – dice Lombardi-. L’accordo con il Pd stavamo per farlo anche nel 2018, poi Renzi lo fece saltare. Ma anche la Lega era quella dei 49 milioni di euro di rimborsi pubblici spariti e che amministra Comune e Regioni con Berlusconi. Però gli iscritti ci dissero di andare avanti per realizzare il programma”
La Lombardi si mostra perplessa sul sottoporre un eventuale accordo al voto della piattaforma Rousseau. E invita al realismo e al rispetto della controparte attuale, il Pd, sempre che lo sia anche per Di Maio
“Le trattative non si fanno con i post. Io tratto con il Pd in Regione Lazio in qualità di capogruppo del M5s e non lo faccio mai tramite note o interviste. Cerco di convincere i democratici a lavorare assieme su punti necessari e comuni a entrambi, dai rifiuti all’economia circolare. E lo stiamo facendo”.
Infine, una considerazione sulla deroga al secondo mandato, che sembra una stoccatina per Di Maio e Di Battista, nel caso si dovesse votare:
“Assolutamente no – dice Lombardi all’intervistatore che le chiede se concederebbe la deroga -. E certe dichiarazioni mi sembrano fatte apposta da persone che si sentono la deroga in tasca. O che magari hanno fretta di tornare in Parlamento”.
(da “NextQuotiodiano”)
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Agosto 24th, 2019 Riccardo Fucile
PORRE CONDIZIONI ASSURDE PER GIUSTIFICARE IL RITORNO CON I RAZZISTI
Giuseppe Conte presidente del Consiglio e taglio dei parlamentari come diciamo noi: la cena in
casa di Vincenzo Spadafora tra Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti, che in teoria avrebbe dovuto ratificare il patto, in realtà sembra la premessa di una definitiva rottura.
Se è vero che il M5S pone come pregiudiziale l’immediato taglio dei parlamentari e il ripristino dell’avvocato del popolo nelle sue funzioni di premier, si capisce che il MoVimento ha fatto la sua scelta. E intende far saltare la trattativa per tornare tra le braccia della Lega.
Zingaretti aveva pubblicamente dettato nei giorni scorsi alcuni punti fermi nella trattativa: serve discontinuità rispetto a Conte perchè un discorso contro Salvini non cancella tutti i mesi in cui è rimasto appecoronato ai bisogni dell’ex vicepremier.
E serve anche ripartire da zero sul taglio dei parlamentari per inquadrarlo nell’alveo di una riforma costituzionale che prenderà tempo, ovvero tutta la legislatura, insieme a una nuova legge elettorale che tolga i collegi uninominali per non favorire Salvini.
Invece Di Maio spariglia e fa saltare il banco.
Spiega Tommaso Ciriaco su Repubblica che la tattica serve a tornare dalla Lega, ma senza Conte:
«Eppure — gli ricorda Di Maio con malizia — anche i renziani sono favorevoli al ritorno di Conte a Palazzo Chigi». E’ esattamente il motivo per cui Zingaretti deve resistere. Le contraddizioni, però, spazzano via anche l’unità di facciata dei vertici grillini. Perchè la sfida di Di Maio nasconde un motivo inconfessabile: il vicepremier ha già riavviato il dialogo con Matteo Salvini. Con Zingaretti nega decisamente, «parlo sono con il Pd, la Lega è un capitolo chiuso». Ma in realtà esiste uno schema già pronto. Ne hanno discusso anche i pontieri grillo-leghisti, chiedendo ai vertici cinquestelle una risposta entro le 10 di lunedì mattina. Prevede una riedizione gialloverde con i “quattro cavalieri populisti” nei ruoli chiave. L’unico che potrebbe sfilarsi, come detto, è Giuseppe Conte.
Le cronache della cena raccontano che è stata a base di pizza bianca. Tommaso Labate sul Corriere dice che c’è stato un contatto tra Zingaretti e Renzi prima della cena delle beffe:
Di fronte alla contromossa di Di Maio, siamo alle 20.10, il segretario del Pd telefona al senatore di Rignano. «Mi ha chiamato Di Maio per incontrarci. Mi proporrà Conte premier e io gli dirò di no. Tu da che parte stai?», è la richiesta secca. «Da quella del Pd. E quindi dalla tua»,è il ragionamento di Renzi.
E spiega come potrebbe finire la partita:
Al Nazareno, a notte fonda, c’è chi predica pessimismo. Della serie, «non ne usciremo, se siamo distanti sul premier non faremo neanche il secondo step». Ma dal fronte dei pontieri si suggerisce una seconda lettura: Di Maio userà il no di Zingaretti (e Renzi) a Conte per togliere dal risiko proprio il suo antagonista più insidioso, quell’avvocato del popolo rilanciato ieri in pompa magna da Grillo. Dice un ex ministro pd: «Luigi sapeva benissimo che avremmo detto no subito a Conte, non è un ingenuo. Quindi o voleva chiudere subito i ponti con noi per tornare da Salvini oppure voleva far fuori il nome di Conte per sempre».
E si torna allo spettro dei due forni.
Con un terzo scenario: i due leader di Pd e M5S una terza via ce l’hanno. Un governo con l’unico scopo di approvare una legge elettorale proporzionale e sbarrare la strada ai «pieni poteri» di Salvini.
Un piano diabolico, che consentirebbe a entrambi di darsi appuntamento dopo il voto. E stavolta per fare sul serio.
Le alternative: Di Maio premier o il ritorno con la Lega
Se il nome di Conte cade, il M5S a questo punto potrebbe proporre proprio Luigi Di Maio come premier, portando a casa l’offerta della Lega
Intanto, racconta oggi Ilario Lombardo sulla Stampa, il ministro dell’Interno sta cercando un contatto con Di Maio e gli avrebbe già inviato un messaggio whatsapp per vedersi.
Sembra essere tornati al marzo 2018, quando i grillini avevano davvero di fronte due strade. Ora è passato un anno, Di Maio e Salvini che allora non si conoscevano hanno fatto in tempo a stimarsi e a deteriorare il rapporto di fiducia.
Eppure c’è chi alle sirene della Lega non rinuncia. Come anche all’altro scenario: il voto. Di Battista, vede il duplice corteggiamento al M5S, e chiede di alzare la posta al massimo, convinto che se si tornasse a elezioni ci sarebbero voti a valanga per il Movimento.
«Se invece andiamo col Pd scendiamo al 5%», dice a Di Maio dopo una giornata passata a leggere i commenti sui social.
Ma la sua uscita fa inferocire i gruppi parlamentari compatti a sostegno del governo giallorosso. I capigruppo rimangono stupiti: perchè hanno sentito con le loro orecchie quando Di Battista ha dato un sì condizionato al Pd nelle villa toscana di Grillo. Ha cambiato idea su Facebook, sostengono. Luigi Gallo lo silura: «Irresponsabile, vuole far precipitare il Paese per farsi rieleggere». Le chat si infiammano: «Fatelo tacere, a che titolo parla?».
La chiusura a sorpresa di una trattativa nata male e finita peggio.
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 24th, 2019 Riccardo Fucile
CARLO DELLE PIANE: DA TOTO’ E ALDO FABRIZI AL SUCCESSO DA PROTAGONISTA CON PUPI AVATI
110 film, Carlo Delle Piane, morto la notte scorsa a Roma a 83 anni (era nato a Roma il 2 febbraio 1936) ha attraversato dal primo dopoguerra gran parte della storia del cinema italiano nei film di Totò, Aldo Fabrizi (erano entrambi di Campo dè Fiori a Roma), Monicelli, Gassmann, Steno, Corbucci e poi negli ultimi decenni Pupi Avati.
Vinse una Coppa Volpi nel 1986 come migliore attore per Regalo di Natale e tre anni prima riconoscimenti importanti erano arrivati per Una Gita Scolastica, entrambi di Avati, il regista che ha fatto di un attore popolare ma comprimario, un vero protagonista, intuendo e valorizzando quelle doti drammatiche che per tutta la prima parte della carriera erano state incomprese
La sua fisicità , con quel setto nasale rotto (un incidente sui campi di calcio da ragazzino), la piccola statura lo avevano naturalmente posto a ruolo di spalla ma il suo talento altrettanto naturale (e autodidatta) lo avevano fatto incontrare con i grandi registi.
Mentre andava ancora a scuola fu scelto da De Sica e Duilio Coletti per interpretare il ruolo di Garoffi nel film Cuore nel ’46.
Nel 1951, sono Steno e Mario Monicelli a volerlo per affiancare Aldo Fabrizi e Totò in Guardie e ladri
Su quel set nascerà una grande amicizia con Fabrizi, che Delle Piane ricorderà sempre negli anni: un carattere molto schietto, non conformista e poi i vari film insieme, a cominciare dalla Famiglia Passaguai e una tourneè teatrale trionfale nel ’61 con Rugantino con Nino Manfredi, interpretando Bojetto, il figlio di Mastro Titta.
Nel 1954 è la volta di Un americano a Roma, dove interpreta Romolo Pellacchioni detto “Cicalone”, l’amico di Nando Mericoni, interpretato da Alberto Sordi.
Gira un film dietro l’altro, come accadeva in quegli anni prolifici del cinema italiano, sei – sette film l’anno, soprattutto commedie. Nel ’57 è in Un colpo da due miliardi (Sait-on jamais…) di Roger Vadim, nel ’72 in Che? di Roman Polanski, tra i film internazionali.
Nel 1973 ebbe un incidente automobilistico e rimase in coma per più di un mese. Fu Pupi Avati a richiamarlo al cinema, nel ’77, con Tutti defunti…tranne i morti.
Da lì un sodalizio arrivato fino al 2004 con La Rivincita di Natale. Nel 1997 interpretò e diresse il suo unico film da regista, Ti amo Maria. Chi salverà le rose? di Cesare Furesi, spin-off del lungometraggio Regalo di Natale di Pupi Avati​, girato nel 2017 è il suo ultimo film. Nel 2013 si era sposato con la cantante Anna Crispino.
(da agenzie)
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Agosto 23rd, 2019 Riccardo Fucile
APERITIVO A CASA SPADAFORA… DI MAIO VUOLE CONTE PREMIER, ZINGARETTI DICE NO, POI INFORMA RENZI CHE CONCORDA… TUTTI I SOSPETTI SUL DOPPIO FORNO DEL M5S
Si arriva subito al dunque, dopo il primo sorso dell’aperitivo. In clima schietto, ma cordiale. 
Ecco Luigi Di Maio, polo Lacoste, che illustra la sua posizione a Zingaretti: “Nicola, sai quale è il nostro apprezzamento e la nostra stima per Conte. Per me è lui il perno attorno a cui costruire un Governo con voi”.
Ecco Zingaretti, camicia bianca botton down, giacca blu dell’abito lasciata in macchina: “Guarda, nessun problema personale con Conte. Però il punto è politico”. Ed è sul punto politico che si inceppa la trattativa: “Per me, per il Partito democratico, occorre un Governo di svolta rispetto a questi quattordici mesi. Sono disponibile al confronto, l’ho detto pubblicamente, ma sulla base di una discontinuità . Di agenda e del nome per palazzo Chigi”.
Casa di Vincenzo Spadafora, Castel Sant’Angelo. Il padrone di casa se ne va, dopo i convenevoli, per favorire il faccia a faccia.
Alla fine, il primo incontro tra i due leader rivela quale sia il problema. Prima ancora del taglio dei parlamentari, su cui alla fine un arzigogolo si trova. P
erchè, a quattr’occhi, Di Maio usa toni assai meno ultimativi rispetto agli spin di giornata, affidati alle agenzie: o così, o salta tutto. Alla fine, nel ragionamento a due, si conviene che è possibile giocare con il calendario, intavolando una discussione sui regolamenti parlamentari e sulla legge elettorale in modo da rendere potabile per il Pd la riforma su cui ha già votato contro.
Parliamoci chiaro, questa roba è il grimaldello per giustificare — dal punto di vista dei Cinque stelle – l’alleanza col Pd (facendola digerire al popolo pentastellato) o per giustificare la rottura e cambiare schema (per la serie: non l’hanno voluta votare così, ma ci hanno messo tutta una serie di paletti).
Ma il punto non è questo. È il nome.
E, alla fine dell’incontro, Zingaretti per correttezza ha chiamato Renzi: “Ti volevo informare che, secondo il mandato della Direzione, ho comunicato a Di Maio che il Pd considera il no a Conte irrinunciabile per intavolare il confronto sul nuovo Governo”.
Il senatore di Rignano che ieri ha fatto trapelare ai giornali l’opposto, ha risposto: “Hai fatto bene, condivido questa posizione”. Questo è il succo.
Poi è chiaro che, come accade in queste conversazioni, i due si sono annusati, studiati. Uno ha capito che i gruppi dei Cinque Stelle spingono per l’accordo col Pd, l’altro che Renzi controlla ancora i gruppi al Senato. Ed è un problema per Di Maio, non di poco conto. Per la serie, “tu sai cosa penso di quello là ”.
Questo è il succo, dicevamo. Alla fine, la sintesi sono le parole che Zingaretti ha comunicato ai più stretti che lo hanno chiamato: “Guardate, ora dipende solo da loro. Noi ci siamo e teniamo aperto il Nazareno anche nel week end per lavorare sul programma”.
Più che da “loro”, inteso come Movimento, dipende da “lui”, inteso come Luigi Di Maio. Il quale, quel che ha detto in privato, continua a non dirlo in pubblico.
Quella frase che tutti, in primo luogo Mattarella, si aspettavano, “disponibili a un confronto col Pd”, il leader pentastellato continua a non pronunciarla.
Perchè anche un patto col nemico parte da un reciproco “riconoscimento”.
Torniamo all’incontro. Era chiaro che, proponendo Conte, Di Maio avrebbe incassato un no. Era scritto nel mandato della Direzione affidato al segretario del Pd. E allora, attenzione: la politica è un’arte che anche i professionisti dell’antipolitica hanno imparato. I più maliziosi nel Movimento — a pensar male si fa peccato, ma certe volte ci si indovina — spiegano che, in fondo in fondo, “Luigi è andato a bruciare Conte”. Ovvero l’uomo su cui (leggete l’ultimo post di Grillo) sta puntando il Movimento.
Per la serie: io l’ho proposto, ho fatto il mio dovere fino in fondo, ma sono loro a dire di no, e dunque?
Il leitmotiv di questa crisi è che essa si configura come una crisi “nei” partiti, prima ancora che “tra” i partiti, condizionata dalle profonde convulsioni e lacerazioni interne.
Al Nazareno la vedono così: “Di Battista evoca il voto, Grillo scende in campo per dire che il punto fermo nella trattativa è Conte, Di Maio lo propone ma senza fare le barricare, i loro gruppi parlamentari spingono all’accordo col Pd, mentre la base ci considera il demonio. È il quadro di una esplosione”.
Proseguono al Nazareno: “È evidente che Di Maio sta tenendo aperto il forno con la Lega. E comunque sia in un caso sia nell’altro deve togliersi di mezzo Conte”.
Analisi supportata da contatti informali che qualcuno ha avuto con i maggiorenti della Lega, ricevendo conferme che la grande offerta è stata recapitata: quella di un nuovo Governo gialloverde guidato proprio da Luigi Di Maio, con Salvini che resta ministro dell’Interno, ma rinuncia alla casella di vicepremier. E Conte nominato commissario europeo.
C’è anche un timing ben preciso, così risulta al Nazareno, dopo il quale sarà presa la decisione, ovvero dopo la mattina di lunedì quando sarebbe previsto un ultimo contatto con gli ambasciatori di Salvini.
Così come è la crisi dentro il Pd ad accendere le micce dello scetticismo nel Movimento. C’è poco da fare: il “fattore Renzi”, che nel famoso audio annuncia la scissione. In fondo, per la base dei Cinque stelle, e non solo, è meglio il voto. Insomma, il primo giorno dopo le consultazioni andate a vuoto è ancora un giorno andato a vuoto.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 23rd, 2019 Riccardo Fucile
MA CHE BELLA CLASSE DIRIGENTE… INSORGONO LE DONNE SULWEB MA ANCHE MOLTI UOMINI INVOCANO L’ARRESTO DEL LEGHISTA
“Istigazione allo stupro”. Non usano mezzi termini le donne che su Facebook stanno protestando per la maglietta indossata dal vicesindaco di un paese in provincia di Verona, Roverè, alla festa del paese.
È il momento delle estrazioni per la lotteria, Loris Corradi si presenta sul palco con un maglietta rossa che ha sul davanti la scritta: “se non puoi sedurla…”. È la presentatrice della serata a svelare che sulla schiena la frase continua con “… puoi sedarla”.
Seguono risatine dal pubblico, nessuno che chieda al geometra Corradi, 35 anni, eletto con la Lega, perchè trova spiritoso ipotizzare di narcotizzare una donna che rifiuta la sua corte.
Vengono i brividi di paura al solo pensiero e infatti ci sono donne che reagiscono. Arriva una lettera indignata al quotidiano L’Arena di Verona: “Mi chiedo cosa pensino le donne veronesi della battuta e del messaggio lanciato da un rappresentante delle istituzioni. A me e alle amiche e amici seduti al mio tavolo non ha fatto per niente ridere”, scrive una donna che era presente alla festa di Santa Viola.
A rispondere all’indignazione della signora c’è anche un’amministratrice locale, Monia Cimichella, assessora in un comune vicino, Sona.
La politica, da sempre impegnata nella lotta alle discriminazioni di genere, interviene in una discussione su Facebook e scrive: “Non credo che le donne ridano, nemmeno le donne della Lega dai. Non credo”. I post delle donne disgustati sono commentati anche da alcuni uomini: “Ma stiamo scherzando?! – scrive Michele – Questo pazzo deve essere arrestato per istigazione alla violenza! Mi viene il voltastomaco…”
La maglietta del vicesindaco è stata commentata anche dalla sezione di Potere al Popolo di Verona: “È un orrore, una maglia ignobile, che manifesta la cultura dello stupro che i politici leghisti sono abituati ad usare come elemento per discriminare e costruire un nemico esterno. Ma questo nemico è interno, relle relazioni di vita quotidiana di milioni di donne, che subiscono violenze quotidiane, abusi, insulti sessisti, a casa, sul lavoro, nella vita pubblica” scrive il partito in un post su Facebook.
Il comune di Roverè è guidato da una sindaca, Alessandra Caterina Ravelli, che al momento non è stato possibile interpellare, così come il vicesindaco Corradi.
(da agenzie)
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Agosto 23rd, 2019 Riccardo Fucile
DAI MICROFONI DELLA RADIO ISTIGAVA ALL’ODIO RAZZIALE DEFINENDO GLI IMMIGRATI “CANNIBALI, MOSTRI, STUPRATORI, SQUARTATORI”… PER I SOVRANISTI E’ CENSURA, NON CONOSCONO IL CODICE PENALE MA COSI’ AMENO SVELANO IL LORO VOLTO
Gli immigrati erano “cannibali”, “mostri”, “spacciatori” e “stupratori” e Cecile Kyenge un
“mostriciattolo” che prendeva “15mila euro” per “sputare merda addosso agli italiani”. Fino a lunedì gli ascoltatori di Radio Studio 54, l’emittente nata a Scandicci ma diffusa sia a Firenze che in tutta la Toscana, potevano ascoltare frasi di questo tipo ripetute a più riprese da Guido Gheri, patron della radio e di professione dj.
Poi lunedì il tribunale del Riesame ha accolto la richiesta della pm di Firenze, Christine Von Borries, e ha chiuso la radio “oscurandola” definitivamente.
L’accusa? Diffamazione e istigazione all’odio razziale. Lunedì mattina i carabinieri di Scandicci guidati dal maggiore Gianfranco Canarile hanno messo i sigilli al trasmettitore che consente di agganciare la frequenza assegnata.
Il giorno dopo, di fronte all’approvazione del Presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, (“La radio non può essere veicolo di odio”), Radio Studio 54 è stata difesa dalla Lega e da Fratelli d’Italia che hanno gridato alla “censura” e alla “limitazione della libertà ” di espressione.
La retorica anti-immigrati
Nell’ordinanza del Riesame, il giudice di Firenze motiva l’oscuramento della radio citando testualmente delle frasi dette da Gheri durante la sua trasmissione “Voce al Popolo” in cui da una parte attaccava con parole pesanti un ex ospite della trasmissione e il suo avvocato e dall’altra diffondeva “idee basate sull’odio razziale”.
Uno dei passaggi che i giudici ritengono più grave è: “Vengono qui in Italia a fare il loro porcaccio comodo, a squartare e a mangiare, questi cannibali, mostri, spacciatori e stupratori.
Nell’ordinanza di sequestro i giudici del Riesame parlano esplicitamente di “linguaggio scurrile e squallido, unicamente fondato sul risentimento personale” e, riguardo alla campagna anti stranieri, scrivono che in tutte le trasmissioni Gheri “fa riferimento agli stranieri non come soggetti ben individuati, ma come appartenenti a una etnia, con ciò inducendo negli ascoltatori il pregiudizio che tutti gli stranieri siano stupratori e ladri”.
Non è la prima volta che Radio Studio 54 viene oscurata: un provvedimento fotocopia era stato firmato nel 2012, ma dopo un mese la pm di Firenze Von Borries aveva permesso la riapertura della radio a patto di trasmettere solo musica e di non riprendere le trasmissioni di “Voce al Popolo”.
Gheri poi era già stato condannato per diffamazione nel 2014 e gli erano state pignorate tre proprietà , tra cui la sede della radio, ma quest’ultimo provvedimento, scrivono i giudici, sarebbe stato ostacolato dal dj non facendosi trovare in casa o organizzando “un nutrito gruppetto di sostenitori che minacciavano l’ufficiale giudiziario”.
Per questo, e per fermare la “reiterazione” di questi comportamenti, i giudici hanno sequestrato la radio.
(da agenzie)
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Agosto 23rd, 2019 Riccardo Fucile
AMATRICE, ARQUATA DEL TRONTO, ACCUMOLI: 299 MORTI, 800MILA TONNELLATE DI MACERIE DA RIMUOVERE, SU 80.000 CASE DISTRUTTE O DANNEGGIATE SOLO PER 3.000 INIZIATI I LAVORI… “SALVINI E DI MAIO VENUTI PER FARE PASSERELLA POI SONO SPARITI”
Passeggiare per Pretare, frazione di Arquata del Tronto distrutta dal terremoto del 24 agosto 2016, significa fare un viaggio a ritroso nel tempo di tre anni: cumuli di macerie per buona parte ancora a terra e ordinati ai lati delle strade; case sventrate ma ancora tenacemente in piedi e colme di letti, armadi, poltrone, camere di bambini resistite alle intemperie, alle centinaia di scosse di assestamento e al tempo che nel Centro Italia terremotato sembra essersi fermato.
Come l’orologio all’esterno della stazione di Bologna bombardata il 2 agosto del 1980 segna da 39 anni le 10 e 25, ad Arquata del Tronto le lancette sono ferme alle 3 e 36 del mattino del 24 agosto 2016, la notte che ha cancellato 299 vite ad Amatrice, Accumoli ed Arquata e decine di altri borghi. La notte che ha disegnato un enorme buco nero nel cuore dell’Italia, un buco che si sarebbe allargato poi il 26 e 30 ottobre 2016 e 17 gennaio 2017 annientando centinaia di paesi, molti dei quali letteralmente distrutti.
A tre anni dal sisma nel cratere — cioè il territorio di 138 comuni tra Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo distrutto o seriamente danneggiato — il senso comune è quello di essere stati abbandonati. Basta entrare in un bar o in un’area SAE per percepire rabbia e sfiducia.
“Neppure i politici si ricordano più di noi. Nei loro discorsi in Senato Conte, Salvini e Renzi non hanno mai menzionato il terremoto. Siamo spariti. Non esistiamo più”, dice Francesco Amici, terremotato di Acquasanta Terme. Eppure proprio il cratere è stato a lungo il più grande palcoscenico d’Italia: prima delle elezioni politiche del 4 marzo 2018 Matteo Salvini e Luigi Di Maio avevano scelto i comuni più devastati dai terremoti del 2016 come luogo ideale in cui imbastire la campagna elettorale seguendo un frame narrativo tanto semplice quanto efficace: “I migranti negli hotel con 35 euro al giorno, i terremotati nei container sotto la neve”.
Un anno e cinque mesi dopo, e con un “governo del cambiamento” già archiviato e consegnato alla storia, è chiaro ormai a tutti che quelle promesse erano solo spot elettorali. Il tema della ricostruzione è scomparso dall’agenda politica già il 5 marzo del 2018.
I numeri della ricostruzione forniti dalla Protezione Civile e dalla struttura commissariale facente capo al geologo Pietro Farabollini (e prima di lui a Vasco Errani e Paola De Micheli) sono emblematici.
A tre anni di distanza dal 24 agosto 2016, su un totale di 2.509.043 tonnellate di macerie ne rimangono da rimuovere ancora 800mila, cioè quasi un terzo.
Nonostante siano trascorsi 36 mesi non sono state ancora consegnate tutte le SAE (soluzione abitative d’emergenza): delle 3.901 ordinate ne sono state consegnate 3.853. 8.108 persone vivono ancora nelle SAE, altre 1.364 in hotel, 792 nei Mapre ( Moduli abitativi prefabbricati rurali emergenziali), 484 in moduli container e 477 in strutture comunali.
Altre 38.060 persone percepiscono il contributo di autonoma sistemazione e vivono in affitto lontani dalle loro abitazioni. In totale gli sfollati sono 49.285, 30mila dei quali solo nelle Marche.
Quanto alla ricostruzione, quella pubblica non è mai iniziata e per quella privata i cantieri aperti sono pochissimi, su oltre 70mila immobili colpiti e altri 10mila ancora da periziare.
I tempi per esaminare le pratiche sono biblici: se ne attendono 79.454, ma le richieste di fondi pubblici presentate sono state appena 7.942, il 10 per cento; quelle accolte sono 2.788. Di questo passo occorreranno decenni per ultimare la ricostruzione, ma allora il rischio è che più nessuno vorrà tornare a vivere nelle aree interne di Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo.
Sulla base della stima del danno effettuata dal Dipartimento Protezione Civile sono stati previsti per la ricostruzione 22 miliardi di euro: appena 41 milioni sono però stati erogati ai beneficiari che hanno avviato la progettazione della ristrutturazione delle proprie abitazioni.
Secondo il commissario Farabollini “c’è un solo modo di ricostruire ed è dove la sicurezza dei cittadini è garantita il più possibile e con un rapporto virtuoso costi- benefici, quelli immateriali compresi che non sono secondari per i singoli e le comunità . Abbiamo investito in approfondimenti di indagini ed emanato un’ordinanza per i dissesti ed una per lo studio delle faglie attive e capaci. Se è necessario sacrificare qualcosa a favore della sicurezza in chiave di salvaguardia della vita umana da eventi catastrofici come il terremoto, bisogna avere il coraggio di assumersi la responsabilità anche di scelte impopolari”.
A tre anni di distanza dalla prima terribile scossa di terremoto e dopo tre governi e tre commissari straordinari è necessario tracciare un bilancio.
Cosa non ha funzionato? Si poteva fare meglio?
Secondo i comitati dei terremotati — molti dei quali confluiti in nel coordinamento Terremoto Centro Italia — il principale problema è stato la scarso ascolto della popolazione.
Pochissime delle proposte avanzate dal basso sono state accolte, nonostante fossero state sviluppate con il sostegno di consulenze scientifiche (il gruppo di ricerca Emidio Di Treviri) e legali (i giuristi di Alterego Fabbrica dei Diritti). “Nei mesi scorsi abbiamo consegnato le nostre proposte ai rappresentanti del governo chiedendone l’applicazione. Si tratta di idee di buon senso, sviluppate dopo decine di assemblee. In primis crediamo che occorra sburocratizzare ed aumentare il personale degli uffici per l’esame delle pratiche. Fondamentale sarebbe differenziare il cratere per aree di danno. E’ poi necessario sostenere reddito e lavoro, oppure si rischia di ricostruire case che resteranno vuote. Per questo vogliamo l’istituzione di una vera zona franca di medio-lungo periodo per chi lavora nel cratere, in particolare a sostegno delle imprese agricole, degli artigiani e in generale di tutta la filiera agroalimentare. Proponiamo poi l’istituzione di un ‘reddito di cratere’ che rappresenti un’evoluzione del reddito di cittadinanza che così com’è nel cratere finisce per incrementare lo spopolamento”.
Anche per le Brigate di Solidarietà Attiva, associazione che — attraverso le pratiche mutualistiche — promuove e sostiene concretamente l’autoorganizzazione delle comunità locali, il problema principale è stata la mancanza di ascolto delle comunità locali.
Secondo le BSA, che hanno dapprima consegnato aiuti materiali (cibo, container, roulotte…) a centinaia di terremotati, poi avviato un lavoro sociale e politico volto a costruire esempi virtuosi di resistenza sul territorio (anche attraverso il rilancio delle comunanze agrarie), il tema del tutto ignorato è stato quello sociale: “Oltre alla ricostruzione materiale vanno trattati i temi di lavoro e reddito, che invece sono stati del tutto ignorati. Il rischio è quello di ricostruire case sicure ma vuote”.
Un altro grande interrogativo viene posto dai giuristi di Alterego — Fabbrica dei Diritti che hanno costantemente affiancato i terremotati traducendo e spiegando le decine di ordinanze prodotte da governi e regioni: è possibile — per un paese ad alta vulnerabilità sismica come l’Italia — dotarsi di leggi adeguate che rendano la ricostruzione più veloce?
“I terremoti non sono un’emergenza in Italia, paese attraversato da un complesso sistema di faglie che la espone quasi per intero al rischio sismico. Il problema è che ogni sisma è stato sempre gestito con una normazione d’emergenza. Il governo di turno reinventa dall’alto ogni volta la ricetta per mettere a posto le cose, ma ad oggi non esiste una legge quadro che disciplini l’intero ciclo del rischio”, spiega l’avvocato Riccardo Bucci. Occorrerebbe quindi una norma che stabilista in tempo di “pace” responsabilità e procedure per salvare vite umane, garantire immediata assistenza alla popolazione e organizzare una ricostruzione democratica, cioè mediata dal confronto con i cittadini.
Insomma, dopo 36 mesi esatti dalle prime drammatiche scosse di terremoto che hanno cambiato forse per sempre il volto di quattro regioni italiane niente va come dovrebbe e la sensazione, ogni giorno più forte, è che nessuno voglia davvero risolvere i problemi e le inefficienze, che sono molte e si sommano alla rabbia sempre maggiore di chi aveva dato credito alle promesse dei leader politici.
Quello del centro Italia sarà però il cantiere più grande d’Europa, una storia troppo grande e importante per essere abbandonata. “Scusate se non siamo tutti morti”, gridano oggi i terremotati, con una provocazione che è anche un grido di dolore e una richiesta di ascolto.
Chi avrà il coraggio di affrontare la sfida che lanciano? E chi si assumerà veramente la responsabilità di ricostruire il cuore dell’Italia?
(da Fanpage)
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Agosto 23rd, 2019 Riccardo Fucile
IL RACCONTO DI ABDUL, ANAS, BOB E MUAZ
Dopo 14 in mare aperto, con le provviste di cibo che cominciavano a diminuire e in precarie
condizioni di salute psico-fisica, è finalmente terminato il calvario dei 356 migranti, tra cui un centinaio di minori, soccorsi dalla Ocean Viking, l’imbarcazione gestita da Medici senza Frontiere in collaborazione con Sos Mediterranee.
I naufraghi saranno accolti a Malta e ridistribuiti tra 6 paesi Ue. I profughi potranno ora tirare un sospiro di sollievo, potendo toccare tra qualche ora terra a La Valletta.
Tante le storie di uomini e donne di tutte le età , partiti a bordo di ben quattro diversi barconi per raggiungere l’Europa e sperare in un futuro, fuggendo da un presente di fame e guerra, e salvati a partire dallo scorso 9 agosto da Ocean Viking nelle acque internazionali di fronte alla Libia
Abdul, 24 anni: “In Libia ci consideravano animali”
Tra queste, c’è quella di Abdulmoniem, 24enne del Sudan, partito su un barcone pur non sapendo nuotare. Pensava che li avrebbero forniti di giubbotti di salvataggio, ma non l’hanno fatto. Allo staff di Medici senza Frontiere a bordo della Ocean Viking ha raccontato di essere partito di notte, dopo mezzanotte, ma non ricorda molto bene la traversata. “Avevamo il mal di mare. Ci girava la testa. Sapevamo di avere solo due alternative: arrivare o morire. Alcune persone hanno iniziato a piangere. Ma anche parlare è vietato sul barcone. Anche un piccolo movimento può farci ribaltare in mare. Abbiamo cercato di stare tranquilli. Conoscevamo i rischi, ma è meglio morire che vivere in Libia. Chi ci chiede perchè abbiamo tentato la traversata, probabilmente non conosce bene la Libia”.
Il suo viaggio è cominciato circa un anno e mezzo fa. Per 16 giorni ha attraversato il deserto passando dal Chad ed è arrivato in Libia, dove è stato “accolto” da una specie di polizia di frontiera. “Non era come le stazioni di polizia che conosciamo — ha ricordato -. Senza alcun motivo, hanno iniziato a picchiarci. Ci hanno detto: conoscete la Libia, c’è una guerra, c’è sofferenza, ma venite comunque. Poi hanno preso i passaporti e ci hanno trattenuti finchè non sono riusciti a contattare degli amici a casa perchè inviassero soldi per continuare il viaggio. Ci considerano animali. Un uomo nero in Libia è come un animale”.
Abdul ha tentato la traversata del Mediterraneo centrale tre volte. Per questo aveva pensato di restare in Libia, ma poi la situazione è diventata sempre più esplosiva. Sarebbe poi stato arrestato e trasferito in galera senza motivo, finendo nell’incubo della detenzione arbitraria in Libia.
“Aiutate le persone come noi”
Arriva dal Sudan Anas Mohammed, 20 anni, che ha vissuto gli ultimi 12 mesi a Tripoli. È stato salvato durante la seconda operazione di salvataggio condotta dalla Ocean Viking lo scorso 10 agosto. Non è stata la prima volta che ha provato ad attraversare il Mediterraneo. Già in passato era stato respinto dalla Guardia costiera libica che ha provato a portarlo al centro di detenzione di Tajoura.
“Sapevo che a lì c’era la guerra, così sono scappato dalla macchina che mi stava portando lì. Aiutatemi — ha detto agli operatori di Medici senza Frontiere -. Aiutate tutte le persone che sono qui con me. Quello che sta accadendo in Libia è una tragedia”.
Anche Bob, 19 anni, è originario del Sudan. Di lui si sa che, oltre ad assomigliare a Bob Marley, adora KFC e il suo colore preferito è il rosso, ha cinque fratelli e due sorelle che non sanno dove si trovi in questo momento. È stato in mare per quattro giorni prima di essere salvato dalla Ocean Viking.
Infine, Muaz, 21 anni, anche lui in arrivo dal Sudan. Ha vissuto gli ultimi due anni in Libia. Come molti sopravvissuti a bordo di Ocean Viking, ha tentato più volte di attraversare il Mediterraneo.
(da agenzie)
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