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MATTARELLA DISTRUGGE IL DECRETO SICUREZZA BIS, PESANTI RILIEVI: “RESTA UN OBBLIGO SALVARE LE PERSONE IN MARE, SANZIONI SPORPORZIONATE, NON SI DISTINGUE IL TIPO DI NAVE, NON SI RISPETTA LA CONVENZIONE DI MONTEGO BAY

Agosto 8th, 2019 Riccardo Fucile

E ANCHE L’OLTRAGGIO A PUBBLICO UFFICIALE E’ UN PASTICCIO PERCHE’ SI E’ TOLTA LA LIEVA ENTITA’… E’ COME AVER ANTICIPATO CHE E’ UN DECRETO DESTINATO A ESSERE DICHIARATO INCOSTITUZIONALE DALLA CONSULTA

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha promulgato, ma con due pesanti rilievi, contenuti in una lettera inviata ai presidenti delle Camere e al premier Conte, il decreto sicurezza bis voluto da Matteo Salvini.
Anche in presenza di questo decreto, l’obbligo dei naviganti di salvare i naufraghi rimane tutto.
“Al di là  delle valutazioni nel merito delle norme, che non competono al Presidente della Repubblica, non posso fare a meno di segnalare due profili che suscitano rilevanti perplessità ” scrive infatti il presidente Sergio Mattarella, “rimettendo – come si legge in chiusura della missiva – alla valutazione del Parlamento e del Governo l’individuazione dei modi e dei tempi di un intervento normativo sulla disciplina in questione”
La prima osservazione di Mattarella si riferisce all’ammenda amministrativa che arriva fino a 1 milione di euro per chi salva i migranti.
Mattarella fa notare che, per effetto di un emendamento, che ha modificato il decreto legge originario da lui firmato a giugno, la sanzione amministrativa pecuniaria applicabile è stata aumentata di 15 volte nel minimo e di 20 nel massimo, fino a un milione di euro per il comandante della nave che trasporta migranti. Una pena sproporzionata. Draconiana. In più la sanzione non risulta più subordinata alla reiterazione della condotta.
Inoltre il decreto non ha introdotto alcun criterio che distingua tra tipologia delle navi (una nave di contrabbandieri è una cosa, una imbarcazione di soccorso di Ong un’altra)
“Non appare ragionevole   – ai fini della sicurezza dei nostri cittadini e della certezza del diritto – fare a meno di queste indicazioni e affidare alla discrezionalità  di un atto amministrativo la valutazione di un comportamento che conduce a sanzioni di tale gravita”.
Al riguardo il Colle ricorda una recente sentenza della Corte costituzionale che dice che una pena così alta è paragonabile a una sanzione penale. E pertanto il decreto non rispetta “la necessaria proporzionalità  tra sanzioni e comportamenti”.
Mattarella inoltre ricorda l’obbligo di rispettare i trattati internazionali.
Cita la convenzione di Montego Bay, richiamata peraltro dal decreto Salvini, che prescrive che “ogni Stato deve esigere che il comandante di una nave che batta la sua bandiera, nella misura in cui gli sia possibile adempiere senza mettere a repentaglio la nave, l’equipaggio e i passeggeri, presti soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizione di pericolo”.
Insomma, resta l’obbligo di salvare le vite umane.
La seconda criticità  si riferisce alla parte del decreto sulle manifestazioni e l’ordine pubblico.
L’articolo 16, lettera b del decreto – scrive il Capo dello Stato – rende inapplicabile la causa di non punibilità  per la “particolare tenuità  del fatto”,   alle ipotesi di resistenza, violenza e minaccia a pubblico ufficiale e oltraggio a pubblico ufficiale “quando il reato è commesso nei confronti di un pubblico ufficiale nell’esercizio delle proprie funzioni”.
In altre parole: il decreto non specifica una gradazione dell’ammenda.
Scrive Mattarella: “Non posso omettere di rilevare che questa norma – assente nel decreto legge del governo – non riguarda soltanto gli appartenenti alle forze dell’ordine ma include un ampio numero di funzionari pubblici, statali, regionali, provinciali, comunali nonchè soggetti privati che svolgono pubbliche funzioni, rientranti in varie e articolate categorie, tutti qualificati – secondo la giurisprudenza – pubblici ufficiali, sempre o in determinate circostanze. Tra questi i vigili urbani e gli addetti alla viabilità , i dipendenti dell’Agenzia delle entrate, gli impiegati degli uffici provinciali del lavoro addetti alle graduatorie del collocamento obbligatorio, gli ufficiali giudiziari, i controllori dei biglietti di Trenitalia, i controllori dei mezzi pubblici comunali, i titolari di delegazione dell’ACI allo sportello telematico, i direttori di ufficio postale, gli insegnanti delle scuole, le guardie ecologiche regionali, i dirigenti di uffici tecnici comunali, i parlamentari”.
Quindi, se un cittadino, in un momento di rabbia, manda a quel paese il postino per una raccomandata non consegnata rischia l’incriminazione per oltraggio a pubblico ufficiale, con una pena minima di sei mesi.
“Questa scelta legislativa impedisce al giudice di valutare la concreta offensività  delle condotte poste in essere, il che, specialmente per l’ipotesi di oltraggio a pubblico ufficiale, solleva dubbi sulla sua conformità  al nostro ordinamento e sulla sua ragionevolezza nel perseguire in termini così rigorosi condotte di scarsa rilevanza e che, come ricordato, possono riguardare una casistica assai ampia e tale da non generare “allarme sociale”.
Si fa inoltre presente l’incongruenza di non avere compreso i magistrati nei soggetti destinatari dell’oltraggio.
Scrive infatti il presidente della Repubblica: “In ogni caso, una volta stabilito, da parte del Parlamento, di introdurre singole limitazioni alla portata generale della tenuità  della condotta, non sembra ragionevole che questo non   avvenga anche   per l’oltraggio a magistrato in udienza (di cui all’articolo 343 del codice penale): anche questo è un reato “commesso nei confronti di un pubblico ufficiale nell’esercizio delle proprie funzioni” ma la formulazione della norma approvata dal Parlamento lo esclude dalla innovazione introdotta, mantenendo in questo caso l’esimente della tenuità  del fatto”.

(da agenzie)

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ALTRA RIVELAZIONE DI BUZZFEED: SAVOINI NON RISULTA NEGLI ELENCHI DEI CITTADINI STRANIERI ENTRATI IN RUSSIA, E’ FORSE UN AGENTE DEI SERVIZI RUSSI?

Agosto 8th, 2019 Riccardo Fucile

IL GIORNO DEL METROPOL HA VIAGGIATO IN AEREO CON CLAUDIO D’AMICO, IL COLLABORATORE DI SALVINI

Perchè il nome di Gianluca Savoini, l’uomo al centro dell’inchiesta della procura di Milano sui presunti finanziamenti alla Lega contrattati nell’ottobre 2018 all’Hotel Metropol di Mosca, non risulta nel database del ministero dell’Interno russo che registra gli ingressi dei cittadini stranieri?
È quanto emerge da una nuova rivelazione di BuzzFeed che ha condotto una inchiesta insieme a Bellingcat e a The Insider, nonostante siano stati appurati ben 14 viaggi di Savoini in Russia nel 2018.
Le possibilità , secondo la testata che ha pubblicato la registrazione dei colloqui al Metropol tra lo stesso Savoini, Meranda e Vannucci con tre persone di nazionalità  russa, ci sono due solo possibilità : o il presidente dell’Associazione Lombardia Russia beneficia di uno status privilegiato (leggi è agente dei servizi russi), o i suoi dati sono stati cancellati ex post.
Secondo Buzzfeed, il database è compilato sulla base delle informazioni che i viaggiatori di nazionalità  non russa sono tenuti a fornire prima di essere ammessi nel Paese. Savoini non ha risposto alla richiesta di chiarimenti in merito della testata Usa.
Allo stesso tempo, scrive Buzzfeed, sul volo che ha portato Savoini a Mosca per l’incontro del 17 ottobre al Metropol, sia su quello di ritorno c’era Claudio D’Amico, tutt’oggi membro dello staff del ministro Salvini.
Gianluca Savoini si è recato 14 volte in Russia nel 2018 e soltanto nelle tre settimane precedenti all’incontro al Metropol Hotel di Mosca ha compiuto tre trasferte nel territorio dell’ex Urss.
Lo rivela il sito americano Buzzfeed, che aveva pubblicato l’audio della serata del 18 ottobre, durante la quale l’uomo che storicamente tiene i rapporti con la Russia per conto di Matteo Salvini parlava di un presunto finanziamento da 65 milioni di dollari alla Lega prima delle elezioni europee.
Savoini era così di casa a Mosca, prosegue il sito statunitense, che le decine di viaggi compiute negli ultimi cinque anni non compaiono nel Database centrale per la registrazione degli stranieri.
In base alla legge russa, tutti i non residenti che arrivano in Russia sono obbligati a comunicare alle autorità  una lunga serie di dati come il numero del visto, gli estremi del passaporto, l’aeroporto e l’ora di entrata e uscita dal Paese compilando “carte di atterraggio” che poi vengono registrate nel database elettronico, chiamato il “database dei migranti” e gestito dal ministero degli Interni.

(da agenzie)

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IL DOCUMENTO DEI SENATORI M5S A DI MAIO: “TRA I NOSTRI CI SONO MINISTRI INADEGUATI, MANCA COLLEGIALITA’ E LA COMUNICAZIONE E’ DA RIVEDERE”

Agosto 8th, 2019 Riccardo Fucile

DOVEVA ESSERE LETTO IERI SERA MA L’ASSEMBLEA E’ POI STATA ANNULLATA, COSI’ E’ STATO CONSEGNATO A MANO OGGI

Inadeguatezza di alcuni ministri M5s; scarsa collegialità  e trasparenza nella decisioni; la comunicazione, a partire dal rapporto con la stampa, da rivedere completamente.
I senatori M5s, mentre il governo gialloverde affronta le ore più difficili dal suo insediamento, hanno consegnato un documento in busta chiusa al capo politico Luigi Di Maio.
Il testo, diviso in punti, è stato votato dalla maggioranza degli eletti 5 stelle a Palazzo Madama: il piano era di consegnarlo al leader durante l’assemblea congiunta, ma visto che il confronto è stato annullato e rinviato a data da destinarsi, hanno deciso di farglielo avere tramite il capogruppo.
“E’ il bilancio di un anno e in un momento così difficile è importante capire dove si è sbagliato per ripartire più compatti”, è il ragionamento di alcune fonti a ilfattoquotidiano.it. Del documento per ora ne esiste una sola copia ed è quella arrivata nelle mani di Di Maio.
Ministri e sottosegretari sotto accusa. Ma pure i decreti blindati e mai discussi
Non è una novità  in casa 5 stelle che serva una riorganizzazione. Lo ha detto il capo politico, che da settimane sta girando l’Italia per parlare con la base, ma lo hanno detto a più riprese anche gli eletti.
Il problema, spiegano dal fronte parlamentare, è che in questo anno è mancato troppo spesso il confronto con chi siede alla Camera e in Senato, pattuglie consistenti che sono state ridotte a semplici passacarte di provvedimenti decisi dal governo. Nel documento si scrive proprio questo: intanto il fatto che le leggi arrivino blindate in Aula, sotto forma di decreti, e nel peggiore dei casi viene messa la fiducia.
I senatori lamentano i pochi contatti con ministri e sottosegretari e, è scritto testualmente, mettono sotto accusa “l’inadeguatezza di alcuni di loro” che in questi mesi hanno dimostrato incapacità  nel gestire l’attività  di governo.
Non è la prima volta che lo dicono e ora, mentre l’ipotesi rimpasto del governo gialloverde si fa strada, la critica è ancora più pesante: ci sono figure a cui sono stati affidati incarichi nell’esecutivo e che non si sono dimostrate all’altezza, dicono. In molti casi addirittura, i senatori sono stati costretti a rivolgersi ai loro ministri con interrogazioni che “non hanno mai ricevuto risposta”. Succede da sempre e capitava anche negli altri esecutivi, ma i 5 stelle, almeno su questo, pensavano che avrebbero marcato la differenza.
Più trasparenza nelle nomine pubbliche e cambiare il rapporto con i media. E ridiscutere il ruolo del capo politico
La poca collegialità  delle decisioni è un altro dei punti chiave. I senatori si sentono esclusi, molte volte ignorati. E si arriva fino a chiedere di rimettere in discussione il ruolo del capo politico, che non può accentrare tutte le decisioni, ma dovrebbe condividerle il più possibile come è “nello spirito del Movimento 5 stelle“.
Al leader si chiedono anche delle riunioni periodiche con i gruppi in Parlamento per affrontare decisioni operative e di metodo: le assemblee congiunte sono “sfogatoi” che non portano a niente, dicono, e servono dei confronti reali in cui l’opinione delle truppe in Aula sia tenuta in considerazione.
Collegialità  e trasparenza viene chiesta, è un altro degli elementi contenuti nel testo, anche per le nomine pubbliche: quello che avrebbe dovuto essere il metodo dei 5 stelle, secondo i senatori, non è stato utilizzato. Nessuno è stato coinvolto e ci si è ridotti di nuovo “a dover accettare le decisioni di pochi”.
Altro elemento cruciale su cui i senatori chiedono un cambio radicale è la comunicazione delle attività  e il rapporto con la stampa.
E’ il ritornello che i 5 stelle ripetono da mesi, ma il problema è che nessuno è mai intervenuto seriamente per modificare la situazione. “Sbagliamo nel modo in cui raccontiamo i nostri risultati”.
E pure, spiegano, nelle relazioni con i media che vengono attaccati continuamente e anche senza motivo: si vada avanti nella legge per il conflitto di interessi, ma senza continuare a stigmatizzare i media come “male assoluto”. La gestione del caso Radio Radicale è solo l’ultimo degli esempi fatto dal gruppo.
Il documento entra nel merito però di molte altre criticità .
Ci sono i tempi troppo lunghi di discussione delle proposte di legge sulla piattaforma Rousseau: se si vuole il coinvolgimento effettivo della base nella vita politica del Movimento, il sistema deve dare la possibilità  di avere confronti immediati o almeno più veloci. “Allo stato attuale, si parla di almeno due mesi per ogni proposta”.
C’è anche la richiesta di eleggere direttamente il capogruppo in Senato in tempi brevi: basta nomine dall’alto (in questo caso da Luigi Di Maio). E pure si chiede che venga fatta una separazione tra le cariche dirigenziali nel Movimento e i ruoli di governo.
Era uno dei propositi di Di Maio, finora non ha avuto grandi applicazioni.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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SALVINI, LA “ZINGARACCIA” E QUELLA FOTO CON TRE DONNE ROM UN ANNO FA IN MOLISE

Agosto 8th, 2019 Riccardo Fucile

QUANDO SI TRATTAVA DI RACIMOLARE VOTI, ANDAVANO BENE I SELFIE CON LE “ZINGARACCE”

Pecunia non olet. E neanche i voti.
Nelle ultime settimane, tra le varie peripezie dialettiche (e non solo) di Matteo Salvini c’è stato lo sdoganamento dell’insulto a una donna rom (che lo aveva minacciato in un’intervista) definendola prima «zingaraccia» (anche attraverso un post social) e poi «fottutissima zingara» dal palco del comizio della Lega a Milano. Poi, perchè la rete non dimentica mai nulla, ecco sbucare dal recente passato del ministro dell’Interno una foto che risale alla campagna elettorale del 2018.
Ci troviamo in Molise, più precisamente a Santa Croce di Magliano (in provincia di Campobasso). Siamo nel bel mezzo della campagna elettorale per le Regionali.
Tra i vari incontri fatti dal leader Matteo Salvini, fresco del risultato delle elezioni Politiche del 4 marzo che hanno aperto le porte alla possibile alleanza tra Lega e Movimento 5 Stelle (che sarà  concretizzata con il ‘Contratto del Cambiamento’ e con l’accordo per la guida congiunta dell’Italia), c’è anche quello immortalato da una fotografia che venne diffusa, qualche giorno dopo, dal giornalista de Il Fatto Quotidiano Antonello Caporale.
La ruspa a giorni alterni. Spesso e volentieri, anche nelle varie campagne elettorali, Matteo Salvini — prima della «zingaraccia» — ha ribadito il concetto di voler utilizzare quello strumento iconico per abbattere diversi campi illegali. Sgomberi, demolizioni. Tutto ribadito in più occasioni. Ma, quando c’è da tirar su voti, non c’è alcun problema.
Ed ecco che quello scatto dello scorso anno, durante la campagna elettorale in Molise, non c’è stato alcun problema a farsi scattare quella fotografia. Legittima, senza alcun dubbio. Stride con la narrazione che lo stesso ministro dell’Interno e leader della Lega ha portato avanti nel corso degli anni. Insultare tutti, poi far finta di nulla per andare a racimolare voti.
Missione compiuta, come già  successo al Sud dopo aver cantato quel coro «Senti che puzza, scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani». Tutto nel dimenticatoio.

(da agenzie)

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CHIOGGIA, STABILIMENTO BALNEARE CHIUSO DAL QUESTORE PER RAZZISMO E VIOLENZE

Agosto 8th, 2019 Riccardo Fucile

“QUI I NERI NON ENTRANO”: PERSONALE DELLA SICUREZZA PICCHIA DUE CLIENTI E CACCIA UN RAGAZZO ITALIANO DI ORIGINE ETIOPE

Il personale della struttura ha picchiato dei clienti e impedito a un ragazzo etiope di entrare al “Cayo Blanco” Sono questi, i due episodi principali che hanno portato il questore di Venezia a sospendere per 13 giorni la licenza dello stabilimento balneare di Chioggia.
Si tratta però della punta dell’iceberg, perchè il personale di di sicurezza della struttura si sarebbe reso responsabile di varie aggressioni.
Al Cayo blanco l’ultima violenza si è registrata sabto scorso:   un uomo di 43 anni è stato dapprima spinto fuori dal locale e, dopo aver reagito, è stato colpito con calci e pugni da un buttafuori dello stabilimento.
L’uomo ha riportato la frattura di perone e mascella, ed ha avuto una prognosi di 30 giorni. Nello stesso locale, qualche giorno prima, riferisce la Questura, c’era stato anche un episodio di discriminazione razziale: il personale della sicurezza aveva impedito l’accesso ad un giovane ventenne italiano di origine etiope, perchè “chi ha la pelle scura non entra”, aveva denunciato poi il ragazzo ai Carabinieri.
Il giovane era in compagnia di altri amici quando era stato bloccato dal personale del Cayo Blanco, che gli ha aveva impedito di entrare che “non potevano entrare persone con la pelle scura”. I dipendenti dello stabilimento balneare avevano poi aggiunto che nel locale c’erano stati dei furti di cui erano sospettate “persone di colore”. Furti di cui però gli investigatori non avevano mai ricevuto denuncia.
Accertamenti congiunti del Commissariato di Chioggia e della compagnia Carabinieri di Chioggia Sottomarina hanno fatto emergere altre violenze avvenute nel locale: tra queste un’aggressione ad un avventore che aveva subito la frattura delle ossa nasali, con prognosi di 20 giorni.
La Questura riferisce che le violenze e le discriminazioni avevano generato un elevato allarme sociale, evidenziando “una non adeguata vigilanza del locale da parte del gestore”. Il comportamento del personale ha “pericolosamente minato diritti costituzionalmente garantiti quali la pari dignità  sociale senza distinzione di sesso, razza, lingua e di religione”, che devono essere garanrtiti, in particolare, dai titolari di autorizzazioni di pubblici esercizi.
“Rappresentano pertanto – evidenzia il Questore – una preoccupante minaccia all’ordine e alla sicurezza pubblica, aggravata da aspetti di deriva razziale, in special modo se riferiti ad un luogo di ritrovo per un significativo numero di giovani”. Il provvedimento di sospensione della licenza è stato notificato stamane ai gestori dai carabinieri e dagli agenti del commissariato di Chioggia.

(da agenzie)

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“VIA NEGRACCI DI MERDA”: DUE GIOVANI INSULTATI ALL’USCITA DI UN MUSEO A CAGLIARI

Agosto 8th, 2019 Riccardo Fucile

VITTIME UN RAGAZZO LIBERIANO 18ENNE E UN MINORE SOTTO TUTELA

“Via negracci di m****”. Così una donna di circa sessantanni si sarebbe rivolta a due migranti, un 18 enne liberiano e un minore sotto tutela, all’uscita della Galleria d’arte moderna di Cagliari. L’episodio, di cui scrive l’Unione Sarda, è stato confermato all’ANSA dalla tutrice del ragazzo, un giovane proveniente dalla costa d’Avorio.
La donna, Elisabetta, 56 anni, ha in carico il ragazzo da marzo di quest’anno.
“Eravamo andati a fare un vista guidata alla Galleria d’arte moderna – racconta – quando siamo usciti, nei pressi dei giardini pubblici, una signora dall’altra parte della strada si è messa ad urlare cattiverie contro i due per il loro colore della pelle”.
“Stanno avvenendo spesso fatti di questo tipo che non riguardano solo le persone di colore: c’è un’intolleranza generalizzata e un clima veramente malato”.
“Noi stavamo riponendo in auto un monopattino che aveva una ruota sgonfia, quando abbiamo sentito le urla della donna che non ha smesso neppure quando le siamo andati incontro per cercare di farla desistere dal suo comportamento – ha aggiunto la tutrice -. Abbiamo anche minacciato di chiamare le forze dell’ordine, ma niente: la signora ha continuato ad inveire contro i due ragazzi e contro di me”.
Ora la questione verrà  discussa in una delle prossime riunioni periodiche che si svolgono tra i tutori, i volontari, il garante e i rappresentanti della questura e del tribunale.

(da agenzie)

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SALVINI APRE LA CRISI: “LA MAGGIORANZA NON C’E’ PIU’, SI VADA IN PARLAMENTO E POI ELEZIONI A OTTOBRE”

Agosto 8th, 2019 Riccardo Fucile

DI MAIO: “NON ABBIAMO PAURA DEL VOTO, MA SALVINI PRIMA VOTI LA RIDUZIONE DEI PARLAMENTARI”

La nota che apre ufficialmente la crisi di governo arriva qualche minuto dopo le 20 di giovedì 8 agosto: agli italiani rimasti a lavoro mancano poche ore prima di andare in ferie per la fatidica settimana di ferragosto.
Giuseppe Conte e Luigi Di Maio hanno appena lasciato Palazzo Chigi, Roberto Fico è sceso da Quirinale da un paio d’ore, quando Matteo Salvini diffonde un comunicato di cinque righe. “Inutile andare avanti a colpi di NO (in maiuscolo ndr) e di litigi, come nelle ultime settimane, gli Italiani hanno bisogno di certezze e di un governo che faccia, non di Signor No”, è l’incipit.
I toni e i concetti sono molto simili alla nota della Lega del pomeriggio, ma questa volta a parlare è direttamente il ministro dell’Interno. E lo fa dopo il faccia a faccia pomeridiano con il premier: un’ora e mezza in cui Salvini avrebbe confermato a Conte l’intenzione di tornare alle urne.
Ecco perchè Sergio Mattarella, dopo aver incontrato Conte all’ora di pranzo, ha convocato al Colle il presidente della Camera, tenendosi in contatto con quella del Senato: il capo dello Stato sapeva che la crisi sarebbe stata parlamentarizzata a breve.
Era quello che negli stessi momenti Salvini stava comunicando a Conte a Palazzo Chigi. Un vertice al quale Luigi Di Maio non ha partecipato, anche se si trovava fisicamente presente nella stesso immobile che ospita la sede del governo.
Che sarebbe stata crisi lo lasciava prevedere già  nel pomeriggio una nota della Lega. “Il voto è l’unica alternativa a questo governo”, facevano sapere dal Carroccio. Tradotto: rivedere la squadra o tornare direttamente alle urne. I 5 stelle avevano replicato a distanza: “La nota è incomprensibile. Dicano chiaramente cosa vogliono fare. Siano chiari”. Ripetuto per tre volte, sperando di ricevere risposta.
L’obiettivo per il Carroccio è sicuramente quello di accelerare sui dossier e decidere le priorità , su cui, tra tutte, spicca la riforma della giustizia. È il dossier su cui i 5 stelle non possono e non potranno mai mediare (sarebbe stravolgere il vero pilastro del Movimento) e Salvini non è disposto ad accettare compromessi.
Senza dimenticare che il 9 settembre, fra meno di un mese, il Parlamento deve iniziare a discutere la legge per il taglio dei parlamentari: e anche su questo è difficile immaginare un’intesa.
Secondo il Corriere della Sera, il presidente della Repubblica è pronto a tutto, ovvero anche alle consultazioni estive e (in caso di fallimento) al voto a fine ottobre.
Intanto lo spread è tornato a salire a 210 punti base: la potenziale crisi di governo comincia ad avere un impatto sui mercati.
Ore 20.42 – Di Maio: “Chi prende in giro il Paese prima o poi paga. Noi pronti al voto” “Noi siamo pronti, della poltrona non ci interessa nulla e non ci è mai interessato nulla, ma una cosa è certa: quando prendi in giro il Paese e i cittadini prima o poi ti torna contro. Prima o poi ne paghi le conseguenze. Ad ogni modo c’è una riforma a settembre, fondamentale, che riguarda il taglio definitivo di 345 parlamentari. E’ una riforma epocale, tagliamo 345 poltrone e mandiamo a casa 345 vecchi politicanti. Se riapriamo le Camere per la parlamentarizzazione, a questo punto cogliamo l’opportunità  di anticipare anche il voto di questa riforma, votiamola subito e poi ridiamo la parola agli italiani. Il mio è un appello a tutte le forze politiche in Parlamento: votiamo il taglio di 345 poltrone e poi voto”.
E Di Maio anticipa un argomento da campagna elettorale: “Salvini ha fatto cadere il governo per non ridurre i parlamentari”.

(da agenzie)

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L’EX DIRETTORE DELLA PADANIA MONCALVO: “VOLEVO LICENZIARE SALVINI PERCHE’ FALSIFICAVA I FOGLI DI PRESENZA”

Agosto 8th, 2019 Riccardo Fucile

“NON SI PRESENTAVA AL LAVORO, ERA UN FURBETTO DEL CARTELLINO”

Dal palco di Sabaudia, Salvini ha detto che tornerà  a fare il giornalista quando smetterà  con la politica.
In un’intervista di un anno fa a Il Fatto Quotidiano, Gigi Moncalvo raccontava di averlo voluto licenziare
Qualche mese fa Matteo Salvini veniva criticato per le sue assenze al Viminale. Qualche anno fa ve
nivano fatte le stesse domande per via delle sue non presenze al Parlamento Europeo. Ora, invece, torna in auge una vecchia intervista di Gigi Moncalvo a Il Fatto Quotidiano, durante la quale l’ex direttore de La Padania aveva raccontato di come avrebbe voluto licenziare il Salvini giornalista per assenteismo.
Il tutto ha un motivo logico: mercoledì sera, dal palco di Sabaudia, il leader della Lega ha detto che tornerà  a scrivere non appena terminerà  la sua esperienza politica.
«Con tutti il rispetto per i giornalisti presenti, oggi sentiamo prima i cittadini — ha detto Matteo Salvini brandendo il microfono al suo arrivo sul palco di Sabaudia -. Il giornalista lo faccio anch’io come mestiere, e tornerò a farlo dopo la politica».
Nel passato di Salvini giornalista, infatti, c’è anche il suo ruolo all’interno del giornale La Padania, ma qualcuno non sembra aver avuto un bel ricordo di quella esperienza quotidiana (o forse no) al fianco di quello che, poi, diventerà  il segretario della Lega, il ministro dell’Interno e il vicepremier.
Gigi Moncalvo, infatti, è stato direttore de La Padania nel biennio 2002-2004. Durante quella fase, il Salvini giornalista risultava uno dei redattori della testata tanto cara ai leghisti. Ma, secondo l’allora direttore del giornale, il suo approccio al lavoro non era dei migliori. Anzi, aveva addirittura chiesto il licenziamento di colui il quale sarebbe diventato — circa dieci anni dopo — il segretario del Carroccio.
«Quando diressi il giornale della Lega chiesi il licenziamento di Matteo Salvini — disse Gigi Moncalvo a Il Fatto Quotidiano nell’intervista rilasciata il 28 aprile dello scorso anno -. Perchè falsificava i fogli presenza. Vale a dire che non si presentava al lavoro, ma firmava ugualmente la presenza».
Un ‘furbetto del cartellino’ secondo il suo ex direttore dunque.

(da agenzie)

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GIAMPAOLO PANSA: “ECCO IL PEZZO CHE BELPIETRO SI E’ RIFIUTATO DI PUBBLICARE SU PANORAMA”

Agosto 8th, 2019 Riccardo Fucile

“OCCORRE PORRE IN ESSERE UN CORDONE SANITARIO CHE NEUTRALIZZI UNA DITTATURA”

È davvero cocciuto Maurizio Belpietro, il bi direttore nonchè bi proprietario della “Verità  ” e di “Panorama”.
Nel tentativo di rispondere a un mio intervento della scorsa settimana ha ancora ripetuto di non essere stato lui a licenziarmi e a chiudere il Bestiario, ma i lettori stanchi delle mie tirate contro Matteo Salvini il Dittatore leghista.
È una favola senza fondamento. Lo dimostra un fatto: il bi direttore non mostra mai le lettere che, a sentir lui, gli sarebbero arrivate. Sono un segreto identico a quello che difendevano i professori americani che costruivano la bomba atomica. Ma così la sua difesa diventa grottesca.
Nella replica alla mia cronaca sul licenziamento da “Panorama”, Belpietro sosteneva di aver conservato l’ultimo Bestiario, quello non pubblicato. Lasciando intuire che, se l’avesse offerto ai lettori, “non avrebbe reso onore al grande Giampaolo Pansa”. Voleva dire che avevo perso la testa e non ragionavo più.
Ma che cosa avevo scritto di tanto grave da far dubitare della mia sanità  mentale? Vediamo un po’.
Cominciavo chiedendomi quanti governi esistono in Italia. E rispondevo che, rivolgendo la domanda a un gruppo di cittadini molto diversi tra loro, la risposta sarebbe stata sempre la stessa: in Italia, come in tutte le nazioni civili, di governo ne esiste uno solo e attualmente è quello guidato dall’avvocato Giuseppe Conte e sostenuto dal Movimento Cinque Stelle e dalla Lega.
La risposta era corretta, ma non descriveva la situazione italiana in questa acida estate del 2019. La verità  è ben diversa e dice che, in realtà , di governi ne abbiamo due.
Uno è capeggiato dall’avvocato Conte, ed è il più debole. Il secondo è il governo di fatto, che sta agli ordini del leader leghista, il trucido Matteo Salvini.
Lo definivo trucido poichè è un capo partito che usa l’intimidazione per affermare il suo potere. Del resto, che si comporti da premier lo dimostra la convocazione delle parti sociali al Viminale per discutere la manovra d’autunno in concorrenza con chi sta a palazzo Chigi.
Nel mio ultimo Bestiario definivo tutto questo come una circostanza che finirà  per precipitare in una crisi definitiva l’unico esecutivo costituzionale che esiste in casa nostra. Quello messo in sella dal galantuomo Sergio Mattarella, il presidente della Repubblica.
Prevedevo che qualche lettore avrebbe pensato che ero diventato pazzo e descrivevo situazioni inesistenti. E che, invecchiando, rivelavo di essere prigioniero di una fantasia malata. Dunque era meglio smettere di leggermi, siccome confondevo la cronaca politica con la fantapolitica.
Del resto mia moglie Adele mi aveva dissuaso dallo scrivere un libro intitolato “Accadde domani”. Non sono però bollito al punto di ritenermi una specie di veggente o di profeta, ma rimango convinto che nel mio libro su Salvini, “Il Dittatore”, pubblicato da Rizzoli, non sono andato lontano dal vero.
La realtà  si sta rivelando più forte delle previsioni e ci dice che il capo leghista sta prefigurando un nuovo modello istituzionale, dove lui decide da solo e poi realizza quello che ha stabilito di fare. Come nel suo partito, dove si muove in perfetta solitudine.
C’è chi può dirmi se conosce qualcuno dello stato maggiore leghista che l’abbia mai contestato? Io no.
Sempre in quel Bestiario ricordavo la comparsa a “In onda” sul La7 di un suo luogotenente: Massimiliano Fedriga, governatore leghista del Friuli Venezia Giulia. E dicevo che mi era sembrato un portaordini perfetto, poichè ripeteva le solite litanie del capo quasi fosse incapace di un pensiero proprio.
Tanto da farmi concludere: è così che i dittatori si fanno strada, con al fianco nessuno che possa contraddirlo. Fedriga mi aveva obbligato a riflettere anche sulla figura di Salvini. E concludevo che, nonostante cerchi di imporre il suo vangelo, “io decido da solo e tutti mi obbediscono”, non sarebbe riuscito mai a diventare il nuovo dittatore italiano.
Un caro amico, uno di quelli dell’esodo istriano dalla Jugoslavia comunista, mi aveva suggerito che Matteo Salvini non è affatto un politico capace e che non avrà  mai la forza, l’intelligenza e l’astuzia indispensabili per diventare il padrone dell’Italia. I tanti elettori che lo votano stregati dal suo piffero magico, quelli che lo cercano per un selfie da conservare sul comò, dovranno ricredersi.
Infatti sta emergendo un dato incontestabile: Salvini non è uno statista e neppure un ministro che fa bene il proprio mestiere. Salvini bada soltanto al suo bottino elettorale. Ha trasformato la politica in una specie di Grande Fratello. Ma la realtà  è ben più complicata di come lui la presenta.
E, sempre in quel Bestiario, sostenevo la mia tesi ricordando quanto era accaduto in quelle ultime settimane a proposito degli arrivi in Italia di immigrati, partiti dalla Libia o da altri paesi africani. Non era un’invasione come sostenevano lo zar leghista e i media che lo affiancano.
Si trattava di pattuglie di qualche decina di profughi tra uomini e donne e il caso poteva essere risolto se il Dittatore leghista si fosse accordato con il ministro della Difesa, la signora Elisabetta Trenta.
Al contrario aveva montato il solito can can propagandistico. E aveva creato (e crea a ogni sbarco) il grande caos che i telegiornali e i giornalisti al suo servizio ci   mostrano ogni sera. Li guardo anch’io e ogni volta rimango stupito che una nazione di 60 milioni di abitanti non sia in grado di affrontare con successo un problema come quello di un’immigrazione al momento non ciclopica.
La mia conclusione era sempre la stessa e in quel Bestiario la esponevo senza giri di parole: il sistema dei partiti doveva liberarsi di Salvini.
Intendevo la necessità  di creare una specie di cordone sanitario come quello scattato in Europa e deciso dalle forze di governo insieme a quelle di opposizione.
Consideravo (e considero) indispensabile trovare un compromesso per escludere il capo leghista da qualsiasi decisione politica. All’insegna di un motto che reciti: “Con la Lega non si tratta”.
In altre parole, scrivevo che bisognava ingabbiare il Dittatore con un cordone sanitario che facesse capire ai suoi elettori abituali e a quelli tentati di diventarlo l’inutilità  di votarlo. Spiegavo che la Lega di Salvini è ancora molto lontana dall’avere la maggioranza assoluta in Parlamento. I sondaggi più favorevoli le attribuiscono un 37-38 per cento che non basterebbero per dar vita a un monocolore leghista.
Ma se i partiti che non vogliono sottostare agli ordini del leader leghista non avessero preso una decisione drastica prima della fine dell’estate, si sarebbero condannati da soli, dichiarando di essere consorterie inutili e ridicole.
Concludevo con una domanda rivolta a loro: vi piacerebbe diventare schiavi di Salvini? Volete che l’inno di Mameli sia cantato da ballerine seminude che offrono le tette al Dittatore?
Se non volete fare questa fine miseranda, mostrate un poco di coraggio.
Questo ho scritto, pur essendo convinto che nessuno si sarebbe mosso. E dunque ci saremmo inoltrati in un capitolo buio della politica italiana.

Giampaolo Pansa
(da TPI)

argomento: denuncia, Razzismo | Commenta »

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