Aprile 22nd, 2020 Riccardo Fucile
OCCORRE PRIMA UN ACCORDO SUL BILANCIO UE… DIVISIONE TRA CHI VUOLE PRESTITI E CHI SOLDI A FONDO PERDUTO
Rischiano di essere lenti i tempi di risposta dell’Unione Europea alla crisi del coronavirus. Ne sono
consapevoli i leader dei 27 Stati membri che domani si riuniranno in videoconferenza.
Come sottolineano fonti europee alla vigilia del summit, sanno che il rischio, se non ci si muove subito per garantire che la ripresa non sia asimmetrica negli Stati membri, è di subire contraccolpi politici, nonchè economici per la zona euro, il mercato unico, l’area Schengen e soprattutto la perdita di competitività europea sul mercato globale. Nonostante ciò, ci sono degli ostacoli importanti nei negoziati sul piano di ripresa europeo finanziato con bond emessi dalla Commissione, il piatto principale della riunione di domani. L’Italia però punta ad un’intesa entro giugno, nella convinzione che l’urgenza diventerà sempre più pressante per tutta l’Ue.
Il primo ostacolo è la difficoltà di raggiungere un accordo tra i leader sul bilancio pluriennale europeo. E’ questo il contenitore nel quale verrà messo il fondo di ripresa, finanziato con i bond emessi dalla Commissione.
Risultato non da poco, visto che è la prima volta che la Commissione europea emette bond con i quali raccoglierà sul mercato risorse per mille miliardi, cifra ancora ufficiosa sulla quale i leader devono ancora raggiungere un’intesa. Ma prima c’è il bilancio 2021-2027.
A febbraio, i capi di Stato e di governo ci hanno messo due giorni per terminare un vertice finito senza accordo, spaccati tra i paesi cosiddetti ‘frugali’ del nord, meno generosi con l’Ue, e quelli del sud, più bisognosi di aiuti europei.
Proprio in quei giorni, tra l’altro, in Italia scoppiava l’epidemia del Covid-19. Ora, a sentire le fonti europee, le previsioni non sono rosee. “L’idea è di raggiungere un accordo entro il 2021, ma non è certo”, dice un diplomatico Ue. E tra l’altro, per le decisioni finali, servirà anche un vertice dei leader a Bruxelles, vale a dire non in videoconferenza come sta avvenendo ora in tempi di divieto di assembramenti e reclusioni a casa. Quando? Dipende da cosa succede nei prossimi mesi: “Se entro l’estate ci saranno cattive sorprese”, in quanto a diffusione del virus, “allora i tempi si allungheranno”, aggiunge la stessa fonte.
Nè è contemplata l’idea di procedere sul fondo di ripresa staccato dal bilancio europeo. L’intesa di massima raggiunta dai leader è di procedere di pari passo su entrambi i binari, perchè sono interconnessi.
Se n’è parlato anche nell’ultimo vertice convocato da Charles Michel, il presidente del Consiglio europeo che lunedì scorso è riuscito a far sedere intorno allo stesso tavolo in videoconferenza Giuseppe Conte e il premier olandese Mark Rutte, con il francese Emmanuel Macron, lo spagnolo Pedro Sanchez e naturalmente la Cancelliera Angela Merkel, che da quando ha assunto il ruolo di mediazione tra nord e sud ha impresso una svolta ai negoziati bloccati dai veti incrociati. Anche il vertice convocato da Michel non era roba scontata: una settimana fa ci aveva provato ma non ci era riuscito a convincere tutti.
Ecco, il vertice di lunedì ha preparato il terreno per il Consiglio di domani, in modo che i leader affidino il mandato alla Commissione europea di preparare la sua proposta sul piano di ripresa legato al bilancio europeo (verrà presentata il 29 aprile).
Dopodichè i leader si riuniranno ancora. L’alternativa scartata era il piano franco-italiano, sul quale è arrivato anche il contributo spagnolo, di un fondo di ripresa come strumento nuovo, slegato dal bilancio. Cosa mal vista dai paesi del nord, che comunque — secondo alcuni osservatori — avrebbe portato via tempo in quanto si trattava di mettere in piedi uno strumento nuovo, roba da modifica dei trattati, dunque lunghissima.
Ma il “pacchetto interconnesso”, come lo definiscono fonti europee per sottolineare la sua indissolubilità , tra fondo di ripresa e bilancio europeo non è via più breve.
E però ci sono altri ostacoli. Prima di arrivare a discutere della dimensione del fondo — appunto, si parla di mille miliardi che è il minimo per Italia, Francia, Spagna e gli altri alleati di questa battaglia — i leader dovranno trovare un accordo su come verranno erogate le risorse raccolte.
E prevedibilmente su questo si svolgerà il grosso della discussione domani, sottolineano fonti diplomatiche europee. I paesi del nord spingono affinchè l’erogazione avvenga sotto forma di prestiti agli Stati membri. Quelli del sud puntano a contributi a fondo perduto. Per ora la maggioranza degli Stati pende sulla prima opzione. Nodo non semplice da sciogliere.
E’ per questo che a Bruxelles non si sbilanciano sulle scadenze. Dal canto suo, nella lettera di invito ai leader europei per il Consiglio di domani, il presidente Michel indica giugno come data di attivazione degli interventi della Banca europea per gli investimenti (Bei), il piano Sure della Commissione di sostegno al mondo del lavoro e i prestiti del Mes.
Ciò significa che entro giugno, il board del Salva Stati dovrà stendere nero su bianco quelle assenze di condizionalità prospettate dall’accordo in Eurogruppo.
Di fatto, è questo il momento di chiarezza sul Mes che l’Italia si aspetta, per uscire dal pantano delle polemiche tra i partner di maggioranza Pd e M5s. Conte aprirà il capitolo anche domani in consiglio, ma non potrà ottenere certezze visto che il summit non si concluderà con una dichiarazione comune, ma solo con una conferenza stampa di Michel e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, lei che in questa fase si ritroverà ad avere lo scettro della gestione della crisi, con un potenziale ‘bazooka’ da mille miliardi per aiutare gli Stati membri.
Ma l’Italia punta a giugno anche per il piano di ripresa, la cosiddetta ‘quarta gamba’ del pacchetto licenziato dall’Eurogruppo sulla quale, mette in chiaro Michel, “non c’è ancora un accordo”. Obiettivo di Conte è ottenere il via libera politico domani per cominciare i negoziati sia sul bilancio pluriennale che sul ‘recovery fund’ vero e proprio.
E da lì in poi avviare il pressing per fare presto contro chi al nord cercherà di rallentare e piantare paletti, a meno che non si renda davvero conto che portarla per le lunghe non conviene a nessuno.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 22nd, 2020 Riccardo Fucile
“BISOGNA PUNTARE SUGLI INVESTIMENTI PUBBLICI MA ANCHE LE AZIENDE PRIVATE DEVONO FARE LA LORO PARTE”
L’economista Carlo Cottarelli è direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano. Ex dirigente del Fondo monetario internazionale ed ex commissario alla spending review sotto il Governo Letta, nel maggio 2018 fu per tre giorni premier incaricato dal presidente della Repubblica Mattarella, salvo poi rinunciare per lasciare spazio al nascente Governo Conte 1.
Professore, l’economia italiana naviga nella tempesta. Cosa vede all’orizzonte?
Questo è un anno difficile per tutto il mondo e molto difficile in particolare per noi, perchè abbiamo un’emergenza sanitaria più forte rispetto a tanti altri paesi, che determinerà anche una caduta del Pil più forte. E quindi abbiamo un problema di rischi di crisi finanziaria.
Come si agisce in questi casi?
Abbiamo la necessità di spendere, come Stato, molto di più di quanto era stato previsto. Ma c’è un problema di finanziamenti, perchè siamo un paese con un debito pubblico molto alto. La questione è: da dove verranno questi finanziamenti?
Da dove?
Dobbiamo basarci sul sostegno dell’Europa. La Banca centrale europea ha già previsto di acquistare 220 miliardi di titoli di stato italiani.
L’Ufficio parlamentare di bilancio prevede che nel primo semestre del 2020 il Pil del nostro paese chiuderà a -15%. Stima verosimile?
Il Fondo monetario internazionale ha previsto una caduta per l’intero anno del 9 per cento. L’Istat ha calcolato che il 40 per cento dell’attività produttiva è oggi bloccato. La botta è sicuramente molto forte, però ancora nessuno può sapere quanto esattamente
Andiamo incontro a una crisi peggiore di quella del 2008-2012?
Sicuramente sì.
Quali differenze ci sono rispetto ad allora?
Qui c’è uno schock di offerta che allora non c’era. Nel 2008-2012 c’era solo uno shock di incertezza, oggi invece non si può andare a lavorare. È molto diverso.
Quali sono i settori che soffriranno di più?
Tutti i settori che implicano spostamenti, in primis il turismo e in generale tutti quelli che esportano.
Come valuta la risposta del Governo alla crisi?
Il problema è il solito: la lentezza. E poi i provvedimenti di difficile interpretazione: tutti i commercialisti lo stanno lamentando.
Con il Decreto Liquidità il Governo ha stanziato 400 miliardi di euro a garanzia dei prestiti bancari alle imprese. La critica è: “Ennesimo regalo alle banche”.
Bah… Se lo Stato non avesse concesso la garanzia si sarebbe detto che le banche non avrebbero potuto prestare soldi, ora che si dà la garanzia si dice che è un regalo… È chiaro che quando lo Stato fa cose in deficit sta regalano qualcosa a qualcuno, ma in questo caso è una cosa necessaria, altrimenti chi sostiene l’economia?
Che ne pensa della proposta di un reddito universale?
Se fosse universale, nel senso che andrebbe anche a Cottarelli o a Berlusconi, non lo farei. Io ho una pensione che deriva dalla mia attività al Fondo monetario internazionale: perchè dovrei ricevere dei soldi dallo Stato? Un reddito universale può essere pensato per dare una spinta macroeconomica, per aumentare la domanda. Ma il rischio sarebbe che una parte di questo reddito poi potrebbe non essere speso e finire in risparmi
Come si può intervenire allora?
Se ci sono soldi pubblici da spendere, io punterei di più su acquisti diretti fatti dallo Stato. Se poi magari riuscissimo a fare anche qualche investimento pubblico… Ma bisogna muoversi rapidamente: bisognerebbe pensare già adesso a come rilanciare gli investimenti pubblici
Qualcuno torna a parlare di Stato imprenditore.
In una fase di emergenza è possibile che lo Stato debba intervenire acquisendo la proprietà di attività produttive. Ma deve essere una cosa temporanea.
La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha evocato il Piano Marshall. Che analogie ci sono tra il dopoguerra e questa fase?
Il Piano Marshall comportò regali dagli Stati Uniti all’Italia per circa il 2 per cento del Pil all’anno per cinque anni. Per la maggior parte si trattava di importazioni di prodotti dagli Usa. Noi invece adesso abbiamo bisogno di un’altra cosa, cioè di domanda di prodotti italiani. Il Piano Marshall è stato clamoroso e senza precedenti, in termini quantitativi però 2 punti di Pil all’anno sono utili ma non ti cambiano la vita
E allora?
La ricostruzione nel dopoguerra non è avvenuta per il Piano Marshall, è avvenuta perchè i lavoratori e gli imprenditori italiani si sono rimboccati le maniche e sono ripartiti.
Anche oggi servirebbe “uno scatto” del settore privato, come dice il presidente del Censis De Rita?
Certamente.
La Commissione europea ha sospeso il Patto di Stabilità . Ora quindi potremo fare deficit libero?
Sì, quest’anno si andrà al 9-10 per cento del Pil.
Eurobond, Coronabond, Recovery bond. Facciamo un po’ di ordine.
La confusione deriva dal fatto che il termine Eurobond veniva usato in passato per indicare la mutualizzazione del debito passato. Cosa che sarebbe bella ma non avverrà mai, perchè quello è un tipo di altruismo che non esiste neanche in paesi che hanno raggiunto unità politica: negli Stati Uniti, ad esempio, ogni Stato rimane responsabile per il proprio debito. I Recovery bond, o Coronabond, invece, sono soldi che si prendono a prestito insieme e si decide insieme come utilizzarli.
Germania e Olanda non vogliono i Coronabond, Italia e Spagna temono che il Mes sia il passepartout per la Troika. Chi ha ragione?
Il problema principale è che c’è un preconcetto per cui il Mes significa austerità e gli Eurobond significano mutualizzazione del debito.
E invece?
Se per il Mes l’unica condizionalità riguarderà le spese sanitarie dirette e indirette, non vedo perchè dire di no.
Non è chiarissimo cosa si intende per spese indirette.
Bisognerebbe capirlo meglio. Ma mi sembra ovvio che se una fabbrica resta chiusa perchè c’è un’emergenza sanitaria, le spese fatte per sostenere quella fabbrica dovrebbero essere considerate spese indirettamente sanitarie.
Obiezione che viene fatta: le condizionalità potrebbero cambiare più avanti.
Al momento io continuo a pensare che, se si comincia con una condizionalità legata alla sanità , non è possibile poi introdurre condizioni macroeconomiche. Ma va certamente verificato. Conte ha assunto una posizione abbastanza ragionevole su questo punto. Dice: “Vediamo le condizioni”. Fa bene a lasciare la porta aperta. Ma il punto fondamentale è un altro
Quale?
I soldi del Mes sono pochi: all’Italia arriverebbero circa 36 miliardi di euro. Ci serve di più. La cosa principale sono i 220 miliardi in titoli di stato della Bce. I Recovery bond potrebbero essere una cosa utile anche come segnale ai mercati finanziari. E da lì potrebbero arrivare più soldi
Quanti?
Se l’emissione sarà , come sembra, di 1.000 miliardi di euro, all’Italia potrebbero arrivare 150 miliardi.
La cancelliera tedesca Merkel sbaglia a dire no ai Recovery bond?
Secondo me sì, perchè il costo per la Germania sarebbe molto basso. Tra l’altro, la garanzia verrebbe data solo pro-quota dalla Germania. Ma c’è un problema politico: Merkel deve convincere i tedeschi che non si tratta del primo passo verso la mutualizzazione del debito passato
(da TPI)
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Aprile 22nd, 2020 Riccardo Fucile
“PROTESTE IN USA PERCHE’ ABITUATI A FARE QUELLO CHE GLI PARE”… COME LA CULTURA INFLUENZA LE MISURE ANTICONTAGIO
Esiste una correlazione tra le scelte politiche che i Paesi del mondo stanno adottando per sconfiggere
l’emergenza sanitaria da Coronavirus e i loro fattori culturali come, ad esempio, gli stili di vita, le tradizioni — talvolta antichissime — e, perchè no, le confessioni religiose.
Una teoria sposata dal professor Giorgio Triani, sociologo dell’Università di Parma, che ha cercato di mettere in collegamento quanto fatto finora dai principali Stati — o quelli con una situazione più drammatica di altre — e la loro storia culturale.
Si parte dalla Cina, primo Paese a incassare il duro colpo dell’epidemia.
«È dalle notizie dell’ultima settimana che dobbiamo partire per capirci qualcosa — dice il professore -. Si è infatti detto che i morti di Wuhan sarebbero il 50% in più di quelli ufficiali. Questo è il frutto di un regime che da tempo immemore nasconde sotto al tappeto, nella speranza di dare in pasto al mondo l’immagine di un sistema perfetto; lo fa da 70 anni. Allo stesso tempo, la Cina, dotata di integerrimo spirito orientale, ha fatto quello che sa fare meglio: mettere in riga il popolo con misure drastiche, militarizzando gli ambienti per scampare al pericolo. Ancora una volta è l’esempio lampante del fatto che la storia non inventa, al più esagera».
L’Italia, sebbene si stia mostrando «responsabile, con un senso civico quasi mai dimostrato prima, non crediamo certo lo stia facendo per improvvisa disciplina piombata dall’alto. Le misure restrittive e la quarantena esistono perchè l’italiano è fifone. Sono tutti presi a restare in casa, a suonare l’Inno di Mameli fuori dalla finestra perchè il popolo ha una paura folle di morire. Il popolo italiano è strutturalmente indisciplinato, storicamente mai stato unito. Qui si ritrova ad esserlo perchè siamo gente malfidata, abbiamo timore di ammalarci e finire per non essere curati a dovere. Sanzioni e controlli certo funzionano, ma con la minoranza».
C’è poi la Svezia, il cui sistema per combattere il Covid sembrava essere vincente, un modello da seguire ma che, invece, piano piano si sta dimostrando più fallibile del previsto. «Sono partiti con spirito sportivo, senza blocchi, serrate. Locali pubblici e scuole aperte. Pensavano di cavarsela. Sono da sempre un Paese che ama vivere all’aria aperta, in totale libertà . Lì tutto funziona in modo perfetto, quasi mai si assiste a storture nel sistema. Un posto in cui non esiste un’iperconcentrazione urbana, dunque credevano fosse questo il loro jolly: “siamo pochi, viviamo distanti, che potrà mai capitarci”. E invece adesso subiscono l’effetto collaterale, quello dei contagi, della diffusione della malattia e a loro non rimane altro che esorcizzare la morte». Ieri la Svezia ha registrato il suo record di vittime in un giorno: 185 decessi che portano a 1.765 il totale dei morti. Altri 545 cittadini sono risultati positivi.
Anche in Svizzera niente lockdown, nonostante il numero dei contagi — sono più di 27 mila — e i decessi che hanno quasi raggiunto quota 1.500. «Ho notato con il programma di Google che traccia la mobilità che lì non schiodano le percentuali, molto alte, di coloro che continuano a muoversi per andare negli spazi verdi come i parchi. Eppure nessuno prende misure in merito. Questo può essere rapportabile al loro essere estremamente indipendenti. Basti pensare alla divisione in cantoni: ogni cantone ha una sua costituzione, un suo parlamento, un suo governo e suoi organi giurisdizionali. Ogni cantone bada a se stesso e così ogni cittadino che è responsabile della propria e della vita altrui: è un meccanismo automatico».
Gli Stati Uniti vivono in queste ore forti proteste anti-lockdown. La gente scende per strada, indice manifestazioni, nonostante il divieto di assembramento, per chiedere di non rimanere ancora per molto in casa. Gli Usa registrano 814.490 casi Covid confermati e 44.342 decessi. «Sarà dura laggiù: gli americani hanno un senso di libertà personale molto forte, da sempre. Dal poter possedere un’arma sotto il cuscino, allo sparare al ladro che ti entra in casa. È la patria in cui tutto è possibile, in cui tutti possono fare tutto. Sono abituati a prendersi qualsiasi tipo di libertà e quindi nutrono poca disponibilità a rispettare le regole imposte dall’alto, a farsi carico di restrizioni che, però, di fatto, possono salvare la vita».
(da Open)
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Aprile 22nd, 2020 Riccardo Fucile
“NEGARE LA RESIDENZA ANAGRAFICA TAGLIA FUORI CHI NON HA IL PERMESSO DI SOGGIORNO”
Discriminatoria la delibera del Comune di Roma che chiede la residenza anagrafica come requisito per il buono spesa, escludendo così tutti i migranti irregolari.
Il provvedimento, destinato a fare da apripista, è della giudice Silvia Albano.
Il provvedimento, in dieci pagine, esamina il ricorso di un immigrato filippino, Randy A., 38 anni, assistito dall’avvocato Salvatore Fachile, che ha contestato, davanti al giudice della sezione Diritti e immigrazione, la delibera che disciplina l’erogazione dei ticket.
L’immigrato era giunto in Italia nel settembre del 2016 insieme alla compagna e ai due figli della donna rimasta vedova. Dalla loro relazione era poi nato un figlio in Italia e la coppia era diventata titolare di permesso di soggiorno per sei mesi.
Scaduta l’autorizzazione, però, i due e i figli sono rimasti a Roma. Lui lavora come aiuto cuoco, lei come domestica. I figli vanno regolarmente a scuola.
L’immigrato aveva chiesto al Municipio XIV il contributo specificando la propria condizione economica per effetto del lockdown e la situazione di irregolare, privo della residenza.
Ma proprio per questi motivi è stato escluso dal buono spesa. “Attualmente – ha sostenuto il legale dell’immigrato – il ricorrente e la sua famiglia non riuscirebbero neppure a regolarizzarsi essendo al momento chiusi gli Uffici Immigrazione delle Questure e sospese le procedure di rilascio dei permessi”
Argomentazione accolte dal giudice che nelle dieci pagine del provvedimento rileva che “il buono spesa è stato istituito nell’emergenza sanitaria in atto per garantire alle persone più vulnerabili la possibilità di soddisfare un bisogno primario e un diritto fondamentale quale il diritto all’alimentazione”.
Richiamando la dottrina della Corte costituzionale e le norme internazionali, la giudice spiega che “nel caso di specie non si discute dell’accesso a prestazioni assistenziali “ordinarie”, ma dell’accesso ad una misura emergenziale tesa a fronteggiare le difficoltà dei soggetti più vulnerabili a soddisfare i propri bisogni primari a causa della situazione eccezionale determinata dall’emergenza sanitaria in atto”.
Per la magistrata, poi, è sufficiente che la famiglia abbia dimostrato di abitare effettivamente a Roma attraverso la documentazione scolastica e le certificazioni vaccinali dei figli minori. E di aver certificato la condizione di disoccupazione senza accesso ai benefici della cassa integrazione previsti per i titolari di contratto regolare.
“Il ricorso – conclude Albano – deve, pertanto essere accolto, dichiarando il diritto del ricorrente e l’intero nucleo familiare al beneficio del buono spesa per famiglie in difficoltà introdotto dal Comune di Roma
(da agenzie)
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Aprile 22nd, 2020 Riccardo Fucile
INTERVISTA A DE PALMA: “NON STA PREVALENDO UNA LOGICA SANITARIA, MA UNA LOGICA DI MERCATO”
“Conte deve parlare di cose concrete e reali: non può continuare a indicare la data del 4 maggio per la
fine del lockdown, quando nel frattempo stanno aprendo moltissime multinazionali e aziende solo con l’autorizzazione dei prefetti o con un silenzio-assenso. Sto parlando di aziende che sono state chiuse per la pandemia in quanto non strategiche per la produzione. Adesso improvvisamente sono diventate strategiche… Pur senza un piano del Governo, stanno riaprendo le aziende che hanno un mercato. Restano chiuse quelle che non ce l’hanno più e hanno i lavoratori in cassa integrazione. Non sta prevalendo una logica sanitaria, bensì una logica di mercato”.
Michele De Palma, responsabile automotive della Fiom-Cgil, è furioso con la modalità con cui il Governo sta preparando la fase 2, dopo il lockdown dell’ultimo mese e mezzo a causa dell’emergenza coronavirus: “Siamo al punto che se vai a fare jogging, ti fermano, controllano e multano. Mentre il campo del lavoro è una terra di nessuno: le aziende decidono di riaprire senza un piano di sicurezza sociale, della mobilità , senza un piano per i test nelle fabbriche”.
Avete scioperato per chiedere protocolli di sicurezza nelle fabbriche rimaste aperte in fase di lockdown. Avete anche fatto accordi con Fca. Adesso che ci avviciniamo alla fase 2 cosa temete?
Il Governo non la sta gestendo per niente. Continuano a fare un dibattito finto sulla riapertura il 4 maggio, quando in realtà molte aziende hanno già riaperto. E altre ancora, tra cui moltissime multinazionali, apriranno la prossima settimana. Ma di cosa stiamo parlando? Il Governo rischia di arrivare tardi con il suo piano, quando le aziende avranno già riaperto senza uno schema di protezione nè dal punto di vista sociale, nè dal punto di vista della mobilità dei lavoratori, che spesso arrivano da fuori Regione e si spostano in bus. E senza un piano epidemiologico, senza un piano per i test, senza personale che possa compiere le verifiche nelle aziende.
Cosa chiedete al Governo?
Che si assuma le sue responsabilità . Noi ce le siamo assunte scioperando e facendo accordi per la tutela della sicurezza dei lavoratori nelle aziende che sono rimaste aperte, cioè quelle essenziali, inserite nel Dpcm con la lista dei codici Ateco che potevano lavorare in periodo di pandemia. Ora sta succedendo che aziende che non erano in quella lista, improvvisamente figurano come strategiche e riaprono senza che il Governo abbia fatto un piano. Non stanno riaprendo solo quelle aziende che non hanno un mercato, aziende che rischiano di non riaprire con i lavoratori che rischiano di essere in cassa integrazione poi di perdere il lavoro. Ecco la differenza tra quando hanno deciso il lockdown e ora è che le aziende che hanno fermato la produzione hanno potuto mandare i dipendenti in cassa integrazione e nel frattempo abbiamo contrattato protocollo di sicurezza che abbiamo ottenuto anche scioperando. Per il resto, riaprono senza rete tutte le aziende che hanno un mercato senza rete.
Quali sono?
Ce ne sono tantissime. Servirebbe un piano che rischia di arrivare tardi, quando hanno già riaperto col rischio di una falsa partenza: se scoppiano nuove emergenze di contagi, che facciamo? Meglio fermare le riaperture fino al 4 e lavorare alla messa in sicurezza.
Pensate di scioperare di nuovo?
Il punto non è questo. Perchè lo sciopero è un’arma contro l’azienda quando non rispetta le linee guida sul distanziamento di almeno 1 metro, non dà i dispositivi di protezione. Oggi le aziende sostengono di chiedere di riaprire perchè lo prevede il Dpcm con le deroghe sulla strategicità affidata ai prefetti. Il punto è che c’è un vuoto di cui il Governo deve farsi carico. Conte parli di cose certe e reali per le riaperture. Tra l’altro, mi chiedo, c’è un piano per chi non sa a chi lasciare i figli per tornare al lavoro, visto che le scuole sono chiuse? No, manca anche quello.
Però, magari, pur nell’insicurezza, i lavoratori, che voi rappresentate, vogliono tornare al lavoro, per non perderlo…
Ma noi non abbiamo mai detto: tutti a casa. Anzi, abbiamo anche proposto che stabilimenti chiusi da anni come Termini Imerese siano riconvertiti per produrre beni necessari in periodo di pandemia. Nessuno ci ha risposto. Ripensare le riduzioni del futuro è come produrle è il centro della riflessione che dovrebbe vedere sindacato, governo e imprese ascoltare la comunità scientifica. Il punto è che serve equilibrio e competenza: non si può rischiare tutto per permettere alla gente di andare al lavoro, anche in aziende non essenziali e senza aspettare un piano di sicurezza per i lavoratori e per tutti, e poi allo stesso tempo, se vai a fare jogging ti possono fermare, controllare e multare. Significa che prevale la logica di mercato. Non c’è alcuna logica sanitaria. Non vogliamo tornare alla normalità che ci ha portato in questa crisi sanitaria, sociale ed economica.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 22nd, 2020 Riccardo Fucile
“SIAMO STATI ABBANDONATI DI FRONTE ALLA CRISI”
Nelle residenze per anziani lombarde l’onda lunga dell’emergenza continua a uccidere. Si muore per gli effetti del Covid 19 o per altre patologie, che abbattono poco alla volta le persone più fragili.
E questo nonostante l’impegno del personale sanitario. Molti medici adesso però cominciano ad alzare la voce, sostenendo di essere stati abbandonati di fronte alla crisi: soli a lottare per la vita degli ospiti.
Mentre il governatore Attilio Fontana insiste nel ribadire “rifarei tutte le scelte che ho dovuto fare”, dottori e infermieri contestano soprattutto una delle misure varate dalla Regione.
Si tratta delle indicazioni trasmesse con la deliberazione dello scorso 30 marzo. Che sostanzialmente vietava di trasferire dalle Rsa i pazienti con più di 75 anni.
Ecco le direttive della Lombardia, votate all’unanimità dalla giunta presieduta da Fontana: “Età avanzata (>75 anni) e presenza di situazione di precedente fragilità nonchè presenza di più comorbilità , è opportuno che le cure vengano prestate presso la stessa struttura per evitare ulteriori rischi di peggioramento dovuti al trasporto e all’attesa in Pronto Soccorso”.
Una decisione che scaricava tutta la responsabilità sul personale delle case di cura. “Non solo ci dicono che è “opportuno” non mandare i nostri pazienti in ospedale (eticamente discutibile) ma addirittura ci suggeriscono ovvietà come quella di somministrare ossigenoterapia in caso di bassa saturazione e ci allegano le procedure per la sedazione terminale? Come se le procedure per la sedazione palliativa non le conoscessimo già …”.
La protesta è stata firmata due giorni fa da “un gruppo di medici, quasi tutti geriatri, che hanno scelto di dedicarsi alla cura delle persone anziane più fragili e malate”. Lavorano nella Fondazione Castellini di Melegnano, proprio al confine con Milano, dove prima dell’epidemia erano ospitati 365 anziani.
Il 15 aprile si contavano già 45 decessi, molto più del dieci per cento dei ricoverati, e 119 casi con sintomi di coronavirus.
“Sentiamo il bisogno di far sapere quanto ci sentiamo feriti dal martellamento mediatico sulle Rsa, come se fossero luoghi dove gli anziani vengono lasciati morire senza cure. Nulla è più lontano dalla realtà “, hanno scritto, formulando un j’accuse durissimo: “Dov’erano le istituzioni quando sono scoppiati focolai nei nostri reparti e siamo stati lasciati soli a gestire la “nostra” emergenza? La Fondazione Castellini non ha mai fatto mistero dei contagi all’interno, e già da tempo sta pubblicando sul sito il bollettino della situazione. Dov’erano le istituzioni quando i nostri colleghi si sono ammalati, prestando servizio ai nostri pazienti?”.
Se alle residenze per anziani è stato detto di non trasferire i pazienti negli ospedali – e diverse testimonianze sostengono che le richieste di intervento per gli over 75 alle centrali delle ambulanze venissero respinte – allo stesso tempo la procura indaga sul movimento in senso inverso: gli spostamenti di malati – di Covid 19 o altre diagnosi – dai nosocomi agli ospizi.
Spostamenti avvenuti sulla base della delibera regionale dell’8 marzo o di precedenti accordi, dettati dall’esigenza di liberare le corsie e che ora si sospetta possano avere moltiplicato i contagi tra le persone più fragili.
Indagini a parte, ancora oggi nelle Rsa si sta combattendo una lotta per la vita. Perchè anche chi supera la fase critica del contagio deve superare danni gravi, fisici e psicologici.
“Non ci sono solo la febbre o l’insufficienza respiratoria – scrivono i medici della Fondazione Castellini – , che certamente gestiamo con i farmaci e con l’ossigenoterapia. Quando passa la fase acuta, restano la debolezza e l’inappetenza… altrettanto pericolose per un organismo anziano e malato. Perchè non vengono a vedere come ci inventiamo strategie per far mangiare i nostri pazienti? Perchè non vengono a vedere come vengono imboccati e stimolati? Abbiamo acquistato i gelati, un alimento completo, fresco e dolce, come aggiunta al pasto o come sostituto per chi proprio non accetta altro. Non sappiamo più come coccolarli, i nostri anziani”.
E’ una situazione che richiede risposte urgenti. Prima di parlare della ripartenza, ci sono ancora tante persone da salvare.
E prima di cassare le critiche e autoassolversi, la giunta lombarda deve ridefinire i criteri dell’assistenza sanitaria. Perchè sappiamo tutti che dovremo convivere per mesi e mesi con il virus. Ed è non bisogna nascondere gli errori, ma farne tesoro.
Come dicono i medici di Melegnano: “In questo momento, faticosissimo anche per noi, ci sentiamo isolati e dimenticati. Ma non perdiamo il nostro spirito, combattiamo ogni giorno. Qualche battaglia l’abbiamo persa, ma intendiamo vincere la guerra”. Impariamo da loro.
(da agenzie)
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Aprile 22nd, 2020 Riccardo Fucile
SI TRATTA DI ALTRI MALATI NON UFFICIALMENTE POSITIVI PERCHE’ NESSUNO AVEVA FATTO LORO IL TAMPONE PRIMA DEL TRASFERIMENTO
Non solo pazienti ufficialmente Covid trasferiti dagli ospedali sulla base delle delibera regionale dell’8
marzo.
Nelle Rsa, dopo lo scoppio dell’epidemia, sarebbero stati accolti anche malati, non positivi perchè senza tamponi effettuati ma affetti anche da polmoniti, sulla base di “convezioni” già in atto da tempo sulle degenze nelle case di riposo di anziani provenienti da strutture sanitarie.
E’ uno dei fronti, da quanto si è appreso, su cui stanno lavorando investigatori e inquirenti milanesi nelle indagini sui contagi nelle residenze assistenziali.
In sostanza, nelle indagini che vedono al centro una ventina di Rsa, tra cui anche il Pio Albergo Trivulzio e il Palazzolo-Don Gnocchi di Milano, si stanno verificando, da un lato, gli “ingressi” di pazienti Covid arrivati nelle residenze sulla base dell’ormai nota delibera.
Si deve accertare se siano state prese misure adeguate per isolarli dagli ospiti e se questi spostamenti possano aver favorito la diffusione del virus. Il Pat, su indicazione della Regione Lombardia, ha fatto da centro organizzativo di smistamento di questi malati.
Dall’altro lato, però, nelle indagini condotte dalla Gdf e coordinate dal pool guidato dall’aggiunto Tiziana Siciliano, si stanno analizzando anche i trasferimenti di pazienti ‘normali’ nelle residenze sulla base di convenzioni delle strutture con la Regione già in atto da tempo.
Da verificare quanti e quali trasferimenti sarebbero avvenuti anche dopo lo scoppio dell’epidemia, anche perchè nelle strutture potrebbero essere stati portati malati con polmoniti interstiziali, non ufficialmente Covid perchè non erano stati fatti i tamponi. Nei decreti delle perquisizioni dei giorni scorsi, infatti, la Procura nel lungo elenco dei documenti da acquisire ha indicato anche quelli sulle convenzioni “con Regione Lombardia” e su numeri e dati dei “pazienti ricevuti da altre strutture sanitarie” in un periodo che va da gennaio in avanti.
Ad esempio, nel reparto ‘Pringe’, pronto intervento geriatrico, del Trivulzio (che sulla carta non accolse pazienti Covid) sarebbero stati ricoverati da gennaio in avanti diversi pazienti con polmoniti.
Gli investigatori nelle perquisizioni hanno sequestrato centinaia e centinaia di cartelle cliniche di morti, malati, positivi e “nuovi ingressi”, ossia pazienti arrivati dagli ospedali.
Documenti che, come altri, andranno analizzati con un lavoro lungo, mentre continuerà la raccolta di denunce, in aumento costante, e di testimonianze di lavoratori e familiari di anziani.
E’ andata avanti per circa 19 ore, fino a stamani all’alba, l’attività di perquisizione iniziata ieri dalla polizia giudiziaria del dipartimento ‘salute, sicurezza, lavoro’ della Procura milanese all’istituto Palazzolo-Don Gnocchi nell’inchiesta su contagi e morti per Covid-19 nella Rsa dall’inizio dell’epidemia.
Nelle quattro sedi della casa di riposo, le squadre di pg guidate da Maurizio Ghezzi hanno acquisito una grande mole di documenti che dovrà essere analizzata e vagliata per verificare se vi siano state irregolarità nella gestione dell’epidemia e se siano state rispettate le normative per la tutela della salute dei lavoratori.
Tra i documenti acquisiti ieri ci sono le cartelle cliniche dei pazienti positivi al Covid e quelle degli anziani deceduti, gli statuti e i regolamenti di Regione Lombardia, le disposizioni dell’Ats (ex Asl) in merito all’emergenza.
E nel periodo che va da febbraio (mese della scoperta del primo positivo a Codogno, nel lodigiano) in poi, anche i dati relativi al numero di lavoratori in malattia, dei pazienti trasferiti dagli ospedali e da altre strutture sanitarie, la collocazione degli ospiti, l’elenco (e i rispettivi esiti) dei tamponi effettuati per positività al Coronavirus sia sugli ospiti che sul personale.
(da agenzie)
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Aprile 22nd, 2020 Riccardo Fucile
E PERCHE’ GERMANIA E OLANDA POTREBBERO DIGERIRLI
In vista del Consiglio europeo del 23 aprile, si sta ragionando sull’introduzione di un cosiddetto Recovery fund dalla potenza di 1.000-1.500 miliardi di euro che potrebbe aiutare i paesi in maggiore difficoltà , tipo l’Italia e la Spagna, a far fronte all’emergenza dettata dalla pandemia del Covid-19 da coronavirus.
Ma cosa avrebbe questo Recovery fund, con annessi Recovery bond, di diverso dagli Eurobond, visti come fumo negli occhi dai paesi del nord dell’area dell’euro, a partire dalla Germania di Angela Merkel e dall’Olanda di Mark Rutte?
E perchè mai Merkel e Rutte dovrebbero accettare i Recovery bond?
Al centro della questione c’è la mole di debito dei paesi del sud Europa, a cominciare da quello italiano che nel 2019 ha superato i 2.400 miliardi di euro.
In pratica, con gli Eurobond, di cui si parla ormai da anni, grosso modo dalla crisi dello spread di inizio anni Dieci, si dovrebbe assistere a una mutualizzazione dei debiti esistenti degli Stati membri dell’Eurozona.
In altri termini, un soggetto o ente sovranazionale, emettendo titoli di debito comuni, gli Eurobond appunto, raccoglierebbe dei fondi tra i paesi dell’area dell’euro.
Dopodichè, in una delle interpretazioni più comuni degli Eurobond (non c’è uno schema univoco, non essendo mai nati), impiegherebbe queste risorse per comprare titoli di debito di un singolo paese, per esempio Btp nel caso dell’Italia.
Così, un eventuale default di uno Stato membro andrebbe a gravare sulle spalle di tutti gli altri.
Al contrario, il Recovery fund, presumibilmente inizialmente alimentato da un minimo di risorse di tutti gli Stati membri, si baserebbe sull’emissione di nuovi titoli di debito, i Recovery bond appunto, la cui raccolta sarebbe poi girata attraverso trasferimenti ai paesi in difficoltà .
In altri termini, l’idea alla base di questo strumento è che gli Stati meno indebitati non siano costretti a farsi carico anche del debito pregresso, più consistente, dei paesi del sud. Secondo la proposta spagnola, poi, questi titoli comuni da emettere dovrebbero essere perpetui, ossia senza scadenza, non contemplando il rimborso del capitale ma soltanto il pagamento dell’interesse.
È probabile che quando il premier italiano, Giuseppe Conte, parla di Eurobond si riferisca ai Recovery bond piuttosto che agli Eurobond rigidamente intesi. E questo perchè Conte afferma che “ciascun paese risponde per il proprio debito pubblico e continuerà a risponderne. Pagheremo il debito, come abbiamo sempre fatto”.
Non a caso Conte, nell’informativa al Senato del 21 aprile, ha spiegato: “Bisogna costruire un Economic Recovery fund per contrastare la crisi”.
Una misura, ha aggiunto il presidente del Consiglio, che “dovrà essere conforme ai trattati perchè non abbiamo tempo per modificarli. Va gestito a livello europeo senza carattere bilaterale, deve essere ben più consistente degli strumenti attuali, mirato a far fronte a tutte le conseguenze economiche e sociali e immediatamente disponibile”.
Anche i coronabond o coronavirus bond di cui spesso si sente parlare in questi tempi sembrano più simili al concetto di Recovery bond che a quello di Eurobond rigidamente intesi, in quanto per lo più legati a colmare le necessità sorte dalla diffusione della pandemia.
“Con la creazione del Recovery fund — sintetizzano sulla Voce.info Piergiorgio Carapella e Alessandro Fontana — l’Eurogruppo ha manifestato l’intenzione di voler affidare l’azione a un meccanismo comunitario finanziato con risorse europee, a partire da quelle del Quadro finanziario pluriennale. Per il momento, non sono state definite nè le modalità di finanziamento nè il suo ammontare. Se decollasse un fondo con risorse consistenti, aggiuntive rispetto a quelle comunitarie già esistenti, finanziato con titoli di debito europei garantiti dal bilancio Ue (senza o con una minima incidenza sui debiti pubblici nazionali) e che operasse mediante trasferimenti (non prestiti), si potrebbe avere a disposizione uno strumento assimilabile a quelli di paesi federali, come gli Usa, e sarebbe un grande passo avanti verso una politica di bilancio comune”.
Certo, resta il dubbio dell’incidenza sui debiti pubblici nazionali, che per l’appunto Carapella e Fontana definiscono “minima”.
“Il Recovery fund — si legge in un commento all’articolo della Voce.info — incide sul debito dei 27 paesi partecipanti perchè saranno loro a dotarlo di un capitale iniziale o direttamente (da modello Mef 19) o attraverso il bilancio Ue 27 da aumentare sensibilmente”.
Ma un conto è incidere in parte sui bilanci nazionali, tutt’altra storia è che il debito pregresso di un paese gravi sulle spalle di tutti come accadrebbe con gli Eurobond.
L’emissione di titoli comuni dell’area dell’euro implicherebbe per paesi come la Germania un rendimento superiore rispetto a quello garantito sui Bund e per l’Italia un rendimento inferiore rispetto a quello dei Btp.
In altri termini, per la Germania si alzerebbe il costo del debito e per l’Italia si abbasserebbe.
Ma per i paesi dell’area del nord dovrebbe essere un boccone più facile da mandare giù rispetto a una vera e propria mutualizzazione del debito.
Inoltre, la politica di spesa e di investimento del Recovery fund sarebbe decisa dai paesi dell’area dell’euro o dai singoli stati sulla base di criteri comuni, e, una volta trasferite le risorse, si assisterà comunque una sorta di monitoraggio sull’impiego dei fondi stessi.
In altri termini, non si tratterà di un pasto gratis, anche perchè, come sosteneva il premio Nobel Milton Friedman, in finanza ed economia non ne esistono.
“I Recovery fund — spiega a Business Insider Mirco Tonin, docente di politica economica alla Libera università di Bolzano — non entrerebbero nel mare magnum del debito pubblico italiano e dovrebbero essere fondi vincolati ad affrontare l’attuale emergenza legata alla pandemia, non soltanto sanitaria ma anche economica”.
A riguardo va ricordato che il Mes a condizioni leggere cui ha dato via libera l’ultimo Eurogruppo vincola l’utilizzo delle risorse alla spesa sanitaria diretta e indiretta, non all’emergenza economica.
“I Recovery bond — aggiunge Tonin — potrebbero così rappresentare un passo intermedio, meno evidente e più semplice da fare accettare a tutti, in direzione degli Eurobond, che potrebbero invece essere un progetto di più lungo termine”.
(da “Business Insider”)
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Aprile 22nd, 2020 Riccardo Fucile
LE RIVELAZIONI DEL “FATTO”: I GIOCHI ERANO CONCORDATI DA TEMPO, DESCALZI RICEVUTO PURE DA FRACCARO
Davide Casaleggio ha incontrato Claudio Descalzi, l’amministratore delegato di Eni, considerato dai
Cinque Stelle una sorta di impresentabile, finchè (quasi) all’unisono non s’è deciso di rinnovargli il mandato alla guida della multinazionale del petrolio, il terzo in carriera.
Lo racconta oggi Carlo Tecce sul Fatto Quotidiano:
Il contatto di febbraio non era il primo, tra Descalzi e Casaleggio, riferiscono qualificate fonti, c’è un rapporto che dura almeno da un paio di anni, dalla vigilia del voto del 4 marzo 2018 alla vigilia delle nomine di Stato, e ha attraversato la formazione del governo gialloverde e poi del successivo giallorosa. Eni sostiene di non aver rintracciato altri appuntamenti in agenda, Casaleggio non commenta nè il più recente nè il resto. Il colloquio di febbraio precede la visita di Descalzi, avvenuta a metà del mese negli uffici di Palazzo Chigi, al sottosegretario Riccardo Fraccaro, uomo di fiducia di Luigi Di Maio e assoluto protagonista della tornata di nomine di Stato. Chigi concede una cornice istituzionale che Casaleggio non può rivendicare.
Il sottosegretario Fraccaro, in quella precisa circostanza, in qualche modo ha persuaso Descalzi della bontà delle scelte dei Cinque Stelle. Coloro che lo volevano sulla forca non rappresentavano più un pericolo. I duri e puri del Movimento, in rivolta contro Descalzi, capitanati da Alessandro Di Battista, hanno protestato con estremo ritardo. Quando hanno iniziato a farsi sentire, cinque giorni fa, era già tutto stabilito e consumato. Inclusa la pantomima.
I Cinque Stelle non hanno avanzato mai agli alleati di governo una proposta alternativa a Descalzi nè l’argomento è stato sollevato mai nelle feroci riunioni per spartirsi ogni singola poltrona di ogni singolo cda.
Fraccaro ha apposto un sigillo, a partita finita, con la copertura interna di Di Maio, del reggente Vito Crimi e della lunga filiera di pentastellati, per esempio il viceministro Stefano Buffagni,che al governo hastretto legami con l’Eni. Come è accaduto a Casaleggio.
(da “NextQuotidiano”)
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