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SESSANTA ITALIANI DA DUE MESI BLOCCATI IN BOLIVIA: DI MAIO SVEGLIATI

Maggio 4th, 2020 Riccardo Fucile

“CI SENTIAMO DESAPARECIDOS IN TERRA STRANIERA”

“Siamo tanti, siamo quasi 60, ma non siamo numeri, siamo italiane ed italiani che dovremmo e vogliamo ancora lavorare, sorridere, camminare, gioire, abbracciare, leggere, viaggiare; siamo madri e padri, fidanzate e fidanzati, studentesse e studenti, lavoratrici e lavoratori, volontari e cooperanti, siamo italiane ed italiani da oramai quasi due mesi bloccati in vari punti della Bolivia, ai quali sono stati negati vari dei diritti fondamentali per i quali tante vite si sono immolate ed ancora si immolano: sicurezza e movimento, riunione e lavoro. Ma soprattutto uguaglianza e cittadinanza”.
Lo si legge nel comunicato inviato all’Unità  di crisi della Farnesina dagli italiani rimasti bloccati in Bolivia a causa dell’emergenza Coronavirus.
“Paradossalmente non ci sono stati sottratti dalla Bolivia, impegnata a salvaguardare la vita dei propri concittadini”, prosegue il comunicato, “ma dall’Italia, il nostro Paese, del quale siamo obbligati ad osservare attoniti, l’indifferenza assoluta che con la quale sta trattando i drammi che affliggono oramai da settimane molti di noi, confinati nello spazio ristretto delle proprie abitazioni, prigionieri da liberi cittadini, ai quali è concessa un’uscita alla settimana di poche ore. Siamo imprigionati e le Autorità  italiane permettono questo. E siamo, nostro malgrado, spettatori e testimoni impotenti dell’aggravarsi della situazione sanitaria, economica, sociale, politica, etc., del paese che ci ospita, dovuta all’estendersi del Coronavirus, ma soprattutto attoniti ed indignati difronte all’assoluta mancanza di sensibilità  delle persone che abbiamo delegato ed a cui abbiamo affidato la nostra sicurezza, nei confronti del dramma che molti italiani stiamo vivendo: l’Ambasciata d’Italia a La Paz e le Autorità  preposte nel nostro Paese”.
“Si è passati da una prima fase di quarantena leggera, alla chiusura delle frontiere e degli aeroporti, fino al controllo con personale militare di qualsiasi spostamento: attualmente ci si può recare a comprare generi di prima necessità  una volta alla settimana, dalle 07:00 alle 12:00, a seconda del numero finale del proprio documento di identità  ed all’interno di un’area limitata”, scrivono gli italiani, che già  nei giorni scorsi avevano lanciato un appello al ministro degli Esteri di Maio.
“Le Autorità  hanno prolungato la quarantena fino al 31 maggio. L’Ambasciata d’Italia a La Paz, con il suo Ufficio di Coordinamento, fino ad ora si è limitata ad avvisare i connazionali circa la disponibilità  di posti su voli organizzati da altre ambasciate di paesi europei (francese, tedesca, spagnola, svedese), o extraeuropei (Malesia e Guatemala), i cui destini finali mai hanno coinciso con un atterraggio sul suolo patrio (a seconda della compagnia aerea Parigi o Francoforte, Madrid o San Paolo), e da dove ognuno avrebbe dovuto organizzarsi per rientrare in Italia con mezzi propri e sotto la propria responsabilità ”.
“Il costo sempre si è rivelato elevato per persone che, oramai da tempo, si trovano in condizioni economiche precarie e l’Ambasciata d’Italia a La Paz, lungi dal negoziare condizioni agevolate, si è limitata costantemente a comunicare le date dei voli e le condizioni di pagamento, spesso con margini di tempo esigui”, specificano i nostri connazionali.
“Questo disinteresse sulla sorte dei propri concittadini, sulla loro situazione sanitaria, fisica, psicologica, economica, di sicurezza, alloggio, trasporto, etc., si evince dall’assenza totale di richiesta di informazioni a questo proposito, ed obbliga a riflettere sul reale suo ruolo, che pare ridotto a quello di un’agenzia di viaggi.
A chi ha richiesto un aiuto economico, per esempio, è stato risposto che l’Ambasciata dispone di fondi solo per chi viene riconosciuto come “indigente”, nonostante esistano dei fondi a disposizione dei cittadini che si trovano in situazioni di difficoltà  all’estero; per altri che invece hanno provato ad iscriversi sulle liste dei passeggeri dei voli organizzati da ambasciate di paesi stranieri, la risposta è stata che, a causa dei pochissimi posti liberi (a volte non più di due), potranno usufruire di questa misura di rimpatrio solo coloro che presenteranno la documentazione che certifichi un motivo di “assoluta necessità  ed urgenza”.
Ma esistono situazioni difficili, estreme e drammatiche; tutti noi viviamo situazioni difficili, estreme e drammatiche e pertanto, pur comprendendo le difficoltà  che la gestione di una crisi eccezionale come quella che stiamo vivendo comporta, esattamente perchè eccezionale, consideriamo che si dovrebbe prevedere un’attenzione maggiore alle necessità , bisogni, urgenze, difficoltà  nelle quali molti concittadini si stanno trovando”.
“Perchè l’Italia non sta utilizzando i fondi messi a disposizione dalla Comunità  Europea mediante il meccanismo EUCPM, come invece stanno facendo molti altri paesi?”, si chiedono gli italiani. “Come si deve interpretare che: “L’Ambasciata sta operando secondo le istruzioni che il MAECI invia e ribadisce costantemente, secondo le quali lo strumento da utilizzare per il rientro in Europa dei connazionali qui temporaneamente presenti è il meccanismo comunitario EUCPM, attraverso i voli organizzati in tale regime dalle Ambasciate UE”?
Forse che da parte del Governo italiano non verrà  organizzato nessun volo di rientro e si continuerà  a sperare sulla generosità  degli altri paesi membri che, dando la priorità  ai propri concittadini, concedono un numero limitatissimo di posti a noi italiani?
Necessità , urgenza, indigenza: cosa dobbiamo diventare per poter avere quello che di diritto ci spetta?
Pur non conoscendoci personalmente, ma comunicando solamente via chat, tra di noi esiste una relazione, basata sulla solidarietà , il rispetto, l’empatia, l’attenzione, il sostegno, la comprensione, e non su una scala di valori che, soprattutto in questo momento di gravissima crisi, pare invece mettere in primo piano il denaro, l’interesse, il profitto.
Tra di noi esiste l’accordo di dare la precedenza sui voli disponibili, a chi si trova nelle condizioni più disagiate: madri con bambini, famiglie, persone anziane, anche se sappiamo che in questo modo, diminuiscono le possibilità  di sopravvivenza di coloro che restano. Speriamo infine che nessuno di noi si ammali durante questa permanenza forzata e prolungata in Bolivia, dovuta al disinteresse che fino ad ora le Autorità  italiane ed i loro delegati hanno dimostrato verso le nostre richieste perchè, qualora si verificasse un problema sanitario dovuto al coronavirus, la ricerca di responsabilità  sarebbe necessaria. Richiediamo pertanto che ci venga messo a loro disposizione un volo diretto in Italia per il rientro, nelle condizioni di sicurezza ed in tempi brevi: smettetela di farci sentire dei “desaparecidos” in terra straniera”.

(da agenzie)

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IL DEPUTATO CIRIELLI (FDI) DI NUOVO POSITIVO AL CORONAVIRUS: E’ UNO DEI PRIMI CASI DI DOPPIO CONTAGIO

Maggio 4th, 2020 Riccardo Fucile

DOPO IL RICOVERO D’URGENZA A MARZO, ERA STATO DIMESSO DOPO DUE TAMPONI NEGATIVI

Edmondo Cirielli è risultato nuovamente positivo al Coronavirus. Dopo la brutta esperienza del mese di marzo, che gli era costata anche un ricovero d’urgenza presso l’ospedale Cotugno di Napoli, l’onorevole di FdI è risultato nuovamente positivo al tampone.
L’esponente nazionale del partito di Giorgia Meloni è forse uno dei primi casi accertati in Italia di doppio contagio da Coronavirus.
Dopo due tamponi negativi che avevano di fatto dichiarato guarito Cirielli, l’onorevole si era sottoposto a esame del sangue.
L’esame, effettuato la scorsa settimana, aveva indicato uno stato alterato di alcuni valori che avevano portato ad un nuovo tampone, nuovamente risultato positivo al Covid-19.
Il parlamentare di Nocera Inferiore lo ha annunciato con un lungo post su Facebook.
“Non avrei voluto tornare sull’argomento. Speravo di essermi liberato da un incubo ,pensando in fondo che a me era andata anche bene
Un giorno mi era bastato solo per immaginare l’inferno che hanno passato tanti nostri connazionali
Purtroppo solo per un mio eccesso di zelo e per la disponibilità  di un amico che ha un laboratorio ho capito che potevo essere TORNATO ancora POSITIVO AL COVID 19. Infatti per verificare se fossi divenuto immune ,o se potessi essere ancora infetto, mi sono fatto fare un prelievo del sangue per accertare la presenza degli anticorpi. Senza entrare nel tecnico l’esame ha accertato utilmente che avevo gli anticorpi anti Covid ma ha anche segnalato la possibilità  che l’infezione fosse ancora presente . Così il responsabile dell’ospedale di Scafati per l’emergenza Covid che avevo avvisato ha richiesto alla Asl di Salerno di sottopormi urgentemente ( per la gravità  epidemiologica del caso) un nuovo tampone .
Devo dare atto che i vertici della Asl hanno capito la gravità  della notizia , cioè la pericolosità  di avere libero di girare ( perchè ufficialmente guarito ) una persona che magari non lo era . Così ho potuto ripetere il tampone che in maniera tempestiva è stato consegnato in prima mattinata al Ruggi , azienda ospedaliera e universitaria di riferimento della nostra Provincia”.
“E qui non c’è stata la stessa sensibilità , perchè l’urgenza non è stata più considerata tale . Sta di fatto che io sono risultato dopo lunga attesa positivo e la mia compagna negativa . L’indomani ho chiesto di essere sottoposto nuovamente al test e di farlo però in altro ospedale al Cotugno (avendo certamente più chiara la gravità  epidemiologica del nostro caso) qui in maniera rapida hanno confermato che ero positivo ma hanno smentito la negatività  della mia compagna ( confermando le anomalie dell’esame al Ruggi ) risultata anche lei positiva nuovamente .
Potete immaginare lo sconforto dopo quasi due mesi dall’inizio della malattia di sapere di essere ripiombato nell’angoscia di una malattia che è ancora sconosciuta di fatto, come il mio caso dimostra . Ovviamente sono semplicemente in quarantena e non sotto cura perchè lo Stato si preoccupa solo di mettermi in quarantena perchè non mi cura . E sapete perchè non mi cura perchè NON CI SONO MEDICINE CONTRO IL VIRUS . Infatti si curano solo i sintomi , ma siccome per ora sto bene , non mi danno giustamente niente”. Ho scoperto che un caso analogo al mio era successo qualche giorno prima . Una donna nel salernitano di 78 anni che era stata colpita, peraltro in maniera non gravissima ,si era infettata nuovamente e qualche giorno dopo è morta . Chissà  se le avranno fatto l’autopsia”.

(da agenzie)

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LA FAVOLA DELL’UMILE BOLOCALE IN CUI VIVE IL POVERO SALVINI E LA REALTA’ DI QUANTO GUADAGNA

Maggio 4th, 2020 Riccardo Fucile

DA EUROPARLAMENTARE GUADAGNAVA TRA 16.000 E 19.000 EURO AL MESE (PER 11 ANNI), DA PARLAMENTARE ITALIANO 17.000 EURO AL MESE, DA CONSIGLIERE COMUNALE 2.000 EURO… PERCHE’ NON PARLA DEGLI APPARTAMENTI DI CUI HA DISPONIBLITA’ A ROMA, A RECCO E IN MONTAGNA?

Se proprio non riuscite ad addormentarvi e volete farvi leggere una favola, sentite quella del tizio che fa da anni un mestiere pagatissimo (anche se professionalmente non proprio specchiato) e però ci tiene a far sapere ai suoi fans che vive in un umile bilocale, mica come quelli di sinistra che hanno i villoni.
Il povero in questione è un certo Matteo Salvini, che certamente non è “un riccone, un milionario come quelli di sinistra che più si dicono compagni più hanno soldi sul conto corrente. Ho un bilocale, sono misero ma c’è tutto il necessario come tanti italiani. Se preferisci i milionari buon per loro, io mi accontento di quello che il buon Dio e la fortuna mi danno”.
Ora, come ha ricordato NonLeggerlo su Twitter, è buona cosa ricordare che Salvini ha fatto per 19 anni il consigliere comunale a Milano, ma si sa in quei casi lo stipendio non è un granchè e fatica ad arrivare nei casi più importanti a duemila euro al mese. Nel frattempo il buon Matteo ha fatto anche per appena 11 anni l’europarlamentare.
E quanto guadagna un europarlamentare?
La prima voce è quella dello stipendio per il ruolo ricoperto, che ammonta a 7.956,87 euro lordi al mese. Al netto, la cifra scende a 6.200,72 euro. La seconda voce è quella delle indennità  per le spese generali , ovvero per la gestione ufficio, delle spese telefoniche e per il computer, che ammonta a 4.299 euro al mese.
C’è poi l’indennità  giornaliera, ovvero un gettone che viene dato per ogni presenza e che ammonta a 304 euro al giorno. Se un eurodeputato non partecipa ad almeno la metà  delle votazioni, questa somma viene dimezzata. Ci sono poi i rimborsi per le spese di viaggio, che vengono liquidate previa presentazione delle ricevute. Per chi viaggia in macchina, è previsto un accredito di 0,50 euro per ogni chilometro percorso.
Scaduta la legislatura, c’è anche un’indennità  di fine mandato che è pari a un mese di stipendio per ogni anno della durata del suo incarico di eurodeputato. Questo non viene erogato se il politico ha un’altra funzione pubblica.
Infine oltre al rimborso dei due terzi delle spese mediche sostenute, c’è anche un vitalizio che scatta al compimento dei 63 anni.
Si tratta del 3,5% della retribuzione per ciascun anno, diciamo che in media supera i 2.700 euro al mese. In totale quindi un eurodeputato guadagna tra i 16.000 e i 19.000 euro al mese, con l’importo che può variare a seconda della frequenza con cui si è partecipato alle sedute.
A questi vanno aggiunti fino a 24.526 euro al mese, fino allo scorso anno erano 21.000 euro, per pagare i vari portaborse che in alcuni casi sono anche dieci per un solo eurodeputato.
Ma Salvini è stato anche per un anno deputato ed è attualmente senatore oltre a essere stato ministro dell’Interno. E quanto si guadagna in quei ruoli?
Un parlamentare italiano può arrivare a guadagnare oltre 17.625 euro euro lordi al mese se è senatore e o 18.735 euro lordi se è deputato.
Come? I deputati prendono un’indennità  lorda di 10.435 euro e i senatori 10.385 euro lordi: più degli 8.757 euro di un parlamentare europeo, giusto per fare un paragone. Ma l’indennità , anche se parliamo della principale, è solo una voce dello stipendio dei parlamentari. Se ne devono aggiungere altre, a partire dalla diaria fino ai vari rimborsi (alcuni, bisogna dirlo, includono le somme riservate ai collaboratori), per arrivare oltre a 17mila euro lordi.
Ovviamente non staremo lì a fare i conti in tasca a Matteo moltiplicando per il tempo passato le cariche che ha portato a casa.
In più non possiamo non contare che il cattolicissimo Salvini deve pagare per i figli avuti dalle mogli da cui ha divorziato, anche se non sappiamo se ci sono altri accordi con l’ex coniuge e in questo momento non ci interessano.
Quello che ci preme sottolineare è che dopo vent’anni di politica se Salvini può permettersi solo un bilocale evidentemente ha le mani bucate.

(da “NextQuotidiano”)

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DATI UFFICIALI ISTAT: A MARZO LA MORTALITA’ IN ITALIA E’ AUMENTATA DEL 49,4%

Maggio 4th, 2020 Riccardo Fucile

IL VIRUS SPACCA L’ITALIA: BERGAMO + 568%, ROMA – 9,4%… IN 36 PROVINCE IL DATO E’ RADDOPPIATO, NUMERI TRAGICI AL NORD

Nel mese di marzo 2020 si registra in Italia il 49,4% di decessi in più rispetto al marzo 2019. E’ quanto rivela il Rapporto Istat sull’impatto dell’epidemia sulla mortalità , redatto insieme all’Istituto Superiore di Sanità , su un campione di 6.866 comuni (87% dei 7.904 complessivi).
Considerando il mese di marzo, si legge nel report, si osserva a livello medio nazionale una crescita dei decessi per il complesso delle cause del 49,4%. Se si assume come riferimento il periodo che va dal primo decesso Covid-19 riportato al Sistema di Sorveglianza Integrata (20 febbraio) fino al 31 marzo, i decessi passano da 65.592 (media periodo 2015-2019) a 90.946 nel 2020. L’eccesso dei decessi è di 25.354 unità , di questi il 54% è costituito dai morti diagnosticati Covid-19 (13.710).
A causa della forte concentrazione del fenomeno in alcune aree del Paese i dati riferiti a livello medio nazionale “appiattiscono” la dimensione dell’impatto della epidemia di Covid-19 sulla mortalità  totale.
Da sottolineare, infatti, che la grande maggioranza dei decessi si registra nelle province definite a diffusione alta (89%), laddove è dell’8% nelle aree a diffusione media e del 3% in quelle a diffusione bassa. Il 32% dei decessi totali ha coinvolto il genere femminile, questa proporzione resta invariata all’interno della classe definita a diffusione alta mentre è leggermente più elevata nelle altre due classi (34% per diffusione media, 35% per quella bassa).
Al Nord mortalità  raddoppiata: +586 a Bergamo
Il coronavirus ha colpito, e ucciso, in particolare in 38 province, 37 del Nord più Pesaro-Urbino.   E’ quanto rivela il Rapporto Istat sull’impatto dell’epidemia sulla mortalità , redatto insieme all’Istituto Superiore di Sanità .
Il 91% dell’eccesso di mortalità  riscontrato a livello medio nazionale nel mese di marzo 2020, si legge nel report, si concentra nelle aree ad alta diffusione dell’epidemia: 3.271 comuni, 37 province del Nord più Pesaro e Urbino.
Nell’insieme di queste province i decessi per il complesso delle cause sono più che raddoppiati rispetto alla media 2015-2019 del mese di marzo.
Se si considera il periodo dal 20 febbraio al 31 marzo, i decessi sono passati da   26.218 a 49.351 (+ 23.133 ); poco più della metà  di questo aumento (52%) è costituita dai morti riportati al Sistema di Sorveglianza Integrata Covid-19 (12.156).
All’interno di questo raggruppamento le province più colpite dall’epidemia hanno pagato un prezzo altissimo in vite umane con incrementi percentuali dei decessi nel mese di marzo 2020 rispetto al marzo 2015-2019 a tre cifre:   Bergamo (568%), Cremona (391%), Lodi (371%), Brescia (291%), Piacenza (264%), Parma (208%), Lecco (174%), Pavia (133%), Mantova (122%), Pesaro e Urbino (120%).
Al Centro e al Sud diminuite le morti: -9,4 a Roma
In diverse aree d’Italia, quelle meno colpite dal virus (in larga prevalenza al Centrosud) nel marzo 2020 si registrano addirittura meno morti rispetto alla media degli anni scorsi: nel complesso, si legge nel report Istat/Iss sull’impatto del Covid-19 sulla mortalità , nelle aree a bassa diffusione (1.817 comuni, 34 province per lo più del Centro e del Mezzogiorno) i decessi del mese di marzo 2020 sono mediamente inferiori dell’1,8% alla media del quinquennio precedente. A spiccare è il dato di Roma, che a marzo fa segnare un -9,4% rispetto alla mortalità  media degli ultimi 5 anni: 3.757 morti quest’anno, 4.121 in media. Giù anche Napoli, che registra un -0,9% di mortalità .
Le “tre Italie”
Per “leggere correttamente” i dati sui decessi dopo il coronavirus – secondo l’Istat – bisognerebbe parlare di “tre Italie”. “La diffusione geografica dell’epidemia di Covid-19 è eterogenea”, si legge nel report.
“Nelle Regioni del Sud e nelle isole, la diffusione delle infezioni è stata molto contenuta, in quelle del Centro, è stata mediamente più elevata rispetto al Mezzogiorno mentre in quelle del Nord la circolazione del virus è stata molto elevata. Per valutare la diffusione all’interno delle Province ed eliminare l’eterogeneità  dovuta alle diverse strutture per età  delle corrispondenti popolazioni, sono stati calcolati i tassi standardizzati di incidenza cumulata al 31 marzo dei casi confermati positivi all’infezione.
La distribuzione di questi tassi è stata divisa in tre classi: la prima, definita a diffusione” bassa”, comprende le province con valori del tasso inferiore a 40 casi per 100mila residenti; la seconda, definita a diffusione “media”, comprende le province con valori del tasso tra i 40 e i 100 casi ogni 100mila residenti; la terza classe, definita a diffusione “alta”, include le province con valori superiori ai 100 casi ogni 100mila residenti”.
Sostanzialmente, tranne qualche “enclave”, la divisione è abbastanza omogenea tra Nord (con una parte di Centro), Centro e Sud. Nelle aree a media e in quelle a bassa incidenza il numero dei casi inizia ad aumentare dalla metà  di marzo raggiungendo il picco, rispettivamente, tra il 24 e il 25 marzo 2020.
“Per tali aree, dopo il raggiungimento del picco – sottolinea il rapporto – non si è assistito a una diminuzione costante, segno evidente che l’epidemia, anche se in maniera rallentata, è ancora corso.
Va comunque sottolineato che la curva dei casi diagnosticati ha subito il rallentamento osservato soprattutto per le misure di “lockdown” intraprese prima in alcune aree del Nord e quindi su tutto il territorio nazionale dall’11 marzo”.
La grande maggioranza dei decessi si registra nelle province definite a diffusione alta (89%), laddove è dell’8% nelle aree a diffusione media e del 3% in quelle a diffusione bassa. Il 32% dei decessi totali ha coinvolto il genere femminile, questa proporzione resta invariata all’interno della classe definita a diffusione alta mentre è leggermente più elevata nelle altre due classi (34% per diffusione media, 35% per quella bassa).

(da agenzie)

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IN CALABRIA POCHI I BAR APERTI

Maggio 4th, 2020 Riccardo Fucile

MALGRADO L’ORDINANZA DELLA SANTELLI IN MOLTI PREFERISCONO NON RISCHIARE LA PELLE

Riaperture in gran parte ancora in tono minore per i bar nel giorno di avvio della Fase 2 in Calabria, regione al centro di un braccio di ferro istituzionale dopo che il Governo ha deciso di impugnare l’ordinanza della governatrice Jole Santelli che dispone l’apertura dei locali di ristoro con servizio all’aperto.
Prevale l’incertezza e non si registrano, tuttavia, grandi novità  rispetto all’indomani del provvedimento regionale.
A Cosenza, la città  sinora più aperturista verso l’ordinanza della presidente Santelli, stamattina sono pochi i locali che stanno lavorando. Nonostante, la maggiore “libertà ” restano chiusi gran parte dei bar.
Ad aprire solo quelli più vicini agli uffici pubblici, al tribunale e agli uffici postali. Tutti comunque si sono adoperati per seguire le precauzioni di sicurezza.
“Farò il servizio a domicilio – dice Mirko Gervasi titolare di un bar di fronte le poste centrali di Cosenza – e il take away. Nessuno entra nel locale e il caffè viene servito dalla porta d’ingresso. Non è facile – aggiunge – la paura è tanta, ma il tracollo economico è maggiore e passato il virus il rischio è che non avremo più il lavoro”.
Dello stesso tenore le parole di Francesco, dipendente di un bar di fronte al tribunale. “Per un caffè non facciamo la consegna a domicilio – dice – perchè non vale la pena rischiare, ma per ordinazioni più complessive siamo attrezzati. Non c’è molta gente in giro, ma speriamo che la situazione si riprenda perchè siamo rimasti chiusi per troppo tempo”.
Bar chiusi a piazza Bilotta, l’area del centro della città  recentemente sequestrata dalla magistratura.
A Catanzaro, uno dei bar del centro città  avvisa che non si procederà  all’asporto ma si è optato per il servizio a domicilio.
In un altro bar, che dà  sul corso principale, si è scelto invece di mantenere le serrande abbassate fino al primo di giugno. “Poi – dice il titolare – si vedrà ”.
Bar chiusi anche a Reggio Calabria. Prevale l’attesa

(da agenzie)

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“MA CHI CONTROLLA?”: PRIMO GIORNO DELLA FASE 3 SUI MEZZI PUBBLICI

Maggio 4th, 2020 Riccardo Fucile

A ROMA SUGLI AUTOBUS DIFFICILE RISPETTARE LA DISTANZA SOCIALE, MEGLIO INVECE SUL METRO… MA LE PERSONE PREFERISCONO L’AUTO, TANGENZIALE BLOCCATA

Il sorriso non c’è dietro la mascherina. E dagli occhi traspare una grande paura da contagio.
Gli italiani nel giorno del ritorno a una normalità  impossibile somigliano a un popolo di reduci che ha sofferto e capisce che la pena, sia pure in altri modi e con altri tempi rispetto ai giorni del lockdown da Coronavirus, non è finita.
Questa condizione viaggia sugli autobus tra le persone che chiedono più controlli: “Non tutto può essere lasciato all’autogestione”. Oggi prevale la responsabilità  e in tantissimi, per spostarsi, hanno preferito l’automobile. Domani, se dovessero aumentare i passeggeri, chissà . Al netto del fatto che in tutte le città  c’è una carenza cronica di mezzi pubblici.
Al capolinea del 64, alla stazione Termini, snodo cruciale del sistema Roma, tutti chiedono informazioni e nessuno le sa dare.
Un autista dell’Atac scuote la testa e da dietro la mascherina, con un gesto di sconforto, dice: “Non ci hanno detto quante persone possono salire a bordo, nè noi possiamo non farle salire”. Qui sotto la pensilina l’autobus è più che pieno, rispetto alle regole poco decifrabili che sono state emanate. Una signora chiede: “Si può salire?”. “Guardi, non ci sarebbe spazio, ma salga lo stesso”, risponde il conducente.
Rispetto al periodo pre Coronavirus, secondo le stime della Capitale, in circolazione dovrebbero esserci il 55% in meno degli utenti. Ma gli autobus non bastano. E non è una novità  del momento.
Ed ecco che nel salire sul mezzo pubblico le persone si accalcano. Nessuno dice loro di aspettare o di mantenere la distanza di sicurezza. Sul bus ci si distribuisce come si può, dal finestrino si sente una voce che urla: “Non si può iniziare così”.
Oggi è solo il primo giorno, ma il meccanismo potrebbe incepparsi a breve.
Flavia si è svegliata presto, ha preso la metro per tornare nel suo posto di lavoro nel centro di Roma: “Nel vagone non c’erano tante persone, ma qui in stazione è cambiato tutto”.
Si sfoga imboccando un percorso obbligato, segnalato da frecce verdi che raccomandano di rispettare la distanza di sicurezza: “Non so se ho imboccato il percorso giusto”. Evidentemente no. Tre metri dopo un addetto alla sicurezza devia il traffico dei pedoni: “Ci sono i segnali, dovete andare dall’altra parte”.
Sembra un percorso ad ostacoli, tra cancelli sbarrati e paura di avvicinarsi troppo all’altro anche per chiedere un’informazione. Un ragazzo scoppia in una risata di fronte a un’altra sbarra chiusa: “Basta, mi arrendo”.
Gli ingressi saranno scaglionati sui mezzi pubblici, è stato il tormentone istituzionale che ha percorso l’Italia nella fase precedente alla riapertura. Ma a parte le indicazioni da vigili urbani all’interno delle stazioni delle metro, “non ci sono controlli”, dice un passeggero che uscendo dal vagone della metro va a sbattere con uno che entra.
Non scoppia la baruffa, c’è un reciproco senso di solidarietà  in questa umanità  dolente. Il distanziamento sociale non sempre riesce a coesistere. I controlli di chi sale e chi scende, e di come si sta a bordo, non ci sono. “Ora serve responsabilità ”, è il leit motiv del premier Giuseppe Conte che twitta mentre le persone stanno tornando nei propri posti.
C’è la mamma, Martina, che sta andando in ufficio, dopo due mesi, e ha lasciato il bambino a casa: “Chissà  se farà  i compiti”. C’è l’anziano che non potrebbe uscire ma dice: “Non ce la facevo più”.
Tuttavia la folla vera non è sui mezzi pubblici, perchè in tanti hanno preventivato il caos e calcolato il rischio contagio. Il bene-rifugio come in un tuffo indietro nella Roma degli ’70 è l’automobile.
Sulle tangenziali sembra di stare nelle scene celebri di “Roma” di Federico Fellini tra paralisi e clacson impazziti. L’esordio non è stato semplice, il sequel comincia domani.

(da “Huffingtonpost”)

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NAPOLI, CIRCUMFLEGREA AFFOLLATA, SENZA CONTROLLI E CON DISTANZIAMENTO ZERO

Maggio 4th, 2020 Riccardo Fucile

COME VOLEVASI DIMOSTRARE: CON LA RIAPERTURA SUI MEZZI PUBBLICI   E’ UN CAOS

Fase 2, sovraffollamento a bordo della Circumflegrea. Stamane i sindacati segnalano una situazione di mancato distanziamento a bordo del treno proveniente da Licola è arrivato a Montesanto.
Un video testimonia l’arrivo dei passeggeri che escono dei vagoni a decine, come in qualsiasi giornata pre- quarantena.
Attaccano i sindacati. “ a bordo dei treni EAV zero controlli e zero distanziamento sociale – dichiara Adolfo Vallini dell’Esecutivo Privinciale USB Lavoro Privato – sono centinaia i passeggeri che stamattina sono stati costretti a viaggiare ammassati a bordo del treno della cumana partito da Licola verso le 7.00 e giunto nella stazione di Montesanto alle 7.50. Una situazione drammatica che mai ci saremmo aspettati di vedere, in barba alle linee guida emanate del Ministero dei Trasporti e Infrastrutture. È necessario che l’EAV adotti, senza indugio alcuno, un piano per fronteggiare in modo concreto la fase 2 dell’emergenza COVID-19. Chiediamo di ripristinare l’interno servizio, oggi erogato al 60%, al fine di ridurre gli assembramenti a bordo dei mezzi e richiamare in servizio tutti i lavoratori in cassa integrazione”.
Una situazione problematica, quella di licola, segnalata anche dal presidente Eav Umberto De Gregorio ma confinata agli orari mattutini.
De Gregorio segnala la situazione regolare sulle altre linee dalla circumvesuviana dove si segnalano pochi affollamenti alla linea arcobaleno (piscinola-Aversa).
Intanto, mentre su linea 1 metro e funicolare tutto procede regolarmente, con il rispetto   delle distanze, sui bus emergono i primi problemi. Problemi su corso secondigliano. Bus pieni e fermate saltate. Nessun controllo a bordo dell’R5 segnalano i sindacati.

(da agenzie)

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DI MATTEO ACCUSA BONAFEDE: “NEL 2018 MI OFFRI’ IL DAP, POI CI RIPENSO’ DOPO LE REAZIONI DEI BOSS”

Maggio 4th, 2020 Riccardo Fucile

IL MINISTRO SI DICHIARA “ESTERREFATTO” PER LE PAROLE DEL MAGISTRATO CHE HA GRANDE SEGUITO TRA I CINQUESTELLE

Scontro durissimo tra Nino Di Matteo e Alfonso Bonafede. Il ministro della Giustizia viene accusato dal magistrato di non averlo nominato nel 2018 alla guida delle carceri italiane a causa dell’opposizione a questa eventuale designazione da parte dei boss mafiosi detenuti.
“Bonafede – ha affermato Di Matteo a “Non e’ l’arena” su La7 – mi chiese se ero disponibile ad accettare il ruolo di capo dipartimento dell’amministrazione penitenziaria o, in alternativa, quello di direttore generale degli affari penali. Chiesi 48 ore di tempo di tempo per dare una risposta”, ma “quando ritornai, avendo deciso di accettare la nomina a capo del Dap, il ministro mi disse che ci aveva ripensato e nel frattempo avevano pensato di nominare Basentini”.
In quell’arco di tempo, ha proseguito il magistrato che ha grande seguito fra i 5 Stelle, “alcune informazioni che il Gom della polizia penitenziaria aveva trasmesso alla Procura nazionale antimafia, ma anche alla direzione del Dap, quindi penso fossero conosciute dal ministro, avevano descritto la reazione di importantissimi capimafia, legati anche a Giuseppe Graviano e ad altri stragisti all’indiscrezione che io potessi essere nominato a capo del Dap”. Quei capimafia, racconta, dicevano “se nominano Di Matteo è la fine”. Tuttavia, “al di là  delle loro valutazioni – aggiunge – andai a trovare il ministro 48 ore dopo, avevo deciso di accettare la nomina a capo del Dap, ma improvvisamente mi disse che ci aveva ripensato”.
Anzichè la nomina al Dap, nel secondo incontro, “il ministro mi chiese di accettare il ruolo di direttore generale al Ministero. Il giorno dopo gli dissi di non contare su di me perchè non avrei accettato”.
Il Guardasigilli, dal canto suo, si è detto, “esterrefatto” dalle affermazioni del magistrato e ha smentito la versione di Di Matteo.
“Viene data – ha detto – un’informazione che può essere grave per i cittadini, nella misura in cui si lascia trapelare un fatto sbagliato, cioè che la mia scelta di proporre a Di Matteo il ruolo importante all’interno del Ministero sia stata una scelta rispetto alla quale sarei andato indietro perchè avevo saputo di intercettazioni”.
“Gli ho parlato della possibilità  di fargli ricoprire uno dei due ruoli di cui ha parlato lui – ha aggiunto – gli dissi che tra i due ruoli per me era più importante quello di direttore degli affari penali, più di frontiera nella lotta alla mafia ed era stato il ruolo ricoperto da Giovanni Falcone”.
Messo in onda in tardissima serata, quasi a mezzanotte, lo scontro non è sfuggito alla presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni: “Fossi Alfonso Bonafede, rassegnerei subito le mie dimissioni di ministro della Giustizia”. Per Mariastella Gelmini, Bonafede deve riferire subito in Parlamento. “Le gravissime accuse del pm non possono cadere nel vuoto: o Di Matteo lascia la magistratura o Bonafede lascia il Ministero della Giustizia” scrive su twitter la capogruppo di Forza Italia alla Camera.
Andrea Orlando alza un muro a difesa del ministro.   “So che Bonafede forse non ragionerebbe così, ma se un ministro dovesse dimettersi per i sospetti di un magistrato, si creerebbe un precedente gravissimo. Il sospetto non è l’anticamera della verità , sinchè non verificato resta un sospetto” scrive in un tweet il vicesegretario del Pd.

(da agenzie)

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IL SINDACO DI VENTIMIGLIA BALLA NELLA FESTA IN TERRAZZA DURANTE LA QUARANTENA

Maggio 4th, 2020 Riccardo Fucile

IL PRIMO CITTADINO MULTATO DI 400 EURO… L’ANNO SCORSO ERA BALZATO AGLI ONORI DELLA CRONACA PER AVER FATTO CHIUDERE UNA FONTANELLA PERCHE’ SI DISSETAVANO I MIGRANTI

Il sindaco di Ventimiglia Gaetano Scullino ha avuto il 27 aprile scorso la bella idea di trasgredire   le ordinanze per uscire su un terrazzo dove andava in scena una festa con balli e karaoke.
Proprio per questo è finito su Facebook mentre ancheggia. Sotto ha trovato i carabinieri. Scullino nel 2019 era balzato agli onori della cronaca per aver chiuso una fontana a cui si abbeveravano i migranti.
Nel video eccolo che balla, salta, cantando “Mamma Maria” dei Ricchi e Poveri. Poi batte le mani rivolto alla sua Ventimiglia di notte buia per la quarantena. Il Fatto scrive oggi che Scullino indossa mascherina, guanti e un doppiopetto grigio che ricorda vagamente il Silvio Berlusconi dei tempi di gloria.
Lo stile del primo ballerino, a dire il vero, non è proprio degno di Tony Manero, ma si fa quel che si può. Però, dai, ce la mette tutta, agita le mani al cielo, sorride alla telecamera. Ma, sceso dalla terrazza, si è accorto di averla fatta grossa.
I carabinieri gli hanno appioppato una contravvenzione. Chissà  adesso cosa dirà  la gente di Ventimiglia quando le autorità  fermeranno qualcuno che elude i divieti di circolazione: “Bè, l’ha fatto anche il sindaco!”.
In effetti è così. Proprio Scullino che ha respinto gli strappi alla quarantena della Regione Liguria: troppo permissivi. Meglio restare in casa. E lui si è fatto pizzicare mentre ancheggiava con una signora senza mascherina.
Secondo il racconto dell’articolo a firma di Marco Franchi, il sindaco il giorno dopo si ritrova sui social e sui siti locali: “Inqualificabile”, attacca Enrico Ioculano, l’ex sindaco Pd del comune di confine. Impossibile negare.
Scatta anche la multa: 400 euro che scendono a 280 perchè il sindaco paga subito. La scatenata compagna di balli invece annuncia ricorsi. Lui, il primo cittadino, cerca di metterci una pezza: “Ho fatto una cavolata. Mi sono trovato nel centro storico per un sopralluogo su una fognatura che dava dei problemi, mi hanno invitato a prendere il caffè e poi mi sono lasciato trascinare. Avrei potuto e dovuto evitare”.

(da “NextQuotidiano”)

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