Maggio 9th, 2020 Riccardo Fucile
LA PREOCCUPAZIONE PER IL CONTAGIO E’ IN DIMINUZIONE, GRAZIE AI MEDIA “RASSICURANTI” FORAGGIATI DAL POTERE ECONOMICO
Nando Pagnoncelli illustra oggi sul Corriere della Sera i risultati di un sondaggio IPSOS che dice che il 58% degli italiani vuole la riapertura delle attività e la fine del lockdown causato dall’emergenza Coronavirus SARS-CoV-2 e COVID-19.
Da un paio di settimane nel Paese prevalgono coloro che propendono per l’apertura di tutte le attività lavorative su quanti sono convinti sia meglio prolungare il più possibile la chiusura, per evitare il rischio di un nuovo aumento dei contagi: oggi i primi rappresentano il 58% degli italiani, i secondi il 24%.
L’aspettativa di apertura è decisamente più elevata nelle regioni del Nord-Est(70%), tra i lavoratori autonomi (artigiani e commercianti, 65%), particolarmente toccati dalle misure restrittive, e tra gli elettori dell’opposizione (75%).
La preoccupazione per il contagio è in diminuzione, sebbene sia ancora largamente diffusa e, come era lecito attendersi, aumenta l’inquietudine per gli aspetti economici e sociali sia a livello generale sia personale.
Solo il 14% ritiene che l’economia italiana si riprenderà già dal prossimo anno, mentre il 28% prevede la ripresa tra un paio d’anni, il 26% entro 5 anni e l’11% tra 10 anni. Escludendo il 21% che non esprime previsioni, in media si prevedono circa 4 anni di situazione difficile.
Insomma, ci aspettano tempi davvero lunghi e il pronostico degli italiani per una volta non appare influenzato dalla condizione professionale o dalle preferenze politiche.
Anche le prospettive economiche personali nei prossimi sei mesi non sono rosee: oltre la metà (53%) si aspetta un peggioramento, il 29% non si aspetta cambiamenti significativi e il 13% si mostra ottimista, prevedendo un miglioramento.
Si tratta di previsioni sostanzialmente stabili da marzo, molto diverse da quanto si era rilevato prima dell’emergenza sanitaria.
Il pessimismo prevale tra tutti i segmenti sociali e più negativi risultano lavoratori autonomi (62%) e casalinghe (60%).
(da agenzie)
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Maggio 9th, 2020 Riccardo Fucile
“SIAMO SENZA TUTELE, FORMAZIONE E PROTEZIONI”… MENTRE AUMENTANO LE PROTESTE DELLA POPOLAZIONE E LA FIDUCIA IN PUTIN E’ SCESA AL 28%
È passato un mese da quando le immagini delle ambulanze ferme in coda in Russia per entrare in
pronto soccorso hanno fatto il giro del mondo: l’emergenza Coronavirus aveva toccato anche la Federazione.
In un primo momento infatti era sembrato che la Russia fosse riuscita a uscirne indenne, complici dati ufficiali confortanti e dichiarazioni rassicuranti delle autorità russe.
Oggi la Russia, diventata il quinto Paese più colpito nel mondo, è considerata «il nuovo epicentro del virus in Europa».
Mosca, stando ai dati ufficiali, conta più contagi dell’intera Cina. Nelle ultime 24 ore nella Federazione sono risultate positive altre 10.699 persone, il totale è salito così a 187.859. Di questi la metà sono nella capitale che conta 98.522 casi, 5.846 soltanto nelle ultime 24 ore.
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità , nell’Europa dell’Est l’epidemia è iniziata in ritardo rispetto all’area dell’Ovest. Per alcuni esperti, però, in Russia c’è stata una escalation di contagi anche a causa di un’iniziale sottovalutazione del fenomeno.
Le date sono significative. Il primo caso nel Paese risale a fine gennaio. Due mesi dopo, a marzo, Putin assicura di avere «la situazione sotto controllo». Ma a fine marzo è costretto a chiudere il Paese. Sono passati due mesi dal “paziente uno”. Circa 60 giorni in cui, mentre la stampa internazionale citava la Russia come esempio, gli scienziati avanzavano dubbi sui numeri diffusi dalle autorità . In una videoconferenza del primo aprile, Putin ha chiesto ai membri del governo di dire «la verità su quello che sta succedendo nel Paese». Una frase — come fa notare a Vox Judy Twigg, esperta del sistema sanitario russo dell’Università della Virginia — che sembra un’implicita ammissione del fatto che fino ad allora la verità non era stata detta.
Oggi Putin ammette che la situazione è grave, che i dispositivi di protezione scarseggiano e che «il peggio deve ancora venire».
Nel frattempo i contagi hanno toccato anche il governo dove l’ultimo ad ammalarsi è stato il premier Mikhail Mishustin.
Mosca ha deciso di prolungare il lockdown fino a fine mese, con qualche tiepida riapertura dal 12 maggio di alcune attività produttive e dei cantieri. Putin stesso sta pagando il prezzo di quella che molti russi ritengono una cattiva gestione dell’emergenza: il suo consenso è al minimo. I
l tasso di popolarità è sceso al 58%, (dal 63% dello scorso marzo), quello di fiducia al 28%, secondo un sondaggio realizzato dall’istituto indipendente Levada Center. Decine di persone in questi mesi hanno manifestato, fisicamente e online, contro la gestione dell’emergenza.
Nelle ultime settimane, in particolare, hanno protestato medici e infermieri, «mandati al fronte senza munizioni». Alcuni di loro sono morti misteriosamente, l’ultimo, Alexander Shulepov, è caduto da una finestra.
A fare da portavoce a queste proteste è una dottoressa, la 36enne Anastasia Vasilevna, fondatrice di Aljanz Vracej (alleanza dei medici), che sin dall’inizio dell’epidemia ha denunciato la gravità della situazione. E ancora oggi, mentre i contagi giornalieri sono ormai sopra i 10mila, continua a sostenere sulla pagina You Tube dell’associazione che le autorità «non ci stanno dicendo tutta la verità ».
L’ultima denuncia portata alla luce da Anastasia Vasilevna riguarda gli studenti di medicina. La dottoressa ha raccolto una serie di testimonianze di ragazzi che affermano di essere stati quasi «costretti» dalle loro università a prestare servizio nei reparti Covid degli ospedali «senza tutele, protezioni adeguate e formazione». «Quando abbiamo avuto l’incontro informativo sui tirocini, il prorettore ci ha informati che tutti noi eravamo destinati a quei reparti, ma chi tra noi era più a rischio, avrebbe potuto svolgere il tirocinio nelle cosiddette “zone pulite”, dove però il rischio è comunque alto» perchè lì si trovano i pazienti non testati e che potrebbero comunque risultare positivi. Ne è prova la regione russa di Jacuzia dove 64 studenti di medicina sono rimasti contagiati.
Gli studenti, spiega Anastasia Vasilevna, non solo vengono «costretti a prestare servizio in questi reparti», ma nessuno garantisce loro protezioni, non hanno diritto a risiedere negli alberghi dedicati ai medici che sono a contatto con i malati Covid — come disposto dalle autorità russe — e per spostarsi da una parte all’altra della città prendono dunque trasporti pubblici, aumentando il rischio di contagio.
La possibilità per gli studenti di prestare servizio nei reparti Covid è stata aperta da un’ordinanza del ministero dell’Istruzione datata 27 aprile. L’ordinanza, in sostanza, chiede ai rettori di modificare i programmi di tirocinio delle università per permettere appunto agli studenti, su base volontaria, di eseguire il periodo di praticantato a contatto con pazienti affetti da Coronavirus.
Subito però sono arrivate alcune denunce di studenti, secondo cui non sempre è stato rispettato il principio di “volontarietà ”. In alcuni casi ci sarebbero state minacce di «bocciatura» da parte di alcune università qualora gli studenti si fossero rifiutati di prestare servizio.
La scelta, spiegano gli studenti, in realtà non è tra “reparti Covid” e “reparti non a rischio”, ma tra “zone sporche” e “zone pulite” degli ospedali Covid, dove però ci sono non i pazienti risultati negativi, ma quelli “non positivi” e che quindi potrebbero rivelarsi tali. Inoltre, denunciano i ragazzi, non sono le università a fornire i dispositivi di protezione, ma i singoli ospedali, dove i Dpi mancano per i medici in ruolo, «figuriamoci per noi studenti».
In alcuni casi, tute e mascherine sono state fornite solo agli studenti che hanno prestato servizio nei cosiddetti “reparti sporchi”, di conseguenza chi lavora nei “reparti puliti” diventa un possibile veicolo di virus per se stesso, i suoi colleghi e i familiari. «Molti di noi vivono ancora con i genitori che hanno più di 50/60 anni e abbiamo paura per loro», racconta una studentessa del quinto anno di medicina all’emittente Nsn.
Per la prima volta in 20 anni la popolarità di Putin sta vacillando, a pesare sono anche le proteste dei sanitari, tanto che quella dei camici bianchi è stata già definita come «la nuova opposizione», in questo contesto si inseriscono anche le denunce degli studenti, capaci di usare la piazza della rete, l’unica di cui il presidente russo sembra avere paura, come aveva dichiarato anche l’esperto sulla Russia, Aldo Ferrari, commentando le nuove leggi sulla limitazione della libertà in rete.
(da agenzie)
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Maggio 9th, 2020 Riccardo Fucile
IN DANIMARCA E’ 87, IN FINLANDIA 45, IN NORVEGIA 38
La Svezia non ha chiuso il paese durante l’emergenza Coronavirus. Con la strategia di «mitigazione dolce» il tasso di mortalità è 291 persone ogni milione di persone In Danimarca è 87, in Finlandia 45 e in Norvegia 38.
Il Corriere della Sera spiega oggi che facendo il confronto con i Paesi nordici vicini, il dato svedese peggiora in ogni ambito: il numero di morti ha raggiunto 2.941 su 23.918 casi, ma se lo rapportiamo alla popolazione e lo confrontiamo con il dato di Finlandia, Norvegia e Danimarca vediamo come in Svezia i morti siano moltissimi.
Il numero di casi è anche il più alto per popolazione rispetto agli altri Paesi e non è dovuto al numero di tamponi fatti, anzi, la Svezia fa meno test di tutti, quindi il numero di casi potrebbe essere molto più alto.
Di recente Anders Tegnell, l’epidemiologo a capo dell’Agenzia di sanità pubblica svedese, ha dichiarato che l’elevato bilancio delle vittime del Paese «è stato davvero una sorpresa, devo dire che non avevamo calcolato un così alto numero di morti».
Lo «stupore» è dovuto ai molti decessi nelle case di cura, dove le visite dei parenti erano state vietate (una delle poche restrizioni del Paese): «È molto difficile tenere la malattia lontano da lì. Anche se stiamo facendo del nostro meglio, ovviamente non è abbastanza. Pensavamo che le nostre case per anziani sarebbero riuscite ad evitare i contagi», avrebbe confessato. Tegnell ha però anche detto che la strategia della Svezia ha dato buoni risultati.
Molte persone hanno deciso di rimanere a casa comunque, la mobilità è solo leggermente superiore infatti rispetto ad altri Paesi scandinavi, meno 18% contro il 28%. E anche i mercati non vanno così bene.
L’indice azionario principale svedese è messo peggio (a fine aprile -19%) di quelli di Norvegia e Danimarca (rispettivamente-9% e -6%) e più vicino a quello finlandese (-24%).
Una strategia che per ora non ha premiato quindi la salute nè le imprese. La strategia di mitigazione dolce finora seguita, basata più sulla persuasione che non sui divieti, ha portato a tenere locali, scuole (quelle per bambini piccoli) e uffici aperti. Con solo raccomandazioni di non fare visite ai genitori anziani e divieto a raduni e ingressi nelle case di cura.
La Danimarca in particolare è stata tra le prime in Europa a chiudere confini, negozi, scuole e ristoranti e a vietare grandi raduni. Il tasso di mortalità in Svezia è aumentato significativamente raggiungendo 291 persone ogni milione di persone, la Danimarca 87, la Finlandia 45 e la Norvegia 38. Danimarca e Norvegia hanno allentato i blocchi su scuole e negozi. La Finlandia ha esteso le sue restrizioni fino al 13 maggio.
(da agenzie)
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Maggio 9th, 2020 Riccardo Fucile
TROPPI CONTAGI NELLE FABBRICHE
Due giorni dopo l’annuncio di un graduale ritorno alla normalità in Germania, un cantone ha
ripristinato il lockdown e altri due pensano di ristabilirlo per la risalita dei contagi da coronavirus.
Nel Nord Reno-Westfalia, a Coesfeld, sono stati infettati oltre 100 dei 1.200 dipendenti in un impianto di lavorazione della carne, subito chiuso. E le restrizioni sono tornate in vigore. Schleswig-Holstein e Greiz gli altri due cantoni a rischio.
Dopo il caso di Coesfeld, riporta Die Welt, il Land del Nord-Reno Vestfalia ha annunciato che effettuerà dei tamponi a tutti i dipendenti dei macelli “immediatamente”. Secondo un portavoce del governo locale, l’attenzione si concentra anche sugli appartamenti dei lavoratori, che spesso provengono dall’est Europa e vivono in case comuni dove potrebbero non essere rispettate le regole igieniche.
Oltre a Coesfeld, altri due distretti registrano un andamento preoccupante: c’è Greiz in Turingia, attualmente il più colpito a livello nazionale con 75,4 casi segnalati per 100mila abitanti negli ultimi sette giorni.
L’altro, come detto, è il distretto di Steinburg nello Schleswig-Holstein, il Land tedesco che tra l’altro è il primo ad abolire il divieto di viaggio e riavviare le attività turistiche a partire dal prossimo 18 maggio. Nella regione riaprono anche gli studi di fitness e sarà possibile avere “eventi con posti a sedere” fino a 50 persone
Negli ultimi due giorni sono stati registrati in Germania più di mille nuovi positivi, dopo che per cinque giorni di fila i casi erano scesi sotto questa soglia. Il numero di contagi è comunque inferiore a giovedì scorso. Secondo il Robert Koch Institut, l’indice di contagiosatià martedì era sceso a 0,71.
(da agenzie)
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Maggio 9th, 2020 Riccardo Fucile
LA GUERRA SPORCA DELLE ELEZIONI USA… LE PRESUNTE MOLESTIE SAREBBERO AVVENUTE 27 ANNI FA, MA BIDEN RESPINGE OGNI ACCUSA
Probabilmente solo la prima manovra di tante: uno degli avvocati di Tara Reade, la donna che accusa di aggressione sessuale Joe Biden, donò 55.000 dollari alla campagna elettorale presidenziale del 2016 di Donald Trump; un altro scriveva per Sputnik, un’agenzia di stampa russa finanziata dallo Stato.
Lo riporta l’Associated Press.
L’avvocato Douglas Wigdor ha negato di essere motivato da ragioni politiche e ha dichiarato all’Ap di non ricevere alcun compenso dalla donna, che afferma di essere stata aggredita sessualmente da Biden nel 1993, quando lei era un’assistente dell’allora senatore. Reade, che ha avuto difficoltà a far emergere la sua accusa, ha detto anche di aver cercato senza successo, per settimane, un avvocato.
Ieri, Reade ha detto che Biden dovrebbe “rispondere” dei fatti e ha dichiarato che dovrebbe ritirarsi dalle presidenziali; Biden ha respinto ogni accusa.
Wigdor è molto conosciuto per il suo lavoro nei casi relativi a stupri e molestie sessuali; per esempio, ha rappresentato sei accusatrici di Harvey Weinstein, ex produttore cinematografico, e diversi dipendenti di Fox News in cause per discriminazione razziale e di genere contro il network televisivo.
Nel 2018, ha parlato a sostegno di Christine Blasey Ford, la donna che accusava di aggressione sessuale Brett Kavanaugh, giudice nominato alla Corte Suprema dal
presidente Donald Trump.
Secondo i documenti in mano alla Federal Election Commission, l’avvocato ha donato anche decine di migliaia di dollari a politici democratici di New York, compreso il deputato Hakeem Jeffries; al momento, non ha fatto donazioni per la campagna presidenziale di Trump o Biden.
Un altro avvocato al lavoro per Reade è William Moran, che scriveva per Sputnik, considerata dall’intelligence statunitense “parte della propaganda russa” che “ha contribuito a influenzare la campagna elettorale” statunitense.
(da agenzie)
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