Destra di Popolo.net

IL 60% DEGLI ITALIANI NON HA VOGLIA DI TORNARE A FREQUENTARE I RISTORANTI PRIMA DELLA FINE DELL’ANNO

Maggio 23rd, 2020 Riccardo Fucile

LA SOCIALITA’ SARA’ VISSUTA IN MODO DIVERSO

Un sondaggio condotto da Facile.it ha fatto emergere una serie di realtà  sulla vita che gli italiani sono disposti a condurre dopo la fine del lockdown.
La crisi sanitaria causata dal coronavirus ci ha cambiati, su questo non c’è dubbio. Mentre studiosi, sociologi, economisti e scienziati cercano di spiegarci in che direzione andrà  la nostra società , da un semplice sondaggio emergono realtà  molto interessanti.
Come quella delle vacanze, che non ci saranno per 7 milioni di italiani la prossima estate. O come la dimensione del divertimento, che subirà  radicali cambiamenti con un emblematico 60,4% degli intervistati che si dice disposto a tornare a mangiare nei ristoranti solo a partire dal prossimo anno.
Stiamo vivendo un «momento di transizione, non è scattato ancora il totale ritorno alla normalità », spiega il sociologo Nicola Ferrigni in un’intervista rilasciata ad HuffPost. «Siamo dubbiosi, perplessi, abbiamo giustamente paura. Ma non è solo questo», aggiunge. Durante il lockdown abbiamo sperimentato una «riscoperta di noi stessi», un «ritorno alla vera ‘normalità ‘, quella fatta di rapporti più autentici. Abbiamo riscoperto i profumi, gli odori, i sapori, ponendoci in una dimensione di silenzio e di ascolto di noi stessi».
Di tutto questo cambiamento entra a far parte anche la nostra concezione di divertimento, con solo il 13,3% delle persone che si dice non solo pronto, ma anche desideroso di tornare a mangiare fuori.
In questi due mesi «credo che ciascuno abbia fatto delle riflessioni interne e il silenzio sia stata la dimensione che ci ha portato a ripensare il modo di vivere. Non so a quanti interessi tornare a quel ritmo che era di fatto un’aritmia sociale, anche nel tempo dello svago», dice il professore associato di Sociologia presso l’Università  degli Studi “Link Campus University”.
«Non c’è dubbio che le regole anti-covid, che sono sacrosante, un po’ scoraggiano ad esempio il desiderio di andare al ristorante. Ma credo che abbiamo riscoperto un nuovo modo di divertirci e di passare il tempo. Cucinare in casa, ad esempio. Il corpo, la gola hanno provato sensazioni nuove», sottolinea. Una nuova realtà  dello svago fatta dall’assaporare momenti che, fino ad oggi, erano privilegi come «una colazione o un pranzo o una cena in casa ».
Si tratta di nuove possibilità  che molti stanno esplorando grazie allo smart working.

(da “Huffingtonpost”)

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SONDAGGIO IPSOS: ANDRA’ TUTTO BENE? DUE ITALIANI SU TRE PENSANO DI NO

Maggio 23rd, 2020 Riccardo Fucile

E CHE NE USCIRANNO PEGGIORI DI PRIMA

In assenza di un piano politico efficace e chiaro sulla ripresa economica, alte percentuali di italiani guardano al futuro con pessimismo e ritengono che la “rabbia sociale” renderà  difficile l’uscita dalla crisi
Il vero tema della Fase 2 dell’emergenza Coronavirus è “la rabbia sociale”. O meglio, «i sentimenti di rabbia e divisione» che torneranno dopo un periodo di maggiore coesione definito dalla crisi sanitaria.
Secondo un sondaggio Ipsos del Corriere della Sera, due italiani su tre pensano che questo senso di coesione è ormai un ricordo del passato, che tutto tornerà  come prima e che proprio questo «ostacolerà  l’uscita dell’Italia dalla crisi economica».
Nel sondaggio emerge anche un certo risentimento verso la propria categoria — tanto nell’affrontare questa fase quanto quelle che verranno.
Ad esempio, secondo il 49% degli intervistati ci sono stati (e ci sono) troppi cittadini che hanno violato le regole sulle restrizioni senza capirne l’importanza (contro il 39% di parere opposto).
Quasi che i continui richiami alle “responsabilità  individuale” e la ripetuta messa alla berlina dei comportamenti sociali (permessi dalle stesse istituzioni) avesse davvero avuto un qualche effetto sulla percezione comune dell’emergenza.
La valutazione negativa non è riservata a tutti, ma a chi non fa parte della propria cerchia di amici/parenti.
Secondo il 52% degli intervistati, i loro parenti e amici hanno rispettato in tutto e per tutto, e «con senso di responsabilità  e consapevolezza», le disposizioni delle autorità  mediche e politiche.
Un quadro che non getta ottime premesse per i pensieri sul futuro: secondo il 63% degli intervistati, quando tutto sarà  finito i nostri sentimenti «di rabbia e divisione» ci impediranno di uscire dalla recessione economica.
Se dovesse prolungarsi la crisi sanitaria, poi, secondo il 58% degli intervistati, saremo portati a «una maggiore chiusura verso gli altri».
E intanto, come in una profezia che si autoavvera (come scrive lo stesso Nando Pagnoncelli) il 35% si dichiara già  più arrabbiato rispetto a prima della pandemia (contro il 12%).
A confermare l’impressione che le risposte sul futuro siano orientate da una certa narrazione della Fase 2, c’è qualche contraddizione di fondo nelle risposte.
Sullo «spirito di coesione manifestato nelle fasi più critiche», ad esempio, le opinioni si spaccano: per il 44% l’epidemia ha risvegliato il nostro senso civico, mentre per il 42% si è «enfatizzato troppo questo aspetto».
Resta poi la confusione su quale sarà  la valenza dei nostri rapporti interpersonali, che anche qui oscilla tra i due opposti: per il 38% la nostra fiducia negli altri ne uscirà  rafforzata, mentre per il 36% non ci fideremo mica più così tanto.

(da agenzie)

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LA MOVIDA A PERUGIA FINISCE PURE CON SCONTRI TRA GIOVANI TEPPISTI UBRIACHI E IL SINDACO E’ COSTRETTO CON UNA ORDINANZA A ORDINARE IL “COPRIFUOCO” ALLE 21

Maggio 23rd, 2020 Riccardo Fucile

FINISCE A BOTTE LA MOVIDA NELLA CITTA’ UMBRA, GIOVANI NON RISPETTANO IL DISTANZIAMENTO, MOLTI SENZA MASCHERINA

La fase 2 alla prova della movida, in tutta Italia. Le strade si riempiono, la situazione si complica e salta il distanziamento sociale e i sindaci passano al contrattacco.
A partire da Perugia. «Le situazioni alle quali abbiamo assistito non sono accettabili». A parlare è il sindaco di Perugia Andrea Romizi che dopo le scene di movida violenta e di assembramenti di giovani senza mascherina viste nel centro storico della città  ha disposto la chiusura di tutti i locali alle 21.
«Sarebbe da irresponsabili — ha detto il sindaco — vanificare tutti gli sforzi fatti finora». Le immagini raccolte dalle testate locali testimoniano la presenza di grandi gruppi di persone a stretto contatto tra loro, per lo più senza i dispositivi di protezione personale, quando ancora l’epidemia da Coronavirus continua a rappresentare un’emergenza, nonostante le riaperture.*
In particolare, le immagini raccolte da Il Messaggero mostrano scene di giovani che si riprendono i luoghi di socializzazione oltrepassando però il limite.
Nel video, oltre al mancato rispetto delle misure di distanziamento fisico, l’atmosfera di piazza Dante si surriscalda e la situazione degenera. Si assiste dunque a una scena in cui alcuni giovani finiscono col mettersi le mani addosso, tra le urla dei presenti.
E fuori campo c’è chi documenta con fotocamera alla mano.
Per queste ragioni, il sindaco di Perugia si è affrettato a emanare un’ordinanza valida da questa sera e per tutte le successive giornate di venerdì, sabato e domenica, e nei giorni festivi e prefestivi fino al 7 giugno.
Anche l’assessore alla Sicurezza Luca Merli ha manifestato preoccupazione: «Le disposizioni di distanziamento sociale non sono state rispettate, e si sono verificati episodi di assembramento preoccupanti, a causa dei quali, nostro malgrado, abbiamo dovuto emanare questa ordinanza». In questi pochi giorni di riaperture, a partire dal 18 maggio, il questore di Perugia ha già  disposto la chiusura di alcuni locali che non sono riusciti a far rispettare le norme di comportamento da parte dei propri clienti, in primis il rispetto delle distanze sociali e l’uso delle mascherine.
In base all’ordinanza, tutti i locali pubblici del centro storico di Perugia e della zona di Fontivegge hanno l’obbligo di chiudere alle 21. I ristoranti che possono restare aperti dovranno comunque osservare «rigorosamente l’obbligo di servizio al tavolo per assicurare il dovuto distanziamento tra i clienti». Inoltre, saranno intensificati i servizi di controllo da parte delle forze di polizia.

(da Open)

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LA “TASSA COVID” DI PARRUCCHIERI ED ESTETISTI COMPARSA SU ALCUNI SCONTRINI

Maggio 23rd, 2020 Riccardo Fucile

UNA VOCE DI SPESA SCORRETTA INSERITA NELLO SCONTRINO PER GIUSTIFICARE UN AUMENTO; SI VA DA 2 A 4 EURO… QUANDO IL GOVERNO HA LORO RICONOSCIUTO UN CREDITO D’IMPOSTA DEL 50% PER LA SANIFICAZIONE FINO A UN MASSIMO DI 20.000 EURO

Oscilla tra i 2 e i 4 euro e l’hanno già  ribattezzata tassa Covid, sugli scontrini di parrucchieri, estetisti e altri servizi alla persona.
E — è bene precisarlo subito — non è una abitudine diffusa ovunque, ma riguarda soltanto alcuni esercizi commerciali in alcune città  italiane.
Abbiamo già  dato conto dell’aumento dei prezzi in seguito alla riapertura delle attività  dopo l’emergenza coronavirus. Il modo, per alcune rivenditori, di rientrare o di cercare di rientrare più velocemente all’interno delle spese sostenute in questo periodo di chiusura forzata delle attività .
Su alcuni scontrini, dunque, sembra essere stata sdoganata una sorta di cifra-risarcimento (che a questo punto viene fatta scontare proprio ai cittadini) riguardante tutte le prescrizioni che gli esercizi commerciali hanno messo in piedi per poter riaprire, dalla sanificazione dei locali effettuata attraverso l’intervento di ditte specializzate, passando per l’acquisto di prodotti di protezione personale e di kit di sicurezza anti-contagio che, a volte, vengono inseriti anch’essi all’interno degli scontrini.
Le segnalazioni, in questo caso, sono state effettuate sia dal Codacons, sia dall’Unione Nazionale dei consumatori.
«Si tratta di una sorta di tassa di sanificazione applicata da parrucchieri, estetisti e alcuni dentisti — ha spiegato il presidente dell’UNC Massimiliano Dona al Sole 24 Ore -, una prassi scorretta che si sottrae forse anche da un punto di vista fiscale alla somma dovuta al consumatore»
Le prime avvisaglie si erano già  intraviste al momento della riapertura delle attività  il 18 maggio, ma a quanto pare la prassi sembra essere consolidata in alcune realtà  commerciali. I costi degli interventi di sanificazione, lo si ricorda, vanno dai 200 ai 400 euro a intervento, a seconda della superficie da trattare.
La periodicità  dell’intervento deve essere frequente e questo comporta indubbiamente una nuova spesa per le già  vessate attività  commerciali.
Tuttavia, nel decreto Cura Italia è stato previsto un incentivo proprio per offrire un supporto a questa spesa ulteriore: ai soggetti esercenti attività  d’impresa, arte o professione è riconosciuto infatti, per il periodo d’imposta 2020, un credito d’imposta nella misura del 50 per cento delle spese di sanificazione degli ambienti e degli strumenti di lavoro fino ad un massimo di 20.000 euro.
Dunque sembra essere scorretto nei confronti della clientela chiedere un contributo dai 2 ai 4 euro per la sanificazione dei locali.

(da agenzie)

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IL SINDACO DI BRESCIA COSTRETTO A FIRMARE L’ORDINANZA PER CHIUDERE LA PIAZZA: “ASSEMBRAMENTI, NONOSTANTE I VIGILI”

Maggio 23rd, 2020 Riccardo Fucile

IERI SERA LA SOLITA SCENA IN PIAZZALE ARNALDO, NONOSTANTE GLI APPELLI

Piazzale Arnaldo a Brescia è uno dei luoghi per eccellenza della cosiddetta movida, termine ormai abusato ma che ci fa immediatamente capire a cosa ci riferiamo in questo periodo.
Il sindaco Emilio del Bono, viste le scene immortalate da cittadini comuni sui social network e da giornali della stampa locale, ha deciso di firmare un’ordinanza per chiuderla e dare un forte segnale contro gli assembramenti.
Proprio Brescia e la sua provincia sono state tra le città  più colpite d’Europa dall’epidemia di coronavirus e quello che è accaduto ieri ha lasciato una forte impronta nel primo cittadino.
«Domani — ha scritto il sindaco sui social network — firmerò ordinanza di chiusura serale di Piazza Arnaldo per questo fine settimana. Troppe persone, assembramenti nonostante la presenza significativa di Polizia locale. Quindi è bene dare un segnale chiaro. In settimana si definirà  con gestori dei locali e con l’ausilio della Questura la gestione della Piazza e delle vie limitrofe durante la sera».
Nella serata di ieri, la polizia municipale è stata costretta a intervenire proprio all’interno di Piazza Arnaldo, creando una sorta di cordone per evitare ulteriori accessi al luogo pubblico dopo la mezzanotte.
Una scelta che si è resa necessaria in virtù delle numerose segnalazioni arrivate direttamente da uno dei luoghi più centrali della città  lombarda.
Nella sola provincia di Brescia, dall’inizio dell’epidemia, si sono registrati 2.456 decessi e oltre 12mila contagi, mentre della città  amministrata da Del Bono le vittime sono state 407.
«Si tratta — ha detto il sindaco in risposta a un commento sulla sua decisione — di migliaia di persone che vanno gestite dentro e fuori la piazza». Tra le varie risposte dei cittadini, ci sono quelle delle persone che hanno perso i propri familiari o che hanno affrontato situazioni difficili a causa del coronavirus. I toni sono quelli dell’indignazione che ha fatto da padrona in questi ultimi giorni: ma questa volta, c’è stata corrispondenza con un atto amministrativo concreto che, al momento, dovrebbe limitarsi al solo finesettimana.

(da agenzie)

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SONDAGGIO EUROMEDIA GHISLERI: IL PD TALLONA LA LEGA E CALENDA SUPERA RENZI

Maggio 23rd, 2020 Riccardo Fucile

LEGA 24,9%, PD 20,5%, M5S 15,5%, FDI 14,5%, FORZA ITALIA 7,7%, AZIONE CALENDA 3,4%, SINISTRA 2,8%, ITALIA VIVA 2,7%, + EUROPA 1,8%, VERDI 1,2%

Sorpasso in chiave ‘liberal’ tra Azione e Italia Viva.
Secondo il sondaggio realizzato da Euromedia Research per Porta a Porta alla domanda: “Se questa domenica ci fossero le elezioni politiche, Lei per quale partito voterebbe?”
Ecco le risposte:
Lega-Salvini Premier 24,9
Partito Democratico 20,5
Movimento 5 stelle 15,5
Fratelli d’Italia   14,5
Forza Italia 7,7
Azione-C. Calenda 3,4
Leu 2,8
Italia Viva 2,7
+Europa-Italia 1,8
Federazione dei Verdi 1,2
L’area di governo avrebbe 6 punti in meno rispetto a quella di centrodestra, ma la somma dei tre partiti minori (Calenda, Bonino, Verdi) e un altro 4,5% di “altri partiti” arriva a superare il 10%, rimettendo tutto in discussione

(da agenzie)

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COME LA LOMBARDIA RISCHIA DI RESTARE CHIUSA DOPO IL 3 GIUGNO

Maggio 23rd, 2020 Riccardo Fucile

LA FRETTA DI ANTICIPARE IL LIBERI TUTTI POTREBBE ESSERE FATALE

La Lombardia rischia di rimanere chiusa anche dopo il 3 giugno, data in cui il governo potrebbe dare il via libera per i movimenti tra regioni.
Repubblica spiega che anche se gli ultimi dati sono rassicuranti rimane troppo alto il dato assoluto dei positivi, almeno per il momento e troppo alto il rischio di rovinare tutto per non aver atteso una settimana in più, quindi il 10 giugno, per avere un quadro più completo e riaprire in sicurezza.
E così il ministero della Salute guidato da Roberto Speranza, in raccordo con la presidenza del Consiglio e gli Affari regionali, è in attesa di sapere quali saranno gli effetti delle riaperture dal 18 maggio per prendere una decisione.
Soltanto tra qualche giorno, spiega Tommaso Ciriaco, i dati della curva riusciranno a fotografare l’effetto dell’allentamento del 4 maggio (che per adesso soddisfa, visto che il trend dei contagi è in calo e i pazienti in terapia intensiva si sono quasi dimezzati in 18 giorni). Per avere una prima impressione dell’“effetto 18 maggio”, però, bisognerà  studiare i numeri del 30 maggio. E per un quadro davvero esaustivo, serviranno i dati del 10 giugno. Ci sono tre scenari in ballo e soltanto nel primo si immagina una riapertura totale a partire dal 3:
Questo schema ipotizza che l’R con 0 resti sotto controllo e che i positivi si assottiglino molto anche in regioni che contano ancora troppi contagi quotidiani. Il secondo scenario, invece, è quello al momento considerato più probabile, anche da Palazzo Chigi. Prevede un trend accettabile, con una curva che deflette in modo non omogeneo, e comunque non abbastanza in alcune regioni del Paese. Diventerebbe allora inevitabile distinguere tra regioni a basso rischio e quelle a medio-alto: chi non vanta numeri sicuri, accetta confini chiusi almeno per un’altra settimana.
Chi invece può contare su numeri migliori, consente i movimenti verso alcune regioni confinanti, a patto che esprimano contagi altrettanto bassi: si potrà  circolare — sono solo alcuni esempi — tra Lazio e Abruzzo, o tra Lazio e Campania, o ancora tra quasi tutte le Regioni del Sud (resta però da capire come gestire situazioni “speciali” come quella di un’isola come la Sardegna, che non confina ovviamente con nessuno).
Il terzo schema, infine, è il più fosco. Ipotizza che già  nei prossimi quattro o cinque giorni la curva peggiori, a causa delle riaperture del 4 maggio e di un primissimo “effetto 18 maggio”.
La proiezione dell’R con 0 al 3 giugno potrebbe lambire un livello di 0,9-1. Il governo, a quel punto, valuterebbe addirittura una marcia indietro rispetto ad alcuni allentamenti già  sanciti nelle scorse settimane, seguendo il modello flessibile deciso con le regioni.
E infatti, anche se molti giornali, in primis il Corriere della Sera, oggi festeggiano i risultati lombardi,   se è vero che l’R con 0 in Lombardia è sceso a un positivo 0,51, infatti, è altrettanto evidente che non può rassicurare il ranking dei contagi per ogni centomila abitanti: la regione guidata da Attilio Fontana è ancora al primo posto, seguita da Trento, Piemonte e Liguria.
Anche perchè ci sono numeri che non tornano nei report delle regioni.
Il Corriere della Sera cita il professor Nino Caltabellotta, presidente della Fondazione Gimbe che analizza sistematicamente le relazioni: «Il fatto che la Regione sia titolare del monitoraggio espone a comportamenti di tipo opportunistico».
Lo dice in termini ancora più netti il biologo Enrico Bucci: «È ovvio che se chiedi alle Regioni di fornirti dati decisivi su aperture o chiusure, saranno loro a determinare quali e come darteli seguendo logiche politiche interne».
La Fondazione Gimbe ha rilevato come nei report lombardi si comunichino i dimessi dagli ospedali, con una sovrastima dei guariti.
Sempre in Lombardia, secondo il Fatto Quotidiano, dall’11 maggio sarebbero spariti dal grafico dei contagi di Milano i casi confermati e sintomatici. Il Trentino è improvvisamente passato da una media di rapporto contagi/tamponi superiore al 4% il 28 aprile, con gravi preoccupazioni, a quella ultra rassicurante dell’11 maggio, dello 0,14%. Non un miracolo, ma un calcolo di contagi più bassi per errore.
Nelle Marche da un giorno all’altro si è cominciato a contare solo i casi sintomatici.
Dalle Regioni arrivano foglietti excel, quando va bene, che dicono poco o niente per analisi serie.
Il viceministro alla Salute Pierpaolo Sileri chiede «più accuratezza». Ma è un deficit strutturale. Perchè, per esempio, si sa il numero complessivo dei tamponi, ma non si sa se fatti a chi e come, se è il primo o il secondo di conferma, se è fatto a sintomatici o no.
Altro bug dei report: per stabilire correttamente l’Rt, le Regioni dovrebbero fornire la data di insorgenza dei sintomi. In media, perchè i numeri siano attendibili, servirebbe almeno il 50 per cento dei dati.
Ma in almeno nove Regioni quella cifra non si raggiunge. E così si è deciso di abbassare la soglia di attendibilità  al 30%.
Per Caltabellotta «secondo gli standard internazionali, bisognerebbe fare 200/250 tamponi al giorno per 100 mila abitanti. Ma pochissime Regioni hanno aumentato i tamponi diagnostici, solo Val d’Aosta e Trentino. Se la curva peggiora, verranno in superficie solo i casi di chi si aggraverà  in maniera tale da dover andare in ospedale.

(da “NextQuotidiano“)

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“LE REGIONI NON FANNO PIU’ TAMPONI PER PAURA DI NUOVE CHIUSURE”

Maggio 23rd, 2020 Riccardo Fucile

CARTABELLLOTTA (GIMBE): “LE REGIONI NON VOGLIONO AUMENTARE LE DIAGNOSI PER NON DOVER APPLICARE MISURE RESTRITTIVE”

Con il pieno avvio della Fase 2 dell’emergenza coronavirus, diventa sempre più importante monitorare l’evoluzione dell’epidemia di coronavirus sul territorio, per poter intervenire tempestivamente nel caso esplodessero nuovi focolai.
Visti i ritardi registrati per quanto riguarda l’indagine sierologica e il programma di tracciamento dei contatti attraverso l’app Immuni, è necessario continuare a fare affidamento sui tamponi.
La fondazione GIMBE, un think tank che si occupa di ricerca in ambito sanitario, ha più volte denunciato le problematiche emerse dopo la riapertura sulla propensione dele Regioni ad eseguire i tamponi. Fanpage.it ha fatto il punto della situazione con il dottor Nino Cartabellotta, presidente della fondazione.
Ecco cosa ci ha spiegato.
La Fondazione GIMBE ha evidenziato un calo nel numero di tamponi eseguiti giornalmente con l’avvio della Fase 2. Questa riduzione è legata alla paura di non rientrare nei parametri indicati dal ministero della Salute per la riapertura e di dover di conseguenza procedere con nuove chiusure?
Sì. Per il monitoraggio dell’epidemia, a fronte dei dati ospedalieri che sono affidabili e tempestivi, il numero di nuovi casi è direttamente influenzato dal numero dei tamponi eseguiti dalle Regioni, che su questo in parte si mostrano restie, verosimilmente per il timore non dichiarato di veder aumentare troppo le nuove diagnosi che le costringerebbero ad applicare misure restrittive. Peraltro preme anche sottolineare che le indicazioni all’uso dei tamponi rimangono quelle ministeriali del 20 marzo e del 3 aprile che raccomandano di eseguirli prioritariamente ai casi sintomatici/paucisintomatici, ai contatti a rischio sintomatici e agli operatori sanitari e agli ospiti di residenze per anziani: in altre parole la fase 2 è partita senza definire una nuova policy nazionale per l’esecuzione dei tamponi.
Avete sottolineato anche ampie differenze regionali nella media di tamponi effettuati al giorno: ciò significa che il sistema di monitoraggio dell’epidemia nel Paese è incompleto?
Considerata la rilevanza della strategia delle 3T (testare, tracciare, trattare), la Fondazione GIMBE ha aggiornato e approfondito l’analisi indipendente condotta sui dati della Protezione Civile: per valutare la reale propensione di una Regione all’attività  di testing e tracing sono stati considerati solo i tamponi “diagnostici” e non quelli “di controllo”, utilizzati per confermare la guarigione virologica o per altre necessità  di ripetere il test. Dalle analisi relative alle ultime 4 settimane emergono tre dati incontrovertibili: innanzitutto, il numero medio giornaliero di tamponi diagnostici per 100.000 abitanti è incredibilmente esiguo rispetto alla massiccia attività  di testing e tracing necessaria nella fase 2; in secondo luogo, la propensione ad eseguire tamponi diagnostici presenta enormi e non giustificate variabilità  regionali che influenzano anche il valore di Rt incluso negli indicatori del Ministero della Salute; infine, nelle ultime due settimane solo Provincia Autonoma di Trento e Valle D’Aosta hanno potenziato in maniera rilevante l’attività  di testing (e paradossalmente la Valle D’Aosta ha visto aumentare il suo indice Rt).
Il prossimo 3 giugno verranno consentiti anche gli spostamenti tra Regioni: con la libera circolazione su tutto il territorio nazionale quali sono i rischi di una gestione dell’epidemia a livello regionale?
L’emergenza coronavirus e soprattutto la gestione della fase 2 hanno accentuato il cortocircuito di competenze tra Governo e Regioni in tema di tutela della salute, oltre che la “competizione” tra Regioni su tempi e regole per la riapertura. La decisione di affidare alle Regioni una totale autonomia sul monitoraggio dell’epidemia e sulle conseguenti azioni da intraprendere avviene in un contesto molto incerto e poco rassicurante. L’impatto sulla curva dei contagi delle riaperture del 18 maggio potranno essere valutate non prima del 1° giugno: dal 3 giugno, dunque, data in cui inizieremo a intravedere le conseguenze sulla curva epidemica delle riaperture del 18 maggio, il via libera alla mobilità  interregionale e alla riapertura delle frontiere sancirà  la libera circolazione su tutto il territorio nazionale anche dei soggetti contagiati. È evidente che le decisioni sulle riaperture hanno anteposto gli interessi economici del Paese alla tutela della salute. Tuttavia la dichiarazione del Premier Conte secondo cui si tratta di un rischio calcolato è smentita dall’impossibilità  stessa di calcolarlo, perchè la gestione e il monitoraggio dell’epidemia sono affidati a 21 diversi sistemi sanitari che decideranno in totale autonomia ampliamenti e restrizioni delle misure in base ad una situazione epidemiologica autocertificata. La storia insegna che non è sano quando controllore e controllato coincidono.
In materia di testing e tracing, due dei pilastri che la Fondazione GIMBE ha indicato per la Fase 2, sono quindi necessarie politiche coordinate a livello nazionale?
Evidenze scientifiche e raccomandazioni internazionali puntano per la fase 2 su tre pilastri: mirata estensione dei tamponi per individuare i soggetti asintomatici (testing), strategie di tracciatura dei casi (tracing), inclusa l’app Immuni, e loro adeguato isolamento (treatment), oltre alle indagini siero-epidemiologiche per conoscere la diffusione del virus nella popolazione. Tuttavia, questi pilastri non dispongono nel nostro Paese di un’adeguata infrastruttura informativa, tecnologica e organizzativa. Inoltre, a fronte di linee guida elaborate da Governo e Regioni per la riapertura delle attività  produttive e sociali, non esiste una strategia sanitaria nazionale per bilanciare tutela della salute e rilancio dell’economia, ma solo variabili orientamenti regionali. In altri termini, per la maggior parte delle Regioni — la ricerca attiva di contagi asintomatici e la tracciatura dei loro contatti non rappresentano una priorità  nonostante siano strumenti indispensabili della fase 2, peraltro richiamati dal Premier Conte nella sua informativa al Parlamento del 21 maggio.
In mancanza di una strategia di questo tipo (3T) si baserà  l’andamento della Fase 2 esclusivamente sul numero di ricoveri. Che problemi comporta ciò?
Esattamente. Dopo essere stati colti impreparati nella fase 1 senza mascherine, DPI, ventilatori, stiamo pericolosamente rinunciando a giocare d’anticipo affrontando la fase 2 con armi spuntate: considerati i clamorosi ritardi dell’app Immuni e dell’indagine siero-epidemiologica, l’unica arma a disposizione oggi sono i tamponi diagnostici. Se non si identificano, non si tracciano e non si isolano i casi asintomatici/lievi è evidente che, in caso di una risalita della curva epidemica, vedremo solo la punta dell’iceberg, ovvero l’unità  di misura sarà  l’incremento dei ricoveri in ospedale e in terapia intensiva. Anche questa è una strategia, ma se alcune Regioni intendono seguirla meglio renderla esplicita e smettere di fare tamponi, “tarandoli” sul numero dei casi che vogliono rendere pubblici.
Sono passati abbastanza giorni dall’inizio dell’allentamento del lockdown per calcolarne l’impatto sull’evoluzione della pandemia in Italia? Cosa ci dicono i dati?
Anche nella settimana 13-20 maggio il monitoraggio indipendente della Fondazione GIMBE conferma sia la costante riduzione del carico di ospedali (-20,8%) e terapie intensive (-24,3%), sia il rallentamento sul fronte di contagi (+2,4%) e decessi (+3,9%). Tuttavia è bene ricordare che questi dati riflettono ancora la fase finale del lockdown: l’impatto sulla curva dei contagi di qualsiasi intervento di allentamento può essere misurato solo 14 giorni dopo il suo avvio. In altri termini, le conseguenze delle riaperture del 4 maggio possono essere valutate solo a partire dal 18 maggio e quelle del 18 maggio lo saranno non prima del 1° giugno.
Avete rilevato problemi di trasparenza in merito al monitoraggio, che nella Fase 2 è stato totalmente affidato alle Regioni? È sempre possibile accedere ai dati che indicano l’evoluzione dell’epidemia nel territorio?
La Fondazione GIMBE continua la sua rigorosa attività  di monitoraggio indipendente sui siti web, conferenze stampa e social media delle Regioni. Stanno emergendo dati molto interessanti che saranno disponibili all’inizio di giugno.

(da Fanpage)

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IL LEGHISTA CHE DICE CHE GALLERA E FONTANA HANNO SBAGLIATO TUTTO

Maggio 23rd, 2020 Riccardo Fucile

L’EX ASSESSORE DELLA LEGA ALESSANDRO CE’: “GALLERA CINICO E INCOMPETENTE”

Alessandro Cè è stato assessore leghista alla Sanità  nella III giunta Formigoni. Oggi in un’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano critica Gallera e Fontana per la gestione dell’emergenza Coronavirus SARS-COV-2 e COVID-19 in Lombardia
L’utilità  delle Ats per la popolazione lombarda durante il Covid?
Direi nessuna. È evidente che non abbiano funzionato perchè da molti giorni prima del paziente 1 di Codogno erano presenti polmoniti atipiche e non mi risulta sia stata avviata nessuna indagine approfondita sul territorio. Tantomeno ci sia stata una “connessione virtuosa”con la Regione.
Eppure la loro funzione sarebbe di prevenzione delle malattie, programmazione e controllo dell’assistenza. Sono di fatto il potere esecutivo —con nomine politiche —del Pirellone
È stato commesso l’imperdonabile errore di dare maggiore importanza al numero di prestazioni erogate da ospedali, case di cura e ambulatori e aver trascurato la presa in carico dei pazienti che sarebbe dovuta avvenire attraverso le Ats, i distretti sanitari e i medici di base.
Una valutazione di Fontana e di Gallera.
Fontana direi disorientato. Gallera vanaglorioso, cinico e incompetente.
Cosa avrebbero dovuto fare?
La stessa cosa che ha fatto Zaia in Veneto: seguire indicazioni di persone competenti.

(da agenzie)

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